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27/10/2022

“Sovranità”. Vietato parlarne perché non è più “del popolo”

Se le parole sono i “mattoncini” con cui costruiamo un discorso, ossia nella nostra testa diamo un certo ordine al mondo, è evidente che non ci possono essere “parole vietate”. Fatta salva la “buona educazione” nei rapporti umani quotidiani, anche le parolacce hanno spesso un senso e una funzione.

Naturalmente ci possono essere discorsi ed ideologie odiose, o comunque all’opposto di quanto noi pensiamo. Discorsi che “declinano” parole, concetti e categorie secondo un altro ordine, con diverse e contraddittorie sfumature di significato.

Ma nessuno che pretenda di essere un umano pensante può rinunciare all’uso di determinate parole (concetti, categorie, ecc.) soltanto perché usate da avversari, anche se assolutamente da combattere.

Il risultato sarebbe – ed è, in quella che continua truffaldinamente ad autodefinirsi “sinistra” – perdere interi blocchi di vocabolario, o arrivare a pretendere di parlare e/o riconoscersi in base ad una lingua privata, una specie di “esperanto politically correct” comprensibile solo a chi lo condivide.

Un po’ – anzi, tanto – come i giochi di parole o le convenzioni verbali che si stabiliscono in una cerchia di adolescenti per “segnare il confine” tra chi appartiene al gruppo e chi no.

Non esistono insomma parole proibite, ma solo l’uso intenzionalmente distorto delle parole. Prendiamo un esempio che dovrebbe essere famoso, “a sinistra”: razza.

Albert Einstein smontò ogni possibile argomentazione razzista con una definizione quasi scientifica: “La razza ce l’hanno i cani” (e anche altre specie di animali, chiaro...). Perché “c’è una sola razza, quella umana”.

Distruggeva insomma l’uso fascista di un termine, intenzionalmente investito di significati negativi per indicare gruppi etnici, sfumature di colore della pelle, appartenenze religiose, convinzioni politiche, ecc., la cui eliminazione – nella loro testa bacata – avrebbe consentito di liberare il mondo per metterlo a disposizione di una “razza superiore”. Aushwitz e altri lager stanno lì come “inveramento” di quel “discorso”...

In altri termini, Einstein affermava che di fronte alla “revisione linguistica” nazifascista non bisognava affatto arretrare lasciando loro la “proprietà esclusiva” di quella ed altre parole, ma occorreva affermare o ri-affermare un altro significato, un altro uso, un altro ordine del discorso. In cui “razzista” è semplicemente un giusto insulto, non un motivo di orgoglio.

Farsi scippare le parole significa invece restare muti. O diventare scemi.

Anche perché i fascisti, da sempre, “rubano” termini, sigle e parole proprio alla sinistra. Non ce la fanno a produrne di proprie, insomma, e si limitano a sfilarcene alcune, rendendole o inservibili (perché socialmente il significato che si afferma dopo non corrisponde più all’oggetto) o “maledette”. Lo si è visto in questi giorni, con la demente querelle sul ministero dell’agricoltura, furbescamente rinominato della “sovranità alimentare”.

Questa contesa, oltretutto, non avviene in un contesto neutrale, ma vede l’intervento prepotente dei grandi mass media, che provano ad imporre il loro linguaggio, i loro significati, la propria “scala dei valori”. O meglio, quella dei loro azionisti di riferimento.

L’”antifascismo padronale” sta sempre tutto sul piano linguistico, mentre sul piano pratico e istituzionale la sintonia con i fascisti è pressoché totale. Anche perché la presenza dei fascisti, e il loro “furto” di parole, consente di eliminare dal discorso pubblico una serie di concetti che normalmente potrebbero portare ad individuare i reali portatori di interessi alla base di determinate scelte di politica economica.

Abbiamo provato già altre volte a de-codificare l’abuso del termine “sovranismo”, rilevando come la ultradecennale campagna condotta sotto questo vessillo sia in realtà un sofisticato tentativo di occultare i veri detentori del potere decisionale nel sistema neoliberista occidentale, e specificamente europeo.

Un tentativo, in gran parte riuscito, di cambiare nome all’antico nazionalismo, spiazzato dalla “globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.

Per capirci qualcosa bisogna guardare ai fenomeni reali e poi vedere se le parole descrivono davvero certe dinamiche oppure sono abbagli, o peggio ancora “veli di Maya” posizionati appositamente per non far capire niente.

La mondializzazione del modo di produzione capitalistico, l’apertura senza limiti dei mercati e delle relazioni commerciali, aveva sicuramente distrutto le basi materiali di ogni ipotesi “nazionalista”, intesa oltretutto alla maniera fascista: autarchia e “impero” coloniale. Sopravvive, certo, ma in circoli microscopici per decerebrati...

Ma allo stesso tempo ha distrutto le basi materiali della democrazia parlamentare liberale, ovvero l’identico spazio (lo “Stato-nazione”) che dal ‘700 costituisce anche il campo di gara della lotta di classe che tutti abbiamo in mente. O perlomeno del suo normale sbocco politico (la “conquista del potere politico”, ovvero dello Stato in senso lato, secondo le lezioni di Lenin, Mao, Fidel, ecc.).

Se democrazia liberale, fascismo e rivoluzione socialista vengono spiazzati dalla stessa trasformazione allora è a questa che occorre rivolgere lo sguardo con gli strumenti dell’analisi scientifica (ovviamente marxiana), prima di provare a “nominare” i vari momenti e i diversi approcci culturali.

Com’è noto, invece, tutto il devastato ambito chiamato “sinistra” – anche quella più radicale e antagonista – ha rinunciato pressoché subito, forse spaventata dalla complessità dello sforzo da fare o magari dalla sensazione di impotenza che coglie sempre chiunque provi a misurarsi con una potenza apparentemente infinita.

E dire che proprio nella sinistra rivoluzionaria, già negli anni ‘70, era stata individuata con molta chiarezza la “crisi dello Stato-nazione” e della “democrazia” di fronte all’affermarsi di un altro tipo di impresa: quella multinazionale, che non solo non conosce confini geografici (se non quelli imposti da altri poteri, di altra natura), ma dispone di risorse finanziarie superiori a quelle di molti Stati nazionali, persino nel “centro” imperialistico.

Cinquanta anni non sono passati invano. La caduta del Muro e dell’URSS ha messo a disposizione di quel tipo di capitalismo spazi, risorse fisiche e umane di proporzioni colossali, consentendo di rinviare il redde rationem con la crisi e l’emersione di un sistema finanziario praticamente slegato dai vincoli – e dalla tempistica “lunga” – della produzione di merci.

Quel potere multinazionale si è insomma ingigantito, grazie anche alla possibilità di “creare moneta dal nulla” con gli strumenti della “finanza creativa” (speculativa, tipo i “prodotti derivati”, ecc.) e la copertura illimitata del dollaro statunitense (fiat money dall’agosto 1971).

In questo scenario mutato è lentamente sorta la domanda centrale di ogni visione politica: dov’è ora il cuore del potere politico? O meglio: chi decide davvero del corso del mondo, senza avere al di sopra di sé un potere decisionale più forte? Insomma, secondo la definizione data anche dalla Treccani, “chi detiene ora la sovranità?”

Non certamente i popoli, come pure recita ancora la nostra Costituzione, nata – si può purtroppo dire – all’inizio del tramonto dello Stato-nazione, quando l’imperialismo Usa aveva già stabilito (col Piano Marshall e la Nato) i limiti invalicabili entro cui l’autonomia decisionale di questo e altri paesi europei poteva essere esercitata, pena l’inizio di una vera e propria guerra (non metaforica, vista l’esperienza che l’Italia ha fatto con le stragi organizzate spesso dall’interno del Comando Nato di Verona).

E neanche più le “borghesie nazionali” hanno la possibilità di esercitare pienamente “la sovranità”, naturalmente.

Neppure quella statunitense, che ha dovuto sperimentare – proprio grazie alla “globalizzazione” che doveva rappresentare la sua vittoria sul mondo – un progressivo sfarinamento della “capacità progettuale ed operativa”, visto che buona parte del suo patrimonio industriale prendeva la via delle delocalizzazioni, alla ricerca del costo del lavoro più basso possibile.

Qui sorge una prima necessità “categoriale” che obbliga a ripensare, se non le parole con cui identifichiamo il “nemico di classe”, quanto meno le caratteristiche principali che questo ha assunto nel frattempo.

“La borghesia”, insomma, se anche non era mai stata una classe omogenea – pur essendo in ogni sua componente una classe di sfruttatori – oggi va analizzata per quel che è diventata.

Anche quando lo Stato-nazione era il suo ambito naturale (con più o meno proiezione imperialistica esterna) si usava distinguere, grossolanamente, tra “grande”, “media” e “piccola”. E certamente le due ultime figure sono praticamente immutabili, un demi monde, un impasto terribile di “invidia” verso chi ha di più e di terrore verso chi ha nulla, perché rappresenta il baratro in cui ha paura di cadere.

Ma “grande” non significa più molto. “Quanto” grande deve essere una società – finanziaria o industriale fa lo stesso, entro alcuni limiti – per essere influente sulle dinamiche planetarie? O comunque per influenzare le decisioni delle grandi potenze euro-atlantiche?

Non si tratta di “fare i nomi” (ne vengono in testa sempre molti), perché ormai – come Marx aveva provato inutilmente a spiegare – “il capitale” è una funzione, non “un padrone” con indirizzo, carrozza e bombetta.

Il capitale è in grande prevalenza gestito da manager per conto di azionisti. Ed ovviamente più grandi sono i pacchetti azionari più grande è la possibilità di indirizzare le scelte strategiche dell’azienda; e dunque, direttamente o meno, anche quelle dei governi (in proporzione alla potenza di ogni paese).

Ma è allora un insieme di manager e grandi azionisti, intercambiabili senza problemi, da un’azienda ad un’altra, o addirittura dalle poltrone dei consigli di amministrazione a quelle ministeriali, a costituire la struttura portante della “borghesia multinazionale”.

L’unica che abbia perciò la forza di piegare al proprio volere Stati anche potenti, con il soft power del debito e degli investimenti.

Ricordiamo, en passant, un altro colpo di genio del neoliberismo trionfante: impedire agli Stati di finanziarsi manovrando sul tasso di cambio della moneta e attraverso l’intervento della banca centrale sul mercato dei titoli di stato.

In questo modo ogni Stato, persino gli Usa (ma in misura molto minore, per una serie di ragioni troppo lunga da spiegare in questa sede), si è ritrovato impiccato al cappio del “debito pubblico” e dunque obbligato ad agire in modo da non preoccupare troppo “i mercati”. Ossia la stessa borghesia multinazionale sotto un nome ancora più sfuggente e presuntamente “neutro”.

Citiamo spesso il caso dell’Italia, che fece questa scelta sciagurata addirittura nel 1981 (ministro Beniamino Andreatta, democristiano), escludendo la Banca d’Italia dal novero degli operatori abilitati ad intervenire in sede d’asta di collocazione dei titoli di stato.

Allora il rapporto debito/Pil era intorno al 60%, come poi prescritto dal trattato di Maastricht. Ma ai liberisti al governo sembrava una buona idea quella di crearsi un “vincolo esterno” – di “mercato”, in quel caso – per obbligare i governi futuri a limitare la spesa pubblica.

Che era poi il modo con cui un paese privo di una borghesia di livello multinazionale – a parte la Fiat e ben poco altro – finanziava gli investimenti industriali, stemperava il conflitto sociale tramite il welfare, preparava generazioni culturalmente all’altezza del futuro, articolava socialmente la stessa democrazia parlamentare liberale, ecc..

Poi arrivò Maastricht e il salto di qualità dell’Unione Europea, che istituzionalizzava i “vincoli esterni” moltiplicandoli fino a sussumere “sovranità” in molte materie (dalla politica di bilancio a quella monetaria – con l’euro – a quella estera e militare, in coabitazione con la Nato).

Ma neanche la UE – una istituzione sovranazionale, un super-Stato in costruzione – pur costruita per creare un ambiente migliore per il capitale multinazionale con base nel Vecchio Continente, può dirsi indenne dalla sovradeterminazione contemporanea dei “mercati” e degli Stati Uniti.

Lo si sta vedendo fisicamente con la guerra in Ucraina, che sottopone l’economia continentale ad uno stress energetico e finanziario indotto da sanzioni suicide, oltre che dagli “obblighi” di sostegno a un regime che guarda a Washington più che a Bruxelles.

Torniamo dunque al nostro quesito pre-linguistico.

In questo quadro continentale e italiano, a chi appartiene la sovranità?

Certamente ai “mercati”, ossia alla borghesia multinazionale. E non ci sono “ambiti democratici” entro cui quel soggetto – che appare al tempo stesso incorporeo e assolutistico – possa essere costretto a una contrattazione, a una mediazione, a considerazioni diverse dal puro vantaggio per sé.

Le esperienze del governo Tsipras in Grecia, così come quelle dei governi Berlusconi o Conte 1 (con M5S e Lega) stanno lì a dimostrare che “non c’è alternativa”. Né di destra, né di sinistra. “I mercati” pretendono obbedienza, altrimenti “ti rovinano”.

Proprio come fanno quelle multinazionali che arrivano, prendono “aiuti” dallo Stato per mantenere l’occupazione, si appropriano del know how e di fette di mercato, e poi se ne vanno dove il lavoro costa ancora meno, desertificando un panorama industriale un tempo florido.

Però certo non è simpatico, per i governi nazionali o quello europeo, e ancor meno per il sistema dei media, dover chiamare alla guerra e ai sacrifici per l’austerità in nome del fatto che “stiamo qui a difendere i valori della democrazia e della libertà” e – contemporaneamente – dover ammettere che la decisione vera, la sovranità assoluta, sta in un luogo inattingibile per i “liberi cittadini”. Ovvero “i mercati” e i loro rappresentanti istituzionali di prima istanza (banche centrali, governo Usa e UE).

Sorgerebbe pure la domanda conseguente: ma se la decisione finale sta altrove, che votiamo a fare? Che senso ha questa ignobile farsa di “libere elezioni” per scegliere qualcuno che poi dovrà servire altri padroni e proprio per questo sfilarci anche le mutande prendendoci per di più a manganellate?

Si capisce, insomma, perché e da dove nasca tutto questo bisogno borghese di “combattere il sovranismo”. Così come si capisce perché ogni presunto “sovranista” che arriva al governo, per prima cosa, fa giuramento di obbedienza ai mercati e alle imprese. Che “non vanno disturbate”. A qualsiasi prezzo, tanto ce lo faranno pagare a noi...

Non si può nominare la sovranità perché non appartiene più “al popolo”. E anche parlarne può diventare pericoloso, perché costringe a pensare come cavolo stiamo ridotti. Alla schiavitù, insomma...

Questo è, cari compagni. Se volete ragionare almeno un po’ concretamente, invece di sfarfallare citando titoli di giornali e mozziconi di tg, guardate la realtà. Poi datele un nome che le calzi come un pennello.

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