Come interpretare la decisione della Corte di Appello di Palermo? Facciamo un passo indietro. Anzi, trentadue passi indietro.
Eppure. Un avverbio esemplificativo della storia di Ustica. C’erano aerei militari in volo quella sera, eppure la nostra Aeronautica ci aveva rassicurato sulla totale assenza di “attività volativa”, come dicono loro. C’era la guerra, quella sera, sui nostri cieli. Eppure, eravamo in tempo di pace. C’era qualcuno che avrebbe dovuto garantire la sicurezza di un volo civile, con undici bambini a bordo. Eppure quel qualcuno, lo Stato, non vuole assumersi questa responsabilità. Ci sono paesi stranieri che dovrebbero rispondere alle rogatorie della nostra magistratura, che chiede di conoscere le nazionalità degli aerei militari in volo quella sera. Eppure non lo fanno. Né il nostro governo, tanto solerte nel chiedere di sospendere il risarcimento per le famiglie private di giustizia, si premura di sollecitare i governi dei paesi amici. Potrebbe farlo, anche se è un governo tecnico. Eppure, non lo fa.
Ustica è una verità ancora troppo scomoda. La decisione della Corte di Appello di Palermo lo conferma. Come ha commentato Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, questa sentenza denota le persistenti difficoltà nel prendere atto della verità su questa tragica vicenda. “Se si prendesse atto del fatto un aereo civile è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea – sottolinea l’ex senatrice del Pd – inevitabilmente si prenderebbe atto anche delle responsabilità in capo ai Ministeri, e quindi di uomini dell’apparato dello Stato, nell’aver impedito per 32 anni l’accertamento della verità”.
Se non sono bastati 32 anni, quanto tempo ancora dovremo attendere prima che lo Stato italiano riconosca le proprie responsabilità? Oggi, ne abbiamo la conferma, non è ancora il tempo. Nel 2015 chissà.
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