Un nuovo scandalo nella sanità lombarda è emerso dalla pubblicazione di alcune fotografie di centinaia di letti, nuovi ma non utilizzati e ancora imballati, stivati nei locali del vecchio ospedale Sant’Anna di Como, in parte dismesso.
È rapidamente emerso che tali letti erano stati acquistati durante la pandemia per il nuovo ospedale ideato da Guido Bertolaso, allora consigliere speciale del presidente Fontana e ora assessore al welfare della Regione Lombardia. Forse i lettori ricorderanno la vicenda dell’Ospedale della Fiera di Milano, che doveva aiutare a fronteggiare l’epidemia Covid, aggravata in Lombardia dall’insipienza della giunta e dalla disorganizzazione della sanità regionale.
Tale ospedale fu inventato da Guido Bertolaso e da Fontana e non funzionò quasi mai per le infelici scelte logistiche e per la mancanza di personale. Restò aperto poche settimane e ospitò un numero di pazienti irrisorio. In compenso, costò tantissimo, anche se non si sa esattamente quanto poiché la giunta regionale ha sempre evitato di presentare in consiglio dei conti esatti e chiari.
In questo ultimo scandalo si scopre che i letti acquistati per l’ospedale alla Fiera giacciono inutilizzati perché non possono essere impiegati in alcun altro nosocomio in quanto, semplicemente, non sono a norma per l’utilizzo nelle strutture sanitarie italiane. Un acquisto fatto con una leggerezza e un’incompetenza colossali per il quale si potrebbe configurare il reato di danno erariale.
L’assessore Bertolaso, rispondendo ad alcune interrogazioni dell’opposizione, ha ipotizzato che quei letti, inutilizzabili in Italia, possano essere donati all’Ucraina. Tanto, per dirla con una punta di cinismo, là c’è la guerra e non possono stare a sottilizzare più di tanto.
Si tratta dell’ennesimo spreco di denaro nel campo della sanità lombarda, una regione dove, al di là delle chiacchiere sull’eccellenza, una visita specialistica a volte si rivela impossibile da ottenere e 170.000 cittadini e cittadine sono prive del medico di base. Tutti sappiamo che per come è organizzata la sanità in Italia non avere il medico di base significa essere esclusi dalle prestazioni sanitarie pubbliche.
A fronte di questa situazione la Lega si occupa di altro. Colta dalla pulsione salviniana di adeguarsi a Trump ha proposto in Regione una mozione che chiedeva il sostegno al governo per un “eventuale disimpegno dall’OMS dell’Italia qualora gli Usa persistano nella volontà di recedere, come da ordine esecutivo del 21 gennaio 2025 del presidente Donald Trump”. Più servi di così...
Alla fine, a causa dei mugugni di Forza Italia, la mozione è stata approvata in una versione leggermente modificata in cui ci s’impegna a “sostenere il Governo nella valutazione, in piena autonomia, del ruolo dell’Italia nell’OMS qualora non vi siano più le condizioni di sostenibilità economica per rimanervi”. Zuppa o pan bagnato.
In pratica, la giunta lombarda si preoccupa della “sostenibilità economica” della partecipazione dell’Italia alla OMS mentre sperpera una quantità di soldi in iniziative demenziali e regala miliardi ai privati.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2025
09/11/2022
Porte girevoli in Lombardia: si candida Moratti, torna Bertolaso
La fantasia del presidente della Lombardia, Attilio Fontana, è davvero limitata. Quando c’è un problema che non sa come risolvere, telefona a Guido Bertolaso, l’uomo per tutte le emergenze.
Questa volta l’emergenza si chiama Letizia Moratti che, chiamata a sostituire al welfare lombardo, in piena pandemia, il comico Gallera, non ha saputo fare molto meglio, ma in compenso adesso aspira alla presidenza della Regione in contrasto con Fontana.
Così, rimasto senza assessore al welfare, Fontana ha subito pensato di richiamare l’ex commissario regionale per la pandemia Guido Bertolaso e di dargli il mandato di sostituire Moratti.
La cosa potrebbe risolversi in qualche battuta sulla evidente scarsità di “risorse umane” di cui dispone la giunta lombarda, se non fosse che Bertolaso ha fatto dichiarazioni d’insediamento imbarazzanti. Infatti il neo assessore ha voluto subito schierarsi con Fontana dichiarando che la Lombardia, durante la prima fase della pandemia, fu travolta da un evento gravissimo che si trovò a fronteggiare da sola e si è dunque schierato con l’idea dell’attuale governo di istituire una commissione d’inchiesta sugli errori e le omissioni governative.
Tutti sappiamo che la gestione della pandemia da parte del governo Conte fu tutt’altro che ineccepibile, tuttavia, è anche lampante che la Regione Lombardia non ha alcun diritto di autoassolversi, date le gravissime responsabilità che hanno portato la regione ad avere – a oggi – 43.188 morti, con una percentuale di mortalità rispetto agli abitanti tra le più alte del mondo.
La Regione ancora oggi si rifiuta di ammettere almeno due errori che scatenarono l’epidemia: la riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo dopo che si erano riscontrati dei casi di Covid, ordinata proprio dall’assessorato al welfare; e la mancata chiusura sanitaria delle valli bergamasche, dovuta alle pressioni della Confindustria locale.
Almeno di questo Fontana dovrebbe rispondere a una commissione d’inchiesta.
Tuttavia, tutta la struttura della sanità lombarda si è dimostrata e continua a dimostrarsi carente nell’assistenza territoriale, dopo venticinque anni in cui si è puntato solo sull’”eccellenza” di alcuni ospedali e sulla sussidiarietà pubblico-privato.
Un sistema sanitario retto oggi dall’infausta legge 23/2015, approvata definitivamente nel dicembre 2021 dopo una sperimentazione che avrebbe consigliato la sua abrogazione totale, ma che invece è stata confermata dopo alcune flebili critiche governative, prontamente riassorbite.
Appaiono poi ridicole le affermazioni di Fontana sulla “riduzione delle liste d’attesa”, quando ormai si arriva ad aspettare un anno per ottenere una visita specialistica e le fandonie sulla sanità territoriale, dove per molti lombardi è difficile persino avere il medico di base.
La questione sanità è da anni al centro delle malefatte della giunta regionale: su di essa verte la condanna alla Regione per danno erariale di 47 milioni, per cui è stato condannato l’ex presidente Formigoni, mentre si presta naturalmente a qualche commento malevolo il fatto che il suo successore Maroni, appena scaduto dal mandato, sia stato cooptato nel CDA della potente holding sanitaria privata San Donato (insieme all’ex ministro Alfano).
Nel suo discorso d’insediamento, Bertolaso ha anche affermato di non voler cambiare nulla ai vertici della sanità lombarda, in particolare il direttore generale Giovanni Pavesi, pescato in Veneto da Moratti per i suoi “meriti” ai tempi della giunta Galan: una condanna per danno ambientale e una per corruzione.
Nel frattempo, la “traditrice” Moratti è la prima candidata ufficiale alla presidenza della Regione per le elezioni della prossima primavera. L’ex sindaca di Milano, anch’essa condannata per danno erariale ai danni del Comune durante il suo mandato e cacciata a furor di popolo nel 2011, si candida con Calenda e Renzi.
Ancora una volta i guastatori del “terzo polo” hanno lasciato col cerino in mano il PD, dopo avere raggiunto un accordo di massima per candidare Cottarelli, neoeletto senatore piddino ma con simpatie per Calenda, tanto che sabato 5 novembre era sul palco della manifestazione per la guerra indetta dal leader di Azione.
Mentre Cottarelli era sul palco, nel backstage Renzi e Moratti concordavano la candidatura di quest’ultima.
Se qualcuno nel PD pensa che, in definitiva, per “battere la destra” si potrebbe anche sostenere Moratti, altri s’affannano a cercare un candidato da contrapporre a lei e a Fontana.
Il sindaco di Milano, Sala, non è disposto a lasciare Palazzo Marino per una candidatura perdente e allora qualcuno pensa di richiamare Pisapia da Bruxelles, dove è impegnato a votare mozioni in cui si assimila comunismo e nazismo e, più recentemente, a respingere l’ODG della GUE-Sinistra Europea che chiedeva una soluzione diplomatica per la guerra russo-ucraina, appoggiando invece ulteriori invii di armi.
Insomma, ancora una volta un triste balletto di nomi in un panorama politico dove i cittadini non avranno la possibilità di distinguere reali differenze programmatiche tra Fontana e Moratti, che hanno governato insieme sino a ieri, e il signor X del Partito Democratico.
Ciò salvo che, in questi mesi, non si costruisca un programma per una lista di opposizione reale che riporti al centro della discussione i temi che toccano da vicino i cittadini lombardi (e italiani): la sanità, l’ambiente e l’esagerato consumo di suolo, i trasporti, la formazione professionale.
Tutti settori nei quali la gestione del bene pubblico è affidata massicciamente ai privati che mirano in primo luogo al profitto personale.
Fonte
Questa volta l’emergenza si chiama Letizia Moratti che, chiamata a sostituire al welfare lombardo, in piena pandemia, il comico Gallera, non ha saputo fare molto meglio, ma in compenso adesso aspira alla presidenza della Regione in contrasto con Fontana.
Così, rimasto senza assessore al welfare, Fontana ha subito pensato di richiamare l’ex commissario regionale per la pandemia Guido Bertolaso e di dargli il mandato di sostituire Moratti.
La cosa potrebbe risolversi in qualche battuta sulla evidente scarsità di “risorse umane” di cui dispone la giunta lombarda, se non fosse che Bertolaso ha fatto dichiarazioni d’insediamento imbarazzanti. Infatti il neo assessore ha voluto subito schierarsi con Fontana dichiarando che la Lombardia, durante la prima fase della pandemia, fu travolta da un evento gravissimo che si trovò a fronteggiare da sola e si è dunque schierato con l’idea dell’attuale governo di istituire una commissione d’inchiesta sugli errori e le omissioni governative.
Tutti sappiamo che la gestione della pandemia da parte del governo Conte fu tutt’altro che ineccepibile, tuttavia, è anche lampante che la Regione Lombardia non ha alcun diritto di autoassolversi, date le gravissime responsabilità che hanno portato la regione ad avere – a oggi – 43.188 morti, con una percentuale di mortalità rispetto agli abitanti tra le più alte del mondo.
La Regione ancora oggi si rifiuta di ammettere almeno due errori che scatenarono l’epidemia: la riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo dopo che si erano riscontrati dei casi di Covid, ordinata proprio dall’assessorato al welfare; e la mancata chiusura sanitaria delle valli bergamasche, dovuta alle pressioni della Confindustria locale.
Almeno di questo Fontana dovrebbe rispondere a una commissione d’inchiesta.
Tuttavia, tutta la struttura della sanità lombarda si è dimostrata e continua a dimostrarsi carente nell’assistenza territoriale, dopo venticinque anni in cui si è puntato solo sull’”eccellenza” di alcuni ospedali e sulla sussidiarietà pubblico-privato.
Un sistema sanitario retto oggi dall’infausta legge 23/2015, approvata definitivamente nel dicembre 2021 dopo una sperimentazione che avrebbe consigliato la sua abrogazione totale, ma che invece è stata confermata dopo alcune flebili critiche governative, prontamente riassorbite.
Appaiono poi ridicole le affermazioni di Fontana sulla “riduzione delle liste d’attesa”, quando ormai si arriva ad aspettare un anno per ottenere una visita specialistica e le fandonie sulla sanità territoriale, dove per molti lombardi è difficile persino avere il medico di base.
La questione sanità è da anni al centro delle malefatte della giunta regionale: su di essa verte la condanna alla Regione per danno erariale di 47 milioni, per cui è stato condannato l’ex presidente Formigoni, mentre si presta naturalmente a qualche commento malevolo il fatto che il suo successore Maroni, appena scaduto dal mandato, sia stato cooptato nel CDA della potente holding sanitaria privata San Donato (insieme all’ex ministro Alfano).
Nel suo discorso d’insediamento, Bertolaso ha anche affermato di non voler cambiare nulla ai vertici della sanità lombarda, in particolare il direttore generale Giovanni Pavesi, pescato in Veneto da Moratti per i suoi “meriti” ai tempi della giunta Galan: una condanna per danno ambientale e una per corruzione.
Nel frattempo, la “traditrice” Moratti è la prima candidata ufficiale alla presidenza della Regione per le elezioni della prossima primavera. L’ex sindaca di Milano, anch’essa condannata per danno erariale ai danni del Comune durante il suo mandato e cacciata a furor di popolo nel 2011, si candida con Calenda e Renzi.
Ancora una volta i guastatori del “terzo polo” hanno lasciato col cerino in mano il PD, dopo avere raggiunto un accordo di massima per candidare Cottarelli, neoeletto senatore piddino ma con simpatie per Calenda, tanto che sabato 5 novembre era sul palco della manifestazione per la guerra indetta dal leader di Azione.
Mentre Cottarelli era sul palco, nel backstage Renzi e Moratti concordavano la candidatura di quest’ultima.
Se qualcuno nel PD pensa che, in definitiva, per “battere la destra” si potrebbe anche sostenere Moratti, altri s’affannano a cercare un candidato da contrapporre a lei e a Fontana.
Il sindaco di Milano, Sala, non è disposto a lasciare Palazzo Marino per una candidatura perdente e allora qualcuno pensa di richiamare Pisapia da Bruxelles, dove è impegnato a votare mozioni in cui si assimila comunismo e nazismo e, più recentemente, a respingere l’ODG della GUE-Sinistra Europea che chiedeva una soluzione diplomatica per la guerra russo-ucraina, appoggiando invece ulteriori invii di armi.
Insomma, ancora una volta un triste balletto di nomi in un panorama politico dove i cittadini non avranno la possibilità di distinguere reali differenze programmatiche tra Fontana e Moratti, che hanno governato insieme sino a ieri, e il signor X del Partito Democratico.
Ciò salvo che, in questi mesi, non si costruisca un programma per una lista di opposizione reale che riporti al centro della discussione i temi che toccano da vicino i cittadini lombardi (e italiani): la sanità, l’ambiente e l’esagerato consumo di suolo, i trasporti, la formazione professionale.
Tutti settori nei quali la gestione del bene pubblico è affidata massicciamente ai privati che mirano in primo luogo al profitto personale.
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30/04/2021
Bertolaso lascia la Lombardia
Guido Bertolaso ha annunciato che lascerà la Lombardia e rientrerà nel suo domicilio romano. Tuttavia, secondo il presidente Fontana, continuerà a collaborare con la Regione, in modalità telematica. Non sappiamo cosa farà Bertolaso con il telelavoro, così come è difficile capire cosa abbia fatto come commissario alle vaccinazioni della Lombardia dal 2 febbraio a oggi.
Ne ricordiamo l’altisonante proclama quando assunse il compito affidatogli dall’assessora e vicepresidente Moratti: “vaccineremo sette giorni su sette e ventiquattro ore su ventiquattro, entro giugno tutti i lombardi saranno vaccinati”. Propositi entusiasmanti che non hanno avuto riscontro.
La scelta di Moratti e di Bertolaso di affidarsi alla piattaforma di prenotazioni elaborata da ARIA (costo tra 18 e 22 milioni) si è rivelata fallimentare. I danni causati dalle difficoltà di prenotazione e gli infiniti disguidi provocati da tale piattaforma sono purtroppo difficilmente quantificabili, ma è certo che il ritardo nella vaccinazione dei cittadini ultraottantenni e fragili ha provocato centinaia, forse migliaia di decessi che si potevano evitare.
Il passaggio alla piattaforma di prenotazione delle Poste, assolutamente gratuita e molto più efficiente, ha rimesso la campagna vaccinale lombarda su binari meno incerti, ma il disastro procurato dalle scelte sbagliate della giunta e del commissario non è recuperabile.
Ricordiamo peraltro che Bertolaso, commissario berlusconiano a tutto, visto che lo fu per il terremoto dell’Aquila, poi al G8 e altre emergenze sino ai mondiali di ciclismo, era già stato protagonista, a Milano, della sciagurata costruzione dell’ospedale della Fiera, nella primavera scorsa, che costò, sembra, 26 milioni (i conti esatti non sono stati resi pubblici) per accogliere una trentina di degenti affetti da Covid 19 nei momenti finali della “prima ondata”.
Non contento, Bertolaso aveva replicato lo stesso copione in Sicilia e nelle Marche, con risultati egualmente sconfortanti: spese enormi e utilità poca.
In ogni caso, la notizia della partenza di Bertolaso non giunge inattesa, poiché da settimane si sapeva di contrasti tra il commissario e la giunta, dovuti probabilmente alla definizione dei ruoli e ai rinfacci sui tanti pasticci che hanno rallentato oltre ogni limite la campagna vaccinale.
Cosa farà ora Bertolaso è ignoto, farà telelavoro dalla sua casa romana o si lancerà, come desidera Salvini, in imprese di più ampio respiro, come la candidatura per il centro-destra a sindaco della capitale?
Al di là degli auspici del capo leghista, Bertolaso sembra poco incline ad accettare la candidatura. Forse si ricorda quanto accadde cinque anni fa, quando già candidato del centrodestra scivolò su una frase sessista contro la sorella d’Italia Giorgia Meloni, che, sostenne, non avrebbe potuto fare il sindaco perché mamma. Cercò pure di rimediare, dicendo di avere voluto essere “protettivo” verso Meloni, ma la pezza fu peggio del buco.
Quindi è probabile che i romani abbiano la fortuna di non vedere candidato sindaco Guido Bertolaso, che starà a casa a fare telelavoro per Fontana e Moratti. Ma sul futuro dell’omnicommisario ci sorge una domanda: non sarebbe meglio prendesse la pensione?
Lo diciamo per proteggerlo dall’affaticamento...
Fonte
Ne ricordiamo l’altisonante proclama quando assunse il compito affidatogli dall’assessora e vicepresidente Moratti: “vaccineremo sette giorni su sette e ventiquattro ore su ventiquattro, entro giugno tutti i lombardi saranno vaccinati”. Propositi entusiasmanti che non hanno avuto riscontro.
La scelta di Moratti e di Bertolaso di affidarsi alla piattaforma di prenotazioni elaborata da ARIA (costo tra 18 e 22 milioni) si è rivelata fallimentare. I danni causati dalle difficoltà di prenotazione e gli infiniti disguidi provocati da tale piattaforma sono purtroppo difficilmente quantificabili, ma è certo che il ritardo nella vaccinazione dei cittadini ultraottantenni e fragili ha provocato centinaia, forse migliaia di decessi che si potevano evitare.
Il passaggio alla piattaforma di prenotazione delle Poste, assolutamente gratuita e molto più efficiente, ha rimesso la campagna vaccinale lombarda su binari meno incerti, ma il disastro procurato dalle scelte sbagliate della giunta e del commissario non è recuperabile.
Ricordiamo peraltro che Bertolaso, commissario berlusconiano a tutto, visto che lo fu per il terremoto dell’Aquila, poi al G8 e altre emergenze sino ai mondiali di ciclismo, era già stato protagonista, a Milano, della sciagurata costruzione dell’ospedale della Fiera, nella primavera scorsa, che costò, sembra, 26 milioni (i conti esatti non sono stati resi pubblici) per accogliere una trentina di degenti affetti da Covid 19 nei momenti finali della “prima ondata”.
Non contento, Bertolaso aveva replicato lo stesso copione in Sicilia e nelle Marche, con risultati egualmente sconfortanti: spese enormi e utilità poca.
In ogni caso, la notizia della partenza di Bertolaso non giunge inattesa, poiché da settimane si sapeva di contrasti tra il commissario e la giunta, dovuti probabilmente alla definizione dei ruoli e ai rinfacci sui tanti pasticci che hanno rallentato oltre ogni limite la campagna vaccinale.
Cosa farà ora Bertolaso è ignoto, farà telelavoro dalla sua casa romana o si lancerà, come desidera Salvini, in imprese di più ampio respiro, come la candidatura per il centro-destra a sindaco della capitale?
Al di là degli auspici del capo leghista, Bertolaso sembra poco incline ad accettare la candidatura. Forse si ricorda quanto accadde cinque anni fa, quando già candidato del centrodestra scivolò su una frase sessista contro la sorella d’Italia Giorgia Meloni, che, sostenne, non avrebbe potuto fare il sindaco perché mamma. Cercò pure di rimediare, dicendo di avere voluto essere “protettivo” verso Meloni, ma la pezza fu peggio del buco.
Quindi è probabile che i romani abbiano la fortuna di non vedere candidato sindaco Guido Bertolaso, che starà a casa a fare telelavoro per Fontana e Moratti. Ma sul futuro dell’omnicommisario ci sorge una domanda: non sarebbe meglio prendesse la pensione?
Lo diciamo per proteggerlo dall’affaticamento...
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29/03/2021
L’ennesima menzogna del trio Fontana-Moratti-Bertolaso
Due giorni orsono il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha dichiarato che i giornali che esprimono critiche sulla gestione della sanità lombarda diffondono fake news. Purtroppo, Fontana è stato clamorosamente smentito dall’ennesimo fiasco della sua giunta, avvenuto nel fine settimana.
Di fronte alle polemiche per il ritardo nella vaccinazione degli ultraottantenni, Moratti e Bertolaso hanno promesso che entro il fine settimana tutti i 205.000 ultraottantenni che ancora aspettano la vaccinazione avrebbero ricevuto la comunicazione della data in cui presentarsi per la somministrazione.
Promessa, ancora una volta, disattesa.
Dall’assessorato al welfare si fa sapere che saranno necessari ancora alcuni giorni per “verificare le liste”, probabilmente con la collaborazione delle ASST. In pratica, il sistema elaborato da ARIA – azienda messa in piedi da Fontana e costata 22 milioni di euro – non riesce a stabilire chi sia stato vaccinato e chi no.
Una situazione che ha dell’incredibile, ma non tanto se si pensa alle decine di sbagli, inefficienze e superficialità a cui ci ha abituati la giunta Fontana. Si spera che con il passaggio già deciso al sistema di prenotazione di Poste Italiane (gratuito), che ha già dato buona prova in altre cinque regioni, le cose possano cambiare.
Ma tale passaggio, come è noto, richiederà non alcuni giorni, come racconta Moratti, ma alcune settimane. Ciò che è certo è che il direttore generale di ARIA,il leghista Gubian, attualmente uomo solo al comando di tale azienda, dopo le dimissioni del Consiglio d’Amministrazione, dovrebbe avere il pudore di dimettersi.
Singolare la posizione di Bertolaso, che ha tentato di tirarsi fuori dal caso, dicendo che lui è in Lombardia “per vaccinare” e non per occuparsi di informatica. Come se le prenotazioni non fossero parte integrante della campagna vaccinale e se non fosse stato lui stesso a scegliere, in accordo con Moratti, il sistema di prenotazioni di ARIA.
Quanto a Moratti, quest’ultima ha cercato di attribuirsi dei meriti dicendo che la Lombardia ha somministrato tutte le dosi Pfizer che le sono state assegnate. Però questa dichiarazione fa sorgere dei sospetti, poiché tali dosi sarebbero state sufficienti a vaccinare tutti gli ultraottantenni presenti nella regione.
Cosa sia successo è facile da capire: le dosi per gli anziani sono state usate per vaccinare persone più giovani, appartenenti a categorie, corporazioni e gruppi che hanno clientele di carattere politico con la regione.
Intanto gli ottantenni continuano a morire nell’attesa di un vaccino che non arriva perché qualcuno è passato loro avanti.
Fonte
Di fronte alle polemiche per il ritardo nella vaccinazione degli ultraottantenni, Moratti e Bertolaso hanno promesso che entro il fine settimana tutti i 205.000 ultraottantenni che ancora aspettano la vaccinazione avrebbero ricevuto la comunicazione della data in cui presentarsi per la somministrazione.
Promessa, ancora una volta, disattesa.
Dall’assessorato al welfare si fa sapere che saranno necessari ancora alcuni giorni per “verificare le liste”, probabilmente con la collaborazione delle ASST. In pratica, il sistema elaborato da ARIA – azienda messa in piedi da Fontana e costata 22 milioni di euro – non riesce a stabilire chi sia stato vaccinato e chi no.
Una situazione che ha dell’incredibile, ma non tanto se si pensa alle decine di sbagli, inefficienze e superficialità a cui ci ha abituati la giunta Fontana. Si spera che con il passaggio già deciso al sistema di prenotazione di Poste Italiane (gratuito), che ha già dato buona prova in altre cinque regioni, le cose possano cambiare.
Ma tale passaggio, come è noto, richiederà non alcuni giorni, come racconta Moratti, ma alcune settimane. Ciò che è certo è che il direttore generale di ARIA,il leghista Gubian, attualmente uomo solo al comando di tale azienda, dopo le dimissioni del Consiglio d’Amministrazione, dovrebbe avere il pudore di dimettersi.
Singolare la posizione di Bertolaso, che ha tentato di tirarsi fuori dal caso, dicendo che lui è in Lombardia “per vaccinare” e non per occuparsi di informatica. Come se le prenotazioni non fossero parte integrante della campagna vaccinale e se non fosse stato lui stesso a scegliere, in accordo con Moratti, il sistema di prenotazioni di ARIA.
Quanto a Moratti, quest’ultima ha cercato di attribuirsi dei meriti dicendo che la Lombardia ha somministrato tutte le dosi Pfizer che le sono state assegnate. Però questa dichiarazione fa sorgere dei sospetti, poiché tali dosi sarebbero state sufficienti a vaccinare tutti gli ultraottantenni presenti nella regione.
Cosa sia successo è facile da capire: le dosi per gli anziani sono state usate per vaccinare persone più giovani, appartenenti a categorie, corporazioni e gruppi che hanno clientele di carattere politico con la regione.
Intanto gli ottantenni continuano a morire nell’attesa di un vaccino che non arriva perché qualcuno è passato loro avanti.
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01/03/2021
Lombardia: menzogne e un pluricondannato alla guida della sanità
La giunta lombarda non finisce di stupire i cittadini, come sempre al peggio. Nei giorni scorsi, molti degli ultraottantenni che avevano prenotato la vaccinazione anti-covid hanno ricevuto un SMS della regione che più o meno diceva “sappiamo che hai prenotato la vaccinazione, purtroppo a causa delle mancate consegne siamo in ritardo”, aggiungendo qualche frase di generica rassicurazione.
Questo messaggio è stato, evidentemente, devastante per centinaia di migliaia di anziani che aspettano la vaccinazione per poter uscire di casa.
Si tratta di una menzogna enorme. Il terzetto Fontana-Moratti-Bertolaso ha in realtà nei frigoriferi circa 300.000 dosi di vaccino, quasi un terzo di quelle ricevute sinora. Quindi è la regione che è incapace di somministrare le vaccinazioni, al di là dei ritardi nelle consegne.
Sono 500.00 gli ultraottantenni lombardi che hanno prenotato la vaccinazione, e ad oggi ne sono stati vaccinati meno di 50.000, con un ritmo giornaliero di circa 6000 somministrazioni. Di questo passo, impossibile prevedere quando finirà la fase destinata agli ultraottantenni e si passerà alle altre di un piano vaccinale lombardo peraltro inesistente.
Viene da pensare forse mai, date le sconsiderate dichiarazioni che il “consigliere” Bertolaso ha rilasciato all’Eco di Bergamo. Bertolaso ha dichiarato che dopo gli ultraottantenni, si dovrebbero vaccinare le “persone che lavorano” e non quelle affette da patologie, quindi fragili, e in seguito, procedendo per età gli ultrasettantenni.
Tutto ciò in spregio alle indicazioni nazionali, che prevedono di procedere per fragilità e per fasce d’età. Una dichiarazione, dopo quella rilasciata un mese fa e poi ritirata da Moratti sulla priorità dei vaccini alle regioni con il Pil più alto, che scopre una precisa verità.
Tale verità è che le vaccinazioni si stanno facendo per rilanciare la produzione, non per salvaguardare la vita dei cittadini. Chi pensava che la pandemia avrebbe reso i capitalisti più buoni era completamente in errore, poiché li ha resi ancora più aggressivi, sino al cinismo e a formulazioni eugenetiche.
Intanto si chiarisce il curriculum del nuovo direttore della Sanità lombarda, Giovanni Pavesi, proveniente dall’entourage del vecchio presidente del Veneto, Galan. Costui, che si è dedicato in un primo tempo alla gestione delle aziende di famiglia operanti nel settore petrolifero, caro a Letizia Moratti, fu arrestato nel 1993, insieme al padre, per avere trasformato una cava in una discarica abusiva.
In quella circostanza, patteggiò un anno e venti giorni di reclusione perché, evidentemente colto con le mani nel sacco, temeva una condanna più severa. In seguito, non contento, fu denunciato durante un’inchiesta per corruzione legata alla costruzione del Mose, l’infausto, inutile e costoso progetto contro l’acqua alta veneziana ideato dalla giunta leghista. In questa seconda occasione, il Pavesi patteggiò una condanna a due anni e dieci mesi.
Questo è colui che Letizia Moratti ha scelto come capo della sanità lombarda. Peraltro, ricordiamo che Moratti fu a sua volta condannata per danno erariale procurato al Comune di Milano per aver nominato consulenti incompetenti scelti a sua discrezione. In quell’occasione dovette risarcire 591.000 € al Comune di Milano.
Ora ha messo la salute e la vita dei cittadini lombardi nelle mani di un pluricondannato.
Fonte
Questo messaggio è stato, evidentemente, devastante per centinaia di migliaia di anziani che aspettano la vaccinazione per poter uscire di casa.
Si tratta di una menzogna enorme. Il terzetto Fontana-Moratti-Bertolaso ha in realtà nei frigoriferi circa 300.000 dosi di vaccino, quasi un terzo di quelle ricevute sinora. Quindi è la regione che è incapace di somministrare le vaccinazioni, al di là dei ritardi nelle consegne.
Sono 500.00 gli ultraottantenni lombardi che hanno prenotato la vaccinazione, e ad oggi ne sono stati vaccinati meno di 50.000, con un ritmo giornaliero di circa 6000 somministrazioni. Di questo passo, impossibile prevedere quando finirà la fase destinata agli ultraottantenni e si passerà alle altre di un piano vaccinale lombardo peraltro inesistente.
Viene da pensare forse mai, date le sconsiderate dichiarazioni che il “consigliere” Bertolaso ha rilasciato all’Eco di Bergamo. Bertolaso ha dichiarato che dopo gli ultraottantenni, si dovrebbero vaccinare le “persone che lavorano” e non quelle affette da patologie, quindi fragili, e in seguito, procedendo per età gli ultrasettantenni.
Tutto ciò in spregio alle indicazioni nazionali, che prevedono di procedere per fragilità e per fasce d’età. Una dichiarazione, dopo quella rilasciata un mese fa e poi ritirata da Moratti sulla priorità dei vaccini alle regioni con il Pil più alto, che scopre una precisa verità.
Tale verità è che le vaccinazioni si stanno facendo per rilanciare la produzione, non per salvaguardare la vita dei cittadini. Chi pensava che la pandemia avrebbe reso i capitalisti più buoni era completamente in errore, poiché li ha resi ancora più aggressivi, sino al cinismo e a formulazioni eugenetiche.
Intanto si chiarisce il curriculum del nuovo direttore della Sanità lombarda, Giovanni Pavesi, proveniente dall’entourage del vecchio presidente del Veneto, Galan. Costui, che si è dedicato in un primo tempo alla gestione delle aziende di famiglia operanti nel settore petrolifero, caro a Letizia Moratti, fu arrestato nel 1993, insieme al padre, per avere trasformato una cava in una discarica abusiva.
In quella circostanza, patteggiò un anno e venti giorni di reclusione perché, evidentemente colto con le mani nel sacco, temeva una condanna più severa. In seguito, non contento, fu denunciato durante un’inchiesta per corruzione legata alla costruzione del Mose, l’infausto, inutile e costoso progetto contro l’acqua alta veneziana ideato dalla giunta leghista. In questa seconda occasione, il Pavesi patteggiò una condanna a due anni e dieci mesi.
Questo è colui che Letizia Moratti ha scelto come capo della sanità lombarda. Peraltro, ricordiamo che Moratti fu a sua volta condannata per danno erariale procurato al Comune di Milano per aver nominato consulenti incompetenti scelti a sua discrezione. In quell’occasione dovette risarcire 591.000 € al Comune di Milano.
Ora ha messo la salute e la vita dei cittadini lombardi nelle mani di un pluricondannato.
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24/02/2021
Lombardia - Per il vaccino ripassare tra due anni
Come va la campagna vaccinale Anti-Covid in Lombardia? Decisamente male. Mentre a Brescia la situazione si sta facendo drammatica, tanto da far ipotizzare una nuova zona rossa per quella provincia (e arancione per la Regione) sono state vaccinate in Lombardia, a due mesi dall’inizio della campagna, meno di 600.000 persone tra medici, farmacisti, forze dell’ordine, ospiti RSA e ultraottantenni.
Tra questi ultimi, che hanno prenotato in massa la vaccinazione, sta dilagando la preoccupazione poiché la convocazione delle Asst non arriva. A dispetto di Bertolaso, la Lombardia riesce a vaccinare, nei soli giorni feriali, circa 12.000 persone e, in alcuni casi, come è successo recentemente a Pavia e a Brescia, solo poche decine.
Procedendo con questo passo, ci vorranno circa due anni per completare la vaccinazione della popolazione lombarda, in tempi che la potrebbero rendere inutile per l’apparire di nuove varianti resistenti al vaccino e comunque provocando altre migliaia di morti.
La campagna vaccinale sta andando dunque ben diversamente da come ipotizzato da Bertolaso, collaboratore dell’assessore Letizia Moratti, i cui compiti, a parte quello di fare sparate propagandistiche, non sono ancora chiari.
Bertolaso aveva dichiarato che entro fine giugno tutti i lombardi sarebbero stati vaccinati, tenendo i centri aperti sette giorni su sette per 24 ore al giorno. Queste dichiarazioni appaiono ora in tutta la loro demagogia e ci si sta accorgendo che un vero piano vaccinale, in Lombardia, non esiste, ma si vive alla giornata.
Certamente, i tagli nelle forniture dei vaccini hanno il loro peso, ma anche se le dosi ci fossero, sarebbe ben difficile distribuirle e praticarle ai cittadini, per mancanza di personale e di spazi.
La sanità pubblica lombarda è stata distrutta e non è facile organizzare campagne straordinarie quando non si è in grado di gestire nemmeno l’ordinario.
I bandi per l’assunzione di medici per la campagna vaccinale stanno ottenendo poche adesioni, perché le condizioni di lavoro proposte sono disagevoli, ma soprattutto poiché medici disponibili non ce ne sono a causa del rigido numero chiuso imposto da decenni nelle facoltà di medicina.
Questo lo dovrebbe sapere Letizia Moratti che, quando era al governo, non fece nulla per rimuovere questo scandalo che oggi vede l’Italia tra i paesi europei con meno medici in proporzione alla popolazione.
Ennesimo segnale della disorganizzazione lombarda è la notizia che la regione ha contattato i medici di base per la somministrazione di 100.000 dosi di vaccino, però quello antinfluenzale, introvabile a ottobre quando serviva ma ormai inutile a fine febbraio.
Letizia Moratti sembra occuparsi d’altro: pochi giorni orsono ha sostituito il Direttore Generale della Sanità, Marco Trivelli, nominato da soli otto mesi al posto di Luigi Cajazzo, che pagò la gestione inetta dei primi mesi di pandemia.
Nuovo direttore generale è stato nominato Giovanni Pavesi, dirigente di una ASL del vicentino, sconosciuto in Lombardia, ma con il merito di far parte del Network Bocconi dei manager sanitari specializzati in gestione di aziende (private) del settore.
Insomma, si cambiano gli uomini e non l’indirizzo politico, con il risultato di continuare nel disastro. Peraltro si sa che Letizia Moratti tiene particolarmente a lavorare con collaboratori di sua nomina, anche se, pare, non sempre competenti. Infatti fu condannata a risarcire 591.000 di euro al Comune di Milano per avere nominato, quando era sindaca, dei collaboratori che non avevano le competenze richieste.
In questa situazione il Presidente Fontana ha rilasciato un’intervista a Repubblica dai toni molto concilianti verso il governo Draghi, dopo mesi di polemiche feroci con il precedente esecutivo, ma, guarda caso, elogiando solo i ministri Garavaglia e Gelmini.
A Draghi aveva già riservato l’appello a fare la voce grossa con AstraZeneca per il ritardo nelle consegne. Insomma, anche se la Lega è al governo scaricare un po’ di responsabilità su Draghi è una buona tattica elettorale.
Naturalmente, ciò che non passa affatto nella testa di Fontana e Moratti è che il piano vaccinale, proprio perché rallentato, potrà essere utile solo se sostenuto da un lavoro di medicina territoriale e preventiva, che eviti la diffusione del virus soprattutto nelle sue nuove varianti.
È di questi giorni il dato secondo cui la Cina ha vaccinato “solo” 40.000.000 di cittadini, pochi in rapporto alla popolazione, spedendo all’estero 47.000.000 di dosi. Questo non per irresponsabilità, bensì perché oggi, in Cina, la vaccinazione non è un’urgenza grazie ai provvedimenti di tracciamento e prevenzione attuati. Ma la prevenzione è una parola ignota agli amministratori lombardi.
Peraltro, è anche evidente che la questione lombarda ha un punto di contatto con quella nazionale ed europea, poiché né la Lega, che amministra la Lombardia, né il multicolore governo Draghi, né l’Unione Europea vogliono ammettere ciò che è evidente cioè che è impossibile realizzare rapidamente una campagna vaccinale mondiale in presenza dei brevetti sui vaccini.
Probabilmente Fontana avrebbe dovuto chiedere a Draghi non di sollecitare AstraZeneca, bensì di far ottemperare il governo italiano alla clausola prevista dalla WTO di sospensione dei brevetti in caso di emergenze sanitarie.
Per la sua applicazione si stanno muovendo diversi paesi, tra cui India, Sudafrica, Venezuela e Bolivia, incontrando la feroce opposizione dei paesi più ricchi tra cui l’Italia.
Purtroppo un tale ragionamento non può rientrare nell’orizzonte di un leghista abituato alle grette contabilità degli industriali del nord e alla difesa del privato, così come peraltro in quello di un banchiere.
Fonte
Tra questi ultimi, che hanno prenotato in massa la vaccinazione, sta dilagando la preoccupazione poiché la convocazione delle Asst non arriva. A dispetto di Bertolaso, la Lombardia riesce a vaccinare, nei soli giorni feriali, circa 12.000 persone e, in alcuni casi, come è successo recentemente a Pavia e a Brescia, solo poche decine.
Procedendo con questo passo, ci vorranno circa due anni per completare la vaccinazione della popolazione lombarda, in tempi che la potrebbero rendere inutile per l’apparire di nuove varianti resistenti al vaccino e comunque provocando altre migliaia di morti.
La campagna vaccinale sta andando dunque ben diversamente da come ipotizzato da Bertolaso, collaboratore dell’assessore Letizia Moratti, i cui compiti, a parte quello di fare sparate propagandistiche, non sono ancora chiari.
Bertolaso aveva dichiarato che entro fine giugno tutti i lombardi sarebbero stati vaccinati, tenendo i centri aperti sette giorni su sette per 24 ore al giorno. Queste dichiarazioni appaiono ora in tutta la loro demagogia e ci si sta accorgendo che un vero piano vaccinale, in Lombardia, non esiste, ma si vive alla giornata.
Certamente, i tagli nelle forniture dei vaccini hanno il loro peso, ma anche se le dosi ci fossero, sarebbe ben difficile distribuirle e praticarle ai cittadini, per mancanza di personale e di spazi.
La sanità pubblica lombarda è stata distrutta e non è facile organizzare campagne straordinarie quando non si è in grado di gestire nemmeno l’ordinario.
I bandi per l’assunzione di medici per la campagna vaccinale stanno ottenendo poche adesioni, perché le condizioni di lavoro proposte sono disagevoli, ma soprattutto poiché medici disponibili non ce ne sono a causa del rigido numero chiuso imposto da decenni nelle facoltà di medicina.
Questo lo dovrebbe sapere Letizia Moratti che, quando era al governo, non fece nulla per rimuovere questo scandalo che oggi vede l’Italia tra i paesi europei con meno medici in proporzione alla popolazione.
Ennesimo segnale della disorganizzazione lombarda è la notizia che la regione ha contattato i medici di base per la somministrazione di 100.000 dosi di vaccino, però quello antinfluenzale, introvabile a ottobre quando serviva ma ormai inutile a fine febbraio.
Letizia Moratti sembra occuparsi d’altro: pochi giorni orsono ha sostituito il Direttore Generale della Sanità, Marco Trivelli, nominato da soli otto mesi al posto di Luigi Cajazzo, che pagò la gestione inetta dei primi mesi di pandemia.
Nuovo direttore generale è stato nominato Giovanni Pavesi, dirigente di una ASL del vicentino, sconosciuto in Lombardia, ma con il merito di far parte del Network Bocconi dei manager sanitari specializzati in gestione di aziende (private) del settore.
Insomma, si cambiano gli uomini e non l’indirizzo politico, con il risultato di continuare nel disastro. Peraltro si sa che Letizia Moratti tiene particolarmente a lavorare con collaboratori di sua nomina, anche se, pare, non sempre competenti. Infatti fu condannata a risarcire 591.000 di euro al Comune di Milano per avere nominato, quando era sindaca, dei collaboratori che non avevano le competenze richieste.
In questa situazione il Presidente Fontana ha rilasciato un’intervista a Repubblica dai toni molto concilianti verso il governo Draghi, dopo mesi di polemiche feroci con il precedente esecutivo, ma, guarda caso, elogiando solo i ministri Garavaglia e Gelmini.
A Draghi aveva già riservato l’appello a fare la voce grossa con AstraZeneca per il ritardo nelle consegne. Insomma, anche se la Lega è al governo scaricare un po’ di responsabilità su Draghi è una buona tattica elettorale.
Naturalmente, ciò che non passa affatto nella testa di Fontana e Moratti è che il piano vaccinale, proprio perché rallentato, potrà essere utile solo se sostenuto da un lavoro di medicina territoriale e preventiva, che eviti la diffusione del virus soprattutto nelle sue nuove varianti.
È di questi giorni il dato secondo cui la Cina ha vaccinato “solo” 40.000.000 di cittadini, pochi in rapporto alla popolazione, spedendo all’estero 47.000.000 di dosi. Questo non per irresponsabilità, bensì perché oggi, in Cina, la vaccinazione non è un’urgenza grazie ai provvedimenti di tracciamento e prevenzione attuati. Ma la prevenzione è una parola ignota agli amministratori lombardi.
Peraltro, è anche evidente che la questione lombarda ha un punto di contatto con quella nazionale ed europea, poiché né la Lega, che amministra la Lombardia, né il multicolore governo Draghi, né l’Unione Europea vogliono ammettere ciò che è evidente cioè che è impossibile realizzare rapidamente una campagna vaccinale mondiale in presenza dei brevetti sui vaccini.
Probabilmente Fontana avrebbe dovuto chiedere a Draghi non di sollecitare AstraZeneca, bensì di far ottemperare il governo italiano alla clausola prevista dalla WTO di sospensione dei brevetti in caso di emergenze sanitarie.
Per la sua applicazione si stanno muovendo diversi paesi, tra cui India, Sudafrica, Venezuela e Bolivia, incontrando la feroce opposizione dei paesi più ricchi tra cui l’Italia.
Purtroppo un tale ragionamento non può rientrare nell’orizzonte di un leghista abituato alle grette contabilità degli industriali del nord e alla difesa del privato, così come peraltro in quello di un banchiere.
Fonte
03/02/2021
Dovremmo credere a Bertolaso?
Ha destato scandalo, due giorni fa, la dichiarazione di Letizia Moratti, assessora al welfare della Lombardia, che annunciava l’inizio della vaccinazione degli ultraottantenni, in regione, per la fine di marzo. In effetti, tutte le altre regioni hanno annunciato che tale fase della vaccinazione sarà iniziata in febbraio e alcune hanno già predisposto le prenotazioni.
Tuttavia, nella mattinata di martedì 2 febbraio Letizia Moratti ha estratto il coniglio dal cappello, nelle sembianze di Guido Bertolaso, nominato ufficialmente consigliere (o commissario?) al piano vaccinale lombardo, nonostante ne esistesse già un altro che è stato cacciato. Tutto è cambiato, come per incanto.
Bertolaso ha fatto la sua sceneggiata nella conferenza stampa di presentazione del piano vaccinale rassicurando che in Lombardia la vaccinazione degli ultraottantenni partirà il 24 febbraio e che entro la fine di giugno tutti i lombardi saranno vaccinati, lavorando 24 ore su 24 e per sette giorni a settimana.
Anche perché – ha dichiarato sempre lui – “da aprile saremo inondati da ingenti consegne di almeno quattro diversi vaccini”. Sulle certezze di Bertolaso è lecito nutrire qualche dubbio, poiché al momento nulla è stato predisposto. Si sa solo che gli ultraottantenni dovranno prenotarsi via internet, strumento poco conosciuto in quella fascia d’età, ma in seguito dovranno attendere una telefonata di conferma.
Parliamo di 700.000 telefonate da fare, quando è noto che molte persone, certamente molte di meno, cadute ammalate di Covid che chiedevano assistenza o tamponi, non sono mai state richiamate dalle ATS.
Bertolaso sostiene che nella campagna vaccinale saranno coinvolti i farmacisti e i medici di base, che al momento non sono stati neanche contattati, e quindi non si conoscono le loro reali possibilità e disponibilità di partecipare al progetto. Peraltro, non è facile trasformare una farmacia in centro vaccinale, ma forse Bertolaso non lo capisce.
Forse non si rende nemmeno conto che per raggiungere il suo obiettivo si dovrebbero vaccinare 140.000 persone al giorno, traguardo ben lontano dalle possibilità di un servizio sanitario distrutto nelle strutture (non ci sono nemmeno i frigoriferi) e privo di personale.
Il presidente Fontana ha dichiarato di essere “onorato” della collaborazione di Bertolaso, “che già tanto bene ha fatto in Lombardia”. Ricordiamo che nel marzo scorso, quando la Regione era in grave difficoltà per la quantità di ricoveri necessari in terapia intensiva, Bertolaso, allora consulente di Fontana, anziché riaprire e riattrezzare strutture pubbliche chiuse dalla giunte Formigoni-Maroni-Fontana, che potevano tornare a essere luoghi di cura permanenti, scelse di costruire il nuovo Ospedale della Fiera.
Tale ospedale effimero fu aperto con grande ritardo, con personale sottratto ad altri istituti e ospitò pochissimi pazienti, a fronte di una spesa di circa 25.000.000 di euro (più o meno, dato che i conti non sono mai stati resi pubblici).
Un enorme spreco di denaro pubblico e di donazioni private per un modello che tuttavia Bertolaso non si vergognò di proporre altrove, come nelle Marche. Naturalmente con analoghi, fallimentari, risultati.
La nomina di Bertolaso è l’ennesima manovra propagandistica della giunta lombarda per nascondere la propria incapacità di combattere la pandemia nella regione che, non a caso, continua ad avere un tasso di mortalità tra i più alti al mondo in rapporto alla popolazione.
Ma pensano proprio che crediamo ancora a Babbo Natale?
Fonte
Tuttavia, nella mattinata di martedì 2 febbraio Letizia Moratti ha estratto il coniglio dal cappello, nelle sembianze di Guido Bertolaso, nominato ufficialmente consigliere (o commissario?) al piano vaccinale lombardo, nonostante ne esistesse già un altro che è stato cacciato. Tutto è cambiato, come per incanto.
Bertolaso ha fatto la sua sceneggiata nella conferenza stampa di presentazione del piano vaccinale rassicurando che in Lombardia la vaccinazione degli ultraottantenni partirà il 24 febbraio e che entro la fine di giugno tutti i lombardi saranno vaccinati, lavorando 24 ore su 24 e per sette giorni a settimana.
Anche perché – ha dichiarato sempre lui – “da aprile saremo inondati da ingenti consegne di almeno quattro diversi vaccini”. Sulle certezze di Bertolaso è lecito nutrire qualche dubbio, poiché al momento nulla è stato predisposto. Si sa solo che gli ultraottantenni dovranno prenotarsi via internet, strumento poco conosciuto in quella fascia d’età, ma in seguito dovranno attendere una telefonata di conferma.
Parliamo di 700.000 telefonate da fare, quando è noto che molte persone, certamente molte di meno, cadute ammalate di Covid che chiedevano assistenza o tamponi, non sono mai state richiamate dalle ATS.
Bertolaso sostiene che nella campagna vaccinale saranno coinvolti i farmacisti e i medici di base, che al momento non sono stati neanche contattati, e quindi non si conoscono le loro reali possibilità e disponibilità di partecipare al progetto. Peraltro, non è facile trasformare una farmacia in centro vaccinale, ma forse Bertolaso non lo capisce.
Forse non si rende nemmeno conto che per raggiungere il suo obiettivo si dovrebbero vaccinare 140.000 persone al giorno, traguardo ben lontano dalle possibilità di un servizio sanitario distrutto nelle strutture (non ci sono nemmeno i frigoriferi) e privo di personale.
Il presidente Fontana ha dichiarato di essere “onorato” della collaborazione di Bertolaso, “che già tanto bene ha fatto in Lombardia”. Ricordiamo che nel marzo scorso, quando la Regione era in grave difficoltà per la quantità di ricoveri necessari in terapia intensiva, Bertolaso, allora consulente di Fontana, anziché riaprire e riattrezzare strutture pubbliche chiuse dalla giunte Formigoni-Maroni-Fontana, che potevano tornare a essere luoghi di cura permanenti, scelse di costruire il nuovo Ospedale della Fiera.
Tale ospedale effimero fu aperto con grande ritardo, con personale sottratto ad altri istituti e ospitò pochissimi pazienti, a fronte di una spesa di circa 25.000.000 di euro (più o meno, dato che i conti non sono mai stati resi pubblici).
Un enorme spreco di denaro pubblico e di donazioni private per un modello che tuttavia Bertolaso non si vergognò di proporre altrove, come nelle Marche. Naturalmente con analoghi, fallimentari, risultati.
La nomina di Bertolaso è l’ennesima manovra propagandistica della giunta lombarda per nascondere la propria incapacità di combattere la pandemia nella regione che, non a caso, continua ad avere un tasso di mortalità tra i più alti al mondo in rapporto alla popolazione.
Ma pensano proprio che crediamo ancora a Babbo Natale?
Fonte
31/01/2021
Volti nuovi in Lombardia: dopo Moratti ricompare Bertolaso
Da lunedì 1 febbraio quasi tutta l’Italia passerà in zona gialla. Questa decisione si fonda, sostanzialmente, sull’abbassamento dell’indice Rt, contestato da molti scienziati per la sua scarsa affidabilità e trasparenza. È invece chiaro che al 30 gennaio in Italia ci sono stati ancora 12.715 contagiati (rilevati, non si sa ovviamente quanti siano i non rilevati) e 421 decessi.
Cifre ancora una volta spaventose che dimostrano l’inefficacia dei provvedimenti governativi basati sulle zone a colori, dato che da mesi non si percepisce un vero calo dei positivi, ma solo una sostanziale stabilità della pandemia, con un migliaio di morti ogni due giorni.
Tra le regioni che scaleranno in zona gialla, la Lombardia è titolare del record di essere passata in due settimane dal rosso al giallo. È evidente che non si può sapere realmente se tale cambio di colore sia sensato, visto che è noto che i numeri della pandemia, in Lombardia, sono come quelli del lotto, del tutto casuali, vista l’incapacità della Regione di accertare alcunché.
Incapacità che ha provocato una settimana di zona rossa forse evitabile perché la Regione ha comunicato dati errati al governo, mentre ora Fontana si arrabbia perché la zona gialla arriverà lunedì invece di domenica e secondo lui questo provocherà danno alle attività produttive.
In realtà non è dato sapere quale sia la reale situazione in Lombardia, dove sulla sanità è il caos dall’inizio dell’epidemia.
A destare ulteriore inquietudine sono le scelte della nuova assessora al welfare Letizia Moratti, riportata alla ribalta politica dopo gli anni seguiti alla sua fallimentare gestione del Comune di Milano (fu tra l’altro condannata a un forte risarcimento per danno erariale all’amministrazione).
Infatti, in questo momento di ripescaggio di vecchi personaggi che vorremmo dimenticare, Letizia Moratti ha deciso di affidare la campagna vaccinale in Lombardia a... Guido Bertolaso, il commissario berlusconiano di tutte le stagioni che non diede certo una brillante prova di sé lo scorso anno con l’invenzione del costoso, inutile e inadeguato ospedale della Fiera e che in seguito ripeté la fallimentare esperienza nelle Marche.
Il caos provocato dalla demenziale gestione della regione provoca anche scontri istituzionali, poiché molti sindaci hanno protestato per l'inaffidabilità dei dati comunicati. La sfiducia che si respira è testimoniata anche dalla scelta dell’assessore alla cultura del comune di Milano, Filippo Del Corno, di non riaprire i musei, poiché, come ha dichiarato, teme che tra pochi giorni si tornerà alla zona arancione e si dovrà richiudere tutto. Se ne riparlerà, probabilmente, a marzo.
In questa situazione estremamente preoccupante desta sconcerto la notizia che in Lombardia quasi la metà delle poche persone sinora vaccinate non fanno parte delle categorie che ufficialmente ne avrebbero avuto diritto, cioè coloro che lavorano in situazioni sanitarie a rischio. Ci si chiede cosa sia accaduto e chi siano costoro.
Tuttavia, la Regione non finisce di stupire poiché ha promosso un’iniziativa stupida sino alla provocazione: in alcuni ospedali, alle persone vaccinate è stata consegnata una leggiadra spilletta con la scritta multicolore “Mi sono vaccinato”.
Una sorta di irrisione per tutti gli anziani e i fragili che, se e quando le consegne ci saranno e la campagna verrà organizzata, saranno vaccinate, forse, tra diversi mesi.
Intanto, per martedì 2 febbraio è annunciata la presentazione in consiglio regionale di una nuova mozione di sfiducia alla giunta, dopo che le ultime sedute si sono trasformate in happening con cartelli, urla, consiglieri in ginocchio, espulsione e interventi della Polizia.
Tale mozione, come tutte le altre, sarà sicuramente respinta dalla maggioranza blindata di destra. È quindi l’ennesima manovra elettorale di PD e 5 Stelle, che continuano a riproporre la sfiducia in maniera demagogica, ben sapendo che ciò che si dovrebbe chiedere è il commissariamento immediato della Regione.
Fonte
Cifre ancora una volta spaventose che dimostrano l’inefficacia dei provvedimenti governativi basati sulle zone a colori, dato che da mesi non si percepisce un vero calo dei positivi, ma solo una sostanziale stabilità della pandemia, con un migliaio di morti ogni due giorni.
Tra le regioni che scaleranno in zona gialla, la Lombardia è titolare del record di essere passata in due settimane dal rosso al giallo. È evidente che non si può sapere realmente se tale cambio di colore sia sensato, visto che è noto che i numeri della pandemia, in Lombardia, sono come quelli del lotto, del tutto casuali, vista l’incapacità della Regione di accertare alcunché.
Incapacità che ha provocato una settimana di zona rossa forse evitabile perché la Regione ha comunicato dati errati al governo, mentre ora Fontana si arrabbia perché la zona gialla arriverà lunedì invece di domenica e secondo lui questo provocherà danno alle attività produttive.
In realtà non è dato sapere quale sia la reale situazione in Lombardia, dove sulla sanità è il caos dall’inizio dell’epidemia.
A destare ulteriore inquietudine sono le scelte della nuova assessora al welfare Letizia Moratti, riportata alla ribalta politica dopo gli anni seguiti alla sua fallimentare gestione del Comune di Milano (fu tra l’altro condannata a un forte risarcimento per danno erariale all’amministrazione).
Infatti, in questo momento di ripescaggio di vecchi personaggi che vorremmo dimenticare, Letizia Moratti ha deciso di affidare la campagna vaccinale in Lombardia a... Guido Bertolaso, il commissario berlusconiano di tutte le stagioni che non diede certo una brillante prova di sé lo scorso anno con l’invenzione del costoso, inutile e inadeguato ospedale della Fiera e che in seguito ripeté la fallimentare esperienza nelle Marche.
Il caos provocato dalla demenziale gestione della regione provoca anche scontri istituzionali, poiché molti sindaci hanno protestato per l'inaffidabilità dei dati comunicati. La sfiducia che si respira è testimoniata anche dalla scelta dell’assessore alla cultura del comune di Milano, Filippo Del Corno, di non riaprire i musei, poiché, come ha dichiarato, teme che tra pochi giorni si tornerà alla zona arancione e si dovrà richiudere tutto. Se ne riparlerà, probabilmente, a marzo.
In questa situazione estremamente preoccupante desta sconcerto la notizia che in Lombardia quasi la metà delle poche persone sinora vaccinate non fanno parte delle categorie che ufficialmente ne avrebbero avuto diritto, cioè coloro che lavorano in situazioni sanitarie a rischio. Ci si chiede cosa sia accaduto e chi siano costoro.
Tuttavia, la Regione non finisce di stupire poiché ha promosso un’iniziativa stupida sino alla provocazione: in alcuni ospedali, alle persone vaccinate è stata consegnata una leggiadra spilletta con la scritta multicolore “Mi sono vaccinato”.
Una sorta di irrisione per tutti gli anziani e i fragili che, se e quando le consegne ci saranno e la campagna verrà organizzata, saranno vaccinate, forse, tra diversi mesi.
Intanto, per martedì 2 febbraio è annunciata la presentazione in consiglio regionale di una nuova mozione di sfiducia alla giunta, dopo che le ultime sedute si sono trasformate in happening con cartelli, urla, consiglieri in ginocchio, espulsione e interventi della Polizia.
Tale mozione, come tutte le altre, sarà sicuramente respinta dalla maggioranza blindata di destra. È quindi l’ennesima manovra elettorale di PD e 5 Stelle, che continuano a riproporre la sfiducia in maniera demagogica, ben sapendo che ciò che si dovrebbe chiedere è il commissariamento immediato della Regione.
Fonte
16/03/2020
Vi ricordate Bertolaso?
Mentre gli italiani, segregati in casa, trattengono il fiato leggendo i numeri dei nuovi contagi, il presidente lombardo Fontana e il suo assessore al welfare Gallera continuano a prendersi a sputi e pernacchi con la Protezione civile. L’ultima polemica in ordine di tempo è quella sulle mascherine giunte in Lombardia che sarebbero “carta igienica” secondo Gallera.
La protezione civile s’arrabbia e risponde che ci sono diversi tipi di mascherine, con diversi gradi di protezione e che le ultime inviate sono per i compiti meno pericolosi. Ma nessuno dice che le mascherine, di tutti i tipi, non si trovano perché le produzione è stata abbandonata in Italia in quanto poco redditizia.
Tuttavia, la polemica più importante riguarda la costruzione del nuovo ospedale per i degenti da Covid-19 decisa autonomamente dalla Regione Lombardia. Tale decisione, difficile da tramutare in pratica, ha un chiaro senso politico. La giunta di destra della Lombardia è una delle fautrici, con Veneto ed Emilia Romagna, dell’autonomia regionale differenziata, proposta di cui, in questi giorni, di fronte alle difficoltà delle sanità regionalizzate, appare tutta la follia.
Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni. Dapprima la Protezione civile si dice pronta a sostenere il progetto, poi si tira indietro sostenendo che la struttura, prevista all’interno della vecchia Fiera di Milano, si può realizzare, ma che non sono reperibili sul mercato attrezzature e arredi, quindi al momento sarebbe un contenitore inutile.
Fontana risponde che allora la Regione farà da sé, trovando tutto quanto serve sui “mercati europei”, ignoriamo con quali fondi e presso quali paesi, visto che in UE non si trovano paesi disposti ad aiutarci, nemmeno a pagamento, tra l’altro preoccupati come sono dalle loro emergenze.
Di fronte a tutte queste difficoltà, Fontana ha allora il colpo di genio: ci vuole un consigliere di ferro, un uomo rotto a tutte le esperienze, e a trovarlo lo aiuta Berlusconi, con una semplice telefonata dalla Costa Azzurra, dove ha “rifugiato i suoi polmoni” nella tenuta della figlia, però tenendo “il cuore a Milano”.
Il consiglio Di Berlusconi è chiaro e forte: l’uomo giusto per tutte le emergenze è Guido Bertolaso, giunto alla Protezione civile con Prodi ma poi per molti anni fedelissimo di Berlusconi che lo avrebbe voluto anche candidato a sindaco di Roma se i sondaggi preelettorali non lo avessero relegato a percentuali irrisorie. Bertolaso ha gestito molte emergenze italiane, dai terremoti ai mondiali di ciclismo (!), ma è rimasto famoso soprattutto per la ricostruzione (mancata) in Abruzzo e per la vicenda dei rifiuti in Campania.
In Abruzzo fu la mano esecutiva della tragedia delle New Town e della desertificazione del centro storico dell’Aquila, mentre in Campania si rese noto per voler aprire una discarica a ridosso di un’oasi del WWF. Tutti gli interventi di Bertolaso sono stati caratterizzati da polemiche e strascichi giudiziari che hanno dimostrato la sua grande impronta mediatica quanto la sua subordinazione alla politica e agli affari e l’incapacità nella scelta e direzione dei collaboratori.
Si ricordi a questo proposito il coup de théâtre del trasferimento del G8 dalla Maddalena alla caserma di Coppito. Anche la decisione di Fontana di nominarlo suo consigliere risponde evidentemente a una logica spettacolare, giocata soprattutto in funzione antigovernativa e di rivendicazione autonomistica. Non dimentichiamo che il centro destra aveva candidato Bertolaso a commissario nazionale per l’emergenza Covid-19, ma il governo ha poi deciso di scegliere Arcuri. Quindi perché non riciclare Bertolaso come consigliere di Fontana, anche se ciò ha un significato solo per il teatrino della politica?
Impossibile sapere al momento cosa farà Bertolaso, ma alcune indiscrezioni stanno già circolando. Il progetto potrebbe essere proprio quello di realizzare autonomamente l’ospedale alla Fiera, ma circola anche l’ipotesi di un nosocomio provvisorio in una tensostruttura sull’area del campo sportivo dell’Ospedale-Università (privata) San Raffaele. Ciò utilizzando i fondi, sembra 3,8 milioni di euro, raccolti con la sottoscrizione promossa dalla coppia Ferragni-Fedez.
Tali fondi saranno destinati per la quasi totalità a potenziare il reparto di terapia intensiva del San Raffaele, ospedale privato in passato al centro di scandali e malaffare che ha costruito la sua notorietà sull’essere il luogo di cura preferito prima di Bettino Craxi e poi di Silvio Berlusconi, il cui medico personale, dott. Zangrillo, è primario della terapia intensiva dello stesso nosocomio. Di quella sottoscrizione tanto mediatizzata, solo alcune minuscole briciole saranno destinate agli ospedali pubblici, che hanno retto in solitudine l’impatto iniziale dell’epidemia e che ancora oggi sono la colonna vertebrale della lotta al Covid-19.
Come si può concludere, una vicenda che ripercorre strade privatistiche dimostratesi fallimentari e, in questo caso, propone anche progetti di difficile realizzazione, solo per evitare di adottare la soluzione più semplice che la Regione (ma anche il governo) avrebbe potuto attuare: la requisizione immediata delle strutture della sanità privata, che in gran parte, tra l’altro, sono parte del sistema sanitario come enti convenzionati e che solo grazie ai suoi finanziamenti possono esistere.
Non si vuole quindi intaccare un sistema sbagliato, nemmeno di fronte alla dimostrazione che sono le strutture pubbliche le uniche a volere e sapere reagire effettivamente alla pandemia, anche se esauste dai tagli di strutture e attrezzature e dalle riduzioni di personale imposti negli ultimi decenni dai governi di tutti gli orientamenti politici, soprattutto in ossequio alle politiche di austerità dell’Unione Europea.
Peraltro, le attuali polemiche politiche tra Regione Lombardia e Protezione civile non toccano mai una questione generale che ci pare invece importante, che riguarda chi dovrebbe gestire la crisi Covid-19. Infatti, siamo di fronte a un’emergenza sanitaria, non a un terremoto o a un’alluvione e di conseguenza deputato alla sua gestione dovrebbe essere il Ministero della Salute (e non più della Sanità, le parole ahimè hanno un senso...) e non la protezione civile.
Se si ricorre alla Protezione Civile è solo perché si è ridotto allo stremo la sanità pubblica.
Fonte
La protezione civile s’arrabbia e risponde che ci sono diversi tipi di mascherine, con diversi gradi di protezione e che le ultime inviate sono per i compiti meno pericolosi. Ma nessuno dice che le mascherine, di tutti i tipi, non si trovano perché le produzione è stata abbandonata in Italia in quanto poco redditizia.
Tuttavia, la polemica più importante riguarda la costruzione del nuovo ospedale per i degenti da Covid-19 decisa autonomamente dalla Regione Lombardia. Tale decisione, difficile da tramutare in pratica, ha un chiaro senso politico. La giunta di destra della Lombardia è una delle fautrici, con Veneto ed Emilia Romagna, dell’autonomia regionale differenziata, proposta di cui, in questi giorni, di fronte alle difficoltà delle sanità regionalizzate, appare tutta la follia.
Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni. Dapprima la Protezione civile si dice pronta a sostenere il progetto, poi si tira indietro sostenendo che la struttura, prevista all’interno della vecchia Fiera di Milano, si può realizzare, ma che non sono reperibili sul mercato attrezzature e arredi, quindi al momento sarebbe un contenitore inutile.
Fontana risponde che allora la Regione farà da sé, trovando tutto quanto serve sui “mercati europei”, ignoriamo con quali fondi e presso quali paesi, visto che in UE non si trovano paesi disposti ad aiutarci, nemmeno a pagamento, tra l’altro preoccupati come sono dalle loro emergenze.
Di fronte a tutte queste difficoltà, Fontana ha allora il colpo di genio: ci vuole un consigliere di ferro, un uomo rotto a tutte le esperienze, e a trovarlo lo aiuta Berlusconi, con una semplice telefonata dalla Costa Azzurra, dove ha “rifugiato i suoi polmoni” nella tenuta della figlia, però tenendo “il cuore a Milano”.
Il consiglio Di Berlusconi è chiaro e forte: l’uomo giusto per tutte le emergenze è Guido Bertolaso, giunto alla Protezione civile con Prodi ma poi per molti anni fedelissimo di Berlusconi che lo avrebbe voluto anche candidato a sindaco di Roma se i sondaggi preelettorali non lo avessero relegato a percentuali irrisorie. Bertolaso ha gestito molte emergenze italiane, dai terremoti ai mondiali di ciclismo (!), ma è rimasto famoso soprattutto per la ricostruzione (mancata) in Abruzzo e per la vicenda dei rifiuti in Campania.
In Abruzzo fu la mano esecutiva della tragedia delle New Town e della desertificazione del centro storico dell’Aquila, mentre in Campania si rese noto per voler aprire una discarica a ridosso di un’oasi del WWF. Tutti gli interventi di Bertolaso sono stati caratterizzati da polemiche e strascichi giudiziari che hanno dimostrato la sua grande impronta mediatica quanto la sua subordinazione alla politica e agli affari e l’incapacità nella scelta e direzione dei collaboratori.
Si ricordi a questo proposito il coup de théâtre del trasferimento del G8 dalla Maddalena alla caserma di Coppito. Anche la decisione di Fontana di nominarlo suo consigliere risponde evidentemente a una logica spettacolare, giocata soprattutto in funzione antigovernativa e di rivendicazione autonomistica. Non dimentichiamo che il centro destra aveva candidato Bertolaso a commissario nazionale per l’emergenza Covid-19, ma il governo ha poi deciso di scegliere Arcuri. Quindi perché non riciclare Bertolaso come consigliere di Fontana, anche se ciò ha un significato solo per il teatrino della politica?
Impossibile sapere al momento cosa farà Bertolaso, ma alcune indiscrezioni stanno già circolando. Il progetto potrebbe essere proprio quello di realizzare autonomamente l’ospedale alla Fiera, ma circola anche l’ipotesi di un nosocomio provvisorio in una tensostruttura sull’area del campo sportivo dell’Ospedale-Università (privata) San Raffaele. Ciò utilizzando i fondi, sembra 3,8 milioni di euro, raccolti con la sottoscrizione promossa dalla coppia Ferragni-Fedez.
Tali fondi saranno destinati per la quasi totalità a potenziare il reparto di terapia intensiva del San Raffaele, ospedale privato in passato al centro di scandali e malaffare che ha costruito la sua notorietà sull’essere il luogo di cura preferito prima di Bettino Craxi e poi di Silvio Berlusconi, il cui medico personale, dott. Zangrillo, è primario della terapia intensiva dello stesso nosocomio. Di quella sottoscrizione tanto mediatizzata, solo alcune minuscole briciole saranno destinate agli ospedali pubblici, che hanno retto in solitudine l’impatto iniziale dell’epidemia e che ancora oggi sono la colonna vertebrale della lotta al Covid-19.
Come si può concludere, una vicenda che ripercorre strade privatistiche dimostratesi fallimentari e, in questo caso, propone anche progetti di difficile realizzazione, solo per evitare di adottare la soluzione più semplice che la Regione (ma anche il governo) avrebbe potuto attuare: la requisizione immediata delle strutture della sanità privata, che in gran parte, tra l’altro, sono parte del sistema sanitario come enti convenzionati e che solo grazie ai suoi finanziamenti possono esistere.
Non si vuole quindi intaccare un sistema sbagliato, nemmeno di fronte alla dimostrazione che sono le strutture pubbliche le uniche a volere e sapere reagire effettivamente alla pandemia, anche se esauste dai tagli di strutture e attrezzature e dalle riduzioni di personale imposti negli ultimi decenni dai governi di tutti gli orientamenti politici, soprattutto in ossequio alle politiche di austerità dell’Unione Europea.
Peraltro, le attuali polemiche politiche tra Regione Lombardia e Protezione civile non toccano mai una questione generale che ci pare invece importante, che riguarda chi dovrebbe gestire la crisi Covid-19. Infatti, siamo di fronte a un’emergenza sanitaria, non a un terremoto o a un’alluvione e di conseguenza deputato alla sua gestione dovrebbe essere il Ministero della Salute (e non più della Sanità, le parole ahimè hanno un senso...) e non la protezione civile.
Se si ricorre alla Protezione Civile è solo perché si è ridotto allo stremo la sanità pubblica.
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29/04/2016
Roma. Berlusconi molla Bertolaso e punta su Marchini. Aria fetida nella capitale
Nella corsa per il sindaco di Roma, Berlusconi con un ribaltamento delle sue scelte dichiarate fino ad una settimana fa, ha “mollato” il suo candidato Guido Bertolaso. Adesso Forza Italia nelle elezioni comunali della Capitale sosterrà Alfio Marchini, uomo dei costruttori e dei palazzinari, figlio d’arte e giovane imprenditore rampante. “Con il dottor Guido Bertolaso – afferma in una nota Berlusconi – abbiamo deciso di sostenere e fare nostra la candidatura dell’ingegner Alfio Marchini. Non è una scelta nuova. Marchini era stato la nostra prima opzione, ed era caduta per i veti posti da un alleato della coalizione”.
Secondo il noto sondaggista berlusconiano Nicola Piepoli, patron e presidente dell’omonimo istituto demoscopico, con la convergenza di Bertolaso su Marchini “a Roma il quadro cambia radicalmente e la destra aumenta le sue possibilità di vincere”. In un commento raccolto dall’Ansa, Piepoli commentando il passo indietro del candidato di Forza Italia, ritiene che “La destra ora può vincere ma deve lavorare parecchio” argomentando la sua tesi: “Ci sono due aree di destra concorrenti che sono entrambe al 20% circa. Il terzo è Giachetti” che è all’incirca allo stesso livello, mentre “la Raggi è fuori gioco, nel senso che è più alta”. Tutti e tre, insomma, “si devono contendere un posto al ballottaggio” rendendo la situazione della corsa al Campidoglio “finalmente molto più aleatoria”. Secondo un sondaggio riservato e realizzato anche dell’altra sondaggista berlusconiana Ghisleri trapelato una decina di giorni fa sul Corriere della Sera, l’ex capo della Protezione civile sarebbe stato inchiodato al 5% come lista di FI e al 6% come candidato sindaco, ossia quinto in classifica, dietro di molto ad Alfio Marchini, accreditato al 12-13%.
Al vetriolo le reazioni degli altri esponenti della destra.“Renzi e Casini chiamano e Berlusconi risponde. Continua l’incredibile balletto di Fi che anche oggi cambia candidato” ha dichiarato Matteo Salvini dopo la notizia del passo indietro di Bertolaso e della convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini. “Siamo contenti della semplificazione del quadro politico a Roma. Ora ci aspettiamo un’ulteriore semplificazione con la diretta e aperta convergenza di Alfio Marchini e di Forza Italia sul candidato del Pd e di Renzi, Roberto Giachetti” commenta fuori dai denti la candidata della destra a sindaco di Roma, Giorgia Meloni. Ma tra i fascisti romani non tutti reagiscono allo stesso modo. Ad esempio dopo la convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini, sembra che anche Francesco Storace, candidato a sindaco di Roma per La Destra, stia valutando di fare un passo indietro in favore di Marchini.
Destra dunque in ordine sparso e “Partito della Nazione” creato da Renzi in pole position per giocare su due candidati: il giovane e rampante Marchini oppure lo stagionato, renziano e allineato Giachetti. Chi dei due riuscisse ad andare al ballottaggio potrà contare sull’appoggio sia di Renzi che di Berlusconi e del loro mutevole e infido entourage.
Nella Capitale si respira sempre più forte un aria fetida, per nulla attenuata dallo svolazzare di grembiulini degli affiliati alla loggia del Partito della Nazione. A Roma serve decisamente far saltare il tavolo e spazzare via tutto questo, un’impresa che appare quasi disperata ma altrettanto necessaria.
Fonte
Secondo il noto sondaggista berlusconiano Nicola Piepoli, patron e presidente dell’omonimo istituto demoscopico, con la convergenza di Bertolaso su Marchini “a Roma il quadro cambia radicalmente e la destra aumenta le sue possibilità di vincere”. In un commento raccolto dall’Ansa, Piepoli commentando il passo indietro del candidato di Forza Italia, ritiene che “La destra ora può vincere ma deve lavorare parecchio” argomentando la sua tesi: “Ci sono due aree di destra concorrenti che sono entrambe al 20% circa. Il terzo è Giachetti” che è all’incirca allo stesso livello, mentre “la Raggi è fuori gioco, nel senso che è più alta”. Tutti e tre, insomma, “si devono contendere un posto al ballottaggio” rendendo la situazione della corsa al Campidoglio “finalmente molto più aleatoria”. Secondo un sondaggio riservato e realizzato anche dell’altra sondaggista berlusconiana Ghisleri trapelato una decina di giorni fa sul Corriere della Sera, l’ex capo della Protezione civile sarebbe stato inchiodato al 5% come lista di FI e al 6% come candidato sindaco, ossia quinto in classifica, dietro di molto ad Alfio Marchini, accreditato al 12-13%.
Al vetriolo le reazioni degli altri esponenti della destra.“Renzi e Casini chiamano e Berlusconi risponde. Continua l’incredibile balletto di Fi che anche oggi cambia candidato” ha dichiarato Matteo Salvini dopo la notizia del passo indietro di Bertolaso e della convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini. “Siamo contenti della semplificazione del quadro politico a Roma. Ora ci aspettiamo un’ulteriore semplificazione con la diretta e aperta convergenza di Alfio Marchini e di Forza Italia sul candidato del Pd e di Renzi, Roberto Giachetti” commenta fuori dai denti la candidata della destra a sindaco di Roma, Giorgia Meloni. Ma tra i fascisti romani non tutti reagiscono allo stesso modo. Ad esempio dopo la convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini, sembra che anche Francesco Storace, candidato a sindaco di Roma per La Destra, stia valutando di fare un passo indietro in favore di Marchini.
Destra dunque in ordine sparso e “Partito della Nazione” creato da Renzi in pole position per giocare su due candidati: il giovane e rampante Marchini oppure lo stagionato, renziano e allineato Giachetti. Chi dei due riuscisse ad andare al ballottaggio potrà contare sull’appoggio sia di Renzi che di Berlusconi e del loro mutevole e infido entourage.
Nella Capitale si respira sempre più forte un aria fetida, per nulla attenuata dallo svolazzare di grembiulini degli affiliati alla loggia del Partito della Nazione. A Roma serve decisamente far saltare il tavolo e spazzare via tutto questo, un’impresa che appare quasi disperata ma altrettanto necessaria.
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09/03/2016
Antonio Bassolino e la democrazia
Nei mesi scorsi veder circolare il
nome di Antonio Bassolino, come candidato sindaco alle primarie del Pd
napoletano, qualche effetto straniamento lo ha creato. Non per motivi
estetici ma perché, dopo quanto accaduto in quindici anni, nel più
sereno dei casi era possibile pensare che la stagione politica di
Bassolino fosse finita. Soprattutto fosse finito il ciclo dei rifiuti
Bassolino stile, vero e proprio monumento alla politica bipartisan dello
smaltimento: emergenza continua, corsie preferenziali per grandi
imprese, disastro ambientale, infiltrazioni della camorra, grandi
inceneritori, salute delle popolazioni dilaniata.
La storia politica di Bassolino è legata ad un altro grande nome bipartisan: Impregilo.
La holding che oggi si chiama Salini-Impregilo, oltre ad essere una
multinazionale delle costruzioni, negli anni d’oro di Bassolino si è
distinta per la capacità di saper approfittare di questo modello,
ottenendo, nel 2000, la gestione unica dei rifiuti in Campania. I
risultati, col passare del tempo, sono sotto gli occhi di tutti. Il
modello dell’emergenza rifiuti che generava la produzione di emergenze
rifiuti successive da risolvere allo stesso modo: far intervenire grandi
ditte, con procedure d’urgenza, smuovere capitali stanziati in fretta,
concentrare il potere di decisione su questi capitali. Quanto al modello
ambientale soggiaciente a queste decisioni lasciamo perdere. Bassolino,
che a suo tempo si posizionò nella sinistra del Pci (come De Luca, suo
avversario politico) non ha mai derogato un attimo dal modello cemento,
inceneritore, grandi opere, banche. Naturalmente Impregilo ai suoi tempi
andò ben oltre Bassolino: la troviamo azienda costruttrice del nuovo
ospedale dell’Aquila, quello crollato durante il terremoto mentre quello
vecchio rimase in piedi.
Insomma, Bassolino era alleato a
un componente del potere forte dell’Italia dagli anni ’90 fino alla
crisi del 2008, con una legge totem: la legge obiettivo del 2001,
artefice Lunardi (titolare di imprese importanti e ministro delle
infrastrutture che regolava il settore dove le sue imprese lavoravano).
Legge il cui significato era chiaro: stabilire corsie preferenziali per
l’assegnazione di grandi opere superando controlli e procedure di
assegnazione. Si trattava di un mondo bipartisan delle grandi opere, e
di un modello di sviluppo nocivo e decotto quanto reiterato con
accanimento terapeutico, nel quale Bassolino, che ha gestito l’emergenza
rifiuti con il centrodestra, ha vissuto e prosperato politicamente.
Ora qui il punto non è tanto andare a
fare i Travaglio della situazione – ad esempio l’amata Impregilo di
Bassolino è stata condannata anche dal tribunale del Lesotho per
corruzione e l’ex governatore della Campania ha dovuto risarcire due
differenti danni erariali – nè andare a vedere le carte del processo che
ha assolto l’ex sindaco di Napoli per epidemia colposa. Il punto è tutto
politico e non ha a che vedere con le inchieste della magistratura: il
mondo che ha espresso Bassolino, il suo modello di sviluppo e di
politica, ha espresso anche disastri ambientali, umani e prodotto
miseria accentrando ricchezza. Basta, fine, stop. Il modello di
democrazia di Bassolino, grande consenso per accentrare grandi appalti e
produrre grandi disastri, sembrava destinato agli archivi. Se si
giudica un modello con i tempi della storia, e a quello Bassolino si è
alleata tanta sinistra, quasi un ventennio è sufficiente per dire se con
il “rinascimento napoletano”, si è riusciti a produrre qualcosa di
nuovo, di positivo oppure no. E il giudizio storico, oltre che politico,
non è affatto positivo.
Curiosamente, ma non troppo, Bassolino riemerge invece come candidato sindaco alle primarie Pd.
In parallelo ad un altro grande sostenitore dei grandi appalti
concessi, a grandi ditte, con discrezionalità: Guido Bertolaso. Una
sorta di operazione nostalgia, un “come eravamo” quando si erogavano
appalti a pioggia decisi ai pranzi di lavoro nei ristoranti di lusso. La
celebrazione del tentativo del ritorno di un disastroso mondo che si
sarebbe voluto neo-nobiliare ma, qui, si andrebbe lontano. E cosa accade
alle primarie? Bassolino perde per meno di cinquecento voti, su
trentamila, ed emergono video dove si comprende chiaramente che in
alcuni seggi, a favore della candidata che ha battuto l’ex sindaco di
Napoli, c’è stato accompagnamento di elettori previa scambio di denaro.
La difesa della legittimità del voto, da parte dello stato maggiore
renziano, è tra i più surreali. La responsabile scuola del partito
risponde su twitter che gli euro pagati per votare erano, in realtà,
spiccioli prestati agli amici in quel momento a corto di liquidità. Il
presidente del partito, commissario del Pd romano a causa dello scandalo
Roma capitale, si dice certo, senza minimamente indicare sulla base di
quale elemento probatorio, che si tratti di pochi episodi isolati. In
realtà basterebbe annullare i voti dei seggi in cui si è votato in quel
modo, a Scampia con diretto intervento di esponenti del centrodestra,
praticamente per rovesciare l’esito delle primarie. I media, nonostante
abbiano dato risalto alla vicenda, si tengono ben lontani dal tirar
fuori dagli archivi l’esito delle precedenti primarie napoletane del Pd
del 2011: annullamento per brogli e nomina del candidato da Roma.
Insomma Bassolino – modello
democrazia per grandi appalti e grandi disastri umani e ambientali – è
passato da prendere il 72% alle elezioni da sindaco ad andare sotto, per
pochi voti, alle primarie, concorrendo contro una sua ex protetta
(passata in area renziana). Ma nel declino, evidente e
spettacolare, di questo modello di consenso, e di affari, è riuscito ad
evidenziare tutto lo (ehm) splendore del modello renziano di democrazia.
Votazioni approssimative,
inquinate il cui esito arlecchinesco viene difeso approssimativamente,
candidati il cui appoggio risulta perlomeno essere inquietante.
Negli Usa molti analisti delle primarie si lamentano del fatto che, in
quel genere di elezioni, di solito partecipa un elettorato più militante
– definito troppo di destra o troppo di sinistra – che rischia di
determinare le scelte anche del centro dell’elettorato. Per cui le
primarie nate nel 1972, ricordiamo, per rispondere alla crisi dei
partiti americani, finiscono per essere una riproposizione di questa
crisi su altre forme: si passa dal settarismo di apparato a quello della
mobilitazione da caucus. Le primarie italiane nascono per lo stesso
motivo, e per legittimare un gruppo dirigenziale di fatto monarchico con
delega plebiscitaria (come in Usa comunque) e ripropongono la stessa
crisi su altre forme. Ovvero la presenza di gruppi di pressione, di ogni
genere, che dall’apparato burocratico, ormai dissoltosi, possa
esclusivamente occupare il processo di formazione del voto. Già perchè
una analisi serena sulla formazione del voto di base al sud, tra gli
anni ’80 ed oggi, non può che vedere questo cambiamento. Allora si
trattava di nutrire l’apparato burocratico e presidiare i processi di
formazione del voto. Oggi, modello low cost, l’apparato burocratico si è
dissolto e si tratta di presidiare meno elettori ma in modo comunque,
diciamo, molto diretto. Riproponendo le storture, e i disastri del
passato, chiamando il tutto “partecipazione popolare” (come ha fatto
l’avversaria di Bassolino).
Non possiamo non notare come,
rispetto alle primarie in Liguria e a Milano (dove la presenza ai seggi
di cinesi che non conoscevano il nome del sindaco ma quello del
candidato Pd aveva suscitato serie perplessità) sia improvvisamente
scomparsa la partecipazione di elettori extracomunitari sia a Roma (dove
comunque non sono mancati i problemi) che a Napoli.
Ma, allo stesso tempo, l’operazione di immagine del renzismo reale non è
andata ugualmente bene. Per Renzi vale, come per tutti, la regola aurea
“come si governa un partito si governa un paese”. E la vicenda
napoletana, di interpretazioni su come Renzi governa il partito ne
regala parecchie. E anche su come governa i media, tema che oggi pare
interessare davvero poco.
Infine, l’Italia è un paese
pieno di maghetti della democrazia possibile, dove il barocco della
partecipazione si fa estremo, a parole, quanto più emergono crisi di
ogni genere. Bene, nel momento in cui Bassolino parla di
mercimonio della democrazia, lui che perlomeno di questa materia
parrebbe intendersene, non sarebbe male che tutti questi maghetti
distogliessero gli occhi dai libri di fiabe che leggono. Perché il
futuro della democrazia in questo paese non è stato scritto dai fratelli
Grimm dove invece sembra collocato a leggere i cantori della
partecipazione come balsamo di ogni male. Già perchè la democrazia
deliberativa – di cui sia il bassolinismo che le primarie non sono
degenerazioni ma chiari sintomi di convulsioni strutturali – è in un tipo
di crisi che sarebbe anche un fenomeno da guardare in faccia. E se
proprio si vuol guardare ai fratelli Grimm si possono sempre leggere le
tante versioni della leggenda popolare del pifferaio di Hamelin. Nei
Grimm la scomparsa dei 130 bambini, avvenuta a Hamelin secondo leggenda
popolare nel XIII secolo, trova comunque un finale edulcorato. Nelle
versioni popolari no. Sarebbe anche l’ora di capire in che modo, come
per i 130 bambini, sia scomparsa la democrazia di questo paese. Senza
versioni edulcorate.
Redazione, 9 marzo 2016
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