Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/07/2016
Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, la bomba con cui la destra vorrebbe rovesciare la storia dello stragismo
A pochi giorni dal trentaseiesimo anniversario della strage si torna a parlare della bomba, oltre venti chili di gelatinato e compound B, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, che esplose alle 10.25 del 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Saltarono in aria circa 300 persone, 85 di queste morirono. Dopo una inchiesta molto discussa e un tormentato percorso processuale furono condannati come realizzatori materiali dell’orrenda carneficina, tre neofascisti appartenenti ai Nar: Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, minorenne al momento dei fatti (tutti già condannati per altre uccisioni). L’operato della procura bolognese fu caratterizzato da errori, l’uso di teoremi, il ricorso indiscriminato a ricostruzioni e piste aperte da pentiti, dovette anche confrontarsi con l’azione di depistaggio dei Servizi. Per l’inquinamento delle indagini vennero sanzionati Licio Gelli, Francesco Pazienza e due dirigenti del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.
Per ammissione stessa dei magistrati che hanno redatto la sentenza finale di condanna, le conclusioni processuali non sono riuscite a definire in modo soddisfacente quello che fu il movente della strage ed individuarne i mandanti. Una indeterminatezza che ha lasciato aperte ipotesi e discussioni su piste alternative, scenari diversi che si sono sostituiti col passar dei decenni e delle maggioranze politiche. Negli anni '90 si è discussa l’ipotesi che la bomba alla stazione fosse stato un diversivo per distogliere l’attenzione dalla strage di Ustica: l’abbattimento, la sera del 27 giugno dello stesso anno, dell’aereo di linea Itavia che trasportava 81 persone sulla linea Bologna-Palermo. Disastro causato da una vera e propria azione di guerra aerea che vide jet militari Nato attaccare alcuni Mig libici che utilizzavano (autorizzati segretamente dalle autorità italiane) il “cono d’ombra” dell’aereo civile come schermo per traversare indisturbati i cieli del Tirreno di pertinenza Nato.
A partire dal 2000, su iniziativa della destra, si è imposta all’attenzione la cosiddetta “pista palestinese” che aggiornava la “pista mediorientale”, ipotizzata negli anni '80 da alcuni ambienti politici democristiani (Zamberletti), convinti della responsabilità del colonnello Gheddafi, di cui si sospettava la reazione per un accordo di protezione che l’Italia aveva concluso con Malta. La pista palestinese, a causa della sua strutturale fragilità (un movente inconsistente e indizi striminziti rispetto a quelli della pista neofascista), ha sempre avuto dei contorni incerti e varianti successive (dalla rappresaglia all’esplosione accidentale durante un trasporto di esplosivo) elaborati di volta in volta per colmare palesi incongruenze e gigantesche illogicità, per non citare l’assenza di riscontri.
A detta dei suoi sostenitori, oltre a membri della resistenza palestinese, vedeva coinvolti militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, almeno una delle vittime della strage, ed avrebbe persino lambito gli ambienti della lotta armata italiana.
Nelle intenzioni dei suoi fautori, infatti, essa costituiva un vero e proprio capovolgimento di paradigma storico, una sorta di risarcimento simbolico che in qualche modo doveva riequilibrare e riabilitare in forma vittimistica l’immagine della destra italiana macchiata dall’infamia indelebile per il ruolo avuto nella lunga stagione delle stragi, da piazza Fontana all’Italicus.
Nonostante l’importante campagna politico-mediatica dispiegata attorno a questa pista nell’ultimo decennio, il flusso incontrollato di documenti provenienti dagli ex archivi dell’Est, a volte inattendibili, in altre circostanze male utilizzati, i lavori molto discutibili della commissione Mitrokhin, l’azione di quella che può definirsi l’attività di una “agenzia di disinformazione e depistaggio” non ha prodotto risultati efficaci sul piano giudiziario: «Inserita all’interno di una cornice terroristica internazionale e suggestivamente intrecciata ad un groviglio di fatti storicamente accertati o meramente ipotizzati – concludeva il pm Ceri nella sua richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis sulla strage, accolta dal Gip Giangiacomo – la pista palestinese ha rivelato una sostanziale inidoneità a fornire una complessiva spiegazione delle vicende della strage di Bologna».
Più fruttuosi sono stati invece i risultati sul piano del senso comune, dove il battage vittimistico del neofascismo e il paradigma rovescista messo in piedi dalla destra, che attribuiva per la prima volta le responsabilità di una strage, la più grande mai vista in Italia, ai “rossi”, grazie anche alla congiuntura favorevole del ventennio berlusconiano, ha riscontrato maggiore successo facendo breccia goebelsianemente in quella che possiamo definire la “percezione storica” del Paese.
Nella prossima puntata torneremo su alcune questioni recentemente sollevate dai sostenitori della pista palestinese, soprattutto – poiché questo è il vero tema – esamineremo la tecnica distorsiva e manipolatoria da loro utilizzata per dare vita ad una narrazione vittimistica e falsificatoria sulla strage.
1/continua
Precedenti puntate sull’argomento
0. Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
1. Puntata, L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
2. Puntata, Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
3. Puntata, Strage di Bologna, Mauro Di Vittorio viveva a Londra tra ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani
4. Puntata, Cutolilli, Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza è Raisi che deve giustificare le sue accuse
5. Accuse contro Mauro Di Vittorio, Paradisi e Pellizzaro prendono le distanze da Enzo Raisi ma non convincono affatto
6. puntata, ecco i documenti di Mauro Di Vittorio di cui Raisi negava l’esistenza
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
Fonte
23/10/2013
Ustica. Fu un missile e lo Stato "depistò"
Qualche volta - sulle stragi che lo Stato italiano ha voluto coprire per i motivi più diversi - si arriva a un passo dalla verità. E' quel passo che separa la certezza politica e giudiziaria di una verità dall'individuazione altrettanto certa dei responsabili con nome e cognome.
Nel caso di Ustica, la sentenza della Cassazione è arrivata a questo punto. Ma non è difficile individuare i responsabili tra i vertici politici e militari d'allora. Tutti, nessuno escluso. Perché coloro che li sostituirono, nel corso del tempo, hanno coperto quanto fatto dai loro predecessori, depistando tutte le indagini in ogni modo possibile e immaginabile.
Il "depistaggio" delle indagini sul disastro aereo di Ustica deve considerarsi "definitivamente accertato" e per questo serve il nuovo processo civile per valutare la responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti nel fallimento della compagnia aerea Itavia. Lo ha deciso la Cassazione, ma solo per dare ragione al ricorso degli eredi della proprietà dell'Itavia, che nell'ipotesi del "collasso strutturale" dell'aeromobile sarebbero stati "colpevoli" (per via ereditaria!) della strage.
Con una nuova sentenza della Terza sezione civile depositata oggi, la Cassazione torna ad occuparsi di Ustica e lo fa accogliendo il ricorso di Luisa Davanzali, erede di Aldo, patron della compagnia aerea Itavia fallita sei mesi dopo il disastro. Ai Davanzali la Corte di appello di Roma aveva spudoratamente sbarrato la strada alla richiesta di risarcimento danni allo Stato, nonostante i depistaggi. Per la Cassazione il verdetto d'appello "erra" ad escludere "l'eventuale efficacia di quella attività di depistaggio" e l'effetto sul dissesto.
La tesi "del missile sparato da aereo ignoto", quale causa dell'abbattimento del DC9 Itavia caduto al largo di Ustica il 27 giugno 1980, risulta "oramai consacrata" anche "nella giurisprudenza" della Cassazione. Ad avviso dei supremi giudici, comunque, dal momento che è accertato il depistaggio delle indagini da parte di ufficiali dell'Aeronautica diventa anche "irrilevante ricercare la causa effettiva del disastro", e questo "nonostante la tesi del missile sparato da aereo ignoto, la cui presenza sulla rotta del velivolo Itavia non era stata impedita dai ministeri della Difesa e dei Trasporti, risulti ormai consacrata pure nella giurisprudenza di questa Corte". Ora i due Ministeri torneranno sotto processo.
Ma ai soli fini "civili"; ovvero per quantificare "il danno" subito dai parenti delle vittime. I responsabili, come l'aereo, sono stati inghiottiti dal mare.
Fonte
Nel caso di Ustica, la sentenza della Cassazione è arrivata a questo punto. Ma non è difficile individuare i responsabili tra i vertici politici e militari d'allora. Tutti, nessuno escluso. Perché coloro che li sostituirono, nel corso del tempo, hanno coperto quanto fatto dai loro predecessori, depistando tutte le indagini in ogni modo possibile e immaginabile.
Il "depistaggio" delle indagini sul disastro aereo di Ustica deve considerarsi "definitivamente accertato" e per questo serve il nuovo processo civile per valutare la responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti nel fallimento della compagnia aerea Itavia. Lo ha deciso la Cassazione, ma solo per dare ragione al ricorso degli eredi della proprietà dell'Itavia, che nell'ipotesi del "collasso strutturale" dell'aeromobile sarebbero stati "colpevoli" (per via ereditaria!) della strage.
Con una nuova sentenza della Terza sezione civile depositata oggi, la Cassazione torna ad occuparsi di Ustica e lo fa accogliendo il ricorso di Luisa Davanzali, erede di Aldo, patron della compagnia aerea Itavia fallita sei mesi dopo il disastro. Ai Davanzali la Corte di appello di Roma aveva spudoratamente sbarrato la strada alla richiesta di risarcimento danni allo Stato, nonostante i depistaggi. Per la Cassazione il verdetto d'appello "erra" ad escludere "l'eventuale efficacia di quella attività di depistaggio" e l'effetto sul dissesto.
La tesi "del missile sparato da aereo ignoto", quale causa dell'abbattimento del DC9 Itavia caduto al largo di Ustica il 27 giugno 1980, risulta "oramai consacrata" anche "nella giurisprudenza" della Cassazione. Ad avviso dei supremi giudici, comunque, dal momento che è accertato il depistaggio delle indagini da parte di ufficiali dell'Aeronautica diventa anche "irrilevante ricercare la causa effettiva del disastro", e questo "nonostante la tesi del missile sparato da aereo ignoto, la cui presenza sulla rotta del velivolo Itavia non era stata impedita dai ministeri della Difesa e dei Trasporti, risulti ormai consacrata pure nella giurisprudenza di questa Corte". Ora i due Ministeri torneranno sotto processo.
Ma ai soli fini "civili"; ovvero per quantificare "il danno" subito dai parenti delle vittime. I responsabili, come l'aereo, sono stati inghiottiti dal mare.
Fonte
29/06/2013
Strage di Ustica. Ex maresciallo dell'Aeronautica "rivela" il segreto di Pulcinella
“Quando sarà, io me ne voglio andare con la coscienza a posto. Perché se
lassù incontrerò anche uno solo di quegli ottantuno poveretti che
stavano sull'aereo, non voglio che mi sputi in faccia”, a parlare è
Giulio Linguante, maresciallo dell'Aeronautica Militare, intervistato
dall'Huffington Post.
Il maresciallo Liguanti nel 1980 era in forza al reparto del Sios Aeronautica nell'aeroporto di Bari. Dopo 33 anni di silenzio l' anziano maresciallo dell'Aeronautica ha svelato al giornalista dell’Huffington Post Andrea Purgatori quello che in molti sospettavano: il Mig libico ritrovato sulla Sila il 18 luglio era caduto molto prima, la stessa sera del DC9 dell'Itavia, il 27 giugno 1980. Purgatori ha speso almeno trenta anni della sua attività di giornalista nel tentativo di far emergere la verità sulla strage di Ustica.
Il maresciallo Liguanti racconta:
“Arrivai sulla Sila la notte del 18 luglio, insieme a un altro sottufficiale di Bari. È caduto un aereo libico e a Roma vogliono sapere, ci dissero. Era tardi, andammo a dormire in una caserma dei carabinieri. La mattina dopo, mentre preparavo la macchina per raggiungere Castelsilano, arrivò un appuntato che aveva appena partecipato alla sepoltura del pilota del Mig23. Era stravolto, ci mancava poco che vomitasse. Puzza che non ci si può stare vicino, diceva. Strano, pensai. Io ne ho visti di morti. E anche se fa caldo, dopo appena un giorno nessun cadavere è ridotto a quel modo”.
Il Mig23 si era schiantato contro un costone di roccia a strapiombo su una pietraia. Per raggiungerlo, il maresciallo camminò per chilometri in mezzo a un bosco. “Da lontano pareva un camion ribaltato, con le ruote in aria. Era grosso e praticamente intatto. Tanto che quando dopo un mese lo portarono via, dovettero spezzare le ali. Altra cosa strana, perché un caccia che va dritto contro un muro di roccia normalmente finisce in pezzi. Poi vidi dei buchi sulla coda, fori di cannoncino. Capii subito che di quella faccenda dei fori era meglio non parlare”.
Intorno alla carcassa del Mig23, ricorda ancora Linguante, “c'erano rottami sparsi ovunque. Anche se appena arrivammo la cloche era già sparita, e chissà chi e quando se l'era portata via”. Sul posto, secondo Linguante, arrivò anche Duane “Dewey” Clarridge, capo della Cia a Roma. “L'ho portato io a vedere l'aereo. È rimasto un paio d'ore. Gli avevo organizzato anche un panino e una bottiglia d'acqua. Ha solo bevuto, il panino me lo sono mangiato io alla sua salute”. “Dopo un mese passato in quel posto, mi fu chiaro che quell'aereo non era caduto il giorno in cui avevano detto di averlo ritrovato”, aggiunge il maresciallo.
Andrea Purgatori, una vita al Corriere della Sera e autore della più inquietante controinchiesta sulla strage di Ustica rammenta a tutti che “Gheddafi a quel tempo era il nemico numero uno dell’Occidente. Di americani e francesi, soprattutto. Mentre noi ci flirtavamo, un po’ per minaccia e molto per interesse. Tanto da salvargli la vita parecchie volte. Forse pure quella notte in cui avrebbe dovuto fare la fine che toccò al DC9 Itavia. La stessa notte e nello stesso cielo in cui volò quel pilota libico ai comandi del Mig23 che forse era di scorta al colonnello, che sfuggì al missile che colpì l'aereo di linea italiano ma poi venne inseguito e precipitò sulla Sila”.
Un’ipotesi, quella sul Mig23, avvalorata dal racconto dell’anziano maresciallo: “Era caduto molto prima, - racconta Linguante - la stessa sera della strage di Ustica, era stato colpito e tutto quello che vedevo davanti ai miei occhi era solo una messinscena. Io sono fiero di avere servito l'Aeronautica, ma mi vergogno delle bugie che sono state dette da alcuni miei superiori. Ho una coscienza e me la devo tenere pulita fino alla fine. Per me e per i miei figli. Costi quel che costi”.
Gheddafi è stato ucciso. Numerosissimi testimoni chiave sulla strage di Ustica sono "morti". Il maresciallo Liguanti, in vecchiaia, ha atteso molto per rivelare quello che - come direbbe Pasolini - molti sapevano ma non avevano le prove per dimostrarlo. A trentatré anni dalla strage a chi si chiederà conto per quella strage?
Fonte
A me questi fieri servitori dello stato che dopo 30 anni se ne escono rivelando il segreto di Pulcinella di turno fanno solo schifo, ma se ne andassero tutti a fanculo.
Il caro maresciallo, se ha davvero tanto a cuore la propria coscienza, non poteva dirle vent'anni fa o anche prima ste cose???
Ste dichiarazioni fanno il paio con quelle di Imposimato che in merito ai nostri anni di piombo tirava fuori la direzione del Bilderberg.
Il maresciallo Liguanti nel 1980 era in forza al reparto del Sios Aeronautica nell'aeroporto di Bari. Dopo 33 anni di silenzio l' anziano maresciallo dell'Aeronautica ha svelato al giornalista dell’Huffington Post Andrea Purgatori quello che in molti sospettavano: il Mig libico ritrovato sulla Sila il 18 luglio era caduto molto prima, la stessa sera del DC9 dell'Itavia, il 27 giugno 1980. Purgatori ha speso almeno trenta anni della sua attività di giornalista nel tentativo di far emergere la verità sulla strage di Ustica.
Il maresciallo Liguanti racconta:
“Arrivai sulla Sila la notte del 18 luglio, insieme a un altro sottufficiale di Bari. È caduto un aereo libico e a Roma vogliono sapere, ci dissero. Era tardi, andammo a dormire in una caserma dei carabinieri. La mattina dopo, mentre preparavo la macchina per raggiungere Castelsilano, arrivò un appuntato che aveva appena partecipato alla sepoltura del pilota del Mig23. Era stravolto, ci mancava poco che vomitasse. Puzza che non ci si può stare vicino, diceva. Strano, pensai. Io ne ho visti di morti. E anche se fa caldo, dopo appena un giorno nessun cadavere è ridotto a quel modo”.
Il Mig23 si era schiantato contro un costone di roccia a strapiombo su una pietraia. Per raggiungerlo, il maresciallo camminò per chilometri in mezzo a un bosco. “Da lontano pareva un camion ribaltato, con le ruote in aria. Era grosso e praticamente intatto. Tanto che quando dopo un mese lo portarono via, dovettero spezzare le ali. Altra cosa strana, perché un caccia che va dritto contro un muro di roccia normalmente finisce in pezzi. Poi vidi dei buchi sulla coda, fori di cannoncino. Capii subito che di quella faccenda dei fori era meglio non parlare”.
Intorno alla carcassa del Mig23, ricorda ancora Linguante, “c'erano rottami sparsi ovunque. Anche se appena arrivammo la cloche era già sparita, e chissà chi e quando se l'era portata via”. Sul posto, secondo Linguante, arrivò anche Duane “Dewey” Clarridge, capo della Cia a Roma. “L'ho portato io a vedere l'aereo. È rimasto un paio d'ore. Gli avevo organizzato anche un panino e una bottiglia d'acqua. Ha solo bevuto, il panino me lo sono mangiato io alla sua salute”. “Dopo un mese passato in quel posto, mi fu chiaro che quell'aereo non era caduto il giorno in cui avevano detto di averlo ritrovato”, aggiunge il maresciallo.
Andrea Purgatori, una vita al Corriere della Sera e autore della più inquietante controinchiesta sulla strage di Ustica rammenta a tutti che “Gheddafi a quel tempo era il nemico numero uno dell’Occidente. Di americani e francesi, soprattutto. Mentre noi ci flirtavamo, un po’ per minaccia e molto per interesse. Tanto da salvargli la vita parecchie volte. Forse pure quella notte in cui avrebbe dovuto fare la fine che toccò al DC9 Itavia. La stessa notte e nello stesso cielo in cui volò quel pilota libico ai comandi del Mig23 che forse era di scorta al colonnello, che sfuggì al missile che colpì l'aereo di linea italiano ma poi venne inseguito e precipitò sulla Sila”.
Un’ipotesi, quella sul Mig23, avvalorata dal racconto dell’anziano maresciallo: “Era caduto molto prima, - racconta Linguante - la stessa sera della strage di Ustica, era stato colpito e tutto quello che vedevo davanti ai miei occhi era solo una messinscena. Io sono fiero di avere servito l'Aeronautica, ma mi vergogno delle bugie che sono state dette da alcuni miei superiori. Ho una coscienza e me la devo tenere pulita fino alla fine. Per me e per i miei figli. Costi quel che costi”.
Gheddafi è stato ucciso. Numerosissimi testimoni chiave sulla strage di Ustica sono "morti". Il maresciallo Liguanti, in vecchiaia, ha atteso molto per rivelare quello che - come direbbe Pasolini - molti sapevano ma non avevano le prove per dimostrarlo. A trentatré anni dalla strage a chi si chiederà conto per quella strage?
Fonte
A me questi fieri servitori dello stato che dopo 30 anni se ne escono rivelando il segreto di Pulcinella di turno fanno solo schifo, ma se ne andassero tutti a fanculo.
Il caro maresciallo, se ha davvero tanto a cuore la propria coscienza, non poteva dirle vent'anni fa o anche prima ste cose???
Ste dichiarazioni fanno il paio con quelle di Imposimato che in merito ai nostri anni di piombo tirava fuori la direzione del Bilderberg.
03/04/2013
Strage Ustica, la Francia risponde alla rogatoria. E spunta un nuovo testimone
La Procura di Roma ha finalmente ottenuto dopo due anni risposte parziali riguardanti il traffico aereo la sera della tragedia: l’esecuzione di una esercitazione e la presenza di navi vicino alla zona in cui il velivolo precipitò. Intanto è stato ascoltato un pilota: "Vidi una flottiglia di navi"
A quasi 33 anni dalla strage di Ustica la nuova indagine sull’abbattimento/caduta del Dc9 dell’Itavia, che si portò via la vita di 81 passeggeri, tra cui 11 bambini, si sta sviluppando. C’è una nuova testimonianza e dopo due anni la Francia ha risposto ad una rogatoria fatta dalla procura di Roma per capire le “presenze” nei cieli e nel mare il 27 giugno 1980.
La rogatoria dalla Francia: traffico aereo e presenza navi. Le risposte alla richiesta di assistenza giudiziaria rivolte al governo francese ora sono al vaglio del procuratore aggiunto Maria Monteleone ed Erminio Amelio. Si tratta di una prima, voluminosa e parziale risposta alle domande degli inquirenti che attendono ora il completamento della fornitura di indicazioni. Tra i quesiti posti dai magistrati di piazzale Clodio, quelli riguardanti il traffico aereo la sera della tragedia: l’esecuzione di una esercitazione e la presenza di navi vicino alla zona in cui il velivolo precipitò. Quest’ ultima domanda assume particolare rilevanza anche alla luce della testimonianza di un pilota dell’Ati rintracciato per caso nelle ultime settimane, il quale ha riferito che la sera precedente il disastro sorvolò il largo di Ustica notando alcune navi tra cui una portaerei: circostanza, come riportato oggi da Repubblica, che potrebbe assumere un particolare rilievo.
La nuova testimonianza di un pilota: “Vidi una flottiglia di navi”. “Sorvolai i cieli di Ustica al comando di un volo di linea Alitalia, il giorno prima e, ancora, qualche minuto prima che accadesse la tragedia – avrebbe raccontato il testimone al procuratore aggiunto Monteleone e al pm Amelio che hanno secretato il verbale secondo Repubblica -. Dopo alcuni minuti dal decollo dall’aeroporto di Palermo, sotto di me notai una flottiglia di navi: una che sembrava una portaerei e almeno altre tre-quattro imbarcazioni. Ho commentato con l’altro comandante questa presenza e quando seppi della tragedia pensai subito a quell’addensamento navale”. Un racconto “attendibile e circostanziato” secondo il giudice Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione. “Si integra perfettamente con quanto è stato accertato negli ultimi tempi ovvero con l’ipotesi di un missile partito da un aereo o una portaerei – ragiona il magistrato all’Adnkronos -. Bisogna verificare la nazionalità della portaerei che si trovava nelle acque territoriali italiane. Non si può escludere che proprio dalla portarerei sia partito il Mig libico che si è poi abbattuto in Sila” sottolinea Imposimato, che della vicenda di Ustica si occupò tra il 1987 e il 1992, come membro del Copaco, il Comitato parlamentare di controllo dei Servizi segreti. “Attendiamo le indagini dei magistrati romani e le verifiche spero solo che non vengano apposti segreti di Stato. Questo bloccherebbe ancora una volta le indagini per accertare la verità. Ustica è ancora una ferita aperta”.
La tesi del missile è ormai stata certificata da una sentenza passata in giudicato; quella della Cassazione nel giudizio civile che ha visto lo Stato condannato a risarcire le famiglie delle vittime. Secondo i supremi giudici l’aereo fu abbattuto da un missile. L’inchiesta della procura di Roma è ripartita alcuni anni fa grazie alle dichiarazioni di Francesco Cossiga il quale disse di sapere che “c’era un aereo francese che si mise sotto il Dc 9 Itavia e lanciò un missile per sbaglio”.
Fonte
A parte la notizia della parziale collaborazione francese con gli inquirenti che sarà certamente frammentaria come poche, ma che razza di stronzate ha dichiarato Imposimato? Portaerei non NATO (quindi non americana, francese o inglese) in acque territoriali italiane da cui sarebbe decollato un Mig-23 libico? Cristo nemmeno nei peggio romanzi di Tom Clancy si leggerebbero tante cagate di natura militare. Con quello che lo Stato spende per questi processi non sarebbe possibile quanto meno mettere a contratto dei consulenti o periti che abbiamo dimestichezza con la materia? Lo credo che poi trascorrono 30 anni senza che nessuno capisca un cazzo degli eventi accaduti.
A quasi 33 anni dalla strage di Ustica la nuova indagine sull’abbattimento/caduta del Dc9 dell’Itavia, che si portò via la vita di 81 passeggeri, tra cui 11 bambini, si sta sviluppando. C’è una nuova testimonianza e dopo due anni la Francia ha risposto ad una rogatoria fatta dalla procura di Roma per capire le “presenze” nei cieli e nel mare il 27 giugno 1980.
La rogatoria dalla Francia: traffico aereo e presenza navi. Le risposte alla richiesta di assistenza giudiziaria rivolte al governo francese ora sono al vaglio del procuratore aggiunto Maria Monteleone ed Erminio Amelio. Si tratta di una prima, voluminosa e parziale risposta alle domande degli inquirenti che attendono ora il completamento della fornitura di indicazioni. Tra i quesiti posti dai magistrati di piazzale Clodio, quelli riguardanti il traffico aereo la sera della tragedia: l’esecuzione di una esercitazione e la presenza di navi vicino alla zona in cui il velivolo precipitò. Quest’ ultima domanda assume particolare rilevanza anche alla luce della testimonianza di un pilota dell’Ati rintracciato per caso nelle ultime settimane, il quale ha riferito che la sera precedente il disastro sorvolò il largo di Ustica notando alcune navi tra cui una portaerei: circostanza, come riportato oggi da Repubblica, che potrebbe assumere un particolare rilievo.
La nuova testimonianza di un pilota: “Vidi una flottiglia di navi”. “Sorvolai i cieli di Ustica al comando di un volo di linea Alitalia, il giorno prima e, ancora, qualche minuto prima che accadesse la tragedia – avrebbe raccontato il testimone al procuratore aggiunto Monteleone e al pm Amelio che hanno secretato il verbale secondo Repubblica -. Dopo alcuni minuti dal decollo dall’aeroporto di Palermo, sotto di me notai una flottiglia di navi: una che sembrava una portaerei e almeno altre tre-quattro imbarcazioni. Ho commentato con l’altro comandante questa presenza e quando seppi della tragedia pensai subito a quell’addensamento navale”. Un racconto “attendibile e circostanziato” secondo il giudice Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione. “Si integra perfettamente con quanto è stato accertato negli ultimi tempi ovvero con l’ipotesi di un missile partito da un aereo o una portaerei – ragiona il magistrato all’Adnkronos -. Bisogna verificare la nazionalità della portaerei che si trovava nelle acque territoriali italiane. Non si può escludere che proprio dalla portarerei sia partito il Mig libico che si è poi abbattuto in Sila” sottolinea Imposimato, che della vicenda di Ustica si occupò tra il 1987 e il 1992, come membro del Copaco, il Comitato parlamentare di controllo dei Servizi segreti. “Attendiamo le indagini dei magistrati romani e le verifiche spero solo che non vengano apposti segreti di Stato. Questo bloccherebbe ancora una volta le indagini per accertare la verità. Ustica è ancora una ferita aperta”.
La tesi del missile è ormai stata certificata da una sentenza passata in giudicato; quella della Cassazione nel giudizio civile che ha visto lo Stato condannato a risarcire le famiglie delle vittime. Secondo i supremi giudici l’aereo fu abbattuto da un missile. L’inchiesta della procura di Roma è ripartita alcuni anni fa grazie alle dichiarazioni di Francesco Cossiga il quale disse di sapere che “c’era un aereo francese che si mise sotto il Dc 9 Itavia e lanciò un missile per sbaglio”.
Fonte
A parte la notizia della parziale collaborazione francese con gli inquirenti che sarà certamente frammentaria come poche, ma che razza di stronzate ha dichiarato Imposimato? Portaerei non NATO (quindi non americana, francese o inglese) in acque territoriali italiane da cui sarebbe decollato un Mig-23 libico? Cristo nemmeno nei peggio romanzi di Tom Clancy si leggerebbero tante cagate di natura militare. Con quello che lo Stato spende per questi processi non sarebbe possibile quanto meno mettere a contratto dei consulenti o periti che abbiamo dimestichezza con la materia? Lo credo che poi trascorrono 30 anni senza che nessuno capisca un cazzo degli eventi accaduti.
01/02/2013
Ustica, la strage impunita
Ma la sentenza non si
limita solo a definire le responsabilità dei vertici militari, perché
assume in toto la tesi sostenuta a suo tempo dal giudice Priore e dai
familiari delle vittime che hanno sempre sostenuto come il DC9 fu
colpito da un missile. E riconoscere che sia stato un missile lanciato
da un aereo militare ad abbattere il DC9 e non una bomba a bordo, come
per decenni hanno tentato di spacciare per depistare e disinformare i
vertici militari e politici, significa ammettere che vi fu un atto di
guerra nei cieli italiani. Non fu infatti lanciato per errore il
missile che abbatté l’aereo uccidendo 81 persone, tra cui 11 bambini,
tra passeggeri ed equipaggio.
Quella
maledetta sera del 27 Giugno del 1980, l’aereo che copriva la rotta
Bologna-Palermo, partì con due ore di ritardo rispetto all’orario
schedulato. Venne seguito nella parte finale del suo volo dai radar di
Ciampino e Licola fino a quando scomparve, intorno alle 20,00, mentre
era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi.
Non vi arrivò mai causa coinvolgimento in un combattimento aereo. Ci
sono state diverse versioni sull’accaduto, ma quelle fornita dal
presidente Cossiga è certamente la più veritiera, peraltro
corrispondente a quella fornita dagli stessi libici pur se mai in forma
aperta.
Il DC9 dell’Itavia non era,
ovviamente, un obiettivo per nessuno, solo si trovò sulla linea di
fuoco del combattimento aereo. Tra chi? Tra due Mirage francesi, (la
portaerei Clemenceau era di stanza nel Mediterraneo) e due dei Mig
libici di scorta all’aereo presidenziale di Muammar Gheddafi, che
sorvolava in direzione opposta la stessa tratta per recarsi a Belgrado
in occasione di un vertice dei Paesi Non Allineati (NOAL). L’obiettivo,
appunto, era Gheddafi.
I killer
designati dalla Nato, per l’occasione, erano i Mirage francesi con
l’appoggio degli americani. L’operazione, che era un obiettivo primario
degli Usa (ci riprovarono bombardando Tripoli e la casa di Gheddafi nel
1986) venne condivisa con la Francia. Parigi d’altra parte non era
certo ritrosa ad occuparsi del problema, visto lo scontro con la Libia
in Africa, dove era ormai palese l'incremento del ruolo di Tripoli,
particolarmente in Ciad.
I servizi di
sicurezza libici vennero avvertiti all’ultimo momento (presumibilmente
dai russi, gli stessi che li avvisarono dell’attacco su Tripoli nel
1986 e diedero di nuovo il tempo di mettere in salvo Gheddafi) di ciò
che attendeva il loro leader sull’Adriatico. I libici invertirono così
immediatamente verso Malta la rotta dell’aereo presidenziale con
Gheddafi a bordo e mandarono due dei quattro Mig di scorta ad impegnare
i Mirage per evitare che inseguissero l’aereo con il leader libico.
Uno dei due Mig libici venne ritrovato sulla Sila, abbattuto nello
scontro con i francesi, l’altro, presumibilmente, si trova nei fondali
dello Jonio.
A
sostegno della prima ipotesi c’è il modello operativo consueto della
Nato, che prevede sempre il coinvolgimento attivo del suo paese-membro
di maggiore prossimità territoriale nelle operazioni. Difficile dunque
che la Nato potesse pensare ad un’azione di guerra nelle nostre acque
territoriali senza consultarci. Difficile, ma non impossibile.
A
sostegno della seconda ipotesi c’è invece la storia di relazioni
positive tra l’Italia e buona parte del Medio Oriente (libici e
palestinesi in particolare) che in diverse occasioni ha garantito gli
interessi italiani, non senza irritare profondamente l’asse
Washington-Tel Aviv. Dal caso Mattei alla vicenda di Argo 16, l’aereo
dei servizi segreti italiani esploso sul cielo di Marghera nel 1973
(vendetta degli israeliani in risposta alla liberazione dei palestinesi
accusati di voler programmare un attentato a Roma contro la compagnia
israeliana El Al) sono numerosi gli avvenimenti che hanno
caratterizzato la differenza tra Italia e USA nella politica
verso il Medio Oriente.
Nell'ambito
di questo scontro ci furono i reciproci atti di sfida sulla gestione
dei detenuti palestinesi tra Stati Uniti, Israele. Il più eclatante si
registrò a Sigonella, dove il governo Craxi-Andreotti schierò i VAM
dell’aereonautica militare contro la Delta Force statunitense che
pensava di togliere con la forza dalle mani del governo italiano Abu
Abbas, capo del commando che sequestrò l’Achille Lauro dove venne
ucciso il cittadino americano Leo Klingoffer. Lo scontro tra Roma e
Washington divenne una dimostrazione eclatante di come le strategie
occidentali raramente coincidevano con quelle italiane nell'area,
quando l'Italia era un paese.
Non
solo con Gheddafi i rapporti erano improntati alla reciproca
convenienza, ma l’incertezza che sarebbe seguita alla sua uccisione
avrebbe messo fortemente a rischio il rapporto privilegiato tra Eni e
aziende italiane con la Libia.
Dunque
Parigi e Washington decisero con tutta probabilità di non ingaggiare
il governo italiano nell’operazione. A conforto ulteriore di un’ipotesi
di estraneità delle autorità politiche italiane nella specifica
vicenda del DC9 Itavia, c’è poi da dire che difficilmente le autorità
italiane avrebbero scelto le rotte civili dello spazio aereo nazionale
per un’operazione che poteva essere realizzata in qualunque altro
luogo e momento.
Ma questo non
esclude affatto la responsabilità dei vertici militari italiani nella
gestione delle indagini successive a quanto accaduto nel cielo di
Ustica. Responsabilità attiva al momento non provata ma certamente non
esclusa. Ci si riferisce, ovviamente, allo sbarramento offerto ad ogni
tentativo di ricerca della verità.
La
clausola della “doppia obbedienza” (al governo e alla Nato), infatti,
può benissimo aver determinato un ruolo attivo della nostra
aereonautica militare nell’insabbiamento delle responsabilità
nell’operazione, attraverso il “muro di gomma” alzato negli anni
successivi. Un muro fatto di bugie, depistaggi e dimenticanze strane che
ha visto alcuni generali impegnati a fondo nell’ignominia
dell’occultamento della verità ai propri vertici politici e alla
nazione.
Nell’abbattimento dell’aereo
dell’Itavia sono numerosi i tasselli del mosaico che ha caratterizzato
in negativo la storia del nostro paese.
La
servitù militare nei confronti della Nato, l’uso della forza da parte
dei nostri alleati contro il ruolo dell’Italia in Medio Oriente, la
doppia obbedienza dei nostri vertici militari e l’opera di depistaggio e
disinformazione operata dai nostri servizi segreti civili e militari
sono stati elementi decisivi. La rinuncia ad ogni elemento di sovranità
nazionale e la gelosa custodia del segreto che si vorrebbe di Stato ma
che in realtà riguarda spesso le attività dei settori deviati della
nostra sicurezza nazionale e la copertura delle azioni d’intelligence
occidentale con le connivenze italiane, sono alcuni dei tasselli del
puzzle italiano, che da Mattei fino a Calipari raccontano la verità
nascosta di un'alleanza a senso unico.
La
sentenza arriva 33 anni dopo i fatti e spazza via d’un colpo
trent'anni di menzogne raccontate da militari felloni e traditori.
Spazza via anche le vergognose scelte dello Stato che schierò la sua
avocatura per difenderli, salvo poi scoprire trattarsi di funzionari
infedeli.
Per Daria Bonfietti,
instancabile presidente dell’associazione dei familiari delle vittime
di Ustica, il governo italiano deve agire coerentemente: qualcuno
sapeva e ha taciuto, qualcuno ha negato, qualcuno ha intralciato. Ha
pienamente ragione: ora bisogna arrivare alla verità. Perché serve la
verità storica, e non solo politica, sull’accaduto.
Ma
perché questo sia possibile, è necessario che il prossimo governo
italiano ponga con fermezza inderogabile sul tavolo della Nato e su
quello del Quay D’Orsay la questione Ustica. L’Italia dispone dei mezzi
necessari per ottenere la verità; conosce le leve da azionare per
sollecitarla ed è in grado di determinare con esattezza la differenza
che separa l’alleanza dal fuoco amico. Se solo vuole farlo. Se non ha
paura di sentir dire quello che è successo la notte del 27 Giugno del
1980 e di voler smascherare le coperture utilizzate negli anni a venire
per nascondere la verità.
Fabrizio Casari tratto da http://www.altrenotizie.org 30 gennaio 2013
vedi anche
Ustica: Usa, Francia o Israele?
I costi di un'alleanza
Fonte
28/01/2013
Ustica, la Cassazione: “Aereo abbattuto da un missile, lo Stato risarcisca i familiari”
Chi sostiene ancora oggi, nonostante l’implausibilità giudiziaria di questa tesi, la teoria della bomba a bordo si rassegni. La Corte di Cassazione, dando ragione al tribunale civile di Palermo, stabilisce che l’aereo abbattuto il 27 giugno 1980 sui cieli sopra Ustica
venne distrutto da un missile. E per questo lo Stato italiano deve
risarcire i familiari delle vittime. La ragione? Non seppe garantire la
sicurezza del volo partito da Bologna e diretto a Palermo. E non lo fece
né con i radar civili né con quelli militari.
La sentenza per la quale si è pronunciata la Cassazione si riferisce a un pronunciamento civile della Corte d’Appello di Palermo del 2010 seguito dagli avvocati Vanessa e Fabrizio Fallica, poi confluiti nel pool legale che ha seguito il processo di primo grado giunto a conclusione nel settembre 2012. In quel caso si trattava di 6 risarcimenti per i quali i magistrati siciliani erano giunti alla stessa conclusione dei colleghi che hanno sentenziato l’anno successivo: fu un missile a uccidere le 81 persone imbarcate sul Dc9 dell’Itavia.
A questo punto si riaprono anche i discorsi sul fronte europeo. dove la vicenda Ustica sarebbe potuto approdare se ci fosse stata la sicurezza che ad abbattere l’aereo fosse stato un missile. “Ora questa sicurezza c’è”, dice Daniele Osnato, uno degli avvocati che ha seguito il procedimento civile successivo a quello giunto un Cassazione. “Dunque il parlamento europeo adesso può avviare le procedure per una petizione o per una commissione d’inchiesta. Sta di fatto che la sentenza di oggi chiude finalmente ogni chiacchiera in fatto di bomba“. Per quanto invece il processo civile d’appello che deve discutere del maxi risarcimento alle vittime (100 milioni di euro più interessi e oneri accessori), occorre attendere l’avvio delle udienze, fissato per l’aprile 2014.
Venendo alla sentenza del 2010, era stata pronunciata il 15 giugno di quell’anno (la vicenda era partita nel 1990 e nel 2007 si era arrivati alla fine del primo grado) e aveva condannato tre ministeri – Interno, Trasporto e Difesa – al pagamento di un milione e 240 mila euro a 6 familiari di 3 vittime della strage di Ustica (erano le famiglie Volanti, Parrinello e Diodato). Con gli avvocati Fallica c’era anche un legale di Varese, Alessandro Zanzi e già in primo grado sempre il tribunale di Palermo aveva riconosciuto la responsabilità istituzionale della sciagura proprio per la mancanza di sicurezza del volo partito il 27 giugno 1980.
“Siamo in attesa di conoscere i contenuti dalla Cassazione”, dice l’avvocato Vanessa Fallica, che rappresenta la famiglia Volanti. “Ma già la notizia ci riempie di gioca e lo stesso accade ai familiari che rappresentiamo. Le prime informazioni che arrivano da Roma ci dicono infatti che si conferma quanto abbiamo sempre sostenuto e che il missile è il responsabile della strage, come era stato ricostruito. Adesso vedremo esattamente i dettagli e cercheremo di capire il quantum, accertandoci dell’esatto ammontare dei risarcimenti”.
Fonte
La sentenza per la quale si è pronunciata la Cassazione si riferisce a un pronunciamento civile della Corte d’Appello di Palermo del 2010 seguito dagli avvocati Vanessa e Fabrizio Fallica, poi confluiti nel pool legale che ha seguito il processo di primo grado giunto a conclusione nel settembre 2012. In quel caso si trattava di 6 risarcimenti per i quali i magistrati siciliani erano giunti alla stessa conclusione dei colleghi che hanno sentenziato l’anno successivo: fu un missile a uccidere le 81 persone imbarcate sul Dc9 dell’Itavia.
A questo punto si riaprono anche i discorsi sul fronte europeo. dove la vicenda Ustica sarebbe potuto approdare se ci fosse stata la sicurezza che ad abbattere l’aereo fosse stato un missile. “Ora questa sicurezza c’è”, dice Daniele Osnato, uno degli avvocati che ha seguito il procedimento civile successivo a quello giunto un Cassazione. “Dunque il parlamento europeo adesso può avviare le procedure per una petizione o per una commissione d’inchiesta. Sta di fatto che la sentenza di oggi chiude finalmente ogni chiacchiera in fatto di bomba“. Per quanto invece il processo civile d’appello che deve discutere del maxi risarcimento alle vittime (100 milioni di euro più interessi e oneri accessori), occorre attendere l’avvio delle udienze, fissato per l’aprile 2014.
Venendo alla sentenza del 2010, era stata pronunciata il 15 giugno di quell’anno (la vicenda era partita nel 1990 e nel 2007 si era arrivati alla fine del primo grado) e aveva condannato tre ministeri – Interno, Trasporto e Difesa – al pagamento di un milione e 240 mila euro a 6 familiari di 3 vittime della strage di Ustica (erano le famiglie Volanti, Parrinello e Diodato). Con gli avvocati Fallica c’era anche un legale di Varese, Alessandro Zanzi e già in primo grado sempre il tribunale di Palermo aveva riconosciuto la responsabilità istituzionale della sciagura proprio per la mancanza di sicurezza del volo partito il 27 giugno 1980.
“Siamo in attesa di conoscere i contenuti dalla Cassazione”, dice l’avvocato Vanessa Fallica, che rappresenta la famiglia Volanti. “Ma già la notizia ci riempie di gioca e lo stesso accade ai familiari che rappresentiamo. Le prime informazioni che arrivano da Roma ci dicono infatti che si conferma quanto abbiamo sempre sostenuto e che il missile è il responsabile della strage, come era stato ricostruito. Adesso vedremo esattamente i dettagli e cercheremo di capire il quantum, accertandoci dell’esatto ammontare dei risarcimenti”.
Fonte
Ci sono voluti 33 anni per avere almeno una verità, per il resto attendiamo con scarsa fiducia buone nuove nei prossimi 30 anni...
18/03/2012
Ustica, non è ancora il tempo
I familiari delle vittime della strage di Ustica, per il momento,
non saranno risarciti. Nel settembre scorso, il Tribunale civile di
Palermo aveva condannato i Ministeri dei Trasporti e della Difesa a
riconoscere di non essere stati in grado di garantire la sicurezza sui
nostri cieli, risarcendo i parenti delle vittime della strage con oltre
cento milioni di euro. In febbraio, l’avvocatura dello Stato aveva
chiesto la sospensione del provvedimento, e la notizia di oggi è che la
Corte di Appello di Palermo ha accolto quella richiesta. Sospensione,
dunque. Fino a quando? Fino ad aprile 2015, data cui è stato rinviato il
processo.
Come interpretare la decisione della Corte di Appello di Palermo? Facciamo un passo indietro. Anzi, trentadue passi indietro.
Ustica,
27 giugno 1980. Un aereo di linea in volo da Bologna a Palermo esplode
in aria. Ottantuno morti, nessun sopravvissuto. Per anni non se ne
parla. Incidente? Attentato? Sono tante le ipotesi che vengono fatte.
Missile? Sembra incredibile. Chi dovrebbe sparare un missile contro un
aereo civile in tempo di pace? Eppure dalle registrazioni radar sembra
sia andata proprio così. Si vede un caccia, in manovra di attacco. E poi
c’è quel Mig 23 dell’aviazione libica precipitato misteriosamente sui
monti della Sila, con fori di proiettile sulla carcassa. Di cui anni
dopo Giovanni Spadolini dirà: «Scoprite la verità sul Mig libico e
avrete trovato la chiave per la strage di Ustica». Poi ci furono gli
insabbiamenti, i depistaggi, decine di morti sospette. Qualcuno non
voleva che la verità venisse svelata. Ma è difficile tenere nascosta una
battaglia aerea. E nel 1997 la magistratura riuscirà a ottenere dalla
Nato un documento (http://www.stragi80.it/documenti/ricostruzioni/nato_97.pdf)
che conferma: in volo, quella sera, intorno al DC-9 dell’Itavia c’erano
diversi aerei militari. Ma come? La Difesa l’aveva sempre negato.
Eppure.
Eppure. Un avverbio esemplificativo della storia di Ustica. C’erano aerei militari in volo quella sera, eppure la nostra Aeronautica ci aveva rassicurato sulla totale assenza di “attività volativa”, come dicono loro. C’era la guerra, quella sera, sui nostri cieli. Eppure, eravamo in tempo di pace. C’era qualcuno che avrebbe dovuto garantire la sicurezza di un volo civile, con undici bambini a bordo. Eppure quel qualcuno, lo Stato, non vuole assumersi questa responsabilità. Ci sono paesi stranieri che dovrebbero rispondere alle rogatorie della nostra magistratura, che chiede di conoscere le nazionalità degli aerei militari in volo quella sera. Eppure non lo fanno. Né il nostro governo, tanto solerte nel chiedere di sospendere il risarcimento per le famiglie private di giustizia, si premura di sollecitare i governi dei paesi amici. Potrebbe farlo, anche se è un governo tecnico. Eppure, non lo fa.
Ustica è una verità ancora troppo scomoda. La decisione della Corte di Appello di Palermo lo conferma. Come ha commentato Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, questa sentenza denota le persistenti difficoltà nel prendere atto della verità su questa tragica vicenda. “Se si prendesse atto del fatto un aereo civile è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea – sottolinea l’ex senatrice del Pd – inevitabilmente si prenderebbe atto anche delle responsabilità in capo ai Ministeri, e quindi di uomini dell’apparato dello Stato, nell’aver impedito per 32 anni l’accertamento della verità”.
Se non sono bastati 32 anni, quanto tempo ancora dovremo attendere prima che lo Stato italiano riconosca le proprie responsabilità? Oggi, ne abbiamo la conferma, non è ancora il tempo. Nel 2015 chissà.
Fonte.
Come interpretare la decisione della Corte di Appello di Palermo? Facciamo un passo indietro. Anzi, trentadue passi indietro.
Eppure. Un avverbio esemplificativo della storia di Ustica. C’erano aerei militari in volo quella sera, eppure la nostra Aeronautica ci aveva rassicurato sulla totale assenza di “attività volativa”, come dicono loro. C’era la guerra, quella sera, sui nostri cieli. Eppure, eravamo in tempo di pace. C’era qualcuno che avrebbe dovuto garantire la sicurezza di un volo civile, con undici bambini a bordo. Eppure quel qualcuno, lo Stato, non vuole assumersi questa responsabilità. Ci sono paesi stranieri che dovrebbero rispondere alle rogatorie della nostra magistratura, che chiede di conoscere le nazionalità degli aerei militari in volo quella sera. Eppure non lo fanno. Né il nostro governo, tanto solerte nel chiedere di sospendere il risarcimento per le famiglie private di giustizia, si premura di sollecitare i governi dei paesi amici. Potrebbe farlo, anche se è un governo tecnico. Eppure, non lo fa.
Ustica è una verità ancora troppo scomoda. La decisione della Corte di Appello di Palermo lo conferma. Come ha commentato Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, questa sentenza denota le persistenti difficoltà nel prendere atto della verità su questa tragica vicenda. “Se si prendesse atto del fatto un aereo civile è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea – sottolinea l’ex senatrice del Pd – inevitabilmente si prenderebbe atto anche delle responsabilità in capo ai Ministeri, e quindi di uomini dell’apparato dello Stato, nell’aver impedito per 32 anni l’accertamento della verità”.
Se non sono bastati 32 anni, quanto tempo ancora dovremo attendere prima che lo Stato italiano riconosca le proprie responsabilità? Oggi, ne abbiamo la conferma, non è ancora il tempo. Nel 2015 chissà.
Fonte.
06/02/2012
Da Ustica a Ramstein: la verità è sempre possibile
Esiste
una concreta possibilità di arrivare a stabilire con precisione cosa è
avvenuto e perché la sera del 27 giugno 1980 nel cielo di Ustica, quando
venne abbattuto il DC-9 Itavia, sigla I-TIGI, causando la morte dei
quattro membri dell'equipaggio e dei settantasette passeggeri, fra cui
tredici bambini.
Si tratta di un'opportunità da non perdere, fondamentale per comprendere la nostra storia recente.
L'ultima fase di un lunghissimo percorso giudiziario ha visto lo scorso 10 settembre 2011 il Tribunale di Palermo presieduto dal giudice Paola Proto Pisani, condannare, dopo tre anni di dibattimento, i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di ottanta familiari delle vittime: una sentenza nelle cui motivazioni viene quanto meno messa in rilievo con dovizia di riferimenti documentali l'evidenza dei depistaggi, delle omissioni e delle coperture messi in atto lungo un trentennio di storia italiana da altissime cariche militari e civili, per impedire che venisse alla luce una verità che la ragion di Stato non può evidentemente rendere di pubblico dominio. Contro questa sentenza, infatti, si sono ancora appellati i ministeri condannati e proprio in questi giorni si sta celebrando a Palermo il processo di Appello.
È merito degli avvocati Osnato e Galassi, che tutelano alcuni dei parenti delle vittime, avere portato alla luce nuovi elementi che confermerebbero in particolare lo stretto legame fra l'abbattimento dell'aereo di linea italiano e lo spaventoso incidente verificatosi a Ramstein il 28 agosto del 1988, quando, durante una sua esibizione aerea, alcuni velivoli della PAN (Pattuglia Acrobatica Nazionale) si scontrarono in volo, causando la morte di 3 piloti e di 67 spettatori: due di quei piloti, i tenenti colonnelli Ivo Nutarelli e Mario Naldini, avrebbero dovuto testimoniare pochi giorni dopo sulla ragione per la quale, trovandosi in addestramento sul loro TF-104G la sera dell'abbattimento del DC 9, non lontani dalla rotta percorsa da quel velivolo, avevano lanciato via radio un messaggio di allarme aereo generale.
La rivista Il Sud, nel suo numero appena uscito, pubblica un ampio servizio sulle novità che sarebbero emerse grazie alle investigazioni della difesa:
"Un'inedita fotografia, fornita a Il Sud dall'avvocato Osnato, rivela come l'aereo di Nutarelli abbia il carrello aperto così come il freno aerodinamico anteriore. Possibile che il "solista" abbia capito, a vista, di essere troppo veloce e troppo basso e abbia usato il freno? Ma il carrello aperto pare sia tecnicamente inspiegabile, soprattutto a quella velocità. E poi ci sono alcune testimonianze di un paio di "capivelivolo" che hanno riferito, anni dopo, dell'anomala mancanza nel parcheggio dell'aereo di Nutarelli, riscontrata subito dopo l'incidente, dei voluminosi e pesanti quattro attrezzi d'acciaio che servono a bloccare le taniche di carburante sulle ali, denominati in gergo "riscontri"; il resto del corredo del velivolo era presente".
Ma non basta. La drammatica caduta del regime libico, avrebbe portato l'estate scorsa alla scoperta di una nutrita serie di documenti dei servizi di sicurezza libici che confermerebbero lo scenario di vera e propria guerra aerea in corso nei nostri cieli il 27 giugno 1980, proprio lo scenario che i vertici della nostra Aeronautica militare, conformandosi ad un indirizzo politico rimasto costante in oltre trent'anni, hanno sempre negato, nonostante la massa di evidenze fattuali emerse nel corso del tempo. Il giornalista Peter Bouckaert, che per conto della Ong Human Rights Watch ha raccolto un'ingente documentazione in Libia, ha infatti dichiarato a settembre all'agenzia Reuters che fra questi documenti sarebbero presenti informazioni importanti per la ricostruzione di quanto avvenuto nella notte dell'abbattimento dell'aereo civile italiano nei cieli di Ustica.
Altre notizie, del resto, nel corso degli ultimi anni, hanno confermato quello scenario bellico, collegato in particolar modo alle aggressive misure adottate dal governo francese nel tentativo di indebolire il regime di Gheddafi, le cui truppe si scontravano con quelle francesi nel Ciad, sul quale la Francia ha sempre esercitato una sorta di protettorato, per l'interesse strategico dipendenti dagli importanti giacimenti di uranio in particolare presenti nella cosiddetta striscia di Aozou. Tensioni gravissime nelle quali è realistico ritenere che gli stessi Stati Uniti ed Israele avessero diretto interesse ad inserirsi, in vista del rovesciamento del regime libico, contro il quale gli Usa sarebbero poi direttamente intervenuti nel 1981 e ancora nel 1986, con intensi bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi.
È evidente che questi conflitti hanno coinvolto l'Italia, condizionandone profondamente non solo la politica estera ma anche quella interna: non c'è più dubbio sul fatto, ad esempio, che nel 1980 l'Italia abbia fornito un supporto informativo al dittatore libico, consentendogli di salvarsi la vita, giacché pare che la notte dell'abbattimento del DC-9, proprio un velivolo con il presidente libico a bordo costituisse l'obiettivo dell'azione militare diretta di velivoli occidentali, con molte probabilità di nazionalità francese. Un attacco che avrebbe forse causato anche l'abbattimento di un Mig-23 libico ritrovato, in circostanze quanto meno misteriose, sulla Sila il 18 luglio successivo. La sentenza dello scorso settembre, a pag. 52, non lascia adito a dubbi:
"Tutti gli elementi considerati consentono di ritenere provato - secondo gli standards di certezza propri del giudizio civile - che l'incidente occorso al DC-9 si sia verificato a causa dell'operazione di intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del DC-9 viaggiano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del DC-9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell'esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l'aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l'aereo nascosto ed il DC-9".
Nel corso di quell'anno, si registrano altre azioni che, secondo il giornalista francese Henri Weill, lo SDECE francese avrebbe organizzato come ritorsione contro i libici: pochi giorni dopo, infatti, il 7 luglio 1980, una bomba distrusse gli uffici della Libyan Arab Airlines, a Freedom Square, a La Valletta, e ci fu anche un tentativo di incendio doloso dell'Istituto libico di Cultura, a Palace Square, in quel periodo. Secondo Weill anche il tentato colpo di stato del 6 agosto a Tobruk, in Libia, guidato dal generale Idris Shaibi, comandante della XI brigata e capo operativo dei servizi di sicurezza, duramente stroncato da Gheddafi, sarebbe stato ispirato dai servizi francesi, anche se il governo libico, l'11 agosto, arresterà gli italiani Orlando Peruzzo, Edoardo Sellicciato, Enzo Castelli, mentre risulterà ricercato Aldo Del Re.
Nella notte fra il 28 ed il 29 ottobre, poi, l'ammiraglia della flotta libica, la fregata Dat Assawari, alla fonda nel porto di Genova per lavori di manutenzione, viene attaccata da un commando di specialisti francesi che con 30 chili di esplosivo ad alto potenziale ne danneggiano gravemente la chiglia: una telefonata all'ufficio di un'agenzia di stampa francese rivendicherà poi il 31 ottobre l'attentato, attribuendolo ad un fantomatico "fronte maltese di liberazione"; un altro comunicato in italiano rivendica poi anche gli attentati a Malta del luglio precedente, presentandoli come una risposta ad un precedente attentato verificatosi contro una piattaforma petrolifera italiana, affittata alla Texaco.
Come si vede, un intreccio di azioni armate ostili che coinvolgono pesantemente anche il nostro Paese che, proprio in questo contesto, subisce la più grave strage della sua storia, quella alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: una vicenda che ha visto il coinvolgimento di alti esponenti di servizi segreti italiani ed esteri e del mondo neo-fascista - senza che se ne sia mai spiegata con sufficiente chiarezza la finalità, anche se, dalla lettura delle carte processuali, risulta evidente il collegamento fra contesto internazionale e interno, come già verificatosi in altri episodi della strategia della tensione italiana.
Il 1980 è infatti un anno fondamentale nel secondo dopoguerra e l'Italia si è trovata sicuramente al centro di avvenimenti che sembrano scuotere il consolidato assetto della Guerra Fredda. L'invasione sovietica dell'Afghanistan, la questione degli euromissili che gli Usa intendono installare in Europa, l'agitazione di Solidarnosc in Polonia, la morte di Tito in Jugoslavia, minano alle fondamenta la stabilità dell'Urss e del Patto di Varsavia e sembrano preannunciare un mutamento che si produrrà puntualmente nell'arco di nemmeno dieci anni. La presa di potere di Khomeini in Iran, l'allontanamento dello Scià e la sua morte in esilio, il sequestro dell'ambasciata Usa a Teheran, lo scoppio del conflitto fra Iran e Iraq - sono solo i primi avvenimenti di una catena di eventi bellici in Medio Oriente che si spingeranno, in un drammatico crescendo, fino ai nostri giorni. In questo contesto, l'Italia, a due anni dal sequestro Moro, è sanguinosamente attraversata da strategie terroristiche che, sfruttando tipi diversi di manovalanze, mirano, ormai senza ombra di dubbio, a condizionarne gli equilibri interni in relazione alla crescente importanza del Mediterraneo nei rapporti est-ovest e nord-sud. A svilupparle, sono all'opera, da molti anni, anche apparati dello Stato che non obbediscono certo a scelte di sovranità popolare e tanto meno di amor patrio, ma dipendono direttamente, fin dalla fine della guerra, dai Paesi egemoni, Usa e Gran Bretagna, con un crescente inserimento anche dello Stato di Israele - come molte indagini hanno evidenziato.
Comprendere cosa è avvenuto veramente il 27 giugno del 1980 non è quindi solo doveroso verso le vittime innocenti della ragion di stato, non è solo necessario per comprendere chi ha commesso e perché quello che un tempo si chiamava "altro tradimento" verso il nostro popolo, è indispensabile per costruire il nostro futuro.
Si tratta di un'opportunità da non perdere, fondamentale per comprendere la nostra storia recente.
L'ultima fase di un lunghissimo percorso giudiziario ha visto lo scorso 10 settembre 2011 il Tribunale di Palermo presieduto dal giudice Paola Proto Pisani, condannare, dopo tre anni di dibattimento, i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di ottanta familiari delle vittime: una sentenza nelle cui motivazioni viene quanto meno messa in rilievo con dovizia di riferimenti documentali l'evidenza dei depistaggi, delle omissioni e delle coperture messi in atto lungo un trentennio di storia italiana da altissime cariche militari e civili, per impedire che venisse alla luce una verità che la ragion di Stato non può evidentemente rendere di pubblico dominio. Contro questa sentenza, infatti, si sono ancora appellati i ministeri condannati e proprio in questi giorni si sta celebrando a Palermo il processo di Appello.
È merito degli avvocati Osnato e Galassi, che tutelano alcuni dei parenti delle vittime, avere portato alla luce nuovi elementi che confermerebbero in particolare lo stretto legame fra l'abbattimento dell'aereo di linea italiano e lo spaventoso incidente verificatosi a Ramstein il 28 agosto del 1988, quando, durante una sua esibizione aerea, alcuni velivoli della PAN (Pattuglia Acrobatica Nazionale) si scontrarono in volo, causando la morte di 3 piloti e di 67 spettatori: due di quei piloti, i tenenti colonnelli Ivo Nutarelli e Mario Naldini, avrebbero dovuto testimoniare pochi giorni dopo sulla ragione per la quale, trovandosi in addestramento sul loro TF-104G la sera dell'abbattimento del DC 9, non lontani dalla rotta percorsa da quel velivolo, avevano lanciato via radio un messaggio di allarme aereo generale.
La rivista Il Sud, nel suo numero appena uscito, pubblica un ampio servizio sulle novità che sarebbero emerse grazie alle investigazioni della difesa:
"Un'inedita fotografia, fornita a Il Sud dall'avvocato Osnato, rivela come l'aereo di Nutarelli abbia il carrello aperto così come il freno aerodinamico anteriore. Possibile che il "solista" abbia capito, a vista, di essere troppo veloce e troppo basso e abbia usato il freno? Ma il carrello aperto pare sia tecnicamente inspiegabile, soprattutto a quella velocità. E poi ci sono alcune testimonianze di un paio di "capivelivolo" che hanno riferito, anni dopo, dell'anomala mancanza nel parcheggio dell'aereo di Nutarelli, riscontrata subito dopo l'incidente, dei voluminosi e pesanti quattro attrezzi d'acciaio che servono a bloccare le taniche di carburante sulle ali, denominati in gergo "riscontri"; il resto del corredo del velivolo era presente".
Ma non basta. La drammatica caduta del regime libico, avrebbe portato l'estate scorsa alla scoperta di una nutrita serie di documenti dei servizi di sicurezza libici che confermerebbero lo scenario di vera e propria guerra aerea in corso nei nostri cieli il 27 giugno 1980, proprio lo scenario che i vertici della nostra Aeronautica militare, conformandosi ad un indirizzo politico rimasto costante in oltre trent'anni, hanno sempre negato, nonostante la massa di evidenze fattuali emerse nel corso del tempo. Il giornalista Peter Bouckaert, che per conto della Ong Human Rights Watch ha raccolto un'ingente documentazione in Libia, ha infatti dichiarato a settembre all'agenzia Reuters che fra questi documenti sarebbero presenti informazioni importanti per la ricostruzione di quanto avvenuto nella notte dell'abbattimento dell'aereo civile italiano nei cieli di Ustica.
Altre notizie, del resto, nel corso degli ultimi anni, hanno confermato quello scenario bellico, collegato in particolar modo alle aggressive misure adottate dal governo francese nel tentativo di indebolire il regime di Gheddafi, le cui truppe si scontravano con quelle francesi nel Ciad, sul quale la Francia ha sempre esercitato una sorta di protettorato, per l'interesse strategico dipendenti dagli importanti giacimenti di uranio in particolare presenti nella cosiddetta striscia di Aozou. Tensioni gravissime nelle quali è realistico ritenere che gli stessi Stati Uniti ed Israele avessero diretto interesse ad inserirsi, in vista del rovesciamento del regime libico, contro il quale gli Usa sarebbero poi direttamente intervenuti nel 1981 e ancora nel 1986, con intensi bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi.
È evidente che questi conflitti hanno coinvolto l'Italia, condizionandone profondamente non solo la politica estera ma anche quella interna: non c'è più dubbio sul fatto, ad esempio, che nel 1980 l'Italia abbia fornito un supporto informativo al dittatore libico, consentendogli di salvarsi la vita, giacché pare che la notte dell'abbattimento del DC-9, proprio un velivolo con il presidente libico a bordo costituisse l'obiettivo dell'azione militare diretta di velivoli occidentali, con molte probabilità di nazionalità francese. Un attacco che avrebbe forse causato anche l'abbattimento di un Mig-23 libico ritrovato, in circostanze quanto meno misteriose, sulla Sila il 18 luglio successivo. La sentenza dello scorso settembre, a pag. 52, non lascia adito a dubbi:
"Tutti gli elementi considerati consentono di ritenere provato - secondo gli standards di certezza propri del giudizio civile - che l'incidente occorso al DC-9 si sia verificato a causa dell'operazione di intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del DC-9 viaggiano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del DC-9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell'esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l'aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l'aereo nascosto ed il DC-9".
Nel corso di quell'anno, si registrano altre azioni che, secondo il giornalista francese Henri Weill, lo SDECE francese avrebbe organizzato come ritorsione contro i libici: pochi giorni dopo, infatti, il 7 luglio 1980, una bomba distrusse gli uffici della Libyan Arab Airlines, a Freedom Square, a La Valletta, e ci fu anche un tentativo di incendio doloso dell'Istituto libico di Cultura, a Palace Square, in quel periodo. Secondo Weill anche il tentato colpo di stato del 6 agosto a Tobruk, in Libia, guidato dal generale Idris Shaibi, comandante della XI brigata e capo operativo dei servizi di sicurezza, duramente stroncato da Gheddafi, sarebbe stato ispirato dai servizi francesi, anche se il governo libico, l'11 agosto, arresterà gli italiani Orlando Peruzzo, Edoardo Sellicciato, Enzo Castelli, mentre risulterà ricercato Aldo Del Re.
Nella notte fra il 28 ed il 29 ottobre, poi, l'ammiraglia della flotta libica, la fregata Dat Assawari, alla fonda nel porto di Genova per lavori di manutenzione, viene attaccata da un commando di specialisti francesi che con 30 chili di esplosivo ad alto potenziale ne danneggiano gravemente la chiglia: una telefonata all'ufficio di un'agenzia di stampa francese rivendicherà poi il 31 ottobre l'attentato, attribuendolo ad un fantomatico "fronte maltese di liberazione"; un altro comunicato in italiano rivendica poi anche gli attentati a Malta del luglio precedente, presentandoli come una risposta ad un precedente attentato verificatosi contro una piattaforma petrolifera italiana, affittata alla Texaco.
Come si vede, un intreccio di azioni armate ostili che coinvolgono pesantemente anche il nostro Paese che, proprio in questo contesto, subisce la più grave strage della sua storia, quella alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: una vicenda che ha visto il coinvolgimento di alti esponenti di servizi segreti italiani ed esteri e del mondo neo-fascista - senza che se ne sia mai spiegata con sufficiente chiarezza la finalità, anche se, dalla lettura delle carte processuali, risulta evidente il collegamento fra contesto internazionale e interno, come già verificatosi in altri episodi della strategia della tensione italiana.
Il 1980 è infatti un anno fondamentale nel secondo dopoguerra e l'Italia si è trovata sicuramente al centro di avvenimenti che sembrano scuotere il consolidato assetto della Guerra Fredda. L'invasione sovietica dell'Afghanistan, la questione degli euromissili che gli Usa intendono installare in Europa, l'agitazione di Solidarnosc in Polonia, la morte di Tito in Jugoslavia, minano alle fondamenta la stabilità dell'Urss e del Patto di Varsavia e sembrano preannunciare un mutamento che si produrrà puntualmente nell'arco di nemmeno dieci anni. La presa di potere di Khomeini in Iran, l'allontanamento dello Scià e la sua morte in esilio, il sequestro dell'ambasciata Usa a Teheran, lo scoppio del conflitto fra Iran e Iraq - sono solo i primi avvenimenti di una catena di eventi bellici in Medio Oriente che si spingeranno, in un drammatico crescendo, fino ai nostri giorni. In questo contesto, l'Italia, a due anni dal sequestro Moro, è sanguinosamente attraversata da strategie terroristiche che, sfruttando tipi diversi di manovalanze, mirano, ormai senza ombra di dubbio, a condizionarne gli equilibri interni in relazione alla crescente importanza del Mediterraneo nei rapporti est-ovest e nord-sud. A svilupparle, sono all'opera, da molti anni, anche apparati dello Stato che non obbediscono certo a scelte di sovranità popolare e tanto meno di amor patrio, ma dipendono direttamente, fin dalla fine della guerra, dai Paesi egemoni, Usa e Gran Bretagna, con un crescente inserimento anche dello Stato di Israele - come molte indagini hanno evidenziato.
Comprendere cosa è avvenuto veramente il 27 giugno del 1980 non è quindi solo doveroso verso le vittime innocenti della ragion di stato, non è solo necessario per comprendere chi ha commesso e perché quello che un tempo si chiamava "altro tradimento" verso il nostro popolo, è indispensabile per costruire il nostro futuro.
27/06/2011
31 anni dopo.
Sono trascorsi 31 anni dai fatti di Ustica, probabilmente i più a se stanti nel corollario di stragi che hanno macchiato la Prima Repubblica, anni in cui l'Italia era ambiguamente schierata in uno scenario internazionale di guerra più o meno fredda, di "blocchi" più o meno solidali e compatti.
In questi 31 anni, di compatta c'è sicuramente stata l'opera di depistaggio e costante insabbiamento della verità, una verità parzialmente messa nero su bianco nel 1999 dal giudice Rosario Priore, che nella sentenza depositata presso la Procura di Roma parla di "guerra di fatto e non dichiarata" di cui fu vittima proprio il DC9 dell'Itavia con i suoi 81 passeggeri, che a tutt'oggi, ancora non conoscono i motivi e gli esecutori materiali della propria fine.
In questi 31 anni, di compatta c'è sicuramente stata l'opera di depistaggio e costante insabbiamento della verità, una verità parzialmente messa nero su bianco nel 1999 dal giudice Rosario Priore, che nella sentenza depositata presso la Procura di Roma parla di "guerra di fatto e non dichiarata" di cui fu vittima proprio il DC9 dell'Itavia con i suoi 81 passeggeri, che a tutt'oggi, ancora non conoscono i motivi e gli esecutori materiali della propria fine.
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