Rajoy aveva messo subito le mani avanti: impossibile fare meno del 5,8 percento. Solo ieri, durante l’Eurogruppo, Jean Claude Junker fingendo (scherzosamente) di strangolare il ministro delle finanze Luis de Guindos è riuscito a spuntare un altro mezzo punto di percentuale. E così, de Guindos ha trovato la forza per dire che, tutto sommato, un ulteriore 0,5 per cento di tagli non dovrebbe inficiare “significativamente” la crescita del paese.
Di sicuro, la Spagna non naviga in acque tranquille. Il mercato obbligazionario iberico è finito nel mirino degli speculatori finanziari (alleggerendo un po’ la morsa sul debito italiano), il tasso di disoccupazione galoppa sul 25 per cento e l’economia non accennerà a smuoversi per tutto il 2012. In più, pesa l’esempio del vicino Portogallo: mentre l’Europa mediterranea andava in fiamme con manifestazioni che correvano da Atene a Roma fino a Madrid, Lisbona, guidata dal governo di Pedro Passos Coelho, ha seguito in silenzio e virtuosamente gli ordini, i consigli e le lezioni provenienti da Francoforte, Bruxelles e Washington (Ue, Bce e Fmi, la troika). Ciò che deprime gli osservatori e i paesi deficitari è che tutto ciò non è servito a nulla: la crescita portoghese è affondata e il rendimento dei titoli (al livello “spazzatura” per le agenzie di ratings) rimane altissimo.
Il fatto è che, nonostante il mantra dei leader europei, gli investitori non credono che “la Grecia sia un caso unico”. E’ probabile che molto presto anche Lisbona debba seguire l’esempio di Atene e procedere a una ristrutturazione “ordinata” del proprio debito. A sostenerlo è l’economista Nouriel Roubini: anche Spagna e Italia sono messe male, ma il Portogallo resta il più debole – dopo la Grecia – in tutta l’eurozona.
Brutte notizie, che riportano con i piedi per terra dopo gli entusiasmi provocati dallo swap greco andato in porto: Atene è ancora insolvente e – sostiene Roubini – “entro quest’anno, al massimo il prossimo” la Grecia dovrà abbandonare il sistema monetario unico.
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