A novembre, Álvaro Noboa, padre dell’attuale presidente dell’Ecuador Daniel Noboa, ha avuto un infarto. È stato portato d’urgenza in una clinica a Guayaquil, sua città natale, e successivamente, stabilizzato, trasferito in un ospedale a New York.
Álvaro Noboa si è candidato senza successo alla presidenza per cinque volte (1998, 2002, 2006, 2009 e 2013), ma è stato suo figlio a prevalere nel 2023, a soli 35 anni.
Ciò che definisce la famiglia Noboa non è tanto la politica, quanto la ricchezza derivante dalla Corporación Noboa. Il Grupo Noboa nacque dalla Bananera Noboa S.A., fondata nel 1947 da Luis Noboa Naranjo, nonno dell’attuale presidente. Grazie ad Álvaro, Bananera Noboa si è espansa diventando Exportadora Bananera Noboa, il cuore dell’impero da miliardi di dollari del Gruppo in Ecuador (18 milioni di abitanti, un terzo dei quali vive al di sotto della soglia di povertà).
Il nome dell’azienda racchiude due parole che descrivono l’influenza della famiglia Noboa sull’economia e sulla politica ecuadoregne: l’esportazione (exportadora) di banane (bananera).
Il commercio della banana
Paesi diversi dall’Ecuador producono una quota molto significativa di banane a livello mondiale. L’India produce oltre un quarto delle banane globali, mentre la Cina ne produce un decimo. Tuttavia, questi paesi non esportano banane, avendo enormi mercati interni.
Più del 90% delle banane esportate nel mondo proviene da America Centrale, Sud America e Filippine. L’Ecuador, che produce solo il 5% circa delle banane globali, ne esporta il 95%, rappresentando il 36% delle banane esportate a livello globale (seguito dalla Costa Rica con il 15%).
Il Grupo Noboa è la più grande azienda bananiera dell’Ecuador, e quindi una delle più importanti nel commercio globale di banane.
I principali importatori di banane sono l’Unione Europea (5,1 milioni di tonnellate), gli Stati Uniti (4,1 milioni di tonnellate) e la Cina (1,8 milioni di tonnellate). Mentre l’Europa e gli Stati Uniti hanno fornitori consolidati in America Centrale e Sud America (Colombia, Costa Rica, Ecuador e Repubblica Dominicana), la Cina ha affrontato problemi con i suoi principali fornitori, Cambogia e Filippine, che rappresentano il 50% delle sue importazioni.
Fenomeni legati al cambiamento climatico, come El Niño, hanno ridotto le precipitazioni, impoverito il suolo e aumentato la resistenza dei parassiti ai pesticidi, danneggiando la produzione di banane in questi paesi. Per questo motivo, gli importatori cinesi hanno investito in nuove piantagioni in India e Vietnam, due fornitori emergenti. Tuttavia, non esiste un sostituto per le banane ecuadoregne.
Il mercato cinese
Tra il 2022 e il 2023, le esportazioni di banane dall’Ecuador alla Cina sono aumentate del 33%. Tuttavia, il problema delle banane ecuadoregne è il costo del trasporto: il viaggio dal Sud America alla Cina ha portato il valore medio di importazione a 690 dollari per tonnellata, rendendo le banane ecuadoregne 41 volte più costose di quelle vietnamite.
Negli ultimi cinque anni, i commercianti di banane di entrambi i paesi e i loro governi hanno cercato di ridurre i costi.
Accordi commerciali. A maggio 2023, i due paesi hanno firmato un accordo di libero scambio che elimina gradualmente le tariffe sulle banane nei prossimi dieci anni. La Cina è già il principale partner commerciale dell’Ecuador e si prevede che le aziende cinesi investiranno nella lavorazione industriale delle banane direttamente in Ecuador.
Riduzione dei tempi di trasporto. La Cina ha potenziato i porti di Dalian e Tianjin, capaci di ridurre il tempo di trasporto a 25 giorni. In Sud America, nuovi porti come quello di Chancay in Perù (costruito con investimenti cinesi) e i porti ecuadoregni di Puerto Guayaquil e Puerto Bolívar assicurano una rapida movimentazione delle merci.
Miglioramento delle strutture portuali. Sono stati potenziati i magazzini refrigerati per ridurre gli sprechi e velocizzare la preparazione delle banane per il trasporto.
Con i supermercati europei che riducono i prezzi delle banane, gli esportatori dell’America Latina cercano con sempre maggiore interesse il mercato cinese.
Guerra fredda della banana
Gli Stati Uniti hanno visto come una sfida diretta la crescente influenza economica della Cina in America Latina. Nel 2020, hanno bloccato un progetto cinese per sviluppare il porto di La Unión, in El Salvador. Tuttavia, non sono riusciti a fermare il progetto da 3,6 miliardi di dollari per il porto di Chancay in Perù.
Nel maggio 2023, gli Stati Uniti hanno stanziato solo 150 milioni di dollari per migliorare il porto ecuadoregno di Puerto Bolívar, una somma insignificante rispetto agli investimenti cinesi.
Nello stesso periodo, gli USA hanno lanciato il programma Americas Partnership for Economic Prosperity per contrastare la Belt and Road Initiative cinese in America Latina, con un budget iniziale di soli 5 milioni di dollari.
In questo scenario, la famiglia Noboa continua a utilizzare il proprio potere. Quando i lavoratori delle piantagioni tentarono di sindacalizzarsi contro il lavoro minorile, il Grupo Noboa reagì con violenza. Il caso del massacro del 2002 a Los Álamos è emblematico: sindacalisti furono torturati e un lavoratore fu ucciso.
Nonostante ciò, la famiglia Noboa ha accettato investimenti cinesi, pur concedendo agli Stati Uniti l’uso delle Isole Galapagos come base militare.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/01/2025
20/02/2024
Mosca chiama Quito: volete vendere armi o banane?
Il tricolore russo sui punti strategici di Avdeevka ha una portata militare che è difficile sottovalutare e anche sul piano dei prossimi rapporti tra Kiev e i padrini occidentali il suo significato è di valore considerevole.
C’è anche un aspetto che, quantunque apparentemente limitato alle sole relazioni commerciali bilaterali, riflette però i mutamenti di prospettiva tra la junta nazigolpista e i possibili suoi sponsor, ancorché occasionali e di non pesante impatto.
Dunque, bisogna sapere che l’Ecuador, stando alle stime internazionali, è il maggiore esportatore mondiale di banane (secondo il ITC Trademap, nel 2021 era in testa col 26%), sebbene non ne sia il più forte produttore, rimanendo molto al disotto di paesi come India e Cina, le quali però destinano la quasi totalità della produzione al mercato interno.
Bisogna anche sapere che circa il 97% delle banane che finiscono sul mercato russo sono ecuadoregne, pari al 21% (alcuni analisti, come l’accademico Viktor Khejfets, parlano del 40%) della sua produzione: nel 2023, la Russia ne ha importate quasi 1,4 milioni di tonnellate.
Ora, si ricorderà che in gennaio è venuta in primo piano la notizia del possibile accordo Washington-Quito, per cui gli USA avrebbero fornito all’Ecuador armi moderne per 200 milioni di dollari, in cambio di un determinato numero di mezzi d’epoca sovietica ancora in servizio nelle forze armate del paese latinoamericano, che poi il Pentagono avrebbe girato alla junta di Kiev.
Nell’occasione, il presidente Daniel Noboa aveva cercato di giustificare lo scambio, affermando che si tratterebbe di “ferrovecchio” e, quindi, non ci sarebbero violazioni delle clausole contrattuali con Mosca sul trasferimento di armi a paesi terzi.
A Mosca non si erano scomposti e avevano semplicemente osservato che tale “scambio” sarebbe stato giudicato come ostile e contrario alla neutralità del paese e che, in definitiva, Quito le banane avrebbe ben potuto andarsele a vendere da un’altra parte.
Per evitare di gettare benzina sul fuoco, ancora una decina di giorni fa, la cosa veniva presentata come un embargo russo su circa il 30% dell’importazione dall’Ecuador, dovuto alla scoperta di parassiti (foridi) nei prodotti di cinque compagnie produttrici. Dopo le banane, il Rossel’khoznadzor chiedeva anche a Olanda, Germania, Lettonia e Lituania, da cui transitano le consegne alla Russia, di interrompere la certificazione dei garofani dell’Ecuador, in cui si erano scoperti tripidi dei fiori.
Come che sia, a gennaio è stato un susseguirsi di servizi, anche dei principali media russi, su come si sarebbe potuta evitare la “crisi bananiera” per i consumatori russi e quali paesi avrebbero potuto sostituire l’import dall’Ecuador. A quel punto, un po’ di panico deve aver preso i piani alti di Quito: privarsi di una così larga fetta di introiti bananieri non dev’esser sembrato un toccasana.
Poi è venuta la fase finale di Avdeevka.
Il presidente Daniel Noboa ha chiesto di incontrare l’ambasciatore russo Vladimir Sprinchan e in quell’occasione ha assicurato che il paese «non può consentire di venir coinvolto in un conflitto, dalla parte di nessuno».
La decisione di Quito dovrebbe essere ufficializzata nei prossimi giorni. Il 17 febbraio si è quindi potuto leggere che l’Ecuador mantiene la neutralità e non consegnerà agli USA le vecchie armi sovietiche, molte delle quali acquistate negli anni ‘90, in parte dalla Russia, ma anche dall’Ucraina. La posizione dell’Ecuador, ha poi riassunto Sprinchan, è quella di non inviare armi e munizionamento in zone calde, contribuendo invece alla regolazione dei conflitti per via pacifica, con strumenti diplomatici.
Quantomeno “originale” il fatto che, il giorno prima dell’incontro Noboa-Sprinchan, le cinque aziende ecuadoriane “incriminate”, avessero inviato al Rossel’khoznadzor la documentazione necessaria a riesaminare la decisione sull’embargo delle banane di Quito e che il direttore dell’ente russo abbia concesso il permesso ai cinque esportatori.
Vero è che, secondo l’accademico Viktor Khejfets, direttore della rivista Latinskaja Amerika, al momento, di sicuro ci sono solo le parole di Sprinchan sulla neutralità di Quito e la decisione del Rossel’khoznadzor di togliere l’embargo. Rimane non del tutto chiaro quanto circolato in rete nei giorni scorsi, secondo cui un An-124 da trasporto sarebbe partito dall’Ecuador, avendo presumibilmente a bordo proprio quelle armi il cui volume, in fin dei conti, non era così grande da non potersi stivare sul velivolo.
Ora, afferma Khejfets, l’Ecuador ha in arsenale non solo armi sovietiche russe, ma anche armi sovietiche fornite dall’Ucraina negli anni ’90; è perciò possibile che Quito abbia trasferito agli USA le seconde, ma non quelle acquistate dalla Russia: in tal modo si sarebbe rispettato l’accordo Quito-Mosca.
Nella vendita di armi, infatti, viene stabilita l’ammissibilità o meno a che il destinatario finale rivenda quelle armi e nel certificato del Ministero degli esteri russo era fissata l’inammissibilità di trasferire a terzi armi russe (anche smontate e vendute come parti di ricambio) senza il consenso di Mosca.
È dunque ipotizzabile che, senza annullare in toto l’accordo con gli USA, Quito possa aver fornito a Mosca alcune garanzie solo sulle armi russe: «Sono sicuro che non sia stato firmato alcun documento e tutto si sia convenuto a voce», afferma Khejfets.
C’è dell’altro: l’Ecuador non è un alleato militare diretto degli americani, ma Washington ha comunque in programma di realizzarvi una grande base militare. È dunque possibile, dice ancora Khejfets, che l’ambasciatore Sprinchan abbia fatto intendere che Mosca valuterebbe la comparsa di tale base non esattamente come una manifestazione di amicizia.
Tutte ipotesi e tutte possibili. E, in definitiva, per le armi ecuadoregne, non si tratta poi di cifre “europeiste” a nove zeri.
Di sicuro c’è l’importantissima tappa di Avdeevka, con la reazione ufficiale occidentale che fa finta di nulla – così che a nessuno venga in mente di azzardare un “l’aveva detto il nazista Zalužnyj, ma voi avete dato retta al nazista Zelenskij” – complice il bizzarro tempismo dell’annuncio sul decesso di Naval’nyj, seguito dall’italico “giochi senza frontiere di partito” per aggiudicarsi la palma dell’erostratismo, senza incendiare alcun tempio – per carità di dio! – ma dando fuoco alle micce di un conflitto mondiale, mentre ci si omaggia di reciproci garbi parlamentari e si inneggia ai «valori della libertà» dappertutto ma non qui, giurando che «solo un’Europa unita, federale, con una politica estera e di difesa comune può arginare la grande minaccia putiniana».
Almeno le banane sono salve. Ma, si sa, Quito non è un diretto alleato yankee. Qui da noi, invece...
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C’è anche un aspetto che, quantunque apparentemente limitato alle sole relazioni commerciali bilaterali, riflette però i mutamenti di prospettiva tra la junta nazigolpista e i possibili suoi sponsor, ancorché occasionali e di non pesante impatto.
Dunque, bisogna sapere che l’Ecuador, stando alle stime internazionali, è il maggiore esportatore mondiale di banane (secondo il ITC Trademap, nel 2021 era in testa col 26%), sebbene non ne sia il più forte produttore, rimanendo molto al disotto di paesi come India e Cina, le quali però destinano la quasi totalità della produzione al mercato interno.
Bisogna anche sapere che circa il 97% delle banane che finiscono sul mercato russo sono ecuadoregne, pari al 21% (alcuni analisti, come l’accademico Viktor Khejfets, parlano del 40%) della sua produzione: nel 2023, la Russia ne ha importate quasi 1,4 milioni di tonnellate.
Ora, si ricorderà che in gennaio è venuta in primo piano la notizia del possibile accordo Washington-Quito, per cui gli USA avrebbero fornito all’Ecuador armi moderne per 200 milioni di dollari, in cambio di un determinato numero di mezzi d’epoca sovietica ancora in servizio nelle forze armate del paese latinoamericano, che poi il Pentagono avrebbe girato alla junta di Kiev.
Nell’occasione, il presidente Daniel Noboa aveva cercato di giustificare lo scambio, affermando che si tratterebbe di “ferrovecchio” e, quindi, non ci sarebbero violazioni delle clausole contrattuali con Mosca sul trasferimento di armi a paesi terzi.
A Mosca non si erano scomposti e avevano semplicemente osservato che tale “scambio” sarebbe stato giudicato come ostile e contrario alla neutralità del paese e che, in definitiva, Quito le banane avrebbe ben potuto andarsele a vendere da un’altra parte.
Per evitare di gettare benzina sul fuoco, ancora una decina di giorni fa, la cosa veniva presentata come un embargo russo su circa il 30% dell’importazione dall’Ecuador, dovuto alla scoperta di parassiti (foridi) nei prodotti di cinque compagnie produttrici. Dopo le banane, il Rossel’khoznadzor chiedeva anche a Olanda, Germania, Lettonia e Lituania, da cui transitano le consegne alla Russia, di interrompere la certificazione dei garofani dell’Ecuador, in cui si erano scoperti tripidi dei fiori.
Come che sia, a gennaio è stato un susseguirsi di servizi, anche dei principali media russi, su come si sarebbe potuta evitare la “crisi bananiera” per i consumatori russi e quali paesi avrebbero potuto sostituire l’import dall’Ecuador. A quel punto, un po’ di panico deve aver preso i piani alti di Quito: privarsi di una così larga fetta di introiti bananieri non dev’esser sembrato un toccasana.
Poi è venuta la fase finale di Avdeevka.
Il presidente Daniel Noboa ha chiesto di incontrare l’ambasciatore russo Vladimir Sprinchan e in quell’occasione ha assicurato che il paese «non può consentire di venir coinvolto in un conflitto, dalla parte di nessuno».
La decisione di Quito dovrebbe essere ufficializzata nei prossimi giorni. Il 17 febbraio si è quindi potuto leggere che l’Ecuador mantiene la neutralità e non consegnerà agli USA le vecchie armi sovietiche, molte delle quali acquistate negli anni ‘90, in parte dalla Russia, ma anche dall’Ucraina. La posizione dell’Ecuador, ha poi riassunto Sprinchan, è quella di non inviare armi e munizionamento in zone calde, contribuendo invece alla regolazione dei conflitti per via pacifica, con strumenti diplomatici.
Quantomeno “originale” il fatto che, il giorno prima dell’incontro Noboa-Sprinchan, le cinque aziende ecuadoriane “incriminate”, avessero inviato al Rossel’khoznadzor la documentazione necessaria a riesaminare la decisione sull’embargo delle banane di Quito e che il direttore dell’ente russo abbia concesso il permesso ai cinque esportatori.
Vero è che, secondo l’accademico Viktor Khejfets, direttore della rivista Latinskaja Amerika, al momento, di sicuro ci sono solo le parole di Sprinchan sulla neutralità di Quito e la decisione del Rossel’khoznadzor di togliere l’embargo. Rimane non del tutto chiaro quanto circolato in rete nei giorni scorsi, secondo cui un An-124 da trasporto sarebbe partito dall’Ecuador, avendo presumibilmente a bordo proprio quelle armi il cui volume, in fin dei conti, non era così grande da non potersi stivare sul velivolo.
Ora, afferma Khejfets, l’Ecuador ha in arsenale non solo armi sovietiche russe, ma anche armi sovietiche fornite dall’Ucraina negli anni ’90; è perciò possibile che Quito abbia trasferito agli USA le seconde, ma non quelle acquistate dalla Russia: in tal modo si sarebbe rispettato l’accordo Quito-Mosca.
Nella vendita di armi, infatti, viene stabilita l’ammissibilità o meno a che il destinatario finale rivenda quelle armi e nel certificato del Ministero degli esteri russo era fissata l’inammissibilità di trasferire a terzi armi russe (anche smontate e vendute come parti di ricambio) senza il consenso di Mosca.
È dunque ipotizzabile che, senza annullare in toto l’accordo con gli USA, Quito possa aver fornito a Mosca alcune garanzie solo sulle armi russe: «Sono sicuro che non sia stato firmato alcun documento e tutto si sia convenuto a voce», afferma Khejfets.
C’è dell’altro: l’Ecuador non è un alleato militare diretto degli americani, ma Washington ha comunque in programma di realizzarvi una grande base militare. È dunque possibile, dice ancora Khejfets, che l’ambasciatore Sprinchan abbia fatto intendere che Mosca valuterebbe la comparsa di tale base non esattamente come una manifestazione di amicizia.
Tutte ipotesi e tutte possibili. E, in definitiva, per le armi ecuadoregne, non si tratta poi di cifre “europeiste” a nove zeri.
Di sicuro c’è l’importantissima tappa di Avdeevka, con la reazione ufficiale occidentale che fa finta di nulla – così che a nessuno venga in mente di azzardare un “l’aveva detto il nazista Zalužnyj, ma voi avete dato retta al nazista Zelenskij” – complice il bizzarro tempismo dell’annuncio sul decesso di Naval’nyj, seguito dall’italico “giochi senza frontiere di partito” per aggiudicarsi la palma dell’erostratismo, senza incendiare alcun tempio – per carità di dio! – ma dando fuoco alle micce di un conflitto mondiale, mentre ci si omaggia di reciproci garbi parlamentari e si inneggia ai «valori della libertà» dappertutto ma non qui, giurando che «solo un’Europa unita, federale, con una politica estera e di difesa comune può arginare la grande minaccia putiniana».
Almeno le banane sono salve. Ma, si sa, Quito non è un diretto alleato yankee. Qui da noi, invece...
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