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23/10/2022

Chi sono i dirigenti e come sarà il Partito Comunista Cinese dopo il congresso

Il congresso nazionale si svolge ogni cinque anni e rappresenta il più importante tra gli appuntamenti che scandiscono il calendario del Partito comunista cinese (Pcc). Il congresso elegge il comitato centrale (il XIX comitato centrale era composto da 205 membri più 171 supplenti), la commissione centrale di vigilanza e indica le priorità politico-economiche della Repubblica popolare cinese (Rpc), ovvero la direzione che il paese più popoloso del mondo, seconda economia del pianeta, seguirà nel futuro prossimo.

Nella fase attuale – con Xi Jinping che si appresta a ricevere un inedito terzo mandato a guidare il partito e il paese, il deciso rallentamento della crescita, e l’accentuata tensione con gli Stati Uniti – il XX congresso nazionale che si è aperto il 16 ottobre assume una rilevanza straordinaria.

L’assise è iniziata con la relazione del segretario generale, Xi Jinping. Questo documento – così come i precedenti – viene pubblicato (e tradotto in più lingue) a testimonianza del lavoro svolto dal comitato centrale uscente, e contiene altresì le linee guida per le politiche dei prossimi cinque anni, fino al congresso successivo.

La scelta dei delegati

A partire dal 16 ottobre nella Grande sala del popolo in piazza Tiananmen, a Pechino, si sono riuniti per una settimana i 2.296 delegati del XX congresso nazionale, scelti in base alle “raccomandazioni” fornite da tutti i dipartimenti e le istituzioni del partito e – sottolinea Xinhua«esaminati scrupolosamente attraverso vari canali». La selezione dei delegati, secondo la stessa agenzia di stampa, è stata guidata dal “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova era”, ovvero dalla loro conformità all’ideologia del segretario generale, già inserita sia nello statuto del Pcc sia nella costituzione della Rpc.

La cernita dei partecipanti al congresso viene effettuata inoltre in modo da proiettare all’esterno l’immagine di un partito pluralista e interclassista, portando al congresso delegati provenienti da tutti i settori della società (donne, minoranze etniche, operai, contadini, professionisti, differenti generazioni, etc.).

La lista dei delegati include anche tutti i membri dell’ufficio politico, della commissione militare centrale e gli alti funzionari militari responsabili dei cinque comandi e dei vari servizi, segretari e governatori regionali di partito, alti segretari responsabili dei principali apparati del partito (inclusi quelli di disciplina, sicurezza, propaganda e personale), ministri e capi di partito dei ministeri e dei massimi organi legislativi e consultivi.

I lavori del congresso

Durante il congresso nazionale i delegati discutono e votano su questioni fondamentali che vengono loro sottoposte dalla leadership, quali la revisione della linea ideologica, la strategia di sviluppo economico nazionale, gli emendamenti allo statuto del partito, e la composizione del comitato centrale e della commissione centrale di vigilanza incaricata di indagare sugli iscritti al partito.

Anche se il compito che attira maggiormente l’attenzione dei media occidentali è quello del rinnovo (generalmente del 60% dei componenti) del comitato centrale (nel quale si può entrare fino a 61 anni), il congresso nazionale svolge altre due funzioni di primaria importanza:

- la valutazione del lavoro svolto dal partito negli ultimi cinque anni, con un esame dettagliato della situazione attuale del Pcc e l’abbozzo dell’agenda delle politiche dei prossimi cinque anni;

- l’introduzione di cambiamenti nello statuto del partito (il documento più importante che ne regola il funzionamento), che possono riguardare i suoi princìpi ideologici, i criteri di selezione degli iscritti e dei quadri e altro. L’ultima revisione dello statuto (approvata dal XIX congresso il 24 ottobre 2017), recependo un’indicazione in tal senso da parte del VI plenum del XVIII comitato centrale, ha attribuito a Xi il titolo di “centro della leadership” (héxīn lĭngdăo). Dopo che nei mesi scorsi diversi media e alti funzionari hanno preso a riferirsi a Xi come “leader del popolo” si è ipotizzato che il XX congresso possa dare a Xi anche questo appellativo, che ricorda quello di “grande leader” riservato a Mao e di “leder saggio” dato a Hua Guofeng. Va rilevato tuttavia che dal VI plenum del XIX comitato centrale non è emersa alcuna sollecitazione in tal senso.

L’elezione del nuovo comitato centrale

La scelta dei delegati al congresso, dei candidati al comitato centrale, all’ufficio politico e al comitato permanente dell’ufficio politico, la composizione della squadra che prepara il discorso del segretario generale e di quella che si occupa di approntare gli emendamenti allo statuto vengono preparati con largo anticipo da un comitato organizzativo ristretto e segreto al quale hanno accesso solo i massimi leader del partito. Quando viene annunciata la data d’inizio del congresso, tutte le caselle sono già state incastrate al loro posto e il rinnovamento degli organismi apicali del partito può avvenire in maniera ordinata e senza alcuna sorpresa.

Per supervisionare la formazione della nuova leadership viene istituito un “presidium” che – in base allo statuto del Pcc – ha la funzione, tra le altre, di «dirigere le elezioni del congresso nazionale». Il presidium è composto dai membri dell’ufficio politico in carica e dai componenti in pensione dei precedenti comitati permanenti dell’ufficio politico: è a questo organismo che spetta stabilire la lista dei componenti del nuovo comitato centrale che, subito dopo la fine del congresso nazionale, terrà la sua prima assemblea plenaria (plenum) per eleggere i nuovi membri dell’ufficio politico e del suo comitato permanente.

I delegati del congresso nazionale eleggono il comitato centrale attraverso un voto di conferma (ovvero votando “sì”, “no”, oppure astenendosi) sulla lista di candidati (preparata dal comitato organizzatore) nella quale il numero di questi ultimi supera, generalmente di poche unità, quello dei seggi disponibili.

Gli organismi apicali

L’ufficio politico (politburo) e il suo comitato permanente sono gli organismi apicali nei quali sono concentrati il potere decisionale del Partito comunista cinese e i suoi leader più autorevoli. Il comitato permanente dell’ufficio politico è l’organo decisionale supremo del Partito comunista cinese e della Repubblica popolare cinese.

L’ufficio politico (dal 2007) è composto da 25 membri, dei quali (dal 2012) sette fanno parte del Comitato permanente.

I componenti dell’ufficio politico vengono selezionati durante lunghe trattative segrete che precedono il congresso nazionale. Infine, i nuovi leader vengono eletti ufficialmente dal nuovo comitato centrale, durante la sua prima prima assemblea plenaria (plenum), immediatamente successiva alla chiusura del congresso. Generalmente vengono scelti per entrare nell’ufficio politico segretari di partito e governatori di province e municipalità e generali dell’Esercito popolare di liberazione. Una volta entrati nel politburo, i nuovi leader possono assumere anche incarichi ministeriali.

La prassi vuole che per accedere al comitato permanente si sia dovuto prestare precedentemente servizio nell’ufficio politico.

Del comitato permanente – presieduto, come l’ufficio politico, dal segretario generale del partito – fanno parte anche il premier, e i presidenti dell’assemblea nazionale del popolo, della conferenza politica consultiva del popolo cinese e della commissione centrale di vigilanza.

Si può entrare nell’Ufficio politico fino a 67 anni, mentre i suoi membri che abbiano raggiunto l’età pensionabile sono obbligati a ritirarsi dalla vita politica al primo congresso successivo al raggiungimento dei 68 anni, in virtù di una delle regole, non scritte, ispirate da Deng Xiaoping con due obiettivi fondamentali: ringiovanire il partito e favorire transizioni stabili e ordinate delle sue leadership.

La prassi del limite di 68 anni è nata dalle macerie del lungo (1949-1976) dominio di fatto esercitato sul partito fin dalla proclamazione della repubblica popolare da Mao che, ormai senescente, scatenò nel 1966 la Rivoluzione culturale anche contro i vertici del partito, ordinando di far “fuoco sul quartier generale”, ovvero sui suoi leader accusati di procedere troppo timorosi lungo la strada del socialismo, come “donne con i piedi fasciati”.

Con queste norme consuetudinarie, oltre al mantenimento di una leadership sine die, si è inteso scongiurare il ripetersi delle lotte per la successione che seguirono la morte del Grande timoniere.

Sebbene la vita del partito sia governata da oltre 3.600 tra regolamenti e direttive, per quanto riguarda il passaggio di poteri all’interno dell’ufficio politico non esistono norme scritte, ma soltanto consuetudini, tra l’altro non confermate ufficialmente dal patito ma dedotte dalla prassi da osservatori esterni. Dunque non c’è alcuna regola che impedirebbe la variazione del numero dei componenti dell’ufficio politico e del comitato permanente (che infatti sono stati ristretti e allargati più volte in passato), né la promozione al loro interno di funzionari che abbiano superato i 67 anni.

Xi, il 15 giugno scorso, ha compiuto 69 anni. La sua riconferma come segretario generale, rappresenta un passaggio delicato, perché interrompe una consuetudine seguita dal 2002, quando a Jiang Zemin successe Hu Jintao, il quale, anch’egli dopo due mandati, cedette il potere allo stesso Xi.

Ad altri membri dell’attuale Ufficio politico (undici dei quali, oltre a Xi, avranno compiuto 68 anni prima del 16 ottobre) sarà concesso di rimanere pur avendo superato il limite di età, oppure questo privilegio sarà riservato soltanto a Xi? Si parla, ad esempio, di un possibile ingresso nell’Ufficio politico dell’attuale capo della diplomazia, Wang Yi (che compirà 69 anni a ottobre), per assicurare continuità alla politica estera in una fase estremamente tesa per le relazioni internazionali del paese.

Fin dove si spingerà Xi con i cambiamenti nelle prassi sulla successione delle leadership? Con lui al comando il partito ha già infranto un’altra consuetudine importante, quella di designare (generalmente tra il primo e il secondo mandato), all’interno del comitato permanente, un “erede” destinato a succedere al segretario generale, rendendo in tal modo evidente la volontà di Xi di restare al potere più di dieci anni. Anche nell’attuale Comitato non c’è un leader che, per età, possa assumere nel prossimo lustro gli incarichi tipici del “segretario in pectore” (vice presidente della Rpc e vice presidente della Commissione militare centrale) e ciò lascia presupporre che Xi rimarrà al vertice del partito almeno fino al 2032, quando avrà compiuto 79 anni.

Inoltre, su impulso di Xi, l’11 marzo 2018 l’Assemblea nazionale del popolo (con 2.964 voti favorevoli, 2 contrari e 3 astenuti) ha approvato la cancellazione dalla costituzione dello stato del limite dei due mandati per la presidenza della Rpc, funzione che (assieme a quella di presidente della commissione militare centrale) spetta al segretario generale del partito.

Un ulteriore strappo alla regola potrebbe essere giustificato dalla necessità di mantenere all’interno del vertice del partito uomini come, oltre Wang, il settantenne Liu He (fidatissimo consigliere economico di Xi) e il settantaduenne Yang Jiechi (direttore della commissione centrale affari esteri del Pcc).

Ma se l’adagio “tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile” si attaglia a qualsiasi organizzazione, cioè è vero a maggior ragione per il Partito comunista cinese, che Xi Jinping pretende di trasformare in un’infallibile macchina di governo. Perché un organismo che si vanta di formare senza soluzione di continuità una classe politica dirigente con un elevato grado di competenza dovrebbe mantenere al loro posto vecchi leader, potendo scegliere tra un ampio bacino di nuovi, tra l’altro in una fase nella quale il potere di Xi all’interno del partito è già consolidato?

Con l’eccezione – ça va sans dire – di Xi Jinping, già nominato “centro della leadership” e che durante il XX congresso potrebbe ricevere anche l’appellativo di “leader del popolo”.

Il Comitato permanente dell’Ufficio politico

Il comitato permanente dell’Ufficio politico è l’organo decisionale supremo del Partito comunista cinese e della Repubblica popolare cinese. La nuova composizione del comitato permanente viene resa nota soltanto alla fine del congresso (l’organismo viene ufficialmente rinnovato durante la prima sessione plenaria del nuovo comitato centrale), quando, allineati su un tappeto rosso, il segretario generale svelerà i nomi dei suoi membri, scanditi secondo il loro ordine gerarchico (dal numero due al numero sette) e rigorosamente seguiti dall’epiteto “compagno” (tóngzhì).

Istituito nel 1927, al comitato permanente è stato attribuito un potere decisionale esclusivo nel 1992, quando Deng Xiaoping sciolse la commissione consultiva centrale, un organismo composto da ex leader del partito che aveva l’ultima parola sui provvedimenti da adottare.

Durante l’era di Deng – quando il potere era esercitato, di fatto, dai grandi vecchi del partito (per la maggior parte del suo governo il “piccolo timoniere” mantenne come unico incarico ufficiale quello di presidente dell’associazione cinese di bridge) – i componenti del comitato permanente si mantennero quasi sempre cinque.

Il numero dei seggi del comitato permanente non è fisso (è oscillato tra tre e undici) ed è stato mantenuto sempre dispari, perché tutti i componenti hanno uguale diritto di voto e le decisioni vengono prese a maggioranza, con il segretario generale che, ufficialmente, è un primus inter pares.

L’allargamento o il restringimento del comitato permanente ha sempre rispecchiato, rispettivamente, un maggiore equilibrio tra fazioni, o una maggiore concentrazione di potere ai vertici del partito. L’ultima variazione (da nove a sette) è scattata con il XVIII congresso (8-14 novembre 2012) che ha eletto segretario generale Xi Jinping. In linea con la politica di Xi è dunque probabile che i “magnifici sette” rimangano sette.

Al termine del XX congresso nazionale del Partito comunista cinese (Pcc) verranno sostituiti alcuni dei componenti il comitato permanente dell’ufficio politico, l’organismo apicale del partito che di fatto governa la Cina.

Attualmente nel comitato permanente siedono sette leader del Pcc, il loro numero è stato ridotto da nove subito dopo il il XVII congresso nazionale che ha assegnato il ruolo di segretario generale a Xi Jinping. Non essendovi regole scritte in tal senso, il numero dei componenti potrebbe essere aumentato (dando maggiore rappresentanza alle diverse anime del Pcc, per rafforzare la chiamata all’unità in una fase particolarmente delicata per il rallentamento economico e le tensioni internazionali), ma ciò contraddirebbe l’accentramento finora operato da Xi, e potrebbe essere interpretato come un segnale di difficoltà del segretario generale.

Per quanto riguarda l’età dei sette, negli ultimi decenni è stata quasi sempre rispettata la norma (anch’essa non scritta) nota come qī shàng bā xià (sette dentro, otto fuori), secondo la quale si può essere promossi nel comitato permanente (venendo scelti comunque tra gli altri 18 membri dell’ufficio politico) fino a 67 anni. Nelle schede che seguono abbiamo tracciato il profilo politico di alcuni tra i papabili per il comitato permanente.

I dirigenti del Partito Comunista Cinese

Hu Chunhua (胡春华)

DATA DI NASCITA: aprile 1963 (59 anni)

LUOGO DI NASCITA: contea di Wufeng (Hubei)

Hu Chunhua ricopre attualmente l’incarico di vice premier della Repubblica popolare cinese. Dal 2012 nell’Ufficio politico (del quale è il membro più giovane), è il numero 16 della nomenklatura del partito comunista cinese.

Considerato un lavoratore indefesso, da sempre mantiene un profilo basso. Viene soprannominato il “piccolo Hu”, perché, proprio come l’ex presidente Hu Jintao – di vent’anni più anziano e col quale non ha alcuna parentela – ha guidato la Lega della gioventù comunista e ha prestato servizio per circa vent’anni in Tibet.

Il “piccolo Hu” ha bruciato le tappe come un predestinato a una carriera da top leader: cresciuto in una famiglia di contadini nella contea di Wufeng (nella provincia dello Hubei, nella Cina centrale) si è laureato in lingue alla prestigiosa Università di Pechino nel 1983. Ha iniziato la sua carriera di quadro nel dipartimento per l’organizzazione della Lega della gioventù comunista del Tibet, del quale è diventato vice segretario nel 1987, a 24 anni. Dopo una decina d’anni si trasferisce a Pechino, dove lavora nella segreteria della Lega e come vice presidente nella Federazione della gioventù di tutta la Cina (Acyf).

Come rivelato da un libro ufficiale che raccoglie discorsi e direttive del presidente, a partire dal 2013 Xi Jinping ha accusato la Lega di «saper unicamente ripetere gli stessi discorsi stereotipati e burocratici» e i suoi funzionari di atteggiamento «arrogante e burocratico». Agli occhi di Xi, le organizzazioni di base della Lega giovanile «sembrano raggiungere [una larga parte della popolazione] ma in realtà non servono a niente ed esistono solo di nome»

Nel 2016, su impulso del segretario generale il partito l’ha sottoposta a una profonda riforma e ristrutturazione (nel 2015 la Lega poteva contare su 87,5 milioni di iscritti). In linea con quanto prescritto da Mao nel suo scritto A proposito dei metodi di direzione, la Lega, così come le altre organizzazioni di massa, secondo Xi non deve costituire più una burocrazia – o, peggio, la base di potere per una fazione all’interno del Partito – ma uno strumento di mobilitazione delle masse, da utilizzare per le campagne elaborate dalla direzione del Partito. La riforma del 2016 ha puntato a due obiettivi fondamentali: la promozione di funzionari strettamente in linea con l’agenda del partito; il compito di diffondere il messaggio del partito tra i giovani attraverso comunicazioni interne e i social.

Tuttavia il fatto che si sia fatto le ossa nella Lega e che abbia legami con alcuni dei suoi ex membri più eminenti (Hu Jintao, Li Keqiang, tra gli altri) non fa di Hu Chunhua un “avversario” della linea di Xi Jinping, come pure è stato scritto da diversi media internazionali.

Nel 2001 viene assegnato di nuovo in Tibet, come vice segretario di partito e capo della locale scuola di partito. In questo secondo periodo nella grande regione a maggioranza buddista Hu – che parla anche tibetano – si guadagna la fama di lavoratore indefesso e presiede all’implementazione di programmi per la riduzione della povertà, lotta al separatismo e sviluppo delle infrastrutture locali. È in questi anni che viene notato da Hu Jintao, allora segretario generale del partito.

Nel 2006 rientra a Pechino dopo essere stato nominato segretario nazionale della Lega della gioventù comunista (attualmente 73 milioni di iscritti, tra i 14 e i 28 anni d’età), la base di potere di Hu Jintao dalla quale sono usciti diversi altri leader di partito e importanti funzionari statali. Nel 2008, a 45 anni, viene nominato governatore dello Hebei e diventa il più giovane politico cinese a capo di una provincia. Nel 2008 nello Hebei scoppia lo scandalo del latte in polvere alla melamina, che uccide sei bambini e ne ammala 300 mila. È l’anno delle Olimpiadi di Pechino – all’organizzazione delle quali presiede un certo Xi Jinping – e Hu riesce a gestire bene la crisi provocata dalla rabbia della popolazione per quello scandalo: le responsabilità vengono fatte ricadere tutte sull’azienda all’origine dell’adulterazione, il Sanlu Group con sede nel capoluogo provinciale Shijiazhuang, anche se un’inchiesta delle autorità cinesi rivelerà il coinvolgimento di 22 compagnie, tra cui Yili, fornitrice ufficiale delle Olimpiadi.

Nel 2009 Hu viene trasferito nella Mongolia interna, dove ricopre il ruolo di segretario di partito. Come in Tibet, anche qui il suo mandato è contraddistinto dalla simpatia manifestata per la popolazione locale: Hu insiste sulla necessità di ridistribuire la ricchezza tra i mongoli e gli immigrati han, invece che puntare solo sui tassi di crescita. Nella mongolia interna affronta la seconda crisi della sua carriera, con le proteste studentesche del 2011, innescate dalla morte per investimento di un mandriano mongolo da parte di un camionista han. L’incidente provoca manifestazioni di massa che in Mongolia non si vedevano da vent’anni. Hu gestisce la crisi utilizzando il bastone e la carota: con la repressione dei rivoltosi e incontri con la popolazione locale per capirne le lamentele.

Nel 2012 viene trasferito nel Guangdong, come segretario di partito della roccaforte manifatturiera del sud della Cina. Tradizionalmente un trampolino di lancio per essere proiettati al centro della politica nazionale e infatti, in quello stesso anno, quando Xi Jinping viene eletto segretario generale, Hu entra nell’Ufficio politico.

Nel Guandong Hu si mette in mostra seguendo le direttive di Xi e per la sua efficienza non burocratica: lavoro a testa bassa, in prima linea. Nel 2014 – mentre infuria la campagna anti-corruzione lanciata appena eletto dal nuovo segretario – il Guandong assurge agli onori della cronaca nazionale come la provincia che è riuscita a fermare mazzette per 1,5 miliardi di yuan (220 milioni di dollari) destinate ai funzionari locali. Hu applica fedelmente anche le direttive più conservatrici del centro, come la repressione e la censura del Nanfang Zhoumo (Il settimanale del sud), autorevole giornale liberal che aveva osato proporre riforme costituzionali.

Nel 2019, in mezzo alla crescente preoccupazione per la disoccupazione a causa della continua escalation della guerra commerciale USA-Cina, Hu è stato incaricato di dirigere il Gruppo leader sul lavoro per l’occupazione del Consiglio di Stato per “rafforzare la leadership e il coordinamento del lavoro relativo all’occupazione”.

All’inizio di quest’anno, di fronte a un allarmante tasso di disoccupazione in quanto l’economia è stata colpita dalla pandemia, Hu ha spinto per iniziative di reclutamento più efficaci e una maggiore creazione di posti di lavoro.

L’anno scorso Xi Jinping ha dichiarato cancellata la povertà assoluta, dopo che nel corso degli ultimi decenni 850 milioni di cinesi hanno superato questa condizione.

Anche per il ruolo svolto all’interno di questa campagna, Hu ha ottime possibilità di entrare nel Comitato permanete dell’Ufficio politico.

Ding Xuexiang (丁薛祥)

DATA DI NASCITA: 13 settembre 1962 (60 anni)

LUOGO DI NASCITA: Nantong (Jiangsu)

Ding Xuexiang ricopre attualmente gli incarichi di direttore dell’ufficio del segretario generale e direttore dell’Ufficio generale (del Comitato centrale) del Partito comunista cinese. In pratica negli ultimi cinque anni Ding ha svolto il delicato ruolo di trait d’union tra Xi Jinping e il Comitato centrale, il cui Ufficio generale svolge funzioni essenziali, quali l’allocazione delle risorse ai diversi organismi (centrali e periferici) del partito, l’organizzazione delle sedute del CC, la conservazione dei documenti ufficiali del CC, la preparazione delle informazioni per i leader di partito e l’organizzazione della loro sicurezza personale.

Assieme a Hu Chunhua e Chen Min’er è il membro più giovane dell’Ufficio politico.

Laureato in ingegneria meccanica, con un master in amministrazione pubblica all’Università Fudan di Shanghai, il cursus honorum di Ding non è fatto di incarichi in diverse province della Cina come quello di tanti altri suoi colleghi, essendo stato catapultato direttamente dall’amministrazione del partito a Shanghai, nel cuore nazionale del Pcc a Pechino.

Nel 2007 Ding ha lavorato come segretario di Xi quando quest’ultimo ricopriva l’incarico di segretario di partito a Shanghai. Subito dopo l’elezione di Xi Jinping a segretario generale, nel 2013 Ding viene promosso vice direttore dell’Ufficio generale e da allora accompagna quasi sempre il leader cinese in diversi viaggi sia all’interno del paese, sia all’estero. Dopo il XIX congresso, viene promosso direttore dello stesso Ufficio generale.

Ding viene dal settore della ricerca sui materiali, estremamente importante per l’innovazione, e per la politica industriale della Cina.

Numero otto della nomenklatura del Pcc, Ding Xuexiang non è accostabile ad alcuna delle fazioni che in passato si sono scontrate nel partito ed è uno dei leader più fedeli a Xi. Negli ultimi anni ha dimostrato la sua lealtà assoluta al segretario generale rampognando dalle colonne del “Quotidiano del popolo” i funzionari che non applicano le cosiddette “due salvaguardie”, ovvero l’imperativo di salvaguardare lo status di Xi Jinping come “nucleo” e “autorità centralizzata del partito” – uno slogan lanciato dal VI plenum del XIX CC (8-11 novembre 2021) che riassume l’imperativo per tutti gli iscritti al partito

Chen Min’er (陈敏尔)

DATA DI NASCITA: 29 settembre 1960 (62 anni)

LUOGO DI NASCITA: Zhuji (Zhejiang)

Di Chen Min’er si parlò tanto alla vigilia del XIX congresso, come del leader che Xi avrebbe proiettato nel Comitato permanente dell’Ufficio politico come “erede designato”. Come è noto, il XIX congresso ha interrotto questa consuetudine e Xi, finora, è rimasto senza successore.

Chen Min’er è il terzo più giovane tra i membri dell’Ufficio politico, numero 22 della nomenklatura del partito comunista cinese. È tra i protégé di Xi Jinping, con il quale ha lavorato quando il presidente cinese ricopriva l’incarico di segretario di partito nella provincia orientale dello Zhejiang (2002-2007). Chen è attualmente segretario di partito della municipalità di Chongqing, nel sud-ovest del Paese, al centro dal 2012 di uno scontro senza esclusione di colpi tra Xi Jinping e l’allora membro dell’Ufficio politico e segretario di partito della megalopoli sul Fiume azzurro Bo Xilai (rimosso nel 2012 e in seguito condannato all’ergastolo per corruzione, peculato e abuso d’ufficio) e i suoi numerosi seguaci. A Chongqing Bo aveva messo su un centro di potere locale imperniato sulla sua persona e su una linea politica alternativa, a base di contrasto senza regole alla criminalità, ridistribuzione della ricchezza e revival maoisti. Nel maggio scorso, Chen ha infine dichiarato «completamente sradicata la cattiva influenza di Sun Zhengcai e il veleno di Bo Xilai» di cui Sun (anch’egli espulso dal partito nel 2017 e condannato all’ergastolo l’anno successivo per “corruzione”) era stato il successore alla guida del partito a Chongqing.

Chen ha iniziato il suo cursus honorum nel dipartimento di propaganda di Shaoxin (nella provincia dello Zhejiang) per poi diventare nella stessa città vice segretario e segretario di partito. Nel 2001 è a capo della propaganda dell’intera provincia, e la sua carriera incrocia per cinque anni quella dell’allora segretario provinciale di partito Xi Jinping.

Nel 2012 viene nominato vice segretario di partito nel Guizhou, una delle province tradizionalmente più povere del paese, dove l’anno successivo (un mese dopo l’ascesa di Xi alla segreteria generale del Pcc) viene promosso governatore, prima di diventare segretario provinciale di partito nel 2015. In quest’ultima veste presiede alla campagna per la riduzione della povertà, uno dei capisaldi della politica di Xi. Diverse multinazionali (tra cui Apple, con i suoi servizi cloud) vengono attirate nel Guizhou.

Infine, nel 2017, l’ennesima promozione, come segretario di partito a Chongqing.

In una recente sessione di studio ha manifestato la sua lealtà assoluta a Xi Jinping esortando i quadri a fare dello studio de “Il governo della Cina” la loro massima priorità politica, descrivendolo il libro del segretario generale come «l’ultimo risultato della modernizzazione del marxismo in Cina».

Li Xi (李希)

DATA DI NASCITA: ottobre 1956 (66 anni)

LUOGO DI NASCITA: contea di Liangdang (Gansu)

Li Xi ricopre attualmente l’incarico di segretario di partito della provincia meridionale del Guangdong. Membro dell’ufficio politico dal 2017, è il numero 13 della nomenklatura del Partito comunista cinese. Ha conseguito un master in business administration presso l’Università Tsinghua di Pechino. Le sue chances di promozione nel comitato permanente dell’ufficio politico sono rafforzate dal lavoro svolto a partire dal 2017 nel Guangdong – la locomotiva industriale del paese – e dalle ripetute professioni di lealismo verso Xi Jinping.

Li ha iniziato la sua carriera politica come funzionario nel dipartimento di propaganda del Gansu. Nella provincia del nord-ovest – una delle più arretrate della Cina – ha svolto diversi incarichi, tra i quali quello di segretario di partito del distretto di Xigu della capitale provinciale Lanzhou, vice segretario di partito a Lanzhou e segretario di partito della prefettura di Zhangye. Ha alle spalle una lunga carriera amministrativa avendo lavorato, dopo gli anni nel Gansu, nella provincia dello Shaanxi (dove ha ricoperto l’incarico di segretario di partito a Yanan), a Shanghai (dove è stato direttore del locale dipartimento per l’organizzazione e vice segretario di partito) e, infine, nel Guangdong.

Nella sua relazione al congresso provinciale di maggio, Li ha affermato che Xi «ha una visione approfondita di ogni questione», e ha aiutato il Guangdong a superare le difficoltà dell’ultimo decennio. E sul “Quotidiano del popolo” ha scritto un lungo articolo promettendo fedeltà a Xi e attribuendo i risultati ottenuti dal Guangdong «alla forte leadership del segretario generale e alla leadership centrale del partito», nonché «alla cura e all’amore del segretario generale».

Xi ha bisogno a Pechino di “tecnici” che lo aiutino ad attuare la strategia industriale della Cina in un momento così difficile. E Li è una figura chiave, essendo responsabile dello sviluppo tecno-industriale, della politica commerciale, della riforma economica e dell’integrazione regionale dell’Area della Grande baia, che comprende nove metropoli del Guangdong, più Hong Kong e Macao.

In una riunione giorni dopo il 25° anniversario della riconsegna di Hong Kong, Li ha affermato che il Guangdong dovrebbe approfondire la cooperazione per il sostentamento delle persone, sostenere Hong Kong e Macao per risolvere meglio le preoccupazioni e le difficoltà delle persone e attuare pienamente la politica del governo centrale a beneficio delle due regioni, in particolare sostenendo i giovani a lavorare e avviare attività nel Guangdong.

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