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22/10/2022

Desecretati documenti sulle stragi di Stato, ma non tutti e non su tutte

Tra gli ultimi atti del Governo Draghi risulta esserci la desecretazione di decine di migliaia di pagine di atti relativi ad alcune delle stragi che hanno costellato la storia recente del nostro paese. E’ stata presentata la prima relazione del Comitato consultivo sulle attività di archiviazione, presieduto da Roberto Chieppa, segretario generale della Presidenza del Consiglio, con i documenti su numerose stragi di Stato.

Sorge il dubbio che, tenendo conto del personale politico oggi al governo e alle guida delle istituzioni, la decisione di desecretare questi documenti potrebbe rivelarsi una polpetta avvelenata sulla strada del nuovo esecutivo, anche perchè chiama in causa il più recente neofascismo del secondo dopoguerra e non il fascismo del ventennio.

Secondo quanto anticipato da Milano Finanza e ripreso dall’Agi, si tratta di documenti di straordinaria rilevanza che svelano alcuni dei segreti degli ultimi cinquant’anni di vita del Paese sulla strage di Ustica (1980), delle stragi dell’Italicus (1974) della stazione di Bologna (1980), di piazza della Loggia a Brescia (1974) e di piazza Fontana a Milano (1969).

Restano invece secretate altri cruciali nella storia del paese: il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse e le stragi mafiose contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Già ad agosto 2021 il governo Draghi aveva declassificato alcuni documenti sulla loggia P2 e sull’organizzazione paramilitare segreta Gladio. La direttiva firmata allora da Draghi “dispone la declassifica e il versamento anticipato all’Archivio centrale dello Stato della documentazione concernente l’Organizzazione Gladio e la Loggia massonica P2”.

A marzo 2022 il Senato aveva iniziato ad aprire i suoi archivi riservati divulgando 130mila pagine di documenti classificati acquisiti nel corso degli anni dalla Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi. Negli anni varie direttive sono state firmate da tre presidenti del Consiglio – Romano Prodi, Matteo Renzi e, da ultimo, Mario Draghi nell’agosto scorso – per dare impulso all’opera di desecretazione degli atti su alcune delle pagine più nere della storia della Repubblica. Ma con scarsi effetti concreti: farraginosità procedurali, mancanza di volontà e burocrazia hanno reso il processo di consultazione e acquisizione pubblica molto difficile.

Nella relazione il Comitato sottolinea “talune criticità nella generale operazione di desecretazione” perché “nel recente passato le amministrazioni hanno avuto talora scarso controllo della propria documentazione, soprattutto di quella non più in uso, e tale circostanza ha causato in alcuni casi dispersioni o perdita di fonti rilevanti per la ricerca storica”. Ancora troppi gli “omissis”.

“C’è poi il tema delle parti ancora coperte. Come più volte segnalato dalle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, ora è necessaria da parte delle amministrazioni, su impulso del Comitato, un’operazione di revisione degli omissis posti in eccesso rispetto alla nuova regolamentazione su documenti già versati in passato all’Archivio (soprattutto in attuazione della direttiva del 2014). Anche in questo caso, non appare accettabile il versamento, avvenuto in passato, di documenti nella sostanza non leggibili perché coperti da omissis che sono andati ben oltre lo stretto necessario”.

C’è da augurarsi che se qualche ricercatore o storico intenderà mettere il naso nei documenti desecretati sulle stragi di Stato non faccia la fine del ricercatore Paolo Persichetti, al quale la magistratura ha sequestrato l’archivio pur non avendo potuto rilevare alcun reato.

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