La questione è questa: mentre il governo Netanyahu annuncia l’atto finale della pulizia etnica dei palestinesi e i politici europei fanno a gara a chi ignora con più nonchalance il diritto internazionale e le accuse dei tribunali dell’Aia, il governo Meloni procede all’acquisto di sistemi militari basati su tecnologia israeliana.
Allo scalpore si è aggiunto anche lo scandalo: l’atto è stato approvato in Commissione Bilancio della Camera in appena 5 minuti. Su questo, padre Alex Zanotelli ha prontamente attirato l’attenzione con un articolo su Il Manifesto, chiedendo alle forze politiche di riparare rispetto all’ennesima prova di complicità col genocidio dei palestinesi.
Nello specifico, la delibera approvata ha come oggetto lo schema di decreto ministeriale SMD 19/2024, che riguarda tecnologie radar prodotte dall’azienda israeliana Elta Systems, parte dell’impero della Israel Aerospace Industries. L’obiettivo finale è l’implementazione del sistema Multi-Missione Multi-Sensore (MMMS) sugli aerei Gulfstream G550.
Il sostegno al complesso militare-industriale sionista e alle politiche di Tel Aviv è confermato dal fatto che tali tecnologie sono in genere provate dalle forze armate israeliane direttamente sulla popolazione palestinese. E come se non bastasse, il personale di Elta Systems spesso proviene o è ancora in servizio presso l’IDF.
La conversione dei Gulfstream G550 da jet civili a militari permetterà all’aeronautica italiana di dotarsi di nuovi velivoli spia e per la guerra digitale ed elettronica. Si tratta della terza fase di un programma militare dal valore di oltre 3 miliardi, e questo costringe anche a denunciare l’opportunismo delle opposizioni.
Infatti, dopo il silenzio totale in Commissione Bilancio della Camera, lo scorso 6 maggio, sono cominciate ad arrivare le note di sdegno da parte dei partiti della minoranza. Angelo Bonelli ha detto che il governo “si prepara ad acquistare tecnologia militare da Israele”, mentre è arrivato l’annuncio del voto contrario dei pentastellati in Commissione Difesa del Senato, tramite Bruno Marton.
Eppure, questo è il punto, il governo non “si prepara” a firmare un accordo ex novo, ma sta semplicemente portando a conclusione un piano di investimento militare che ha visto le sue due prime fasi nel 2020 e nel 2021. I decreti SMD 3/2020 e SMD 37/2021 hanno già comportato una spesa di oltre 2 miliardi per l’acquisto e la conversione di alcuni degli otto velivoli coinvolti nel programma.
Quella che è in discussione in questi giorni è solamente la terza e ultima tranche di spesa, che per una serie di motivi passa da 994 milioni a 1.632 milioni. In tutti i decreti era già ovviamente previsto il coinvolgimento di imprese israeliane, e anzi veniva anche sottolineata la volontà di allargare la collaborazione tra Roma e Tel Aviv.
Le scelte del governo Meloni hanno insomma la propria origine in un provvedimento che è stato preso quando a capo del governo c’era Conte, e PD e AVS sedevano in maggioranza. Non a caso, il senatore Alfieri, esponente PD della Commissione Difesa del Senato, ha annunciato non la contrarietà, ma solo la non partecipazione al voto, sottolineando come questo percorso sia cominciato nel 2020.
Alfieri ha detto che ciò era stato deciso prima dell’attuale conflitto, mentre Martone ha dichiarato che “il Movimento 5 Stelle vuole che l’Italia metta in atto una moratoria totale sulla compravendita di armamenti con Israele finché non si fermerà il genocidio”. Ma sono decenni che Israele viola il diritto internazionale e pratica l’apartheid nei territori occupati, come denunciato da più parti.
L’opposizione si muove a intermittenza. O meglio: prima ha approvato un piano di spese militari, promuovendo la collaborazione con chi era già risaputamente autore di crimini contro l’umanità e in difetto rispetto al diritto internazionale. Poi, quando alcuni attori del mondo pacifista alzano l’attenzione sul tema, fanno finta di schierarsi a difesa del popolo palestinese.
Ovviamente, solo a scadenza, finché sarà utile per recuperare consensi in una popolazione indignata dal dover assistere al primo genocidio in diretta televisiva. Entro il 26 maggio, il decreto dovrà ottenere l’approvazione definitiva, e perciò sarà necessario che chi autenticamente sostiene le ragioni della resistenza palestinese faccia pressione per impedire questo ennesimo atto di complicità.
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15/03/2024
Russia - Chi sono i competitori di Putin nelle presidenziali
Da ieri e fino a domenica 17 marzo in Russia si svolgono le elezioni presidenziali, con Putin in testa ai sondaggi e che punta ad essere confermato per il quinto mandato alla guida della Federazione Russa.
I primi a votare giovedì alle 23:00 ora di Mosca sono stati gli abitanti della Kamciatka e dell’Okrug autonomo di Chukotka.
I seggi elettorali saranno aperti il 15, 16 e 17 marzo. Quest’anno, gli elettori delle regioni del Donbass e quelli di Zaporozhye e Kherson prenderanno parte alle elezioni presidenziali per la prima volta.
In competizione con il capo di Russia Unita ci sono tre candidati della opposizione: Leonid Slutsky, Vladislav Davankov e Nikolai Kharitonov. La Commissione Elettorale Centrale ha escluso dalla corsa per un cavillo burocratico, Boris Nadejdine ritenuto in occidente l’unico candidato alternativo.
Il primo competitore è Nikolai Kharitonov, 75 anni, che si presenta per la seconda volta alle Presidenziali. È un veterano e deputato del Partito Comunista della Federazione Russa.
Kharitonov guida la commissione parlamentare per lo sviluppo dell’Estremo Oriente e dell’Artico. Nella sua campagna elettorale ha dato particolare attenzione ai veterani di guerra, all’aumento delle pensioni e contro l’aumento dei prezzi.
Il Partito Comunista di Russia, il secondo partito più grande del parlamento, ha scelto Nikolai Kharitonov a dicembre scorso. “La candidatura di Kharitonov è stata sostenuta dalla stragrande maggioranza dei partecipanti al congresso in una votazione segreta”, ha dichiarato il dirigente del partito comunista Alexander Yushchenko. Kharitonov si era candidato contro Putin anche nel 2004, ottenendo poco meno del 14% dei voti nazionali.
Nelle elezioni del 2021 il Partito Comunista della Federazione Russa si era rivelato come la seconda forza politica del paese ed aveva quasi raddoppiato i consensi alle elezioni legislative, passando dal 13% del 2016 a quasi il 25%,
Poi c’è Leonid Slutsky 56 anni, deputato dal 2003 e da maggio 2022 presidente del Partito liberaldemocratico. È un nazionalista di destra, che nel 2018 è stato coinvolto in uno scandalo in cui fu accusato di molestie sessuali da tre giornaliste. La Commissione etica della Duma lo ha però scagionato dalle accuse. Slutsky è anche il presidente del Comitato della Duma per gli Affari internazionali ed ha partecipato nel 2022 all’unico negoziato che si era cercato di fare con l’Ucraina.
Infine c’è l’imprenditore Vladislav Davankov, membro del Partito Nuovo popolo e vicepresidente della Duma. Rispetto a Kharitonov e Slutsky, Davanakov ha una posizione più moderata sul conflitto in Ucraina.
L’affluenza nelle elezioni del 2021 era stata del 45,15% in tre giorni di urne aperte, con la possibilità di optare per il voto elettronico.
Per il voto dall’estero, in Europa Germania, Estonia, Lituania e Lettonia, hanno limitato il numero dei seggi elettorali rispetto agli anni precedenti. In Italia, in particolare, i cittadini russi potranno esprimere il voto nelle città di Roma, Milano, Genova e Palermo.
La Commissione Elettorale Centrale ha accreditato i rappresentanti di 106 Paesi come osservatori internazionali e 1.447 giornalisti da 90 media, la metà di cui sono stranieri.
Intanto la guerra continua a farsi sentire sulle città occidentali della Russia. Più di 20 appartamenti in sette blocchi residenziali sono stati danneggiati e tre civili sono rimasti feriti in un attacco ucraino a Belgorod questa mattina, ha dichiarato il governatore Vyacheslav Gladkov.
La Guardia nazionale russa ha dichiarato ieri di aver respinto l’assalto di un gruppo di “sabotatori” nei pressi della cittadina di Tiotkino, nella regione di Kursk, al confine con l’Ucraina.
Il ministero della Difesa russo ha fatto sapere di aver distrutto cinque droni ucraini e nove missili sulla regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina. Altri due droni sono stati neutralizzati sulla regione di Lipetsk, situata a circa 400 km a sud di Mosca. Tre bambini sono stati uccisi in un attacco ucraino a Donetsk, una città nell’Ucraina orientale controllata dalle forze russe.
Fonte
I primi a votare giovedì alle 23:00 ora di Mosca sono stati gli abitanti della Kamciatka e dell’Okrug autonomo di Chukotka.
I seggi elettorali saranno aperti il 15, 16 e 17 marzo. Quest’anno, gli elettori delle regioni del Donbass e quelli di Zaporozhye e Kherson prenderanno parte alle elezioni presidenziali per la prima volta.
In competizione con il capo di Russia Unita ci sono tre candidati della opposizione: Leonid Slutsky, Vladislav Davankov e Nikolai Kharitonov. La Commissione Elettorale Centrale ha escluso dalla corsa per un cavillo burocratico, Boris Nadejdine ritenuto in occidente l’unico candidato alternativo.
Il primo competitore è Nikolai Kharitonov, 75 anni, che si presenta per la seconda volta alle Presidenziali. È un veterano e deputato del Partito Comunista della Federazione Russa.
Kharitonov guida la commissione parlamentare per lo sviluppo dell’Estremo Oriente e dell’Artico. Nella sua campagna elettorale ha dato particolare attenzione ai veterani di guerra, all’aumento delle pensioni e contro l’aumento dei prezzi.
Il Partito Comunista di Russia, il secondo partito più grande del parlamento, ha scelto Nikolai Kharitonov a dicembre scorso. “La candidatura di Kharitonov è stata sostenuta dalla stragrande maggioranza dei partecipanti al congresso in una votazione segreta”, ha dichiarato il dirigente del partito comunista Alexander Yushchenko. Kharitonov si era candidato contro Putin anche nel 2004, ottenendo poco meno del 14% dei voti nazionali.
Nelle elezioni del 2021 il Partito Comunista della Federazione Russa si era rivelato come la seconda forza politica del paese ed aveva quasi raddoppiato i consensi alle elezioni legislative, passando dal 13% del 2016 a quasi il 25%,
Poi c’è Leonid Slutsky 56 anni, deputato dal 2003 e da maggio 2022 presidente del Partito liberaldemocratico. È un nazionalista di destra, che nel 2018 è stato coinvolto in uno scandalo in cui fu accusato di molestie sessuali da tre giornaliste. La Commissione etica della Duma lo ha però scagionato dalle accuse. Slutsky è anche il presidente del Comitato della Duma per gli Affari internazionali ed ha partecipato nel 2022 all’unico negoziato che si era cercato di fare con l’Ucraina.
Infine c’è l’imprenditore Vladislav Davankov, membro del Partito Nuovo popolo e vicepresidente della Duma. Rispetto a Kharitonov e Slutsky, Davanakov ha una posizione più moderata sul conflitto in Ucraina.
L’affluenza nelle elezioni del 2021 era stata del 45,15% in tre giorni di urne aperte, con la possibilità di optare per il voto elettronico.
Per il voto dall’estero, in Europa Germania, Estonia, Lituania e Lettonia, hanno limitato il numero dei seggi elettorali rispetto agli anni precedenti. In Italia, in particolare, i cittadini russi potranno esprimere il voto nelle città di Roma, Milano, Genova e Palermo.
La Commissione Elettorale Centrale ha accreditato i rappresentanti di 106 Paesi come osservatori internazionali e 1.447 giornalisti da 90 media, la metà di cui sono stranieri.
Intanto la guerra continua a farsi sentire sulle città occidentali della Russia. Più di 20 appartamenti in sette blocchi residenziali sono stati danneggiati e tre civili sono rimasti feriti in un attacco ucraino a Belgorod questa mattina, ha dichiarato il governatore Vyacheslav Gladkov.
La Guardia nazionale russa ha dichiarato ieri di aver respinto l’assalto di un gruppo di “sabotatori” nei pressi della cittadina di Tiotkino, nella regione di Kursk, al confine con l’Ucraina.
Il ministero della Difesa russo ha fatto sapere di aver distrutto cinque droni ucraini e nove missili sulla regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina. Altri due droni sono stati neutralizzati sulla regione di Lipetsk, situata a circa 400 km a sud di Mosca. Tre bambini sono stati uccisi in un attacco ucraino a Donetsk, una città nell’Ucraina orientale controllata dalle forze russe.
Fonte
12/08/2023
Volgari mentitori in fuga dal “salario minimo”
La sceneggiata a beneficio di telecamere è andata come previsto. Tutti hanno potuto recitare la parte di quelli preoccupati per i bassi salari, ma nessuno ha fatto proposte serie per contrastare – se non proprio risolvere – il dramma del lavoro chiamato “povero”. Ossia lavoratori che si spaccano la schiena per tutto il mese per una paga al di sotto dei livelli di sopravvivenza.
Quando diciamo “nessuno” intendiamo anche gli esponenti della cosiddetta “opposizione” che si sono presentati ieri a Palazzo Chigi (Conte, Schlein, Fratoianni, Bonelli, Calenda, più Magi per i radicali).
Costoro infatti continuano a presentare una proposta di retribuzione minima pari a 9 euro l’ora lordi. Come facevano anche quasi un anno fa, come se l’inflazione non avesse marciato per mesi in doppia cifra, divorando in proporzione salari reali e quindi anche le proposte legislative.
9 euro lordi significa circa 6 euro netti in busta paga. Ossia all’incirca 1.000-1.100 netti al mese. Che, possiamo dirlo tranquillamente, sarebbero comunque una paga da fame (tra i “beni indispensabili” bisogna calcolare le spese per l’abitazione – affitto o mutuo, bollette, ecc. – l’automobile o altro mezzo di locomozione, oltre a vestiario e alimentazione; i conti li può fare chiunque...).
Non a caso Unione Popolare e le forze che la costituiscono stanno raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare con l’indicazione di almeno 10 euro l’ora (e un meccanismo di indicizzazione).
Va ricordato, inoltre, che l’istituto del salario minimo esiste in 22 dei 27 paesi membri dell’Unione Europea e che esiste addirittura una direttiva europea che ne raccomanda l’adozione.
Insomma, non si tratta di una “misura sovietica” – come ripetono ottusamente diversi esponenti di governo – ma di una normale misura capitalisticamente razionale per garantire a tutte le imprese (è risaputo che alla UE non interessa molto dei lavoratori) “pari condizioni di competizione”.
Se molte aziende, come in Italia, possono liquidare i dipendenti con 500-600 euro al mese mentre i “concorrenti” si attengono ai salari contrattuali (peraltro inadeguati), è chiaro che si crea uno scarto “competitivo” che favorisce i peggiori, quelli che non investirebbero neanche un centesimo per “aumentare la produttività” ma puntano esclusivamente a massimizzare l’estrazione di ‘plusvalore assoluto’ (tramite aumento dell’intensità del lavoro e della durata della giornata lavorativa).
Insomma, la spazzatura che costituisce la vera base sociale, numericamente non secondaria, del governo Meloni. Una piccola e piccolissima “borghesia imprenditoriale” che non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivenza in un contesto capitalistico avanzato.
È appena il caso di ricordare che, tra i 22 paesi europei che prevedono livelli salari minimi (e non “massimi”, evidentemente, come fa finte di credere anche Salvini), ci sono proprio quelli “al nostro livello”, come Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna e persino Irlanda.
E qui di vede subito quanto siano in malafede gli esponenti dell’”opposizione” e falsari quelli della maggioranza al governo.
Berlino, infatti, ha appena portato (causa inflazione) il salario minimo a 12 euro lordi all’ora (era a 10,45 prima dello scoppio della guerra in Ucraina), prevedendo anche un suo successivo adeguamento che dovrebbe incrementarlo a quasi 14 nei prossimi mesi.
Parigi, che pure deve fare i conti con continue proteste sindacali e sociali contro precarietà e bassi salari, prevede 11,52 euro lordi all’ora, pari a 1.747,20 euro lordi mensili (per sole 35 ore, però), con un meccanismo di rivalutazione automatica in base all’aumento dei prezzi (quella che in Italia si chiamava “scala mobile”).
Persino i “frugali” olandesi hanno fissato un livello minimo per noi siderale: 1.934,40 euro lordi – pari a 12,7 euro lordi l’ora – grazie al recente aumento del 10,15%.
In Spagna il salario minimo risale addirittura all’epoca del franchismo (1963) – a proposito di “misura sovietica”... – ed è attualmente al livello della proposta “dell’opposizione”: 1.080 euro al mese lordi, in pratica 9 euro l’ora. Ma si tratta notoriamente di un paese il cui livello dei prezzi è inferiore al nostro, quindi quel “minimo” consente un potere d’acquisto superiore.
Inavvicinabile, ovviamente, il confronto con la Svizzera – dove il livello dei prezzi è certamente superiore – dove ogni cantone ha una sua legge differente e si va dai 20,31 euro l’ora del Ticino ai 24,50 di Ginevra. In pratica da almeno 3.300 euro circa al mese fino a 3.750...
Persino la Slovenia, neo-entrata nella UE ed ex “paese dell’Est” – dunque “arretrato” – può vantare oggi un salario minimo pari a 1.203 euro lordi, ma con un livello dei prezzi piuttosto inferiore e un “cuneo fiscale” meno esteso.
Tutto ciò per dire che anche di fronte alla miseria proposta da M5S-PD-Sinistra Italiana il governo Meloni appare come il difensore dei peggiori sfruttatori di questo disgraziato paese, che vorrebbero continuare a prosperare pagando i dipendenti poco o se possibile nulla (solo qui abbiamo avuto “esperienze” di “lavoro gratuito”, addirittura in enti pubblici, con la scusa che “fa curriculum”).
È nell’ordine di questo orrore che va perciò inquadrata l’ultima furbata di Giorgia Meloni, che ha preso tempo rimandano la palla al parere del Cnel – uno degli ex “enti inutili”, oggi diretto nientemeno che da Renato Brunetta, certo non un “difensore dei lavoratori” – per “arrivare ad una proposta il più possibile condivisa”.
Siamo pronti a scommettere che, se mai una risposta arriverà, ovviamente miserabile, ci sarà più d’uno dei cosiddetti “oppositori parlamentari” pronto a “mediare”.
Come detto nei giorni scorsi, il salario minimo non è una “anticipazione di socialismo”, ma il semplice livello legale sotto il quale un imprenditore commette un reato. Il suo principale merito, insomma, sta nel fare del salario una questione immediatamente politica, che chiama in causa il governo e il Parlamento, che non possono più lavarsene le mani rinviando alla “dialettica tra le parti sociali”.
Ed è soprattutto per questo che il governo Meloni fugge dall’idea. Proprio come avevano fatto i cosiddetti “oppositori” quando erano a loro volta nella posizione di decidere.
Occorre una mobilitazione popolare, questo è evidente. Altrimenti non se ne esce.
Fonte
Quando diciamo “nessuno” intendiamo anche gli esponenti della cosiddetta “opposizione” che si sono presentati ieri a Palazzo Chigi (Conte, Schlein, Fratoianni, Bonelli, Calenda, più Magi per i radicali).
Costoro infatti continuano a presentare una proposta di retribuzione minima pari a 9 euro l’ora lordi. Come facevano anche quasi un anno fa, come se l’inflazione non avesse marciato per mesi in doppia cifra, divorando in proporzione salari reali e quindi anche le proposte legislative.
9 euro lordi significa circa 6 euro netti in busta paga. Ossia all’incirca 1.000-1.100 netti al mese. Che, possiamo dirlo tranquillamente, sarebbero comunque una paga da fame (tra i “beni indispensabili” bisogna calcolare le spese per l’abitazione – affitto o mutuo, bollette, ecc. – l’automobile o altro mezzo di locomozione, oltre a vestiario e alimentazione; i conti li può fare chiunque...).
Non a caso Unione Popolare e le forze che la costituiscono stanno raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare con l’indicazione di almeno 10 euro l’ora (e un meccanismo di indicizzazione).
Va ricordato, inoltre, che l’istituto del salario minimo esiste in 22 dei 27 paesi membri dell’Unione Europea e che esiste addirittura una direttiva europea che ne raccomanda l’adozione.
Insomma, non si tratta di una “misura sovietica” – come ripetono ottusamente diversi esponenti di governo – ma di una normale misura capitalisticamente razionale per garantire a tutte le imprese (è risaputo che alla UE non interessa molto dei lavoratori) “pari condizioni di competizione”.
Se molte aziende, come in Italia, possono liquidare i dipendenti con 500-600 euro al mese mentre i “concorrenti” si attengono ai salari contrattuali (peraltro inadeguati), è chiaro che si crea uno scarto “competitivo” che favorisce i peggiori, quelli che non investirebbero neanche un centesimo per “aumentare la produttività” ma puntano esclusivamente a massimizzare l’estrazione di ‘plusvalore assoluto’ (tramite aumento dell’intensità del lavoro e della durata della giornata lavorativa).
Insomma, la spazzatura che costituisce la vera base sociale, numericamente non secondaria, del governo Meloni. Una piccola e piccolissima “borghesia imprenditoriale” che non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivenza in un contesto capitalistico avanzato.
È appena il caso di ricordare che, tra i 22 paesi europei che prevedono livelli salari minimi (e non “massimi”, evidentemente, come fa finte di credere anche Salvini), ci sono proprio quelli “al nostro livello”, come Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna e persino Irlanda.
E qui di vede subito quanto siano in malafede gli esponenti dell’”opposizione” e falsari quelli della maggioranza al governo.
Berlino, infatti, ha appena portato (causa inflazione) il salario minimo a 12 euro lordi all’ora (era a 10,45 prima dello scoppio della guerra in Ucraina), prevedendo anche un suo successivo adeguamento che dovrebbe incrementarlo a quasi 14 nei prossimi mesi.
Parigi, che pure deve fare i conti con continue proteste sindacali e sociali contro precarietà e bassi salari, prevede 11,52 euro lordi all’ora, pari a 1.747,20 euro lordi mensili (per sole 35 ore, però), con un meccanismo di rivalutazione automatica in base all’aumento dei prezzi (quella che in Italia si chiamava “scala mobile”).
Persino i “frugali” olandesi hanno fissato un livello minimo per noi siderale: 1.934,40 euro lordi – pari a 12,7 euro lordi l’ora – grazie al recente aumento del 10,15%.
In Spagna il salario minimo risale addirittura all’epoca del franchismo (1963) – a proposito di “misura sovietica”... – ed è attualmente al livello della proposta “dell’opposizione”: 1.080 euro al mese lordi, in pratica 9 euro l’ora. Ma si tratta notoriamente di un paese il cui livello dei prezzi è inferiore al nostro, quindi quel “minimo” consente un potere d’acquisto superiore.
Inavvicinabile, ovviamente, il confronto con la Svizzera – dove il livello dei prezzi è certamente superiore – dove ogni cantone ha una sua legge differente e si va dai 20,31 euro l’ora del Ticino ai 24,50 di Ginevra. In pratica da almeno 3.300 euro circa al mese fino a 3.750...
Persino la Slovenia, neo-entrata nella UE ed ex “paese dell’Est” – dunque “arretrato” – può vantare oggi un salario minimo pari a 1.203 euro lordi, ma con un livello dei prezzi piuttosto inferiore e un “cuneo fiscale” meno esteso.
Tutto ciò per dire che anche di fronte alla miseria proposta da M5S-PD-Sinistra Italiana il governo Meloni appare come il difensore dei peggiori sfruttatori di questo disgraziato paese, che vorrebbero continuare a prosperare pagando i dipendenti poco o se possibile nulla (solo qui abbiamo avuto “esperienze” di “lavoro gratuito”, addirittura in enti pubblici, con la scusa che “fa curriculum”).
È nell’ordine di questo orrore che va perciò inquadrata l’ultima furbata di Giorgia Meloni, che ha preso tempo rimandano la palla al parere del Cnel – uno degli ex “enti inutili”, oggi diretto nientemeno che da Renato Brunetta, certo non un “difensore dei lavoratori” – per “arrivare ad una proposta il più possibile condivisa”.
Siamo pronti a scommettere che, se mai una risposta arriverà, ovviamente miserabile, ci sarà più d’uno dei cosiddetti “oppositori parlamentari” pronto a “mediare”.
Come detto nei giorni scorsi, il salario minimo non è una “anticipazione di socialismo”, ma il semplice livello legale sotto il quale un imprenditore commette un reato. Il suo principale merito, insomma, sta nel fare del salario una questione immediatamente politica, che chiama in causa il governo e il Parlamento, che non possono più lavarsene le mani rinviando alla “dialettica tra le parti sociali”.
Ed è soprattutto per questo che il governo Meloni fugge dall’idea. Proprio come avevano fatto i cosiddetti “oppositori” quando erano a loro volta nella posizione di decidere.
Occorre una mobilitazione popolare, questo è evidente. Altrimenti non se ne esce.
Fonte
05/08/2023
Una legge di iniziativa popolare per il salario minimo c’è già. Perché farne altre al ribasso?
Giunge notizia che le opposizioni unite intendono lanciare una raccolta firme per un salario minimo di 9€ lordi/ora, slegati dal costo della vita, che, qualora venisse approvato, entrerebbe in vigore tra un anno e mezzo.
Se le opposizioni si sono finalmente convinte della necessità di un salario minimo, perché non sostengono e promuovono la legge di iniziativa popolare #10èilminimo di Unione Popolare, per un salario minimo di almeno 10€/ora, indicizzato all’inflazione e con gli aumenti a carico delle imprese?
Hanno già aderito moltissimi cittadini e cittadine e diverse realtà sociali e politiche, nonché economisti e giuristi illustri. Stiamo raccogliendo firme da mesi. C’è davvero bisogno di fare concorrenza al ribasso a questa proposta coraggiosa che cambierebbe la vita di milioni di lavoratori e lavoratrici in questo Paese? Venite a firmare.
Fonte
Se le opposizioni si sono finalmente convinte della necessità di un salario minimo, perché non sostengono e promuovono la legge di iniziativa popolare #10èilminimo di Unione Popolare, per un salario minimo di almeno 10€/ora, indicizzato all’inflazione e con gli aumenti a carico delle imprese?
Hanno già aderito moltissimi cittadini e cittadine e diverse realtà sociali e politiche, nonché economisti e giuristi illustri. Stiamo raccogliendo firme da mesi. C’è davvero bisogno di fare concorrenza al ribasso a questa proposta coraggiosa che cambierebbe la vita di milioni di lavoratori e lavoratrici in questo Paese? Venite a firmare.
Fonte
05/10/2022
L’Italia è coinvolta nella guerra, fino al collo. Tiriamola fuori
Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha confermato davanti al Copasir i contenuti del quinto decreto interministeriale che autorizzerà l’invio di altri mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina in guerra con la Russia. Il decreto dovrebbe essere firmato entro la fine di questa settimana. Il provvedimento verrà dunque adottato dal governo dimissionario presieduto ancora da Draghi in attesa dell’insediamento del prossimo esecutivo che dovrebbe vedere Giorgia Meloni, come nuovo presidente del Consiglio.
Ma i due erano e sono sostanzialmente d’accordo sulla linea guerrafondaia da seguire in Ucraina. L’obbedienza ai diktat della Nato non viene messa in discussione dai tecnocrati nè dalla destra nè dal Pd.
Il governo, come noto, è stato autorizzato proprio dalla stragrande maggioranza di Camera e Senato, nella scorsa primavera, a inviare armi in Ucraina senza dover necessariamente passare da un voto per ogni nuovo decreto, almeno fino alla fine di quest’anno.
La decisione italiana di inviare altre armi in Ucraina si è beccata un ironico tweet dell’ambasciata russa a Roma, pubblicato poche ore dopo l’audizione del ministro Guerini al Copasir e che somiglia molto ad una risposta di Mosca al decreto: “Le forniture di armi all’Ucraina non aiutano a risolvere il problema del caro-bollette”, si legge nel tweet.
I membri del Copasir, oltre ad audire il ministro Guerini, hanno espresso parere favorevole all’unanimità a due schemi di decreto relativi all’impiego di forze speciali della Difesa all’estero e al contrasto in ambito cibernetico (una novità del decreto Aiuti bis), oltre a uno schema di regolamento relativo alle operazioni sotto copertura. L’emendamento contenuto nel decreto “Aiuti bis” prevede che l’Aise (i servizi segreti per le operazioni all’estero, ndr) possa “impiegare proprio personale” al fine di “attività di ricerca informativa e operazioni all’estero”. Il tutto deve essere previsto da un regolamento per disciplinare “il procedimento di autorizzazione all’impiego, del presidente del Consiglio dei ministri o dell’Autorità delegata, ove istituita, nonché le relative modalità, condizioni e procedure, anche con riferimento alla specialità dei profili economici attinenti all’impiego del personale”.
Occorre inoltre rammentare che contingenti militari italiani sono già stati inviati in Lettonia, Romania, Bulgaria e Ungheria. In quest’ultima ci sono 260 militari della brigata alpina “Taurinense” nel quadro della missione Enhanced Vigilance Activity della Nato. In Bulgaria ci sono i soldati dell’82 reggimento fanteria “Torino”. In Romania sono stati inviati 3.400 soldati italiani e raddoppiato il numero degli aerei Eurofighter. In Lettonia c’è già da tempo un contingente militare italiano.
Insomma sul piano militare l’Italia è già coinvolta in questa guerra fino al collo, con il consenso del Parlamento ma non della popolazione, che al 60% si dice contraria all’invio di armi e alla partecipazione alla guerra in Ucraina.
Sta crescendo dal basso l’esigenza e la spinta che questa confermata contrarietà popolare al coinvolgimento italiano nella guerra cominci a palesarsi con la forza dovuta. Le disinibite evocazioni sul possibile ricorso ad armi nucleari gettano sulla realtà una ipoteca inquietante ma ormai credibile. L’ipotesi di una prima, grande manifestazione nazionale di opposizione contro la guerra che la declini pubblicamente e massicciamente è ormai all’ordine del giorno, serve solo un atto di coraggio. E in piazza per la pace e contro la guerra... chi c’è c’è!
Fonte
Ma i due erano e sono sostanzialmente d’accordo sulla linea guerrafondaia da seguire in Ucraina. L’obbedienza ai diktat della Nato non viene messa in discussione dai tecnocrati nè dalla destra nè dal Pd.
Il governo, come noto, è stato autorizzato proprio dalla stragrande maggioranza di Camera e Senato, nella scorsa primavera, a inviare armi in Ucraina senza dover necessariamente passare da un voto per ogni nuovo decreto, almeno fino alla fine di quest’anno.
La decisione italiana di inviare altre armi in Ucraina si è beccata un ironico tweet dell’ambasciata russa a Roma, pubblicato poche ore dopo l’audizione del ministro Guerini al Copasir e che somiglia molto ad una risposta di Mosca al decreto: “Le forniture di armi all’Ucraina non aiutano a risolvere il problema del caro-bollette”, si legge nel tweet.
I membri del Copasir, oltre ad audire il ministro Guerini, hanno espresso parere favorevole all’unanimità a due schemi di decreto relativi all’impiego di forze speciali della Difesa all’estero e al contrasto in ambito cibernetico (una novità del decreto Aiuti bis), oltre a uno schema di regolamento relativo alle operazioni sotto copertura. L’emendamento contenuto nel decreto “Aiuti bis” prevede che l’Aise (i servizi segreti per le operazioni all’estero, ndr) possa “impiegare proprio personale” al fine di “attività di ricerca informativa e operazioni all’estero”. Il tutto deve essere previsto da un regolamento per disciplinare “il procedimento di autorizzazione all’impiego, del presidente del Consiglio dei ministri o dell’Autorità delegata, ove istituita, nonché le relative modalità, condizioni e procedure, anche con riferimento alla specialità dei profili economici attinenti all’impiego del personale”.
Occorre inoltre rammentare che contingenti militari italiani sono già stati inviati in Lettonia, Romania, Bulgaria e Ungheria. In quest’ultima ci sono 260 militari della brigata alpina “Taurinense” nel quadro della missione Enhanced Vigilance Activity della Nato. In Bulgaria ci sono i soldati dell’82 reggimento fanteria “Torino”. In Romania sono stati inviati 3.400 soldati italiani e raddoppiato il numero degli aerei Eurofighter. In Lettonia c’è già da tempo un contingente militare italiano.
Insomma sul piano militare l’Italia è già coinvolta in questa guerra fino al collo, con il consenso del Parlamento ma non della popolazione, che al 60% si dice contraria all’invio di armi e alla partecipazione alla guerra in Ucraina.
Sta crescendo dal basso l’esigenza e la spinta che questa confermata contrarietà popolare al coinvolgimento italiano nella guerra cominci a palesarsi con la forza dovuta. Le disinibite evocazioni sul possibile ricorso ad armi nucleari gettano sulla realtà una ipoteca inquietante ma ormai credibile. L’ipotesi di una prima, grande manifestazione nazionale di opposizione contro la guerra che la declini pubblicamente e massicciamente è ormai all’ordine del giorno, serve solo un atto di coraggio. E in piazza per la pace e contro la guerra... chi c’è c’è!
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05/07/2019
Sudan - Nuova intesa tra militari e opposizione
Il consiglio militare sudanese e le forze d’opposizione hanno raggiunto un accordo per la condivisione del potere durante il periodo transitorio che dovrà portare il Sudan alle elezioni. Dopo due giorni di incontri a Khartoum, le
due parti hanno trovato un’intesa per la formazione di “un consiglio
sovrano con presidenza a rotazione formato da militari e civili che
durerà per un periodo di tre anni o poco più”. A dirlo alla stampa è stato stamane all’alba il mediatore dell’Unione africana Mohammad Hasan Lebatt.
Secondo quanto ha riferito Lebatt, è stato raggiunto un accordo anche per la formazione di un governo tecnocratico indipendente, per l’apertura di un’indagine trasparente e indipendente “su tutti gli spiacevoli incidenti che il Paese ha affrontato nelle recenti settimane” e per posticipare la creazione di un consiglio legislativo. Non è chiaro al momento quale sarà la proporzione dei membri civili e militari all’interno del consiglio transitorio. Una questione nient’affatto irrilevante dato che questo è stato il motivo del fallimento dei passati incontri tra opposizioni e il regime.
Non è la prima volta che le due parti trovano, almeno a parole, un’intesa. Prima del massacro del 3 giugno in cui sono stati uccisi più di 100 dimostranti dai militari, infatti, era stato stabilito che alle opposizioni raccolte nella coalizione delle “Forze per la libertà e il cambiamento” (FFC) spettavano i due-terzi dei seggi del consiglio legislativo. L’accordo era poi naufragato a causa delle violenze dell’esercito. “Questa intesa – ha commentato Omar al-Degair, uno dei leader della FFC – apre la strada alla formazione delle istituzioni dell’autorità transitoria e speriamo che sia l’inizio di una nuova era”. “Quest’accordo – gli fa eco il Generale Mohammad Hamdan Dagalo, vice capo del Consiglio transitorio militare e alla guida delle “Forze di supporto rapido” accusate di aver compiuto i massacri di questi ultimi mesi in Sudan – è completo e non esclude nessuno”. “Ringraziamo i mediatori africani ed etiopi per i loro sforzi e la pazienza dimostrata – ha aggiunto – Così come ringraziamo i nostri fratelli delle Forze della Libertà e il Cambiamento per lo spirito positivo [che hanno avuto]”.
Resta ora da capire se l’accordo troverà effettivamente applicazione: al momento è difficile fare previsioni visto quanto accaduto nelle ultime settimane a causa della repressione brutale del regime. Che i segnali di un’intesa fossero nell’aria lo si era capito però la scorsa settimana quando il consiglio militare aveva accolto con favore la proposta etiope e dell’Unione africana per ristabilire la calma nel Paese. Ma se da un lato i militari si dimostravano aperti a dialogare, dall’altro continuavano a uccidere: almeno 7 oppositori hanno perso la vita domenica durante la “Marcia dei milioni”.
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Secondo quanto ha riferito Lebatt, è stato raggiunto un accordo anche per la formazione di un governo tecnocratico indipendente, per l’apertura di un’indagine trasparente e indipendente “su tutti gli spiacevoli incidenti che il Paese ha affrontato nelle recenti settimane” e per posticipare la creazione di un consiglio legislativo. Non è chiaro al momento quale sarà la proporzione dei membri civili e militari all’interno del consiglio transitorio. Una questione nient’affatto irrilevante dato che questo è stato il motivo del fallimento dei passati incontri tra opposizioni e il regime.
Non è la prima volta che le due parti trovano, almeno a parole, un’intesa. Prima del massacro del 3 giugno in cui sono stati uccisi più di 100 dimostranti dai militari, infatti, era stato stabilito che alle opposizioni raccolte nella coalizione delle “Forze per la libertà e il cambiamento” (FFC) spettavano i due-terzi dei seggi del consiglio legislativo. L’accordo era poi naufragato a causa delle violenze dell’esercito. “Questa intesa – ha commentato Omar al-Degair, uno dei leader della FFC – apre la strada alla formazione delle istituzioni dell’autorità transitoria e speriamo che sia l’inizio di una nuova era”. “Quest’accordo – gli fa eco il Generale Mohammad Hamdan Dagalo, vice capo del Consiglio transitorio militare e alla guida delle “Forze di supporto rapido” accusate di aver compiuto i massacri di questi ultimi mesi in Sudan – è completo e non esclude nessuno”. “Ringraziamo i mediatori africani ed etiopi per i loro sforzi e la pazienza dimostrata – ha aggiunto – Così come ringraziamo i nostri fratelli delle Forze della Libertà e il Cambiamento per lo spirito positivo [che hanno avuto]”.
Resta ora da capire se l’accordo troverà effettivamente applicazione: al momento è difficile fare previsioni visto quanto accaduto nelle ultime settimane a causa della repressione brutale del regime. Che i segnali di un’intesa fossero nell’aria lo si era capito però la scorsa settimana quando il consiglio militare aveva accolto con favore la proposta etiope e dell’Unione africana per ristabilire la calma nel Paese. Ma se da un lato i militari si dimostravano aperti a dialogare, dall’altro continuavano a uccidere: almeno 7 oppositori hanno perso la vita domenica durante la “Marcia dei milioni”.
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04/07/2016
Dacca, strage di italiani per dichiarare guerra al governo Renzi
Non ingannino le apparenze visto che tutto, nello spettacolo globale degli attentati, pare somigliarsi. La strage di italiani a Dacca non è simile ad altre, dove sono rimasti coinvolti, e uccisi, altri nostri connazionali.
Come accaduto in Egitto e in Tunisia, dove turisti italiani sono
rimasti coinvolti in attentati che avevano come obiettivo il fermare i
flussi turistici per penalizzare i governi di quei paesi. Stavolta gli
italiani sono manifestamente parte dell'obiettivo principale. Visto che
l'obiettivo della strage è stato un complesso di bar e ristoranti
notoriamente frequentato da italiani, stando a fonti non
sensazionalistiche, collocato molto vicino all'ambasciata del nostro
paese in Bangladesh. Ma, si dirà, con il governo Renzi che ha rifiutato
l'avventura coloniale in Libia, chi può lanciare un simile atto di
guerra all'esecutivo, con una strage che non vedeva coinvolti un numero
di italiani così alto dai tempi dell'attentato al treno del natale 1984?
Beh, la risposta è semplice. E
sta in Iraq e in Siria. Dove truppe italiane sono parte integrante del
conflitto, che riguarda l'Isis e altre forze dell'islamismo radicale,
mentre il parlamento non ne parla e le forze politiche discutono
dell'Italicum. Basta scorrere un pò di siti di intelligence per
scoprire l'acqua calda: con l’arrivo a Erbil (Iraq) del reparto della
Brigata Friuli per le operazioni di Personnell Recovery (secondo Analisi
Difesa, 130 militari con 4 elicotteri NH-90 e 4 elicotteri da attacco
A-129D Mangusta) e delle prime aliquote del contingente, sulla base del
6° reggimento bersaglieri, destinato a schierarsi presso la Diga di
Mosul (a 10 km dall'Isis), il comando delle forze italiane impegnate
contro lo Stato Islamico (Operazione “Inherent Resolve”, per l’Italia
“Prima Parthica”) è stato elevato al rango di generale di brigata.
Questo per capire un paio di cose: la prima è che l'Italia è sul fronte
Isis in Iraq, la seconda che l'operazione si fa così complessa da dover
richiedere un rango più alto di comando sul campo. Su siti di
intelligence si trovano poi informazioni sul fatto che l'identità dei
militari in azione in Iraq è oscurata, assieme a qualsiasi foto che li
riguardino, per motivi di sicurezza (e di informazione sui media,
aggiungiamo). Niente però impedisce all'Isis, o a chi vuol mandare
messaggi a Renzi, di uccidere italiani, ad esempio, in Bangladesh. Sono
le regole del conflitto asimmetrico, applicate da più di un ventennio
ormai.
Non è finita qui, la stessa Analisi
Difesa, fonte di destra ma preziosa per capire guerre anche dimenticate
come l'Afghanistan (dove l'Italia continua ad esserci grazie anche al
voto della allora sinistra superpacifista), ricorda che nel caldo fronte
di guerra della Siria ci sono batterie di missili italiane con 135
artiglieri. Ufficialmente posizionati in Turchia ma con il compito di
monitorare il fronte siriano. Non c'è da stupirsi, in presenza di un
impegno militare italiano in Siria ed in Iraq che dei nostri
connazionali vengano uccisi da islamisti radicali in Bangladesh. Una
strage mirata, tipica della guerra asimmetrica: non ti colpisco sul
fronte dove ti sei blindato, ma in uno delle tante retrovie dove sei
sensibile, nella superficie globale. Il governo Renzi mostra
così di essere in guerra, a bassa intensità e nascosta appena possibile,
dove con la Brexit ha fatto vedere di essere dentro una guerra
finanziaria, con il tracollo delle banche (del quale si prova a
rimediare trattando con l'Ue e la Bce).
Certo, il governo Renzi fa il suo
mestiere: diluire gli eventi, decontestualizzarli, nel governo dei
media. Fare in modo che l'impatto, sull'opinione pubblica, della guerra
sul campo e di quella finanziaria sia minimo. In modo da attribuire i
disastri in corso ad altre cause mai contestualizzate tra loro. Desta
invece stupore che le opposizioni, a vario titolo, non riescano ad
andare più in là delle polemiche sulla legge elettorale appena entrata
in vigore. Da gennaio a giugno la capitalizzazione delle banche
si è dimezzata, poi l'attacco finanziario agli istituti bancari
nazionali dopo la Brexit: minimo doveva esserci il parlamento
mobilitato, od occupato, dalle opposizioni che dovevano proporre misure
serie ed efficaci. Per non parlare di questo atto di guerra,
asimmetrica, in risposta all'impegno militare italiano certificato sul
campo.
Al di là delle posizioni di rito, e di
cordoglio, le opposizioni hanno risposto con l'encefalogramma piatto. Se
il colmo di un governo, come quello Renzi, è comandare i media e
rischiare di andare a casa lo stesso, quello delle opposizioni è farsi
trascinare in una doppia guerra, finanziaria e sul campo, senza
accorgersene. Ora i fatti continueranno il loro corso, senza la politica
italiana, evidentemente. Restano i morti sul campo, con storie
di esternalizzazione del tessile italiano in Bangladesh, e il paese in
cui si è svolto l'attentato. Quasi 170 milioni di abitanti, uno dei
paesi con la più alta densità di abitanti per km quadrato al mondo, e le
contraddizioni acute tipiche della nazione "in via di sviluppo", quelle
che piacciono tanto al neoliberismo standard. E con l'islamismo
radicale, feroce, cieco che svolge anche funzioni di reazione al
liberismo, altrettanto feroce. Questo il mondo in cui siamo. Ed ora via ad un altro bel dibattito sulla legge elettorale.
Redazione, 3 luglio 2016
18/02/2016
"Tanto non accade nulla". Vertigine del potere della moneta, Unicredit banca europea più a rischio ed altre vicende
"Voi banchieri siete un covo di vipere e ladri. Con l'aiuto di Dio, vi sconfiggerò"
(Andrew Jackson, settimo presidente Usa, 1815)
"La verità è che la finanza è proprietaria del governo fin dai giorni di Andrew Jackson“
(F.D. Roosevelt, 1933)
(F.D. Roosevelt, 1933)
1.
Nella ritualità dell'opposizione politica, qualunque veste questa assuma, la questione bancaria ricopre tre ruoli: quello dell'indifferenza, verso un fatto "tecnico", comunque risolvibile quando emergerà un qualche tavolo di trattativa sul problema; quello della protesta che cerca di evidenziare l'uso sacrificale dei risparmiatori nella crisi ma non indica verso quale sistema bancario si debba andare; quello del calcolo superficiale, quello del "tanto non accade nulla" perché, in qualche modo, le banche sistemeranno il problema tra di loro appena sfiorando la politica.
Ognuno di questi ruoli è contenuto nel rituale di metabolizzazione della crisi bancaria da parte di ogni sorta di opposizione politica. Rituale che deve condurre, come tutti i riti, alla metabolizzazione ma non alla risoluzione del problema. Si parla di una opposizione che, qualsiasi sia l'atteggiamento o la colorazione che la caratterizza, conta su due elementi di fiducia: quello che vuole che l'allargamento della platea dei partecipanti alla democrazia deliberativa non sia un metodo ma una soluzione (di tutto, anche della crisi bancaria), quello che vuole la propria base sociale, o il settore di opinione pubblica di riferimento, magari in difficoltà oggi ma con un sicuro avvenire. Una volta allargata la platea dei partecipanti alle decisioni democratiche, s’intende.
E qui il problema non sta nello scoprirsi antidemocratici ma di indicare le attuali retoriche sulla democrazia taumaturgica come un atteggiamento di cui non si sa se è più fuori dal tempo o dallo spazio. Chiedere, ad esempio, l’allargamento della platea nelle decisioni di qualsiasi natura è eticamente indiscutibile. Il punto è che le richieste di maggiore democrazia deliberativa sono diventate un feticcio, agitato più o meno dignitosamente, che non fa presa, non sposta di un millimetro nessun oggetto sulla superficie in un mondo irreversibilmente mutato. Il capitalismo è arrivato ad un punto di separazione tra la sfera dell’etica (e con lei quella della democrazia deliberativa) e della performatività, tale da rendere quest’ultima materialmente inafferrabile alla prima. Anche perché siamo tornati dai tempi del capitalismo visto da Hilferding ma in modo nuovo: il sovrano è, come allora, la moneta solo che questa oggi gode di un livello, ed una complessità, di potere tecnomorfo e comunicativo impensabile nel passato.
La moneta ha subito infatti molte evoluzioni, e non solo perché si è digitalizzata, nel corso dell'ultimo quarto di secolo. Tanto più con l'evaporazione, dovuta alla sua crisi materiale, della società disciplinare e dello stato. E con la crisi degli stessi istituti di controllo e governance (dei flussi di popolazione, dell'economia, della finanza) che sembravano, in qualche modo, surrogare la presa di potere politico sulla società persa dallo stato e dai dispositivi disciplinari.
La moneta ha assunto, o assunto di nuovo a seconda delle prospettive storiche con cui si guarda la questione, il ruolo di diretto strumento di governo. Come il capitale finanziario ha assunto il comando di quello economico, la moneta ha assunto il comando dei livelli di governo. Il comando del capitale finanziario sull'economia era chiarissimo già ad Hilferding, quello della moneta sulla politica appare abitualmente meno chiaro. Ancora oggi la moneta è considerata solo uno strumento di pagamento e non uno che incorpora la funzione politica.
Una crisi bancaria è quindi una crisi politica. Ma non nel senso tradizionale del termine. Quello che chiama la politica istituzionale a farsi carico delle degenerazioni di un sistema di circolazione del denaro. Questo genere di politica è azzerata da tempo, annichilita dall’evoluzione giuridica, tecnologica e delle modalità di codificazione del valore monetario. Quindi la politica oggi o la fa la moneta o non la fa nessuno. Se è in crisi la moneta lo è anche la politica da lei governata. Il resto è opinione pubblica. Un esempio? La politica, nazionale ed europea, delle infrastrutture è condizionata direttamente dalle difficoltà del capitale di concentrarsi in masse sufficienti a riprodurre profitto tramite piani industriali. Dalla governance, i cui livelli e dispositivi di decisione sono subordinati ai piani finanziari, al governo che può solo spostare qualche voce nelle leggi di stabilità, è il livello di potere presente nella moneta che governa le decisioni. L’arte di governo oggi è saper interrogare la moneta per i margini decisionali che contiene. Il resto è marketing.
Per non parlare della politica sanitaria che è, prima di tutto, una politica di bilancio: in questo modo il biopotere risponde al potere in ultima istanza dei project-financing (a loro volta prodotto dell’incrocio di produzione di valore tra immobiliare e moneta). O della microfisica del potere: la disponibilità del credito, dai fidi bancari ai mutui, condiziona e disciplina i comportamenti in modo più efficace della vecchia società disciplinare. Della quale si ricordano la tendenza all'insubordinazione e alle rivolte mentre oggi, quando la moneta regola da sola la microfisica dei comportamenti, la docilità regna sovrana sulla superficie delle nostre società. La moneta non è quindi un fatto tecnico, risolvibile con qualche decreto magari spinto dalla foga di Facebook, per chi vive o nel passato o in un mondo costruito a colpi di fantasia. La moneta è valore che si è annesso la funzione politica. Senza l’incomodo delle primarie o del doppio turno o dei colpi di stato. Per questo le banche centrali più che essere regolate dalle costituzioni, le regolano. Come in Italia, quando l’obbligo del pareggio di bilancio è stato messo in costituzione. Da istituzioni bancarie che appaiono intoccabili dalla democrazia deliberativa perché detengono il potere, in ultima istanza, su ciò che accade nelle tasche dei deliberanti. Ad un solo dio sono sottomesse le banche centrali: una sorta di ircocervo fatto di fondi pensione ed hedge fund. Ma si tratta di una relazione di sottomissione che, vista nella sua interezza, detiene potere monetario e politico assieme. Too big to fail, troppo grandi per fallire non è l’eccezione del 2008. Ma la norma imposta dalla filiera del potere monetario che si è sussunto quello politico. E‘ la norma a partire dagli anni 90, la norma fondamentale che regola la subordinazione della politica alla moneta. Poi che la norma si regoli con i canoni del bail-out o del bail-in è altro tema. Mentre il resto è per i sondaggi.
Ma andiamo allo specifico della questione bancaria. Sapendo che quella italiana fa parte delle crisi bancarie planetarie, delle convulsioni globali della moneta di una currency war planetaria senza esclusione di colpi. Sapendo anche che il potere di governo della moneta è diverso da quello politico. Dove quest'ultimo, assieme al potere disciplinare, tendeva ad essere universale, il potere di governo della moneta tende ad essere differenziale. Si esercita e si concentra solo dove c'è estrazione e circolazione di valore. Per questo ampie fasce di società ne solo escluse. Nel momento in cui la moneta assume direttamente potere di governo lo esercita solo dove c'è valore. Ciò che rimane è terra di nessuno. Siamo infatti di fronte ad una crisi di un governo che conosce già molte terre di nessuno. Vediamone alcuni aspetti europei ed italiani.
2.
Si tratta prima di tutto, di entrare in analisi come queste.
Nello specifico, l’istituto Bruegel, che si occupa di governance europea e finanziaria da anni in senso mainstream ma di alto livello, pone alcune questioni che riguardano il quantitative easing europeo. Ovvero l’iniezione di liquidità che la banca centrale di Francoforte fa, dallo scorso anno, per sostenere la finanza, le banche e, in ultima istanza, il credito alle imprese. Da un quarto di secolo, ovvero dallo scoppio della bolla immobiliare giapponese, queste politiche hanno sortito effetti molto simili: hanno allargato la liquidità disponibile per gli attori finanziari, gonfiato le bolle speculative a giro per il pianeta e congelato l’economia. Si tratta dell'interpretazione contemporanea della trappola della liquidità di Keynes: chi ha i soldi li accumula e li fa circolare nelle borse e non li investe nell’economia. Anche perché, va aggiunto in senso marxiano, è dall’economia che partono le criticità sistemiche: inutile metterci i soldi. Il punto specifico, però, qui è la crisi bancaria come crisi politica, di un potere politico, nuovo e vecchissimo assieme. Un potere che fatti fuori i poteri politici tradizionali (compagni di strada di lunghe epoche), non solo è instabile ma anche governa, con le proprie instabilità, a macchia di leopardo, già escludendo a priori l’intervento su ampie fasce di società. La moneta domina sul politico, ma la sua rete logistica (le banche) è in difficoltà. Almeno in Europa.
Infatti non a caso Bruegel scrive, al punto 2.4 del documento, che, secondo le regole che si è data la Bce, è possibile un estensione del programma di quantitative aasing. A copertura delle banche che siano troppo esposte con i loro bond intesi come collaterali. Cosa vuol dire? Semplice, che c’è un vasto mare di debiti, a giro nella finanza globale, garantiti da bond delle banche europee. Se salta la solidità dei bond delle banche europee, assieme salta il debito che si serve di questi bond come garanzia. Quindi salta tanta spina dorsale finanziaria del pianeta. In termini contemporanei: roba che fa più danni economici prima, e sociali poi, di un bombardamento su larga scala. E per questo, la Bce prevede, nel quantitative easing, acquisto di bond bancari presso banche europee. Infatti, per avere un’idea di cosa accade quando le crisi finanziarie si fanno estreme, ecco una simulazione degli effetti, sulla distruzione economica di un paese, di una guerra finanziaria. Solo che, a differenza della simulazione che riguarda la guerra finanziaria tra stati, oggi gli stessi effetti li fa il mercato. E in Italia dovremmo sapere qualcosa della capacità distruttiva delle crisi finanziarie e bancarie visto il calo di circa il 25 per cento della produzione nazionale in meno di nove anni.
In altre parole: per stare sul piano di comando di tutti i poteri la moneta, assieme ai suoi derivati, ha pagato il prezzo di una seria instabilità distruttiva. Il comando e la vertigine. La crisi dei titoli bancari europei dal primo gennaio è parte del prezzo, pagato in termini di instabilità, di cui è composta questa vertigine. La crescita degli indici di rischio delle banche continentali certifica il tutto. E la Bce, nel Quantitative easing, ha cercato di costruirsi un'arma preventiva verso più grosse catastrofi bancarie, fatta di acquisti di bond dalle banche.
Ma quando Draghi dice "le banche europee non hanno bisogno di capitalizzazione" vuol sortire due effetti: il primo non ammettere che la crisi del sistema bancario è arrivata al punto limite, altrimenti si scatenerebbero panico e speculazione. Il secondo non trovarsi di fronte a un programma che, di fatto, negherebbe la politica che si è data l’Unione Europea dal primo gennaio 2016. Mentre il quantitative easing, come visto da Bruegel, prevede comuque acquisto di bond bancari da parte della banca centrale europea, il bail-in della banche europee prevede il sanzionamento di azionisti e risparmiatori. Due politiche diverse, una prevede l’intervento pubblico, che pagheranno poi i cittadini come tassa, mentre l’altra il sanzionamento dei privati, che pagheranno i cittadini come risparmio evaporato. Cose comunque difficilissime da coordinare se la situazione precipita. Inoltre, devono essere chiare le proporzioni materiali di ciò di cui si sta parlando: la sola Deutsche Bank, entrata di nuovo in crisi, detiene titoli tossici pari a 20 volte il Pil tedesco. Coordinare politiche contradditorie con giganti dei titoli tossici che si agitano in preda a convulsioni non è uno scherzo.
Altro che missili: il problema di salvataggio delle banche rischia così di avviare l’implosione stessa del sistema bancario continentale e dell’Unione Europea. Ma non è finita: si è aperto il conflitto in Europa, da tempo, su come comportarsi nei confronti della crisi dei debiti dei singoli stati. Le modalità di questo salvataggio possono essere esplosive, e sono ricalcate dal modello del bail-in bancario che, entrato in vigore dal primo gennaio, ha contribuito ad accelerare la crisi delle banche europee.
In materia di debito dei singoli stati, Draghi ha detto che è presto per parlare di debito dei singoli stati. Fa bene a non alimentare tensioni perché l’Europa è di fronte ad una crisi bancaria che può alimentare quella del debito europeo, e quindi della stessa Ue. Oppure di fronte a una crisi materiale della Ue, e quindi del debito europeo, che può alimentare quella delle banche.
L’aspetto da non trascurare, per niente, è che in questo scenario la speciale classifica delle banche a rischio vede in testa due italiane: Unicredit e Mediobanca.
Certo, Unicredit, pur non essendo una piccola banca, detiene di gran lunga meno titoli tossici di Deutsche Bank. Ma non ha dietro il grande fratello del sistema tedesco (finanziario e politico). E quindi è la prima a rischio secondo la classifica che guarda al costo delle assicurazioni (i famigerati Cds che hanno scatenato la crisi del 2008). Insomma, in questa crisi seria, sistemica europea, l’Italia è particolarmente a rischio e la politica, e qui si testa la consistenza delle opposizioni, non realizza questo problema. Oppure nasconde, dietro una cortina di banalità anche perchè non saprebbe cosa fare. Il comando è altrove.
La crisi bancaria italiana è quindi una crisi politica in questo senso: la crisi del vero livello di comando della politica. Quello in cui il ceto politico della prima repubblica si è silenziosamente infiltrato, con la riforma Amato, dall’inizio degli anni '90. Se il comando passava dalla politica alle banche, come avvenne, allora il ceto politico si infiltrò nelle fondazioni bancarie. Testimonianza di quel passaggio è il fatto che l’attuale segretario dell’ABI, associazione bancaria italiana, è stato segretario del PLI, partito della prima repubblica.
Il comando del ceto di potere italiano nelle banche, già devalorizzato dai poteri della banca centrale delegati a Francoforte, è oggi seriamente minacciato, nella sua consistenza materiale, dalla possibile portata di questa crisi. Stiamo parlando del livello di comando nel quale si intrecciano i soliti poteri corporativi di questo paese (clientelari, tecnici, professionali magari denominati in inglese). Ma lo stesso potere corporativo e clientelare italiano è subordinato al potere della moneta contemporanea. E quando la sua circolazione, la sua rete logistica bancaria entra in crisi, entrano in crisi i poteri di sempre, quelli che si sono adattati alle mutazioni tanto da sembrare immmutabili. Eppure abbiamo la forte crisi di Unicredit, ufficialmente innominabile come tale, come abbiamo quella di Mediobanca e quella del Monte dei Paschi che, però, è diventata proverbiale. Ma, nonostante questo, nonostante le dimensioni e la portata di quanto sta rischiando questo paese, il livello di riposta alla crisi è da parodia.
Lo si vede dalla riforma del credito corporativo, da tempo richiesta da Bruxelles e Francoforte. La si fa, mantenendo delle eccezioni ovvero dando la possibilità di rimanere come sono alle banche cooperative presenti nei feudi di potere dell’attuale governo.
E‘ chiaro il profilo: nella crisi, violenta, in Italia c’è il tentativo di mantere il capitalismo di relazione, dove il potere della moneta si intreccia con ciò che rimane del ceto politico. Dove la fine della prima repubblica ha disegnato i contorni del potere che, dall’inizio degli anni '90, è arrivato fino ad oggi. Solo che qui non c’è alcuna risposta alla crisi ma il tentativo di tenere qualche feudo, qualche ridotta, qualche riserva dei vecchi poteri. Di cui il renzismo, marketing a parte, rappresenta un tentativo di sopravvivenza. Il "tanto non accade nulla“ è il mantra anche di questo settore di società, che si fida delle proprie mosse. Intendiamoci, non che il capitalismo anglosassone non sia, o sia stato, di relazione. Dove la componente relazionale ha un peso nelle evoluzioni del mercato. L’unica differenza è che il capitalismo globale, erede del capitalismo di stampo anglosassone, è un capitalismo di relazione di chi comanda.
Gli scenari, in questa situazione europea di nuovo piena di rischi sono due: il botto stile 2008, dovuto alle gravi contraddizioni del mercato globale, o un nuovo congelamento alla giapponese (tanto che la Bce e la Bank of Japan hanno cominciato ad adottare politiche simili): immissione di liquidità in modi nuovi, magari che sciolgono, o differiscono nel tempo le forti contraddizioni interne al sistema bancario europeo. Occhio però ad un dettaglio: il Giappone ha congelato una situazione di piena occupazione, nel calo dei consumi in un quarto di secolo, l’Europa congelerebbe qualche generazione di disoccupati, di precari e distruzione dello stato sociale. Occhio anche ad un altro dettaglio: il differimento della crisi prepara solo l’immediato futuro di tutti noi. E noi oggi siamo il frutto del differimento delle crisi degli anni '90. Se ci sarà il differimento alla giapponese il "tanto non è accaduto nulla“ sarà tantomai errato. E non solo perchè un sovrano che non ha alcun interesse a curare i sudditi, come la moneta, sarò rimasto in piedi. Quando all’ipotesi di un nuovo crack sistemico, semmai la scopriremo vivendo.
Non siamo di fronte a problemi che i sondaggi rilevano, che si risolvono con i flash mob, la democrazia deliberativa, con i referendum o su facebook. Non si risolveranno con una conferenza concertativa. E' un nuovo livello della politica, e della crisi, che farà soffrire molto, su tutti i piani, chi non è in grado di arrivare su quel piano di complessità. Quello in grado di rivaleggiare con la dimensione performante e tecnomorfa del capitalismo. Oltretutto c’è il rischio di soffrire senza avere punti di riferimento. Perchè la moneta è un sovrano che punisce, a differenza del potere politico classico che per farlo ha bisogno di cerimonie che lo rendano riconoscibile, senza bisogno di evidenziare che il potere politico è in mano sua. Mentre buona parte della società vive di fantasie proprie, di suggestioni da social network attribuendo cause immaginarie o mitologiche a questioni che invece sono straordinariamente terrene. Pur abitando nel mondo invisibile dei mercati finanziari.
Per Senza Soste, nique la police
Fonte
06/09/2015
Pagine di storia. Zimmerwald e il consenso ai crediti di guerra
Cento anni fa la conferenza di Zimmerwald (con il testo del documento approvato nella conferenza svoltasi tra il 5 e il 9 Settembre 1915 e il testo della dichiarazione elaborata dalla Sinistra).
E’ passato un secolo dallo scoppio della prima guerra mondiale: un evento che ha segnato un confine nella storia del mondo e non solo dal punto di vista degli equilibri internazionali nel cuore del “Secolo breve”, ma che è risultato decisivo per le vicende del movimento operaio e delle sue grandi organizzazioni politiche.
Si può affermare che dai diversi atteggiamenti tenuti verso la guerra, sono derivate le opzioni che hanno sviluppato la storia del mondo negli anni successivi, quelli dei grandi totalitarismi fino alla scontro della seconda guerra mondiale.
Vale la pena, ancor oggi, soffermarsi su una possibile ricostruzione storica, sia pure molto sommaria, cercando di tracciare alcune linee di interpretazione naturalmente giovandoci della rilettura di “classici” della nostra storia che risultano, ancor oggi, del tutto insuperabili.
Nel momento in cui l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando viene assassinato a Sarajevo, l’Internazionale socialista sembra al culmine della sua influenza e potenza.
I partiti che essa federa non sono mai stati tanto forti: 90.000 iscritti e 1.400.000 voti in Francia (elezioni del 1914), 58.000 iscritti in Italia, 1.425.000 voti alle elezioni tedesche del 1912, nello stesso anno 800.000 voti in Russia sotto un regime semidispotico e 600.000 nel piccolo Belgio; un milione di voti in Austria nell’anno precedente.
Questi progressi istituzionali sono accompagnati, dopo il 1910, nella maggior parte dei Paesi tranne che in Francia, da una recrudescenza di grandi lotte di classe, il cui sviluppo coincide con gli anni di massima prosperità capitalistica.
Forze nuove si affacciano alla ribalta in molti partiti, talvolta anche nell’emigrazione tra intellettuali non sempre legati alle lotte reali, ma anche il nuovo sindacalismo sembra partecipe di questa spinta in avanti.
Per questi motivi il crollo sarà quindi tanto più clamoroso.
Tra la fine di luglio e i primi di agosto del 1914, l’Internazionale deve confessare la sua totale impotenza: la guerra scoppia e l’Internazionale non sa fare altro che indire per il 29 luglio a Bruxelles, un’ultima riunione del Bureau.
Il fatto è che la bandiera della vecchia Internazionale è apparsa, nell’ora della grande tragedia come un simbolo derisorio anche perché i socialisti di quasi tutti i grandi paesi europei, fatta eccezione per la Russia e la Serbia (e più tardi l’Italia) hanno partecipato nella loro enorme maggioranza e in gradi diversi all’union sacrée con le classi dirigenti in nome della “difesa nazionale”.
Il colpo di pistola sparato al Caffè du Croissant la sera del 31 luglio 1914 da uno squilibrato solitario che uccide Jean Jaurès segna l’inizio della catastrofe.
Il 1 Agosto la Germania dichiara guerra alla Russia e il governo francese decreta la mobilitazione generale: il socialismo europeo non è certo responsabile della guerra ma fallisce senza essersi veramente battuto.
Primo atto decisivo: i deputati socialisti votano i crediti di guerra.
La decisione del partito tedesco viene maturata in 3 diverse fasi: il 2 Agosto, durante la riunione dell’esecutivo la direzione esita ancora, ma la destra impone una nuova riunione per il giorno dopo: in quella sede la frazione parlamentare convinta che la SFIO non creerà ostacoli al governo Viviani decide con 78 voti contro quattordici, nonostante la violazione della neutralità del Belgio, di votare i crediti militari.
Questa posizione sarà illustrata al Reichstag il 4 agosto dal presidente del gruppo parlamentare Haase.
In Francia la Camera dei Deputati adotta all’unanimità i progetti di legge presentati dal governo Viviani per organizzare la difesa nazionale e, quindi, i crediti necessari, senza che si svolga un soltanto minimo accenno di dibattito.
In Gran Bretagna la resistenza alla guerra è più forte: si dimette il presidente del gruppo parlamentare laburista Mac Donald e quattro deputati dell’Indipendent Labour Party votano contro: ma la grande maggioranza dei dirigenti delle trade unions, la maggioranza del British Socialist Party e numerosi fabiani (ancorché la società fabiana non prenda ufficialmente posizione) approvano.
Quali le cause di questa clamorosa sconfitta?
Naturalmente nel corso degli anni molte analisi e ricostruzioni sono state sviluppate in sedi molto più importanti e prestigiose di questa: purtuttavia è il caso di porre l’accento su due elementi, il primo la sottovalutazione del pericolo di guerra e il secondo il deficit di analisi teorica sulla natura dell’imperialismo.
Da Hilferding a Rosa Luxemburg le analisi approfondite capaci di porre in evidenza i motivi profondi della nuova aggressività del capitalismo furono elaborate con notevole ritardo e per di più in un ambiente ristretto di intellettuali e specialisti.
Da più parti, e non soltanto nella destra socialista ma anche nella sinistra pacifista, da Kautksy a Bauer, Haase fino allo stesso Jaurès non si regola il passo sulle analisi di Rosa Luxemburg e si ritiene, seguendo, la teoria dell’ultraimperialismo che il capitalismo internazionale avrebbe regolato pacificamente i propri conti.
In Russia il rifiuto della guerra da parte dei dirigenti socialisti è netto, pur con qualche sbavatura all’interno: la Russia è, però, un paese privo di qualsiasi tradizione nazionale democratica.
Il solo gruppo che, riesce comunque a mantenere una chiara posizione rivoluzionaria (Martov e Trotskij su Mysl e Goloi pubblicate a Parigi si collocano comunque su posizioni pacifiste) e unanime a livello di dirigenti è quello bolscevico, che ha saputo forgiarsi nel corso di numerosi conflitti, quando l’intera Internazionale condannava il suo settarismo.
Le “Tesi sulla guerra” redatte da Lenin vengono approvate a metà ottobre dai membri dispersi del Comitato Centrale e il 1 Novembre, Lenin e Zinoviev pienamente consapevoli di agire controcorrente riprendono a Berna la pubblicazione del “Social – democrakt” facendone l’organo di una coerente lotta rivoluzionaria.
Diversa e originale la posizione dei socialisti italiani che, fin dopo la scissione mussoliniana (Ottobre 1914) e con l’Italia ancora neutrale, avevano preso posizione per reagire alla montatura guerrafondaia di nazionalisti, democratici, massoni e riformisti.
Ma, scrive Gaetano Arfè: “di fatto l’agitazione socialista nonostante l’enfasi del linguaggio è condotta con i metodi classici della pacifica mobilitazione dell’opinione pubblica, assomiglia magari di più a una accesa campagna elettorale che non a una leva di forze rivoluzionarie pronta a una azione energica e decisa”.
Tuttavia nel 1915 questa agitazione continuò nonostante le difficoltà e i rischi.
Così, quando la piazza interventista era ormai vittoriosa con le violente dimostrazioni di piazza e l’occupazione del Parlamento, i dirigenti del PSI si riunirono a Bologna, il 16-19 maggio 1915 per decidere la posizione del partito. Da quella riunione scaturirà il celebre “né aderire, né sabotare”.
Questo il quadro delle posizioni emerse dalle sparse membra della Seconda Internazionale di fronte al dramma della guerra mondiale.
Gli oppositori della guerra, di diverse correnti pur minoritari, a partire dalla primavera del 1915, iniziarono però a cercare nuovamente un collegamento internazionale.
A questo desiderio, dopo un intenso e anche oscuro lavoro preparatorio svolto ad esempio fra il partito italiano e quello svizzero di cui non è possibile dar conto nel corso di questo lavoro, risponderanno le conferenze di Zimmerwald (5-8 Settembre 1915) e di Kienthal (24-30 Aprile 1916).
L’idea di una conferenza internazionale di tutti i gruppi, di tutte le organizzazioni operaie scelte non in funzione della loro rappresentatività ma in ragione della loro condanna dell’union sacrée e della loro fedeltà ai “vecchi principi” e alle vecchie risoluzioni dell’Internazionale operaia, matura lentamente tra il fallimento dei neutralisti e il relativo successo della conferenza femminile e di quella giovanile.
Essa prende forma tra il maggio e il settembre del 1915 per iniziativa di due militanti, lo svizzero Robert Grimm e il menscevico di sinistra Martov e su di un appello di un partito, il PSI.
L’incontro vede riuniti 38 delegati di 11 paesi: sono rappresentati ufficialmente i partiti che si richiamano al marxismo, quello italiano, russo, bulgaro, romeno, polacco e lettone, la Norvegia è rappresentata dall’organizzazione giovanile, l’Olanda e la Svezia da gruppi della sinistra dei rispettivi partiti; significative le presenze tedesche, rappresentanti la sinistra operaia e francesi.
Il Manifesto votato all’unanimità a Zimmerwald non chiama alla rivoluzione, ma punta “a ripristinare la pace tra i popoli sulla base della pace senza annessioni e del diritto dei popoli all’autodeterminazione”, inoltre giudica la guerra come “ un prodotto dell’imperialismo che mette a nudo il carattere reale del capitalismo moderno” (si sente in questo passaggio la mano dei francesi ma soprattutto di Trotskij).
La votazione di Zimmerwald avvenne, come già ricordato, all’unanimità ma le interpretazioni del documento furono diverse e sei delegati l’accettarono come un “appello alla lotta” stilando un’apposita dichiarazione di condanna dell’opportunismo e specificando come fosse assente un’indicazione dei mezzi idonei a combattere la guerra.
I sei delegati erano Lenin, Zinoviev, Radek (delegato di Brema), Hoglund e Nerman (rappresentanti dell’estrema sinistra scandinava) e il delegato lettone Winter.
Era nata la “sinistra di Zimmerwald” che, alla successiva conferenza di Kienthal allargò i propri consensi sino a 19 delegati su 44 con l’adesione dei menscevichi , della maggioranza degli italiani (tra i quali Serrati e Angelica Balabanoff) e di una parte dei tedeschi (fra i quali due delegati spartachisti).
Nel documento finale la classe operaia viene chiamata all’azione di massa per la pace e per le proprie rivendicazioni, fino al “trionfo finale del proletariato”.
L’esito di Kienthal è chiaro: pur nelle difficoltà la prospettiva della rivoluzione è aperta, mentre diviene possibile quella di una rottura organizzativa con la Seconda Internazionale.
Zinoviev ammette, senza farsi illusioni, che si tratta di un “nuovo passo avanti verso la Terza Internazionale”.
Siamo praticamente alla vigilia della rivoluzione russa e della vittoria dei bolscevichi: un’altra piega della storia, improvvisa e violenta che determinò una cesura netta anche rispetto alla fase della quale si è cercato di ricostruire, sia pure sommariamente, i difficili passaggi.
E’ passato un secolo: serve ancora ricordare, riflettere, analizzare. Non è mai tempo e fatica sprecati.
Sono stati consultati per questo lavoro i seguenti testi:
“Storia del Socialismo” (volume secondo) a cura di Jacques Droz. Editori Riuniti 1974
Giorgio Galli “Storia del Socialismo Italiano” Laterza 1980
G.D.H Cole “Storia del pensiero socialista” (terzo volume) Laterza 1968
Di seguito il testo integrale del documento approvato a Zimmerwald
Manifesto di Zimmerwald (approvato dall’unanimità) 5 – 9 Settembre 1915
Proletari d’Europa!
La guerra continua da più di un anno.
Milioni di cadaveri coprono i campi di battaglia; milioni di uomini sono rimasti mutilati per tutto il resto della loro esistenza. L’Europa èdiventata un gigantesco macello di uomini. Tutta la civiltà che era il prodotto del lavoro di parecchie generazioni è distrutta. La barbarie più selvaggia trionfa oggi su tutto quanto costituiva l’orgoglio dell'umanità.
Qualunque sia la verità sulle responsabilità immediate della guerra, questa è il prodotto dell’imperialismo, ossia il risultato degli sforzi delle classi capitalistiche di ciascuna nazione per
soddisfare la loro avidità di guadagni con l’accaparramento del lavoro umano e delle ricchezze naturali del mondo intero. In tal modo, le nazioni economicamente arretrate o politicamente deboli cadono sotto il giogo delle grandi potenze, le quali mirano con questa guerra a rimaneggiare, col ferro e col sangue, la carta mondiale nel loro interesse di sfruttamento. Ne risulta che popolazioni intere, come quelle del Belgio, della Polonia, degli Stati balcanici, dell’Armenia, sono minacciate di servire al giuoco della politica dei compensi e di essere spezzate ed annesse.
I motivi di questa guerra, a mano a mano che si sviluppa, appariscono nella loro ignominia. I capitalisti, che dal sangue versato dal proletariato traggono i Più grossi profitti, affermano, in ogni paese, che la guerra serve alla difesa della patria, della democrazia, alla liberazione dei popoli oppressi.
Essi mentono.
Questa guerra, infatti, semina la rovina e la devastazione, e distrugge, al tempo stesso, le nostre libertà e l’indipendenza dei popoli
Nuove catene, nuovi pesi ne saranno la conseguenza, ed è il proletariato di tutti i paesi, vincitori e vinti, che li sopporterà.
Invece dell’aumento di benessere, promesso al principio della guerra, noi vediamo un accrescimento della miseria per la disoccupazione, il rincaro dei viveri, le privazioni, le malattie, le epidemie. Le spese della guerra, assorbendo le risorse del paese, impediscono ogni progresso nella via delle riforme sociali e mettono in pericolo quelle conquistate fin qui.
Barbarie, crisi economica, reazione politica: ecco i risultati tangibili di questa guerra crudele.
In tal modo la guerra rivela il vero carattere del capitalismo moderno e dimostra che esso è inconciliabile non solamente con l’esigenza del progresso,ma anche con i bisogni più elementari dell’esistenza umana.
Le istituzioni del regime capitalista, che dispongono della sorte dei popoli; i governi, tanto monarchici quanto repubblicani; la stampa, la chiesa, portano la responsabilità di questa guerra, che ha la sua origine nel regime capitalista e che è stata scatenata a profitto delle classi possidenti.
[...]
Lavoratori!
Voi, ieri ancora gli sfruttati, voi, gli oppressi, voi, i disprezzati, non appena dichiarata la guerra, quando è occorso mandarvi al massacro e alla morte, la borghesia vi ha invocati come suoi fratelli
e compagni. E adesso che il capitalismo vi ha salassati, decimati, umiliati, le classi dominanti esigono che voi rinunziate alle vostre rivendicazioni, che abdichiate al vostro ideale socialista e internazionale. Si vuole, insomma, che voi vi sottomettiate come servi al patto dell’« unione sacra».
Vi si toglie ogni possibilità di manifestare i vostri sentimenti, le vostre opinioni, i vostri dolori. Vi si impedisce di presentare e di difendere le vostre rivendicazioni. La stampa è legata, calpestate le libertà e i diritti politici.
È il regno della dittatura militare.
Noi non possiamo e non dobbiamo restare più a lungo indifferenti a questo stato di cose minacciante tutto l’avvenire dell’Europa e dell’Umanità. Durante dozzine d’anni il proletariato socialista ha condotto la lotta contro il militarismo. Nei Congressi nazionali e internazionali i suoi rappresentanti constatavano, con inquietudine sempre crescente, il pericolo della guerra, conseguenza dell’imperialismo. A Stuttgart, a Copenaghen, a Basilea, i Congressi socialisti internazionali hanno tracciata la via che il proletariato doveva seguire
Ma i partiti socialisti e le organizzazioni di alcuni paesi, pur avendo contribuito all’elaborazione di quelle deliberazioni, fin dallo scoppio della guerra sono venuti meno ai doveri che esse loro imponevano. I loro rappresentanti hanno indotto il proletariato ad abbandonare la lotta di classe,
vale a dire il solo mezzo efficace della emancipazione proletaria. Essi hanno accordato i crediti militari alle classi dominanti. Si sono posti al servizio de oro governo e hanno tentato, con la loro stampa e con i loro emissari, di guadagnare i paesi neutri alla politica dei loro governanti.
Essi hanno mandato al potere borghese dei ministri socialisti, come ostaggi per il mantenimento dell’«unione sacra».
E così, davanti alla classe operaia, hanno accettato di dividere con le classi dirigenti le responsabilità attuali e future di questa guerra, dei suoi scopi, dei suoi metodi. E la rappresentanza ufficiale dei socialisti di tutti i paesi, il «Segretariato socialista internazionale», ha mancato completamente al suo scopo.
Queste le cause per le quali la classe operaia, che non aveva ceduto allo smarrimento generale, o che aveva saputo in seguito liberarsene, non ha ancora trovato le forze e i mezzi per «intraprendere una lotta efficace e simultanea in tutti i paesi contro la guerra».
In questa situazione intollerabile, noi rappresentanti dei Partiti socialisti, dei Sindacati e delle loro minoranze, noi, tedeschi, francesi, italiani, russi, polacchi, lettoni, rumeni, bulgari, svedesi,
norvegesi, olandesi, svizzeri, noi, che non ci collochiamo sul terreno della solidarietà nazionale colla classe degli sfruttatori, noi, che siamo rimasti fedeli alla solidarietà internazionale fra i proletariati dei diversi paesi, ci siamo adunati per richiamare la classe operaia ai suoi doveri verso se stessa e per indurla alla lotta per la Pace.
Questa lotta è al tempo stesso la lotta per la libertà e per la fraternità dei popoli e per il socialismo.
Si tratta d’impegnare un’azione per una pace senza annessioni e senza indennità di guerra. Questa pace non è possibile che condannando anche l’idea di una violazione dei diritti e delle libertà dei popoli, I’occupazione di un paese o di una provincia non deve portare alla loro annessione. Nessuna annessione effettiva o mascherata. Niente incorporazioni economiche forzate, imposte, che diventano ancora più intollerabili per il fatto consecutivo della spoliazione dei diritti politici degli interessati. Si riconosca ai popoli i l diritto di disporre di se medesimi.
Proletari
Fin dall’inizio della guerra voi avete messo tutte le vostre forze, il vostro coraggio, la vostra costanza al servizio delle classi possidenti, per uccidervi scambievolmente; adesso si tratta, restando sul terreno della lotta di classe irriducibile, di agire per la nostra propria causa, per la causa sacra del socialismo, per l’emancipazione dei popoli oppressi, delle classi asservite.
I socialisti dei paesi belligeranti hanno il dovere di condurre questa
lotta con ardore ed energia; i socialisti dei paesi neutri hanno il dovere di sostenere con mezzi efficaci i loro fratelli in questa lotta contro la barbarie sanguinosa.
Mai fu nella storia una missione più nobile e più urgente. Non vi sono sforzi e sacrifici troppo grandi per raggiungere questo scopo: la pace fra gli uomini.
Operai e operaie, madri e padri, vedove e orfani, feriti e storpiati, a voi tutti, vittime della guerra, noi diciamo: al di sopra dei campi di battaglia, al di sopra delle campagne e delle città devastate:
Proletari di tutti i paesi unitevi!
DICHIARAZIONE ELABORATA DALLA “SINISTRA DI ZIMMERWALD” (sottoscritta da sei delegati: I sei delegati erano Lenin, Zinoviev, Radek (delegato di Brema), Hoglund e Nerman (rappresentanti dell’estrema sinistra scandinava) e il delegato lettone Winter.)
La guerra che da più di un anno devasta l’Europa è una guerra imperialista per lo sfruttamento economico di nuovi mercati, per la conquista delle fonti di materie prime, per lo stanziamento di capitali. La guerra è un prodotto dello sviluppo economico che vincola economicamente tutto il mondo e lascia al tempo stesso sussistere i gruppi capitalisti costituitisi in unità nazionali, e divisi dall’antagonismo dei loro interessi.
Col tentativo di dissimulare il vero carattere della guerra, la borghesia ed i governi, i quali pretendono che si tratti di una guerra per l’indipendenza, di una guerra che è stata loro imposta, non fanno che trarre in inganno il proletariato, perché in realtà lo scopo della guerra è proprio l’oppressione dei popoli e di paesi stranieri. Lo stesso è delle leggende che attribuiscono ad essa il ruolo di difesa della democrazia, mentre invece l’imperialismo significa dominio più brutale del grande capitalismo e della reazione politica. Solo con l’organizzazione socialista della produzione, che a sua volta risolverà le contraddizioni ingenerate dalla fase attuale del capitalismo, l’imperialismo potrà essere superato, essendo già mature le condizioni obiettive per tale trasformazione.
Quando la guerra scoppiò la maggioranza dei dirigenti del movimento operaio non oppose all’imperialismo l’unica soluzione, quella socialista. Trascinati dal nazionalismo, minati dall’opportunismo, al momento della guerra essi lasciarono il proletariato in balìa dell’imperialismo, rinnegando così il principio del socialismo, vale a dire la vera lotta per gli interessi del proletariato.
Il social-patriottismo – accettato in Germania tanto dalla maggioranza, sinceramente patriottica, di coloro che prima della guerra erano i dirigenti socialisti del movimento, quanto dal centro del partito di tendenza oppositrice riunito attorno a Kautsky; che in Francia e in Austria viene professato dalla maggioranza; in Inghilterra e in Russia da una parte dei dirigenti (Hyndman, i Fabiani, i dirigenti e membri della Trade-Unions, Plechanov, Rubanovic e il gruppo Nacha Saria in Russia) – è più pericoloso per il proletariato degli apostoli borghesi dell’imperialismo perché, sfruttando la bandiera socialista, il social-imperialismo può indurre in errore la classe operaia. La lotta più intransigente contro il social-imperialismo è condizione prima della mobilitazione rivoluzionaria del proletariato e della ricostituzione dell’Internazionale.
I partiti socialisti e le minoranze di opposizione in seno ai partiti divenuti social-patrioti hanno il dovere di chiamare le masse operaie alla lotta rivoluzionaria contro i governi imperialisti, per la presa del potere politico, in vista dell’organizzazione socialista della società. Senza rinunciare alla lotta per le rivendicazioni immediate del proletariato, riforme da cui il proletariato potrebbe uscire rafforzato, senza rinunciare ad alcuno dei mezzi di organizzazione e di agitazione delle masse, la socialdemocrazia rivoluzionaria ha anzi il dovere di approfittare di tutte queste lotte, di tutte le riforme rivendicate dal nostro programma base per inasprire la crisi sociale e politica del capitalismo e trasformarla in un attacco diretto contro le stesse basi del capitalismo. Questa lotta, essendo condotta nel nome del socialismo, opporrà le masse operaie a qualsiasi tentativo volto all’oppressione di un popolo da parte di un altro – la quale consiste nel mantenimento del dominio di una Nazione sulle altre e nelle aspirazioni annessionistiche; questa stessa lotta per il socialismo renderà le masse inaccessibili alla propaganda della solidarietà nazionale mediante la quale i proletari sono stati trascinati sui campi del massacro.
È combattendo contro la guerra mondiale, e per accelerare la fine del massacro dei popoli che questa lotta deve essere intrapresa. Essa chiede che i socialisti escano dai ministeri, che i rappresentanti della classe operaia denuncino il carattere capitalista-antisocialista della guerra dalle tribune dei parlamenti, nei giornali, e ove non sia possibile farlo con la stampa legale, nella stampa clandestina, che combattano energicamente il social-patriottismo, che approfittino di qualsiasi manifestazione di massa provocata dalla guerra (miseria, grandi sconfitte), per organizzare dimostrazioni di piazza contro i governi, che facciano propaganda di solidarietà internazionale nelle trincee, promuovano scioperi economici trasformandoli, se le condizioni lo consentono, in scioperi politici. Il nostro motto è: guerra civile, non unione sacra. Opponendosi all’illusione che si crea quando si lascia intendere che sia possibile gettare le basi di una pace duratura e avviare il disarmo attraverso le decisioni dei governi o della diplomazia, i socialdemocratici hanno il dovere di ripetere continuamente alle masse che soltanto la rivoluzione sociale potrà realizzare la pace duratura e liberare l’umanità.
Fonte
04/05/2015
La legge - elettorale - del padrone è "legge"
La Camera ha approvato, con un voto a scutinio segreto, la nuova legge elettorale - detta Italicum - con 334 sì e 61 no.
Le opposizioni unite sono uscite dall'Aula di Montecitorio al momento del voto. Diversi esponenti della minoranza Pd hanno votato no. I deputati di M5S, FI, Sel, Lega e Fdi sono usciti in Transatlantico, durante la dichiarazione di voto del vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini.
L'Italicum entrerà in vigore dal luglio 2016, premio di maggioranza alla lista che supera il 40% dei voti, o ballottaggio tra i due partiti più votati se nessuno supera quella soglia, sbarramento al 3% e capilista bloccati.
Un presidio "anti-Italicum" di esponenti della sinistra si è svolto davanti alla Camera dei deputati. Una quarantina di persone hanno esposto cartelli e striscioni contro la nuova legge elettorale ed il premier Matteo Renzi. "Noi non ci arrenziamo. La Costituzione non si tocca, no alla legge truffa". Tra le bandiere quelle di Sel, Prc, dell'Altra Europa con Tsipras ed una del M5S. Presenti, tra gli altri, i "Giuristi democratici", "Libera cittadinanza" ed i "Comitati Unitari per la Costituzione".
Fonte
Le opposizioni unite sono uscite dall'Aula di Montecitorio al momento del voto. Diversi esponenti della minoranza Pd hanno votato no. I deputati di M5S, FI, Sel, Lega e Fdi sono usciti in Transatlantico, durante la dichiarazione di voto del vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini.
L'Italicum entrerà in vigore dal luglio 2016, premio di maggioranza alla lista che supera il 40% dei voti, o ballottaggio tra i due partiti più votati se nessuno supera quella soglia, sbarramento al 3% e capilista bloccati.
Un presidio "anti-Italicum" di esponenti della sinistra si è svolto davanti alla Camera dei deputati. Una quarantina di persone hanno esposto cartelli e striscioni contro la nuova legge elettorale ed il premier Matteo Renzi. "Noi non ci arrenziamo. La Costituzione non si tocca, no alla legge truffa". Tra le bandiere quelle di Sel, Prc, dell'Altra Europa con Tsipras ed una del M5S. Presenti, tra gli altri, i "Giuristi democratici", "Libera cittadinanza" ed i "Comitati Unitari per la Costituzione".
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