Nella storia d’Italia la data del 18 aprile ha rappresentato per ben due volte l’occasione per segnare una svolta storica: nella prima occasione, quella del 1948 della quale oggi tutti ricordano l’anniversario, si svolsero le elezioni per la Prima Legislatura Repubblicana con il successo della Democrazia Cristiana.
In un’occasione successiva, quella del 1993, le urne furono aperte per un referendum che (tra altri convocati in quell’occasione) interessava la legge elettorale del Senato.
Di seguito, considerata l’importanza dell’affermazione ottenuta dal quesito, si aprì una stagione di profonda riforma proprio in campo elettorale.
Si provocò in allora causando un vero e proprio riallineamento dell’intero sistema politico considerato che l’esito referendario s’inserì, a quel tempo, in una fase di grandi trasformazioni: la caduta del muro di Berlino, Tangentopoli, la stipulazione del trattato di Maastricht.
In Italia si stava verificando una fase di forte scollamento tra la società civile e il sistema dei partiti.
Una fase di scollamento che si era mostrata evidente nell’occasione del referendum sulla riduzione a una sola delle preferenze esprimibili nell’elezione per la Camera dei Deputati, svoltosi nel Giugno del 1991 e osteggiato da parte della DC, dal PSI e dalla Lega Nord che, in quel momento, stava accelerando fortemente il suo processo di crescita.
Il referendum del 1993 passò a grande maggioranza e si aprì così la strada a quella stagione che è stata definita come delle “transizione italiana”.
“Tangentopoli” e “caduta del Muro di Berlino” rappresentarono i fattori decisivi perché ogni modello di forma – partito vigente fosse travolto, assieme ai resti del meccanismo dello “spoil system”.
Nel 1993 (il 18 Aprile) gli elettori furono chiamati a indicare, attraverso un referendum volto a eliminare la clausola del 65% nel sistema elettorale per il Senato, la loro preferenza per un sistema maggioritario o proporzionale.
La vittoria degli abrogazionisti impresse una svolta in senso maggioritario al dibattito e fu letta come una “chiara” indicazione proveniente dalla base del Paese a favore dell’abbandono del sistema proporzionale.
Non era propriamente così e gli esiti risultarono fortemente contraddittori rispetto anche agli stessi obiettivi dichiarati dai proponenti.
L’esito complessivo di quella vicenda, con l’evidente crisi della democrazia liberale classica che abbiamo sotto gli occhi, credo possa, a distanza di tanti anni, rendere giustizia al merito di chi, pur in netta minoranza, seppe in allora battersi contro quella che appariva come una vera e propria illusoria furia iconoclasta attraverso la quale in quel momento, si scambiò il maggioritario come la panacea di tutti i mali che affliggevano il nostro sistema politico.
In quel modo si cercò di abbattere alcuni dei pilastri della nostra democrazia sul terreno della rappresentatività politica e della centralità del Parlamento mortificando la Costituzione Repubblicana.
Si era così aperta la strada a una delle fasi più mortificanti della nostra vita democratica, come quella che stiamo vivendo ormai da molti anni.
Così come va sempre tenuto in conto l’operato di coloro che, isolati e ignorati, in tempi successivi seppero combattere la battaglia contro formule elettorali chiaramente incostituzionali chiedendo e perorando il giudizio dell’Alta Corte che in ben due (storiche) occasioni ha bocciato l’operato del Parlamento e del Governo.
Si trattò di vere e proprie vittorie della democrazia da non dimenticare quando si analizzano le vicende di questi anni tormentati, mentre quella del 18 aprile 1993 segnò una vera e propria battuta d’arresto per lo sviluppo democratico del nostro Paese.
Procediamo però per ordine compiendo, come si scriveva una volta nei romanzi d’appendice, un passo indietro.
Alle elezioni del 1976 si era verificato un altissimo livello di polarizzazione, mentre a partire dalle elezioni del 1979 si avviò un’inversione di tendenza che evidenziava una progressiva polverizzazione del sistema politico.
A un calo progressivo dei partiti storici corrispose l’entrata in Parlamento di formazioni politiche alternative: Radicali, PdUP, Democrazia Proletaria, Verdi, Leghe il cui accesso era garantito da un sistema elettorale il cui principio di specularità rendeva sempre più difficile la formazione di maggioranze, capaci di convergere su di un programma e, quindi, garantire anche la governabilità.
Le istanze favorevoli al maggioritario s’innestarono così su questo filone.
Una curiosità da ricordare è come, in sede di Assemblea Costituente, affrontando il tema del referendum si discusse anche delle materie che dovevano restarne escluse.
In quell’occasione furono elencate le leggi tributarie, quelle di bilancio, di amnistia, indulto, di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali.
In quel lontano 16 ottobre 1947, tuttavia fu presentata da alcuni deputati comunisti, prima firmataria Maria Maddalena Rossi, una proposta finalizzata a includere fra queste leggi, anche quelle elettorali.
Contro il parere di Meuccio Ruini, presidente della Commissione per la Costituzione, l’iniziativa fu approvata dalla maggioranza dei costituenti.
Nonostante questo, nel testo costituzionale a tutti noto, le leggi elettorali non figurano tra quelle escluse da referendum.
Quasi nessuno richiama il fatto che solo Costantino Mortati nelle sue Istituzioni di Diritto Pubblico ricorda come “La Costituente aveva votato un emendamento che escludeva dal referendum anche le leggi elettorali, ma tale aggiunta, per errore omissivo, non venne inserita nel testo approvato con la votazione finale, sicché non è entrata in vigore”.
Così per un errore di quarantotto anni prima, il 18 aprile 1993, per volontà popolare il principio maggioritario entrò formalmente nel gioco istituzionale.
Abbiamo visto come il referendum accelerò l’iter della riforma e fu così varata la legge, denominata “Mattarellum” dal cognome del suo relatore Mattarella del PPI oggi Presidente della Repubblica: un appellativo, quello di “Mattarellum” inventato dal politologo Sartori, che cercava di indicare anche alcune “mattarelle” contenute nella legge, previsioni un po’ balzane come quello del cosiddetto “scorporo” tendente a favorire le liste minori nella parte proporzionale.
Si introduceva difatti sia per la Camera, sia per il Senato un sistema misto: maggioritario secco per il 75% dei seggi da assegnare e proporzionale per il 25%, con la legge 4 agosto 1993, n.276 e legge 4 agosto 1993, n.277.
La “ratio” delle legge era quella di superare la frammentazione del sistema dei partiti verso la composizione di un sistema politico bipolare, senza al tempo stesso recidere la tradizione pluralistica, elemento distintivo del sistema politico italiano.
Nel dibattito svoltosi alla Camera e al Senato l’abbandono del sistema proporzionale era apparso, da subito, un dato pressoché acquisito, ma non vi fu molta convinzione nel sostenere il passaggio al maggioritario.
Il confronto tendeva ancora a misurarsi su doppio turno e turno unico, ma apparve anche la prospettiva del maggioritario “secco”.
All’interno della Commissione affari costituzionali della Camera i commissari del PDS, allontanandosi dalla loro tradizionale posizione favorevole al doppio turno esordirono con una proposta di “proporzionale personalizzato alla tedesca”, corretta stavolta da un premio di maggioranza per la lista più votata.
La DC restò invece legata alla proposta già avanzata da Mattarella all’interno della Commissione bicamerale per le riforme elettorali, già insediata nel settembre 1992 e che fin dal 10 febbraio 1993 aveva approvato alcuni criteri direttivi per la riforma, con il voto favorevole di DC, PDS, PSI, PSDI e PRI.
Il progetto democristiano prevedeva “Doppio voto su un’unica scheda per l’attribuzione del 60% di seggi a maggioranza entro collegi uninominali e del restante 40% proporzionalmente su base regionale o sub regionale; scorporo del margine riportato dai vincitori nei collegi a carico delle liste collegate; recupero dei resti nel collegio unico nazionale, riservato ai partiti che avessero superato una soglia nazionale del 3%”.
Fu l’esito del referendum a porre la questione della riduzione della quota di seggi destinata all’assegnazione proporzionale.
La linea monoturnista fu accolta, di fatto, senza un reale dibattito all’interno della commissione e l’approvazione del maggioritario secco fu realizzata successivamente anche da Camera e Senato.
Più delicato apparve, invece, l’aspetto relativo alla quota proporzionale, perché appariva evidente a tutti che dalla scelta dei meccanismi di funzionamento di questa parte della formula elettorale sarebbe dipeso il livello di frammentazione prodotto dal sistema.
Alla fine, come abbiamo visto, l’accordo fu trovato alla quota del 25%, mantenendo il sistema dello scorporo e riducendo al 4% la soglia di sbarramento per l’accesso alla ripartizione dei resti per i partiti nelle circoscrizioni (dopo una proposta iniziale del 5%).
Mentre per la Camera dei Deputati fu scelto il voto attraverso la doppia scheda, per il Senato l’opzione fu per la scheda unica e il recupero proporzionale (anche in questo caso fissato al 25%) sarebbe avvenuto attraverso il recupero dei migliori candidati battuti nei collegi uninominali.
In realtà la modifica della legge elettorale per le elezioni politiche fu preceduta dalla modifica delle legge elettorale destinata all’elezione dei sindaci e dei presidenti di provincia, introducendo per la prima volta nella storia d’Italia l’elezione diretta per gli organi monocratici.
Nello stesso periodo era stata modificata anche la legge elettorale per l’elezione degli Enti Locali (i quali attraverso la legge 142/1991 avevano ottenuto l’autonomia statutaria).
Nei comuni fino a 15.000 abitanti (circa 7.500 su 8.100) è utilizzato, fin dal 1993 (legge 81/93) un sistema elettorale maggioritario grazie al quale risulta automaticamente eletto Sindaco il candidato che ottiene più voti.
Nei Comuni al di sopra dei quindicimila abitanti il sistema è pure maggioritario, ma a doppio turno eventuale.
Gli elettori dispongono di due voti: uno per il Sindaco, uno per il Consiglio (con una preferenza), che possono usare in maniera disgiunta (analogo sistema è usato per l’elezione del Presidente della Provincia, cui si allineano anche tutte le altre norme citate in seguito salvo, appunto, questa del voto disgiunto: per il Presidente della Provincia è necessario votare una lista facente parte della stessa coalizione che presenta, appunto, il candidato).
Al primo turno è eletto immediatamente Sindaco (o Presidente di Provincia) il candidato che ottiene più del 50% dei voti.
Altrimenti è necessario un secondo turno, di ballottaggio, tra i due candidati più votati.
Dal 1994 al 2005 si è, dunque, votato in Italia per le elezioni legislative generali con il sistema misto “maggioritario al 75% e proporzionale al 25%” già descritto: un sistema notevolmente complesso al riguardo del quale si possono trarre alcune indicazioni di bilancio, dopo che – appunto – si erano svolte con quel sistema tre tornate elettorali: 1994, 1996, 2001.
La prima valutazione riguarda il fatto che questo sistema elettorale non aveva, in alcun modo ridotto il numero dei partiti che, anzi, grazie al potere di ricatto di cui disponevano per far vincere/perdere i candidati nei collegi uninominali (si noti, non con le liste proporzionali che avrebbero dovuto superare lo sbarramento del 4% a dimensione nazionale) si facevano consegnare un numero significativo di seggi nei collegi ritenuti “sicuri”.
In secondo luogo il sistema ha effettivamente incoraggiato la formazione di coalizioni e la competizione bipolare.
Tuttavia, ancora nelle elezioni del 2001 addirittura cinque milioni di elettori (un settimo dell’elettorato complessivo) scelsero partiti e liste non coalizzate a dimostrazione di una sorta di “irriducibilità” nella complessità di espressione dell’elettorato in una misura comunque significativa.
Inoltre le coalizioni elettorali, politiche e di governo sono state conflittuali e non hanno contenuto l’instabilità di governo.
Al terzo punto si è notato come effettivamente sia stata prodotta l’alternanza di governo, ma questo fatto può difficilmente essere attribuito semplicemente al “sistema”, poiché l’alternanza si ha anche in altre sistemi politici delle nuove democrazie mediterranee come Spagna, Grecia, Portogallo, che usano sistemi elettorali proporzionali.
Quarto, e ultimo punto, i collegi uninominali, nei quali troppo spesso le coalizioni avevano “paracadutato” i loro candidati, non hanno prodotto, tranne in pochi casi eccezionali, un miglioramento nei rapporti tra elettori ed eletti.
Tra molte critiche e ipotesi di intervento si arrivò fino al 2005, quando, sul pretesto di una riforma volta ad eliminare il principio dello “scorporo” all’interno del computo dei voti per l’attribuzione dei seggi nella parte proporzionale, i partiti della maggioranza di centro-destra avviarono una proposta di totale rivisitazione del sistema elettorale che introduceva un sistema proporzionale “corretto”.
La nuova legge (n.270 del 21 Dicembre 2005) prevedeva, innanzitutto, una molteplicità di “soglie di sbarramento” applicate secondo percentuali diverse sia ai singoli partiti sia alle coalizioni, condizionando a questo modo lo svolgimento delle elezioni in termini di ripartizione tra voti e seggi.
In secondo luogo era introdotto un “premio di maggioranza”, distribuito alla Camera a livello nazionale e al Senato a livello regionale, presentando così il rischio di maggioranza diverse nelle due assemblee.
Infine, per la prima volta dal dopoguerra, è stato abolito il voto di preferenza, con l’introduzione delle cosiddette “liste bloccate”.
Questa legge è risultata poi bocciata completamente dalla Corte Costituzionale con sentenza n.1/2014, sostituita dal marchingegno “Italikum” , legge approvata a colpi di voti di fiducia e poi ancora bocciata dalla stessa Corte e – di conseguenza – sostituita dalla legge con la quale si è votato lo scorso 4 marzo 2108 con gli esiti che tutti conosciamo.
Un vero e proprio “tourbillon” all’interno del quale si sono smarrite le coordinate di fondo di una cultura politica in materia elettorale che pure dovrebbe presiedere alla capacità di legiferare su questa delicata materia.
In conclusione di questa sommaria ricostruzione mi sarà permesso allora ricordare alcuni dei “fondamentali” che è necessario esprimere affrontando questa materia sul piano della cultura politica.
Un elemento di premessa, in questa senso: non è vero che ai cittadini non interessi il sistema elettorale, anzi. Così come non era vero che le questioni costituzionali fossero ignorate dalla gran parte dei cittadini. A questo proposito l’esito del referendum del 4 dicembre 2016 deve essere sempre ricordato come emblematico.
In passato, proprio attorno al nodo del sistema elettorale, la sinistra costruì una delle sue più grandi vittorie, quella contro la legge-truffa del 1953: un risultato che diede, a quel tempo, una vera e propria svolta alla storia dell’intero sistema politico.
Tornando ai giorni nostri c’è da ricordare come la priorità del sistema sia rappresentata, in tutta evidenza, da una fortissima crisi di rappresentatività complessiva.
Crisi di rappresentatività dimostrata anche dalla crescita dell’astensionismo anche nell’occasione delle elezioni legislative generali. Tra il 2013 e il 2018 abbiamo verificato una crescita del “non voto” superiore al milione di unità.
La realtà della situazione italiana è quella di una confusione diffusa, di una condizione materiale caratterizzata dalla prospettiva di risvolti molto pericolosi per la nostra democrazia.
Questo stato di cose è frutto del decadimento del sistema politico italiano in un quadro di degrado economico, crescita delle disuguaglianze, personalizzazione della politica, idea stralunata del maggioritario che si cercherà di reintrodurre sotto forma del premio di maggioranza: marchingegno già bocciato nettamente in sede di Corte Costituzionale.
Non è neppur vero che occorre occuparsi esclusivamente di temi concreti come quello della crisi, lasciando agli specialisti quelli della cosiddetta “politica fine”.
Il nodo della rappresentanza politica e del rapporto tra questa e la governabilità è assolutamente cruciale per qualsivoglia tipo di politica pubblica si intenda portare avanti
La questione è quella del tipo di cultura politica che viene praticata.
L’esperienza di questi anni, tra sistema elettorale misto proporzionale e maggioritario (1994, 1996, 2001) e proporzionale con sbarramento e liste bloccate (2006, 2008, 2013: sistema poi bocciato dalla Corte Costituzionale) e adesso della formula mista (ancora con liste bloccate per il 75% e il 25% di collegi uninominali) usata per le elezioni del 2018, è stata molto significativa e non vale la pena di illustrarla più di tanto: il sistema basato sulle coalizioni ha fornito pessimi esempi, sia sul piano della qualità del personale politico scelto, anche attraverso i collegi uninominali e non soltanto attraverso le liste bloccate e la tenuta delle coalizioni, in assenza di una comune progettualità, si è rivelata assolutamente deficitaria.
I sistemi elettorali in questione hanno prodotto un sistema politico che ha svilito la funzione di fondo di una Repubblica parlamentare, quella della centralità dei consessi elettivi confermata proprio dall’esito referendario che ha respinto l’idea contenuta nella deforma di spostare l’asse verso la centralità dell’esecutivo.
Oggi si proclama di voler tornare alla centralità parlamentare, ma questo fatto non potrà realizzarsi se non muta nel profondo il grado e la qualità di rappresentatività delle forze politiche in funzione delle contraddizioni sociali con un recupero di effettivo radicamento anche territoriale.
Il Parlamento deve rappresentare ancora il luogo dove la governabilità è garantita dal voto di fiducia, e non da una semplice ratifica che fa assomigliare il risultato elettorale al risultato di un’elezione diretta, come sta accadendo in queste ore per opera di un inaccettabile operazione di fraintendimento collettivo.
E’ in atto un pericoloso corto circuito di ulteriore riduzione del rapporto tra politica e società (assumendo anche la scorciatoia della “democrazia diretta” attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie), in un quadro che rimane sostanzialmente populistico e personalistico, di vero e proprio pericolo per la democrazia.
Riaprire la riflessione su questi punti appare come un imperativo d’obbligo.
Si tratta di partire dalla constatazione che non va mai dimenticato come il sistema elettorale (nel suo insieme, non soltanto la formula che traduce i voti e i seggi) rimanga il cardine del sistema su cui poggia l’intero sistema politico.
L’agire politico non può cominciare e finire esclusivamente nella ricerca della governabilità perché allora si trasforma esclusivamente in una lotta per il potere fine a se stessa. Potere che, in quelle condizioni, si finisce per esercitare esclusivamente con la violenza prima di tutto morale se non quando fisica.
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19/04/2018
08/03/2018
UE: “Il governo lo farà Mattarella e obbedirà a noi”. E qui tutti zitti
In poche ore i vertici UE, Moscovici e Dombrovskis, hanno posto il nostro paese di fronte alla brutale realtà delle politiche di austerità. L’ Italia, con Croazia e Cipro, hanno detto, è il paese con i conti pubblici messi peggio e con la crescita più bassa. Inoltre la spesa pensionistica è aumentata troppo. Quindi il nostro paese deve continuare nelle “riforme” liberiste, cioè nuovi tagli a stato sociale e diritti, e neppure sognarsi di mettere in discussione Jobsact e Fornero. A conclusione del loro diktat i due burocrati europei hanno poi affermato di avere piena fiducia in Mattarella, confidando che il presidente saprà dare all’Italia un governo stabile e osservante delle politiche della UE.
I due hanno persino spiegato come dovrà essere il DEF, cioè il documento di indirizzo del bilancio dello stato, nel caso in cui ancora ci sia Gentiloni al governo.
Di fronte a questa vergognosa e sfacciata ingerenza, non risulta che nessuna delle forze politiche appena entrate in parlamento abbia detto un bah. Eppure secondo la stampa per la prima volta il voto in un paese europeo avrebbe dato la maggioranza parlamentare a forze euroscettiche. La tranquillità dei mercati e i pronunciamenti di Confindustria e elites varie, fanno pensare che il potere economico abbia deciso di puntare molto sul trasformismo politico.
Senza fare processi alle intenzioni una cosa però deve essere chiara. La maggioranza del nuovo parlamento è composta da forze che hanno promesso l’abolizione di Jobsact e legge Fornero e che hanno affermato di rifiutare austerità e fiscal compact. Hanno persino detto no alla controriforma della Costituzione che ha cambiato l’articolo 81, imponendo il pareggio di bilancio.
Se M5S, Lega ed altri, che assieme hanno i voti per farlo, non aboliranno ciò che si sono impegnati ad abolire, ricevendo per questo tanti voti, non avranno alcuna scusante. Questo a prescindere da chi e come farà il governo. Ripeto: in parlamento la maggioranza per abolire le leggi di Renzi e Monti c'è. Vedremo se questa maggioranza avrà il coraggio di dire no alla UE.
Vedremo se saranno davvero euroscettici, o se si comporteranno invece da euroimbroglioni.
Fonte
I due hanno persino spiegato come dovrà essere il DEF, cioè il documento di indirizzo del bilancio dello stato, nel caso in cui ancora ci sia Gentiloni al governo.
Di fronte a questa vergognosa e sfacciata ingerenza, non risulta che nessuna delle forze politiche appena entrate in parlamento abbia detto un bah. Eppure secondo la stampa per la prima volta il voto in un paese europeo avrebbe dato la maggioranza parlamentare a forze euroscettiche. La tranquillità dei mercati e i pronunciamenti di Confindustria e elites varie, fanno pensare che il potere economico abbia deciso di puntare molto sul trasformismo politico.
Senza fare processi alle intenzioni una cosa però deve essere chiara. La maggioranza del nuovo parlamento è composta da forze che hanno promesso l’abolizione di Jobsact e legge Fornero e che hanno affermato di rifiutare austerità e fiscal compact. Hanno persino detto no alla controriforma della Costituzione che ha cambiato l’articolo 81, imponendo il pareggio di bilancio.
Se M5S, Lega ed altri, che assieme hanno i voti per farlo, non aboliranno ciò che si sono impegnati ad abolire, ricevendo per questo tanti voti, non avranno alcuna scusante. Questo a prescindere da chi e come farà il governo. Ripeto: in parlamento la maggioranza per abolire le leggi di Renzi e Monti c'è. Vedremo se questa maggioranza avrà il coraggio di dire no alla UE.
Vedremo se saranno davvero euroscettici, o se si comporteranno invece da euroimbroglioni.
Fonte
24/10/2017
Elezioni 1987, si avvia alla fine “la Repubblica dei partiti”
E’ passato completamente sotto silenzio l’anniversario dei trent’anni delle elezioni politiche svoltesi il 14 giugno 1987: eppure si trattò di un’occasione politicamente fondamentale, in quanto nell’occasione entrò nel vivo la fase finale della “Repubblica dei Partiti”.
Repubblica dei Partiti (dalla felice definizione di Pietro Scoppola) che, poi, attraverso gli effetti della caduta del Muro di Berlino, del Trattato di Maastricht e di Tangentopoli avrebbe trovato la sua conclusione/trasformazione nella campagna propagandistica a favore del sistema maggioritario culminata nel referendum del 14 aprile 1993, nella legge per l’elezione diretta dei Sindaci, nella nuova formula elettorale mista maggioritario (75%) proporzionale (25%) .
Formula denominata “Mattarellum” (da Sergio Mattarella, nell’occasione, relatore alla Camera) che sarebbe stata collaudata per la prima volta con le elezioni legislative generali del 27 marzo 1994 vinte dal centro destra attraverso l’assolutamente geniale trovata della “duplice alleanza” al nord tra Forza Italia e Lega (Polo della Libertà) e al Sud tra Forza Italia e MSI – Alleanza Nazionale (Polo del Buon governo): poi quell’alleanza si ruppe dopo pochi mesi e fu ricomposta successivamente, ma questa non è materia per il nostro semplice richiamo storico.
Torniamo però alle elezioni del 1987.
Si era conclusa anticipatamente la legislatura 1983 – 1987 caratterizzata fortemente dalla prima presidenza del Consiglio socialista e da un duro scontro a sinistra (nel frattempo era improvvisamente scomparso il segretario del PCI Berlinguer) sul tema della scala mobile, sul quale si era anche svolto nel 1985 un referendum che aveva dato ragione alla linea governativa.
Non realizzata la prevista staffetta Craxi – De Mita alla presidenza del Consiglio e costretto il governo a guida socialista alle dimissioni ci si avviò alle elezioni anticipate formando un governo Fanfani battuto in Parlamento: a quel punto (aprile 1987) Cossiga sciolse le Camere e il Governo convocò i comizi elettorali per il 14 giugno.
L’esito di quelle elezioni del 1987 è stato fin qui a torto poco studiato.
Esso invece, ha rappresentato un tornante molto significativo nel progressivo “disfarsi” del sistema politico imperniato nei grandi partiti di massa: si istituzionalizzarono infatti, in quell’occasione, le rappresentanze di movimento per ben due contraddizioni sociali e politiche di grande rilievo.
Quella ambientale, con l’approdo delle “Liste Verdi” in parlamento: secondo elemento, dopo l’ingresso del partito radicale avvenuto nel 1976 del peso che stavano assumendo le cosiddette “contraddizioni post – materialiste” la cui richiesta di rappresentanza politica ebbe un grande significato nel già richiamato disfacimento del sistema imperniato sui grandi partiti di massa perché rappresentative di un “particulare” individualistico: diritti civili, non nel mio giardino, conflitto ambiente/lavoro impostato su posizioni molto rigide da entrambe le parti (da ricordare all’epoca il caso ACNA di Cengio e quello Farmoplant di Massa come quelli più significativi. Iniziò allora anche la lotta delle donne di Cornigliano, pure appartenenti al PCI, almeno nella parte più attiva di quel fondamentale movimento anche per via dell’espressione concreta di una presenza femminile che, invece, sul piano politico non aveva costruito una propria ipotesi di rappresentanza femminista).
La seconda contraddizione socialie rappresentata elettoralmente fu quella della rinnovata discordanza centro/periferia con l’ingresso alla Camera e al Senato di un rappresentante della Lega Lombarda in ognuno dei due rami del Parlamento: Leoni alla Camera, Bossi al Senato (da lì il famoso “Senatur”).
Si trattò del classico caso della “palla di neve” trasformatasi in valanga (valanga poi consolidatasi, sia pure in dimensione ridotta).
La Lega Lombarda accanto alle istanze autonomiste fece immediatamente propria la linea di un dimenticato Movimento di Liberazione Fiscale che, proprio in quella tornata elettorale si era presentato dopo aver svolto alcune importanti manifestazioni di piazza: si trattò del classico caso del nenniano “piazze piene e urne vuote”, perché radunate 30.000 persone a sfilare per Torino i voti poi furono 25.000.
Un seme però era stato gettato e il combinato disposto “autonomia” (declinata in vari modi: devolution, secessione, ecc.) e liberazione fiscale risulta ben attivo ancora adesso, come ha dimostrato l’esito del referendum veneto del 22 Ottobre 2017 (risultato innestatosi su di un particolare quadro di riferimento dal punto di vista dell’organizzazione produttiva e della concezione sociale dell’area geografica interessata).
In quelle elezioni 1987 da ricordare ancora come una lista Liga Veneta – Pensionati Uniti sfiorò il conseguimento del quorum: a dimostrazione di un’ulteriore frammentazione del quadro politico corrispondente a precise, anche se limitate, istanze sociali non comprimibili come si pensò allora all’interno di un sistema elettorale maggioritario.
Sistema elettorale maggioritario che poi, come già ricordato, fu adottato dopo le elezioni 1992 con una formula mista utile a conservare quanto era possibile di ceto politico.
Le elezioni del 1987 registrarono un secondo, netto calo del PCI che perse circa 800.000 voti: calo che seguiva quello registrato nel 1979 e che era stato contenuto in una “sostanziale tenuta” nel 1983, anche grazie all’alleanza con il PdUP – Manifesto (caso a parte ovviamente l’esito delle elezioni europee del 1984 con il famoso “sorpasso”: elezioni svoltesi nel pieno della commozione popolare per la scomparsa di Enrico Berlinguer).
Il dato politico però fu quello dell’eccessiva lentezza nel “riequilibrio a sinistra” invocato dai socialisti: il PCI ottenne comunque il doppio dei voti del PSI e la DC si confermò partito di maggioranza relativa con circa 3 milioni di voti di vantaggio sui comunisti.
Il sistema restava così praticamente bloccato nella dimensione dei maggiori partiti e allargava la rappresentanza istituzionale ai nuovi movimenti portatori di istanze individualiste post – ideologiche.
La percentuale del “non voto” si mantenne, invece, sostanzialmente stabile dopo che nel 1983 era scesa per la prima volta dal 1948 al di sotto del 90% (percentuali comunque impensabili al giorno d’oggi).
Si trattava di un segnale molto forte di riallineamento sistemico che non fu raccolto dall’establishment che concentrò, invece, tutte le sue attenzioni sul cambiamento del sistema elettorale.
Ci si trovava così, per i più inconsapevolmente all’avvio della fase finale del sistema politico che era stato strutturato sulla base dell’esito delle elezioni del 1948, con la DC “partito pivotale” in grado di determinare le alleanze con un moto lento rivolto (salvo brevi scarti) verso il cosiddetto “allargamento democratico” con due passaggi fondamentali: quello del centro sinistra organico nel 1963, e quello del “pentapartito” del 1980 (la solidarietà nazionale comprendente il governo delle astensioni e quello con il PCI in maggioranza tra il 1976 e il 1979 fu troppo fortemente condizionato dalla vicenda Moro e dalla spaccatura “fermezza”/“trattativa” da costituire caso a parte non assegnabile a una fase di evoluzione del sistema).
In realtà le principali forze politiche non avevano colto il primo forte segnale di riallineamento del sistema che era arrivato fin dal giugno 1978 con l’esito di due referendum: il primo sulla cosiddetta “Legge Reale” riguardante l’ordine pubblico e l’altro sul “finanziamento pubblico ai partiti” introdotto con legge del 1974 per cercare di tamponare l’incipiente corruzione, palesatasi al tempo con lo scandalo dei petroli scoperto dai genovesi “pretori d’assalto”, Sansa, Almerighi e Brusco.
I due referendum avrebbero dovuto, tenuto conto dei pronunciamenti parlamentari e del presunto forte legame tra questi e l’elettorato (dal punto di vista del peso e del radicamento dei partiti), concludersi con il 90% di no.
Invece il sì all’abolizione della legge Reale raggiunse il 23% (a favore soltanto radicali e PdUP – Manifesto per una rappresentanza elettorale del 3%), mentre quello sul finanziamento dei partiti addirittura toccò il 46% e la legge si salvò a fatica (per il sì si erano espressi i radicali, il PdUP – Manifesto, i liberali e il MSI: un totale del 10% dell’elettorato).
Si stavano aprendo delle brecce che i grandi partiti sottovalutarono fortemente: era cominciata l’infinita transizione italiana oggi non ancora conclusa, anzi nel pieno del suo caotico andare avanti in un quadro di pressapochismo, arroganza, forzature delle quali la classe politica attuale appare davvero costituire l’emblema.
In ogni caso l’esito delle elezioni del 1987 andrebbe non soltanto ricordato, ma studiato meglio.
Fonte
Repubblica dei Partiti (dalla felice definizione di Pietro Scoppola) che, poi, attraverso gli effetti della caduta del Muro di Berlino, del Trattato di Maastricht e di Tangentopoli avrebbe trovato la sua conclusione/trasformazione nella campagna propagandistica a favore del sistema maggioritario culminata nel referendum del 14 aprile 1993, nella legge per l’elezione diretta dei Sindaci, nella nuova formula elettorale mista maggioritario (75%) proporzionale (25%) .
Formula denominata “Mattarellum” (da Sergio Mattarella, nell’occasione, relatore alla Camera) che sarebbe stata collaudata per la prima volta con le elezioni legislative generali del 27 marzo 1994 vinte dal centro destra attraverso l’assolutamente geniale trovata della “duplice alleanza” al nord tra Forza Italia e Lega (Polo della Libertà) e al Sud tra Forza Italia e MSI – Alleanza Nazionale (Polo del Buon governo): poi quell’alleanza si ruppe dopo pochi mesi e fu ricomposta successivamente, ma questa non è materia per il nostro semplice richiamo storico.
Torniamo però alle elezioni del 1987.
Si era conclusa anticipatamente la legislatura 1983 – 1987 caratterizzata fortemente dalla prima presidenza del Consiglio socialista e da un duro scontro a sinistra (nel frattempo era improvvisamente scomparso il segretario del PCI Berlinguer) sul tema della scala mobile, sul quale si era anche svolto nel 1985 un referendum che aveva dato ragione alla linea governativa.
Non realizzata la prevista staffetta Craxi – De Mita alla presidenza del Consiglio e costretto il governo a guida socialista alle dimissioni ci si avviò alle elezioni anticipate formando un governo Fanfani battuto in Parlamento: a quel punto (aprile 1987) Cossiga sciolse le Camere e il Governo convocò i comizi elettorali per il 14 giugno.
L’esito di quelle elezioni del 1987 è stato fin qui a torto poco studiato.
Esso invece, ha rappresentato un tornante molto significativo nel progressivo “disfarsi” del sistema politico imperniato nei grandi partiti di massa: si istituzionalizzarono infatti, in quell’occasione, le rappresentanze di movimento per ben due contraddizioni sociali e politiche di grande rilievo.
Quella ambientale, con l’approdo delle “Liste Verdi” in parlamento: secondo elemento, dopo l’ingresso del partito radicale avvenuto nel 1976 del peso che stavano assumendo le cosiddette “contraddizioni post – materialiste” la cui richiesta di rappresentanza politica ebbe un grande significato nel già richiamato disfacimento del sistema imperniato sui grandi partiti di massa perché rappresentative di un “particulare” individualistico: diritti civili, non nel mio giardino, conflitto ambiente/lavoro impostato su posizioni molto rigide da entrambe le parti (da ricordare all’epoca il caso ACNA di Cengio e quello Farmoplant di Massa come quelli più significativi. Iniziò allora anche la lotta delle donne di Cornigliano, pure appartenenti al PCI, almeno nella parte più attiva di quel fondamentale movimento anche per via dell’espressione concreta di una presenza femminile che, invece, sul piano politico non aveva costruito una propria ipotesi di rappresentanza femminista).
La seconda contraddizione socialie rappresentata elettoralmente fu quella della rinnovata discordanza centro/periferia con l’ingresso alla Camera e al Senato di un rappresentante della Lega Lombarda in ognuno dei due rami del Parlamento: Leoni alla Camera, Bossi al Senato (da lì il famoso “Senatur”).
Si trattò del classico caso della “palla di neve” trasformatasi in valanga (valanga poi consolidatasi, sia pure in dimensione ridotta).
La Lega Lombarda accanto alle istanze autonomiste fece immediatamente propria la linea di un dimenticato Movimento di Liberazione Fiscale che, proprio in quella tornata elettorale si era presentato dopo aver svolto alcune importanti manifestazioni di piazza: si trattò del classico caso del nenniano “piazze piene e urne vuote”, perché radunate 30.000 persone a sfilare per Torino i voti poi furono 25.000.
Un seme però era stato gettato e il combinato disposto “autonomia” (declinata in vari modi: devolution, secessione, ecc.) e liberazione fiscale risulta ben attivo ancora adesso, come ha dimostrato l’esito del referendum veneto del 22 Ottobre 2017 (risultato innestatosi su di un particolare quadro di riferimento dal punto di vista dell’organizzazione produttiva e della concezione sociale dell’area geografica interessata).
In quelle elezioni 1987 da ricordare ancora come una lista Liga Veneta – Pensionati Uniti sfiorò il conseguimento del quorum: a dimostrazione di un’ulteriore frammentazione del quadro politico corrispondente a precise, anche se limitate, istanze sociali non comprimibili come si pensò allora all’interno di un sistema elettorale maggioritario.
Sistema elettorale maggioritario che poi, come già ricordato, fu adottato dopo le elezioni 1992 con una formula mista utile a conservare quanto era possibile di ceto politico.
Le elezioni del 1987 registrarono un secondo, netto calo del PCI che perse circa 800.000 voti: calo che seguiva quello registrato nel 1979 e che era stato contenuto in una “sostanziale tenuta” nel 1983, anche grazie all’alleanza con il PdUP – Manifesto (caso a parte ovviamente l’esito delle elezioni europee del 1984 con il famoso “sorpasso”: elezioni svoltesi nel pieno della commozione popolare per la scomparsa di Enrico Berlinguer).
Il dato politico però fu quello dell’eccessiva lentezza nel “riequilibrio a sinistra” invocato dai socialisti: il PCI ottenne comunque il doppio dei voti del PSI e la DC si confermò partito di maggioranza relativa con circa 3 milioni di voti di vantaggio sui comunisti.
Il sistema restava così praticamente bloccato nella dimensione dei maggiori partiti e allargava la rappresentanza istituzionale ai nuovi movimenti portatori di istanze individualiste post – ideologiche.
La percentuale del “non voto” si mantenne, invece, sostanzialmente stabile dopo che nel 1983 era scesa per la prima volta dal 1948 al di sotto del 90% (percentuali comunque impensabili al giorno d’oggi).
Si trattava di un segnale molto forte di riallineamento sistemico che non fu raccolto dall’establishment che concentrò, invece, tutte le sue attenzioni sul cambiamento del sistema elettorale.
Ci si trovava così, per i più inconsapevolmente all’avvio della fase finale del sistema politico che era stato strutturato sulla base dell’esito delle elezioni del 1948, con la DC “partito pivotale” in grado di determinare le alleanze con un moto lento rivolto (salvo brevi scarti) verso il cosiddetto “allargamento democratico” con due passaggi fondamentali: quello del centro sinistra organico nel 1963, e quello del “pentapartito” del 1980 (la solidarietà nazionale comprendente il governo delle astensioni e quello con il PCI in maggioranza tra il 1976 e il 1979 fu troppo fortemente condizionato dalla vicenda Moro e dalla spaccatura “fermezza”/“trattativa” da costituire caso a parte non assegnabile a una fase di evoluzione del sistema).
In realtà le principali forze politiche non avevano colto il primo forte segnale di riallineamento del sistema che era arrivato fin dal giugno 1978 con l’esito di due referendum: il primo sulla cosiddetta “Legge Reale” riguardante l’ordine pubblico e l’altro sul “finanziamento pubblico ai partiti” introdotto con legge del 1974 per cercare di tamponare l’incipiente corruzione, palesatasi al tempo con lo scandalo dei petroli scoperto dai genovesi “pretori d’assalto”, Sansa, Almerighi e Brusco.
I due referendum avrebbero dovuto, tenuto conto dei pronunciamenti parlamentari e del presunto forte legame tra questi e l’elettorato (dal punto di vista del peso e del radicamento dei partiti), concludersi con il 90% di no.
Invece il sì all’abolizione della legge Reale raggiunse il 23% (a favore soltanto radicali e PdUP – Manifesto per una rappresentanza elettorale del 3%), mentre quello sul finanziamento dei partiti addirittura toccò il 46% e la legge si salvò a fatica (per il sì si erano espressi i radicali, il PdUP – Manifesto, i liberali e il MSI: un totale del 10% dell’elettorato).
Si stavano aprendo delle brecce che i grandi partiti sottovalutarono fortemente: era cominciata l’infinita transizione italiana oggi non ancora conclusa, anzi nel pieno del suo caotico andare avanti in un quadro di pressapochismo, arroganza, forzature delle quali la classe politica attuale appare davvero costituire l’emblema.
In ogni caso l’esito delle elezioni del 1987 andrebbe non soltanto ricordato, ma studiato meglio.
Fonte
21/12/2016
Il Mattarellum? E’ peggio del Porcellum o dell’Italicum. Vi spiego perchè
Il Mattarellum fu il prodotto accidentale della situazione nel 1993:
la Corte Costituzionale, nel 1987, aveva stabilito che, in caso di
referendum sulle leggi elettorali, non erano ammessi quesiti abrogativi
in toto, ma solo parziali e manipolativi, ma a condizione che la legge residua fosse coerente ed immediatamente applicabile, non essendo
ammissibile alcuna sospensione degli organi costituzionali e dei loro
dispositivi di attuazione.
L’unica possibilità (per la verità
ottenibile con una forzatura di cui la Corte fece finta di non
accorgersi) era quella di lasciare la quota proporzionale della legge al
Senato (1/4), sganciarla dai collegi uninominali attraverso il
meccanismo dello “scorporo” dei voti dei vincenti nei collegi
uninominali e calcolando solo i residui per la quota proporzionale.
Questa venne assunta come indicazione del corpo elettorale e venne
applicata anche alla Camera con un piccolo ritocco (lo scorporo non era
pieno ma solo parziale). I listini bloccati furono anche essi una
conseguenza di questo meccanismo di formazione della legge: essendoci
solo collegi uninominali al Senato, non era possibile introdurre la
preferenza attraverso l’intervento manipolativo, ma solo proclamare i
migliori non eletti. Questo, alla Camera venne tradotto nel meccanismo
della lista bloccata.
Il sistema, per la verità, non garantiva automaticamente che uno degli attori ottenesse da solo la maggioranza
assoluta nei due rami del parlamento e, in effetti, al Senato, nel 1994
Berlusconi ebbe la maggioranza solo grazie al passaggio di due
transfughi ed anche nel 1996 e nel 2001, il vincente alla Camera ebbe
sempre maggioranze risicatissime. Ma alla Camera (grazie al collegio
unico nazionale) le cose andarono sempre diversamente, in quanto il
vincitore (nonostante la quota proporzionale) ebbe sempre la maggioranza
assoluta, in quanto il sistema partitico ebbe una impostazione
rigidamente bipolare ed i conati di terzo polo (Patto Segni-Ppi nel
1994, Lega nel 1996 e coalizione neo Dc nel 2001) non ebbero mai la
forza di impedire l’affermazione di un vincente complessivo.
Poi, nel 2005, Casini impose a Berlusconi un sistema parzialmente diverso, il Porcellum,
che era su liste ma conservava le liste bloccate essendosi ormai
“sdoganata” l’abolizione delle preferenze (Berlusconi ed i Ds-Pd sono
sempre stati concordi nel principio dei “nominati”, una delle tante
somiglianze fra i due partiti).
Ora (qualunque cosa dica la Corte
Costituzionale) bisogna rifare la legge elettorale appena rifatta,
perché si sono accorti che con quel sistema vincevano i 5stelle e la
grande trovata è quella di tornare al Mattarellum.
In sé il sistema ha delle gravi pecche,
sia perché l’impianto costituzionale presuppone tacitamente un sistema
proporzionale (diversamente non avrebbero senso le soglie prescritte per
la revisione costituzionale, per l’elezione di Presidente e giudici
costituzionali ed i poteri del Presidente in materia di nomina del
Presidente del Consiglio), sia perché introduce una forte compressione
del principio di rappresentanza. Ne è venuto fuori un pasticciato
sistema misto che ha tutti i difetti del sistema parlamentare e tutti
quelli del presidenzialismo, senza avere i vantaggi dell’uno e
dell’altro.
Ma, nel complesso, come
dicevamo, la legge ha funzionato (sarebbe più corretto dire
“funzionicchiato”) perché lo schema partitico era sostanzialmente
bi-polare. Ora ci troviamo in un sistema tripolare e, per di
più, si vorrebbero aumentare i seggi del proporzionale (si immagina come
risarcimento della probabile abolizione dello scorporo).
Allora facciamo due conti. Immaginiamo
per comodità che si debbano distribuire 200 seggi (100 proporzionali e
100 uninominali) ed applichiamo questo all’attuale situazione. Sempre
per comodità, immaginiamo che le proporzioni siano, più o meno, quelle
attuali, “assorbendo” i piccoli nei tre competitori più forti: quindi Pd
36%, M5s 30%, destra 34%. Ovviamente, si tratta di valori molto
approssimativi e presumibili, per cui avremmo nel proporzionale 72 seggi
al Pd, 60 al M5s e 68 alla destra. Per raggiungere i 101 seggi che
fanno maggioranza, il Pd dovrebbe conquistare 29 seggi uninominali,
mentre la destra 33 ed il M5s 41.In teoria il Pd sarebbe nettamente
avvantaggiato rispetto agli altri e farcela da solo anche se, per
avventura, prendesse una percentuale di seggi uninominali inferiore a
quella dei voti popolari.
In realtà le cose sono assai meno semplici perché:
a) in questo schema non abbiamo
considerato la presenza di piccole liste “Irriducibili”, come ad esempio
Sinistra Italiana-Rifondazione, che probabilmente otterrebbero il 4%
circa da sottrarre al Pd,
b) non abbiamo preso in
considerazione le varie centriste (Ala, Udc, Sc ecc) che abbiamo
ripartito convenzionalmente a metà fra Pd e destra, ma, in concreto, non
sappiamo come si distribuiranno fra i due o se presenteranno un polo
autonomo, ma soprattutto, non siamo in grado di valutare come si
comporteranno i loro elettori, al di là delle scelte dei gruppi
dirigenti;
c) non abbiamo tenuto conto delle liste delle minoranze nazionali (valdostani, altoatesini ecc.);
d) abbiamo considerato la destra come
un unico polo, ma non è affatto detto che Lega e Forza Italia
raggiungano un accordo, per cui è possibile che si presentino
separatamente e questo potrebbe attrarre più elettorato di centro verso
Forza Italia;
e) non abbiamo tenuto conto degli imprevisti, ad esempio: cosa
farebbe la sinistra Pd nel caso in cui Renzi la epurasse dalle liste Pd?
Resterebbe comunque con il Pd, oppure andrebbe con il polo di sinistra
italiana, o, anche, presenterebbe sue liste autonome? E Parisi
confluirebbe nelle liste di Fi o farebbe polo a sè, magari con parte dei
centristi?
f) Soprattutto, non abbiamo tenuto
conto (non disponendo della lista dei potenziali collegi uninominali)
della concreta distribuzione territoriale del voto e questo è il punto
più delicato che merita qualche spiegazione in più.
L’Italia è un paese con forti
differenziali territoriali, da esempio saremo tutti d’accordo nel dire
che il Pd ha una elevata probabilità di accaparrarsi la gran parte dei
collegi di Toscana, Umbria, Marche ed Emilia, mentre la Lega, comunque
vada, spunterà un certo numero di seggi nel lombardo-veneto, ma nel resto
d'Italia come andrebbe? Immaginiamo dieci collegi che supponiamo di
identico numero di elettori votanti :
collegio torinese; M5s 31%, Pd 30%,
Lega-Fratelli d’Italia 16%, Forza Italia e centristi 12%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 6% vari minori 5%
collegio milanese: M5s 12%, Pd 32%,
Lega-Fratelli d’Italia 18%, Forza Italia e centristi 33% (Berlusconi),
Sinistra Italiana-Rifondazione 4%, vari minori 1%
collegio genovese: M5s 32% Pd 33%,
Lega-Fratelli d’Italia 12%, Forza Italia e centristi 15%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 5% vari minori 3%
collegio veronese: M5s 22%, Pd 23%
Lega-Fratelli d’Italia 20%, Forza Italia e centristi 8%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 3% vari minori (Tosi) 24%
collegio romano: M5s 26%, Pd 26%,
Lega-Fratelli d’Italia 27% (Meloni) Forza Italia e centristi 10%,
Sinistra Italiana-Rifondazione 4% vari minori 7% (Marchini)
collegio napoletano: M5s 13%, Pd 20%,
Lega-Fratelli d’Italia 8%, Forza Italia e centristi 18%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 37% (De Magistris) vari minori 4%
collegio barese: M5s 26%, Pd 27%,
Lega-Fratelli d’Italia 6%, Forza Italia e centristi 33%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 4%, vari minori 4%
collegio di Trapani: M5s 28%, Pd 29%,
Lega-Fratelli d’Italia 3%, Forza Italia e centristi 30%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 5% vari minori 5%
collegio di Sassari: M5s,16% Pd
28%,Lega-Fratelli d’Italia 29% (Psd’az) Forza Italia e centristi 14%, Sinistra Italiana-Rifondazione 7% vari minori 6%
collegio di Bolzano: M5s 12%, Pd 29%,
Lega-Fratelli d’Italia 10%, Forza Italia e centristi 14%, Sinistra
Italiana-Rifondazione 5% vari minori (Svp) 30%
In totale abbiamo
M5s 21,8% (voti popolari) (seggi 1)
Pd 35% (voti pop) (seggi 1)
Lega-Fratelli d’Italia 14,9% (voti pop) (2 seggi)
Forza Italia e centristi 18,9% (3 seggi)
Sinistra Italiana-Rifondazione 8% (1 seggio)
vari minori 8,9% (2 seggi)
Come si vede:
1) nessuno ha raggiunto la maggioranza assoluta dei collegi uninominali;
2) il partito che ha avuto la
maggioranza relativa dei voti è quello che ha meno seggi (solo 1) perché
ha avuto molti voti ma è stato quasi sempre secondo in ciascun collegio;
3) nessun candidato supera il 50% e spesso il vincente ha un quarto circa dei voti.
Dunque, presumibilmente, nessuno avrà la
maggioranza assoluta nel Parlamento ed occorrerà fare coalizioni.
Nell’esempio che abbiamo fatto ci sono molti “casi particolari” (la
presenza di esponenti nazionali (Berlusconi, Meloni) o di personaggi
locali molto seguiti (Tosi o De Magistris) o forti formazioni locali
(Svp e Psd’az) ecc, ma appunto i casi locali possono essere molti.
In generale si ricavano queste indicazioni:
a) i partiti con forte concentrazione territoriale sono avvantaggiati su quelli con elettorato mediamente distribuito;
b) una forte frammentazione partitica
incoraggia la presentazione di sempre nuovi candidati: in una
competizione con due candidati forti (entrambi oltre il 40%) nessuno è
incoraggiato a presentarsi se non per una candidatura di bandiera, ma se
i competitori forti (fra il 25 ed il 40%) sono tre, la presenza di un
candidato minore che speri di scalare ilo 36% è poco probabile, ma
possibile, magari sulla base di fattori locali; se i candidati
competitivi sono 4 (fra il 20 ed il 30% l’uno di partenza) e decisamente
più probabile che possano emergere altri sfidanti e, via via, più
candidature forti ci saranno, più emergeranno sfidanti.
In definitiva: il maggioritario
uninominale in un sistema tri o quadri polare è una lotteria che può
anche far perdere il più votato.
Morale: per una ragione o per
l’altra, non appare particolarmente probabile che un solo partito (o
forse coalizione) possa raggiungere la maggioranza assoluta ed allora:
ma se lo scopo di una maggioranza coesa vincente è poco probabile,
perché mai sacrificare la rappresentanza?
Molto semplice: perché questo è il sistema più sfavorevole al M5s e che, dopo, giustificherà, l’accordo Forza Italia Pd. Contenti?
20/12/2016
Votare ad aprile con il Mattarellum? Improbabile, se non impossibile
Renzi ha ufficializzato la posizione del Pd favorevole al ripristino del Mattarellum (a quanto pare, con una variazione: la quota proporzionale non sarà solo del 25% ma del 50%) ed ha lasciato intendere la sua preferenza per il mese di aprile per le elezioni. Le due cose (mattarellum ed aprile) stanno insieme? Difficile, molto difficile. Vi spiego perché.
Della pretesa bontà del Mattarellum
diremo nei prossimi giorni, qui ci limitiamo a parlare della
praticabilità in tempi brevi della cosa.
In primo luogo, non basta dire Mattarellum, perché ci sono molti dettagli tecnici da definire anche per poter mettere insieme una maggioranza parlamentare che voti la nuova legge: quanti saranno i seggi per il proporzionale e quanti per il maggioritario uninominale? Ci sarà l’obbligo di presentarsi nell’uninominale per accedere alla quota proporzionale? Saranno ammesse coalizioni? Ci saranno clausole di sbarramento per il proporzionale ed a che livello? E per il proporzionale ci saranno listini distinti o si procederà proclamando i migliori risultati non vincenti nell’uninominale? E, nel caso di liste saranno bloccate o tornerà la preferenza? E che dimensioni avranno le circoscrizioni per il proporzionale? Ci sarà lo scorporo dei voti del vincente nell’uninominale per definire la distribuzione dei seggi proporzionali? Scorporo totale o parziale? E via di questo passo.
Si badi che ciascuna di queste scelte
potenzialmente avvantaggia o svantaggia un partito piuttosto che un
altro, per cui, pur nell’accordo generale per il Mattarellum (cioè un
sistema misto proporzionale-maggioritario uninominale) poi ci sono una
infinità di dettagli tecnici da definire su cui, salvo l’ipotesi
improbabile di un accordo per una “legge fotocopia” della precedente, è
prevedibile che ciascuno cercherà di ottenere la misura più favorevole a
sé (o che immagina possa esserlo).
L’ipotesi di una legge fotocopia non sembra probabile,
anche perché c’erano significative differenze fra Camera e Senato e qui
si vorrebbe fare norme il più possibile simili e, peraltro già la
modifica annunciata di una quota a metà fra proporzionale e
maggioritario introduce una modifica sensibile. Inoltre, in un contesto
tripolare non riducibile, lo stesso Mattarellum di 11 anni fa darebbe
risultati molto diversi e probabilmente non auspicabili per il Pd che è
il proponente.
Infine, c’è un altro elemento di cui tener conto: la sentenza della Corte Costituzionale
che potrebbe porre dei paletti (come già accadde per la sentenza
precedente) che occorrerebbe tener presenti anche nel caso di una legge
diversa dall’Italicum. Insomma, delle modifiche sul testo saranno
decisamente probabili e su questo si accenderà lo scontro fra i partiti.
La cosa più probabile è un accordo fra Forza Italia (che è in fase
fortemente proporzionalista) ed il Pd, mentre la Lega si è detta
disponibile per andare a votare subito, però una volta che si apra la
discussione sui dettagli, queste dichiarazioni di convergenza corrono il
rischio di squagliarsi come neve al sole. Staremo a vedere.
Per ora vediamo la scaletta dei tempi. Ovviamente
la discussione non potrà iniziare prima di gennaio, ma già qui c’è un
problema: prima della sentenza della Corte o dopo? Dopo potrebbe
significare uno slittamento di circa un mese dopo il 24 aprile, tenendo
conto dei tempi di deposito della sentenza e delle sue motivazioni. Si
può anche procedere prima, ma con il rischio di una sentenza che poi
ponga limiti tali da rendere potenzialmente incostituzionale la nuova
legge. Però, siccome non è la faccia quello che manca a queste forze di
maggioranza, facciamo conto che partano subito infischiandosene della
Corte. Dunque una bozza su cui discutere possa esser pronta già il 7
gennaio, dopo di che occorrerà una consultazione preliminare delle forze
politiche sulle linee di massima, quindi la discussione in Commissione,
poi il passaggio in aula e, infine, il passaggio per l’altro ramo del
Parlamento. Ipotizziamo che Camera e Senato procedano in parallelo,
ciascuno esaminando il progetto di legge che lo riguarda e dopo
passando all’approvazione di quello che viene dall’altro ramo. Diciamo
che il tutto richieda un mesetto, ma con qualche elasticità, perché è
probabile che il Senato finisca prima della Camera (che è più numerosa e
con più gruppi parlamentari) quindi la legge per il Senato debba
restare in attesa qualche giorno in più. Insomma, saremmo a metà
febbraio. Dopo occorrerà rifare sia i collegi uninominali che le
circoscrizioni per il proporzionale (anche se potrebbe esserci il solo
collegio unico nazionale). Il problema delicato sono i collegi
uninominali sia per ragioni tecniche che politiche.
Dal punto di vista tecnico
occorre considerare che, di solito, le leggi elettorali
maggioritario-uninominali prevedono questi limiti per i collegi:
a) una forchetta fra il limite minimo
di elettori ed il numero massimo, contenuta in una determinata
percentuale (nella legge precedente era del 5% circa);
b) il carattere territorialmente
“continuo” dei collegi, per cui non è possibile annettere ad un collegio
enclaves circondate da territori di altri collegi;
c) l’appartenenza di tutti i collegi alla rispettiva regione ed alla eventuale rispettiva circoscrizione proporzionale.
Tutto questo fa sì che spostare un comune o un quartiere da un collegio ad un altro implica, a cascata, la revisione di tutti, o quasi, i collegi della regione (ne so qualcosa avendo partecipato, all’epoca per conto di un candidato del Pds, alla proposta per i collegi uninominali della Puglia nel 1993). Ovviamente non è possibile adottare i collegi uninominali del 1993 perché la popolazione è mutata e soprattutto perché, a quanto pare i collegi uninominali non saranno più 472 ma 315 (se dovesse esserci una ripartizione 50 e 50).
Ma la spina maggiore è quella di carattere politico:
il partito di governo, che controlla il Ministero dell’Interno,
cercherà una distribuzione più favorevole a sé e più sfavorevole per gli
avversari. Spesso questo si rivela un calcolo illusorio, ma in molte
situazioni può effettivamente aiutare a vincere qualche seggio in più.
Però occorre tener presenti le pressioni dei partiti alleati e dei
singoli candidati (magari parlamentari uscenti) che vogliono un certo
disegno piuttosto che un altro, perché sperano in un risultato migliore.
Poi, se ci fosse un accordo sulla legge con Forza Italia o chi vi pare,
l’accordo potrebbe riguardare – tacitamente si intende – anche un certo
numero di collegi da garantire all’altro. Ed alla fine l’operazione
diventa la quadratura del cerchio che può comportare dall’uno ai due
mesi. Ma noi siamo ottimisti e diciamo che per gli ultimi giorni di
marzo sia tutto finito, dopo, però, occorre attendere i tempi della
vacatio legis successivi alla pubblicazione sulla gazzetta ufficiale
della legge e dei relativi collegi. E siamo a metà aprile.
Ammettendo che il Presidente sciolga le
Camere un secondo dopo, anche il limite minimo dei 40 giorni porterebbe
le elezioni all’ultima settimana di maggio (quindi ben oltre aprile), ma
i partiti dovrebbero trovare i candidati, raccogliere le firme e fare
la campagna elettorale in 40m giorni, il che pare difficile, per cui,
pur non usando il termine di legge massimo (75 giorni) è facile
prevedere una scadenza a metà giugno.
Questo nel migliore dei casi e senza
intoppi come un ostruzionismo parlamentare o un accordo “difficile” che ri
tardino i tempi, dopo di che si prospetterebbe il voto a settembre.
Per votare nella finestra
aprile-giugno c’è solo un rimedio: votare con il sistema elettorale che
la Corte Costituzionale dovesse indicare e senza toccare i collegi.
Domanda: ma Renzi, Salvini, Meloni, Boschi, Gentiloni ecc. hanno una vaga idea di come si fa una legge elettorale?
19/12/2016
Mattarellum + Pisapia: la tragicomica fine del Partito della Nazione renziano
Il Pd vira verso il Mattarellum come in un salto all'indietro. È l'unico sistema che può limitare i danni elettorali ma avrà bisogno di alleanze
Vi ricordate la retorica renziana sul cosiddetto Partito della Nazione?
Entrò in voga quando Renzi vinse le Europee con percentuali bulgare.
Renzi parlava del Pd come la casa di tutti gli italiani, dove poteva
stare più o meno chiunque (tanto decideva lui). C’era l’immagine di un
partito finalmente vincente dopo decenni di sconfitte della sinistra,
c’era l’idea che Renzi fosse invincibile e che la sua narrazione sarebbe
stata convincente in eterno. Ma soprattutto c’era l’idea che il Pd,
dopo i tempi del centrosinistra, non avesse più bisogno di stampelle per
governare. Poteva farcela da solo, grazie a Renzi e alla sua idea del
Partito-Tutto.
Poi però le cose sono iniziate ad andare male ed è arrivata la cocente sconfitta nel referendum.
Ed ecco quindi la virata repentina del segretario. I più attenti
avranno notato che nella prima Direzione Pd dopo il referendum, Renzi ha volutamente citato Pisapia, palesemente a tracciare una nuova linea di alleanze necessarie per vincere. Citazione a Pisapia ripetuta poi nell’Assemblea nazionale
di oggi (18 dicembre ndr). E nella stessa assemblea è arrivata anche la
linea sulla nuova legge elettorale. Nuova si fa per dire, dato che si
tratta del vecchio Mattarellum.
Mattarellum e Pisapia stanno insieme come ragionamento politico. Perché?
Ovvio, perché per vincere nei collegi uninominali previsti dal
Mattarellum, ossia per far passare il proprio candidato, è necessaria la
più ampia convergenza e coalizione. Quindi risiamo di nuovo al vecchio centrosinistra. Uno schema anni '90, così come dei primi anni novanta è il Mattarellum.
Praticamente, come in un giro dove si ripassa dal via, pare che Renzi stia portando il Pd su schemi vecchi di 20 anni. Alla faccia del rottamatore e del partito giovane
(che però i giovani puniscono nelle urne). Una pena del contrappasso
per chi parlava di un partito che non deve aver bisogno di aiuti da
parte di altre forze politiche, e invece adesso si ritrova in cerca di
alleanze.
E sempre a proposito di Mattarellum, è bene ricordare perché a metà anni duemila fu rimosso come sistema elettorale. Basta visitare molto semplicemente la pagina Wikipedia della Legge Mattarella
per ricordarsi di tutte le storture, a partire dal vile trucco delle
liste civetta, di questo sistema (detto il Minotauro) che avrebbe
l’ambizione di trasformare in bipolare un paese che attualmente è come minimo tripolare.
Insomma, Renzi pare stia
cercando una nuova giovinezza politica passando dal “combinato disposto”
Italicum + abolizione del Senato al combinato disposto Mattarellum +
alleanze in coalizione. Senza prendere atto dei suoi errori.
Redazione, 18 dicembre 2016
03/01/2014
Porcellum o Mattarellum? L’inganno è servito
Visto che in questi giorni è tornato di moda il Mattarellum come possibile sistema elettorale in sostituzione del Porcellum, riproponiamo un articolo apparso sul numero 64 di Senza Soste (ottobre 2011) dove si spiega come tecnicamente il Mattarellum non sia che un gemello del Porcellum in termini di scelta e democrazia. Il Mattarellum infatti è quel sistema per 3/4 maggioritario che ha dato inizio in Italia all'incubo del voto utile e al bipolarismo. Un sistema che in termini di democrazia e rappresentatività del voto popolare ha tante lacune quante il Porcellum. Non per niente la raccolta firme per il referendum di cui si fa accenno nell'articolo ebbe come icona promotrice nientepopòdimenoche Walter Veltroni. La posizione di Grillo rispetto alle leggi elettorali è naturalmente strumentale e difensiva, visto che l'attuale governo ne vorrà confezionare una per limitare matematicamente il peso del Movimento 5 Stelle, tuttavia al di là della strategia politica, cosa sia veramente il Mattarellum va detto, altrimenti uno diventa complice di chi cercherà con espedienti tecnici di limitare sempre di più il peso della volontà elettorale espressa dal popolo con il voto. Che tra l'altro in un paese a sovranità economica e militare limitata come l'Italia è di per sé già quasi nullo. Buona lettura. Redazione 2 gennaio 2014
La campagna contro il vergognoso sistema elettorale ideato da Calderoli ha nascosto quanti danni ha fatto il “Mattarellum”
In queste settimane sono state depositate oltre 1 milione di firme per la richiesta di un referendum abrogativo della legge 270 del 21 dicembre 2005, detta anche Legge Calderoli o “Porcellum”. Soffermarsi a spiegare quanto fosse impresentabile questo sistema elettorale definito dall’ideatore stesso “una porcata” è quasi inutile. C’è solo da ricordare che la legge fu fatta nel 2005 con l’obiettivo di limitare i danni da parte del governo Berlusconi dato nei sondaggi perdente in modo netto contro la coalizione guidata da Romano Prodi. E per fare ciò la Lega presentò questo sistema che al Senato dà un peso abnorme al voto regionale, così che la Lega poteva garantirsi molti senatori e allo stesso tempo rendere il Senato ingovernabile come poi avvenne nella realtà con il governo Prodi che rimase impiccato per 2 anni al voto dei senatori a vita e degli eletti all’estero.
Il trucchetto di questa raccolta firme però da parte del comitato promotore, che vede molti esponenti del Pd al proprio interno, è stato di occultare che con l’abrogazione mirata di alcune norme della Legge Calderoli si sarebbe ripristinato il Mattarellum, il sistema introdotto nel 1993 che dette inizio all’era del maggioritario e del bipolarismo.
Molte persone che hanno firmato, lo hanno fatto perché schifate da un sistema, come quello del Porcellum, dove i rappresentanti in Parlamento vengono scelti nelle segreterie dei partiti e dove non c’è possibilità di scelta al momento del voto. Ora, posto il fatto che chi scrive non pensa affatto che il concetto di democrazia passi esclusivamente nel momento del voto e che nelle “democrazie” postmoderne il concetto di delega e rappresentanza sono fondamentalmente un inganno, ci sono degli aspetti tecnici del “Mattarellum” che andrebbero conosciuti per rendersi conto che quel sistema non è affatto più aperto o democratico dell’altro.
Se è infatti vero che con il “Porcellum” l'elettore può soltanto votare il partito, essendo i vertici di partito a scegliere, prima delle elezioni, chi andrà in Parlamento attraverso l'imposizione delle liste bloccate, è altrettanto vero che lo stesso avveniva con il “Mattarellum”, visto che la seconda scheda per la Camera per l'elezione della quota proporzionale (25% dei seggi) era bloccata e non consentiva il voto di preferenza.
Ma il Mattarellum distribuiva il 75% dei seggi con il sistema maggioritario in collegi uninominali. L’elettore si trovava a votare un candidato ugualmente scelto nei corridoi delle segreterie di partito dove le varie correnti e i politici che contavano si spartivano i collegi più favorevoli dove erano sicuri di vincere. E in quel collegio passava solo chi aveva preso un voto più dell’altro, negando qualsiasi tipo di rappresentanza al resto dei cittadini che avevano votato altri candidati. Da qui è nato il cappio del voto “utile” per cui l’elettore alla fine si trovava a votare o il candidato del centrodestra o quello del centrosinistra per non “buttare via” il voto e cercare di votare un candidato che plausibilmente avrebbe potuto vincere.
Insomma, molti cittadini sono andati a firmare con l’obiettivo di avere un sistema elettorale dove sentirsi più rappresentati e dove poter esprimere un voto di preferenza. Invece si potrebbero ritrovare con il Mattarellum che non prevede voto di preferenza e che, con il sistema maggioritario dei collegi uninominali, esclude dall’essere rappresentata una larga fetta di cittadini. Tecnicamente solo un sistema proporzionale con voto di preferenza nelle liste potrebbe soddisfare queste esigenze.
Meglio ancora sarebbe smettere di parlare di leggi e sistemi elettorali e di elezioni e iniziare a pensare che la politica prima di tutto è partecipazione diretta, interesse quotidiano nelle vicende del proprio territorio, conoscenza di ciò che accade intorno a noi, pratica diretta dei propri interessi e delle proprie idee. Se quel milione di persone che ha firmato iniziasse a praticare un po’ di politica saremmo già un pezzo avanti per il compimento della democrazia, quella vera.
Franco Marino
tratto da Senza Soste n.64
Fonte
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La campagna contro il vergognoso sistema elettorale ideato da Calderoli ha nascosto quanti danni ha fatto il “Mattarellum”
In queste settimane sono state depositate oltre 1 milione di firme per la richiesta di un referendum abrogativo della legge 270 del 21 dicembre 2005, detta anche Legge Calderoli o “Porcellum”. Soffermarsi a spiegare quanto fosse impresentabile questo sistema elettorale definito dall’ideatore stesso “una porcata” è quasi inutile. C’è solo da ricordare che la legge fu fatta nel 2005 con l’obiettivo di limitare i danni da parte del governo Berlusconi dato nei sondaggi perdente in modo netto contro la coalizione guidata da Romano Prodi. E per fare ciò la Lega presentò questo sistema che al Senato dà un peso abnorme al voto regionale, così che la Lega poteva garantirsi molti senatori e allo stesso tempo rendere il Senato ingovernabile come poi avvenne nella realtà con il governo Prodi che rimase impiccato per 2 anni al voto dei senatori a vita e degli eletti all’estero.
Il trucchetto di questa raccolta firme però da parte del comitato promotore, che vede molti esponenti del Pd al proprio interno, è stato di occultare che con l’abrogazione mirata di alcune norme della Legge Calderoli si sarebbe ripristinato il Mattarellum, il sistema introdotto nel 1993 che dette inizio all’era del maggioritario e del bipolarismo.
Molte persone che hanno firmato, lo hanno fatto perché schifate da un sistema, come quello del Porcellum, dove i rappresentanti in Parlamento vengono scelti nelle segreterie dei partiti e dove non c’è possibilità di scelta al momento del voto. Ora, posto il fatto che chi scrive non pensa affatto che il concetto di democrazia passi esclusivamente nel momento del voto e che nelle “democrazie” postmoderne il concetto di delega e rappresentanza sono fondamentalmente un inganno, ci sono degli aspetti tecnici del “Mattarellum” che andrebbero conosciuti per rendersi conto che quel sistema non è affatto più aperto o democratico dell’altro.
Se è infatti vero che con il “Porcellum” l'elettore può soltanto votare il partito, essendo i vertici di partito a scegliere, prima delle elezioni, chi andrà in Parlamento attraverso l'imposizione delle liste bloccate, è altrettanto vero che lo stesso avveniva con il “Mattarellum”, visto che la seconda scheda per la Camera per l'elezione della quota proporzionale (25% dei seggi) era bloccata e non consentiva il voto di preferenza.
Ma il Mattarellum distribuiva il 75% dei seggi con il sistema maggioritario in collegi uninominali. L’elettore si trovava a votare un candidato ugualmente scelto nei corridoi delle segreterie di partito dove le varie correnti e i politici che contavano si spartivano i collegi più favorevoli dove erano sicuri di vincere. E in quel collegio passava solo chi aveva preso un voto più dell’altro, negando qualsiasi tipo di rappresentanza al resto dei cittadini che avevano votato altri candidati. Da qui è nato il cappio del voto “utile” per cui l’elettore alla fine si trovava a votare o il candidato del centrodestra o quello del centrosinistra per non “buttare via” il voto e cercare di votare un candidato che plausibilmente avrebbe potuto vincere.
Insomma, molti cittadini sono andati a firmare con l’obiettivo di avere un sistema elettorale dove sentirsi più rappresentati e dove poter esprimere un voto di preferenza. Invece si potrebbero ritrovare con il Mattarellum che non prevede voto di preferenza e che, con il sistema maggioritario dei collegi uninominali, esclude dall’essere rappresentata una larga fetta di cittadini. Tecnicamente solo un sistema proporzionale con voto di preferenza nelle liste potrebbe soddisfare queste esigenze.
Meglio ancora sarebbe smettere di parlare di leggi e sistemi elettorali e di elezioni e iniziare a pensare che la politica prima di tutto è partecipazione diretta, interesse quotidiano nelle vicende del proprio territorio, conoscenza di ciò che accade intorno a noi, pratica diretta dei propri interessi e delle proprie idee. Se quel milione di persone che ha firmato iniziasse a praticare un po’ di politica saremmo già un pezzo avanti per il compimento della democrazia, quella vera.
Franco Marino
tratto da Senza Soste n.64
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