E’ arrivata la motivazione della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale che conferma tutte le riflessioni negative che avevamo avanzato al momento delle pubblicazione del dispositivo:
la Corte ha girato intorno al tema senza affrontarlo seriamente ed ha
prodotto un pasticcio peggiore di quello che c’era prima. I punti su cui
la sentenza fa acqua sono due: quale sia il margine di torsione
sostenibile del principio di rappresentanza ed i limiti posti dalla
forma di governo al legislatore.
Sul primo dei due, la Corte si limita a stabilire che il
premio di maggioranza deve essere “ragionevole”, che è come dire “fate
voi”: ragionevole è solo una parola, ma qui ci vuole un numero.
Se non si indica una soglia numerica o un criterio, la parola
ragionevole non significa nulla. E’ come se in una causa si lavoro il
giudice sancisse che effettivamente il lavoratore ha diritto ad un
salario equo, senza quantificare una somma da corrispondere. E tanto
peggio se si resta sul vago sull’effetto cumulativo del premio di
maggioranza e delle soglie di sbarramento sull’indice complessivo di
disrappresentatività. Quindi il problema dei limiti in cui il
legislatore deve tenersi per non superare il punto di torsione massimo
oltre il quale si viola il principio di rappresentanza è posto, ma non è
risolto. Aspettiamo che i supremi giudici si diano a qualche lettura
matematica.
Seconda questione, dove si rivelano con maggiore chiarezza le troppe carenze di questa decisione della corte,
è quella relativa alla questione della governabilità. La sentenza
auspica che i sistemi elettorali di Camera e Senato siano armonizzati al
fine di garantire la governabilità attraverso coalizioni omogenee. Una
pura petizione di principio, priva di qualsiasi contenuto reale. In
primo luogo l’omogeneità delle coalizioni non è determinabile in
astratto, ma nella situazione concreta, sulla base dei problemi che si
pongono momento per momento: nell’epoca del centrismo e del centro
sinistra, le coalizioni si reggevano sulla doppia discriminante
dell’anticomunismo e dell’antifascismo, coalizzando forze cattoliche,
laiche e socialiste che, per molti versi non erano affatto omogenee fra
di loro. In altri momenti la maggioranza (ma non il governo) fu aperta
al Pci o alla destra. Per restare a tempi più recenti, il governo Monti
era sorretto da un arco di forze che andava da Forza Italia al Pd e lo
stesso fu, sino ad un certo punto, per il governo Letta che includeva
organicamente quei partiti. Erano coalizioni omogenee? Quale tribunale
potrebbe stabilirlo se non il corpo elettorale?
Ma l’eventuale premio di maggioranza dovrebbe servire appunto a dare
una più generosa rappresentanza ad una coalizione più ristretta ed
omogenea. Solo che il nostro particolare sistema costituzionale, basato
sul bicameralismo funziona solo con coalizioni formate dopo le elezioni e
non prima, per la semplice ragione che non è scritto da nessuna parte
che la stessa coalizione debba per forza vincere in entrambi i rami del
Parlamento e, quindi, se si determinasse una sorta di “anatra zoppa”
(come è stato nel 2013 e come si è andati molto vicini nel 1994) diventa
necessario allargare la coalizione ad altri. E l’eventuale premio non
risolve, ma complica il problema, perché può darsi che una coalizione lo
ottenga alla Camera ed un’altra al Senato. Uno spostamento di voti
popolari, anche molto ridotto, per un particolare gioco di distribuzione
potrebbe causare uno spostamento di seggi che produce maggioranze di
diverso colore nei due rami.
La Corte auspica l’armonizzazione dei sistemi elettorali,
ma, pur applicando la stessa formula matematica, ci sono diversità
forzate dal testo costituzionale che individuano corpi elettorali
diversi (al Senato non votano le classi di età da 18 a 25 anni) e
differenze di ambito territoriale (al Senato necessariamente su base
regionale, alla Camera solitamente nazionale). Ragion per cui il nostro
sistema costituzionale funziona correttamente solo con coalizioni
formate ex post rispetto al voto e questo rende inopportune tanto le
coalizioni quanto i premi di maggioranza che complicano la formazione
delle coalizioni.
L’errore concettuale compiuto nei prima anni '90
fu quello di pensare che una legge elettorale maggioritaria avrebbe
prodotto un formato bipartitico del sistema politico. Ma, già all’epoca,
Giovanni Sartori (autore che non amo, ma di indiscutibile competenza)
avvertì che una legge maggioritaria è utile a conservare un formato
bipartitico dove esso già esista, ma da sola non è in grado di produrlo.
E infatti, il tentativo è ampiamente fallito, in primo luogo perché non
abbiamo avuto un bipartitismo ma un ben più modesto bipolarismo
articolato su coalizioni, per cui la forma di governo di coalizione
della prima repubblica (Guarino) che si voleva cacciare dalla porta, è
poi rientrata dalla finestra. In secondo luogo, perché ci sono sempre
state forze esterne alle due coalizioni maggiori che, pur senza essere
competitive, totalizzavano spesso fra il 15 ed il 20% dell’elettorato.
Alla fine, il sistema politico ha assunto un formato tripolare, con
l’arrivo del M5s, che ha definitivamente mandato per aria il progetto
bipolare, per ridare attualità al quale occorrerebbe una radicale
revisione costituzionale che trasformi la nostra forma di governo da
parlamentare in presidenziale e, comunque, non è detto che riesca. In ognicaso, dopo il 4 dicembre, direi che sarebbe sconsigliabile
intraprendere questa strada.
Ma se il sistema funziona normalmente con governi di coalizioni
costituiti dopo il voto, allora il maggioritario non ha senso e l’unico
sistema elettorale omogeneo a quello costituzionale è quello
proporzionale.
La Corte era chiamata a misurarsi con questi nodi, ma non lo ha fatto,
preferendo, poco coraggiosamente, nascondersi dietro il dito delle
parole generiche e vaghe e degli interventi chirurgici su questo o quel
pezzo e noi siamo in pieno marasma elettorale.
Fonte
Ennesima conferma che la classe dirigente non sa più che pezze mettersi al culo per tirare avanti.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/01/2017
La sentenza della Corte Costituzionale ed i suoi effetti: un commento a mente fredda
Non abbiamo, ovviamente, ancora il testo delle motivazioni della
sentenza che permetterebbero una valutazione più penetrante e completa,
ma già ora possiamo tentare una riflessione più a freddo degli scorsi
giorni.
Scrivendo subito dopo la notizia della sentenza, e sulla base di frettolosi commenti di agenzia, sono caduto in errore: non è affatto vero che la Corte abbia bocciato i capilista bloccati ma, molto più semplicemente, ha limitato la loro libertà di optare per un collegio, in caso di candidature plurime, ed ha introdotto il sorteggio. Cose che accadono quando si è costretti a scrivere a tamburo battente. D’altro canto, avvertivo sin dal titolo che era solo un primissimo commento, necessariamente incompleto e provvisorio. Adesso veniamo al merito.
Partiamo dai due difetti di origine di questa sentenza: il non avere considerato la legge nel suo complesso e il restare in una confortevole vaghezza sul tema del principio di rappresentanza.
Mi spiego meglio: la Corte, normalmente, risponde a quesiti più o meno particolari e, pertanto, spesso non prende in considerazione le leggi nella loro interezza a meno che questo non sia nel quesito passato al vaglio della giurisdizione ordinaria. E questa volta c’erano cinque diverse ordinanze di remissione di altrettanti tribunali che puntavano l’attenzione su singoli aspetti della legge.
A proposito: il lavoro non è finito, perché ci sono altri 14 tribunali che devono decidere su altrettanti ricorsi e su punti diversi da quelli decisi, per cui è largamente probabile che almeno una parte di essi trasmetta il rispettivo ricordo alla Corte e che, dunque, debba esserci una ulteriore sentenza.
Tornando a quel che dicevamo, ne è scaturita una sentenza che opera una serie di isolati interventi tecnici, ma non tiene conto del risultato di insieme, un po’ come se una equipe di chirurghi intervenisse su singoli organi, ma trascurando i valori clinici complessivi: l’operazione è riuscita, ma l’ammalato è morto. Una legge elettorale è per sua natura una legge organica, nella quale è essenziale il combinato disposto fra le sue varie parti e va considerata anche dal punto di vista dei suoi effetti sul sistema costituzionale nel suo complesso.
Ad esempio: può benissimo darsi che tanto un premio di maggioranza quanto le soglie di sbarramento per l’accesso alla rappresentanza siano costituzionalmente corrette, ma l’adozione contemporanea delle due cose può determinare un effetto cumulativo che porta il livello di disrappresentatività a livelli decisamente inaccettabili.
E qui veniamo al secondo punto di cui dicevamo: l’ambiguità della Corte sul punto della rappresentatività. Come si ricorderà, nella sentenza n 1/2014, la Corte aveva sancito l’eccesso di disrappresentatività del “Porcellum” che, non avendo una soglia minima, garantiva il 54% dei seggi alla coalizione che avesse avuto un voto in più di tutte le altre, con il risultato che la coalizione Pd – Sel, con il 29% dei voti prese il 54% dei seggi, raddoppiando la sua rappresentanza. Che un simile risultato fosse abnorme era solare, ma la Corte era rimasta vaga sulla soglia massima di disrappresentatività ammissibile. Ora non precisa ancora quale essa debba essere, ma, implicitamente, lascia intendere che un premio del 14% (poco meno di 90 seggi) sia accettabile e boccia il ballottaggio proprio perché non fissa una soglia minima per l’accesso ad esso (ad esempio il 30%).
E così crea due problemi: in primo luogo lascia aperta la possibilità di abbassare la soglia che fa scattare il premio al primo turno, per cui la si può portare al 35% (e Casini già lo propone) o anche meno, purché non inferiore al 30%, per rispettare l’indicazione della sentenza precedente. In secondo luogo, lascia impregiudicato l’effetto cumulativo del premio più le soglie di esclusione che, peraltro possono essere anche aumentate (e al Senato sono già dell’8% per i singoli partiti e del 20% per le coalizioni). Ad esempio, con soglie di esclusione come quelle del Senato, se un partito ha il 40% e prende il premio del 54%, ed insieme ci sono otto partiti che, avendo in media il 5% dei voti restano sotto la soglia di esclusione, abbiamo che il 40% dell’elettorato non ha rappresentanza e il rimanente 60% distribuisce i seggi dandone 340 ad un partito che ha il 40% dei voti e 260 agli altri partiti che rappresentano il restante 20% dell’elettorato: vi sembra un esito decente dal punto di vista della rappresentatività?
Queste due pecche di origine producono un incomprensibile sistema elettorale che non ha riscontri nel mondo: proporzionale o maggioritario a corrente alternata, a seconda se uno dei contendenti superi o meno il 40% dei voti. Il “Proporzionario”.
Per di più con un sistema che prevede coalizioni al Senato e liste singole di partito alla Camera, per cui alcuni partiti potrebbero essere alleati al Senato e concorrenti alla Camera, alcuni con lo stesso simbolo nei due rami del Parlamento, altri con simboli diversi, con la possibilità che un partito vinca alla Camera ed i suoi avversari vincano al Senato.
La scienza giuridica e quella politologica non hanno un termine che possa definire un sistema del genere; sopperisce il linguaggio comune che suggerisce il termine “papocchio” e papocchio senza precedenti.
Vediamo gli effetti di una simile normativa alla Camera: i partiti maggiori, che possono realisticamente aspirare a raggiungere il 40%, ovviamente, punteranno a quel risultato, anche se in questa occasione non pare ce ne siano le condizioni, ma potrebbero formarsi in seguito. I partiti intermedi (stile Lega e Fi) sicuri si essere oltre la soglia, ma non in grado di competere per il premio, punteranno a presentarsi da soli o ad assorbire qualche alleato minore, cercando di erodere ai fianchi i maggiori, per evitare che uno arrivi al 40%.
Ai partiti più piccoli, col rischio di restare sotto soglia, restano due vie: o coalizzarsi fra loro per una lista comune (che potrebbe essere ripetuta al Senato) o confluire in una di quelle maggiori (ad esempio FdI nelle liste della Lega, o Pisapia in quelle del Pd). In questo modo, avremmo tre tipi di strategia asimmetrici, destinati a condizionare le trattative post elettorali per la formazione di maggioranze, anche perché al Senato, è plausibilissimo che nessuno abbia la maggioranza dei seggi.
Quindi abbiamo tutti i difetti del maggioritario con tutti i difetti del governo di coalizione proporzionalista, senza i vantaggi di nessuno dei due. Quale sistema politico può funzionare in questo modo?
Veniamo poi ad un altro punto dolente: i capilista bloccati che restano. La sentenza 1/2014 era stata piuttosto ambigua sul tema, lamentando l’assoluta assenza di voti di preferenza, per cui consigliava, molto maldestramente, di risolvere il problema o con i collegi uninominali o con liste più piccole in cui fosse possibile per gli elettori conoscere i singoli candidati. Anche qui, i supremi giudici hanno mostrato di non avere visione di insieme: rimpicciolire i collegi – come Renzi ha fatto – non serve affatto a garantire un migliore rapporto fra eletti ed elettori, nella presunzione che più corta è la lista e più l’elettore conosce i candidati.
D’altra parte, a che serve conoscere i candidati se poi non hai possibilità di scegliere ed alterare l’ordine di arrivo? Peraltro, nessun partito prende tutti i seggi in palio in un collegio: realisticamente, si aggiudicherà al massimo un terzo di essi, nel caso di partiti di ampie dimensioni, ed eccezionalmente qualcosa in più. Per cui sapere che all’ultimo o penultimo posto ci sia Caio piuttosto che Mevio non serve assolutamente a nulla in caso di liste bloccate. Ed ecco che una Corte poco accorta non ha notato che, con cento collegi, bloccare i capilista produce, allo stesso modo di prima, un Parlamento in grande prevalenza di nominati. Infatti, i partiti di dimensioni ridotte, che prendono solo un seggio in ciascun collegio avranno solo nominati, quelli intermedi (dal 15 al 20%) avranno in gran parte nominati e in qualche raro caso di un secondo eletto in qualche collegio (è il caso della Lega), avrà qualche eletto con le preferenze e solo nei partiti con più del 30% dei voti ci sarà una quota di circa la metà degli eletti con preferenze. Morale: il totale è di un 60-70% di nominati. Almeno, con l’Italicum, era garantita una quota di 240 (38%) di eletti con preferenze che, in questo caso, raggiungeranno a stento i 200.
L’avvocatura dello Stato ha difeso la norma sui nominati sostenendo che non c’è una norma costituzionale che lo impedisca e la Corte gli è andata dietro, anche qui dimostrando di non avere applicato un’interpretazione sistematica della Costituzione: in fondo non esiste neppure una norma che dica che il principio di rappresentanza prevalga su quello di governabilità, ma la sentenza precedente lo aveva ricavato, appunto, da una interpretazione sistematica del testo. E la norma da cui ricavare il diritto dell’elettore a scegliersi non solo il partito, ma anche il singolo eletto, a ben vedere, c’è ed è l’art. 67che sancisce che “ogni singolo membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” il che implica che il mandato elettorale non sia conferito al solo partito (nel qual caso non avrebbe senso parlare di “ogni singolo membro”) ma anche al singolo eletto, che fonda la sua indipendenza – anche dal partito di appartenenza – proprio sul mandato ricevuto personalmente.
Insomma, soppresso il doppio turno, confermato il premio di maggioranza, anche se con la soglia del 40%, confermato in gran parte il principio dei parlamentari nominati quello che viene fuori è un Porcellum un po’ rivisto.
Questa sentenza, salvo che per aver stabilito la possibilità di impugnare una legge elettorale davanti alla Corte anche prima della sua applicazione, è un passo indietro rispetto alla 1/2014. E, da un punto di vista politico è una sentenza di gusto spiccatamente renziano. Infatti, Renzi auspicava due cose: il mantenimento del premio di maggioranza e la conferma dei capilista bloccati (con cui epurerà le liste del Pd da tutti i dissidenti), vero è che è caduto il ballottaggio, ma quello non stava più bene neanche a Renzi perché, contro le previsioni quando fu fatta la legge, giocava a favore del M5s e quindi andava abrogato.
La Corte ha risparmiato al Pd l’imbarazzo di doverlo far lui. Dunque una sentenza che andasse più incontro ai desiderata del fiorentino non si poteva fare.
Un risultato decisamente deludente dopo la spallata del 4 dicembre che autorizzava ben altri risultati. Ma questo non è certo colpa del collegio degli avvocati che ha fatto miracoli, spendendosi con grande generosità. Il punto è che, dopo il 4 dicembre, complice l’arrivo del Natale, non c’è stata nessuna mobilitazione a sostegno dell’azione di incostituzionalità e questo sia perché le forze politiche del no si sono disperse su cento altre minuzie (il M5s si è concentrato nella difesa dell’indifendibile Raggi o nelle capriole strasburghesi; sinistra italiana e la sinistra Pd si sono ripiegate a guardare il proprio ombelico, quanto a Lega e Fi non è materia per loro). Ma di questo riparleremo.
Fonte
Ho la vaga impressione che di questi tempi la visione d'insieme, un po' per limiti cultursli, un po' per interessi particolari divenga la prima vittima di ogni questione.
Effetti di quella competizione globale che si dipana anche sul "fronte interno".
Scrivendo subito dopo la notizia della sentenza, e sulla base di frettolosi commenti di agenzia, sono caduto in errore: non è affatto vero che la Corte abbia bocciato i capilista bloccati ma, molto più semplicemente, ha limitato la loro libertà di optare per un collegio, in caso di candidature plurime, ed ha introdotto il sorteggio. Cose che accadono quando si è costretti a scrivere a tamburo battente. D’altro canto, avvertivo sin dal titolo che era solo un primissimo commento, necessariamente incompleto e provvisorio. Adesso veniamo al merito.
Partiamo dai due difetti di origine di questa sentenza: il non avere considerato la legge nel suo complesso e il restare in una confortevole vaghezza sul tema del principio di rappresentanza.
Mi spiego meglio: la Corte, normalmente, risponde a quesiti più o meno particolari e, pertanto, spesso non prende in considerazione le leggi nella loro interezza a meno che questo non sia nel quesito passato al vaglio della giurisdizione ordinaria. E questa volta c’erano cinque diverse ordinanze di remissione di altrettanti tribunali che puntavano l’attenzione su singoli aspetti della legge.
A proposito: il lavoro non è finito, perché ci sono altri 14 tribunali che devono decidere su altrettanti ricorsi e su punti diversi da quelli decisi, per cui è largamente probabile che almeno una parte di essi trasmetta il rispettivo ricordo alla Corte e che, dunque, debba esserci una ulteriore sentenza.
Tornando a quel che dicevamo, ne è scaturita una sentenza che opera una serie di isolati interventi tecnici, ma non tiene conto del risultato di insieme, un po’ come se una equipe di chirurghi intervenisse su singoli organi, ma trascurando i valori clinici complessivi: l’operazione è riuscita, ma l’ammalato è morto. Una legge elettorale è per sua natura una legge organica, nella quale è essenziale il combinato disposto fra le sue varie parti e va considerata anche dal punto di vista dei suoi effetti sul sistema costituzionale nel suo complesso.
Ad esempio: può benissimo darsi che tanto un premio di maggioranza quanto le soglie di sbarramento per l’accesso alla rappresentanza siano costituzionalmente corrette, ma l’adozione contemporanea delle due cose può determinare un effetto cumulativo che porta il livello di disrappresentatività a livelli decisamente inaccettabili.
E qui veniamo al secondo punto di cui dicevamo: l’ambiguità della Corte sul punto della rappresentatività. Come si ricorderà, nella sentenza n 1/2014, la Corte aveva sancito l’eccesso di disrappresentatività del “Porcellum” che, non avendo una soglia minima, garantiva il 54% dei seggi alla coalizione che avesse avuto un voto in più di tutte le altre, con il risultato che la coalizione Pd – Sel, con il 29% dei voti prese il 54% dei seggi, raddoppiando la sua rappresentanza. Che un simile risultato fosse abnorme era solare, ma la Corte era rimasta vaga sulla soglia massima di disrappresentatività ammissibile. Ora non precisa ancora quale essa debba essere, ma, implicitamente, lascia intendere che un premio del 14% (poco meno di 90 seggi) sia accettabile e boccia il ballottaggio proprio perché non fissa una soglia minima per l’accesso ad esso (ad esempio il 30%).
E così crea due problemi: in primo luogo lascia aperta la possibilità di abbassare la soglia che fa scattare il premio al primo turno, per cui la si può portare al 35% (e Casini già lo propone) o anche meno, purché non inferiore al 30%, per rispettare l’indicazione della sentenza precedente. In secondo luogo, lascia impregiudicato l’effetto cumulativo del premio più le soglie di esclusione che, peraltro possono essere anche aumentate (e al Senato sono già dell’8% per i singoli partiti e del 20% per le coalizioni). Ad esempio, con soglie di esclusione come quelle del Senato, se un partito ha il 40% e prende il premio del 54%, ed insieme ci sono otto partiti che, avendo in media il 5% dei voti restano sotto la soglia di esclusione, abbiamo che il 40% dell’elettorato non ha rappresentanza e il rimanente 60% distribuisce i seggi dandone 340 ad un partito che ha il 40% dei voti e 260 agli altri partiti che rappresentano il restante 20% dell’elettorato: vi sembra un esito decente dal punto di vista della rappresentatività?
Queste due pecche di origine producono un incomprensibile sistema elettorale che non ha riscontri nel mondo: proporzionale o maggioritario a corrente alternata, a seconda se uno dei contendenti superi o meno il 40% dei voti. Il “Proporzionario”.
Per di più con un sistema che prevede coalizioni al Senato e liste singole di partito alla Camera, per cui alcuni partiti potrebbero essere alleati al Senato e concorrenti alla Camera, alcuni con lo stesso simbolo nei due rami del Parlamento, altri con simboli diversi, con la possibilità che un partito vinca alla Camera ed i suoi avversari vincano al Senato.
La scienza giuridica e quella politologica non hanno un termine che possa definire un sistema del genere; sopperisce il linguaggio comune che suggerisce il termine “papocchio” e papocchio senza precedenti.
Vediamo gli effetti di una simile normativa alla Camera: i partiti maggiori, che possono realisticamente aspirare a raggiungere il 40%, ovviamente, punteranno a quel risultato, anche se in questa occasione non pare ce ne siano le condizioni, ma potrebbero formarsi in seguito. I partiti intermedi (stile Lega e Fi) sicuri si essere oltre la soglia, ma non in grado di competere per il premio, punteranno a presentarsi da soli o ad assorbire qualche alleato minore, cercando di erodere ai fianchi i maggiori, per evitare che uno arrivi al 40%.
Ai partiti più piccoli, col rischio di restare sotto soglia, restano due vie: o coalizzarsi fra loro per una lista comune (che potrebbe essere ripetuta al Senato) o confluire in una di quelle maggiori (ad esempio FdI nelle liste della Lega, o Pisapia in quelle del Pd). In questo modo, avremmo tre tipi di strategia asimmetrici, destinati a condizionare le trattative post elettorali per la formazione di maggioranze, anche perché al Senato, è plausibilissimo che nessuno abbia la maggioranza dei seggi.
Quindi abbiamo tutti i difetti del maggioritario con tutti i difetti del governo di coalizione proporzionalista, senza i vantaggi di nessuno dei due. Quale sistema politico può funzionare in questo modo?
Veniamo poi ad un altro punto dolente: i capilista bloccati che restano. La sentenza 1/2014 era stata piuttosto ambigua sul tema, lamentando l’assoluta assenza di voti di preferenza, per cui consigliava, molto maldestramente, di risolvere il problema o con i collegi uninominali o con liste più piccole in cui fosse possibile per gli elettori conoscere i singoli candidati. Anche qui, i supremi giudici hanno mostrato di non avere visione di insieme: rimpicciolire i collegi – come Renzi ha fatto – non serve affatto a garantire un migliore rapporto fra eletti ed elettori, nella presunzione che più corta è la lista e più l’elettore conosce i candidati.
D’altra parte, a che serve conoscere i candidati se poi non hai possibilità di scegliere ed alterare l’ordine di arrivo? Peraltro, nessun partito prende tutti i seggi in palio in un collegio: realisticamente, si aggiudicherà al massimo un terzo di essi, nel caso di partiti di ampie dimensioni, ed eccezionalmente qualcosa in più. Per cui sapere che all’ultimo o penultimo posto ci sia Caio piuttosto che Mevio non serve assolutamente a nulla in caso di liste bloccate. Ed ecco che una Corte poco accorta non ha notato che, con cento collegi, bloccare i capilista produce, allo stesso modo di prima, un Parlamento in grande prevalenza di nominati. Infatti, i partiti di dimensioni ridotte, che prendono solo un seggio in ciascun collegio avranno solo nominati, quelli intermedi (dal 15 al 20%) avranno in gran parte nominati e in qualche raro caso di un secondo eletto in qualche collegio (è il caso della Lega), avrà qualche eletto con le preferenze e solo nei partiti con più del 30% dei voti ci sarà una quota di circa la metà degli eletti con preferenze. Morale: il totale è di un 60-70% di nominati. Almeno, con l’Italicum, era garantita una quota di 240 (38%) di eletti con preferenze che, in questo caso, raggiungeranno a stento i 200.
L’avvocatura dello Stato ha difeso la norma sui nominati sostenendo che non c’è una norma costituzionale che lo impedisca e la Corte gli è andata dietro, anche qui dimostrando di non avere applicato un’interpretazione sistematica della Costituzione: in fondo non esiste neppure una norma che dica che il principio di rappresentanza prevalga su quello di governabilità, ma la sentenza precedente lo aveva ricavato, appunto, da una interpretazione sistematica del testo. E la norma da cui ricavare il diritto dell’elettore a scegliersi non solo il partito, ma anche il singolo eletto, a ben vedere, c’è ed è l’art. 67che sancisce che “ogni singolo membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” il che implica che il mandato elettorale non sia conferito al solo partito (nel qual caso non avrebbe senso parlare di “ogni singolo membro”) ma anche al singolo eletto, che fonda la sua indipendenza – anche dal partito di appartenenza – proprio sul mandato ricevuto personalmente.
Insomma, soppresso il doppio turno, confermato il premio di maggioranza, anche se con la soglia del 40%, confermato in gran parte il principio dei parlamentari nominati quello che viene fuori è un Porcellum un po’ rivisto.
Questa sentenza, salvo che per aver stabilito la possibilità di impugnare una legge elettorale davanti alla Corte anche prima della sua applicazione, è un passo indietro rispetto alla 1/2014. E, da un punto di vista politico è una sentenza di gusto spiccatamente renziano. Infatti, Renzi auspicava due cose: il mantenimento del premio di maggioranza e la conferma dei capilista bloccati (con cui epurerà le liste del Pd da tutti i dissidenti), vero è che è caduto il ballottaggio, ma quello non stava più bene neanche a Renzi perché, contro le previsioni quando fu fatta la legge, giocava a favore del M5s e quindi andava abrogato.
La Corte ha risparmiato al Pd l’imbarazzo di doverlo far lui. Dunque una sentenza che andasse più incontro ai desiderata del fiorentino non si poteva fare.
Un risultato decisamente deludente dopo la spallata del 4 dicembre che autorizzava ben altri risultati. Ma questo non è certo colpa del collegio degli avvocati che ha fatto miracoli, spendendosi con grande generosità. Il punto è che, dopo il 4 dicembre, complice l’arrivo del Natale, non c’è stata nessuna mobilitazione a sostegno dell’azione di incostituzionalità e questo sia perché le forze politiche del no si sono disperse su cento altre minuzie (il M5s si è concentrato nella difesa dell’indifendibile Raggi o nelle capriole strasburghesi; sinistra italiana e la sinistra Pd si sono ripiegate a guardare il proprio ombelico, quanto a Lega e Fi non è materia per loro). Ma di questo riparleremo.
Fonte
Ho la vaga impressione che di questi tempi la visione d'insieme, un po' per limiti cultursli, un po' per interessi particolari divenga la prima vittima di ogni questione.
Effetti di quella competizione globale che si dipana anche sul "fronte interno".
28/01/2017
Nuovi profili di incostituzionalità per l’Italicum
Questo il comunicato, emanato ieri, dal pool di avvocati coordinato da Felice Besostri che ha condotto e vinto la battaglia legale avverso l’Italikum
“Non si può votare subito” perché con le due leggi che residuano dopo il pronunciamento della Consulta, si “producono effetti diversi nelle due Camere”. E in caso di fughe in avanti verso il voto, i legali anti-Italicum valutano nuove azioni prima del deposito della sentenza della Corte Costituzionale. Lo rende noto il coordinatore del pool di avvocati, Felice Besostri.
L’obiettivo è “riattivare” i ricorsi contro l’Italicum pendenti in 14 tribunali affinchè i giudici inviino nuove ordinanze alla Corte Costituzionale. Tra le questioni che i legali, in quel caso, punterebbero a far arrivare all’attenzione della Consulta, ci sono i capilista bloccati e il premio di maggioranza sotto profili ulteriori rispetto a quelli già esaminati, e soprattutto le diverse soglie di sbarramento tra Camera e Senato e il ricorso alla fiducia per l’approvazione dell’Italicum. Gli avvocati potrebbero fare istanza ai tribunali per un provvedimento d’urgenza.”
E’ evidente da parte dei mezzi di comunicazione di massa la sottovalutazione dell’esito della battaglia legale avverso l’Italikum e la gaglioffaggine dei rappresentanti delle forze politiche, sempre pronti a strumentalizzare ogni passaggio ai fini della loro inconsulta bramosia di potere.
Questo sembra davvero un paese ormai ridotto al limite del ridicolo. La classe politica procede tranquilla nei suoi giochi (compresa l’opposizione populista che, nella frenesia del referendum, voleva andare a votare con una legge dichiarata incostituzionale) e pare non ci si renda conto della portata di ciò che è accaduto e che richiederebbe davvero uno scossone di fondo, magari anche con dimissioni (dov’erano i presidenti delle Camere quando ammettevano il voto di fiducia posto dal Governo su di una legge elettorale palesemente incostituzionale? Tanto per fare un esempio).
E’ vero invece che:
1) In un mese circa è stato smantellato l’impianto del vagheggiato “Reich millenario” di Matteo Renzi. Il disegno di impadronirsi del Parlamento per farne l’aula sorda e grigia del suo personale perpetuarsi al governo è fallito: su questo punto non c’è alcun dubbio. Per restare a galla il PdR avrà comunque bisogno del tanto denegato “inciucio”;
2) Per la seconda volta in tre anni una legge elettorale votata dal Parlamento (nel caso dell’Italikum addirittura con il voto di fiducia) è stata dichiarata sostanzialmente incostituzionale dalla Suprema Corte. Questo fatto la dice lunga sulla qualità della classe politica: nel primo caso gli artefici del disastro furono i soloni del centro – destra; nel secondo caso quelli del PD. Accomunati nella sorte dopo essere stati accomunati nel voler piegare uno strumento delicato come la formula elettorale ai loro disegni particolari di detenzione del potere (nel primo caso addirittura la formula elettorale fu cambiata allo scopo di “limitare la sconfitta”);
3) Non ci sarebbe stata un’impostazione della campagna elettorale referendaria senza l’impegno immediato dei costituzionalisti del Comitato per la Democrazia Costituzionale. Questo punto deve essere riconosciuto come fondamentale: senza questo tipo di apporto e di riferimento la sinistra e il campo della democrazia costituzionale sarebbe rimasto privo di bussola e di punto di riferimento, in balia dell’aggressivo politicismo di partiti saliti all’ultimo momento sul carro senza conoscere la materia e per semplice opportunismo;
4) Egualmente va riconosciuto al pool di avvocati che da oltre nove anni si è battuto per riportare alla giusta dimensione di costituzionalità il tema della legge elettorale il merito insindacabile di aver condotto la battaglia quasi in solitudine, fin dal primo giorno. E’ stato grazie alla loro sapienza e alla loro tenacia che questo risultato è stato ottenuto: nell’occasione sono stati fiancheggiati da un certo numero di cittadini che, corte d’Assise per corte d’Assise, si sono costituiti in giudizio. Contro avevano la macchina dello Stato (è risultato particolarmente pesante, in questo caso , il tipo di intervento dell’Avvocatura) e il grande partito “a vocazione maggioritaria”, sconfitto nelle aule della Corte di Cassazione così come era stato sonoramente sconfitto dal voto il 4 Dicembre 2016.
5) Deve essere chiaro che esiste un nuovo “combinato disposto”. Se in precedenza quello tra deforma costituzionale e Italikum solidificava un regime personalistico, adesso quello tra “esito del referendum” e “sentenza della Corte” disegna esattamente uno scenario opposto, pur nel mantenimento del premio di maggioranza in una condizione nella quale nessuno appare in grado di ottenerlo. E’ necessario che di ciò si prenda atto e si lavori sulle leggi elettorali in modo da essere coerenti con una impostazione voluta dall’elettorato che ripristina la centralità del Parlamento e il suo ruolo di rappresentatività dopo il tentativo fallito di violarne spirito e identità come questi erano stati indicati dalla Costituzione.
Tutto questo va ricordato nel momento in cui ci si appresta a valutare iniziative e scenari per le prossime settimane.
Da parte di chi ha sostenuto questa importantissima battaglia per la democrazia è stato ottenuto un risultato non secondario: facciamone tesoro, non disperdiamo questo indiscutibile patrimonio prestando il massimo di vigilanza democratica.
Fonte
“Non si può votare subito” perché con le due leggi che residuano dopo il pronunciamento della Consulta, si “producono effetti diversi nelle due Camere”. E in caso di fughe in avanti verso il voto, i legali anti-Italicum valutano nuove azioni prima del deposito della sentenza della Corte Costituzionale. Lo rende noto il coordinatore del pool di avvocati, Felice Besostri.
L’obiettivo è “riattivare” i ricorsi contro l’Italicum pendenti in 14 tribunali affinchè i giudici inviino nuove ordinanze alla Corte Costituzionale. Tra le questioni che i legali, in quel caso, punterebbero a far arrivare all’attenzione della Consulta, ci sono i capilista bloccati e il premio di maggioranza sotto profili ulteriori rispetto a quelli già esaminati, e soprattutto le diverse soglie di sbarramento tra Camera e Senato e il ricorso alla fiducia per l’approvazione dell’Italicum. Gli avvocati potrebbero fare istanza ai tribunali per un provvedimento d’urgenza.”
E’ evidente da parte dei mezzi di comunicazione di massa la sottovalutazione dell’esito della battaglia legale avverso l’Italikum e la gaglioffaggine dei rappresentanti delle forze politiche, sempre pronti a strumentalizzare ogni passaggio ai fini della loro inconsulta bramosia di potere.
Questo sembra davvero un paese ormai ridotto al limite del ridicolo. La classe politica procede tranquilla nei suoi giochi (compresa l’opposizione populista che, nella frenesia del referendum, voleva andare a votare con una legge dichiarata incostituzionale) e pare non ci si renda conto della portata di ciò che è accaduto e che richiederebbe davvero uno scossone di fondo, magari anche con dimissioni (dov’erano i presidenti delle Camere quando ammettevano il voto di fiducia posto dal Governo su di una legge elettorale palesemente incostituzionale? Tanto per fare un esempio).
E’ vero invece che:
1) In un mese circa è stato smantellato l’impianto del vagheggiato “Reich millenario” di Matteo Renzi. Il disegno di impadronirsi del Parlamento per farne l’aula sorda e grigia del suo personale perpetuarsi al governo è fallito: su questo punto non c’è alcun dubbio. Per restare a galla il PdR avrà comunque bisogno del tanto denegato “inciucio”;
2) Per la seconda volta in tre anni una legge elettorale votata dal Parlamento (nel caso dell’Italikum addirittura con il voto di fiducia) è stata dichiarata sostanzialmente incostituzionale dalla Suprema Corte. Questo fatto la dice lunga sulla qualità della classe politica: nel primo caso gli artefici del disastro furono i soloni del centro – destra; nel secondo caso quelli del PD. Accomunati nella sorte dopo essere stati accomunati nel voler piegare uno strumento delicato come la formula elettorale ai loro disegni particolari di detenzione del potere (nel primo caso addirittura la formula elettorale fu cambiata allo scopo di “limitare la sconfitta”);
3) Non ci sarebbe stata un’impostazione della campagna elettorale referendaria senza l’impegno immediato dei costituzionalisti del Comitato per la Democrazia Costituzionale. Questo punto deve essere riconosciuto come fondamentale: senza questo tipo di apporto e di riferimento la sinistra e il campo della democrazia costituzionale sarebbe rimasto privo di bussola e di punto di riferimento, in balia dell’aggressivo politicismo di partiti saliti all’ultimo momento sul carro senza conoscere la materia e per semplice opportunismo;
4) Egualmente va riconosciuto al pool di avvocati che da oltre nove anni si è battuto per riportare alla giusta dimensione di costituzionalità il tema della legge elettorale il merito insindacabile di aver condotto la battaglia quasi in solitudine, fin dal primo giorno. E’ stato grazie alla loro sapienza e alla loro tenacia che questo risultato è stato ottenuto: nell’occasione sono stati fiancheggiati da un certo numero di cittadini che, corte d’Assise per corte d’Assise, si sono costituiti in giudizio. Contro avevano la macchina dello Stato (è risultato particolarmente pesante, in questo caso , il tipo di intervento dell’Avvocatura) e il grande partito “a vocazione maggioritaria”, sconfitto nelle aule della Corte di Cassazione così come era stato sonoramente sconfitto dal voto il 4 Dicembre 2016.
5) Deve essere chiaro che esiste un nuovo “combinato disposto”. Se in precedenza quello tra deforma costituzionale e Italikum solidificava un regime personalistico, adesso quello tra “esito del referendum” e “sentenza della Corte” disegna esattamente uno scenario opposto, pur nel mantenimento del premio di maggioranza in una condizione nella quale nessuno appare in grado di ottenerlo. E’ necessario che di ciò si prenda atto e si lavori sulle leggi elettorali in modo da essere coerenti con una impostazione voluta dall’elettorato che ripristina la centralità del Parlamento e il suo ruolo di rappresentatività dopo il tentativo fallito di violarne spirito e identità come questi erano stati indicati dalla Costituzione.
Tutto questo va ricordato nel momento in cui ci si appresta a valutare iniziative e scenari per le prossime settimane.
Da parte di chi ha sostenuto questa importantissima battaglia per la democrazia è stato ottenuto un risultato non secondario: facciamone tesoro, non disperdiamo questo indiscutibile patrimonio prestando il massimo di vigilanza democratica.
Fonte
27/01/2017
Consulta e legge elettorale. Intervista a F. Ragusa
Intervista a Franco Ragusa, studioso di riforme istituzionali (http://www.riforme.info/), realizzata da Radio Città Aperta.
Partiamo dal senso dell'intervento della Consulta. Franco, su cosa è intervenuta, cosa ha bocciato e cosa invece ha approvato dal punto di vista dei contenuti...
Il risultato del pronunciamento era abbastanza prevedibile, era già tutto scritto sulla sentenza del Porcellum. Per la Consulta il premio di maggioranza in sé non è illegittimo, sotto il profilo costituzionale, anzi è un interesse legittimo; il problema era che il Parlamento svolge comunque anche altre funzioni di garanzia costituzionale e quindi le due esigenze dovevano essere, in qualche modo, equilibrate. Quindi sì al premio di maggioranza, purché però vi sia l'adeguata rappresentatività al fine di non squilibrare troppo il sistema dal lato della governabilità, a discapito di altre funzioni. Perché il parlamento non solo vota la fiducia e controlla il governo, bensì fa anche altre cose: modifica la Costituzione, elegge il presidente della Repubblica... Fa una serie di attività che lo differenziano dai Comuni, per cui non ha senso il luogo comune: “ma se il ballottaggio è stato ritenuto legittimo per i Comuni, perché no per la Camera?” Perché il Parlamento ha una funzione più delicata rispetto a quella svolta dai Comuni. Ora è da vedere la motivazione. Ad esempio alcuni costituzionalisti, quelli vicini al Partito Democratico, sostengono che la Consulta ha bocciato il ballottaggio perché è stato bocciato il referendum. Dicono: “se il referendum fosse passato, il 4 dicembre, avremmo avuto un sistema che con l'Italicum si completava e quindi sarebbe passato all'esame”. Secondo me non è così. Il ballottaggio non è passato perché, di fatto, aggirava la soglia che la Consulta richiedeva, allo scopo di avere una legge elettorale che rispettasse due principi: da un lato la legittimità, sì, di un premio di maggioranza, ma che dall'altro non comprimesse troppo la rappresentanza.
Quindi diciamo sostanzialmente “perché era una legge elettorale fatta male”. La scelta della Consulta quindi non è collegata allo scenario dipinto dall'esito del referendum, ma perché l'Italicum era stato costruito male rispetto a quello che indica la nostra Costituzione in merito ai vari poteri, ai vari ruoli degli organi, no? Sostanzialmente si può dire questo?
Sì, a mio avviso è così. Certo, ora vedremo la motivazione, stiamo parlando un po' al buio; ma fin dall'inizio ciò che si contestava dell'Italicum era, appunto, questo aggiramento della soglia che la Consulta richiedeva, perché non c'era alcun requisito soddisfatto. Nel senso che mentre al primo turno mi chiedi il 40% dei consensi, al secondo turno non ti preoccupi di verificare se poi quel 40% lo si raggiunge con l'imperfezionamento del voto attraverso il ballottaggio. Anche se per ipotesi vanno a votare in 3, veniva lo stesso assegnato un premio. Lì è l'assurdo del sistema di ballottaggio pensato con l'Italicum... Un sistema del genere non esiste in nessuna parte al mondo, perché anche dove c'è l'elezione diretta, chessò, del Presidente della Repubblica – per esempio negli Usa – il Congresso è eletto comunque in maniera separata, per cui non è detto che le due cose – legislativo ed esecutivo – coincidano. Mentre con l'Italicum si raggiungeva l'”equilibrio perfetto”, in cui la divisione dei poteri veniva totalmente annullata e quindi il ruolo del Parlamento era sostanzialmente inutile.
Veniamo alle conseguenze di tipo politico. Naturalmente oggi tutti i giornali titolano che si è aperta in questo modo la corsa al voto. Una legge elettorale del genere, che tipo di scenari potrebbe in qualche modo delineare e chi favorisce?
Va detto che crea problemi. Ma non per quello che dicono alcuni commentatori, perché avremmo adesso due leggi diverse, una per la Camera e una per il Senato. Il risultato del Senato non dipende esclusivamente dalla legge elettorale, cioè se una stessa legge per la Camera venisse applicata al Senato, nulla può farci ritenere che i risultati poi si equivalgano, perché il Senato ha un corpo elettorale diverso; lì votano dai 25 anni in su, quindi c'è un diverso corpo elettorale. In più, per un altro obbligo costituzionale, il Senato viene eletto su base regionale; sono venti circoscrizioni, diciamo, e quindi il risultato è incerto... Già è successo in passato, ad esempio nel 2006, quando Prodi e l'Ulivo vinsero alla Camera per pochi voti, l'alleanza con Berlusconi aveva ottenuto un milione e mezzo di voti in più al Senato. Poi, per quella strana bizzarria dei premi regione per regione, ne è uscito fuori un equilibrio perfetto tra le due forze, per cui con l'arrivo dell'”aiuto” di alcuni senatori eletti all'estero, l'Ulivo riuscì ad ottenere anche lì una piccola maggioranza di voti. Però, appunto, nulla può dare la certezza che due corpi elettorali diversi e un sistema di distribuzione del voto diverso possano dare lo stesso risultato. Quindi non è che non si può andare a votare perché le due leggi non si equivalgono, questa è un sciocchezza. Il problema, purtroppo, sotto il profilo della rappresentatività, con questa diversità di leggi al Senato c'è uno sbarramento elevatissimo e quindi quello che è rimasto del Porcellum – dopo la sentenza della Consulta – è che oggi al Senato ci ritroviamo uno sbarramento altissimo, dunque c'è una compressione della rappresentatività molto elevata. Forse bisognava un pochino riflettere se, nell'ambito dei ricorsi fatti sulla legge elettorale, andasse inserito anche qualcosa per intervenire sul Senato, sotto il profilo, appunto, di questo sbarramento insuperabile, francamente, per molte forze politiche.
E quindi, diciamo, la strada aperta è quella dell”inciucio”... E' molto probabile che sarà necessario mettersi d'accordo per poter superare gli sbarramenti e vincere le elezioni no?
Al Senato, per superare lo sbarramento dell'8%, bisognerebbe fare una coalizione, perché lì è ancora rimasta la possibilità di fare coalizioni, anche se non esistono più i premi di maggioranza. Però comunque bisognerebbe raggiungere il 20%, per poi ridurre lo sbarramento per i singoli partiti, per la singola lista, al 3%. Va da sé che piccole liste al limite del 3-4%, anche se si mettono insieme, difficilmente raggiungerebbero quel 20% che potrebbe consentire ad ogni singola lista di riuscire ad entrare. Temo che lì la compressione esercitata dal voto unico sarà molto maggiore di quella che invece si potrebbe immaginare per la Camera, perché ora, appunto, abbiamo già visto Grillo che ha posto l'obiettivo 40%. Ci sarà – come dire – una forte spinta al “voto utile” per consentire all'elettore di scegliere solo quella che, presumibilmente, potrebbe arrivare a quel 40%. Però, insomma, è un obiettivo così lontano che, al momento attuale... Però, ci sarà anche un effetto “voto utile”, ma penso che per le forze minori la possibilità di superare il 3%, almeno alla Camera, non sia così fuori dalla portata. Diversamente – sapendo che se non si arriva all'8% e non si arriva a quel 20%, il voto è sprecato – temo che la spinta al “voto utile” sarà molto maggiore al Senato.
Quindi, da un certo punto di vista, la situazione si complica un po'. Naturalmente tutto questo al netto delle motivazioni che sarà interessante leggere quando usciranno...
Beh sì, cambierebbe molto lo scenario politico se, per ipotesi, avessero ragione i costituzionalisti vicini al Pd, quelli secondo cui il ballottaggio è stato bocciato perché non c'è più quella riforma, oppure se finalmente si stabilisce un principio di democrazia per cui si dice: la rappresentanza non può essere compromessa o compressa più di tanto per esigenze di governabilità. Io auspico questa seconda soluzione perché, finalmente, si chiuderebbe questa stagione del maggioritario a tutti i costi e della governabilità a tutti i costi che, di fatto, ha drogato il sistema politico italiano e ha portato a quel degrado istituzionale che è sotto gli occhi di tutti.
Bene, grazie Franco per la tua disponibilità. Magari ci risentiamo in concomitanza con l'uscita delle motivazioni per approfondire il discorso.
Benissimo. Un saluto a tutti.
Fonte
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Partiamo dal senso dell'intervento della Consulta. Franco, su cosa è intervenuta, cosa ha bocciato e cosa invece ha approvato dal punto di vista dei contenuti...
Il risultato del pronunciamento era abbastanza prevedibile, era già tutto scritto sulla sentenza del Porcellum. Per la Consulta il premio di maggioranza in sé non è illegittimo, sotto il profilo costituzionale, anzi è un interesse legittimo; il problema era che il Parlamento svolge comunque anche altre funzioni di garanzia costituzionale e quindi le due esigenze dovevano essere, in qualche modo, equilibrate. Quindi sì al premio di maggioranza, purché però vi sia l'adeguata rappresentatività al fine di non squilibrare troppo il sistema dal lato della governabilità, a discapito di altre funzioni. Perché il parlamento non solo vota la fiducia e controlla il governo, bensì fa anche altre cose: modifica la Costituzione, elegge il presidente della Repubblica... Fa una serie di attività che lo differenziano dai Comuni, per cui non ha senso il luogo comune: “ma se il ballottaggio è stato ritenuto legittimo per i Comuni, perché no per la Camera?” Perché il Parlamento ha una funzione più delicata rispetto a quella svolta dai Comuni. Ora è da vedere la motivazione. Ad esempio alcuni costituzionalisti, quelli vicini al Partito Democratico, sostengono che la Consulta ha bocciato il ballottaggio perché è stato bocciato il referendum. Dicono: “se il referendum fosse passato, il 4 dicembre, avremmo avuto un sistema che con l'Italicum si completava e quindi sarebbe passato all'esame”. Secondo me non è così. Il ballottaggio non è passato perché, di fatto, aggirava la soglia che la Consulta richiedeva, allo scopo di avere una legge elettorale che rispettasse due principi: da un lato la legittimità, sì, di un premio di maggioranza, ma che dall'altro non comprimesse troppo la rappresentanza.
Quindi diciamo sostanzialmente “perché era una legge elettorale fatta male”. La scelta della Consulta quindi non è collegata allo scenario dipinto dall'esito del referendum, ma perché l'Italicum era stato costruito male rispetto a quello che indica la nostra Costituzione in merito ai vari poteri, ai vari ruoli degli organi, no? Sostanzialmente si può dire questo?
Sì, a mio avviso è così. Certo, ora vedremo la motivazione, stiamo parlando un po' al buio; ma fin dall'inizio ciò che si contestava dell'Italicum era, appunto, questo aggiramento della soglia che la Consulta richiedeva, perché non c'era alcun requisito soddisfatto. Nel senso che mentre al primo turno mi chiedi il 40% dei consensi, al secondo turno non ti preoccupi di verificare se poi quel 40% lo si raggiunge con l'imperfezionamento del voto attraverso il ballottaggio. Anche se per ipotesi vanno a votare in 3, veniva lo stesso assegnato un premio. Lì è l'assurdo del sistema di ballottaggio pensato con l'Italicum... Un sistema del genere non esiste in nessuna parte al mondo, perché anche dove c'è l'elezione diretta, chessò, del Presidente della Repubblica – per esempio negli Usa – il Congresso è eletto comunque in maniera separata, per cui non è detto che le due cose – legislativo ed esecutivo – coincidano. Mentre con l'Italicum si raggiungeva l'”equilibrio perfetto”, in cui la divisione dei poteri veniva totalmente annullata e quindi il ruolo del Parlamento era sostanzialmente inutile.
Veniamo alle conseguenze di tipo politico. Naturalmente oggi tutti i giornali titolano che si è aperta in questo modo la corsa al voto. Una legge elettorale del genere, che tipo di scenari potrebbe in qualche modo delineare e chi favorisce?
Va detto che crea problemi. Ma non per quello che dicono alcuni commentatori, perché avremmo adesso due leggi diverse, una per la Camera e una per il Senato. Il risultato del Senato non dipende esclusivamente dalla legge elettorale, cioè se una stessa legge per la Camera venisse applicata al Senato, nulla può farci ritenere che i risultati poi si equivalgano, perché il Senato ha un corpo elettorale diverso; lì votano dai 25 anni in su, quindi c'è un diverso corpo elettorale. In più, per un altro obbligo costituzionale, il Senato viene eletto su base regionale; sono venti circoscrizioni, diciamo, e quindi il risultato è incerto... Già è successo in passato, ad esempio nel 2006, quando Prodi e l'Ulivo vinsero alla Camera per pochi voti, l'alleanza con Berlusconi aveva ottenuto un milione e mezzo di voti in più al Senato. Poi, per quella strana bizzarria dei premi regione per regione, ne è uscito fuori un equilibrio perfetto tra le due forze, per cui con l'arrivo dell'”aiuto” di alcuni senatori eletti all'estero, l'Ulivo riuscì ad ottenere anche lì una piccola maggioranza di voti. Però, appunto, nulla può dare la certezza che due corpi elettorali diversi e un sistema di distribuzione del voto diverso possano dare lo stesso risultato. Quindi non è che non si può andare a votare perché le due leggi non si equivalgono, questa è un sciocchezza. Il problema, purtroppo, sotto il profilo della rappresentatività, con questa diversità di leggi al Senato c'è uno sbarramento elevatissimo e quindi quello che è rimasto del Porcellum – dopo la sentenza della Consulta – è che oggi al Senato ci ritroviamo uno sbarramento altissimo, dunque c'è una compressione della rappresentatività molto elevata. Forse bisognava un pochino riflettere se, nell'ambito dei ricorsi fatti sulla legge elettorale, andasse inserito anche qualcosa per intervenire sul Senato, sotto il profilo, appunto, di questo sbarramento insuperabile, francamente, per molte forze politiche.
E quindi, diciamo, la strada aperta è quella dell”inciucio”... E' molto probabile che sarà necessario mettersi d'accordo per poter superare gli sbarramenti e vincere le elezioni no?
Al Senato, per superare lo sbarramento dell'8%, bisognerebbe fare una coalizione, perché lì è ancora rimasta la possibilità di fare coalizioni, anche se non esistono più i premi di maggioranza. Però comunque bisognerebbe raggiungere il 20%, per poi ridurre lo sbarramento per i singoli partiti, per la singola lista, al 3%. Va da sé che piccole liste al limite del 3-4%, anche se si mettono insieme, difficilmente raggiungerebbero quel 20% che potrebbe consentire ad ogni singola lista di riuscire ad entrare. Temo che lì la compressione esercitata dal voto unico sarà molto maggiore di quella che invece si potrebbe immaginare per la Camera, perché ora, appunto, abbiamo già visto Grillo che ha posto l'obiettivo 40%. Ci sarà – come dire – una forte spinta al “voto utile” per consentire all'elettore di scegliere solo quella che, presumibilmente, potrebbe arrivare a quel 40%. Però, insomma, è un obiettivo così lontano che, al momento attuale... Però, ci sarà anche un effetto “voto utile”, ma penso che per le forze minori la possibilità di superare il 3%, almeno alla Camera, non sia così fuori dalla portata. Diversamente – sapendo che se non si arriva all'8% e non si arriva a quel 20%, il voto è sprecato – temo che la spinta al “voto utile” sarà molto maggiore al Senato.
Quindi, da un certo punto di vista, la situazione si complica un po'. Naturalmente tutto questo al netto delle motivazioni che sarà interessante leggere quando usciranno...
Beh sì, cambierebbe molto lo scenario politico se, per ipotesi, avessero ragione i costituzionalisti vicini al Pd, quelli secondo cui il ballottaggio è stato bocciato perché non c'è più quella riforma, oppure se finalmente si stabilisce un principio di democrazia per cui si dice: la rappresentanza non può essere compromessa o compressa più di tanto per esigenze di governabilità. Io auspico questa seconda soluzione perché, finalmente, si chiuderebbe questa stagione del maggioritario a tutti i costi e della governabilità a tutti i costi che, di fatto, ha drogato il sistema politico italiano e ha portato a quel degrado istituzionale che è sotto gli occhi di tutti.
Bene, grazie Franco per la tua disponibilità. Magari ci risentiamo in concomitanza con l'uscita delle motivazioni per approfondire il discorso.
Benissimo. Un saluto a tutti.
Fonte
Solo il voto subito può fermare la deriva di un sistema
Della sentenza della Corte Costituzionale che boccia l'Italicum non mi colpisce tanto la contorta architettura del dispositivo, atta a renderne meno traumatico possibile l'impatto sul sistema politico, ma il pronunciamento in quanto tale. Che è di una gravità inaudita per un paese che voglia restare una democrazia.
Per la seconda volta di seguito, la legge elettorale votata dal Parlamento della Repubblica viene dichiarata incostituzionale. E, si badi bene, questo pronunciamento della Consulta non avviene a seguito di una iniziativa delle forze politiche o per qualche pentimento istituzionale, ma per l'azione puntuale e tenace di un manipolo di valorosi giuristi democratici. Sono loro che con il Porcellum prima, con l'Italicum ora, sono andati dal giudice avviando il percorso che ha portato alla dichiarazione di incostituzionalità delle leggi elettorali. Nelle istituzioni invece silenzio e complicità. Tre presidenti della Repubblica hanno avuto un ruolo decisivo in queste leggi incostituzionali. Ciampi ha firmato il Porcellum senza obiezioni, come ha poi fatto Mattarella con l'Italicum, mentre Napolitano, eletto due volte da parlamenti frutto dell'incostituzionalità, quando era in carica mai ha messo in discussione la legge elettorale, semmai ha solo cercato di non far votare.
Nel 2006, nel 2008 e nel 2013 ben tre volte i cittadini italiani sono stati chiamati ad eleggere i propri rappresentanti sulla base di una legge elettorale incostituzionale, cioè che non avrebbe dovuto esserci. Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi hanno tranquillamente governato dopo aver ricevuto il voto di fiducia da un parlamento illegittimo. Un parlamento che ha preso decisioni che influiscono pesantemente sulle nostre vite, dalla legge Fornero, alla Buona Scuola, al Jobsact, all'acquisto degli F35, alle missioni militari in giro per il mondo. Un parlamento che ha approvato il Fiscal Compact vincolando per i prossimi venti anni l'Italia alle politiche di austerità della Unione Europea e che lo ha addirittura inserito nella Costituzione, stravolgendone l'articolo 81. Un parlamento incostituzionale che infine ha approvato una completa controriforma della Costituzione, corredata da una corrispondente legge elettorale, passata, è bene ricordarlo, con il voto di fiducia.
Sono stati il popolo, con il suo NO referendario, e le sentenze della suprema magistratura dello stato a fermare questa deriva del sistema istituzionale verso la totale illegittimità. Il popolo, la magistratura, i giuristi ed i cittadini democratici, loro hanno fermato il disastro e non le altre istituzioni, né quelle italiane, né tantomeno quelle europee che della distruzione della nostra Costituzione hanno assoluto bisogno, per imporci il loro volere. È una situazione senza precedenti, per una democrazia, quella di operare nella illegittimità delle sue istituzioni da più di dieci anni, e se non si vuole riprendere a precipitare nella china alla fine della quale c'è solo la formale dittatura, bisogna fermare tutto qui ed ora.
Altro che affidare ad un parlamento squalificato e soprattutto incostituzionale il varo di una terza legge elettorale, magari incostituzionale anch'essa! Altro che il teatrino della politica! Si vada a votare subito, anche con il pasticcio che è venuto fuori dalle sentenze e di cui le varie maggioranze politiche, non le sentenze, hanno colpa. Si metta punto fermo alla catena delle illegittimità e si ricominci a parlare di contenuti materiali delle scelte politiche, e non ancora una volta della governabilità. Principio che da noi ha sviluppato appieno tutte le sue potenzialità antidemocratiche e che ha finito per produrre il suo esatto opposto: la stato confusionale di un sistema illegittimo. Basta, al voto subito.
Fonte
Per la seconda volta di seguito, la legge elettorale votata dal Parlamento della Repubblica viene dichiarata incostituzionale. E, si badi bene, questo pronunciamento della Consulta non avviene a seguito di una iniziativa delle forze politiche o per qualche pentimento istituzionale, ma per l'azione puntuale e tenace di un manipolo di valorosi giuristi democratici. Sono loro che con il Porcellum prima, con l'Italicum ora, sono andati dal giudice avviando il percorso che ha portato alla dichiarazione di incostituzionalità delle leggi elettorali. Nelle istituzioni invece silenzio e complicità. Tre presidenti della Repubblica hanno avuto un ruolo decisivo in queste leggi incostituzionali. Ciampi ha firmato il Porcellum senza obiezioni, come ha poi fatto Mattarella con l'Italicum, mentre Napolitano, eletto due volte da parlamenti frutto dell'incostituzionalità, quando era in carica mai ha messo in discussione la legge elettorale, semmai ha solo cercato di non far votare.
Nel 2006, nel 2008 e nel 2013 ben tre volte i cittadini italiani sono stati chiamati ad eleggere i propri rappresentanti sulla base di una legge elettorale incostituzionale, cioè che non avrebbe dovuto esserci. Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi hanno tranquillamente governato dopo aver ricevuto il voto di fiducia da un parlamento illegittimo. Un parlamento che ha preso decisioni che influiscono pesantemente sulle nostre vite, dalla legge Fornero, alla Buona Scuola, al Jobsact, all'acquisto degli F35, alle missioni militari in giro per il mondo. Un parlamento che ha approvato il Fiscal Compact vincolando per i prossimi venti anni l'Italia alle politiche di austerità della Unione Europea e che lo ha addirittura inserito nella Costituzione, stravolgendone l'articolo 81. Un parlamento incostituzionale che infine ha approvato una completa controriforma della Costituzione, corredata da una corrispondente legge elettorale, passata, è bene ricordarlo, con il voto di fiducia.
Sono stati il popolo, con il suo NO referendario, e le sentenze della suprema magistratura dello stato a fermare questa deriva del sistema istituzionale verso la totale illegittimità. Il popolo, la magistratura, i giuristi ed i cittadini democratici, loro hanno fermato il disastro e non le altre istituzioni, né quelle italiane, né tantomeno quelle europee che della distruzione della nostra Costituzione hanno assoluto bisogno, per imporci il loro volere. È una situazione senza precedenti, per una democrazia, quella di operare nella illegittimità delle sue istituzioni da più di dieci anni, e se non si vuole riprendere a precipitare nella china alla fine della quale c'è solo la formale dittatura, bisogna fermare tutto qui ed ora.
Altro che affidare ad un parlamento squalificato e soprattutto incostituzionale il varo di una terza legge elettorale, magari incostituzionale anch'essa! Altro che il teatrino della politica! Si vada a votare subito, anche con il pasticcio che è venuto fuori dalle sentenze e di cui le varie maggioranze politiche, non le sentenze, hanno colpa. Si metta punto fermo alla catena delle illegittimità e si ricominci a parlare di contenuti materiali delle scelte politiche, e non ancora una volta della governabilità. Principio che da noi ha sviluppato appieno tutte le sue potenzialità antidemocratiche e che ha finito per produrre il suo esatto opposto: la stato confusionale di un sistema illegittimo. Basta, al voto subito.
Fonte
23/01/2017
Corte Costituzionale: cosa aspettarsi alla vigilia della decisione?
Domani la Corte Costituzionale discuterà sull’Italicum,
anche se non è detto che la decisione sia immediata (alcuni dicono che
la sentenza sarebbe già pronta da ottobre, quando venne rinviata).
Comunque, con il clima che c’è, con il Parlamento immobilizzato in attesa delle sue decisioni, non è probabile che la sentenza si faccia attendere troppo, per lo meno per quanto attiene ai dispositivi. Dopo verranno le motivazioni, nel giro di due-quattro settimane.
La cosa un po’ surreale è che la Corte sta decidendo su una legge elettorale che il Parlamento ha già deciso di sostituire, un po’ come fare una tonsillectomia su un cadavere. In realtà, questa sta diventando una sentenza “preventiva”, nel senso che la decisione, più che la legge sottoposta ad esame, riguarda la prossima e per due motivi: in primo luogo, perché fisserà la situazione di partenza per il negoziato fra le forze politiche, in secondo perché fisserà i paletti entro i quali dovrà (dovrebbe: non è la faccia quello che manca ai politici...) tenersi il Parlamento per la prossima legge elettorale. Quindi la cosa più importante sarà il deposito delle motivazioni, ma già dal dispositivo capiremo di che sa il vino che berremo.
Le questioni sottoposte al giudizio sono cinque:
– entità del premio di maggioranza;
– doppio turno;
– ampiezza dei collegi e capolistature “blindate”;
– candidature plurime;
– clausole di sbarramento.
Venendo al cuore del problema, si tratta di decidere se il meccanismo del doppio turno, con soglia del 40% al primo turno per ottenere il premio, sani o meno l’imperfezione costituzionale della legge precedente, il cui premio venne ritenuto eccessivo dalla Corte con la sentenza del 3 dicembre 2013.
Per la verità, la Corte non aveva fissato limiti precisi ma era restata sul vago, dicendo che l’esigenza di garantire la rappresentatività del Parlamento prevale su quella della governabilità.
Ora però il problema è molto più stringente, perché la legge un limite lo ha posto: il 40% al primo turno, per cui occorre dire se un premio che può raggiungere il 14% (la legge garantisce il 54% dei seggi) sia accettabile o no e, quindi, occorre fissare una qualche soglia. Tenendo conto che l’indice di disrappresentatività sarà anche superiore per effetto delle soglie di sbarramento che lasceranno fuori un certo numero di liste (nel 2013 restarono senza rappresentanza circa il 7% degli elettori). Ma fissato un qualche limite numerico, questo poi si riflette anche su altri sistemi come, per esempio, quello uninominale (ma ne parliamo più avanti).
Poi viene la questione del ballottaggio che non risolve ma anzi aggrava il problema. Infatti, se è vero che il premio viene deciso da chi prende il 50% più un voto, è però vero che l’indice di disrappresentatività si calcola sui voti ottenuti al primo turno, per cui è possibile che vinca quello che era arrivato secondo e magari aveva ottenuto solo il 20% dei voti. Infatti, la letteratura internazionale (Lijphart per tutti) indica i sistemi a doppio turno come quello francese ancora più disrappresentativi di quello inglese calcolando un tasso probabile di discostamento intorno al 12%. Qui, per di più, abbiamo un sistema politico a tre, per cui il tasso sarebbe anche più alto. Quindi, è poco probabile che il ballottaggio possa resistere all’esame di costituzionalità, a meno di non smentire la sentenza di tre anni fa.
E se dovessero essere confermate le soglie di sbarramento occorrerebbe tenere presente che un tasso di forzatura ci sarebbe già, per cui occorrerebbe, in qualche modo, fissare una tasso complessivo espresso in un valore numerico (quantomeno approssimativo), entro il quale il sistema elettorale sia compatibile con il principio di rappresentatività.
Ad esempio, se la nuova legge dovesse alzare sensibilmente la soglia di sbarramento, ad esempio al 7 o 8% (in Grecia, in un certo periodo si era arrivati al 12% se ben ricordo), praticamente solo i 4 partiti maggiori (Fi, M5s, Pd e Lega) ma escludendo dalla rappresentanza una fetta di elettorato che potrebbe raggiungere il 20%: sarebbe tollerabile?
Un tasso approssimativo porrebbe anche problemi ad una reviviscenza del famigerato Mattarellum, perché il sistema uninominale ha di per sé un tasso di disrappresentatività abbastanza alto: gli esperti parlano di “legge del cubo” in quanto ad ogni differenziale dei voti assoluti corrisponde uno spostamento tendenziale in seggi elevato al cubo; ad esempio, se il primo partito prende il 2% in più del secondo, la differenza in seggi sarà dell’8% (2x2x2) e se è del 3% la differenza sarà del 27% (3x3x3), Ovviamente si tratta di valori tendenziali, perché, man mano che il differenziale cresce, l’effetto in seggi diventa meno che “alla terza”. Ma qui, per di più, abbiamo una competizione che è, bene che vada, a tre, quindi siamo proprio alla lotteria.
Tuttavia abbiamo fondati motivi per ritenere che i giudici della Consulta (ovviamente tutti laureati in Giurisprudenza e di formazione umanistica) abbiano le idee particolarmente chiare in materia, perché questo presupporrebbe una formazione matematica di cui è lecito dubitare, ma staremo a vedere.
Comunque, quello che la sentenza dirà sarà in ogni caso vincolante (e qui lasciamo perdere le questioni minori come le capolistature bloccate, le candidature plurime, l’ampiezza dei collegi eccetera).
Sin qui le questioni puramente giuridiche, ma questa volta come non mai faremo i conti con una sentenza politica (e quella sui quesiti della Cgil è stata già una avvisaglia). Qui occorre tener conto che i presupposti stessi del maggioritario sono venuti meno per il formarsi del terzo polo (il M5s che, come vedete, può vantare benemerenze importanti), e soprattutto per il risultato del referendum che ha travolto la cultura iper governista che l’aveva fatta da padrona negli ultimi 20 anni. Inoltre, fra le forze politiche c’è una decisa voglia di proporzionale. Praticamente a difendere il maggioritario (ma senza sapere come fare ad evitare che avvantaggi il M5s) c’è il solo Pd che però è il partito battuto al referendum e quindi non può alzare la voce più di tanto.
Quindi, sembra probabile che la Corte opti per un sistema di tipo sostanzialmente proporzionale con clausole di sbarramento, in sostanza lo stesso modello del Consultellum proposto dalla Corte tre anni fa.
Questo è quello che sarebbe logico accadesse, ma questo è un paese in cui la logica non è il faro più seguito, per cui stiamo a vedere...
Fonte
Comunque, con il clima che c’è, con il Parlamento immobilizzato in attesa delle sue decisioni, non è probabile che la sentenza si faccia attendere troppo, per lo meno per quanto attiene ai dispositivi. Dopo verranno le motivazioni, nel giro di due-quattro settimane.
La cosa un po’ surreale è che la Corte sta decidendo su una legge elettorale che il Parlamento ha già deciso di sostituire, un po’ come fare una tonsillectomia su un cadavere. In realtà, questa sta diventando una sentenza “preventiva”, nel senso che la decisione, più che la legge sottoposta ad esame, riguarda la prossima e per due motivi: in primo luogo, perché fisserà la situazione di partenza per il negoziato fra le forze politiche, in secondo perché fisserà i paletti entro i quali dovrà (dovrebbe: non è la faccia quello che manca ai politici...) tenersi il Parlamento per la prossima legge elettorale. Quindi la cosa più importante sarà il deposito delle motivazioni, ma già dal dispositivo capiremo di che sa il vino che berremo.
Le questioni sottoposte al giudizio sono cinque:
– entità del premio di maggioranza;
– doppio turno;
– ampiezza dei collegi e capolistature “blindate”;
– candidature plurime;
– clausole di sbarramento.
Venendo al cuore del problema, si tratta di decidere se il meccanismo del doppio turno, con soglia del 40% al primo turno per ottenere il premio, sani o meno l’imperfezione costituzionale della legge precedente, il cui premio venne ritenuto eccessivo dalla Corte con la sentenza del 3 dicembre 2013.
Per la verità, la Corte non aveva fissato limiti precisi ma era restata sul vago, dicendo che l’esigenza di garantire la rappresentatività del Parlamento prevale su quella della governabilità.
Ora però il problema è molto più stringente, perché la legge un limite lo ha posto: il 40% al primo turno, per cui occorre dire se un premio che può raggiungere il 14% (la legge garantisce il 54% dei seggi) sia accettabile o no e, quindi, occorre fissare una qualche soglia. Tenendo conto che l’indice di disrappresentatività sarà anche superiore per effetto delle soglie di sbarramento che lasceranno fuori un certo numero di liste (nel 2013 restarono senza rappresentanza circa il 7% degli elettori). Ma fissato un qualche limite numerico, questo poi si riflette anche su altri sistemi come, per esempio, quello uninominale (ma ne parliamo più avanti).
Poi viene la questione del ballottaggio che non risolve ma anzi aggrava il problema. Infatti, se è vero che il premio viene deciso da chi prende il 50% più un voto, è però vero che l’indice di disrappresentatività si calcola sui voti ottenuti al primo turno, per cui è possibile che vinca quello che era arrivato secondo e magari aveva ottenuto solo il 20% dei voti. Infatti, la letteratura internazionale (Lijphart per tutti) indica i sistemi a doppio turno come quello francese ancora più disrappresentativi di quello inglese calcolando un tasso probabile di discostamento intorno al 12%. Qui, per di più, abbiamo un sistema politico a tre, per cui il tasso sarebbe anche più alto. Quindi, è poco probabile che il ballottaggio possa resistere all’esame di costituzionalità, a meno di non smentire la sentenza di tre anni fa.
E se dovessero essere confermate le soglie di sbarramento occorrerebbe tenere presente che un tasso di forzatura ci sarebbe già, per cui occorrerebbe, in qualche modo, fissare una tasso complessivo espresso in un valore numerico (quantomeno approssimativo), entro il quale il sistema elettorale sia compatibile con il principio di rappresentatività.
Ad esempio, se la nuova legge dovesse alzare sensibilmente la soglia di sbarramento, ad esempio al 7 o 8% (in Grecia, in un certo periodo si era arrivati al 12% se ben ricordo), praticamente solo i 4 partiti maggiori (Fi, M5s, Pd e Lega) ma escludendo dalla rappresentanza una fetta di elettorato che potrebbe raggiungere il 20%: sarebbe tollerabile?
Un tasso approssimativo porrebbe anche problemi ad una reviviscenza del famigerato Mattarellum, perché il sistema uninominale ha di per sé un tasso di disrappresentatività abbastanza alto: gli esperti parlano di “legge del cubo” in quanto ad ogni differenziale dei voti assoluti corrisponde uno spostamento tendenziale in seggi elevato al cubo; ad esempio, se il primo partito prende il 2% in più del secondo, la differenza in seggi sarà dell’8% (2x2x2) e se è del 3% la differenza sarà del 27% (3x3x3), Ovviamente si tratta di valori tendenziali, perché, man mano che il differenziale cresce, l’effetto in seggi diventa meno che “alla terza”. Ma qui, per di più, abbiamo una competizione che è, bene che vada, a tre, quindi siamo proprio alla lotteria.
Tuttavia abbiamo fondati motivi per ritenere che i giudici della Consulta (ovviamente tutti laureati in Giurisprudenza e di formazione umanistica) abbiano le idee particolarmente chiare in materia, perché questo presupporrebbe una formazione matematica di cui è lecito dubitare, ma staremo a vedere.
Comunque, quello che la sentenza dirà sarà in ogni caso vincolante (e qui lasciamo perdere le questioni minori come le capolistature bloccate, le candidature plurime, l’ampiezza dei collegi eccetera).
Sin qui le questioni puramente giuridiche, ma questa volta come non mai faremo i conti con una sentenza politica (e quella sui quesiti della Cgil è stata già una avvisaglia). Qui occorre tener conto che i presupposti stessi del maggioritario sono venuti meno per il formarsi del terzo polo (il M5s che, come vedete, può vantare benemerenze importanti), e soprattutto per il risultato del referendum che ha travolto la cultura iper governista che l’aveva fatta da padrona negli ultimi 20 anni. Inoltre, fra le forze politiche c’è una decisa voglia di proporzionale. Praticamente a difendere il maggioritario (ma senza sapere come fare ad evitare che avvantaggi il M5s) c’è il solo Pd che però è il partito battuto al referendum e quindi non può alzare la voce più di tanto.
Quindi, sembra probabile che la Corte opti per un sistema di tipo sostanzialmente proporzionale con clausole di sbarramento, in sostanza lo stesso modello del Consultellum proposto dalla Corte tre anni fa.
Questo è quello che sarebbe logico accadesse, ma questo è un paese in cui la logica non è il faro più seguito, per cui stiamo a vedere...
Fonte
29/12/2016
Napolitano e Renzi: traduzione di una intervista
Ogni volta che sento Napolitano ho un moto di ammirazione per Ratzinger.
Benedetto XVI si è dimesso, dopo di che si è rinchiuso nel suo
silenzioso eremo, diventando quasi invisibile, e se qualche rarissima
volta, ha parlato, è stato solo in appoggio al suo successore. Uno stile
ed una correttezza che gli vanno riconosciuti. Napolitano, invece,
esterna a getto continuo come una condotta dell’acqua scoppiata.
D’accordo: ha diritto di parola come
tutti, in più è senatore ed ex presidente, il che lo rende autorevole,
ma nessun ex presidente, neppure Cossiga o Saragat, furono afflitti da
una simile incontinentia externandi. Ci vuole misura in tutto. Il che,
peraltro, la dice lunga sulla neutralità con cui ha esercitato il suo
mandato.
Veniamo al merito. Il 22 us Napolitano ha concesso una alluvionale intervista al Messaggero (o anche qui riassunta) sul referendum costituzionale che lo vede fra gli sconfitti, come egli stesso ammette. Il
succo della ennesima, lunghissima e non necessaria esternazione è che
la colpa della sconfitta è tutta di Renzi. Per la verità, più ancora che
di Renzi è del popolo bue che ha votato male e che, su certe materie, dovrebbe votare solo quando a ferragosto cade la neve, ça va sans dire, come aveva già affermato a proposito della Brexit.
Subito dopo il popolo che non capisce, è
stata colpa di Renzi che ha personalizzato troppo il confronto,
sottovalutando la sua impopolarità. E questo il past president lo aveva
detto già sul finire della campagna elettorale.
Ma soprattutto la critica si incentra
sulla infausta decisione di affiancare alla riforma costituzionale il
nuovo sistema elettorale dell’Italicum che avrebbe fornito al no un
formidabile argomento di propaganda. E qui il discorso merita qualche
chiosa. In effetti, il “combinato disposto” fra legge elettorale e
riforma costituzionale è stata il principale leit motiv della propaganda
del no (è argomento che ho largamente usato anche io) e simmetricamente
ha costituito il maggior punto di debolezza del SI, al punto di dover
annunciare, in piena campagna, che l’Italicum sarebbe stato sostituito.
Quindi, nell’appunto di Napolitano un elemento di verità c’è.
Però va anche detto che Italicum e
riforma costituzionale erano un unico progetto in cui un elemento
completava l’altro e Napolitano ne era perfettamente consapevole. Gli
scrupoli sul doppio turno, per cui uno che ha preso il 20% al primo
turno può prendersi un premio del 54% dei seggi, gli sono venuti solo
dopo, quando ha visto che erano i 5 stelle a vincere i ballottaggi. Per
tutto il periodo in cui si è discusso della legge lui non ha emesso
fiato. Questo sarebbe stato per 9 anni il “garante della Costituzione”!
Nessuno può dire che io abbia simpatie per Renzi, per carità,
ma di fronte ad una simile maramaldata si deve per forza dare ragione
al fiorentino che, peraltro, ci fa un figurone con il suo discorso dopo
la sconfitta della quale si addossava l’intera responsabilità. Ad un
avversario come Renzi si può rendere l’onore delle armi, ad uno come
Napolitano no.
In ogni caso cerchiamo di capire il perché di questa sfuriata dell’ex inquilino del Quirinale.
Solo un tentativo di fare scaricabarile? Sarebbe inutile perché,
appunto, Renzi si è assunto la responsabilità in esclusiva. Lo sfogo di
un rancore senile perché Renzi non lo sarebbe stato a sentire? Ma non
pare che dal Colle siano venuti a Renzi particolari consigli, che
peraltro, Napolitano non dice di aver dato. E comunque, l’ex Presidente è
un animale a sangue freddo: se fa una uscita del genere non è solo per
livore, ma c’è sempre un qualche disegno politico.
L’impressione che si ricava è quella di una lettera di licenziamento.
Come si sa, i due non si sono mai amati e l’uomo del Colle avrebbe
preferito di gran lunga Letta. Renzi fu accettato perché probabilmente
avrebbe avuto la forza – che Letta non avrebbe avuto – di costringere
tutto il suo partito sulla via della riforma costituzionale. Non è privo
di significato che fra i due non siano affatto mancati sgarbi reciproci
nei primi mesi di governo, mentre i rapporti sono nettamente migliorati
dopo le elezioni europee del 2014, quando Renzi ebbe il famoso 40% che
lo mise saldamente in sella.
Peraltro, dopo la bocciatura della Corte
Costituzionale, il 3 dicembre 2013, tutta la maggioranza di governo fu
concorde nel decidere una nuova legge elettorale maggioritaria e
Napolitano era d’accordo. Questo fece sì che Renzi fosse accolto (o
almeno sopportato) anche da molti di quei poteri forti che all’inizio
non lo avevano visto con simpatia. E Napolitano si fece garante presso
tutti per Renzi, in cambio della riforma costituzionale che stava a
cuore a tutti. E forse, si pensava anche ad un’ulteriore e più radicale
riforma dopo che il plebiscito avesse approvato questa prima rata. Un
disegno che avrebbe potuto anche sopravvivere ad una sconfitta di misura
(del tipo 48 a 52) ma che, dopo questa catastrofe, non può essere
riproposto per un lungo periodo. Di qui la decisione di “licenziare”
Renzi che non è stato capace di impedire questa sconfitta.
Napolitano (e chi gli sta dietro) non è minimamente interessato ad una seconda stagione renziana
che vede incapace sia di arginare l’onda montante “populista”, sia di
poter riattivare il ciclo di una riforma costituzionale. D’altra parte,
Renzi non è neppure proponibile per un accordo con Berlusconi, dopo la
rottura del gennaio 2015 e Napolitano pensa ad una “grande coalizione”
sul modello della “cittadella europeista” che regge il governo a Berlino
e a Strasburgo.
Napolitano sa che una eventuale
maggioranza M5s, Lega, Fratelli d’Italia potrebbe anche riaprire il
fascicolo della sua messa in stato d’accusa e cerca di scongiurare
questa eventualità.
Dunque, Renzi non serve più, va messo da parte e lasciato al suo destino quale che sia.
La traduzione dell’intervista è: “Ti avevamo affidato un compito ma lo
hai sbagliato. Ora te ne devi andare. Da tutto e per sempre”.
Non sembra privo di significato che non
dica nulla su Gentiloni che potrebbe essere la nuova carta su cui
puntare. Oppure non è da sottovalutare l’ipotesi di una carta
Franceschini come risultante del “patto dei due presidenti”, purché
rivolta anche essa ad una intesa “europeista”.
Forse Renzi avrà presto modo di constatare quale valanga di disgrazie seguirà questa intervista natalizia del suo ex garante.
21/12/2016
Il Mattarellum? E’ peggio del Porcellum o dell’Italicum. Vi spiego perchè
Il Mattarellum fu il prodotto accidentale della situazione nel 1993:
la Corte Costituzionale, nel 1987, aveva stabilito che, in caso di
referendum sulle leggi elettorali, non erano ammessi quesiti abrogativi
in toto, ma solo parziali e manipolativi, ma a condizione che la legge residua fosse coerente ed immediatamente applicabile, non essendo
ammissibile alcuna sospensione degli organi costituzionali e dei loro
dispositivi di attuazione.
L’unica possibilità (per la verità
ottenibile con una forzatura di cui la Corte fece finta di non
accorgersi) era quella di lasciare la quota proporzionale della legge al
Senato (1/4), sganciarla dai collegi uninominali attraverso il
meccanismo dello “scorporo” dei voti dei vincenti nei collegi
uninominali e calcolando solo i residui per la quota proporzionale.
Questa venne assunta come indicazione del corpo elettorale e venne
applicata anche alla Camera con un piccolo ritocco (lo scorporo non era
pieno ma solo parziale). I listini bloccati furono anche essi una
conseguenza di questo meccanismo di formazione della legge: essendoci
solo collegi uninominali al Senato, non era possibile introdurre la
preferenza attraverso l’intervento manipolativo, ma solo proclamare i
migliori non eletti. Questo, alla Camera venne tradotto nel meccanismo
della lista bloccata.
Il sistema, per la verità, non garantiva automaticamente che uno degli attori ottenesse da solo la maggioranza
assoluta nei due rami del parlamento e, in effetti, al Senato, nel 1994
Berlusconi ebbe la maggioranza solo grazie al passaggio di due
transfughi ed anche nel 1996 e nel 2001, il vincente alla Camera ebbe
sempre maggioranze risicatissime. Ma alla Camera (grazie al collegio
unico nazionale) le cose andarono sempre diversamente, in quanto il
vincitore (nonostante la quota proporzionale) ebbe sempre la maggioranza
assoluta, in quanto il sistema partitico ebbe una impostazione
rigidamente bipolare ed i conati di terzo polo (Patto Segni-Ppi nel
1994, Lega nel 1996 e coalizione neo Dc nel 2001) non ebbero mai la
forza di impedire l’affermazione di un vincente complessivo.
Poi, nel 2005, Casini impose a Berlusconi un sistema parzialmente diverso, il Porcellum,
che era su liste ma conservava le liste bloccate essendosi ormai
“sdoganata” l’abolizione delle preferenze (Berlusconi ed i Ds-Pd sono
sempre stati concordi nel principio dei “nominati”, una delle tante
somiglianze fra i due partiti).
Ora (qualunque cosa dica la Corte
Costituzionale) bisogna rifare la legge elettorale appena rifatta,
perché si sono accorti che con quel sistema vincevano i 5stelle e la
grande trovata è quella di tornare al Mattarellum.
In sé il sistema ha delle gravi pecche,
sia perché l’impianto costituzionale presuppone tacitamente un sistema
proporzionale (diversamente non avrebbero senso le soglie prescritte per
la revisione costituzionale, per l’elezione di Presidente e giudici
costituzionali ed i poteri del Presidente in materia di nomina del
Presidente del Consiglio), sia perché introduce una forte compressione
del principio di rappresentanza. Ne è venuto fuori un pasticciato
sistema misto che ha tutti i difetti del sistema parlamentare e tutti
quelli del presidenzialismo, senza avere i vantaggi dell’uno e
dell’altro.
Ma, nel complesso, come
dicevamo, la legge ha funzionato (sarebbe più corretto dire
“funzionicchiato”) perché lo schema partitico era sostanzialmente
bi-polare. Ora ci troviamo in un sistema tripolare e, per di
più, si vorrebbero aumentare i seggi del proporzionale (si immagina come
risarcimento della probabile abolizione dello scorporo).
Allora facciamo due conti. Immaginiamo
per comodità che si debbano distribuire 200 seggi (100 proporzionali e
100 uninominali) ed applichiamo questo all’attuale situazione. Sempre
per comodità, immaginiamo che le proporzioni siano, più o meno, quelle
attuali, “assorbendo” i piccoli nei tre competitori più forti: quindi Pd
36%, M5s 30%, destra 34%. Ovviamente, si tratta di valori molto
approssimativi e presumibili, per cui avremmo nel proporzionale 72 seggi
al Pd, 60 al M5s e 68 alla destra. Per raggiungere i 101 seggi che
fanno maggioranza, il Pd dovrebbe conquistare 29 seggi uninominali,
mentre la destra 33 ed il M5s 41.In teoria il Pd sarebbe nettamente
avvantaggiato rispetto agli altri e farcela da solo anche se, per
avventura, prendesse una percentuale di seggi uninominali inferiore a
quella dei voti popolari.
In realtà le cose sono assai meno semplici perché:
a) in questo schema non abbiamo
considerato la presenza di piccole liste “Irriducibili”, come ad esempio
Sinistra Italiana-Rifondazione, che probabilmente otterrebbero il 4%
circa da sottrarre al Pd,
b) non abbiamo preso in
considerazione le varie centriste (Ala, Udc, Sc ecc) che abbiamo
ripartito convenzionalmente a metà fra Pd e destra, ma, in concreto, non
sappiamo come si distribuiranno fra i due o se presenteranno un polo
autonomo, ma soprattutto, non siamo in grado di valutare come si
comporteranno i loro elettori, al di là delle scelte dei gruppi
dirigenti;
c) non abbiamo tenuto conto delle liste delle minoranze nazionali (valdostani, altoatesini ecc.);
d) abbiamo considerato la destra come
un unico polo, ma non è affatto detto che Lega e Forza Italia
raggiungano un accordo, per cui è possibile che si presentino
separatamente e questo potrebbe attrarre più elettorato di centro verso
Forza Italia;
e) non abbiamo tenuto conto degli imprevisti, ad esempio: cosa
farebbe la sinistra Pd nel caso in cui Renzi la epurasse dalle liste Pd?
Resterebbe comunque con il Pd, oppure andrebbe con il polo di sinistra
italiana, o, anche, presenterebbe sue liste autonome? E Parisi
confluirebbe nelle liste di Fi o farebbe polo a sè, magari con parte dei
centristi?
f) Soprattutto, non abbiamo tenuto
conto (non disponendo della lista dei potenziali collegi uninominali)
della concreta distribuzione territoriale del voto e questo è il punto
più delicato che merita qualche spiegazione in più.
L’Italia è un paese con forti
differenziali territoriali, da esempio saremo tutti d’accordo nel dire
che il Pd ha una elevata probabilità di accaparrarsi la gran parte dei
collegi di Toscana, Umbria, Marche ed Emilia, mentre la Lega, comunque
vada, spunterà un certo numero di seggi nel lombardo-veneto, ma nel resto
d'Italia come andrebbe? Immaginiamo dieci collegi che supponiamo di
identico numero di elettori votanti :
collegio torinese; M5s 31%, Pd 30%,
Lega-Fratelli d’Italia 16%, Forza Italia e centristi 12%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 6% vari minori 5%
collegio milanese: M5s 12%, Pd 32%,
Lega-Fratelli d’Italia 18%, Forza Italia e centristi 33% (Berlusconi),
Sinistra Italiana-Rifondazione 4%, vari minori 1%
collegio genovese: M5s 32% Pd 33%,
Lega-Fratelli d’Italia 12%, Forza Italia e centristi 15%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 5% vari minori 3%
collegio veronese: M5s 22%, Pd 23%
Lega-Fratelli d’Italia 20%, Forza Italia e centristi 8%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 3% vari minori (Tosi) 24%
collegio romano: M5s 26%, Pd 26%,
Lega-Fratelli d’Italia 27% (Meloni) Forza Italia e centristi 10%,
Sinistra Italiana-Rifondazione 4% vari minori 7% (Marchini)
collegio napoletano: M5s 13%, Pd 20%,
Lega-Fratelli d’Italia 8%, Forza Italia e centristi 18%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 37% (De Magistris) vari minori 4%
collegio barese: M5s 26%, Pd 27%,
Lega-Fratelli d’Italia 6%, Forza Italia e centristi 33%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 4%, vari minori 4%
collegio di Trapani: M5s 28%, Pd 29%,
Lega-Fratelli d’Italia 3%, Forza Italia e centristi 30%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 5% vari minori 5%
collegio di Sassari: M5s,16% Pd
28%,Lega-Fratelli d’Italia 29% (Psd’az) Forza Italia e centristi 14%, Sinistra Italiana-Rifondazione 7% vari minori 6%
collegio di Bolzano: M5s 12%, Pd 29%,
Lega-Fratelli d’Italia 10%, Forza Italia e centristi 14%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 5% vari minori (Svp) 30%
In totale abbiamo
M5s 21,8% (voti popolari) (seggi 1)
Pd 35% (voti pop) (seggi 1)
Lega-Fratelli d’Italia 14,9% (voti pop) (2 seggi)
Forza Italia e centristi 18,9% (3 seggi)
Sinistra Italiana-Rifondazione 8% (1 seggio)
vari minori 8,9% (2 seggi)
Come si vede:
1) nessuno ha raggiunto la maggioranza assoluta dei collegi uninominali;
2) il partito che ha avuto la
maggioranza relativa dei voti è quello che ha meno seggi (solo 1) perché
ha avuto molti voti ma è stato quasi sempre secondo in ciascun collegio;
3) nessun candidato supera il 50% e spesso il vincente ha un quarto circa dei voti.
Dunque, presumibilmente, nessuno avrà la
maggioranza assoluta nel Parlamento ed occorrerà fare coalizioni.
Nell’esempio che abbiamo fatto ci sono molti “casi particolari” (la
presenza di esponenti nazionali (Berlusconi, Meloni) o di personaggi
locali molto seguiti (Tosi o De Magistris) o forti formazioni locali
(Svp e Psd’az) ecc, ma appunto i casi locali possono essere molti.
In generale si ricavano queste indicazioni:
a) i partiti con forte concentrazione territoriale sono avvantaggiati su quelli con elettorato mediamente distribuito;
b) una forte frammentazione partitica
incoraggia la presentazione di sempre nuovi candidati: in una
competizione con due candidati forti (entrambi oltre il 40%) nessuno è
incoraggiato a presentarsi se non per una candidatura di bandiera, ma se
i competitori forti (fra il 25 ed il 40%) sono tre, la presenza di un
candidato minore che speri di scalare ilo 36% è poco probabile, ma
possibile, magari sulla base di fattori locali; se i candidati
competitivi sono 4 (fra il 20 ed il 30% l’uno di partenza) e decisamente
più probabile che possano emergere altri sfidanti e, via via, più
candidature forti ci saranno, più emergeranno sfidanti.
In definitiva: il maggioritario
uninominale in un sistema tri o quadri polare è una lotteria che può
anche far perdere il più votato.
Morale: per una ragione o per
l’altra, non appare particolarmente probabile che un solo partito (o
forse coalizione) possa raggiungere la maggioranza assoluta ed allora:
ma se lo scopo di una maggioranza coesa vincente è poco probabile,
perché mai sacrificare la rappresentanza?
Molto semplice: perché questo è il sistema più sfavorevole al M5s e che, dopo, giustificherà, l’accordo Forza Italia Pd. Contenti?
11/10/2016
Renzi: “Riforma dell’Italicum? L’anno prossimo, forse...”
Difficile appassionarsi alle riunioni della direzione Pd, lo ammettiamo. Neanche quella di ieri ha suscitato pathos, tanto era prevedibile. Secondo le anticipazioni dei “retroscenisti” – triste figura solo italiana del giornalismo più deteriore, un tempo chiamato anche “minzolinismo” – Matteo Renzi si sarebbe dovuto presentare con una proposta che non si può rifiutare, che avrebbe costretto la minoranza dem ad alzare le mani al cielo o prendersi la responsabilità di una spaccatura.
Non c'è stata né l'una né l'altra. Renzi ha promesso che si potrà discutere di riforma della legge elettorale solo dopo l'effettuazione del referendum, perché ormai non c'è più tempo, la campagna elettorale è partita e tutto il paese andrebbe concentrato su questa scadenza. La minoranza ha promesso che se continua così un giorno ci sarà una spaccatura per colpa del premier-segretario.
Una noia mortale che ammazzerebbe anche dei tifosi del campionato di terza categoria (quella in cui non si può retrocedere oltre).
Chi può prendere sul serio la proposta renziana di costituire – a gennaio – una “commissione” di cinque esploratori del Pd, comprendente un solo membro della minoranza, incaricati di verificare con gli altri partiti la possibilità di una mediazione condivisa sulla riforma dell'Italicum? Chi può fidarsi della promessa di “apertura su tutto” (dal premio alla coalizione invece che al singolo partito, fino all'eliminazione dei capilista bloccati candidabili quasi ovunque, ecc), ma il prossimo anno? Se al referendum vincerà il NO Matteo Renzi dovrà cominciare a sgomberare le stanze di Palazzo Chigi e di via del Nazareno, e cercarsi un altro mestiere (non preoccupatevi, glielo troveranno...). Se vincerà il SI avrà bisogno di mediare soltanto con la destra berlusconiana, perché – a bocce ferme – il meccanismo dell'Italicum premierebbe i Cinque Stelle e non la piccola falange renziana.
Nel primo caso la minoranza dem avrebbe via libera per tentare di riprendersi un partito che si era lasciato sfilare da un contafrottole “scoperto” da Verdini e la massoneria toscana; ma dovrebbe gestire macerie, non una riscossa. Nel secondo caso, non le resterebbe che la via dell'abbandono della politica o della scissione, con la poco allettante prospettiva di una fusione in tempi brevi con Sel. Roba da 5-8%, nel migliore dei casi, e addio a qualsiasi sogno di gloria.
Se anche la politica italiana fosse indipendente dalle decisioni della Troika, insomma, lo spazio politico per i vecchi tromboni che hanno guidato la liquefazione dal Pci fino a Renzi sarebbe ristretto a un piccolo mondo di nostalgici che non hanno compreso quanto avvenuto, e sottoposti alla dura selezione della fisiologia umana.
Non dispongono infatti di uno straccio di programma politico differente e distinguente, tantomeno coinvolgente e appassionante. Nelle sue comparsate televisive più recenti, per esempio, il povero Luigi Bersani rivendicava ancora le privatizzazioni fatte da lui e Prodi, rimproverando al piazzista fiorentino di averne fatte poche (forse perché c'è rimasto ben poco da privatizzare, dopo i “clamorosi successi” di Telecom, Alitalia, Ilva, le banche di interesse nazionale, ecc). E quel che resta della borghesia italiana, tra delocalizzazioni e finanziarizzazione, ha già avuto tutto quel che poteva chiedere a dei governi servili.
Resterebbero le "larghe masse" di lavoratori precarizzati e giovani senza lavoro. Ma da quelle parti, quando si sente nominare il Pd, parte solo una raffica di insulti...
Fonte
Non c'è stata né l'una né l'altra. Renzi ha promesso che si potrà discutere di riforma della legge elettorale solo dopo l'effettuazione del referendum, perché ormai non c'è più tempo, la campagna elettorale è partita e tutto il paese andrebbe concentrato su questa scadenza. La minoranza ha promesso che se continua così un giorno ci sarà una spaccatura per colpa del premier-segretario.
Una noia mortale che ammazzerebbe anche dei tifosi del campionato di terza categoria (quella in cui non si può retrocedere oltre).
Chi può prendere sul serio la proposta renziana di costituire – a gennaio – una “commissione” di cinque esploratori del Pd, comprendente un solo membro della minoranza, incaricati di verificare con gli altri partiti la possibilità di una mediazione condivisa sulla riforma dell'Italicum? Chi può fidarsi della promessa di “apertura su tutto” (dal premio alla coalizione invece che al singolo partito, fino all'eliminazione dei capilista bloccati candidabili quasi ovunque, ecc), ma il prossimo anno? Se al referendum vincerà il NO Matteo Renzi dovrà cominciare a sgomberare le stanze di Palazzo Chigi e di via del Nazareno, e cercarsi un altro mestiere (non preoccupatevi, glielo troveranno...). Se vincerà il SI avrà bisogno di mediare soltanto con la destra berlusconiana, perché – a bocce ferme – il meccanismo dell'Italicum premierebbe i Cinque Stelle e non la piccola falange renziana.
Nel primo caso la minoranza dem avrebbe via libera per tentare di riprendersi un partito che si era lasciato sfilare da un contafrottole “scoperto” da Verdini e la massoneria toscana; ma dovrebbe gestire macerie, non una riscossa. Nel secondo caso, non le resterebbe che la via dell'abbandono della politica o della scissione, con la poco allettante prospettiva di una fusione in tempi brevi con Sel. Roba da 5-8%, nel migliore dei casi, e addio a qualsiasi sogno di gloria.
Se anche la politica italiana fosse indipendente dalle decisioni della Troika, insomma, lo spazio politico per i vecchi tromboni che hanno guidato la liquefazione dal Pci fino a Renzi sarebbe ristretto a un piccolo mondo di nostalgici che non hanno compreso quanto avvenuto, e sottoposti alla dura selezione della fisiologia umana.
Non dispongono infatti di uno straccio di programma politico differente e distinguente, tantomeno coinvolgente e appassionante. Nelle sue comparsate televisive più recenti, per esempio, il povero Luigi Bersani rivendicava ancora le privatizzazioni fatte da lui e Prodi, rimproverando al piazzista fiorentino di averne fatte poche (forse perché c'è rimasto ben poco da privatizzare, dopo i “clamorosi successi” di Telecom, Alitalia, Ilva, le banche di interesse nazionale, ecc). E quel che resta della borghesia italiana, tra delocalizzazioni e finanziarizzazione, ha già avuto tutto quel che poteva chiedere a dei governi servili.
Resterebbero le "larghe masse" di lavoratori precarizzati e giovani senza lavoro. Ma da quelle parti, quando si sente nominare il Pd, parte solo una raffica di insulti...
Fonte
03/10/2016
Referendum: perché Napolitano adesso striglia Renzi?
Napolitano continua a comportarsi da
capo della maggioranza e da Presidente della Repubblica (al punto che
non riusciamo a capire perché si dimise due anni fa), ed ha colto
l’occasione per strigliare Renzi attribuendogli errori che avrebbero fatto partire il No, mentre, con il sotto tono, la vittoria del Si sarebbe stata certa e tranquilla.
E’ evidente che l’errore che Napolitano rimprovera a Renzi è la sua impostazione iniziale “se vincono i no, me ne vado” scatenando quella personalizzazione dello scontro che avrebbe avvantaggiato il No.
Ovviamente c’è del vero in quel che dice
Napolitano e personalmente tirai un sospiro di sollievo ascoltando
quella dichiarazione di Renzi: basta rileggere un mio articolo pubblicato qui
nel quale, fra i dissensi di diversi lettori, sostenni che Renzi era il
punto debole degli avversari e che la campagna del no avrebbe dovuto
far leva sulla diffusa ostilità verso il personaggio. Solo che, Renzi ci
ha reso la vita più facile andando al self service, ma sarebbe
stato comunque inevitabile che si producesse un effetto simile, perché
in ogni referendum c’è sempre un nemico di elezione che incarni il
fronte avversario (Fanfani 1974, Craxi 1991, Berlusconi 1998 e 2005).
Peraltro ci si mise lo stesso Napolitano
a dire che la campagna per il No era un affronto nei suoi confronti,
gettando altra benzina sul fuoco. Ed allora, perché questo sfogo, senza
nemmeno attendere il risultato del referendum?
Si tratta di un segnale di nervosismo
che fa capire come le cose si stiano mettendo male per il Si, ma perché
dichiararlo apertamente? Il fatto è che stanno venendo al pettine i dissensi sopiti fra i due.
Napolitano non ha mai amato Renzi (era
chiaro che il suo preferito era piuttosto Letta), poi, visto che c’era e
che bisognava farci i conti per portare al termine il suo progetto di
sventramento costituzionale, ci si è adattato a convivere. Anche Renzi
non ha mai amato Napolitano (ci ricordiamo degli sgarbi istituzionali
dei primi mesi del suo governo?).
D’altra parte, tutti e due avevano il
piano di una riforma della Costituzione di stampo piduista, per cui
potevano convergere almeno su quello, anche se poi in politica estera
– ad esempio – e nei rapporti con la Ue, non la pensavano certo allo
stesso modo. Ma, se il progetto costituzionale in sé era comune ai due
ed, anzi, era più di Napolitano che di Renzi (che, non a caso ha
recentemente detto che “questa riforma è più di Napolitano che mia”) era
decisamente diverso l’uso che ciascuno dei due intendeva fare.
Renzi aveva pensato di fare della battaglia per la riforma costituzionale, la base del suo “partito della Nazione”
che l’Italicum avrebbe dovuto garantire nel suolo di eterno partito di
regime. E questo si saldava anche con un progetto personale che vedeva
lui al Quirinale dopo Mattarella (tanto, a modificare la Costituzione ci
ha preso gusto e non è certo la norma sui 50 anni che potrebbe
fermarlo) e la Boschi a Palazzo Chigi.
Ma a Napolitano dei progetti del duo
Boschi-Renzi non potrebbe importare di meno. A lui interessa solo la
riforma costituzionale che ha promesso all’“Europa” (cioè alla
tecnocrazia europea). E non ha alcuna passione per un maggioritario di
partito: per lui le larghe intese sono quello che ci vuole ed il
governo Letta era la perfezione.
L’Italicum gli è sembrato un azzardo
senza né capo né coda che ha compromesso la riforma presentandola come
autoritaria. E’ questo il vero richiamo a Renzi mascherato dietro il
rimbrotto sulla personalizzazione del referendum che è un peccato
veniale rispetto al precedente. E tanto per essere capito, ora che si
mette mano alla riforma elettorale, dice senza mezzi termini, che le
coalizioni non sono una bestemmia. Quindi...
Renzi ha fatto il viso dell’arme e si è comportato come uno scolaretto: “Si signor maestro, mi sono sbagliato”.
Vedremo dal testo di riforma della legge elettorale se davvero crede a
quel che ha detto o cerca di sgusciare con qualche altra trovata.
E’ una partita a mosse oblique e ne vedremo ancora delle belle.
02/10/2016
La grande confusione della legge elettorale
Neanche il tempo di passare al vaglio della Corte Costituzionale (o
forse proprio grazie alla soffiata di qualche giudice costituzionale
amico), e già l’Italicum è in via di superamento. Il dibattito
intorno alla futura legge elettorale è però esemplare, racchiude cioè
nel suo piccolo la scomparsa della sinistra dalla politica generale. E’
infatti un dibattito in cui apparentemente ci si scanna tra acerrimi nemici,
ma nessuna delle proposte di revisione si avvicina a quella che
dovrebbe essere una legge elettorale “di sinistra”, cioè democratica
nella sostanza e non solo nel chiacchiericcio neoliberale quotidiano. Le
varie proposte appaiono tutte interne ad un sistema di valori
neoliberale fondato sul sacro principio della “governabilità”, bene
supremo a cui tutti i ragionamenti dovrebbero ricondursi. L’Italicum, come dovremmo ormai sapere, è una legge altamente distorsiva, nonostante sia, in teoria, una legge elettorale proporzionale. Questo
smonta il primo e principale artificio retorico del ceto liberale in
guerra contro ogni ipotesi di proporzionalità tra voti espressi ed
eletti in parlamento. Secondo Angelo Panebianco (Corriere della Sera del 28 settembre), “i
fautori del No alla riforma costituzionale si stanno schierando a
favore di un sistema elettorale proporzionale. A suo modo è una cosa
lodevole. E’ giusto infatti che chi sia a favore della conservazione
costituzionale, della conservazione della Costituzione così come essa è,
sia anche un nostalgico del ritorno al proporzionale”. Il povero
Panebianco, accecato dall’odio ideologico, non si accorge che in Italia
si vota già alle elezioni politiche con il sistema elettorale
proporzionale, quantomeno dalla soppressione del Mattarellum avvenuta
nel 2005. Sono undici anni che esiste un sistema proporzionale, spurio e
altamente distorsivo perché pesantemente corretto da premi di
maggioranza e soglie di sbarramento, ma tant’è, e l’Italicum in
questo senso non corregge la natura proporzionale della legge, ma si
limita (per così dire) a distorcere ulteriormente la proporzionalità tra
voti ed eletti introducendo un secondo turno che deciderà tramite un
ballottaggio chi andrà al governo.
Un altro cliché ideologico è quello che relaziona i sistemi
elettorali proporzionali ai cosiddetti “governi deboli”, favorendo un
sillogismo assolutamente artificioso e non comprovato nella realtà.
Sempre Panebianco, ambasciatore dell’ideologia neoliberale governista,
traccia un bignami dei luoghi comuni di questi anni: “la
proporzionale completava e sorreggeva un sistema parlamentare congegnato
in modo da favorire la formazione di quei governi deboli, a loro volta
indispensabili in una democrazia difficile nella quale nessuno poteva
fidarsi di nessuno. La proporzionale aveva il compito di non permettere
esclusioni rilevanti dal gioco politico, e di assicurare anche
all’opposizione capacità di pressione e di influenza sul comportamento
dei governi[…]Vincesse il No nel referendum di dicembre, la spinta a
reintrodurre la proporzionale diventerebbe probabilmente irresistibile”.
Ora, a parte ricordare nuovamente che l’Italicum è già una legge proporzionale, che supera la “legge Calderoli” che già era una legge proporzionale, sarebbe ora di riflettere anche su questo falso mito liberista dei presunti governi deboli prodotti dalla legge proporzionale.
Dal 1946 al 1981 l’Italia è stata governata da Primi ministri di un
unico partito, e dal 1945 al 1993 governata di fatto da un unico
partito, la Democrazia cristiana, come socio di maggioranza alleato di
volta in volta ad altri piccoli e meno piccoli partiti. In sostanza, per
quasi cinquant’anni il paese è stato governato da un’unica direzione
politica. Allo stesso tempo, quello stesso governo e quella stessa legge
elettorale hanno impedito per cinquant’anni di alternarsi al potere con
l’opposizione elettoralmente più rilevante, il Pci. Definire questo
come periodo di “instabilità politica” istituzionale, e derivare questa
presunta instabilità dalla legge elettorale, è quantomeno fantasioso.
Attraverso quale relazione con la legge elettorale può definirsi un
sistema politico governato per cinquant’anni da un unico partito, con
l’opposizione formata da un partito impossibilitato a governare, come
“sistema instabile”? E’ infatti fuffa neoliberale, ideologia
post-moderna, la stessa che prova a descrivere l’Italia come un paese
“governato dalle sinistre” per decenni. I problemi di stabilità, che
pure evidentemente esistevano, derivavano dalla natura intrinseca del
partito al potere (cioè dai suoi scontri interni); dalle spinte sociali
fortissime presenti nel corpo della nazione e che si riverberavano di
conseguenza (e fortunatamente) sul piano dei rapporti politici di
governo; dalla natura instabile delle relazioni internazionali
condizionate dallo scontro est-ovest; ma non dalla legge elettorale. Tanto per dire, in Germania, che ha visto dal 1949 ad oggi alternarsi solamente nove Cancellieri federali, vige un sistema elettorale proporzionale puro, corretto
da una forte soglia di sbarramento al 5% valida per tutti i partiti. Il
sistema proporzionale, in altre parole, non c’entra nulla con la
“stabilità governativa”, posto che questa sia un valore in sé e non il
prodotto della dialettica politica nel suo complesso, quindi non solo di
palazzo ma nella società nel suo insieme. Non avendo argomenti
razionali, l’apogeo dell’invettiva di Panebianco scomoda anche il debito
pubblico: “è difficile negare che la proporzionale abbia
contribuito, soprattutto negli anni Ottanta dello scorso secolo, alla
lievitazione di quel grande debito pubblico che ci trasciniamo ancora
dietro”. Fantasia al potere.
Eppure il discorso sulla legge elettorale è importante e direttamente
collegato con la riforma costituzionale, perché è altresì vero che i
due sistemi viaggiano di pari passo. La legge elettorale è, in altri
termini, una delle concretizzazione della più complessa architettura
costituzionale che un paese si dà. Non possono essere in contraddizione
plateale l’una con l’altra. Ma allora, quale dovrebbe essere la legge
elettorale migliore, ovviamente da un punto di vista di classe?
Come molti altri ragionamenti, anche quello sulla rappresentanza
istituzionale si è andato perdendo per strada, una volta sancito
unilateralmente che “sinistra” e “rappresentanza” non dovevano avere più
niente a che fare, anzi, che “rappresentanza” fosse di per sé un
concetto di destra. Il risultato di questo ripiego storico è sotto gli
occhi di tutti: la rappresentanza rimane un concetto ineludibile, e
l’aver abbandonato il campo non ha eliminato il problema, ma lo ha
consegnato unicamente all’interno del recinto borghese entro cui vengono
escogitate le soluzioni più varie, magari opposte, ma tutte accomunate
dall’essere contro ogni ipotesi di rappresentanza popolare.
Chiaramente il concetto stesso di rappresentanza non si esaurisce nei
meccanismi formali e istituzionali di cui stiamo qui parlando, ma
altrettanto chiaramente questi sono una delle articolazioni del
discorso. Se è sbagliato concentrarsi troppo sui formalismi, altrettanto
insufficiente è nasconderseli sperando intimamente di non doverci mai
avere niente a che fare. E per una sinistra aliena al potere e alle sue
logiche, disinteressata alla gestione generale della società, è naturale
non avere gran ché da dire in merito. La storia però va avanti
ugualmente, e soprattutto, in assenza di quella stessa sinistra,
peggiora costantemente. Ecco perché anche su questo piano sarebbe utile
sviluppare un dibattito e avere proposte credibili da fare.
In assenza di questo dibattito esistono però alcuni punti fermi che
vanno riaffermati con forza, anche nella battaglia referendaria, e che
concernono direttamente la caratterizzazione sociale del NO al
referendum renziano. Anzitutto, ribadendo che il potere risiede nel
Parlamento, e non nel Governo. E’ il Parlamento che elegge il Governo,
non è quest’ultimo che viene eletto direttamente tramite le elezioni.
Questo determina che ogni possibile “governabilità” passa dal
rafforzamento dei poteri parlamentari a scapito di quelli governativi.
Da ciò, ne consegue che il Parlamento dev’essere espressione, la più
fedele possibile, dei rapporti di forza politici presenti nella società.
In altri termini, nel Parlamento dovrebbe essere rappresentata
fedelmente la reale composizione politica della società. Questo è
possibile solamente tramite una legge elettorale proporzionale pura,
senza soglie di sbarramento – o quantomeno con soglie molto basse,
nell’ordine dell’1% – e, soprattutto, senza premi di maggioranza
distorsivi il risultato elettorale e dunque la volontà del corpo
elettorale. Oltretutto, i candidati dovrebbero essere espressione della
dialettica interna alle organizzazioni politiche che rappresentano. In
altre parole, gli eletti dovrebbero essere scelti attraverso una
selezione politica interna ai diversi partiti, non tramite le famigerate
“preferenze”, sistema individualista post-politico fondato sul censo
che ha prodotto i potentati locali basati sulla forza economica dei
singoli candidati, slegati da ogni processo politico collettivo che non
sia il rapporto diretto con gli elettori creato e mantenuto dalla forza
economica personale di cui sopra. E’ il partito che elegge il candidato,
non il “popolo”, che viene a conoscenza unicamente di quei candidati
che possono permettersi una visibilità tale da pubblicizzare la propria
presenza nel mercato elettorale.
In questa fase una proposta del genere è semplicemente inammissibile,
perché alla base della discussione sulla riforma costituzionale e sulla
legge elettorale è posto un enorme non-detto che nasconde i reali
interessi in campo. Detto altrimenti, il combinato tra riforma della
Costituzione e Italicum serve e preparare la svolta
presidenzialista prevista per il nostro paese, che segue la traccia
indicata dall’Unione europea del processo di esecutivizzazione della
politica. Il problema non è il Senato delle regioni, qualche decina di
parlamentari o senatori in meno, l’abolizione del Cnel o delle
Provincie, o la “distorsione” elettorale generata dall’attuale legge
elettorale. Il problema è preparare il terreno per quella che una volta
si sarebbe definita “svolta gollista”, la soppressione di fatto del
Parlamento come luogo deputato all’azione legislativa e di indirizzo
politico del paese, e alla rappresentanza dei reali rapporti di forza
politici presenti nel paese.
La Francia torna peraltro utile per un paragone diretto. Da più parti
si individua il sistema francese come esempio virtuoso di
governabilità. In realtà, per dirla con le parole di D’Alema, “la
Francia è il paese meno governabile d’Europa” (questo oggi che il maiale
è impegnato nella battaglia referendaria per il NO; anni fa, al
contrario, individuava nel sistema francese il miglior modello possibile per l’Italia).
A parte il partito vincente le elezioni, tutti gli altri sono
notevolmente sottorappresentati, producendo così uno stallo
dell’attività politica e legislativa aggirato dai poteri presidenziali
del Presidente, che però si scontra perennemente col fatto di essere
minoranza nel paese e tra le forze politiche. Ora, ci potrà pure far
piacere che il Front National sia di fatto escluso dal Parlamento, ma
una forza che viaggia costantemente tra il 15 e il 25% dei voti continua
ad avere due (2) eletti in Parlamento, una sproporzione aberrante che
infatti non genere alcuna fantomatica “governabilità”, ma solo
l’impossibilità di decidere alcunché di politicamente concreto. Per
dire, alle ultime elezioni il “Parti radical de gauche”, con l’1,65% dei
voti ha raccolto 12 deputati; il Front National, col 13,60%, 2
deputati. Meglio così, potremmo concludere, ma da una lettura più
profonda non può che sorgere una domanda: può definirsi ancora
“democrazia” un sistema così platealmente distorsivo della volontà
pubblica? Secondo noi, no.
Per tornare alle cose italiane, allora, l’unica possibilità di
garantirsi la sacra “governabilità” è tornare allo spirito della
Costituzione, legare cioè le sorti del Governo alla forza del
Parlamento. E’ tramite la dialettica parlamentare, che significa il
confronto e lo scontro con le diverse anime politiche espresse dal corpo
elettorale, che viene deciso chi dovrà governare e soprattutto *come*
dovrà governare, se cioè concedendo più a sinistra o più a destra, più
alle forze del lavoro o più a quelle del capitale, e così via. Questo
però, in regime controllato dalla Ue, non è pensabile, perché un
Parlamento veramente rappresentativo le tendenze politiche generali
impedirebbe alle forze attualmente al Governo di governare assecondando i
vincoli esterni. A quel punto l’ingovernabilità la farebbe da padrona, e
tutto il meccanismo incepperebbe il processo europeista di svuotamento
dei poteri nazionali rappresentativi in favore dei poteri sovranazionali
non rappresentativi. Questa è la radice di ogni possibile discorso “di
sinistra” riguardo alla legge elettorale. Ogni altra fantasia prodotta
dal potere neoliberale, di “destra” come di “sinistra”, è fumo negli
occhi, arma di distrazione di massa ad uso e consumo di un ceto politico
completamente scollegato da qualsiasi volontà elettorale e/o popolare.
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