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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/02/2020

Il Donbass sotto le bombe ucraine e la tragedia del Boeing malese


Il 18 febbraio delegazioni delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk hanno ricordato insieme il quinto anniversario della conclusione dell'operazione Debaltsevo-Černukhino, con cui le milizie congiunte di entrambe le Repubbliche impartirono alle truppe ucraine e ai battaglioni neonazisti una delle più cocenti sconfitte – se non la più forte, insieme a quella precedente a Ilovajsk – nella storia di un conflitto di cui oggi, purtroppo, ci si ricorda solo allorché Kiev intensifica più del solito gli attacchi aggressivi al territorio del Donbass.

E infatti, proprio in questi giorni, sono tornati ad accentuarsi i tiri di artiglierie e mortai ucraini, in particolare su Frunze, Stakhanov e su gran parte della linea di contatto tra le parti, ricorrendo tra l’altro – Kiev non ha mai smesso di farlo! – ai grossi calibri, proibiti dagli accordi di Minsk del 2015. Proprio il 18 febbraio, un reparto di sabotatori ucraini è finito su un campo minato, sulla linea di contatto con la LNR, nell’area di Golubovskoe, mentre si intensificava il martellamento ucraino su Novotoškovskoe, Orekhovo, Krymskoe. Da parte sua, ovviamente, il comando delle Operazioni delle Forze riunite (OOS) ucraine, ha accusato Mosca di aver attaccato le forze di Kiev in quegli stessi punti del fronte.

Appena quattro giorni fa, alla conferenza di Monaco sulla “sicurezza”, il vice Ministro degli esteri russo, Aleksandr Gruško, aveva ribadito la necessità del rispetto da parte ucraina di tutti gli accordi raggiunti, aggiungendo di considerare “oltremodo dubbi” i benefici degli incontri al vertice internazionali sul Donbass, se poi le intese non vengono rispettate e Kiev rifiuta apertamente di trovare un accordo con le Repubbliche popolari.

Il politologo Aleksandr Šatilov ha dichiarato a Novorosinform che la Russia, a suo tempo, “contribuendo alla conclusione degli accordi di Minsk, aveva fatto enormi concessioni all’Ucraina: ha sostenuto l’integrità territoriale in cambio di alcune riforme, decentralizzazione e smilitarizzazione”. Nonostante questo, Kiev, una volta ripresasi dalle sonore sconfitte del 2014-2015 (Ilovajsk e Debaltsevo, appunto), ha voluto “ignorare gli accordi di Minsk e oggi sta facendo di tutto per rimescolare i diversi punti degli accordi, rifiutare il dialogo diretto con Lugansk e Donetsk e cercare di arrivare militarmente alle frontiere di LNR e DNR con la Russia”. Il che significherebbe, per le Repubbliche popolari, la fine della Krajina serba.

A dispetto delle apparenze, nulla è cambiato a Kiev, rispetto all’era Porošenko. E non potrebbe essere altrimenti, dato che poco è sinora cambiato, da parte delle forze che spingono l’Ucraina a fare da cuscinetto ai confini con la Russia e che, già molto prima del 2014, avevano cominciato a foraggiare i futuri golpisti con miliardi di dollari, attraverso USAID e strutture di George Soros, con la diretta partecipazione dei vari Obama, Clinton, Biden, Kerry, McCain, Nuland & Co.

Nessuna inversione di politica, nonostante i media, anche nostrani, vogliano mostrare un Vladimir Zelenskij portatore “di novità”, fino a presentarlo “mattatore” alla Conferenza di Monaco; nonostante addirittura l’ex presidente Viktor Janukovič abbia aperto un credito fantasioso al successore di Porošenko, scrivendo, nel sesto anniversario della carneficina di majdan perpetrata dai cecchini georgiani, lituani, ecc. il 20 febbraio 2014, che “i primi passi di V. Zelenskij infondono speranza nella pace, nella giustizia, nel ristabilimento della pace nel nostro paese”. Se lo dice lui!

Intanto, quasi nelle stesse ore, – sarà un caso? – si sono riaccesi i riflettori anche sul Boeing malese MH-17 abbattuto sopra il Donbass nel luglio 2014 e, scrive iarex.ru, citando il canale Bonanza Media, vien fuori che, sin dall’inizio del lavoro della “commissione congiunta d’indagine”(JIT), i servizi segreti olandesi sapevano che non c’era un singolo sistema missilistico “Buk” nell’area dell’incidente e nel 2016 ne avevano anche informato la Procura generale, evidenziando che tutti i sistemi di difesa aerea, sia ucraini che russi, erano dislocati a una distanza di circa 70 km, che le milizie popolari non disponevano di sistemi “Buk” e che nessun “Buk” russo aveva attraversato la frontiera col Donbass.

La cosa, però, non aveva impedito alla JIT di dichiarare che un “Buk M1” russo sarebbe entrato in Donbass, avrebbe sparato il missile che avrebbe abbattuto il Boeing con 298 persone a bordo, e se ne sarebbe tornato in Russia. Stessa cosa, con il testimone oculare, mai ascoltato dalla JIT, che aveva dichiarato alla polizia olandese – i passeggeri erano in gran parte olandesi – di aver visto in cielo, oltre al Boeing civile, anche due caccia, dopo di che aveva udito una forte esplosione, aveva visto una colonna di fumo e poi l’aereo che cadeva.

Ora, scrive tsargrad.tv, quando mancano poche settimane all’inizio del processo a L’Aja, la tragedia del Boeing rischia di trasformarsi in farsa. L’olandese NRC Next, ad esempio, dà notizia del licenziamento di tutti e sei i funzionari della Procura generale ucraina che si occupavano del caso: con uno spoils system sui generis, Zelenskij ha prima licenziato tutti i 1.339 procuratori del paese, per poi, previo esame, riassumerne 710: tra i non ammessi all’esame, i giudici che si occupavano del Boeing. Dunque, chi sarà presente a L’Aja per l’Ucraina?

D’altronde, la JIT non ha mai tenuto conto di altre “quisquilie”, quali: Vladislav Vološin, il pilota del Su-25 ucraino in volo al momento della tragedia, suicidato; la ragazza controllore di volo ucraina, scomparsa; per non parlare del rifiuto USA a mettere a disposizione i dati satellitari e del rifiuto della JIT di prendere in esame i rilievi di Almaz-Antej, costruttore del sistema “Buk”.

E che diamine, simili “quisquilie” non servono a incolpare le milizie; dunque, perché tirarle fuori?

Fonte

14/10/2019

Bombe sul Donbass e “colpi bassi” su Kiev

Nell’interpretazione ucraina – tanto nella versione dei battaglioni nazisti e di buona parte dei nazionalisti, quanto in quella governativa – la cosiddetta “formula Steinmeier”, sottoscritta il 1 ottobre per gli accordi di Minsk sul Donbass, è fatta di martellamenti con mortai e lanciagranate sui villaggi del Donbass prossimi alla linea del fronte; è fatta di assalti portati da “Azov” e “Corpo nazionale” ai punti di passaggio per il ritiro delle forze, e anche del rifiuto a ritirare uomini e mezzi nelle zone espressamente fissate (Petrovskoe e Zolotoe) lo scorso 1 ottobre proprio in base alla “formula Steinmeier”. Si è arrivati al punto, due giorni fa, di scontri armati, anche con l’impiego di razzi anticarro, tra reparti ucraini che rifiutavano di abbandonare le posizioni, parlando di “tradimento degli interessi del paese” e “abbandono di terra ucraina al nemico”.

Nei giorni scorsi, le milizie della DNR hanno denunciato un migliaio di tiri ucraini sui centri abitati ormai purtroppo “tradizionali”: Gorlovka, Zajtsevo, Staromikhajlovka, Spartak, Aleksandrovka, Mineralnoe, Krutaja Valka, Dokučaevsk, e altri.

Il 10 ottobre, alla presenza degli osservatori OSCE, le milizie della LNR hanno lanciato un razzo di segnalazione sul ritiro dei propri reparti nell’area di Zolotoe, ma da parte ucraina non si è avuto il passo reciproco; al contrario, ieri, nell’area di Petrovskoe, le forze ucraine hanno abbattuto un drone da ricognizione del OSCE.

Secondo i commentatori di rusvesna.su, si è in presenza di una situazione che potrebbe rivelarsi produttiva: la contrapposizione tra reparti pronti a ritirare le forze e drappelli neonazisti, potrebbe portare alla liquidazione, manu militari, dei reparti più radicali delle truppe che rifiutano l’accordo del 1 ottobre e ciò allenterebbe la tensione, già molto alta, nella capitale, su Vladimir Zelenskij, con ciò stesso consentendo alle Repubbliche popolari di tenere, senza troppi intralci, le elezioni previste dalla “formula Steinmeier”.

Si tratta insomma di una situazione che rischia di rivelarsi a dir poco “spiacevole” per l’immagine internazionale di Kiev. Se a questa si sommano le ultime notizie che giungono dall’Olanda, a proposito delle indagini sull’abbattimento del Boeing malese MH17, nei cieli del Donbass, il 17 luglio 2014, allora Zelenskij non può certo dirsi tranquillo, pur se a finire (forse) in tribunale dovrebbe essere il suo predecessore, Petro Porošenko.

Sinora si erano ripetute regolarmente le richieste della Malesia di far vera luce sulla strage, da subito attribuita compattamente, in occidente, alle milizie del Donbass, e poi a un reparto missilistico russo, si diceva, “prontamente rientrato oltre il confine”.

Poi, già lo scorso anno, la stessa TV ucraina aveva riportato accenni olandesi (il Boeing era in volo da Amsterdam a Kuala Lumpur e, delle 298 persone a bordo, 193 erano olandesi, insieme a passeggeri di altre nove nazionalità) sulla “possibile responsabilità” di Kiev nell’abbattimento. Qualche mese fa, un ex agente del SBU ucraino, Vasilij Prozorov, aveva parlato della strana reazione ucraina all’accaduto, come se Porošenko e i Servizi sapessero tutto in anticipo.

Lo scorso giugno, il Joint Investigation Team (JIT: Olanda, Australia, Belgio, Malaysia, Ucraina) aveva emesso mandati di cattura internazionale contro quattro comandanti delle milizie della DNR – un ucraino e tre russi – accusati della tragedia.

Ora, però, il Parlamento olandese, con quello che Kiev considera un “colpo alla schiena”, chiede che si faccia luce sull’interrogativo base, cui le “indagini” del JIT non hanno sinora dato risposta: come mai Kiev non avesse chiuso ai voli civili “lo spazio aereo sopra e intorno all’Ucraina orientale”. I deputati insistono dunque per “un’ulteriore indagine dei fatti” e chiedono al governo di “riferire sui risultati alla Camera bassa del Parlamento”.

Sulla mozione, votata compattamente dai quattro partiti della maggioranza di governo e dai quattro di opposizione, sembra aver influito il sondaggio effettuato tra i familiari delle vittime, l’87,5% dei quali ritiene che l’Ucraina debba esser chiamata a rispondere, anche se gli stessi partiti non hanno mai smentito la precedente risoluzione sulla “colpevolezza della Russia”.

Il Ministro degli esteri Stef Blok, con una “logica” tutta sua, ha affermato che il Governo “non vede fondamenti giuridici” per acconsentire alla richiesta dei deputati, non si è comunque opposto alla possibilità di ulteriori indagini sulla mancata chiusura dello spazio aereo, e ha infine proclamato che il “nostro governo, così come quello australiano, ritengono la Russia colpevole per l’attacco al MH17. Mentre l’indagine sul coinvolgimento dell’Ucraina non è un’indagine nell’ambito di un procedimento penale”.

Il direttore del Centro russo di congiuntura strategica, Ivan Konovalov, da sempre giudica chiara la questione: “È del tutto evidente che né la Russia, né le milizie sono coinvolte nella tragedia. L’area del villaggio di Zaroščenskoe, da cui fu sparato il razzo, a quel tempo era controllata dalle truppe ucraine e sappiamo anche che, al mattino, poco prima della catastrofe, il SBU aveva là trasferito una divisione “Buk”. Tra l’altro, in una delle prime conclusioni olandesi, il fatto era menzionato, ma poi era stato rimosso”. Impossibile anche parlare di “casualità”, perché, dice ancora Konovalov, il “Buk” è un sistema complesso, che “si deve saper gestire, gli si deve assegnare un obiettivo.

Inoltre, quella rotta aerea era monitorata dai controllori ucraini, poi stranamente scomparsi, così che è impossibile interrogarli. Ricordiamo poi anche il pilota ucraino Vladislav Vološin, in volo quel giorno proprio nell’area in cui il Boeing fu abbattuto, e che poi improvvisamente si era suicidato. Gli americani, d’altra parte, hanno sempre monitorato la situazione nella zona di conflitto con la ricognizione spaziale. Quante volte abbiamo chiesto che fornissero i dati e loro hanno sempre rifiutato”.

Non da ora, gli esperti russi, hanno fatto luce sul numero identificativo dei resti del razzo “Buk”, come appartenente alle forze armate ucraine; hanno rivelato la grossolana falsificazione (qui, dal minuto 13.47) del video presentato da Kiev a “prova” del viaggio del sistema missilistico russo verso il Donbass e ritorno in Russia; hanno presentato (ancora qui, dal minuto 20.35) la registrazione audio di un colloquio telefonico del 2016 tra militari ucraini della stazione radio Malakhit, nell’area di Odessa, sottolineando in particolare le parole del colonnello Ruslan Grinčuk (minuto 24.13) “sulla possibilità di abbattere ancora un Boeing”.

Parafrasando un ex grande inquilino del Cremlino: “le indagini vanno e vengono; la colpevolezza della Russia, per qualcuno, rimane”.

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26/03/2019

La responsabilità ucraina nell’abbattimento del Boeing malese

Regolarmente si torna a parlare del disastro del Boeing civile malese e del tragico volo MH17, conclusosi con 298 morti sui cieli del Donbass, nel luglio 2014, abbattuto da un razzo, probabilmente aria-aria, anche se non è mai stata del tutto esclusa l’ipotesi di un missile terra-aria. E ogni volta che i riflettori si accendono sul “mistero”, la responsabilità ucraina prende sempre più campo.

Del resto, abituati alle moderne strategie mediatiche, sappiamo che se i golpisti di Kiev e i loro padrini preferiscono tacere, è perché sono consapevoli di non aver “prove” per suffragare le proprie dichiarazioni; se disponessero di un minimo appiglio per gettare addosso alle milizie del Donbass la colpa dell’abbattimento, non se ne starebbero certo in silenzio. Dunque, quando l’affare torna a far capolino nelle cronache, lo è solo grazie a testimonianze che, ogni volta, aggravano sempre più la posizione dei nazigolpisti.

Nel giugno dello scorso anno, addirittura alla TV ucraina, insieme a deboli accenni olandesi sulla “possibile responsabilità” di Kiev nell’abbattimento, l’ex deputato della Rada, Aleksej Žuravko era arrivato a dire che, a suo parere, il presidente Petro Poroshenko in persona avrebbe potuto impartire l’ordine dell’abbattimento del Boeing.

Ieri è stata la volta di un ex agente del SBU ucraino (Kiev ne ha confermato la passata appartenenza ai Servizi, dal 1999 al 2018), Vasilij Prozorov che, in una conferenza stampa a Mosca, ha ammesso di aver regolarmente passato alla Russia, a partire dal golpe del 2014, “del tutto volontariamente e per motivi ideologici”, informazioni sulle operazioni militari ucraine nel Donbass.

Prozorov non ha lesinato dichiarazioni, su un largo spettro di temi legati all’odierna Ucraina nazigolpista: dalla strage di Odessa del 2 maggio 2014, alle prigioni segrete del SBU, in cui vengono torturati i miliziani catturati (in particolare, una, nell’area dell’aeroporto di Mariupol, chiamata “biblioteca” e i prigionieri “libri”); dai crimini dei battaglioni nazisti contro i civili del Donbass, alla responsabilità ucraina nell’assassinio, se non di tutti i comandanti delle milizie popolari, quantomeno dei comandanti Arsenij Pavlov “Motorola” e Mikhail Tolstykh “Givi”, da parte della V sezione del SBU, incaricata specificamente di atti di terrorismo, sabotaggio, allestimento di reti clandestine, sotto la supervisione di istruttori da USA e Gran Bretagna.

“Parlando dei crimini delle strutture armate ucraine nel Donbass” ha detto ancora Prozorov, “non si può non menzionare il fatto che ciò è possibile soprattutto per la forte diffusione delle idee naziste e fasciste non solo nei battaglioni ‘volontari’, ma nelle stesse forze armate e nella Guardia nazionale. E i crimini sono stati commessi non solo nel territorio di Mariupol e nell’area di guerra. Rapine e omicidi commessi dai battaglioni ci sono stati nelle regioni di Zaporozhe, di Dnepropetrovsk. Ogni battaglione risponde a un centro ben preciso: così “Ajdar” al Ministero della Difesa, “Dnepr” alla polizia nazionale, “Azov” è formalmente un reggimento della Guardia Nazionale, ma non risponde né a questa, né alla Direzione delle operazioni di guerra, bensì al Ministro degli interni Arsen Avakov.

L’ex agente del SBU ha parlato del bombardamento con razzi “Grad” sulla città di Mariupol, nel gennaio 2015, in cui rimasero uccise 31 persone e che, a parere concorde degli abitanti della città, fu opera delle forze ucraine; ha parlato di vari media russi di opposizione, finanziati da Kiev e della partecipazione di strutture militari e non governative occidentali all’addestramento dei battaglioni neonazisti, fino ai preparativi per un’aperta falsificazione delle elezioni del 31 marzo.

A quest’ultimo proposito, vale la pena di aggiungere le dichiarazioni dell’ex deputato Žuravko, secondo cui nelle liste elettorali per le elezioni presidenziali del 31 marzo figurerebbero almeno duecentomila “anime morte” della popolazione del Donbass, tra cui addirittura i nomi di Tolstykh, Pavlov e l’ex Presidente della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko, assassinato lo scorso 31 agosto.

Ma, soprattutto, Prozorov ha parlato delle responsabilità ucraine nell’abbattimento del Boeing malese. Le sue convinzioni si basano, tra l’altro, anche sul fatto che la reazione all’accaduto da parte della leadership ucraina fu incredibilmente rapida, come se Poroshenko e i suoi servizi sapessero tutto in anticipo; il secondo elemento, è la deliberata mancata chiusura dei corridoi aerei civili nell’area delle ostilità e il terzo, che, di fronte a ogni tentativo di discernere attentamente le circostanze della tragedia, viene sempre detto: “Non ti immischiare, se non vuoi passare dei guai”.

Prozorov ha anche affermato che il vice capo dell’amministrazione presidenziale Valerij Kondratjuk e il capo dell’Intelligence militare Vasilij Burba sono coinvolti nel tentativo di nascondere le tracce della colpevolezza ucraina.

Il sito topwar.ru ricorda come l’indagine olandese (la maggior parte dei passeggeri era olandese) sull’abbattimento del Boeing stia continuando in maniera più che strana, rifiutando ad esempio di prendere in esame il numero di serie del missile “Buk”, che ne dimostrerebbe l’appartenenza a un'unità militare ucraina.

Lo scorso gennaio, il direttore della rivista tedesca World Economy, il politologo di origine ucraina Aleksandr Sosnovkij, associato dell’Istituto amburghese “Haus Rissen” e dell’Accademia della Bundeswehr, aveva affermato, in diretta al canale “Rossija 1” che nella tragedia del Boeing sono coinvolti gli Stati Uniti. “Non è un caso” aveva detto, “che proprio ora siano trapelati i presunti colloqui tra Angela Merkel e la Ministra della difesa, secondo cui Merkel avrebbe rifiutato di fornire assistenza militare all’Ucraina nell’area di Kerch, lo scorso novembre, e anche i francesi si siano rifiutati. Ho detto quattro settimane fa che esistono documenti ufficiali in cui è assolutamente mostrato il legame della provocazione condotta dalla marina ucraina con aerei “Awacs” della NATO, che hanno accompagnato praticamente l’intera operazione”.

Sosnovskij osservava che la tedesca “NT-Fau” aveva a suo tempo pubblicato materiali sulla scomparsa, anni fa, di un Boeing malese e, secondo una delle versioni, l’aereo sarebbe scomparso dopo essere entrato nella zona delle manovre che USA e Malaysia stavano conducendo e, nota “NT-Fau”, proprio come è accaduto un più tardi nel Donbass”.

Secondo Sosnovskij, gli Stati Uniti “hanno messo direttamente in relazione la possibilità della scomparsa del primo Boeing malese con il Boeing abbattuto nel Donbass”. “Per la prima volta, anche se indirettamente, gli Stati Uniti sono definiti possibile causa della tragedia. Ciò significa che in Germania si è avuto un cambiamento nella comprensione della situazione, e questo si approfondirà ogni giorno di più”.

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11/10/2017

Ancora sul Boeing malese abbattuto in Ucraina

Da mesi, molti mesi, è calato un ben comprensibile – da parte di chi ha interesse a tacere – silenzio occidentale sulla tragedia del Boeing malese MH17, abbattuto il 17 luglio 2014 nei cieli del Donbas sopra l’area di Torez e costato la vita a 298 persone. “Inchieste” internazionali; commissioni “indipendenti” (con la partecipazione di funzionari ucraini); ricostruzioni sperimentali dell’accaduto che, escludendo la responsabilità delle milizie, non sono mai state prese in considerazione; testimonianze di avieri ucraini semplicemente ignorate e ignorate pure le circostanze secondo cui ogni satellite statunitense sarebbe stato in grado, in maniera elementare, di verificare le reali circostanze dell’accaduto...
Quante volte si è detto che, se i golpisti e i loro compari avessero avuto la benché minima idea di una responsabilità delle milizie delle Repubbliche popolari, i corifei liberal-occidentali della comunicazione di regime avrebbero battuto la grancassa a ripetizione. Invece nulla. Oblio. Omertà.

Il silenzio è stato rotto, ancora una volta, da un ex-militare ucraino, Roman Labusov, tenente-colonnello transfugo da pochi giorni verso le milizie della DNR. Nel corso di una conferenza stampa, Labusov ha detto di essere in possesso di materiali segreti del Servizio di sicurezza ucraino (SBU), relativi principalmente all’abbattimento del Boeing malese e alle ripetute visite di funzionari e alti esponenti politici USA in Ucraina. Nel corso della conferenza stampa, di cui Russkaja Vesna mostra alcuni momenti, Labusov, che era a capo del settore cifra del SBU, alla precisa domanda di un giornalista sulle responsabilità per la tragedia del volo MH17, non indica soggetti concreti, ma in modo eloquente afferma che le indicazioni dei vertici politici golpisti e dei Servizi segreti erano quelle di “non indagare sul crimine, ma mettere insieme dettagli secondo cui l’aereo fosse stato abbattuto dalle milizie della DNR. Perciò, tutti i fatti erano semplicemente messi da parte”. Labusov ha affermato non esserci dubbi sul fatto che l’attacco all’aereo civile fosse un’operazione accuratamente pianificata e ben indirizzata.

Da parte sua, Rossijskaja Gazeta scrive di un altro ex-ufficiale ucraino, il maggiore Jurij Baturin, il quale avrebbe dichiarato in tv che il Boeing fu abbattuto da un razzo contraereo “Buk” lanciato dalle forze ucraine e, precisamente, da una batteria in servizio al 156° battaglione “Città di Zolotonoša”, proprio in quei giorni dislocato nell’area da cui, secondo ogni ipotesi, sarebbe stato lanciato il missile. Sul fatto che quel settore, nelle vicinanze del villaggio di Zaroščinskoe, al momento dell’abbattimento fosse controllato dalle truppe di Kiev, secondo il Procuratore generale della DNR, Roman Belous, è ora dimostrato da nuove prove.

Accanto alle stragi di civili nel Donbass, accanto agli assassinii di militanti comunisti e di sinistra, accanto alle sfilate SS e alla “desovietizzazione”, sono queste le “gesta” dei golpisti ucraini, ai cui vertici anche l’italica “sinistra” di governo non disdegna di stringere la mano.

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03/07/2017

Il “misterioso” silenzio occidentale sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014

Il Ministero degli esteri della junta golpista di Kiev ha ritenuto doveroso porgere i propri sentiti ringraziamenti alla UE, per aver prolungato di altri sei mesi, fino al 31 gennaio 2018, le sanzioni contro la Russia. “Speriamo che a settembre 2017 siano prolungate anche le sanzioni individuali per azioni che intaccano l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”, è detto nella nota di Kiev.

Tra le diverse e variegate motivazioni addotte a suo tempo per l’adozione, da parte dell’amministrazione Obama – e, a seguito di quella, anche da parte UE – delle sanzioni contro la Russia, una, peraltro lasciata opportunamente nel dimenticatoio per evitare di incorrere nel vecchio adagio maoista secondo cui “i reazionari sono degli stupidi: sollevano una pietra per lasciarsela cadere sui piedi”, riguardava l’abbattimento del Boeing malese MH17, il 17 luglio 2014, nei cieli del Donbass.

Da tempo si è detto che il silenzio caduto sopra il fatto, che costò la vita a quasi trecento persone, già di per sé la diceva lunga sulle accuse lanciate dai golpisti e dalle cancellerie occidentali, in primis contro le milizie popolari, additate come responsabili dirette dell’abbattimento e, per proprietà transitoria, contro Mosca, che avrebbe loro fornito il sistema terra-aria “Buk” atto alla bisogna, salvo poi riportarlo in territorio russo. A proposito del “improvviso silenzio USA sulla responsabilità russa”, alcuni media occidentali avevano da tempo notato come, se davvero Kiev e Washington non avessero avuto la “coda di paglia” e fossero state in possesso del pur minimo indizio contro le milizie del Donbass, non avrebbero mai cessato di accusarle, come invece hanno fatto da tempo.

Bene, ieri, il giorno stesso in cui Kiev rivolgeva i propri ringraziamenti a Bruxelles per le sanzioni, il sito Soveršenno sekretno ha pubblicato materiali secondo cui nell’abbattimento del Boeing malese potrebbero essere coinvolti velivoli dell’areonautica militare ucraina. A dire il vero, la versione non è nuova: dalla testimonianza dell’aviere ucraino che, oltre ad aver visto decollare un caccia e poi rientrare senza i missili di bordo, aveva sentito anche le parole criptiche del pilota sconvolto, ai dati dei sistemi radar russi, che indicavano come un Su-25 ucraino fosse in volo a una distanza di 3-5 km dal Boeing malese, ai numerosi “misteri” della cosiddetta commissione d’inchiesta olandese.

Soveršenno sekretno pubblica ora il piano di volo tracciato e firmato il giorno precedente la tragedia, il 16 luglio 2014, dal capitano Vladislav Vološin, della 299° brigata dell’aviazione tattica ucraina, e controfirmato dal colonnello Gennadij Dubovik. Secondo il piano, il velivolo sarebbe decollato dalla base Čuguev, nella regione di Kharkov, in direzione sudest, secondo una traiettoria che andava a incrociare il Boeing civile malese. Nella pubblicazione sono riportate anche le conversazioni intercorse tra i militari ucraini. Soveršenno sekretno non sostiene che il Boeing sia stato abbattuto dal capitano Vološin, ma si limita a sollecitare uno studio più attento dei materiali, compreso l’ordine di volo 734, preparato dal colonnello Dubovik all’antivigilia dell’abbattimento del Boeing e in cui sono indicati i vari velivoli (Su-25M1 N°08, Su-27 N°36, MiG-29MY1 N°29) che sarebbero stati impegnati in combattimento il 17 luglio. Nulla di sconvolgente, dunque, come scrive lo stesso Soveršenno sekretno; ma, in ogni caso, sufficiente quantomeno a sconfessare quanto si era affrettato a sostenere, alle 8 di sera di quel 17 luglio, Interfax-Ukraina, secondo cui “Oggi l’aviazione delle forze ATO” – l’operazione antiterrorismo, come la junta definisce la guerra contro il Donbasss – “non si è assolutamente alzata in volo: né elicotteri, né aerei, né caccia”. Nella conversazione con la fonte di Soveršenno sekretno, il tenente-colonnello Baturin, al comando del reparto 4104, ha dichiarato che il 17 luglio 2014, aerei militari ucraini “erano in volo per eseguire l’ordine N°1 per la distruzione di obiettivi aerei nella zona di Snežnoe e Torez”. Soveršenno sekretno aveva già in precedenza pubblicato una copia dell’ordine delle Forze armate ucraine per la distruzione di ogni indizio e testimonianza sull’abbattimento del Boeing.

Forse anche per mettersi al sicuro da brutti scherzi che possono mettere a repentaglio “segreti” come quello sull’abbattimento del Boeing malese, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha annunciato ieri che l’Alleanza aumenterà il numero di aerei da guerra in grado di aggirare i moderni sistemi antimissile. Non solo, la NATO ha “intenzione di rafforzare anche i propri sistemi antimissile, compresi i vascelli con a bordo mezzi difesa aerea”.

Così che nessuno possa intervenire a turbare il silenzio sulle responsabilità del prossimo, non così improbabile, abbattimento.

Fonte

01/07/2017

Volo MH17: non so di chi sia la colpa, ma so di chi è la responsabilità

Il 17 luglio del 2014 si consumò una delle peggiori tragedie nella storia dell’aviazione civile. Un aeroplano della Malaysia Airlaines (identificato con il codice MH17) in volo tra Amsterdam e Sepang precipitò sul Donbass, tutte le 298 persone a bordo morirono. Circa due terzi dei passeggeri erano cittadini olandesi, sull’aereo c’erano otto persone minorenni. Il destino beffardo volle che a bordo si trovassero anche sei tra i maggiori esperti mondiali di AIDS, l’aereo precipitò proprio nella parte d’Europa in cui c’è una maggiore diffusione del contagio.

Al momento della tragedia il velivolo viaggiava ad una quota superiore ai 10mila metri e ad una velocità di 915 Km/h.

Le autorità ucraine dichiararono (con una rapidità quantomeno sospetta) che il velivolo venne abbattuto dai ribelli del Donbass con un missile di tipo BUK. La stessa teoria è stata successivamente ripresa da diverse commissioni, tra cui alcune di quelle a cui si da adito in occidente. Questa è una storia totalmente assurda, infatti le Milizie del Donbass non dispongono di missili BUK funzionanti, che invece sono tra le disponibilità delle forze armate ucraine (in parte retaggio sovietico e in parte successivi acquisti dalla Russia). Alla luce di ciò, per cercare di rendere verosimile la storia ne venne inventata una nuova, ancora più assurda: il sistema missilistico venne portato dalla Russia in Donbass, sparò all’aereo e poi venne riportato in Russia. Stiamo parlando di una rampa di lancio installata su di un veicolo cingolato, un qualcosa che non potrebbe mai passare il confine con la Russia senza essere individuato dai satelliti occidentali (il Donbass è probabilmente l’area maggiormente sorvegliata al mondo). Risulta quindi evidente l’assurdità della ricostruzione che incrimina le Milizie Popolari, queste non sarebbero mai state in grado di colpire un aereo a quella quota.

Ma se l’aereo fosse stato davvero abbattuto da un missile BUK, allora si dovrebbe chiedere conto all’unico soggetto che in quell’area disponeva di tale dispositivo funzionante: l’Esercito ucraino che finora ha tenuto una condotta omissiva. Al riguardo giova ricordare un tragico precedente. Il 4 ottobre del 2001 un aereo in volo tra Tel Aviv e Novosibirsk precipitò nel Mar Nero e tutte le 78 persone a bordo morirono. Le indagini puntarono subito contro i palestinesi e l’Ucraina non smentì l’ipotesi. Tuttavia, il recupero dei rottami consentì di stabilire senza alcun margine di dubbio che l’aereo venne abbattuto da un missile lanciato per sbaglio dall’Ucraina. Una disattenzione fatale può capitare, gli esseri umani non sono infallibili, ma la gravità è nel fatto che l’Ucraina preferì non confessare subito le proprie responsabilità facendo ricadere la colpa sul popolo palestinese. Speravano di farla franca e questo è imperdonabile. Quindi è legittimo avere il sospetto che l’Ucraina stia nuovamente “facendo la vaga” per non assumersi le proprie responsabilità.

Per completezza d’informazione va elencata anche un’altra ipotesi: il velivolo potrebbe essere stato abbattuto in quanto inavvertitamente finito in mezzo ad un duello aereo.

Stando alle informazioni attualmente disponibili, non si può avere alcuna certezza sulla dinamica dell’incidente, chi accusa qualcuno spesso lo fa solo per motivi politici e non sulla base di valide prove.

Seppur non si possano individuare i colpevoli, è però evidente di chi sia le responsabilità dell’accaduto: di un capitalismo senza scrupoli che per risparmiare qualche centinaio di euro è disposto a far morire centinaia di persone.

Vanno ulteriormente contestualizzati i fatti. Il Donbass misura appena 15mila chilometri quadrati (più o meno quanto il Montenegro) e seppur si trovasse sulla rotta ottimale era facilmente evitabile con una piccola deviazione che sarebbe costata praticamente nulla in termini di carburante e di tempo. Invece il velivolo attraversò il Donbass. L’aereo non doveva sorvolare quell’area perché è teatro di una guerra e l’aviazione ucraina all’epoca dei fatti bombardava regolarmente le città. Al contempo, l’Ucraina temeva l’intervento aereo russo. Quindi è plausibile che chiunque avvistasse un aereo cercasse di abbatterlo.

Far passare un aereo in quel punto in quel momento è l’equivalente di voler attraversare a piedi un campo di battaglia mentre infuriano gli scontri: una condotta scellerata che potrebbe verosimilmente avere conseguenze fatali.

Per questo andrebbero inchiodatati alle proprie responsabilità sia la compagnia aerea che gli organi di controllo internazionali. Non per sete di vendetta, ma per dare un segnale forte e chiaro: che la vita umana non ha prezzo e deve essere rispettata.

Questa affermazione può sembrare un’ovvietà ma questa storia ci dimostra che per qualcuno non è così. Nella più folle ricerca del profitto, per risparmiare pochi euro e qualche minuto, si è fatto schiantare un aereo con tutte le persone a bordo. Ciò non deve succedere mai più, per questo serve prendere dei provvedimenti che siano da monito per tutti gli altri speculatori.

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02/10/2016

Boeing malese: il rapporto de L’Aja è “parziale e politicamente motivato”


E' una buona notizia, ha commentato il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, a proposito del fatto che il Ministero degli esteri olandese abbia convocato l'ambasciatore russo, per discutere delle critiche mosse da Mosca al rapporto della commissione d'inchiesta sull'abbattimento del Boeing malese MH17 sui cieli dell'Ucraina, nel luglio 2014; “il nostro plenipotenziario avrà così l'opportunità di esporre il punto di vista di Mosca” ha detto Peskov.

In precedenza, gli olandesi avevano qualificato come “infondati e inaccettabili” i rilievi russi a proposito dell'indagine sul disastro che era costato la vita a 298 persone. Un'indagine che non ha mai preso in considerazione gli elementi forniti a più riprese dalla parte russa e anche da fonti esterne (lo storico olandese Jost Nimjuller, ad esempio, autore di un volume sulla tragedia del Boeing, si è sempre detto sconcertato che non siano mai stati presi in considerazioni i dati della radiolocalizzazione) e che anzi sembra essersi indirizzata, sin dall'inizio, a “trovare” elementi tali da poter addossare alle milizie del Donbass la responsabilità della tragedia, ignorando ogni evidenza a contrario.

E il Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, intervistato dalla BBC e invitato a scusarsi per il “fatto” che, secondo il rapporto olandese, il sistema missilistico “BUK” con cui, secondo la commissione internazionale JIT, le milizie avrebbero colpito il Boeing, sarebbe stato loro fornito dalla Russia e successivamente riportato indietro, ha fermamente rifiutato ogni scusa. “Scusarsi per cosa?”, ha risposto Lavrov all'intervistatore; “Ci sono un centinaio di nomi, che figurano nell'indagine, ma essi finora non sono stati sentiti in qualità di sospettati”, ha detto Lavrov, aggiungendo che Mosca intende aspettare i risultati definitivi dell'inchiesta. Lavrov ha detto che la Russia ha reso pubblici e ha fornito alla Commissione un'enorme quantità di dati sull'abbattimento del velivolo, ma non ha ricevuto da essa alcuna risposta. Mentre invece, secondo Lavrov, la Commissione non ha reso pubblici i dati da essa esaminati e ottenuti da Ucraina e USA.

L'Aja si era dunque ritenuta lesa dalle critiche mosse ai “primi risultati dell'indagine condotta dalla JIT da parte di rappresentanti del Cremlino, dei Ministeri degli esteri e della difesa russi”, che “hanno messo in dubbio la professionalità, l'onestà e l'indipendenza della procura olandese” e ha quindi convocato l'ambasciatore russo.

Lo scorso 28 settembre, dopo la pubblicazione del rapporto internazionale della JIT, Piazza Smolenskaja (sede del Ministero degli esteri russo) lo aveva in effetti definito “parziale e politicamente motivato”. “E' divenuta una norma, per i colleghi occidentali, indicare colpevoli a proprio piacimento e inventare risultati desiderati” aveva detto la portavoce Marija Zakharova, ricordando che Mosca in più occasioni “aveva proposto di operare di comune accordo, basandosi solo sui fatti”. E invece, “gli inquirenti internazionali hanno escluso Mosca dalla partecipazione alle indagini e, sembra un brutto scherzo, hanno invece fatto dell'Ucraina un membro a pieno titolo della JIT, dandole la possibilità di manomettere le prove e capovolgere il caso a proprio favore". Zakharova aveva notato come "tutto ciò su cui si basano le cosiddette prove della procura olandese, è stato presentato dall'Ucraina che è senza dubbio parte interessata".

Il sito rusjev.net, non certo tenero con Mosca, scrive che L'Aja “sin dall'inizio sapeva che il MH17 era stato abbattuto dal “BUK” russo”; o meglio: il governo olandese si era detto “convinto da subito della responsabilità delle milizie nell'abbattimento del velivolo” e su questo “fondamento” sono state condotte le cosiddette indagini. Ciò si evincerebbe da alcuni documenti che i media olandesi NOS, RTL e Volkskrant ora chiedono vengano resi pubblici. E' appena il caso di ricordare come la Commissione mista composta da rappresentanti di Australia, Belgio, Malesia, Olanda e Ucraina (coinvolte a titolo diverso, non solo per la presenza di propri passeggeri a bordo del Boeing) abbia praticamente ignorato le diverse ricostruzioni sperimentali dell'accaduto, effettuate dal consorzio “Almaz Antej”, produttore dei sistemi “BUK” e non abbia ovviamente preso in considerazione la presenza in volo, al momento dell'abbattimento, di caccia ucraini.

Un'ulteriore “stranezza” è anche quella della pubblicazione di un proprio rapporto sulle comunicazioni tra i controllori di volo e i piloti del Boeing, che il Ministero della difesa ucraino aveva annunciato per ieri e che invece è stato annullata, col pretesto di una presunta interferenza di haker.

Il sito Segodnija.ru titola molto esplicitamente “Clownata che provoca sangue”, intendendo con ciò che il rapporto, preconfezionato sin dall'inizio, due anni fa, tra Washington e Kiev, fornisce una spinta eccellente al Dipartimento di stato per “continuare a demonizzare la Russia” e, alla junta ucraina, per seguitare ad accusare le milizie di “terrorismo sponsorizzato da Mosca”, ergersi a “vallo di difesa europea” e andare avanti nella sua scelta di “risolvere” la questione del Donbass con la guerra. In tal modo, anche Berlino e Parigi sarebbero costrette ad abbandonare i piani della road map per l'adempimento degli accordi di Minsk e le sorti dei golpisti sarebbero nuovamente sollevate dopo le recenti debacle internazionali.

Prendendo in prestito il titolo di rusjev-Russkij Evrej, si può dire che Washington sin dall'inizio aveva comunicato a L'Aja che il MH17 era stato abbattuto dal “BUK” russo.

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27/09/2016

Washington accetta lo status speciale del Donbass?

Appena una settimana fa, al termine della riunione del Gruppo di contatto a Minsk, il rappresentante della DNR, Denis Pušilin aveva dichiarato che l'Ucraina ha dimostrato di essere orientata a un dialogo costruttivo. Se il via all'arretramento dei reparti dal fronte è legato all'osservanza del cessate il fuoco, le notizie dal Donbass non lasciano grosse speranze sul processo di pace. Non è ancora passato un giorno senza che le truppe ucraine abbiano bersagliato, con armi leggere o di grosso calibro, qualche villaggio o quartiere di città di DNR e LNR. La scorsa notte è toccato prima al rione Petrovskij di Donetsk e, dopo, alla zona industriale di Jasinovata, a essere presi di mira con mortai da 82 e 120 mm, lanciagranate e armi automatiche. Colpita ripetute volte anche Zajtsevo, nel nord della DNR. Questo, a fronte dell'ordine impartito alle milizie, già dal 14 settembre scorso, di osservare un assoluto cessate il fuoco e non rispondere in nessun caso alle provocazioni ucraine.

In effetti, già il giorno successivo all'incontro di Minsk, il 22 settembre, News-front scriveva che i comandanti in campo ucraini si rifiutavano di ottemperare agli accordi sul ritiro delle truppe dalla linea di contatto, col pretesto che il previsto arretramento di un km ciascuno, sia da parte delle truppe di Kiev che delle milizie, avrebbe avvantaggiato queste ultime, che si verrebbero a trovare in una posizione superiore del terreno. E' probabile che tra quei comandanti ci sia anche qualche caporione dei battaglioni neonazisti, di quelli che il Ministero degli interni e il suo capobanda, Arsen Avakov, avevano reclutato tra la criminalità comune e assorti poi a leader di bande terroristiche quali “Šakhtërsk” o “Tornado” che, nella zona di Stanitsa Luganskaja, hanno avuto modo di continuare rapine, saccheggi, assassinii e stupri, senza per questo finire sotto processo, ma anzi ricevendo encomi.

Quantunque, la maggior parte di essi pare sia già tornata a praticare quelle “lecite” attività nelle città ucraine: l'ultimissimo esempio è l'episodio avvenuto domenica scorsa nel centro di Dnepropetrovsk, in cui una multa per divieto di sosta inflitta a un ex “eroe” di “Tornado” è costata la vita ai due malcapitati vigili urbani.

Ma ora, quando mancano pochi giorni alle cosiddette “primarie” (si terranno il 2 ottobre) per scegliere i candidati in vista delle elezioni locali in DNR e LNR, previste dalla road map illustrata dai Ministri degli esteri tedesco e francese, Frank-Walter Steinmeier e Jean-Marc Ayrault, per l'attivazione degli accordi di Minsk, ci sarebbe un fatto apparentemente nuovo. Ancora su News-front, Svjatoslav Knjazev scrive che il vice Presidente USA Joe Biden avrebbe accettato, a nome di Kiev, il riconoscimento dello status speciale per il Donbass. Biden, modificando leggermente la precedente impostazione di Washington, ritiene che Mosca non intenda conquistare l'Ucraina, ma solo raggiungere un cambio di potere tale da “riportarla sotto l'influenza russa”. Sembrerebbe un passo in avanti, rispetto a quando gli USA sostenevano le sparate di Petro Porošenko sui “200mila soldati russi in Ucraina” e apertamente appoggiavano i massacri della popolazione di lingua russa, così da provocare l'intervento di Mosca, poterla accusare di aggressione e metterla in contrapposizione alla UE. Essendosi le truppe ucraine dimostrate fragili sul campo ed essendo divenuto chiaro il degrado di criminalità e corruzione dell'Ucraina, così deleterio per gli affari occidentali (cui non nuoce però l'aperto neonazismo di regime) ecco che Washington, senza tuttavia abbandonare del tutto la precedente variante bellica, cambia registro e tenta di trascinare anche il Donbass nella stessa palude che sta affondando l'Ucraina. Non ci sarà alcuna federalizzazione del paese, scrive Knjazev; al massimo una decentralizzazione, che interesserà anche altre regioni ucraine, così che anche il Donbass si troverà a dover applicare leggi di Kiev come quelle, per dire, sulla decomunistizzazione o sulla eroicizzazione dei banderisti filonazisti e parte delle leadership di DNR e LNR verrà integrata nello establishment ucraino, parte verrà gettata in carcere e un'altra parte verrà lasciata libera di essere infangata dai media del regime.

Ma anche la nuova tattica di Biden appare troppo “spinta” ai nazionalisti ucraini. Il deputato di “Pravij Sektor” Borislav Bereza si è detto contrario – secondo sondaggi ufficiali, oltre la metà degli ucraini sarebbe contraria – allo status speciale per il Donbass.

"Se concediamo uno status speciale a quel territorio” ha detto, “non usciremo mai dall'influenza della Russia, non ci libereremo mai, non riusciremo a integrarci nella famiglia europea e verremo tirati indietro nel “sovok” (termine dispregiativo con cui si indicava l'Urss già in epoca sovietica).

L'integrazione nella “famiglia europea”, che tanto sta a cuore ai neonazisti ucraini, è quella per cui Kiev è riuscita nell'ultimo anno a ridurre ulteriormente le spese per pensioni (dal 18 al 12% del PIL) e assistenza sociale (dal 36 al 26%), “traguardo” di cui si vanta l'ex vice premier slovacco e attuale consigliere del Ministero delle finanze ucraino, Ivan Mikloš, il quale si rammarica di non aver potuto fare altrettanto per istruzione e sanità.

Intanto pende sempre più pericolosamente su Kiev il pericolo che i risultati definitivi dell'inchiesta sull'abbattimento del Boeing malese MH17, nel luglio 2014, confermino che l'aereo non fu colpito dalle milizie, come si affrettarono a “stabilire” tutti media ucraini e occidentali all'indomani della tragedia, ma da forze ucraine. Dopo le indiscrezioni divulgate un paio di settimane fa dalla commissione internazionale JIT, ieri è stata la volta di fonti militari russe, che si appresterebbero a trasmettere agli esperti olandesi che conducono l'inchiesta, i dati dei radar “Utes-T” della regione di Rostov sul Don che, al momento in cui il Boeing fu colpito, avevano individuato due velivoli, uno civile e uno militare.

Sommando il tutto, non stupisce poi così tanto che i media ucraini scrivano sempre più spesso dei preparativi di fuga di Petro Porošenko.

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08/09/2016

Funziona ancora il ‘formato normanno’ per il Donbass?

Ultime novità sull'Ucraina: l'ex segretario generale Nato e odierno “consigliere” presidenziale ucraino, il danese Anders Fogh Rasmussen, prevede che l'occidente fornirà armi letali a Kiev, se la Russia “destabilizzerà l'Ucraina orientale”. Dovendo in qualche modo giustificare l'Ordine della Libertà (!) ricevuto nel 2014 dalle mani di Petro Porošenko per il “significativo contributo allo sviluppo della cooperazione tra lo Stato ucraino e l'Alleanza Atlantica e per il forte sostegno nel difendere la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale dell'Ucraina», Fogh ha pronosticato che “se la Russia non adempierà gli impegni di Minsk” – che impegnano proprio Kiev, che dal febbraio 2015 sta facendo l'esatto contrario di quanto in essi previsto – “verrà il momento in cui Occidente e Nato forniranno all'Ucraina armi difensive letali” per difendersi “dall'aggressione russa”.

O potranno forse incorrere di nuovo in un “errore catastrofico”, in una “tragica casualità”, o addirittura incolpare un proprio reparto di “bassa qualificazione del personale addetto”, allorché si ripeterà una sciagura come quella del Boeing malese MH17, abbattuto nel luglio 2014 da reparti di Kiev, come trapelato dalle indiscrezioni della commissione internazionale JIT incaricata delle indagini. Pur se i risultati ufficiali verranno divulgati solo a fine mese, pare che intanto, alla maniera yankee – vedi ambasciata cinese a Belgrado, treno in Serbia, aereo civile sul Golfo persico, ospedale a Kunduz, Croce Rossa a Kabul, ecc. – si cominci a preparare l'opinione pubblica al fatto che i 298 passeggeri del Boeing furono uccisi da un missile sparato da reparti ucraini, ma che, in fondo, si era trattato di un “tragico errore”.

In fondo, dice Fogh Rasmussen, è Mosca e non Kiev a dover “adempiere gli impegni di Minsk” e le “tragiche casualità” possono essere superate solo con l'intervento del nuovo “deus ex machina”: il Dipartimento di stato USA, come ora sostiene anche Berlino.

Secondo il capo del dipartimento per l'Ucraina del Ministro degli esteri tedesco, Johannes Regenbrecht, il “formato normanno” (Germania, Francia, Russia e Ucraina) potrebbe essere allargato agli Stati Uniti, senza i quali, sostiene Regenbrecht, “non ci saranno progressi”. A suo tempo era stata proprio Angela Merkel, come ricorda Svetlana Gomzikova su Svobodnaja Pressa, a opporsi all'ingresso di Polonia o USA nel quartetto e appena qualche giorno fa, a lato del G20 in Cina, Putin, Merkel e Hollande avevano ribadito di volersi attenere a quel formato. Di fatto, però, come nota il politologo Aleksandr Kamkin, il “formato normanno” è più morto che vivo; inoltre, Obama sta convulsamente cercando un'occasione per poter marcare almeno la propria uscita di scena, dopo la serie infinita di debacle della sua presidenza. E d'altronde, pare che Berlino intenda in qualche modo defilarsi, lasciando a Washington il ruolo di “primo violino”: gli europei, sostiene Kamkin, cominciano a essere stanchi dell'Ucraina, un paese in piena bancarotta politica ed economica. E sempre più isolato: l'unico leader straniero giunto a Kiev lo scorso 24 agosto per la festa della “indipendenza” è stato il presidente polacco Andrzej Duda e al G20 di Hangzhou l'Ucraina, a differenza di Egitto, Kazakhstan e altri, non è stata invitata nemmeno come osservatore.

D'altronde, l'ipotesi tedesca è stata fatta ventilare a un politico di secondo piano, quasi un sondaggio delle risposte russa e americana. Da parte statunitense, però, si dovrà probabilmente attendere il nuovo presidente che, nel caso della Clinton, sosterrà certamente una dura contrapposizione alla Russia. In fondo, nota Kamkin, il proprio obiettivo geopolitico gli USA lo hanno già raggiunto: quaranta milioni di ucraini trasformati in nemici acerrimi di Mosca. Qualsiasi “formato normanno” non è che proforma: finora Hollande o Merkel hanno fatto qualcosa per impegnare Kiev al rispetto degli impegni presi a Minsk?

Anche il politologo dell'Istituto di relazioni internazionali Vladimir Pantin ritiene poco probabile il proseguimento del “formato normanno” nell'attuale struttura e pensa che solo i reali controllori del regime di Kiev, gli USA, possano far pressione su Porošenko. Ma Washington non pare lontanamente interessata a una soluzione pacifica nel Donbass, perché ha bisogno di un'Ucraina agguerrita contro Mosca. Lo stesso Porošenko non può modificare la Costituzione ucraina, come previsto a Minsk, per concedere uno status speciale al Donbass, senza correre il rischio che un eguale status speciale venga preteso da molte altre regioni, il che sancirebbe il collasso definitivo dello stato ucraino.

E su Svobodnaja Pressa c'è addirittura chi, come Eduard Limonov, invita Vladimir Putin a tirarsi fuori dal “quartetto normanno” e lo fa alla maniera dell'ex Partito nazional-bolscevico (da tempo fuorilegge). Limonov assicura Putin che esiste un'alternativa al “formato normanno”: una unione degli stati che pretendono la restituzione di propri territori, oggi “colonie” ucraine, quali Russia, Polonia, Ungheria, Romania e Slovacchia. “La Seconda guerra mondiale è finita da tempo, ma l'Ucraina non restituisce i territori-colonie” scrive Limonov; “L'unione degli stati i cui territori sono colonizzati dall'Ucraina sarà più forte di ogni accordo e formato normanno e anche la russofoba Polonia non resisterà alla seduzione di riprendersi L'vov e quattro regioni polacche”. Ma non basta. Limonov incita Putin ad “annunciare di fronte al mondo che le regioni sottratte illegalmente alla Russia – quelle di Odessa, Nikolaev, Kherson, Zaporože, Dnepropetrovsk, Donetsk, Lugansk e Kharkov – sono popolate da russi e gente di lingua russa e che la Russia considera queste persone propri figli e cittadini e d'ora in poi li difenderà e li riporterà sotto l'ala della madre-Patria. In Europa non saranno soddisfatti. In USA non saranno contenti. In Russia e nelle aree di cui sopra si rallegreranno”.

Coi piedi un po' più sulla terra, il leader della DNR Aleksandr Zakharčenko – che Limonov sembra quasi accusare, insieme alle intere leadership di DNR e LNR di “connivenza col nemico” – ha proposto a Porošenko un incontro faccia a faccia alla frontiera con la regione di Dnepropetrovsk o quella di Kharkov. Tra le condizioni preliminari poste da Zakharčenko: “Primo, lasciare immediatamente il territorio dell'ex regione di Donetsk, ritirare tutte le unità dell'esercito, del Ministero degli interni e ogni unità armata. Secondo, durante il ritiro non darsi a saccheggi e liberare tutti i condannati per motivi politici”.

E' evidente che senza un intervento diretto dei “tutori” d'oltreoceano che faccia pressione su Kiev, la proposta di Zakharčenko ha per ora assai poche possibilità di realizzazione. Washington non sembra per ora intenzionata a piantare olivi sul territorio ucraino. Alcuni osservatori prospettano addirittura un'altra variante: che il Dipartimento di stato non abbia più alcun interesse a tenere Porošenko e prepari la sua sostituzione. A fine agosto si era dimesso il capo dell'amministrazione presidenziale, Boris Ložkin, e Porošenko lo ha sostituito con l'ex governatore della regione di Kharkov, Igor Rajnin. L'ex deputato ucraino Oleg Tsarev, intervistato da rusvesna.su, valuta il passo come l'inizio di frenetici preparativi alla fuga. Il fatto è che le dimissioni di Ložkin e il rifiuto dell'attuale ambasciatore negli USA, Valerij Čalij, di prendere il suo posto, significano che gli esponenti della più forte lobby proamericana stanno abbandonando il carro presidenziale e Porošenko si sarebbe visto costretto a nominare una figura come Rajnin, non russofoba come il suo predecessore.

Intanto la guerra continua.

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26/04/2016

BBC: il Boeing malese abbattuto da caccia ucraini o da una bomba della CIA?

Le maggiori agenzie russe riprendevano ieri un servizio del britannico The Daily Mail che, sulla base di un documentario che la BBC manderà in onda a inizio maggio, è tornato, dopo lungo silenzio dei media occidentali, sulla questione dell’abbattimento del Boeing MH17 malese sopra il Donbass, nel luglio 2014, che provocò la morte di tutte le 298 persone a bordo.

Per diverso tempo la maggior parte delle testate europee e statunitensi, amplificando le indicazioni di Kiev, avevano puntato il dito contro le milizie del Donbass, accusandole dell’abbattimento del velivolo con un missile terra-aria. Al tempo stesso, avevano qualificato le prove, le dimostrazioni tecniche e le simulazioni sperimentali a contrario, presentate da varie fonti, come “inconsistenti” e avevano giudicato inattendibile, perché “istruito da Mosca”, l’aviere allora in servizio alla base da cui era partito il caccia ucraino, secondo la cui testimonianza, questo era rientrato a terra senza i missili di bordo. Kiev e Washington non hanno mai tenuto conto delle ragioni delle milizie, che hanno sempre sostenuto di non essere state in possesso di sistemi missilistici tali da poter colpire un aereo all’altezza di volo del Boeing.

Al contrario, il Ministero della difesa russo, aveva a suo tempo pubblicato i dati dei sistemi radar relativi all’area dell’abbattimento, dimostrando come, in quei giorni, le forze ucraine avessero lì dislocato sistemi missilistici “Buk” e come anche, immediatamente prima della catastrofe, un Su-25 ucraino fosse in volo a una distanza di 3-5 km dal Boeing malese.

Ora, The Daily Mail scrive che il Boeing malese potrebbe essere stato colpito proprio da un missile aria-aria lanciato da un caccia di Kiev; ne parlerà, scrive il giornale, il documentario della BBCConspiracy Files: Who Shot Down MH17?”, in cui verranno presentati racconti di alcuni testimoni oculari. Daily Mail anticipa la testimonianza di tale Natalja Beronina, che racconta: “Era estate, tempo di mietitura. Udimmo uno scoppio. All’inizio vedemmo del fumo nero e due aerei, piccoli come giocattoli argentati. Volavano diretti; quando sentimmo lo scoppio, uno di essi tornò indietro nella direzione da cui era comparso”. Altri testimoni sostengono addirittura di aver visto il missile in aria, prima di udire lo scoppio. Secondo il Daily Mail, nel documentario potrebbe anche venir avanzata l’ipotesi di un attentato marcato CIA. Il Sunday Express, citato dalla Tass, scrive che per le riprese del film della BBC sono stati sentiti un centinaio di testimoni, diversi dei quali concordano con la Beronina e alcuni parlano della presenza di due caccia ucraini, che avrebbero attaccato contemporaneamente il Boeing civile.

Lo scorso ottobre il Consiglio di sicurezza olandese – gran parte dei passeggeri del Boeing, in volo da Amsterdam a Kuala Lumpur, erano malesi e olandesi, oltre che di altre otto nazionalità – aveva pubblicato i risultati di un’indagine in cui si indicava quale causa del disastro un’esplosione sul lato sinistro della carlinga, causata da una testata 9H314M montata su un missile 9M38 della serie “Buk”. La russa Rosaviatsii aveva però messo in dubbio la validità di tale conclusione. In quell’occasione, il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov aveva accennato a una lunga serie di “stranezze” che avevano accompagnato l’indagine olandese, ricordando come la Russia fosse “stata l’unico paese a fornire dati e immagini dei propri satelliti. Gli americani, che pure dispongono di dati satellitari, non li hanno messi a disposizione e gli ucraini non hanno mai fornito le registrazioni dei colloqui dei controllori di volo”. A proposito dell’indagine olandese, il britannico The Guardian scriveva allora che in essa non vi si facevano nomi di colpevoli e aggiungeva che “si ritiene comunemente che il MH17 sia stato abbattuto dai separatisti appoggiati dalla Russia, tuttavia gli USA hanno improvvisamente smesso di accusare direttamente Mosca”.

Nella tarda serata di ieri è arrivata però una mezza smentita, da parte della stessa BBC, di quanto scritto dal Daily Mail. In questa si sostiene che nel film verranno presentate testimonianze, sia a favore che contrarie, a ognuna delle versioni più diffuse: vale a dire responsabilità russa, ucraina o della CIA. Anzi, la BBC attribuirebbe rilevanza di prova alle conclusioni dell’indagine olandese che punta sul missile terra-aria. La BBC ha anche sottolineato come quanto scritto dal Sunday Express a proposito della responsabilità nell’abbattimento del Boeing da parte di un caccia ucraino, “non espone correttamente il contenuto del film”: tale versione, afferma la BBC, viene presentata nel film insieme ad altre e tuttavia gli esperti la definiscono “improbabile”.

La sensazione è che l’emittente britannica sia stata costretta a fare un passo indietro, per evitare che venga attribuito peso eccessivo alle responsabilità ucraine, non avendo mai avuto valore di prova le affermazioni circa la colpa attribuita da Kiev alle milizie del Donbass. A proposito del “improvviso silenzio USA sulla responsabilità russa”, di cui si era parlato mesi addietro, The Guardian non era la prima testata che notava come, se davvero Kiev e Washington non avessero avuto la “coda di paglia” e fossero state in possesso del pur minimo indizio contro le milizie del Donbass, non avrebbero mai cessato di accusarle, come invece hanno fatto.

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14/10/2015

Lo strano caso dell'inchiesta olandese sull'abbattimento del Boeing malese

Il Consiglio di sicurezza olandese ha pubblicato ieri i risultati preliminari dell'inchiesta sull'abbattimento, il 17 luglio 2014 nei cieli del Donbass, del Boeing malese MH17, in volo da Amsterdam a Kuala Lampur, in cui morirono tutti i 283 passeggeri e i 15 membri dell'equipaggio. Della Commissione di indagine facevano parte esperti olandesi, malesi, belgi, australiani e ucraini, quali parti in causa a diverso titolo: o per la nazionalità delle vittime, o perché Kiev, sul cui territorio era avvenuto il disastro, aveva delegato il caso all'Olanda.

Le conclusioni confermano in parte, scrive la russa RT, i risultati cui erano da tempo pervenuti i tecnici del complesso industriale russo “Almaz-Antej”, produttore del sistema d'arma ritenuto responsabile dell'abbattimento. La differenza è che “Almaz” parla di un modello più vecchio del missile 9M38, indicato dagli olandesi, vale a dire il 9M38M1 a due testate, lanciato da un sistema terra-aria “Buk”, posizionato nell'Ucraina orientale. Già alcuni mesi fa, i tecnici di “Almaz” avevano potuto stabilire anche l'esatta modifica del tipo di missile: si sarebbe trattato di un 9H314, una versione, appunto, molto più vecchia del 9H314M di cui parla il rapporto olandese, uscita di produzione nel 1986 e non più in servizio dal 2011 nll'esercito russo ma, pare, ancora in dotazione alle forze armate ucraine.

Le due inchieste, scriveva ieri RT, concordano sul fatto che il missile andò incontro alla traiettoria dell'aereo ed esplose a una distanza di 20 metri dal lato sinistro della cabina di pilotaggio, provocandone il distacco dal resto della fusoliera. Qui finiscono le concordanze. Il rapporto olandese dice che il razzo partì dall'Ucraina orientale e, senza basarsi su modelli sperimentali, suppone che il punto di lancio fosse nell'area del borgo di Snežnoe, controllato dalle milizie popolari, sebbene scriva che “il missile fu lanciato da un territorio di 320 km2 nell'est dell'ucraina” e che non è compito del Consiglio di sicurezza olandese stabilire il punto esatto di lancio. Secondo “Almaz-Antej”, invece, la posizione del complesso di lancio era quella del villaggio di Zaroščenskoe, controllato all'epoca dalle truppe ucraine e si poteva sicuramente escludere, sulla base dei dati matematici della traiettoria, quella indicata dagli olandesi. “Almaz”, scrive la Tass, ha effettuato due simulazioni: una prima, nell'agosto scorso, i cui risultati furono trasmessi alla commissione d'inchiesta olandese e da questa non presi in considerazione; una seconda, lo scorso 7 ottobre, simulando il punto di lancio supposto dagli olandesi, cioè Snežnoe: l'esperimento, condotto utilizzando un vecchio Il-86, analogo per costruzione e parametri della fusoliera al Boeing 777, pare contraddire completamente le loro conclusioni, sia per il tipo di missile che per area di lancio. Nonostante ciò, il Consiglio di sicurezza olandese non ripeterà le indagini, ha dichiarato il suo portavoce.

Gli esperti olandesi hanno commentato che l'Ucraina avrebbe dovuto chiudere lo spazio aereo sopra l'intera parte orientale del paese, ma che invece “il rischio per l'aviazione civile non fu valutato nella misura dovuta”, tanto che le competenti autorità di Kiev si erano limitate a consentire i voli civili al di sopra dei 9.800 metri, una quota, però, rivelatasi tragicamente bassa. Abbastanza ipocritamente, il Ministro degli esteri ucraino Pavel Klimkin ha dichiarato che Kiev non aveva chiuso lo spazio aereo perché “nessuno poteva nemmeno immaginare che ci sarebbe stata una tale minaccia. Noi ci aspettavamo che là si sarebbero usate armi comuni, entrate nel Donbass dalla Russia, ma non tali complessi quali il Buk”: ha così cercato con un colpo solo di scrollarsi di dosso ogni responsabilità e, al contempo, sostenere indirettamente che l'Ucraina non avrebbe dislocato al fronte tali missili.

In ogni caso, la Casa Bianca ha già fatto sapere che, per gli Stati uniti, rimane valida la versione che, fin da subito, additava le milizie del Donbass quali responsabili del disastro. Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale USA, Ned Price giudica il rapporto olandese “una tappa importante per chiamare a rispondere i colpevoli dell'attacco all'aereo e dell'uccisione di coloro che erano a bordo” con tanto che esso costituisce “un'inchiesta indipendente condotta secondo gli standard internazionali, la pratica raccomandata e in modo professionale” e, soprattutto, è il caso di aggiungere, risponde all'unica versione che aggrada a Washington.

In questa occasione, nessuno ha fatto menzione dell'altra ipotesi, a lungo ventilata, secondo cui nell'abbattimento del Boeing sarebbe stato coinvolto un caccia dell'aviazione ucraina.

Ad ogni modo, delle quattro domande cui, secondo quanto scriveva la Tass alla vigilia, il rapporto olandese avrebbe dovuto fornire risposta – causa della sciagura, fino a che punto a bordo dell'aereo ci si rese conto di quanto stava accadendo, ragioni del permesso di volo sopra la zona del conflitto e come mai i parenti delle vittime dovettero attendere 4 giorni prima di essere informati dalle autorità olandesi – pare che solo le prime due siano state soddisfatte, sebbene, anch'esse, con un'indagine abbastanza a senso unico. La Commissione si è smarcata, sostenendo che non era suo compito stabilire colpe e responsabilità: di questo pare si occupi la Procura olandese.

In definitiva, appare abbastanza esaudiente l'elenco delle “stranezze” di cui hanno parlato sia rappresentanti dell'Osce, sia vari media malesi (la maggioranza delle vittime era malese) sia, infine, ieri, il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Quest'ultimo ha detto che le stranezze nelle indagini condotte dagli esperti di cinque paesi, con in testa l'Olanda, sono così tante che non ha senso commentare la loro nuova iniziativa, cioè la pubblicazione del rapporto preliminare. “Ripetutamente abbiamo acclarato il nostro punto di vista su tutte le stranezze di questo lavoro”, ha dichiarato Lavrov; “dapprima per sei mesi la Malesia non è stata invitata a prender parte alle indagini. Non hanno invitato con ruolo di primo piano l'Organizzazione internazionale per l'aviazione civile. Hanno accettato la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU, ma non l'hanno attuata e nemmeno una volta hanno fatto rapporto al Consiglio di sicurezza. A lungo non hanno trasferito i resti dell'aereo e i cadaveri; poi ne hanno portati via una parte e un'altra parte l'hanno lasciata sul terreno. Non hanno risposto alle moltissime domande rivolte dalla Russia al gruppo d'indagine”. Lavrov, scrive la Tass, ha anche ricordato come la Russia “sia stata l'unico paese a fornire dati e immagini dei propri satelliti. Gli americani, che pure dispongono di dati satellitari, non li hanno messi a disposizione e gli ucraini non hanno mai fornito le registrazioni dei colloqui dei controllori di volo. Gli investigatori non hanno mai voluto parlare con i tecnici di “Almaz”, che pure, a detta degli esperti internazionali, erano gli unici in grado di fornire dettagli essenziali per le indagini. E via di questo passo”. Lo storico olandese Jost Nimjuller, autore di un volume sulla tragedia del Boeing, si dice sconcertato da come il Comitato d'indagine abbia ribadito come, tra i propri compiti, non rientri quello di determinare colpevoli, ma poi abbia indicato come il missile sia stato lanciato da una zona controllata dalle milizie e, quindi, fosse un missile russo; e non si può ignorare il “dettaglio”, ha dichiarato Nimjuller, che il Comitato olandese abbia lavorato fianco a fianco con i tecnici ucraini, direttamente interessati alla direzione delle indagini.

Dunque, scrive Interfax, in Russia sono a dir poco meravigliati del fatto che, dopo aver presentato un rapporto a senso unico, poi il primo ministro olandese Mark Rutte chiami gli esperti russi a collaborare. La Rossijskaja gazeta scrive che il Cremlino condanna i tentativi di “etichettare” qualcuno come colpevole prima ancora di aver definitivamente concluso le indagini; il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha espresso rincrescimento per il fatto che i tecnici russi non siano stati coinvolti nelle indagini, condotte senza prove sperimentali e che “certo non possono essere definite oggettive e a tutto campo, ma, al contrario, tendenziose”.

Di tutt'altro tono, naturalmente, vari media occidentali, i cui commenti sono riportati da Lifenwes. L'americana Fox News proclama senza mezzi termini che il “Boeing fu colpito da un missile di fabbricazione russa Buk”, non specificando però che il rapporto non fa nomi di colpevoli. Quasi sulla stessa linea il britannico Dailiy mail, che parla di “missile russo”, lanciato dal territorio controllato dai “separatisti”. Il Guardian scrive che non si fanno nomi di colpevoli e aggiunge che “si ritiene comunemente che il MH17 sia stato abbattuto dai separatisti appoggiati dalla Russia, tuttavia gli USA hanno improvvisamente smesso di accusare direttamente Mosca”.

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23/11/2014

Volo MH-17 abbattuto - Inchiesta Reuters su inganni, bugie, falsi


Qualcosa di nuovo sul volo 17 della Malaysia Airlines. A quattro mesi dall’abbattimento del Boeing 777 Amsterdam-Kuala Lampur l’agenzia inglese Reuters ha condotto una video-inchiesta sull’abbattimento del MH-17. Da LookOut prendiamo i passaggi salienti dell’agenzia di stampa inglese (non russa).

Cronologia dei fatti elencati dalla severa agenzia di stampa

1) – 17 luglio. Il Boeing-777, Amsterdam-Kuala Lampur, è abbattuto nella provincia di Donestk. 298 i morti.

2) – Il governo ucraino attribuisce immediatamente la responsabilità ai separatisti russi.

3) – Il 18 luglio il presidente americano Barack Obama dichiara: “evidente la responsabilità dell’abbattimento da parte dei filo-russi con un missile terra-aria”.

4) – Il 21 luglio a Mosca il ministro della Difesa e il Comandante dell’Aeronautica presentano fotografie satellitari e tracciati di volo che mostrano la presenza di un aereo militare ucraino in vicinanza del MH-17.

5) – Lo stesso giorno il presidente ucraino Petro Poroshenko dichiara di avere “strong evidence” del luogo di lancio del missile dei ribelli. Kiev è pronta a consegnare le prove alla commissione internazionale.

6) – Le fotografie consegnate sono riconosciute come manipolate anche dagli investigatori tedeschi. Mentre occorrono 40 giorni per consegnare le registrazioni radio tra l’MH-17 e i centri di controllo aereo ucraino.

7) – Nel frattempo hanno dichiarato che i loro aerei non erano operativi quel giorno. Non solo nella zona, ma su tutto il Donbass. C’era una guerra con costanti attacchi aerei da parte ucraina. Ma non quel giorno.

8) – Giusto il 16 luglio, nei pressi di Horlivka, un SU-25 è abbattuto dalle forze ribelli con un missile terra-aria portatile (versione non contestata dagli ucraini).

9) – Gli indipendentisti del Donbass danno accesso al sito del disastro e consegnano le scatole nere. Dopo che l’artiglieria ucraina ha smesso di bombardare inopinatamente l’area, ove non erano stanziati contingenti ribelli.

10) – 9 settembre: anticipazione della Commissione d’inchiesta internazionale. L’abbattimento del Boeing è avvenuto in “result of structural damage caused by a large number of high-energy objects that struck it from the outside”. Colpito da un gran numero di oggetti ad alta potenza.

11) – 19 ottobre Der Spiegel: in audizione parlamentare il BND (Servizio sicurezza tedesco) ha affermato certezza sulla responsabilità dei filo-russi. Né il settimanale, né alcuno successivamente, producono documenti a supporto.

12) – Il 27 ottobre, sempre al Der Spiegel l’investigatore capo tedesco sull’abbattimento rivela che dopo tre mesi gli Stati Uniti non hanno ancora fornito i dati dei propri satelliti. Né alcunché dal loro potentissimo sistema d’ascolto globale (NSA, Echelon). Più i droni e gli AWACS.

Le scoperte dell’inchiesta Reuters

A) La video-inchiesta di Reuters mostra le pagine web del registro aereonautico tedesco sul SU-25 modificate dopo il 17 luglio. La quota operativa dell’aereo che era oltre i 10.000 metri viene poi corretta in 7.500. Tra le fotografie dei rottami si vede una parte di carlinga trapassata a raffica dagli “oggetti ad alta energia” del rapporto d’inchiesta. La parte corrisponde al cockpit, cioè la cabina di pilotaggio. I missili antiaerei non esplodono sul bersaglio ma in sua prossimità, lanciandovi contro (a maggiore garanzia di centramento e danno) una grande quantità di proiettili (schrapnel).

B) La guida radar di un missile terra-aria SA-11 lo avrebbe portato a esplodere circa 20 metri sotto la zona di maggiore risonanza radar: l’area centrale comprendente le ali. Ma, mentre la cabina è crivellata, le fotografie dei rottami mostrano parti intere tra questa e le ali che non presentano un solo foro. Impossibile che le schegge abbiano saltato quella parte. Il missile aria-aria M60 (o M-73) montato sui Su-25 è invece a guida infrarossa sul calore dei motori, e in prossimità dell’aereo esplode verso quell’area. Dalle tante fotografie non si rilevano rottami integri del posteriore dell’aereo. Solo ammassi di parti esplose e incendiate. In mancanza di fori nella parte di carlinga tra la cabina e le ali un’ipotesi possibile sembrerebbe quella di un mitragliamento sulla cabina di pilotaggio, e poi di un missile che ha fatto esplodere l’aereo dalle ali (serbatoi) alla coda.

C) Da ultimo la video-inchiesta Reuters analizza il lancio di un missile SA-11. Alto 5,5 mt, pesa 650 kg, con testata esplosiva da 70. Mosso da 350 kg di propellente, la sua scia bianca si allarga oltre il metro e persiste nel cielo per 5-10 minuti. Ben oltre, viaggiando a Mach 3, il tempo di esplosione. Nessun testimone ha riportato la presenza di questa scia alta 10 km sul luogo dell’abbattimento.

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12/09/2014

CTRL+C CTRL+V: cosa significano i copia-incolla tra Corriere e Repubblica


Il simpatico doppio screen-shot in immagine mostra come Repubblica e Corriere scrivano interi paragrafi uguali in due articoli sul report olandese uscito ieri riguardo l’abbattimento del volo MH17, pubblicati rispettivamente senza firma e da «redazione online».

Sia il contenuto che la copiatura sono allarmanti. Chi sono quei «tutti» che sembrano guardare nella stessa direzione? Certo non i tecnici olandesi che hanno stilato il rapporto, che non guardano proprio in nessuna direzione né provano minimamente ad attribuire o togliere responsabilità a nessuna delle due parti in causa.

Sembra piuttosto che non è che ci sia una direzione in cui tutti sembrano guardare, ma piuttosto che ci sia una direzione verso cui tutti CI VOGLIONO far guardare.

Non sappiamo se le redazioni delle due testate hanno le stesse intuizioni lessicali e regole di scrittura per cui il prodotto alla fine è standard, se scrivono in collaborazione, si copiano a vicenda, o se scrivono sotto dettatura.

Assumiamo realisticamente l’ipotesi meno peggiore, cioè che (almeno) una delle due redazioni sia pigra e copiona tanto da copia-incollare l’articolo dell’altra. In quanto non ci interessano i complotti, ma ci interessa capire.

Allora capiamo che, comunque, le due redazioni non si duplicano tanto i paragrafi dei fatti. Ci saremmo preoccupati meno, o diciamo in un altro modo, se avessero riportato identicamente ciò che effettivamente usciva dal report. Mentre invece le parti copiate sono quelle più vaghe, quelle delle opinioni, quelle delle non-fonti, quelle per cui non ci può essere nessun fact-checking.

«Essi dicono, essi guardano», non sappiamo chi sono essi: i tecnici olandesi? i governi occidentali? la generale «opinione comune?» Se non c’è possibilità di confutazione non c’è un fatto, e se non è un fatto allora è un’opinione.

Allora sappiamo, e ne siamo ogni giorno più certi, che esiste una regia, che la libertà di informazione è solo un falso ideologico dietro la quale si celano i veri interessi, e l’interesse di questo momento è portarci in guerra contro la Russia, speculando sui morti civili del Donbass e su quelli del volo Malasyan Airline.

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09/09/2014

L'aereo malese "abbattuto da numerosi oggetti ad alta intensità energetica"


Compito duro, quello affidato al Dutch Safety Board, l'organismo olandese che analizza scientificamente scatole nere e resti dell'aereo Mh17, della Malaysian Airlines, abbattuto sui cieli del Donbass il 17 luglio scorso.

Compito duro soprattutto sul piano politico, perché la parte puramente tecnica, pur limitata dai combattimenti ancora in corso – sporadicamente – nell'area in cui si trovano i resti dell'aereo, non presenta particolari difficoltà.

Il primo rapporto “preliminare” emesso dal Dutch Safety Board chiarisce una prima cosa importantissima: «si è spaccato in volo probabilmente a causa di un danno strutturale provocato da un gran numero di oggetti che, ad alta intensità energetica, hanno penetrato l'apparecchio dall'esterno. Non ci sono indicazioni che il volo MH17 sia precipitato per un guasto tecnico o in seguito a manovre da parte dell'equipaggio».

La traduzione tecnica è abbastanza semplice, anche per chi trae le proprie competenze “balistiche” da Wikipedia. L'aereo malese non è stato colpito da un missile. Un missile terra-aria, infatti, esplode al momento dell'impatto con il bersaglio, producendo – a seconda della quantità di esplosivo trasportata – la distruzione dell'obiettivo oppure un unico foro di ingresso. Proprio quel che viene escluso dal rapporto, che parla di “un gran numero di oggetti ad alta intensità energetica”. Ovvero raffiche di mitragliatrice. Non esistono infatti “missilini” di piccole dimensioni in grado di arrivare a quelle quote. Né i missili antiaerei possono esplodere “nelle vicinanze” del bersaglio, visto che per attivare il detonatore devono obbligatoriamente impattare qualcosa (anche il suolo, se non colpiscono nulla in volo e quindi ricadono a terra)*.

La situazione degli armamenti tra i contendenti nel Donbass è altrettanto chiara. I ribelli russofoni e antinazisti possiedono certamente missili antiaerei, con cui hanno abbattutto numerosi Mig del governo Poroshenko; ma negano di disporre delle batterie per lanciare i missili Buk, gli unici che possono raggiungere i 10.000 metri di altezza, la quota a cui volava l'aereo malese. Potrebbe non esser vero, certo, ma l'onere della prova spetta sempre all'accusa...

Non hanno comunque – di questo non li accusano neanche i nazisti di Kiev o gli Stati Uniti un'aeronautica militare. Nè qualcuno ha provato ad accusare eventuali aerei russi (il controllo reciproco tra Nato e Russia, sui voli militari, è totale e senza possibilità di trucco).

Sono invece i “regolari” ucraina ad aver ereditato qualche decina di Mig di antica produzione sovietica. Fatevi voi due conti e vedete chi è che può aver sparato con la mitraglia contro l'aereo civile con quasi 300 persone a bordo...

«Il registratore delle voci nella cabina di pilotaggio, quello dei dati sul volo e i dati del controllo aereo, tutti suggeriscono che il volo MH17 stava procedendo regolarmente fino alle 13.20.03, ora locale, e a quel punto è stato improvvisamente interrotto».

Tutto bene, nessun allarme, nessuna preoccupazione. Unica anomalia: l'ultima chiamata dal controllo aereo ucraino, effettuata tra le 13.20.00 e le 13.22.02, è rimasta senza risposta. Interessante, vero?

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* L'affermazione in merito all'inesistenza di missili antiaerei che esplodono nelle vicinanze del proprio bersaglio è errata. Sono ormai decenni che i sistemi SAM di ogni forza armata sono dotati di spolette di prossimità, che consentono alla testata bellica di detonare in prossimità dell'obiettivo pur non avendolo centrato fisicamente. Spesso, inoltre, le testate sono a frammentazione al fine di massimizzare la probabilità di abbattimento del velivolo nemico.