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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/03/2024

Russia - Chi sono i competitori di Putin nelle presidenziali

Da ieri e fino a domenica 17 marzo in Russia si svolgono le elezioni presidenziali, con Putin in testa ai sondaggi e che punta ad essere confermato per il quinto mandato alla guida della Federazione Russa.

I primi a votare giovedì alle 23:00 ora di Mosca sono stati gli abitanti della Kamciatka e dell’Okrug autonomo di Chukotka.

I seggi elettorali saranno aperti il 15, 16 e 17 marzo. Quest’anno, gli elettori delle regioni del Donbass e quelli di Zaporozhye e Kherson prenderanno parte alle elezioni presidenziali per la prima volta.

In competizione con il capo di Russia Unita ci sono tre candidati della opposizione: Leonid Slutsky, Vladislav Davankov e Nikolai Kharitonov. La Commissione Elettorale Centrale ha escluso dalla corsa per un cavillo burocratico, Boris Nadejdine ritenuto in occidente l’unico candidato alternativo.

Il primo competitore è Nikolai Kharitonov, 75 anni, che si presenta per la seconda volta alle Presidenziali. È un veterano e deputato del Partito Comunista della Federazione Russa.

Kharitonov guida la commissione parlamentare per lo sviluppo dell’Estremo Oriente e dell’Artico. Nella sua campagna elettorale ha dato particolare attenzione ai veterani di guerra, all’aumento delle pensioni e contro l’aumento dei prezzi.

Il Partito Comunista di Russia, il secondo partito più grande del parlamento, ha scelto Nikolai Kharitonov a dicembre scorso. “La candidatura di Kharitonov è stata sostenuta dalla stragrande maggioranza dei partecipanti al congresso in una votazione segreta”, ha dichiarato il dirigente del partito comunista Alexander Yushchenko. Kharitonov si era candidato contro Putin anche nel 2004, ottenendo poco meno del 14% dei voti nazionali.

Nelle elezioni del 2021 il Partito Comunista della Federazione Russa si era rivelato come la seconda forza politica del paese ed aveva quasi raddoppiato i consensi alle elezioni legislative, passando dal 13% del 2016 a quasi il 25%,

Poi c’è Leonid Slutsky 56 anni, deputato dal 2003 e da maggio 2022 presidente del Partito liberaldemocratico. È un nazionalista di destra, che nel 2018 è stato coinvolto in uno scandalo in cui fu accusato di molestie sessuali da tre giornaliste. La Commissione etica della Duma lo ha però scagionato dalle accuse. Slutsky è anche il presidente del Comitato della Duma per gli Affari internazionali ed ha partecipato nel 2022 all’unico negoziato che si era cercato di fare con l’Ucraina.

Infine c’è l’imprenditore Vladislav Davankov, membro del Partito Nuovo popolo e vicepresidente della Duma. Rispetto a Kharitonov e Slutsky, Davanakov ha una posizione più moderata sul conflitto in Ucraina.

L’affluenza nelle elezioni del 2021 era stata del 45,15% in tre giorni di urne aperte, con la possibilità di optare per il voto elettronico.

Per il voto dall’estero, in Europa Germania, Estonia, Lituania e Lettonia, hanno limitato il numero dei seggi elettorali rispetto agli anni precedenti. In Italia, in particolare, i cittadini russi potranno esprimere il voto nelle città di Roma, Milano, Genova e Palermo.

La Commissione Elettorale Centrale ha accreditato i rappresentanti di 106 Paesi come osservatori internazionali e 1.447 giornalisti da 90 media, la metà di cui sono stranieri.

Intanto la guerra continua a farsi sentire sulle città occidentali della Russia. Più di 20 appartamenti in sette blocchi residenziali sono stati danneggiati e tre civili sono rimasti feriti in un attacco ucraino a Belgorod questa mattina, ha dichiarato il governatore Vyacheslav Gladkov.

La Guardia nazionale russa ha dichiarato ieri di aver respinto l’assalto di un gruppo di “sabotatori” nei pressi della cittadina di Tiotkino, nella regione di Kursk, al confine con l’Ucraina.

Il ministero della Difesa russo ha fatto sapere di aver distrutto cinque droni ucraini e nove missili sulla regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina. Altri due droni sono stati neutralizzati sulla regione di Lipetsk, situata a circa 400 km a sud di Mosca. Tre bambini sono stati uccisi in un attacco ucraino a Donetsk, una città nell’Ucraina orientale controllata dalle forze russe.

Fonte

25/06/2023

Guerra in Ucraina - Il colpo di mano (o “di testa”) di Prigozhin contro Mosca

Doveva succedere prima o poi, ed è successo nel luogo forse più “appropriato” per un evento del genere. Al punto che la “controffensiva” Ucraina-Nato – fin qui impantanata senza alcun “successo” da poter rivendicare – potrebbe trovare il suo miglior alleato in quello che si vantava d’essere il “conquistatore di Bakhmut”.

Nella notte il capo del gruppo mercenario Wagner, Yevgeny Prigozhin, aveva annunciato che il suo esercito privato ha varcato il confine russo ed è entrato nella regione di Rostov, nel sud del Paese. “Abbiamo attraversato il confine di stato in tutti i luoghi. Le guardie di frontiera sono uscite e hanno abbracciato i nostri combattenti. Ora stiamo entrando a Rostov”.

Il “colpo” del mercenario-capo arriva dopo mesi di critiche ai vetrici militari russi (da Shoigu a Gherasimov) e richieste continua di maggiori rifornimenti o copertura aerea.

Ha dichiarato anche di aver abbattuto un elicottero dell’esercito russo regolare perché avrebbero bombardato i suoiu accampamenti.

Ha poi incitato tutti i russi ad unirsi a lui e a “marciare su Mosca” (anche questa non suona nuovissima, a noi italici). Ma ha anche incontrato i vertici militari presenti nella città di Rostov, primo centro russo importante al di là del confine formale con l’Ucraina (la regione del Donetsk si era autonomizzata fin dal 2014).

Vladimir Putin non sembra averla presa bene. In un discorso al paese Il presidente russo ha lanciato un appello invitando a evitare conflitti interni ha definito gli uomini della Wagner «eroi che hanno liberato il Donbass» ma ha anche definito «traditori» coloro che prendono le armi contro l’esercito. E ha dichiarato: «Siamo stati colpiti alle spalle, la reazione sarà dura».

“Le persone che adesso combattono sul fronte hanno ricevuto questa pugnalata alle spalle”, ha detto il presidente russo Vladimir Putin in un discorso alla nazione. “Le azioni che hanno diviso la nostra unità sono, infatti, il rinnegamento del nostro popolo, dei nostri compagni d’armi che ora stanno combattendo al fronte, questa è una pugnalata alle spalle per il nostro Paese e il nostro popolo”.

L’esercito russo, pochi minuti prima, aveva annunciato che «garantirà l’incolumità» dei combattenti Wagner se si dissociano dal loro capo, Evgeny Prigozhin. «Siete stati indotti con l’inganno a partecipare all’impresa criminale di Prigozhin e trascinati ad un ammutinamento armato. Vi esortiamo a ragionare e contattare i rappresentanti del ministero della Difesa russo o le forze dell’ordine il prima possibile. Garantiamo la sicurezza di tutti», ha affermato il ministero in una nota rivolgendosi ai combattenti della Wagner e sostenendo che «molti dei vostri commilitoni si sono già resi conto del loro errore e hanno chiesto di rientrare nelle caserme».

La narrazione putiniana comincia ad essere abbastanza confusa, anche se sempre declinata secondo il cliché “grande russo”, ultra-nazionalista.

«Questo colpo è stato dato al popolo russo anche nel 1917 quando combatteva la Prima guerra mondiale, quando la vittoria gli è stata praticamente rubata. La guerra civile, i russi uccidevano altri russi, i fratelli uccidevano altri fratelli. I vari avventurieri politici hanno tratto vantaggio da questa situazione. Noi non permetteremo la ripetizione di una situazione del genere».

Difficile trovare qualche somiglianza tra i mercenari di Prigozhin e i bolscevichi, ma se ce la trovi significa che non hai per nulla le idee chiare...

La situazione sul campo resta confusa, anche perché è evidente che l’sercito ucraino e la Nato cercheranno immediatamente di sfruttare il “colpo di fortuna” per raggiungere qualche risultato militare, fin qui assente nonostante il ponderoso rifornimento di mezzi e consulenti Nato.

Evidente anche che sia Putin che Prigozhin (e soprattutto i suoi uomini) non hanno alcun interesse a far degenerare lo scontro sul piano militare, e quindi che siano in questo momento “friggendo” i telefoni e correndo i “pontieri”.

Vedremo nel corso delle ore se la situazione si complica o comincia a rientrare. E’ evidente però che sono state superate tutte le “linee rosse” che fin qui avevano retto.

Del resto, se “privatizzi” anche la forza militare – fenomeno peraltro comune a tutta l’area “euro-atlantica” e ai suoi alleati storici (come Israele e Australia) – ricrei quel fenomeno alla lunga ingovernabile dei “capitani di ventura”.

Che inevitabilmente vengono tentati di trasformare la propria forza militare in potere politico personale, finendo o per essere promossi “nobili” al pari dei vecchi padroni oppure cancellati dalla faccia della terra.

La Russia, in quanto sistema capitalista sui generis, è proprio il posto adatto per vedere all’opera questa “reviviscenza” di antiche avventure. Anche se nel mondo moderno, tra alte tecnologie e armi nucleari, non sembrano avere il fiato sufficientemente lungo…

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Aggiornamentto delle 11.10

Agli automobilisti che percorrono una delle principali autostrade della Russia meridionale è stato consigliato di evitare il percorso, in seguito alle notizie secondo cui convogli di combattenti Wagner lo starebbero utilizzando.

L’avviso è stato pubblicato su Telegram dalla società Avtodor, che gestisce le autostrade russe. “Guidatori, attenzione. Scegliete i percorsi intorno alla M-4“, si leggeva nel messaggio.

La M-4 corre a nord da Rostov a Voronezh e a Mosca.

Il capo dei Wagner, Yevgeny Prigozhin, ha affermato sabato di aver preso il controllo di strutture militari chiave a Rostov e Voronezh, impegnandosi a spostarsi a Mosca se il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e l’alto generale Valery Gerasimov non lo avessero incontrato.

In precedenza, l’agenzia di stampa ufficiale russa TASS ha riferito che il traffico è stato bloccato sull’autostrada M-4 dopo Rostov-sul-Don in direzione di Aksay.

“Tutte le auto che si muovono da Rostov-sul-Don verso Aksay sono state reindirizzate in città e i posti di blocco della polizia sono stati rafforzati”, ha riferito la TASS.

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Il testo integrale del discorso del presidente Putin, per gentile concessione di Slavyangrad.

Mi rivolgo ai cittadini della Russia, ai comandanti che ora combattono nelle loro posizioni di combattimento, respingendo gli attacchi del nemico e facendolo eroicamente – lo so, ho parlato di nuovo stasera con i comandanti di tutte le direzioni. Mi rivolgo anche a coloro che sono stati attirati in questa impresa criminale e spinti sulla strada del crimine più grave – l’ammutinamento armato – attraverso l’inganno o le minacce.

La Russia oggi sta combattendo una battaglia in salita per il suo futuro, respingendo l’aggressione dei neonazisti e dei loro padroni. Praticamente l’intera macchina militare, economica e informativa dell’Occidente è diretta contro di noi. Stiamo combattendo per la vita e la sicurezza del nostro popolo, per la nostra sovranità e indipendenza. Per il diritto di essere e rimanere la Russia, uno Stato con una storia millenaria.

Questa battaglia, in cui si decide il destino del nostro popolo, richiede l’unità di tutte le forze, l’unità, il consolidamento e la responsabilità. Quando tutto ciò che ci indebolisce, qualsiasi tipo di discordia, che i nostri nemici esterni possono usare e usano per minarci dall’interno, deve essere messo da parte.

Perciò le azioni che dividono la nostra unità sono, in sostanza, un’apostasia dal nostro popolo, dai nostri compagni d’arme che ora combattono in prima linea. È una pugnalata alle spalle del nostro Paese e del nostro popolo.

Questo è esattamente il colpo inferto alla Russia nel 1917, quando il Paese ha combattuto la Prima guerra mondiale. Ma la vittoria le fu rubata. Intrighi, battibecchi, politiche alle spalle dell’esercito e del popolo hanno provocato lo shock più grande, la distruzione dell’esercito e la disintegrazione dello Stato, la perdita di vasti territori. Il risultato fu la tragedia della guerra civile.

I russi uccisero i russi, i fratelli uccisero i loro fratelli e gli interessi lucrosi furono raccolti da ogni tipo di avventuriero politico e da forze straniere che divisero il Paese e lo fecero a pezzi.

Non permetteremo che questo accada di nuovo. Proteggeremo il nostro popolo e il nostro Stato da ogni minaccia. Compreso il tradimento interno.

E quello che abbiamo affrontato è proprio il tradimento. Ambizioni eccessive e interessi acquisiti hanno portato al tradimento. Tradimento del loro Paese, del loro popolo e della causa per cui i combattenti e i comandanti di Wagner hanno combattuto e sono morti insieme alle nostre altre unità.

Gli eroi che hanno liberato Soledar e Artemovsk, città e villaggi del Donbass, hanno combattuto e dato la vita per la Novorossija, per l’unità del mondo russo. Il loro nome e la loro gloria sono stati traditi anche da coloro che stanno cercando di organizzare la ribellione, spingendo il Paese verso l’anarchia e il fratricidio. Alla sconfitta, in definitiva, e alla capitolazione.

Ripeto, qualsiasi disordine interno è una minaccia mortale per il nostro Stato, per noi come nazione. È un colpo alla Russia, al nostro popolo. E le nostre azioni per difendere la Patria da una tale minaccia saranno dure.

Tutti coloro che hanno deliberatamente scelto la via del tradimento, che hanno preparato un’insurrezione armata, che hanno scelto la via del ricatto e dei metodi terroristici, subiranno una punizione inevitabile, saranno chiamati a rispondere sia davanti alla legge che davanti al nostro popolo.

Le Forze Armate e le altre agenzie governative hanno ricevuto gli ordini necessari e sono state introdotte ulteriori misure antiterrorismo a Mosca, nella regione di Mosca e in diverse altre regioni. Saranno intraprese azioni decisive anche per stabilizzare la situazione a Rostov-on-Don. La situazione rimane complessa, con il lavoro delle autorità civili e militari di fatto bloccato.

Come Presidente della Russia e Comandante in capo, come cittadino della Russia, farò del mio meglio per difendere il Paese, per proteggere l’ordine costituzionale, la vita, la sicurezza e la libertà dei suoi cittadini.

Coloro che hanno organizzato e preparato la rivolta militare, che hanno alzato le armi contro i loro compagni d’arme, hanno tradito la Russia. E saranno chiamati a risponderne. E invito coloro che sono stati trascinati in questo crimine a non commettere un errore fatale e tragico, un errore irreversibile, e a fare l’unica scelta giusta: smettere di partecipare ad azioni criminali.

Credo che preserveremo e difenderemo ciò che ci è caro e sacro, e insieme alla nostra Madrepatria supereremo qualsiasi prova, diventeremo ancora più forti.

Da @Slavyangrad

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Il comunicato di Ghennadj Zuganov, segretario del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR)

Sostengo pienamente l’appello del Presidente alla massima unità in questi tempi pericolosi e impegnativi.

Ci sono incomprensioni di ogni tipo tra le persone, ma arriva un momento nella storia di ogni Stato e di ogni cittadino in cui dobbiamo mettere da parte tutte le nostre ambizioni e pretese e difendere il nostro Paese come lo abbiamo difeso nel 1941-1945.

C’erano anche coloro che si sentivano vittime di un torto – cosacchi, preti, kulaki – ma tutti si sono sollevati e hanno difeso il loro Paese.

Faccio appello a tutte le forze patriottiche di sinistra: dobbiamo unirci il più possibile e sostenere i ragazzi che stanno combattendo per la nostra patria, liberando l’Ucraina dai nazisti, dai banderisti e dai fascisti. Dobbiamo fermare coloro che, nonostante la situazione difficile per il Paese, hanno scelto la strada della provocazione.

Mi rivolgo direttamente ai soldati, ai comandanti e ai militari che sono stati coinvolti in questo conflitto.

Dobbiamo lottare contro il nazismo e il fascismo. E stare al gioco degli americani, degli anglosassoni e dei nemici della Russia è l’ultima cosa da fare.

Fonte

24/08/2022

Russia - L’opposizione dalla dissidenza all'insolvenza (fiscale)

Nei primi anni ’70 i TG nostrani si distinguevano, oltre che per le preghiere di Padre Mariano, anche per i quotidiani aggiornamenti dall’Urss sugli scrittori dissidenti Sinjavskij e Daniel.

La RAI contribuiva a denunciare gli attentati della dittatura sovietica – per petitio principii, la forma sovietica di stato non poteva che essere una dittatura – ai diritti umani dei dissidenti.

E poi vennero Andrej Sakharov e sua moglie Elena Bonner. Sempre e comunque singoli: il dissenso, negli spot occidentali, esclude ogni forma di massa e contenuto di classe, puntando sugli aclassisti “diritti dell’uomo”.

Non meraviglia che oggi, di fronte alla condanna (una tirata di orecchie) di un ladro di miliardi di dollari, come è stato Aleksej Navalnyj, si parli di “ritorno alla dittatura sovietica”; l’importante è che quel truffatore, come insegna il magnate Mikhail Khodorkovskij, gridi al “diritto di parola negato all’opposizione”.

Così, al posto degli intellettuali Sinjavskij e Amalrik, nell’epoca del web c’è il blogger-imprenditore Aleksej Navalnyj.

Se prima era Solgenitsin, a dire che il cancro partiva da Lenin, negli anni 2000 furono i magnati Berezovskij, Gusinskij, Khodorkovskij, a chiarire che, dopo la parentesi democratica occidentale degli anni ’90, si tornava a opprimere il guadagno.

Poco importa che si trattasse di lotte per assicurare ad alcuni, a danno di altri, la concentrazione economico-politica, e se si taceva sui loro legami coi petrolieri USA, si scriveva della repressione delle ONG, senza dire che erano quasi sempre finanziate da magnati e petrolieri.

Solo singole “forze sane” lottano contro il totalitarismo o la corruzione. Peccato che quelle forze sane finiscano per cadere in appropriazioni di fondi e giochi monopolistici. Radio Svoboda ne è sempre stata l’altoparlante e non dava certo voce a chi parlava di “PCUS revisionista” o a chi, negli anni 2000, dava vita ai sindacati alternativi o al Fronte della Sinistra.

Che una quindicina di anni fa la Russia adottasse un codice del lavoro dettato dal FMI, sparando sui collettivi operai, non faceva audience. Crollata la “dittatura sovietica”, ora solo un cronista fantasioso potrebbe scrivere di “Putin comunista” o lo si incorona come “zar”.

Fissata l’uguaglianza comunismo-dittatura, tale aborrito regime non avrebbe potuto attecchire che in Russia, paese iperboreo che transita dall’autocrazia al totalitarismo e approda al dispotismo e contro cui lotta l’individuo liberale, portatore degli interessi comuni di una classe agiata e preoccupato dei propri affari personali, forte dei principi della democrazia senza classi e “atlantica e occidentale”.

Principi che denunciano “la brutalità degli agenti putiniani”. Bene se le Femen offrono una performance nella cattedrale di Mosca, ma poi censurano la stessa esibizione come “inutile eccesso” se la scenografia si sposta in Vaticano.

E così, per sviare “il malcontento della popolazione dalla burocrazia corrotta”, lo si dirotta contro i “sostenitori del diritto, della democrazia e della europeizzazione”, come scrive Lev Gudkov su Pro et Contra, finanziata dall’americana Carnegie.

Mentre merita solo la qualifica di “conservatore” chi protesta contro le privatizzazioni nei servizi sociali, mai fermatesi dagli anni ’90.

Ma chi sono gli oppositori in Russia? Mancano tutti di un riferimento ideologico che non sia l’interesse personale? Oppure gli onori delle cronache sono solo per gli oligarchi in lotta per spartirsi quanto apparteneva a “tutto il popolo”?

Archiviata come “vetero-ortodossia folkloristica” la parentesi di Nina Andreevna, in epoca gorbacëviana, i primi anni ’90 videro un fiorire di opposti raggruppamenti.

A fronte di un’infinità di piccole formazioni che, accanto al PC di Ghennadij Zjuganov, si richiamavano all’esperienza sovietica o di qualche intellettuale marxista (ne è esempio Aleksandr Buzgalin: uno dei più giovani membri del CC del PCUS nel 1990; ora direttore di “Alternative”), presero corpo orientamenti nazionalistici (Zhirinovskij) o fascisti (Barkashov).

Obiettivo dei primi era “ri-costruire” il socialismo. Gli slogan dei secondi erano “la Russia è dei russi”, “fuori gli ebrei e i caucasici”.

Oggi, i liberal-democratici di Vladimir Zhirinovskij e il PC russo sono le uniche due formazioni di rilievo sorte dopo la fine dell’Urss a essere ancora in vita.

Quanto a opposizione: se Zhirinovskij è ospite quotidiano dei talk show filogovernativi, il PC di Ghennadij Zjuganov condanna sì la politica liberale del premier Medvedev, ma, salvo pochi appunti, appoggia la politica di Vladimir Putin. Tanto che anche oggi, come negli anni ’90, non poche formazioni si pongono in alternativa alla linea di Zjuganov, pur con obiettivi non ben definiti.

Cosa ha spinto, ad esempio, l’ex leader di Russia Lavoratrice (una delle più rumorose avanguardie degli anni ’90) Viktor Anpilov, nelle braccia della liberale “L’altra Russia” dell’ex premier Mikhail Kasjanov, sponsorizzata dall’ambasciata inglese?

Quali forze rappresenta il deputato del PC Ilja Ponomarev (transfuga dalla neotrotskista Unione interregionale dei comunisti, ufficiosamente interna al PC russo in cui figurano nomi quali l’attivista sindacale Boris Kagarlinskij, accanto all’ex numero due del PCUS, il 95enne Egor Ligacëv), coordinatore del fondo “La Russia dopo Putin” a braccetto con l’ex magnate Mikhail Khodorkovskij? Cosa esprimono Ponomarëv e il suo compagno Aleksej Sakhnin (il primo emigrato negli USA, il secondo in Svezia), allorché si incolpano a vicenda di accusare di fascismo la junta ucraina?

E cosa ci fa l’ex leader del “liberalcomunista” Partito del Lavoro Oleg Shein, nel Coordinamento delle opposizioni, a braccetto della tele-oppositrice Ksenija Sobchak (figlia di Anatoli Sobchak), compagna di opposizione di Aleksej Navalnyj?

Quali forze mobilita l’opposizione liberale di Partito repubblicano, Solidarnost, Fronte civile, Libertà popolare, dei Navalnyj, Kasparov, Jashin, da cui si divisero in fretta, dopo un’iniziale adesione durante le proteste del 2012 di Piazza Bolotnaja, forze di sinistra come i nazional-bolscevichi di Eduard Limonov?

Quali sono gli obiettivi del Partito repubblicano di Kasjanov e del defunto Nemtsov, che, insieme a “Jabloko” di Grigorij Javlinskij (uno dei padri delle privatizzazioni eltsiniane) fa parte della “Alleanza di liberali e democratici per l’Europa”, che nel novembre scorso si esprimeva “per le sanzioni e per l’Europa”?

Se non ha avuto rilievo la notizia della comunista (ha migrato dal PC di Zjuganov al Fronte di sinistra, al “Fronterosso”) Darja Poljudova, arrestata con l’accusa di fomentare il separatismo nel Kuban, sembra che i media occidentali qualifichino oggi di dissidenza nella Russia di Putin solo l’opposizione liberale e altra non ne esista.

Secondo un’indagine condotta mesi fa dal Centro Levada per conto del PC, la percentuale di persone che pensano esista un’opposizione in Russia sarebbe scesa dal 66% di due anni fa all’attuale 50%. Se nel 2012 il 72% vedeva l’opposizione quale elemento sociale necessario, oggi la percentuale è del 57% e l’opposizione del tipo Navalnyj “viene interpretata come distruttiva, portatrice di instabilità”.

Fonte

15/04/2022

Russia - L’opposizione sociale e politica ai tempi di Putin

Giovanni Savino, professore di storia presso l’Accademia Presidenziale di Mosca, da anni ha incentrato i suoi studi sui nazionalismi russo e ucraino del primo Novecento. L’estrema attualità di tali fenomeni ha smentito brutalmente chi credeva, anche in ambito accademico, che si trattasse di materia per “archeologi” più che per storici contemporanei.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche e giornalistiche, animatore del dibattito pubblico sugli scenari politici russi qui in Italia, quale osservatore privilegiato di quelle dinamiche, sin da subito ha assunto una posizione critica nei confronti della guerra contro l’Ucraina.

Per questi motivi, per sottrarsi alla repressione di regime, subito dopo l’introduzione di una legge liberticida approvata dalla Duma all’unanimità lo scorso 4 marzo, ha dovuto abbandonare Mosca per rientrare in Italia.

A breve la “Federico II University Press” darà alle stampe il suo ultimo lavoro intitolato “Il nazionalismo russo, 1900-1914: ideologia, politica, società”.

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Prof. Savino, nei media nostrani impera, soprattutto nelle ultime settimane, una semplificazione estrema del panorama politico e istituzionale russo, per cui tutto viene ridotto alla sola figura di Putin. Dunque, preliminarmente vorrei chiederle alcune delucidazioni brevi sulla forma di governo attuale in Russia e i ruoli del Presidente della Federazione e della Duma.

Il sistema politico e istituzionale russo è fortemente squilibrato, elemento espresso anche nella Costituzione del 1993, emendata due anni fa in alcune parti su iniziativa di Putin.

Questo squilibrio si basa su una forte prevalenza dell’istituto presidenziale, che di fatto prevale in ogni aspetto di governo: i ministri e il presidente del Consiglio sono di nomina presidenziale, e non rispondono alla Duma, cioè al parlamento; non esistono quindi possibilità di condizionare, anche nel caso di una composizione parlamentare d’opposizione, l’azione di governo.

Questo elemento era ben visibile alla fine degli anni Novanta, quando, come conseguenza della presidenza di Boris Eltsin e del default del 1998, la Duma esprimeva una maggioranza totalmente all’opposizione del Cremlino, senza però riuscire a incidere realmente.

In questo senso a giocare un ruolo fondamentale nel complesso equilibrio di potere della Russia contemporanea è l’Amministrazione presidenziale, organismo non regolato dalla Costituzione, che ha in parte ereditato alcune posizioni dell’apparato del fu Comitato centrale del PCUS.

Di fatto l’Amministrazione presidenziale “doppia” in pressoché tutte le funzioni i ministeri e il governo (eccezion fatta per il ministero della Difesa), stabilendo una sorta di ulteriore controllo sull’azione legislativa; inoltre organizza le elezioni, sia presidenziali che politiche e locali.

In questo modo vi è una sorta di vera e propria “sceneggiatura” della vita politica istituzionale del paese decisa a prescindere della realtà, teorizzata nel corso degli anni anche da alcuni degli esponenti più influenti dell’Amministrazione presidenziale, prima Gleb Pavlovsky e poi il famoso Vladislav Surkov, con le formule della “democrazia sovrana” e della verticale del potere.

Il presidente ha quindi possibilità enormi di esercizio della propria autorità. Si pensi che una delle prerogative presidenziali è la nomina dei rettori delle principali università del paese.

Nei media occidentali, soprattutto a seguito della imposizione delle pesanti sanzioni contro la Russia, si sente parlare spesso dei cosiddetti “oligarchi” e delle loro immani ricchezze personali. Potrebbe descriverci a grandi linee il regime di accumulazione dominante in Russia e l’origine sociale di tali figure?

Gli oligarchi sono il frutto del passaggio dall’economia pianificata sovietica alla forma di capitalismo introdottasi in Russia e in gran parte dei paesi usciti dall’URSS all’inizio degli anni Novanta.

Le origini di chi ha fatto “fortuna” in quegli anni sono diverse, si va dai quadri medio-alti del Komsomol e del PCUS ai ricercatori di alcuni istituti dell’Accademia sovietica delle scienze, fino a veri e propri criminali.

Per quest’ultima categoria è emblematico il caso di Evgeny Prigozhin, magnate del settore della ristorazione, ritenuto finanziatore e ispiratore della cosiddetta “fabbrica dei troll” e della compagnia di mercenari Wagner.

Negli anni Novanta e Duemila gli oligarchi potevano contare su forti entrature, e in alcuni casi una vera e propria partecipazione, nel potere russo, determinando fortune e disgrazie di uomini politici e di amministrazioni. Ormai è storia, l’entourage di Eltsin, la cosiddetta “famiglia”, basava il proprio potere su questo blocco oligarchico.

L’accumulazione “originaria” degli oligarchi – per usare una categoria della discussione marxista d’inizio Novecento – aveva però nel suo seno le contraddizioni che portarono il potere di queste figure alla disgregazione a inizio anni Duemila.

Putin, di cui spesso si dimentica la “nomina” voluta e sponsorizzata dalla “famiglia” come garante del mantenimento dell’ordine socio-economico stabilitosi con Eltsin, ha usato alcuni oligarchi contro altri (ad esempio, Khodorkovsky), allo stesso tempo dando una centralità enorme al ruolo degli apparati dei servizi di sicurezza.

E son proprio i siloviki (da “sila” – forza) a essere la base del potere putiniano oggi, per cui le sanzioni funzionano fino a un certo punto, perché non colpiscono questa categoria, che sin dal 2012 si trova con l’espatrio vietato e che ha i propri interessi economici (rilevantissimi) nel paese, e rafforzatasi nel corso dell’ultimo decennio, soprattutto nell’ultimo anno.

Quindi gli oligarchi sono un aspetto importante del sistema russo, ma politicamente non riescono, per aver rinunciato (forzosamente o meno) alla politica già nel corso degli anni Duemila, ad essere decisivi nel determinare le dinamiche di potere in Russia.

La propaganda di guerra occidentale non consente di fare chiarezza sul panorama politico russo. Esiste una opposizione politica e sociale al regime putiniano? Essa esprime soltanto istanze “liberali” (Kodorkovsky, Kasparov, Navalny...) oppure ha anche connotazioni politiche differenti?

La società russa è una società profondamente depoliticizzata, processo dovuto a varie ragioni. La prima di queste è sicuramente legata al passaggio dall’URSS alla Russia, quindi da un sistema sociale all’altro, un’altra è la restrizione degli spazi sociali e politici avvenuta sin dagli anni Novanta e accentuatasi con Putin.

Il sistema di potere costruito dal presidente russo si è basato, per più di un decennio, su una specie di compromesso sociale, in cui una minima parte delle enormi ricchezze ricavate dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas è arrivata a fasce importanti della società, e in cambio si è preteso di non disturbare il conducente.

In questo periodo il potere in Russia si rappresentava come una specie di cda di una grande holding, con Putin alla guida a mo’ di abile e assai fortunato CEO.

La combinazione di crescita economica e repressione selettiva ha funzionato fino a quando i prezzi non sono scesi, all’inizio degli anni Dieci: da quel momento è andata maturando la svolta nazional-imperiale nella retorica del potere e si sono perfezionate le modalità di repressione, diventate di massa in certi momenti.

Questo non vuol dire che non esistano lotte e mobilitazioni: vi sono state importanti vertenze locali, soprattutto di carattere ambientale, che in alcuni casi son riuscite a vincere, come successo a Shies, località della regione di Arcangelo, dove si voleva aprire una megadiscarica di rifiuti urbani e industriali provenienti da Mosca.

Quella lotta è durata per due anni, dal 2018 al 2020, e ha vinto, il progetto della megadiscarica è stato abbandonato.

Esempi del genere, di lotte piccole e grandi, vincenti e non, ve ne sono in tutto il paese, quel che manca spesso è la possibilità di coordinare queste mobilitazioni, e qui si vede la debolezza dell’opposizione sociale, che manca della forza e del radicamento necessari a creare le condizioni per unire uno scontento diffuso e riuscirlo a politicizzare.

Questo ha come effetto anche l’ascolto di cui ha goduto Navalny nel corso dell’ultimo decennio, perché con poche parole chiave e con forti elementi di populismo – in alcuni momenti persino “sinistreggiante” – è riuscito a intercettare il disagio presente in una parte importante della società, soprattutto tra i giovani, e a essere un fenomeno ben più duraturo e stabile di Khodorkovsky o Kasparov. Del secondo ormai son solo alcuni media occidentali a ricordarsene.

Qual è lo stato dell’arte dei sindacati e del conflitto sociale in Russia?

Vi sono alcuni settori sindacali particolarmente combattivi, che hanno costruito anche una presenza significativa per tutto un periodo, come nell’industria automobilistica, dove il sindacato di categoria MPRA ha organizzato lotte importanti negli stabilimenti Volkswagen a Vsevolozhsk, vicino Pietroburgo, e a Kaluga, svolgendo anche un ruolo di aggregazione di attivisti provenienti da mobilitazioni in altri settori.

Vi è però una debolezza forte del sindacato e della percezione di esso come strumento di lotta e organizzatore collettivo delle lotte dei lavoratori, dovuta sia all’esistenza di organizzazioni sindacali molto peggiori di certo consociativismo italiano, il cui ruolo essenzialmente consiste nel firmare i contratti sui posti di lavoro e organizzare attività di tipo dopolavoristico, sia a un codice del lavoro particolarmente penalizzante nei confronti dei lavoratori.

Giusto per fare due esempi: 1) in Russia non esiste il contratto collettivo nazionale di lavoro: in ogni fabbrica, scuola, università vi sono condizioni diverse; 2) solo una minima parte del salario, quello considerato “base”, è soggetto a versamenti previdenziali.

Questo significa che la maggioranza dello stipendio consiste in “premi”, elargiti dal datore di lavoro, e quindi soggetti sempre a ricatto.

Esiste una sinistra di classe in Russia? Al suo interno i comunisti che ruolo assumono? Hanno un peso politico reale tali formazioni e, tra di esse, qual è il ruolo del PCFR nello scenario politico complessivo e quali politiche promuove?

Esiste una piccola sinistra di classe, spesso divisa su questioni ideologiche, ma che negli ultimi anni, prima della guerra scoppiata nelle scorse settimane, era riuscita a trovare degli sbocchi unitari.

Vi è una forte frammentazione dovuta sia al ruolo del PCFR, sia alle questioni ideologiche, che alle pressioni enormi da parte dell’apparato statale e repressivo, che sono un ostacolo.

Il PCFR ha un ruolo molto particolare, perché vede i suoi vertici da ormai più di due decenni cooptati nel sistema di potere e quindi Zyuganov e la direzione rispondono direttamente all’Amministrazione presidenziale. È un legame visibile quando si assumono posizioni considerate dalle autorità troppo radicali.

Ad esempio, lo scorso settembre, all’indomani dei risultati delle elezioni alla Duma, dove esponenti della sinistra di classe e del sindacalismo combattivo erano stati candidati nelle liste del PCFR con ottimi risultati scippati dai brogli elettorali (si veda il caso del sindacalista Mikhail Lobanov, in uno dei collegi di Mosca), vi sono state proteste da parte degli attivisti.

La polizia ha circondato la sede moscovita del partito, trattenendo gli avvocati che lavoravano ai ricorsi da presentare in tribunale, sono stati arrestati alcuni dirigenti e il principale esponente delle posizioni più dure verso il Cremlino, il deputato Valery Rakshin, si trova ora ad affrontare un processo con l’accusa di aver ucciso un alce, un tentativo alquanto curioso di estromissione.

Nelle regioni russe la pressione su quei dirigenti e attivisti del PCFR all’opposizione della linea del Cremlino è alta. A fine febbraio il popolare deputato regionale di Saratov Nikolay Bondarenko, il cui canale YouTube ha quasi 2 milioni di follower, è stato privato del proprio mandato con un’accusa di evasione fiscale alquanto bizzarra.

In realtà le ragioni della persecuzione di Bondarenko sono nella sua capacità di intercettare gli umori della popolazione anche con iniziative molto particolari, come quando nel 2018, anno di approvazione della riforma delle pensioni, provò a vivere con 3500 rubli (43 euro e 95 al cambio del 13 aprile) per un mese, la somma della pensione media nella regione di Saratov.

I comunisti russi come si sono posti di fronte alla guerra? Hanno relazioni con altre organizzazioni gemelle ucraine? Quali eventuali relazioni mantengono in questo scenario bellico?

La guerra divide, non è una novità per il movimento socialista e comunista. Zyuganov sostiene apertamente la cosiddetta “operazione speciale” e la frazione del PCFR ha votato alla Duma il riconoscimento delle repubbliche popolari (tra l’altro, la mozione era stata presentata proprio dai comunisti), ma tre deputati – Mikhail Matveev, Vyacheslav Markhaev e Oleg Smolin – hanno poi dichiarato di essere contro la guerra, e che votare per il riconoscimento non voleva dire sostenere la guerra in Ucraina.

Il Levyi Front, il Fronte di Sinistra capeggiato da Sergey Udaltsov, già in galera dal 2014 al 2017, si è spaccato tra un’ala, diretta dal leader storico, favorevole alla guerra, e un’altra invece totalmente contraria.

Un’altra organizzazione significativa, il Rot front, si è espressa contro la guerra, riprendendo la posizione del KKE di condanna dell’intervento russo, e il suo dirigente Alexander Batov ha fatto appello alla propaganda comunista antimilitarista nell’esercito.

Sempre nell’estrema sinistra, altre organizzazioni, come il Movimento socialista russo, d’ispirazione quartinternazionalista, e il Partito rivoluzionario operaio, hanno preso posizioni antimilitariste.

Il Partito comunista unificato, che aveva raccolto qualche anno fa alcune delle scissioni dal PCFR, ha adottato nella risoluzione votata dal proprio Comitato centrale una posizione poco definita, perché si colloca all’opposizione del Cremlino, ne condanna le politiche antipopolari e critica anche in modo preciso la totale assenza di un programma in grado quantomeno di attenuare le conseguenze delle sanzioni, ma esprime sostegno alla “denazificazione”. E, anzi, critica le autorità russe per non attuarla davvero.

In questo contesto, le relazioni con le organizzazioni ucraine sono difficili per molte delle realtà russe, e questo è dovuto anche allo stato dell’estrema sinistra in Ucraina, anch’essa devastata dal periodo 2014-2022, divisa in varie posizioni, con inoltre il divieto di attività per alcune organizzazioni, considerate filorusse.

L’antagonismo sociale, vera e unica risposta alla follia della guerra, in questo momento in Russia è debole, ma non è detto che questa situazione durerà per sempre: le contraddizioni potrebbero acuirsi e portare a una nuova fase, dove alla depoliticizzazione della società potrebbe sostituirsi un altro tipo di prospettiva.

Fonte

13/03/2022

Ucraina - La guerra e la denazificazione

Mentre le operazioni di guerra in Ucraina non accennano a diminuire di intensità e Mosca, per bocca del proprio rappresentante alle Nazioni Unite, Vasilij Nebenzja, insiste perché si faccia luce su un eventuale utilizzo, in azioni belliche, di mezzi e simboli ONU da parte dei nazionalisti ucraini, in Russia ci si interroga su come procedere alla realizzazione degli obiettivi proclamati da Vladimir Putin quali ragioni dell’intervento russo.

In particolare, posto lo scopo della denazificazione dell’Ucraina, da diverse parti si mette l’accento sulla priorità da dare alla eliminazione dell’ideologia filo-nazista, che si rifà ai leader di OUN-UPA, Stepan Bandera e Roman Šukhevič, nelle scuole e nelle Università ucraine.

Qualche giorno fa, era stato l’ex diplomatico Mikhail Demurin, a porre l’accento sulla necessità del mutamento dei principi educativi nelle scuole e istituti superiori delle regioni con popolazione a prevalenza ucraina, a partire da materie come storia, scienze sociali, lingua e letteratura russa.

Questo perché, diceva Demurin, «nelle scuole e università ucraine, anche in quelle che fino a un determinato periodo insegnavano in russo, i cervelli di bambini e giovani sono stati “lavorati” nello spirito dello sciovinismo e della russofobia, che negli ultimi otto anni ha acquisito un carattere totalmente fascista».

Lo stesso leader del KPRF, Gennadij Zjuganov, in un intervento dal titolo indicativo delle posizioni del partito, «In Ucraina noi stiamo salvando la civiltà russa», ricorda il ruolo avuto dall’ideologia nazionalista dei vecchi capi filo-nazisti ucraini.

Alla fine della guerra, afferma Gennadij Zjuganov, «gli americani portarono via dalla Germania tutta la documentazione sulla formazione delle organizzazioni naziste, della Hitlerjugend, del movimento banderista. Crearono interi laboratori in USA e Canada, in cui vennero sviluppate le necessarie tecnologie politiche atte a diffondere in Ucraina il bacillo del nazismo» e l’odio per tutto ciò che è russo.

Dopo il 1945, dice Zjuganov, circa 70.000 banderisti furono mandati nei lager; a «tutti, quali assassini, vennero inflitti 20 anni di reclusione. Quegli individui avevano massacrato gli ebrei a Babi Jar, i bielorussi a Khatyn e i polacchi nella Volynia... Sembrava che la giustizia avesse trionfato. Di fatto, gli assassini scontarono appena 10 anni e furono rilasciati da Nikita Khruščëv. Come risultato, quei bambini ucraini che furono educati senza i cannibali-banderisti, assorbirono l’internazionalismo e l’amicizia. Ma i “difensori dell’indipendenza” instillarono il loro odio nei nipoti, odio che oggi si è riversato sull’intera Ucraina».

Ora, a intervenire, è lo storico, ex diplomatico, noto blogger Nikolaj Platoškin, leader del movimento social-democratico “Per un nuovo socialismo”, rimasto alcuni mesi agli arresti domiciliari nel 2020, per degli interventi giudicati di “Diffusione di informazioni false” e quindi condannato nel 2021 a cinque anni per incitamento a disordini di massa, ma rilasciato dopo alcuni mesi. Anche Platoškin mette l’accento sulla assoluta necessità della denazificazione in Ucraina.

Questo è un tema ricorrente in pressoché tutte le prese di posizione, sia di alcune organizzazioni comuniste, sia di intellettuali, che non sembrano esprimere dubbi sugli obiettivi dell’intervento militare russo in Ucraina.

Ecco l’intervento di Platoškin, pubblicato il 10 marzo sull’organo ufficioso del KPRF “Sovetskaja Rossija”

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Cosa ci attende alla fine dell’operazione?

Vorrei condividere alcune riflessioni sulla nostra operazione in Ucraina e su cosa ci attenda. A mio parere, tale questione è quella che balza oggi in primo piano. Se in Ucraina avessimo condotto un tipo usuale di guerra, come gli americani in Iraq o in Siria, non avremmo assediato Mariupol [e l’avremmo presa d’assalto], ma non possiamo, perché si tratta di un popolo fraterno.

I nazionalisti, insediatisi nelle grandi città assediate dall’esercito russo, non fanno uscire i civili, usandoli come scudi umani. Sorge la domanda: che fare?

Supponiamo di continuare ad assediare le città, ma questo non può continuare a lungo. Sorgono pesanti problemi per la gente: niente acqua, riscaldamento e altro. Naturalmente, non possiamo nemmeno prenderle d’assalto. La vita degli ucraini non ha per noi meno valore di quella dei russi. Siamo effettivamente un unico popolo. Dunque: come se ne esce? Prima di fare qualsiasi cosa, è necessario comprenderne gli effetti. Quali sono gli obiettivi della Russia in Ucraina?

In linea generale, Putin ha indicato due obiettivi: denazificazione e demilitarizzazione. Cosa significano e come sono legati al corso delle operazioni? Ad esempio, i nostri soldati arrivano in qualche città e non incontrano una particolare resistenza, specialmente al sud. Ma, allo stesso tempo, non c’è nemmeno un particolare appoggio da parte della popolazione locale, che non ha chiaro quali siano i nostri obiettivi.

Ci sono in quelle aree milioni di persone che sono per l’Unione Sovietica e anche per l’Ucraina e hanno nei nostri confronti atteggiamenti normali e, però, hanno paura a esprimere le proprie simpatie, a causa del fatto che i russi se ne possono andare, come nel 2014.

Al posto dei russi arrivano i Servizi di sicurezza ucraini e nazisti e cominciano a tormentarli, oppure a gettarli in galera. Tanto più che le truppe russe non stanno rimuovendo i sindaci o le bandiere ucraine. Al contrario, compaiono gruppi di nazionalisti che chiedono [ai russi] di andarsene e i militari russi se ne vanno. Non si può sparare contro le persone.

Finché in Ucraina non cominciamo a far perno sui milioni di persone che, appunto, devono fare il lavoro fondamentale per noi, vale a dire debellare i propri nazionalisti, debellarli politicamente, ecc., fino a quel momento il futuro può essere ambiguo. La storia ci fornisce numerosi esempi.

Quando una persona prende una decisione responsabile, che riguarda soprattutto la vita e la salute, analizza la propria esperienza e l’esperienza di altre persone che hanno avuto a che fare più o meno con lo stesso problema, per non ripetere i loro errori. Ciò ha senso.

E a giudicare dal fatto, con quale contentezza la delegazione russa alle trattative sorrida a non chiari personaggi in mimetica, come stringa loro la mano, e quant’altro, allora viene da pensare che l’obiettivo della leadership russa sia quello di mantenere in Ucraina l’attuale potere.

In cambio, l’Ucraina riconosce l’ingresso della Crimea nella compagine russa, riconosce l’indipendenza delle regioni di Donetsk e Lugansk e, in una qualche forma giuridica, prende l’impegno a non inserirsi nella NATO. Cosa sia la demilitarizzazione, è ciò che le nostre truppe hanno bombardato.

La denazificazione, invece, per ora nessuno sa cosa sia.

Questa, è una delle varianti. Secondo me, terribile per noi. Se tra due-tre anni ce ne andremo da lì e lasciamo tutto come è ora, si ripeteranno le stesse cose. Solo, probabilmente, con un maggior numero di vittime.

Ma c’è un’altra variante: indizione di elezioni in Ucraina, proibizione assoluta di tutti i partiti e organizzazioni nazisti, eliminazione di tutti i monumenti a Bandera e Šukhevič, ri-denominazione delle strade a loro intitolate, completa riorganizzazione del sistema di istruzione sotto il nostro controllo. Poi, fare in modo che finalmente cessi il flusso di veleno che è stato introdotto nei cervelli della popolazione ucraina dal 1991. Se questo non avverrà, allora accadrà che ancora una generazione verrà educata all’odio verso la Russia, come è stato dal 1991.

Ecco due esempi di denazificazione. Uno di successo; l’altro senza successo. Primo. Anno 1919. La Germania è disfatta; si voleva portare in giudizio il kaiser Guglielmo per crimini di guerra, ma poi non se ne fece di nulla ed egli se ne andò in Olanda, dove visse tranquillamente. In Germania non venne condotta nessuna propaganda antimilitare e nessuna demilitarizzazione delle coscienze. Il nazismo non crebbe dal nulla.

L’organizzazione più di massa della Repubblica di Weimar, ritenuta democratica, era quella degli “Elmi d’acciaio”, cioè l’organizzazione dei veterani dell’esercito germanico, che puntava alla revanche. All’epoca, gli alleati si limitarono alla demilitarizzazione, vale a dire, esercito tedesco di non più di 100.000 uomini e separazione di parte del territorio tedesco.

Il Belgio guadagnava qualcosa, come pure la Danimarca e la Polonia; tutto qui. Gli alleati non si immischiarono nella vita interna della Germania e nemmeno la occuparono, nonostante essa avesse subito una completa sconfitta.

Cosa ne venne fuori? Venne fuori, nel 1933, Adolf Hitler, il quale non sarebbe mai diventato capo della nazione tedesca, se milioni di tedeschi non gli fossero stati favorevoli. E quei milioni non erano sorti dal nulla. Essi, come c’erano nella Repubblica di Weimar, così erano rimasti, e gli insegnanti li educarono sul principio che una guerra l’abbiamo persa, ma una seconda la dovremo senz’altro vincere.

Trascorsero 20 anni e scoppiò la Seconda guerra mondiale. Proprio in quella stessa Germania. Morirono diverse volte più persone, nonostante già nella Prima guerra mondiale ne fossero morte tantissime. Ecco, questo è un esempio di approccio non corretto nei confronti di un avversario con una coscienza militarizzata.

Nel 1945 l’approccio fu già più giusto. Non fu conservato il governo tedesco; nessuno condusse con essi alcuna trattativa, tranne la capitolazione incondizionata. Dopo di che, gli alleati stessi, per quattro anni, si incaricarono di governare la Germania.

E, appunto, condussero la denazificazione.

Cosa significava? Proibizione assoluta del partito fascista (NSDAP) e delle numerosissime organizzazioni collaterali. Ad esempio, l’Unione femminile nazional-socialista, la “Hitlerjugend” o addirittura l’Unione nazional-socialista dei motociclisti. C’era di tutto e milioni di tedeschi appartenevano a tali organizzazioni.

Vennero divisi tutti in quattro categorie: criminali principali (furono giudicati dagli alleati); criminali (vennero giudicati su base territoriale); fiancheggiatori (iscritti al al partito nazista, ma non colpevoli di nulla); innocenti.

Gli americani costrinsero ogni tedesco a riempire un formulario, su ciò che aveva fatto dal 1933 al 1945, in modo da rilasciargli un certificato, che i tedeschi chiamavano “certificato di purificazione”. Tutti coloro che vennero riconosciuti criminali, o criminali principali, vennero esclusi a vita dal servizio pubblico.

Nella zona di occupazione sovietica, tutti i libri di testo di scienze sociali pubblicati sotto Hitler furono proibiti e ne furono editi di nuovi. L’Unione Sovietica, che aveva sofferto in maniera brutale per la guerra, spese enormi somme per quest’opera.

In brevissimo tempo, furono formati decine di migliaia di insegnanti, tra gli antifascisti che erano stati perseguitati nel Terzo Reich. Può darsi che non avessero terminato Università pedagogiche, ma erano stati nei lager nazisti, erano stati clandestini e antinazisti. È così che presero a insegnare ai bambini.

Per dieci anni, venne proibito ai tedeschi di avere qualsiasi esercito, e anche dopo, quando le due Germanie che si erano formate, [le forze armate] facevano parte di alleanze, vale a dire che gli eserciti di RFT e DDR non erano autonomi. L’esercito della DDR era subordinato al Patto di Varsavia con sede a Mosca; la RFT (Bundeswehr) era subordinata al blocco NATO, con sede a Washington. Tale denazificazione ebbe successo.

Quanti considerano oggi la Germania, che ha fatto così tanto male in due guerre mondiali, un paese fascista? Pochi o nessuno, probabilmente. Là, i libri di testo sono già differenti. Se invece guardiamo ai libri di testo ucraini, editi dal 1991, sono un autentico incubo.

Vi è scritto che, all’epoca dell’impero russo, gli ucraini erano umiliati e tormentati, che non c’è stata la Grande Guerra Patriottica, ma solo una guerra sovietico-tedesca sul territorio dell’Ucraina, e né dai russi, né dai tedeschi venne alcun vantaggio: entrambi erano invasori. Sono considerati eroi i soldati dell’Esercito insurrezionale ucraino, con a capo l’ex capitano della Wehrmacht, Šukhevič.

Egli, nei ranghi di un battaglione di polizia tedesco, bruciava villaggi in Ucraina, e ne era orgoglioso, e per simili azioni ricevette onorificenze dai tedeschi.

Supponiamo che ora ce ne andiamo, la Crimea viene riconosciuta parte della Russia, il Donbass indipendente e, però, quelli che rimangono là, avranno un solo sogno, quello di vendicarsi. La cosa più terribile è che milioni di persone, in Ucraina, che, in questa o quella forma, desiderano la riunificazione, come collaborazione o fratellanza, non potranno nemmeno aprir bocca. Faranno i conti con loro fisicamente e non si limiteranno a licenziarli dal lavoro, cosa che già ora avviene.

C’è stato anche un esempio positivo dell’Unione Sovietica con la Finlandia, che pure, insieme ai tedeschi, aveva assediato Leningrado dal 1941 al 1944. Noi pretendemmo la proibizione assoluta di tutte le organizzazioni, non solo naziste, ma anche antirusse e antisovietiche.

La Finlandia sottoscrisse con noi un accordo di reciproco aiuto, secondo cui, in caso di guerra, avrebbe dovuto schierarsi dalla nostra parte. Il partito che noi fondammo in Finlandia, “Unione democratica del popolo finlandese” (comunisti e socialisti) era sempre o al governo, o lo sosteneva.

La Finlandia aveva un ordinamento capitalista, ma vi era completamente vietata ogni propaganda antisovietica. In cambio, la Finlandia ricevette pace e l’immenso mercato sovietico, che dette all’economia finlandese la possibilità di non preoccuparsi dello smercio dei propri prodotti.

Fu un periodo d’oro per la Finlandia. Noi riuscimmo a trasformare un nemico, con cui, in sei anni, ci eravamo scontrati due volte, non semplicemente in amico, ma addirittura in alleato il quale, tra l’altro, fino agli ultimi tempi, si era rifiutato di entrare nella NATO.

Cosa ci insegnano gli esempi storici? Se in Ucraina tutto finisce con noi che ce ne andiamo, e la Crimea e anche il Donbass se ne vanno dall’Ucraina, allora, purtroppo, non sarà lontana un’altra guerra, che sarà molto più sanguinosa. Se non vogliamo che le preziose vite dei nostri soldati e ufficiali in Ucraina, e le preziose vite dei civili ucraini, tenuti in ostaggio dai nazionalisti, siano spese invano, dobbiamo fare di tutto per la riorganizzazione dell’Ucraina. È un lavoro duro e meticoloso. Forse molto più difficile di un’operazione di guerra.

Senza tale difficile lavoro, senza che noi eliminiamo tutti i danni inferti alle coscienze ucraine dal 1991, allora non sono lontani prossimi scontri tra popoli fraterni. Noi non lo vogliamo. Pertanto, quando le armi taceranno, il nostro compito principale sarà quello combattere per la coscienza del popolo ucraino, in modo che, come in epoca sovietica, diventi nostro fratello non di nome, ma per una comune visione del mondo.

Nikolaj Platoškin

Fonte

06/03/2022

USA e UE vanno verso la riabilitazione del fascismo

Come abbiamo provato a raccontare, in Russia esistono diversi partiti comunisti, con posizioni anche differenti rispetto alla guerra e quindi i livelli di opposizione a Putin e gli oligarchi.

Questa è la più recente presa di posizione di Ghennadi Zyuganov, segretario del PCFR, il più grande di questi partiti ma anche il più “morbido” con Putin.

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In questi giorni, cercando di evitare una sconfitta completa, i fascisti di Bandera stanno prendendo in ostaggio centinaia di migliaia di abitanti delle città ucraine. Minacciando la morte, i nazisti non fanno uscire i civili dalla zona di combattimento, condannandoli al ruolo di scudo umano. Ripetendo le tattiche atroci delle truppe hitleriane sul territorio dell’URSS, quando donne e bambini venivano spinti in avanti quando attaccavano e spingevano la gente nei campi minati.

I paesi occidentali fanno un gran caos nel caso in cui i terroristi catturino anche un solo ostaggio. Nello stesso periodo, centinaia di migliaia di persone sono diventate ostaggi in Ucraina. Pretendiamo una risposta diretta e chiara dai leader occidentali, cioè J. Biden, E. Macron, O. Scholz e B. Johnson e dei liberali russi,  alla domanda se sostengono le tattiche criminali dei nazisti di Bandera per prendere ostaggi o condannano queste atrocità?

Quello che Bandera sta “facendo” in Ucraina è un vero e proprio fascismo. Le nostre speranze che la sconfitta del nazismo tedesco nel 1945 da parte del popolo sovietico e della sua vittoriosa Armata Rossa avrebbe messo fine a questo fenomeno disumano sono svanite. Esprimiamo una crescente preoccupazione nel vedere la crescita di questo tumore nel centro dell’Europa e ancora una volta ciò avviene con l’assistenza delle “democrazie” occidentali.

Non abbiamo dimenticato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno contribuito economicamente e politicamente alla formazione del fascismo in Germania. La Wehrmacht di Hitler, che ha distrutto decine di milioni di persone, è stata creata in gran parte con il sostegno monetario dei monopoli americani e degli oligarchi tedeschi.

Sia l’America che l’Unione Europea sono direttamente responsabili delle atrocità dei fascisti di Bandera che hanno preso il potere in Ucraina a seguito di un colpo di stato nel febbraio 2014. La partecipazione diretta dei paesi occidentali al suddetto colpo di stato aumenta ulteriormente la loro colpa per lo spargimento di sangue in Ucraina.

Condanniamo fermamente il tentativo delle autorità tedesche di utilizzare gli eventi in Ucraina per liberarsi della responsabilità dei crimini del nazismo tedesco durante la seconda guerra mondiale. Non accadrà mai! Berlino dovrebbe smettere di sperare che la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina abbiano dimenticato le mostruose atrocità dei fascisti tedeschi nei territori occupati dell’URSS, di milioni di persone fucilate, impiccate e torturate nei campi di concentramento in Germania e in Polonia.

Se i popoli d’Europa, molti schierati con Hitler contro l’URSS, dovessero dimenticarlo, dovremmo ricordare che la Germania nel 1999, come nel 1941, ha bombardato Belgrado. La decisione di Berlino di fornire armi ai nazisti e di permettere a cittadini tedeschi di partecipare ad azioni di combattimento dalla parte dei nazisti significa che la Germania sta ancora una volta prendendo una strada per riabilitare il fascismo.

I comunisti sono sempre stati in prima linea nella lotta contro il nazismo. Siamo sicuri che le forze di sinistra e progressiste di tutto il mondo ci sosterranno in questa lotta.

Ci appelliamo alla comunità mondiale per condannare con forza le tattiche criminali del fascismo di Bandera che prende in ostaggio i civili ucraini. Qualsiasi altra posizione significherebbe sostenere i crimini contro l’umanità.

Fonte

03/03/2022

Il PCFR tra manifestazioni contro la guerra e difesa delle popolazioni del Donbass

C’è una seria discussione tra i comunisti russi, in particolare dentro il Partito Comunista della Federazione Russa, seconda forza politica del paese e promotore – da anni – della risoluzione alla Duma che ha portato al riconoscimento delle Repubbliche Popolari del Donbass. Pubblichiamo qui di seguito due interventi diversi.

Il primo è di Mikhail Lobanov un deputato del PCFR (Partito Comunista della Federazione Russa) che invita a mobilitarsi con maggiore determinazione per la pace e contro la guerra, anche andando in contrasto con il governo di Putin.

Il secondo è di Ghennadi Zuganov, segretario del PCFR che invece invita ad una maggiore determinazione nella difesa delle Repubbliche del Donbass e critica le manifestazioni per la pace di non essersi mai viste durante gli otto anni di guerra dell’Ucraina contro le popolazioni delle Repubbliche Indipendenti né di segnalare nelle manifestazioni i bombardamenti ucraini contro queste ultime.

È una discussione seria, come è seria la situazione, anche per chi vive e agisce politicamente in Russia.

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Mikhail Lobanov è un deputato del Partito Comunista della Federazione Russa. Ha pubblicato un discorso aperto ai membri, deputati e candidati del PCFR: “Comunisti e socialisti contro la guerra”.

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Amici e compagni, cercherò ora di formulare dei pensieri che mi sembrano molto importanti in questo momento.

Procedo da due cose. La prima. Se vogliamo fermare la guerra fratricida, dobbiamo lavorare per la formazione di una maggioranza attiva contro la guerra nella società. La seconda. Dopo la guerra scatenata dal Cremlino la Russia non sarà più la stessa. Ma quali saranno i cambiamenti futuri dipende da voi e da me, dalle nostre azioni o dalla nostra inazione.

Una moltiplicazione della repressione, una soluzione ai problemi economici dei funzionari e dei più grandi oligarchi a nostre spese. O la democratizzazione e un cambiamento fondamentale di rotta socio-economica nell’interesse della maggioranza sotto una forte pressione dal basso.

Su questa base, sono convinto che la posizione del PCFR sia ora importante. Come maggiore partito parlamentare di opposizione in Russia, il PCFR, che ha ottenuto il sostegno pubblico nelle ultime elezioni della Duma, deve prendere parte attiva alla protesta contro la guerra e combinarla con le richieste di ristrutturazione socio-economica del paese.

Come candidato del PCFR alle ultime elezioni della Duma di Stato e come persona di convinte idee socialiste, mi considero in diritto e persino in dovere di rivolgermi ai miei compagni di partito del PCFR, suggerendo loro di assumere queste posizioni.

Insieme ad altri candidati, deputati del PCFR e membri del partito, ho lanciato un appello aperto ai membri e ai deputati del PCFR. Il link all’appello e il modulo per le firme sono nei commenti.

Anche le persone che hanno semplicemente votato per il PCFR possono firmare l’appello.

Chiedo a tutte le persone di sinistra e democratiche di sostenerlo, firmarlo e distribuirlo!

I crimini di guerra commessi dai nazisti-banditi devono essere condannati dal mondo intero.

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Qui di seguito invece una dichiarazione del Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa, Ghennadi Zyuganov.

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Le tattiche dei battaglioni punitivi nazisti che sono stati sconfitti nel confronto con le truppe della LNR-DNR sono diventate molto chiare. È la stessa tattica della terra bruciata usata dagli invasori nazisti per ritirarsi, sotto i colpi dell’Armata Rossa, dal territorio dell’URSS, Ucraina compresa. I tedeschi fecero saltare la diga del Dnieper, distrussero centinaia di fabbriche, miniere e ponti e bruciarono decine di migliaia di case in Ucraina.

I nazisti dei “battaglioni territoriali” stanno facendo la stessa cosa. Anche se si ritirano dal Donbass, continuano a bombardare le città e i villaggi di questa regione a lungo sofferente con cannoni da 122 e 152 mm. I civili vengono uccisi ogni giorno. Questi sono crimini di guerra.

L’Occidente non sta nemmeno cercando di fermare il bombardamento delle zone residenziali nel Donbass, il che rende i “moralisti” e gli “umanisti” dell’Unione Europea e degli Stati Uniti complici dei crimini di guerra.

Cercando di dare l’impressione che l’esercito russo sia responsabile della morte dei civili, si impegnano in sporche provocazioni, bombardando città sotto il loro controllo. C’è stata una forte esplosione nel centro di Kharkiv. Tutti i media “mondiali”, interamente controllati da Washington, hanno strombazzato che la colpa era della Russia. Ma era chiaramente un’autobomba, con centinaia di chili di esplosivo, che indica gli organizzatori e gli esecutori del crimine. Tali tattiche sono utilizzate da molte organizzazioni terroristiche in tutto il mondo, che sono sotto il controllo della CIA.

L’Occidente e la sua “quinta colonna” in Russia stanno proteggendo i peggiori fascisti e terroristi, che hanno preso il potere in Ucraina e reso i suoi cittadini ostaggi della loro vile russofobia e antisovietismo. Ostaggi nel senso letterale della parola. Per esempio, nella città di Mariupol, che è circondata dalle truppe dell’LNR-DPR, i nazisti dei reggimenti Azov e Aidar non permettono ai civili di lasciare la città.

Le unità della Bandera hanno installato postazioni di tiro ai piani superiori delle case, dalle quali non era permesso alle persone di uscire. Li hanno trasformati in scudi umani per i nazisti delle unità punitive.

Chiediamo all’Unione Europea e agli Stati Uniti di condannare il terrore dei Banderisti contro le città del Donbass, la pratica di prendere ostaggi come scudi umani e il posizionamento di armi e mortai nelle zone residenziali delle città sotto il loro controllo. Se l’Occidente non riesce a prevenire questa orribile violazione delle norme fondamentali della guerra, la responsabilità dei crimini dei suoi vassalli ricadrà anche sui loro capi.

L’Occidente ha bisogno di guardare più da vicino i volti di coloro che difende a gran voce. Dopo tutto, sono i seguaci del mercenario Bandera di Hitler e dei suoi carnefici. Furono i banderisti a commettere le atrocità più efferate nei territori dell’URSS occupati dalle truppe tedesche.

Furono i banderisti che spararono agli ebrei a Babiy Yar, massacrarono i polacchi a Volyn e bruciarono vive le persone nei villaggi della Bielorussia. E il modo in cui hanno bruciato vive decine di persone a Odessa nel 2014 dimostra che questi mostri hanno ereditato dai loro antenati hitleriani la volontà di commettere i più gravi crimini contro l’umanità. Nessuna persona decente può associarsi a loro.

Siamo colpiti dalla duplicità e dall’ipocrisia dei cosiddetti attivisti della pace. Facciamo a tutti una semplice domanda: perché siete rimasti in silenzio per 8 anni, quando quasi ogni giorno le zone residenziali del Donbass venivano bombardate con le armi?

Quando i civili venivano uccisi ogni giorno. Perché non ha avuto compassione per i parenti delle migliaia di persone uccise e mutilate? Siete stati in silenzio per tutti questi anni. Quindi abbiamo seri dubbi sulla sincerità dei nuovi “attivisti della pace”.

Se l’AFU (Forze Armate dell’Ucraina) e i battaglioni nazisti avessero invaso il Donbass come previsto e avessero massacrato i difensori del LNR-DPR e i civili, avreste protestato? O sareste rimasto in silenzio? Purtroppo, sono sicuro che nemmeno lo spargimento di sangue nel Donbass vi avrebbe spinto a scendere in piazza per chiedere la fine del genocidio del popolo russo e della popolazione russofona.

Anche noi siamo a favore della pace e sosteniamo sempre una risoluzione pacifica di qualsiasi conflitto. Siamo contro lo spargimento di sangue. E speriamo vivamente che sia possibile evitare gravi perdite non solo nell’esercito russo, ma anche tra i soldati e gli ufficiali dell’AFU, tra i quali ci sono molti russi e ucraini fuorviati.

Speriamo sinceramente in una rapida cessazione delle ostilità e in una soluzione politica negoziata. E lo stiamo promuovendo il più possibile. Chiediamo all’Occidente e in particolare agli Stati Uniti d’America di non ostacolare la ricerca di una soluzione pacifica.

Sappiamo bene che sono gli Stati Uniti d’America ad essere i più interessati a fomentare e ad agitare il conflitto tra la Russia e la fraterna Ucraina. Tuttavia, molte figure politiche e pubbliche oneste, giornalisti e accademici negli Stati Uniti, in Europa e in molti paesi del mondo sono ben consapevoli della vera natura di ciò che sta accadendo. Li ringraziamo sinceramente per questa profonda comprensione della responsabilità dell’Occidente nello scoppio di questo conflitto.

L’America e l’Unione europea non stanno combattendo per difendere l’Ucraina. Stanno combattendo per il loro diritto, con l’aiuto dei nazisti locali, di saccheggiare l’Ucraina e usarla come un trampolino di lancio per l’aggressione contro la Russia.

Chiediamo alla comunità internazionale di rendersi conto della distruttività di questo corso per la causa della pace e della vera democrazia nel mondo e di impedire attivamente i tentativi di deragliare il processo di una soluzione politica in Ucraina.

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25/02/2022

Russia - Prime reazioni interne all'operazione militare

L'”Occidente è furioso“, scrive su Vzgljad l’economista Gevorg Mirzajan. “La Russia ha osato violare l’ordine politico globale e lanciare un’operazione per smilitarizzare l’Ucraina“. In realtà, il significato dell’operazione è molto più ampio: non solo costringere l’Ucraina alla pace, ma anche dare un colpo di sveglia all’Occidente, «o mettere l’America in grave crisi».

La Russia è un «paese educato» dice Mirzajan; per anni «ha cercato di convincere i partner occidentali a rispettare i documenti firmati sia da essi (gli accordi sulla stabilità strategica) che dagli ucraini (accordi di Minsk). Poi, per mesi, ha negoziato con Joseph Biden, che sembrava rendersi conto della necessità di un dialogo con Mosca».

In tutti questi mesi, Mosca ha cercato di convincere i “partner americani” a tenere conto delle preoccupazioni russe, fornire garanzie di sicurezza e costruire insieme un sistema di sicurezza efficace e inclusivo in Europa.

Ma ha sentito solo mantra su “le frontiere aperte della NATO“, “l’inammissibilità dell’ingerenza russa negli affari interni dell’alleanza“, e sul fatto che la NATO è un blocco difensivo (come no: Jugoslavia, Libia, ecc.), e che la vera minaccia viene dalla Russia “aggressiva”, “revanscista”, che “sogna di restaurare l’Unione Sovietica“.

Di conseguenza, nel «disperato tentativo di convincere i partner occidentali della necessità di avviare un vero processo negoziale, Mosca è ricorsa all’ultimo mezzo. Ora l’Occidente sarà costretto a una nuova configurazione globale con la Russia».

Gli USA hanno ora tre varianti di risposta.

Prima: inviare truppe in Ucraina, gli Stati Uniti hanno rinunciato da tempo.

Seconda: sanzioni contro il sistema finanziario russo e l’import tecnologico; proprio in questa direzione si muovono gli americani. Ma con le sanzioni, nemmeno gli USA godranno, non solo «perché, con quelle, spingeranno Mosca ancor più nelle braccia di Pechino, ma perché colpiranno l’economia occidentale».

Terza opzione: «calmarsi, prendere l’operazione russa in Ucraina come una lezione e sedersi al tavolo dei negoziati con la Russia su un nuovo sistema di sicurezza».

Tuttavia, conclude Mirzajan, anche qui ci sono forti insidie, sotto forma di «distruzione delle regole globali basate sulla volontà e sul dominio americani», nel senso che se «Washington permette alla Russia di cambiare lo status quo globale, così, senza punizioni, allora dov’è la garanzia che domani altri Stati non seguiranno la strada di Mosca, fregandosene di Washington?».

La presa di posizione del KPFR di Gennadij Zjuganov è nettamente a favore dell’intervento russo in Ucraina. «Il nostro partito e le forze patriottiche di sinistra» dice Zjuganov, «hanno da tempo formulato la propria posizione nei confronti del regime nazi-banderista ucraino... comprendiamo la decisione presa dai vertici del nostro Paese.

È principalmente finalizzata a garantire la sicurezza e ristabilire la pace in terra ucraina, così a lungo martoriata e, soprattutto, in Donbass... Grandi russi, bielorussi, malorusi (ucraini, ndt) costituiscono un unico popolo, con una storia unitaria, una cultura comune, fede e vittorie comuni».

Dopo che gli USA hanno fatto di «tutto per distruggere la nostra comune patria sovietica, l’Ucraina è finita nelle loro grinfie, quale miccia» cui essi intendevano dar fuoco sul suolo russo. A quale scopo?

Per «mettere i nostri popoli gli uni contro gli altri ed eliminare il loro principale concorrente dall’arena geopolitica. Un tempo era l’Unione Sovietica; oggi è la Federazione Russa», ha detto Zjuganov. In questo, a quanto pare, esattamente in linea con l’idea di Vladimir Putin su URSS-Russia.

Sul piano dell’azione, Zjuganov afferma che si debba «fare di tutto per garantire che la pace sia stabilita in Ucraina e in Donbass. Pertanto, auguro ai nostri capi militari, ai nostri ufficiali e soldati che tutto sia fatto con competenza e professionalità», come fecero in Crimea nel 2014, quando «c’erano trentamila soldati ucraini e circa lo stesso numero di truppe russe.

Non un solo mitra, non un solo cannone sparò allora. Perché? Perché tutti avevano capito che i cittadini della Crimea non vogliono avere un governo nazi-baderista che brucia vive le persone, come accaduto a Odessa; un governo banderista, che reprime chiunque non sia d’accordo con la sua ideologia nazista».

Netta e pronta anche la presa di posizione del VKPB (Partito comunista dei bolscevichi di tutta l’Unione) che esordisce notando come non sia corretto parlare di “inizio della guerra in Ucraina“, dato che la guerra in Ucraina è iniziata nel 2013-2014, con la vittoria del “majdan” neofascista e una crescente interferenza straniera negli affari ucraini.

Ora, «l’operazione militare delle truppe russe è di natura preventiva: occupare il territorio dell’Ucraina, stabilirvi un regime amico o neutrale, in modo che non vi compaiano basi NATO. I bolscevichi non hanno simpatia per il regime di V. Putin. E Putin non ha simpatia per i bolscevichi. Ma la realtà va vista per quella che è».

Azzardando un parallelo alquanto stiracchiato, ma efficace, il VKPB scrive che l’attuale operazione russa può paragonarsi a una «situazione ipotetica, come se nel 1933-1938 Inghilterra e Francia avessero attaccato la Germania nazista per rovesciare il regime hitleriano... È improbabile che i comunisti europei fossero contrari a un simile sviluppo degli eventi».

Anche il VKPB, come quasi tutta la sinistra e le organizzazioni comuniste russe, giudica tardiva l’operazione attuale: avrebbe potuto «essere realizzata senza vittime (o quasi) nel 2014. Anche allora, durante il colpo di stato, la Russia avrebbe potuto sostenere il presidente “legittimo” V. Janukovič e mantenerlo al potere.

A quel tempo, i militari ucraini, nei negoziati con gli insorti filo-russi a Slavjansk, dissero chiaramente che se la Russia avesse inviato truppe, essi sarebbero passati dalla parte della Russia e delle forze filo-russe».

Ma il regime putiniano perse l’opportunità e anzi riconobbe il governo di Petro Porošenko, contribuendo così al suo riconoscimento internazionale: «allora Putin e il suo entourage commisero errori di calcolo giganteschi. Le ragioni sono chiare: i circoli dirigenti russi speravano ancora di poter negoziare la pace sia con l’Occidente che con le nuove autorità ucraine».

Come si inseriscono in questo quadro gli attacchi antisovietici di Putin nel suo discorso del 21 febbraio? Non sono che «tentativi di trasferire sui predecessori, la responsabilità dei propri fallimenti in politica estera».

Concludendo, dicono al VKPB, prima o poi, la Russia avrebbe dovuto combattere la crescente forza dell’esercito ucraino e dei suoi alleati della NATO. È possibile che «si sarebbe dovuto combattere da questa parte, quella russa, del confine. Tuttavia, ora il regime russo sta cercando di correggere ciò che, logicamente, avrebbe dovuto fare nel 2014 (e che non ha avuto il coraggio di fare allora), per prevenire lo scenario peggiore».

E i comuni moscoviti, come reagiscono? Komsomol’skaja Pravda scriveva ieri che nei negozi e supermarket, a dispetto di quando diffuso in rete, non c’erano code e non c’era alcun “aggiotaggio” di prodotti alimentari di altro tipo. Di contro, sembra che delle code si siano registrate a diversi sportelli bancari e apparecchi bancomat, per ritirare contanti; ma tutto senza minime manifestazioni di “panico”.

Sporadiche manifestazioni contro la guerra si sono invece svolte in varie città della Russia, per la verità con scarsa partecipazione. La Tass scrive di circa 600 fermati a Mosca per “manifestazione non autorizzata”.

Una buona notizia è arrivata per gli abitanti dalla Crimea, sottoposti da anni al blocco idrico da parte di Kiev: il blocco sarebbe stato neutralizzato, anche qui con l’intervento di reparti russi.

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28/01/2022

Russia - I comunisti spingono per il riconoscimento delle repubbliche del Donbass

La componente comunista alla Duma e il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Zyuganov, dalla scorsa settimana hanno presentato alla Duma una bozza di risoluzione da inviare al presidente Vladimir Putin per il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, separatesi dall’Ucraina a seguito del colpo di stato del 2014.

Come risulta dalla bozza, i comunisti vogliono che la Duma di Stato si rivolga al capo dello Stato “con la richiesta di considerare il riconoscimento della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk come Stati indipendenti e sovrani“.

Inoltre, il Partito Comunista ritiene necessario chiedere al presidente di considerare la questione di condurre colloqui preliminari con i leader delle due repubbliche “per creare una base giuridica di relazioni interstatali che regolino tutti gli aspetti della cooperazione e dell’assistenza reciproca, compresa la sicurezza.”

Il Cremlino per ora non si è espresso ufficialmente sulla proposta del Partito Comunista di riconoscere la Repubblica popolare di Donetsk e la Repubblica popolare di Lugansk. Formalmente attende che la bozza di proposta sia stata ufficialmente presa in considerazione dalla Duma di Stato, ha comunicato ai media il portavoce presidenziale Dmitry Peskov.

“Per quanto ho capito, la Duma di Stato deve votare prima la proposta. Questo appello deve essere accettato o respinto. Questa è un’iniziativa del legislatore e c’è una certa procedura da seguire. Trovo impossibile dire qualcosa prima che sia stato completato“, ha detto Peskov.

La bozza afferma che negli ultimi otto anni il popolo delle autoproclamate repubbliche ha vissuto sotto il fuoco di sbarramento di armi di piccolo e grosso calibro. Secondo le fonti delle Nazioni Unite più di 10.000 persone sono state uccise e più di 50.000 ferite, mentre le autorità ucraine hanno imposto un blocco economico totale alle due repubbliche.

La direzione legale della Duma ha affermato nelle sue conclusioni che, secondo il regolamento interno della camera bassa, tutte le bozze di risoluzione riguardanti questioni di politica estera devono essere prese in considerazione prima dalla commissione per gli affari internazionali della Duma di Stato e dalla commissione per gli affari internazionali della CSI.

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21/04/2020

Ossetizia del Nord: disagio sociale “per” o “con” il coronavirus

Un migliaio di persone è sceso lunedì in piazza a Vladikavkaz, capitale della Repubblica autonoma russa dell’Ossetija del Nord, per chiedere provvedimenti a sostegno di coloro che hanno perso il lavoro a causa del regime di auto-isolamento, decretato per l’epidemia di coronavirus. Alla data del 20 aprile, nella Repubblica erano registrati 177 contagi e 2 vittime.

I manifestanti, riunitisi nella piazza antistante il palazzo del governo, chiedevano anche maggiori informazioni sulle misure adottate contro l’epidemia. Il presidente repubblicano, Vjačeslav Bitarov, uscito dal palazzo, è stato fischiato e gli è stato contestato che il birrificio di sua proprietà continui l’attività, nonostante la maggior parte delle imprese siano chiuse. A Bitarov non è rimasto altro che ritirarsi dalla piazza, coperto da urla di “dimissioni”.

A fine meeting, riporta Kavkazkij Uzel, reparti della Guardia nazionale e dei OMON (la “celere” russa) intervenuti a disperdere gli ultimi manifestanti, sono stati accolti a sassate: una decina di persone sono state fermate.

La manifestazione era stata indetta anche per chiedere la liberazione del baritono e attivista Vadim Čel’diev, che si definisce “cittadino dell’URSS”, accusato di “diffusione di informazioni chiaramente false su circostanze che costituiscono una minaccia alla vita e alla sicurezza dei cittadini”. Čel’diev nega infatti l’esistenza del coronavirus e sostiene che i poteri repubblicani “operano per esacerbare artificialmente la situazione, per depredare il popolo”.

Nella serata di lunedì non tutti i manifestanti avevano lasciato la piazza, non convinti della promessa del governo di liberare le persone fermate.

Commentando le proteste di Vladikavkaz, Dmitrij Novikov, uno dei vice-presidenti del CC del KPRF, sostiene che le misure adottate dal governo nord-ossetino – più o meno le stesse di tutta la Russia: “rimanete a casa” – sono “chiaramente insufficienti” e non costituiscono una “garanzia per le persone di sentirsi sicure per il futuro. Al contrario, molti, hanno perso il lavoro nel giro di un giorno e non sanno come nutrire i propri figli. Questa è la conseguenza generale di una situazione in cui la maggioranza dei russi arriva a malapena al giorno dello stipendio e non dispone di risparmi. Oggi, a Vladikavkaz, abbiamo visto i risultati di tale disagio socio-economico”, ha detto Novikov.

Il quale ha ricordato che il KPRF ha da tempo “avvertito che i fondi stanziati dal governo sono estremamente insufficienti per sostenere i cittadini bisognosi, tantomeno nelle condizioni imposte da gravi misure restrittive. Il governo disporrebbe delle riserve necessarie, ma non ha fretta di aiutare le persone. La morsa del neoliberismo continua a strangolare il paese. L’impoverimento delle masse porta inevitabilmente a proteste spontanee: quello verificatosi in Ossetija del Nord è il primo scoppio di indignazione popolare; se non se ne traggono presto le conclusioni, manifestazioni simili possono estendersi ad altre regioni della Russia”. Ci si deve rendere conto che “la situazione non può essere corretta con l’impiego della polizia”.

Intervento del KPRF a parte, che sembra più orientato a fornire consigli al governo centrale, piuttosto che non a organizzare tali proteste spontanee, è il caso di ricordare che, appena la settimana scorsa, l’ennesimo sondaggio del Centro Levada aveva rilevato come il 38% dei russi consideri la politica condotta da Vladimir Putin volta alla salvaguardia degli interessi di oligarchi, banchieri e grossi imprenditori e il 37% la ritiene orientata verso gli apparati militari e di sicurezza. Alla domanda su quali forze basi la propria leadership Putin, il 46% risponde: sulle forze di sicurezza; il 37% sugli oligarchi e il 27% sulla burocrazia.

Secondo il sondaggio, continuano a calare i giudizi positivi sulla figura di Vladimir Putin: dal 47% del marzo 2015, al 42% dell’aprile 2017, al 32% dell’ottobre scorso, fino all’attuale 29%. D’altro canto, solo il 14% degli intervistati ritiene che al Presidente siano estranei gli interessi popolari e il 13% gli contesta legami col grosso capitale.

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29/08/2019

Russia - È il Cremlino a organizzare le proteste liberali?

Come ormai da oltre un mese, anche per sabato prossimo la cosiddetta “opposizione liberale” ha annunciato una nuova manifestazione a Mosca, “per il futuro del nostro paese”, in vista del voto amministrativo del 8 settembre e col pretesto della mancata registrazione di alcuni candidati cosiddetti “auto-nominati” per la Duma di Mosca.

La questione delle candidature è sempre più spesso sollevata anche dal PCFR di Gennadij Zjuganov, che denuncia una vera e propria “guerra dell’informazione” contro il partito e lamenta provocazioni contro i candidati del PCFR, un po’ dappertutto nel paese e in quasi tutte le circoscrizioni della capitale: distruzione di volantini, intimidazioni ai militanti e ai candidati, cancellazioni delle registrazioni. II segretario del Comitato cittadino Nikolaj Zubrilin, deputato uscente alla Duma di Mosca e candidato per la nuova Assemblea elettiva, denuncia gli attacchi portati dall’establishment municipale utilizzando la “manovalanza” del LDPR di Vladimir Žirinovskij. I rappresentanti di questo partito, scrive Zubrilin, “hanno tradito gli interessi dei propri elettori. Criticando a parole le riforme liberali, le hanno però votate alla Duma federale: sia la monetizzazione delle agevolazioni sociali, sia l’aumentare dell’età pensionistica”.

Ora, in vista delle nuove manifestazioni, Pavel Petukhov, del PCFR di Irkutsk, propone un contributo abbastanza originale, ripreso da Sovetskaja Rossija, Livejournal, Russkij Lad, Novij Sotsializm e altre pubblicazioni, in cui si chiede addirittura “perché il potere organizzi le proteste liberali”. Nonostante la marcata omissione dell’attività di ogni altra organizzazione comunista che non sia il PCFR, la spiccata accentuazione del ruolo di quest’ultimo e il silenzio sulla sua ambigua antonimia tra Vladimir Putin e “governo liberale” di Dmitrij Medvedev, la tesi di Petukhov merita quantomeno attenzione. Per questo, si propone l’intervento per intero, osservando solamente come, ad esempio, la discussione circa la partecipazione o meno dei comunisti alle manifestazioni liberali in Russia, cui accenna Petukhov, sia stata in qualche sede effettivamente sollevata.

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L’eco delle “due torri”

È diventata un luogo comune la designazione dei liberali-occidentalisti patrii quale opposizione non sistemica. Sia gli stessi liberali, che la polizia impongono ostinatamente lo stesso punto di vista: il governo sta combattendo contro i liberali e i liberali contro il governo.

La leggenda varia a seconda del pubblico: o sono agli ordini del Dipartimento di Stato e combattono non solo contro il potere putiniano, ma anche contro la Russia in quanto tale, o, al contrario, lottano contro questo governo nell’interesse del popolo (solo che, per qualche ragione, il popolo, stupido, non lo capisce). Ma le persone pensanti già una decina di anni fa avevano cominciato a porsi delle domande su tale quadro propinatoci.

In effetti, fino al 2001 i partiti liberali sono stati il principale pilastro del potere. Nel 1996 sostennero attivamente Eltsin e, nel 2000, Putin. I liberali sono tuttora insediati al governo e ne costituiscono il nucleo, determinandone il corso socio-economico. Improvvisamente, nel 2001, questi stessi liberali (ovviamente, tranne quelli rimasti al governo) passano improvvisamente all’“opposizione” e iniziano a tenere regolarmente meeting anti-Putin. Quale pretesto per le prime azioni, fu utilizzata la situazione creatasi attorno a NTV (l’emittente allora di proprietà del magnate dei media Vladimir Gusinskij – ndt).

Negli ultimi 18 anni, tali azioni sono diventate usuali. L’interesse per esse è alimentato da vari eventi nelle ex repubbliche dell’URSS: “majdan” in Ucraina, “rivoluzione delle rose” in Georgia, tentativi di azioni simili in Bielorussia, Moldavia e così via. Di tanto in tanto, i “majdan” liberali in Russia sono abbastanza affollati e ciò consente alle autorità e ai loro propagandisti di parlare di una “minaccia arancione” (il primo tentativo di majdan in Ucraina, nel 2004 – ndt), come, ad esempio, nel 2011-’12.

Ma, stranamente, ogni volta, tutte queste “majdan russe” non si concludono con la caduta del regime o il suo indebolimento, ma, al contrario, con il suo rafforzamento rispetto alla situazione pre-majdan. Così avvenne nel 2012, quando Putin difficilmente avrebbe potuto vincere le presidenziali, senza la finzione di una “minaccia majdan” in piazza Bolotnaja (e la “risposta” alla Poklonnaja Gora). Anzi, subito dopo questa pretesa “vittoria sui liberali”, i vincitori trascinarono la Russia nel WTO: una vera e propria vittoria dell’ideologia liberale.

Nel 2014 la leadership del Cremlino assunse una posizione estremamente strana sul majdan a Kiev. Invece di sostenere il legittimo presidente Janukovič, che aveva tutto il diritto di reprimere i golpisti con la forza (e se la Russia lo avesse sostenuto, egli le sarebbe rimasto obbligato in tutto, e come vicino avremmo avuto uno stato amico e alleato), il Cremlino rifiutò di aiutarlo, riconobbe la nuova leadership di Kiev e in cambio, sembra, ottenne la Crimea. Invece, rimangono tuttora non riconosciute le Repubbliche del Donbass, DNR e LNR.

Gli strati patriottici russi avevano tutte le ragioni per protestare contro tale linea del Cremlino. Ma proprio in quel momento, i liberali presero a organizzare nuovamente manifestazioni, accusando la leadership russa di aggressione contro l’Ucraina, annessione della Crimea, ecc. La diffusione di queste assurdità “a contrario” portò al fatto che la gente finì per dimenticare le vere recriminazioni verso il potere e il rating di Putin volò di nuovo alle stelle.

E questa situazione si ripete ogni volta. I liberali organizzano proteste con un programma tale da allontanare le masse e gettarle tra le braccia del Cremlino. Sarebbe strano supporre che lo stiano facendo inconsciamente, per stupidità, che davvero vogliano sinceramente combattere contro Putin, ma oggettivamente lo aiutino. Come “parte di quella forza che eternamente vuole il male e opera eternamente il bene” (Mefistofele, nel “Faust” goethiano – ndt. O al contrario, a seconda del punto di vista). E lo stanno facendo già da quasi due decenni, senza aver imparato nulla.

È molto più logico supporre che il ruolo dei liberali nell’attuale sistema politico risieda proprio nel fatto di fare la propria comparsa al momento giusto come “opposizione molto cattiva” (tipo: il ruolo del “poliziotto cattivo”) in modo che il potere, in tale contesto, non sembri poi così cattivo. Con ciò si spiega la prosperità dei “leader” liberali, la presenza dei loro adepti nel governo e il loro costante cicaleccio nei media. Non fanno altro che eseguire le funzioni di “dipartimento per gli affari dell’opposizione” nell’apparato di propaganda del potere.

E questo non contraddice per niente il ruolo del Dipartimento di Stato e dell’Occidente in tutti questi eventi. L’attuale potere russo dipende completamente dall’Occidente e quest’ultimo non ha alcun bisogno di rovesciarlo. Forse solo nel caso in cui perdesse le ultime tracce di fiducia da parte della popolazione, e allora sarebbero davvero necessari nuovi scagnozzi, pronti a sostituirlo. Ma questo non è all’ordine del giorno oggi o domani (anche se, forse, già dopodomani).

Dopotutto, non solo le imitazioni, come è il caso della Russia, ma anche le vere majdan non sono dirette contro le élite al potere. Al contrario, sono proprio le élite che le organizzano, quando il malcontento della gente tracima e deve essere riportato nella giusta direzione. Ad esempio, in Ucraina, il Partito comunista, dopo una serie di fallimenti alle elezioni degli anni 2000, aveva iniziato ad aumentare repentinamente il proprio rating e alle elezioni del 2012 aveva ottenuto oltre il 13% dei voti e nelle regioni orientali, più del 20%. Era abbastanza realistico il passaggio del candidato del PCU al secondo turno delle presidenziali. Ma l’élite giocò d’anticipo, mandando in scena il majdan del 2013-2014, che era formalmente diretto contro il Partito delle Regioni, al potere, ma di fatto aveva un netto carattere anticomunista. Come risultato, il Partito Comunista uscì di scena, mentre i “regionali”, al contrario, si adattarono bene al “nuovo” sistema politico.

Ma torniamo alla Russia. Tra gli analisti politici, ha un certo peso il punto di vista secondo cui dietro l’opposizione liberale non ci sia il Cremlino nel suo insieme, ma solo una parte dell’élite al potere: la cosiddetta “torre liberale”. Si fanno i nomi di Kudrin, Čubajs, Kirienko: sarebbero loro a portare in piazza i propri sostenitori per fare pressione sugli avversari interni all’élite, vale a dire i “patrioti del Cremlino”, forze di polizia e dell’esercito.

Ma è poco probabile che questo punto di vista sia corretto. Sarebbe più logico supporre che fossero proprio i “patrioti del Cremlino” a organizzare le manifestazioni liberali per screditare l’idea liberale e indebolire le posizioni dei loro concorrenti. Tuttavia, il risultato delle azioni di massa, come già detto, è sempre lo stesso: il rafforzamento del sistema nel suo insieme e non di una delle due “torri del Cremlino”, la cui sussistenza (ovviamente, in senso metaforico) può esser messa legittimamente in dubbio.

Ecco che anche oggi i liberali portano folle di persone ai meeting a Mosca e nelle megalopoli, tipo San Pietroburgo, Ekaterinburg, ecc. Il pretesto, a quanto pare, è banale: il rifiuto di registrare una serie di candidati liberali auto-nominati alle elezioni per la Duma municipale di Mosca. Perché è stata loro rifiutata la registrazione? Oggi queste idee sono molto impopolari nel paese. A Mosca, ovviamente, hanno un sostegno maggiore; ma anche lì i liberali non potrebbero ottenere più di 3-5 mandati su 45, il che influirebbe poco sull’equilibrio generale delle forze. Ed è improbabile che questi deputati appoggerebbero l’opposizione di sinistra del PCFR sulle questioni chiave: piuttosto, al contrario, voterebbero per lo più con i rappresentanti di “Russia Unita”, essendo, come quella, partiti di orientamento oligarchico e capitalista.

Dunque, il rifiuto della registrazione serviva proprio come pretesto per le manifestazioni: allo stesso modo di come, la primavera scorsa, le autorità avevano abilmente organizzato le proteste a Ekaterinburg, facendo finta di voler costruire una chiesa negli spazi del parco pubblico. Se davvero avessero voluto costruirla, lo avrebbero fatto, nonostante i meeting di protesta. Invece, l’obiettivo era quello di spingere frontalmente credenti contro atei, per presentarsi poi come arbitri.

E a che scopo oggi le autorità hanno bisogno di questi meeting? Il fatto è che, dopo la riforma pensionistica e per l’acuirsi della crisi socio-economica, è cresciuto il consenso per le idee di sinistra. Già nell’autunno dello scorso anno, “Russia unita” aveva subito una serie di sconfitte alle elezioni regionali, perdendo contro i candidati del PCFR e persino del LDPR. I pronostici indicano che la situazione si ripeterà quest’anno. Il PCFR ha tutte le possibilità di vincere in un certo numero di regioni, sia per l’elezione del Governatore, che per le assemblee legislative.

Per “Russia unita”, il problema non consiste solo nel fatto che essa stessa verrà sconfitta, ma anche nel fatto che perderà non contro i liberali, a quelli socialmente affini e il cui rating è vicino allo zero, bensì contro i comunisti, portatori di un’ideologia e un programma diametralmente opposti.

Dunque, si deve fare in modo che, agli occhi di una parte significativa della popolazione, l’opposizione venga associata alla russofobia, all’occidentalismo, al Dipartimento di stato e alla minaccia di majdan. Semplicemente, alle autorità non erano rimasti altri assi da giocare: quindi hanno nuovamente portato in piazza i capi liberali (è indicativo che questi marcino sotto lo stesso tricolore di Vlasov, innalzato anche da “Russia unita”), assicurando loro una massiccia campagna propagandistica.

Infatti, qualsiasi PR è utile, anche quello negativo. Più troll filo-governativi scrivono quanto siano cattivi Navalnyj, Sobol e simili “filo-Depstat” e “podpindosniki” (espressione intraducibile; “esterofili” – ndt), più si attira l’attenzione su di loro. Il filisteo medio ragionerà così: se vengono così rimbrottati, significa che in qualche modo hanno colpito il potere e sono pericolosi per esso. Ma il filisteo non pensa al fatto che non ci siano e non possano esserci differenze ideologiche tra i liberali al potere e quelli all’opposizione.

Le autorità e i loro media non attaccano quasi mai i comunisti (più esattamente: ciò viene fatto, ma di solito attraverso film o “documentari” pseudo-storici, senza riferimento diretto al presente), essi vengono semplicemente ignorati, si finge che non ci siano affatto comunisti in Russia e l’intera lotta venga condotta tra governo e liberali. Proprio questo fatto indica chi sia effettivamente il principale nemico del governo, e non quello disegnato dalla propaganda.

Quindi, i meeting liberali di un certo peso si svolgono solo nelle capitali, ma grazie al quadro presentato dalle TV e alla massiccia propaganda sui social network, quelli vengono trasmessi in tutto il paese. Tanto più che simili meeting costituiscono autentici spettacoli che attirano banderisti ucraini, minoranze sessuali con bandiere arcobaleno, poster con richieste di decomunistizzazione e, allo stesso tempo, bandiere rosse di alcune organizzazioni pseudo-comuniste. Più si va nell’assurdo, più è interessante per un auditorio di massa.

Di contro, le azioni di protesta del PCFR si svolgono dappertutto per il paese, ma ovviamente i media filo-governativi, i presunti blogger d’opposizione e i gruppi prezzolati sui social network le ignorano, cercando di rimuovere completamente dall’ordine del giorno le proteste socio-economiche. Cosa chiedono i comunisti? L’abolizione della riforma pensionistica e di simili leggi cannibalesche? A differenza di quelle di femministe e LGBT, queste sono richieste vitali per tutti, ma ciò è troppo intricato e troppo noioso, non è uno spettacolo.

Chiaramente, non è un caso che la principale manifestazione liberale a Mosca si sia svolta una settimana prima della manifestazione del PCFR. Si contava innanzitutto sul fatto che una parte di moscoviti si sarebbero uniti alle proteste dei liberali, e poi invece, il 17 agosto, o avrebbero avuto paura dei manganelli della polizia (“e se picchiano di nuovo?”), oppure semplicemente sarebbero stati esausti. All’altra parte dell’auditorio, veniva richiesto di associare qualsiasi protesta alle forze liberali, filo-occidentali, al famigerato DepartState, e per questo motivo non avrebbe dovuto partecipare nemmeno al meeting comunista.

Ma il principale auditorio di riferimento di questa campagna di manipolazione delle coscienze non sono i partecipanti (o i potenziali partecipanti) alle proteste, bensì coloro che stanno seduti davanti ai televisori o ai computer. È proprio per questi ultimi, che si dà da fare l’esercito di troll di internet e blogger prezzolati, sia quelli apertamente a favore del governo, che quelli d’opposizione. Per quanto detto sopra, essi quasi non scrivono del PCFR e, se lo fanno, lo accusano di un’enorme varietà di peccati – dal putinismo alla confusione della protesta, dall’unione con Navalnyj al lavoro per il Dipartimento di Stato. Caratteristico, che questi troll non litighino mai tra di sé, anche se dicono qualcosa di opposto. Ed è chiaro il perché: i padroni sono gli stessi.

Così che, obiettivo dell’attuale governo è quello di utilizzare un’imitazione di majdan per sviare l’attenzione della popolazione dal PCFR, il suo programma, le sue azioni di protesta socio-economica. Eliminando dalle elezioni alcuni candidati “auto-nominati”, cercano di inculcare nell’elettore l’idea che solo candidati filo-governativi siano ammessi a partecipare alle elezioni del 8 settembre. Ciò significa ridurre l’affluenza e il sostegno ai candidati del PCFR, il che dovrebbe, nei piani degli organizzatori di tutta questa macchinazione, offrire a “Russia unita” una chance di conservare almeno un certo controllo sugli organi di potere.

Nella lotta del potere oligarchico contro i comunisti e le forze patriottiche-nazionali nel loro insieme, i liberali non sono che degli esecutori, che creano confusione informativa e distraggono dal confronto reale.

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