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19/10/2022

I “mercati” comandano, Liz Truss obbedisce e tracolla

La fine del “programma Truss”, dal nome della neo e già quasi ex premier britannica, è probabilmente il più rapido e drastico fallimento politico della storia recente.

In neanche un mese di vita, la signora che voleva ripetere le gesta di Margareth Thatcher (fine anni ‘70) copiandone persino alcune delle misure di politica economica è stata costretta a licenziare il Cancelliere dello Scacchiere (il ministro delle finanze) e accettare di nominare al suo posto uno dei suoi antagonisti nel partito conservatore, Jeremy Hunt, che ha semplicemente cancellato il “mini budget” che aveva provocato il crollo della sterlina, dei titoli di stato (Gilt) e anche dei fondi pensione britannici.

La misura più appariscente era un radicale taglio delle tasse “per tutti”, ovviamente spalmato in misura assai differente tra imprese e superricchi (altissimo) e lavoratori o pensionati (un’elemosina). Appare perciò ancora più chiara l’inversione di marcia prevista dal “piano Hunt”: verranno aumentate le tasse per 32 miliardi di sterline l’anno e non sarà prorogato il tetto ai prezzi dell’energia, che scade ad aprile.

“In un momento in cui i mercati chiedono giustamente un impegno per la sostenibilità delle finanze, non è giusto contrarre prestiti per finanziare” i tagli alle tasse, ha spiegato Hunt aggiungendo che “l’obiettivo più importante per il nostro Paese in questo momento è la stabilità. I governi non possono eliminare la volatilità dei mercati, ma possono fare la loro parte e noi la faremo“.

In pratica, l’aliquota fiscale sulle imprese salirà dal 19% al 25% (un mese fa era stato previsto di lasciarla al 19%), mentre l’aliquota di base per i redditi personali resterà al 20% anziché scendere di un punto (l’elemosina per i meno ricchi, appunto).

Il ministero delle Finanze ha stimato che mantenere l’aliquota base dell’imposta sul reddito al 20% garantirà entrate per 6 miliardi di sterline all’anno mentre mantenere l’aliquota per le imprese al 25% dovrebbe costare ai contribuenti 67,5 miliardi di sterline nei prossimi cinque anni.

Il governo Truss, ha spiegato inoltre Hunt, intende revocare i piani di taglio delle imposte sui dividendi, la riforma dei salari, il congelamento delle imposte sugli alcolici e l’introduzione di un regime di acquisti esenti da IVA per i visitatori stranieri.

Del piano presentato dal suo predecessore, Kwarteng, non resta praticamente nulla. Anzi, si deve fare l’opposto o quasi.

Come si vede, le linee di politica economica e fiscale – in Gran Bretagna come altrove – non seguono una logica politica (in Italia si sente dire da anni che “la destra taglia le tasse, la sinistra vuole aumentarle”), ma quella “imposta dai mercati”, come ammesso da Hunt.

In questo caso la scelta fatta da Truss si è rivelata disastrosa non per l’opposizione (i laburisti, figuriamoci...) o per gli scioperi dei lavoratori (che ci sono, ma vengono come sempre snobbati dai Tories), ma per la tempesta che “i mercati” hanno scatenato obbedendo – come sempre – alle semplici leggi della speculazione finanziaria.

Immaginare tagli delle tasse in piena recessione (e con l’inflazione sopra il 10%) era ed è semplicemente folle (lo sta spiegando da giorni persino Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, all’intronato Salvini). Ma qualcuno ci ha certamente guadagnato. E cifre altrettanto folli.

Ne sa qualcosa la Banca d’Inghilterra che in piena notte ha dovuto rovesciare la sua politica monetaria, passando dall’aumento dei tassi di interesse (che inevitabilmente penalizzano i titoli di Stato, aumentandone i rendimenti) all’acquisto disperato di masse enormi di... titoli di stato per evitarne la caduta oltremisura del prezzo.

Anche questa non è stata una decisione “ideologica” o giustificata da una teoria fallimentare (il monetarismo della “scuola di Chicago”), ma da sommovimenti sui mercati. Cosa stava succedendo infatti?

Che tutti avevano preso a vendere titoli britannici (Gilt), svuotando così il valore patrimoniale dei fondi pensione (che normalmente, a seconda del “profilo di rischio”, si riempiono volentieri di titoli pubblici). L’eventuale tracollo dei fondi avrebbe, di lì a poche ore, provocato uno tsunami di fallimenti tale da rinverdire i giorni di Lehmann Brothers (2008).

Come ha detto poi Paul Marshall, uno dei veterani dell’industria dei fondi speculativi con il suo Marshall Wace, “le mosse della Banche centrali hanno creato un ambiente perfetto per il mal-investment”. Anche perché “i fondi pensione britannici agiscono ormai come hedge funds, quindi bisogna vedere l’accaduto dei giorni scorsi solo come un traumatico inizio del redde rationem.”

Persino una testata specializzata come Money è obbligata ad ammettere che “Liz Truss è solo l’ultima utile idiota necessaria a un sistema globalmente manipolato per auto-perpetuarsi nell’inganno, come dimostra quanto accaduto ieri a Wall Street, dove il Nasdaq con il suo +3,43% ha segnato il miglior risultato intraday dal 27 luglio scorso.”

I valori di borsa sono insomma altrettanto fantasiosi di quelli prezzati a Wall Street nel 2008, dopo che era già esplosa la bolla dei mutui subprime (mutui concessi anche a senza reddito, lavoro, patrimonio, ecc., quindi non ripagabili).

Ma per evitare il “redde rationem”, la “correzione” drammatica che lascia in mutande migliaia di broker e milioni di “risparmiatori”, si può tranquillamente bruciare una tizia arrivata a Downing Street per una fortunata serie di circostanze.

La “politica”, nell’Occidente neoliberista, è un coro di chiacchiere che copre il volto e gli interessi di chi comanda davvero (di chi controlla insomma “la sovranità”): multinazionali e finanza speculativa.

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