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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2023

Strage di Ustica. Amato ribadisce la sua tesi. Oggi manifestazioni in diverse città

“La ragione dell’intervista sulla strage di Ustica, che ci crediate o no, è che una persona di 85 anni comincia a pensare che ha davanti poco tempo e si chiede se c’è qualcosa di utile che può ancora fare, qualcosa di incompiuto che può provare a completare”.

Giuliano Amato ha spiegato così, in una conferenza nella sede della stampa estera, le motivazioni che lo hanno spinto a rilasciare una lunga intervista sulla strage di Ustica al quotidiano La Repubblica. “Sono un uomo di 85 anni. Avevo cominciato a pensare che questa ricerca, a cui queste famiglie non rinunciano, sta per arrivare a un tempo in cui diventa irrealizzabile, perché si muore. Ecco. L’ho fatto per il peso della mia età”.

Le parole di Amato sembrano così rispondere anche alla domanda sul perché “proprio ora o solo ora” un ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Corte Costituzionale abbia deciso di sollevare consapevolmente l’attenzione su una delle stragi di Stato che costellano la storia recente del nostro paese.

Quella di Amato su La Repubblica è stata una intervista “mirata” e specifica sulla vicenda, quasi liberatoria, che dopo 43 anni di insabbiamenti, depistaggi, silenzi, ha rimesso sul piatto una strage di Stato con 81 morti e che precedeva di poco più di un mese un’altra strage – quella alla stazione di Bologna – che provocò altri 85 morti.

Una intervista che ha smascherato le complicità internazionali nella strage (Francia, Nato), la “fellonia” dei generali italiani (più fedeli alla Nato che alla Costituzione), la negazione e la complicità per insabbiare un atto di guerra nei cieli italiani e contro cittadini di un paese “alleato”. Comunque nei cieli italiani “avvenne un atto di guerra in territorio italiano e cos’altro è sparare un missile contro un aereo?” ha affermato Amato.

“Dopo aver letto tutto quello che è stato scritto, non ho ritrattato niente” ha detto Giuliano Amato alla stampa estera replicando alle strumentalizzazione dei giornali della destra sulle sue dichiarazioni dei giorni scorsi sulla strage di Ustica. “Non ho mai detto che stavo dando la verità” sulla tragedia, aggiunge. “Ho detto che portavo avanti una delle ipotesi, specificando che io non avevo alcuna verità da offrire, e che il mio scopo era quello di provocare un avvicinamento alla verità”.

“Non ho detto a Macron di chiedere scusa, ma che sono scemo? Ho chiesto di occuparsi della cosa”, ha poi aggiunto. “Ho trovato singolare che in questi giorni sia stato detto che la politica con Ustica non c’entra. La politica può ancora fare molto, se vuole, perché la vicenda di Ustica sia chiarita”.

Amato ha spiegato di essere “molto amico della Francia. L’unica mia questione aperta con la Francia è la testata piantata da Zidane nel petto di Materazzi. Al giovane presidente Macron, che aveva due anni all’epoca, mi rivolgo quindi da amico invitandolo a liberarci dalla questione Solenzara”. Il riferimento di Giuliano Amato, è alla base militare francese in Corsica, da dove sarebbe decollato il caccia che lanciò il missile che colpì il DC-9 dell’Itavia sui cieli di Ustica la notte del 27 giugno 1980.

“Chi ha scritto che la mia intervista è fonte di attriti con la Francia – ha aggiunto – ha voluto creare un attrito, ha voluto dire una cosa non vera, che è una cosa che spesso in politica si fa ma non risponde alla verità”.

Ma un serio problema con la Francia (ma anche con i comandi Nato aggiungiamo noi) c’è di sicuro, anche perché tra l’Italia e la Francia è stato firmato poco più di un anno fa il Trattato del Quirinale, un impegnativo trattato bilaterale che dovrebbe rendere Roma e Parigi “alleati di ferro”.

Con lo slogan “Stato francese assassino NATO” oggi si terranno in Italia manifestazioni sotto l’ambasciata e il consolato francese a Roma e Milano ma anche davanti al museo della strage di Ustica a Bologna. “Amato ammette a distanza di 40 anni una verità che in realtà è ben presente nel corpo della storia negata del nostro Paese, quella che passa dallo stragismo, dalla repressione delle opposizioni e dall’asservimento della politica all’imperialismo euroatlantico” scrive in un comunicato la coalizione di organizzazioni e associazioni che ha convocato le manifestazioni di oggi. “Contro i crimini dello Stato francese, le guerre della Nato e il silenzio complice dello Stato italiano, chiamiamo alla mobilitazione”.

Fonte

04/09/2023

Ustica, le memorie di Amato

Le dichiarazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica appaiono, per quanto tardive, utili a rinfrescare la memoria di un Paese che di assenza di memoria patisce endemicamente. Ci si può interrogare - è sempre bene farlo - sul perché oggi Amato decida di dire cose di una gravità estrema. Cose fino ad oggi sostenute solo da Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica, ex ministro dell’Interno e, fuori curriculum, riferimento politico di Gladio, la rete Stay-Behind anticomunista, operativa in Italia dal dopoguerra in funzione sovversiva. Una sorta di legione irregolare della NATO, destinata a sostenere militarmente il famoso “Fattore K”, cioè il divieto di accesso al PCI al governo del Paese. E, sempre a proposito di memoria, Amato ricorderà di essere stato il Presidente del Consiglio nel 1992 e per 305 giorni. Sarà che non trovò il tempo per chiedere la verità al suo omologo francese?

Quanto avvenne a Ustica è ormai noto. La sera del 27 Giugno 1980, l’aereo Itavia copriva la rotta Bologna-Palermo e partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Scomparve dai radar di Ciampino e Licola intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi, dove non arrivò mai. Ci sono state diverse versioni sull’accaduto, ma quelle fornita dal presidente Cossiga, che parla di un missile francese, è certamente la più veritiera, peraltro corrispondente a quella fornita dagli stessi libici pur se mai in forma aperta.

Il DC-9 dell’Itavia non era, ovviamente, un obiettivo per nessuno. Il volo Itavia fu vittima di un’azione di guerra destinata all’eliminazione fisica di un Capo di Stato straniero. L’obiettivo, appunto, era Gheddafi, che quella notte sorvolava in direzione opposta la stessa tratta dell’aereo Itavia, per recarsi a Belgrado in occasione di un vertice dei Paesi Non Allineati. L’aereo dell’Itavia si trovò sulla linea di fuoco del combattimento aereo. Tra chi? Tra due velivoli francesi, decollati dalla portaerei Clemenceau, di stanza nel Mediterraneo e i due Mig libici di scorta all’aereo presidenziale di Muammar Gheddafi. I servizi di sicurezza libici erano stati avvertiti all’ultimo momento, presumibilmente dai sovietici, dell’agguato. Avevano invertito immediatamente verso Malta la rotta dell’aereo presidenziale con Gheddafi a bordo e mandarono due dei quattro Mig di scorta ad impegnare i Mirage per evitare che inseguissero l’aereo con il leader libico. Uno dei due Mig libici venne ritrovato sulla Sila, abbattuto nello scontro con i francesi, l’altro, presumibilmente, si trova nei fondali dello Jonio.

I killer designati dalla Nato erano i velivoli francesi con l’appoggio degli americani. L’operazione era un obiettivo primario degli Usa (ci riprovarono bombardando Tripoli e la casa di Gheddafi nel 1986) e venne condivisa con la Francia. La Libia era il suo maggior nemico in Africa, dove Gheddafi spingeva per l’emancipazione dalla protezione francese i paesi della Franceafrique. La Francia voleva eliminare Gheddafi e rafforzare il suo ruolo nel Nord Africa, voleva prendersi la Libia, cacciare l’ENI e dare alla Total il petrolio libico, il migliore del mondo per componenti minerali. Gli riuscirà diversi anni dopo, quando Sarkozy ordinò di uccidere il leader libico nell’insurrezione guidata dalle tribù libiche agli ordini di Parigi e Washington.

La domanda di fondo è sostanzialmente una: l’Italia, intesa come intelligence e vertice politico-militare, era al corrente di quanto in programma? O venne tenuta all’oscuro per evitare che i buoni rapporti di Roma con Tripoli potessero determinare un sabotaggio del piano criminale? Certo, il modello operativo consueto della Nato prevede sempre il coinvolgimento attivo del paese-membro di maggiore prossimità territoriale nelle operazioni. Difficile dunque che la Nato potesse pensare ad un’azione di guerra nelle nostre acque territoriali senza consultarci. Difficile, ma non impossibile.

I vertici politici del governo italiano furono probabilmente ignorati nella costruzione dell’attentato. Probabilmente si ritenne che informare gli italiani avrebbe potuto mettere a rischio la riuscita dell’operazione, dal momento che Roma non aveva nessun interesse nella fine di Gheddafi. Non solo i rapporti erano improntati alla reciproca convenienza, ma l’incertezza che sarebbe seguita alla sua uccisione avrebbe messo fortemente a rischio il rapporto privilegiato tra Eni e Libia e, più in generale, avrebbe prodotto un disordine infinito in tutto il Maghreb ed avrebbe consegnato parte del Nord Africa al fondamentalismo islamico, contro il quale Gheddafi si scontrò violentemente.

Peraltro incideva la storia di relazioni positive tra l’Italia e buona parte del Medio Oriente (libici, palestinesi e libanesi in particolare) che hanno sempre garantito gli interessi italiani, non senza irritare profondamente l’asse Washington-Tel Aviv. Dal caso Mattei alla vicenda di Argo 16, l’aereo dei servizi segreti italiani esploso sul cielo di Marghera nel 1973 (vendetta degli israeliani in risposta alla liberazione dei palestinesi accusati di voler programmare un attentato a Roma contro la compagnia israeliana EL AL) sono numerosi gli avvenimenti che hanno caratterizzato la differenza tra Italia e USA nella politica verso il Medio Oriente.

Nell'ambito di questo scontro ci furono i reciproci atti di sfida sulla gestione dei detenuti palestinesi con Stati Uniti e Israele. Il più eclatante si registrò a Sigonella, dove il governo Craxi-Andreotti schierò i VAM dell’aereonautica militare contro la Delta Force statunitense che pensava di togliere con la forza dalle mani del governo italiano Abu Abbas, capo del commando che sequestrò l’Achille Lauro dove venne ucciso il cittadino americano Leo Klingoffer. Lo scontro tra Roma e Washington divenne una dimostrazione eclatante di come le strategie occidentali raramente coincidevano con quelle italiane nell'area, quando l'Italia era un Paese che rispettava gli accordi che prendeva con i partner mediorientali.

Ma questo non esclude affatto la responsabilità dei vertici militari italiani nella gestione delle indagini successive a quanto accaduto nel cielo di Ustica. Ci si riferisce allo sbarramento offerto ad ogni ricerca della verità. La clausola della “doppia obbedienza” (al governo italiano e alla Nato), ha determinato un ruolo attivo della nostra aeronautica militare nell’insabbiamento delle responsabilità nell’operazione, attraverso il “muro di gomma” alzato negli anni successivi. Un muro fatto di bugie, depistaggi e dimenticanze, incidenti mortali strani ad alcuni testimoni di quella notte. Il tutto destinato all’occultamento della verità ai propri vertici politici e alla nazione.

In sostanza si può dire che nell’abbattimento del volo IH870 del 27 Giugno 1980 si trovano numerosi tasselli del mosaico che ha caratterizzato in negativo la storia del nostro Paese. La servitù militare nei confronti della Nato, l’uso della forza da parte dei nostri alleati contro il ruolo dell’Italia in Medio Oriente, la doppia obbedienza dei nostri vertici militari e l’opera di depistaggio e disinformazione operata dai nostri servizi segreti civili e militari, sono stati elementi decisivi. La rinuncia ad ogni elemento di sovranità nazionale e la gelosa custodia del segreto che si vorrebbe di Stato ma che in realtà riguarda spesso le attività dei settori deviati della nostra sicurezza nazionale e la copertura delle azioni d’intelligence occidentale con le connivenze italiane, sono alcuni dei tasselli del puzzle italiano, che da Mattei fino a Calipari raccontano la verità nascosta di un'alleanza a senso unico.

Che la Francia sia colpevole dell’abbattimento dell’aereo Itavia sui cieli di Ustica non vi sono dubbi e francamente che il governo italiano, che con Parigi ha un contenzioso aperto su diversi temi, tragga beneficio da queste dichiarazioni importa poco. L’Italia è schierata contro la Francia proprio perché agli ordini degli USA, che hanno deciso di ridurre al minimo il ruolo della Francia dopo aver ridotto al lumicino quello della Germania. La fine dell’Unione Europea, che poggiava sull’asse Berlino-Parigi e che in qualche modo interferiva con le pretese di egemonia solitaria ed assoluta degli USA, è linea politica che Roma segue senza discutere, per obbedienza a Washington e per convenienza diretta.

È quindi ridicolo chiedere informazioni a NATO e Francia che tanto conosciamo perfettamente. Non bisogna invece dimenticare altri “dettagli” di non poco conto: che il segreto NATO apposto all’operazione, resta per volontà degli Stati Uniti e che i depistaggi, la disinformazione e le menzogne offerte dai vertici militari italiani sono ben più gravi. Rappresentano un tradimento alla patria, una violazione del dettato costituzionale, una manifestazione di un vertice che, con la scusa della doppia obbedienza, risulta eterodiretto dall’estero, cioè dagli USA.

Non c’è nessuna norma o regolamento che impedisca allo Stato maggiore della Difesa di dire la verità alla propria nazione, al proprio governo e ad i suoi cittadini, in primo luogo alle vittime. Il governo italiano ponga pure con fermezza sul tavolo della Nato e su quello del Quay D’Orsay la questione Ustica: dispone dei mezzi per ottenere la verità, conosce le leve da azionare per sollecitarla ed è in grado di determinare con esattezza la differenza che separa l’alleanza dal fuoco amico. Se vuole farlo. Se non ha paura di sentir smascherare le coperture utilizzate negli anni a venire per nascondere la verità.

Sarebbe bene quindi che, oltre che una richiesta di delucidazioni a Parigi, si dia anche un ultimatum all’intero vertice militare italiano affinché dica la verità e che questa sia messa come condizione necessaria per il mantenimento del ruolo. In difetto, non solo dovrebbero essere cacciati dai ranghi delle forze armate senza nemmeno il diritto alla pensione, ma dovrebbero aprirsi procedimenti giudiziari per intralcio alla giustizia e complicità in strage. Il resto è fuffa di fine estate.

Fonte

03/09/2023

Il paese che ha tollerato Ustica

La strage di Ustica fu causata da un missile francese sparato contro un Mig libico nella convinzione che a bordo ci fosse Gheddafi. Il tutto nel corso di una “esercitazione Nato” organizzata apposta per far sembrare, successivamente, che quell’omicidio di un capo di stato, organizzato “scientificamente” ai piani alti del Pentagono e dell’Eliseo, fosse soltanto un “fortunato incidente”.

Di questa rivelazione dovremmo ringraziare Giuliano Amato, il “dottor sottile” che faceva parte del gotha del Partito Socialista Italiano ai tempi di Craxi, Martelli, Signorile, De Michelis, Cicchitto, & co., poi diventato a sua volta presidente del consiglio, (tutti ricordano soprattutto il suo “prelievo forzoso” dai conti correnti per “entrare in Europa”), presidente di varie authority “indipendenti” (!) e infine membro e presidente della Corte Costituzionale.

Dovremmo ringraziarlo, insomma, se non fosse proprio quel Giuliano Amato lì, l’uomo di cui ogni azione risponde a interessi precisi e quasi sempre più d’uno.

Inutile, secondo noi, provare a rispondere alla domanda che tutti si fanno: “perché parlare proprio o soltanto ora di Ustica, visto che sapeva molto già all’epoca dei fatti o poco dopo?”

L’intervista a Repubblica è monotematica, quindi l’intenzione di sollevare questo macigno ora è esplicita. Oltretutto quel giornale, insieme al Corriere, è il campione della fedeltà atlantica senza se e senza ma, fino a coprirsi di ridicolo con i suoi servizi sulla guerra in Ucraina o qualsiasi altro evento che coinvolga la Nato.

Quel giornale, per di più, è anche tra i fautori sfegatati di un rapporto privilegiato – in Europa – con la Francia di Macron, in nome di un “centrismo” neoliberista che faccia da argine moderato soprattutto alla sinistra di Mélénchon.

Le ipotesi di risposta sarebbero insomma molte e fra loro in esplicita contraddizione. Anzi, autocontraddittorie ognuna da sola.

L’unica risposta che possiamo escludere è quella di una “crisi di coscienza”. Curriculum personale e storia d’Italia ci hanno insegnato ad abundantiam che gli uomini di potere, in questo paese, in genere non ne hanno.

Andiamo perciò a vedere cosa ci ha detto, Amato, con quell’intervista.

L’areo dell’Itavia è stato abbattuto da un missile francese. Grazie, ma lo sapevamo già. Lo aveva sommessamente detto Francesco Cossiga – presidente del Consiglio nei giorni di Ustica – ci era arrivata l’inchiesta della magistratura (fermandosi solo sulla soglia della “proprietà” del missile: francese o statunitense?).

L’esercitazione Nato di quei giorni era solo un “contorno” messo in piedi apposta soltanto per uccidere Gheddafi. Anche questo, diciamocelo, lo sospettavamo con grossi margini di sicurezza. Ma va bene saperlo per certo...

I generali dell’aeronautica sentiti anche da lui, negli anni successivi – quando l’inchiesta sulla strage ciclicamente tornava ad occupare il centro della scena per qualche giorno – hanno sempre mentito e depistato, suggerendo di volta in volta la tesi del “cedimento strutturale” o della “bomba a bordo”, piazzata ovviamente da anonimi “terroristi”.

Grazie, ma anche questo lo sapevamo da qualche decina di anni. La struttura militare italiana – è bene ricordarlo ai tanti che in questi giorni si esaltano per il film “Il comandante” – rispetta una catena di comando che porta al Pentagono, non a Palazzo Chigi.

È così dal 1945, vale anche per “i servizi”. Tant’è vero che le indagini della migliore magistratura – pochi davvero, bisogna dire – per le stragi di Brescia e Piazza Fontana si sono dovute fermare davanti ai cancelli piombati del comando Nato di Verona, da cui dipendeva Carlo Digilio, “l’artificiere” che fabbricava gli ordigni “adatti”.

Vero può essere – come aggiunge stamattina Luigi Zanda, all’epoca portavoce di Cossiga – che furono “i servizi” e non Craxi ad avvertire Gheddafi dell’attacco sui cieli di Ustica. Craxi lo fece sei anni dopo quando gli Usa bombardarono la sua casa a Bengasi uccidendone una figlioletta adottiva.

A quel tempo, bisogna ricordare, nonostante la sudditanza agli Usa, i governi democristiani conservavano un margine di autonomia, usato soprattutto per i rapporti con il Medio Oriente e il Nordafrica. Magari solo per i notevoli interessi petroliferi, o per evitare che si scaricassero anche qui molte delle tensioni militari della lunga guerra “arabo/israeliana”.

Ma, appunto, esisteva il margine per qualche “doppio gioco”, non certo per una autonomia strategica. E ogni errore si pagava caro, come aveva sperimentato proprio Craxi dopo l’episodio di Sigonella. E Amato lo sa bene…

In conclusione, insomma, Amato ci ha detto quel che sapevamo già. Dov’è lo scandalo?

Dalle reazioni di classe politica e media di regime, infatti, sembra che chissà quali “rivelazioni” ci siano state consegnate.

Gioca in effetti negativamente “il contesto” in cui ci viene ricordato che l’Italia – insieme a tutta l’Europa inserita nella Nato – è un paese a sovranità limitata.

Siamo nel pieno, o all’inizio, di una guerra guerreggiata (“non fredda”, insomma) in cui si sprecano le giustificazioni/argomentazioni propagandistiche tipo “democrazie contro autocrazie”, “libertà contro dittature”, “diritti umani contro repressione”.

Una propaganda in cui le formazioni neonaziste vengono angelicate se “sono dalla nostra parte” (il battaglione ucraino Azov è solo l’esempio più noto), e quelle antifasciste maledette con “delibere ufficiali” di quell’ente inutile che è il Parlamento Europeo (l’unico al mondo privo di potere legislativo).

Sapere – per bocca di un habituè delle cariche più importanti – che siamo una formazione senza autonomia, senza sovranità, senza potere di scelta, in cui “il voto popolare” non sposta (e non deve farlo mai) assolutamente nulla, potrebbe aprire crisi di consenso più vaste di quelle già in atto (quasi due terzi della popolazione è contraria alla guerra).

Sapere che “i nostri” – la Nato – sono un’organizzazione di assassini pronti a tutto pur di eliminare chi intralcia i loro “interessi strategici” in qualsiasi parte del mondo, può minare la fiducia beota verso i “campioni della democrazia liberale”.

Sapere che i nostri comandi militari obbediscono a questi assassini più che alla Costituzione, può minare la “percezione di sicurezza” e il rispetto che dovrebbero invece emanare.

Sapere che la nostra sovranità popolare è stata espropriata da decenni a favore di altre potenze e/o “dei mercati” toglie buona parte delle argomentazioni contro “il sovranismo”, rivelandole per quel che sono: un’apologia del servilismo neocoloniale. In cui la colonia siamo noi, sia chiaro...

Si comprende bene, quindi, come e perché persino la campionessa del presunto “sovranismo nazionalista” – l’attuale presidente del consiglio – si mostri estremamente prudente e “rispettosa” delle prerogative dei “nostri alleati”.

Con gli Usa si abbassa sempre la testa. Con la Francia si può (fingere di) litigare se non estrada una decina di esuli ultra-settantenni, ma certo non si chiede conto di 81 vittime innocenti.

Uscire dalla Nato, rompere l’Unione Europea. Per sopravvivere, quanto meno.

Fonte