Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/05/2016

Truppe in periferia. Marchini si candida a colonnello-podestà

La gara per la poltrona di sindaco, a Roma, sembra una lotta tra reazionari persi. A cui naturalmente auguriamo di perdere...

Il palazzinaro di bella presenza, al secolo “Arfio” Marchini ci ha tenuto a fare sapere che lui è pronto ad andare molto più a destra dei concorrenti più diretti. Quel che stupisce, però è l’accoglienza che trovano le sue parole – stiamo ancora a questo livello, per fortuna – sui media mainstream.

Della marea di cazzate sparate sussurrando, sotto il sorrisetto furbo, i giornali di regime hanno colto come “estrema” solo quella relativa all’intenzione di non celebrare nozze gay, al contrario di quanto aveva fatto Ignazio Marino (una delle poche cose positive del chirurgo “alieno”).

L’indignazione di prammatica è diventata ben presto un fiume, fino all’ineffabile piddina Monica Cirinnà – responsabile della legge sui diritti civili su cui il governo ha deciso di mettere la fiducia – che è sbottata in un fantasmagorico
“Alfio Marchini vuole essere un sindaco che non rispetta la legge, un bel biglietto da visita. Le unioni civili, una volta approvate definitivamente dal Parlamento non sono derogabili per scelta politica. Se Marchini, come ha annunciato, non celebrerà le unioni civili tra persone dello stesso sesso non soltanto andrà contro i diritti dei cittadini romani, ma anche contro una legge dello Stato con tutte le conseguenze civili e penali. Ricordo a Marchini, che esiste l’articolo 328 del codice penale sull’omissione degli atti d’ufficio e che il sindaco giura sulla Costituzione, impegnandosi a rispettare la legge. Marchini non intende giurare sulla Costituzione? Di certo siamo di fronte alla prima dichiarazione omofoba di un candidato a sindaco per blandire gli elettori di destra“.
La legge ancora non c’è, ma è indubbio che se e quando ci dovesse essere al sindaco di Roma, come a tutti gli altri, chiunque esso sia, toccherà di rispettarla. Senza dover fare sforzi eccessivi di immaginazione, in quel caso ci sarà un funzionario del Comune a togliere il sindaco dall’imbarazzo, permettendogli dunque di continuare a dire che “lui” non ha celebrato nozze gay, pur avendo delegato qualcun altro a farlo. Furbizie, bassezze, pinzillacchere...

Strano, però, che nessuno si sia soffermato sulla parte più corposa del “programma promesso” dal palazzinaro piacione: “Sosteniamo l’uso dei droni e della tecnologia per garantire la sicurezza in città”, ha spiegato Marchini, auspicando l’utilizzo dell’esercito a presidio “non solo del centro ma anche delle periferie, ed anche oltre il periodo del Giubileo”. Un’occupazione militare perpetua, insomma...

A nessuno dovrebbe sfuggire il fatto che l’esercito (truppe “professioniste”, ormai, non più “popolo in armi”) è stato messo a difesa di siti considerati possibili obiettivi di attacco. È risaputa la nostra contrarietà a questo tipo di “soluzioni”, già sfociate in episodi di pericoloso “rambismo”, ma – diciamo così – si tratta comunque di un impiego delle truppe di tipo prevalentemente “difensivo”.

Mandarle in periferia, invece, che vuol dire? Cosa c’è da “proteggere” a Torbella o San Basilio? Niente, è evidente. Si tratterebbe dunque di una presenza “offensiva”, supplementare o sostitutiva di polizia e carabinieri.

Scontando il fatto – probabilmente ignorato da Marchini – che le “regole di ingaggio” proprie di truppe militari sono alquanto più violente di quelle, non certo pacifiche, delle “forze dell’ordine”, e che il relativo addestramento non è esattamente mirato all’ordine pubblico, non resta che pensare ad una funzione intimidatoria o apertamente “bellica”.

Periferie come i sobborghi di Baghdad o Aleppo, insomma. Nei deliri marchiniani c’è la traccia – fetida – dell’odio di classe, per cui chi non è cresciuto ai Parioli o a Villa Ada è un nemico da tenere d’occhio, un pezzente potenzialmente pericoloso; nel migliore dei casi uno che non deve mettere becco su come i palazzinari dispongono della città e del suo sviluppo.

Sogni reazionari, certamente (se non altro perché le truppe necessarie per controllare le periferie italiane sono infinitamente di più di quelle oggi disponibili). Ma indicativi di cosa cova nella testa dei padroncini che “si buttano in politica”. Per loro non esistono diritti: né civili, né del lavoro, né di resistenza, né di opinione…

Poi magari incontrano Jeeg Robot e se la fanno sotto...

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29/04/2016

Roma. Berlusconi molla Bertolaso e punta su Marchini. Aria fetida nella capitale

Nella corsa per il sindaco di Roma, Berlusconi con un ribaltamento delle sue scelte dichiarate fino ad una settimana fa, ha “mollato” il suo candidato Guido Bertolaso. Adesso Forza Italia nelle elezioni comunali della Capitale sosterrà Alfio Marchini, uomo dei costruttori e dei palazzinari, figlio d’arte e giovane imprenditore rampante. “Con il dottor Guido Bertolaso – afferma in una nota Berlusconi – abbiamo deciso di sostenere e fare nostra la candidatura dell’ingegner Alfio Marchini. Non è una scelta nuova. Marchini era stato la nostra prima opzione, ed era caduta per i veti posti da un alleato della coalizione”.

Secondo il noto sondaggista berlusconiano Nicola Piepoli, patron e presidente dell’omonimo istituto demoscopico, con la convergenza di Bertolaso su Marchini “a Roma il quadro cambia radicalmente e la destra aumenta le sue possibilità di vincere”. In un commento raccolto dall’Ansa, Piepoli commentando il passo indietro del candidato di Forza Italia, ritiene che “La destra ora può vincere ma deve lavorare parecchio” argomentando la sua tesi: “Ci sono due aree di destra concorrenti che sono entrambe al 20% circa. Il terzo è Giachetti” che è all’incirca allo stesso livello, mentre “la Raggi è fuori gioco, nel senso che è più alta”. Tutti e tre, insomma, “si devono contendere un posto al ballottaggio” rendendo la situazione della corsa al Campidoglio “finalmente molto più aleatoria”. Secondo un sondaggio riservato e realizzato anche dell’altra sondaggista berlusconiana Ghisleri trapelato una decina di giorni fa sul Corriere della Sera, l’ex capo della Protezione civile sarebbe stato inchiodato al 5% come lista di FI e al 6% come candidato sindaco, ossia quinto in classifica, dietro di molto ad Alfio Marchini, accreditato al 12-13%.

Al vetriolo le reazioni degli altri esponenti della destra.“Renzi e Casini chiamano e Berlusconi risponde. Continua l’incredibile balletto di Fi che anche oggi cambia candidato” ha dichiarato Matteo Salvini dopo la notizia del passo indietro di Bertolaso e della convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini. “Siamo contenti della semplificazione del quadro politico a Roma. Ora ci aspettiamo un’ulteriore semplificazione con la diretta e aperta convergenza di Alfio Marchini e di Forza Italia sul candidato del Pd e di Renzi, Roberto Giachetti” commenta fuori dai denti la candidata della destra a sindaco di Roma, Giorgia Meloni. Ma tra i fascisti romani non tutti reagiscono allo stesso modo. Ad esempio dopo la convergenza di Forza Italia su Alfio Marchini, sembra che anche Francesco Storace, candidato a sindaco di Roma per La Destra, stia valutando di fare un passo indietro in favore di Marchini.

Destra dunque in ordine sparso e “Partito della Nazione” creato da Renzi in pole position per giocare su due candidati: il giovane e rampante Marchini oppure lo stagionato, renziano e allineato Giachetti. Chi dei due riuscisse ad andare al ballottaggio potrà contare sull’appoggio sia di Renzi che di Berlusconi e del loro mutevole e infido entourage.

Nella Capitale si respira sempre più forte un aria fetida, per nulla attenuata dallo svolazzare di grembiulini degli affiliati alla loggia del Partito della Nazione. A Roma serve decisamente far saltare il tavolo e spazzare via tutto questo, un’impresa che appare quasi disperata ma altrettanto necessaria.

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10/11/2015

Roma: la tentazione del Cavaliere...

Ormai, dopo la sceneggiata delle dimissioni poi ritirate, poi le dimissioni in massa dei consiglieri Pd, poi la proposta di lista unica anti M5s (l’uscita più divertente del 2015) eccetera, di quello che succede nel consiglio comunale di Roma si dovrebbe parlare nella pagina degli spettacoli. Comunque, cerchiamo di parlare seriamente (proviamoci).

In teoria, si dovrebbe votare in primavera e si immagina in contemporanea a Milano, Napoli, Bologna e Torino. Il che ne farebbe un test nazionale di prima importanza, trattandosi delle quattro maggiori città italiane, più un’altra delle prime dieci). Nelle altre città, il Pd probabilmente avrà difficoltà (soprattutto Milano), ma, alla fine, è possibile che tenga o abbia un risultato dignitoso. In qualche caso può addirittura aumentare. Dunque un test che, salvo sorprese, può segnalare complessivamente un Pd stabile o in contenuta flessione: niente di drammatico.

Il guaio è Roma, dove il Pd rischia di andare sotto il 20% e restare fuori del ballottaggio. E’ la Capitale ed un capitombolo del genere avrebbe sicuramente riflessi nazionali, se poi ci si aggiungesse un risultato mediocre a Milano, la partita delle politiche apparirebbe compromessa. Per cui non è da escludere che il Pd voglia votare il più in là che si può, un po’ per far dimenticare questo sfascio un po’ per fiaccare una eventuale lista Marino concorrente, un po’ per avere tempo di riorganizzarsi e prender fiato.

Con la scusa del giubileo, ci sarebbe la scappatoia per superare il dicembre 2016 e votare nei primi del 2017, magari insieme alle politiche anticipate. Sin qui Renzi ed i suoi hanno giurato che si voterà in primavera, ma si fa presto a cambiare idea.

Nel frattempo, un commissario nominato per l’ordinaria amministrazione si muove ed opera come un qualsiasi sindaco eletto dal popolo. Ormai la Costituzione, debitamente rilegata, può servire come oggetto d’arredamento.

Comunque ragioniamo a ”bocce ferme” come se si dovesse votare fra sei mesi. Ragionevolmente saranno in ogni caso in campo i candidati delle due forze nazionali, Pd e M5s, cui si aggiungeranno le tre M: Meloni, Marchini e Marino.

Il primo problema è cosa farà Berlusconi. Lui ha già fatto un endorsement per Marchini che, però, si è precipitato a dire che correrà da solo non apparentandosi né con il Pd né con Berlusconi, ma con una frase ambigua “Si ai voti di Berlusconi”. Il che può significare che accetterebbe i voti di Fi al secondo turno, ma senza concedere apparentamenti, oppure che accetterà i voti sin dal primo turno ma senza apparentarsi. Il che significa che Fi non dovrebbe presentare il suo simbolo sin dal primo turno e dare indicazione di voto per Marchini da fuori. Questo, unitamente alle pressioni di FdI ed interne a Forza Italia lo ha indotto ad un rapido ripensamento (“Marchini è arrogante”).

Il fatto è che Marchini non è arrogante ma, saggiamente, rifiuta l’ “abbraccio della morte” del Cavaliere: ha costruito la sua immagine come candidato della società civile, non può allearsi ad uno dei due partiti di sistema e, per di più, a quello che sta affondando. Dunque ok ai voti di Fi, ma Berlusconi stia dietro le quinte ed eviti di farsi sentire, anzi meglio se resta fuori del teatro.

Però, a Marchini, paradossalmente, i voti servono più al primo turno che al secondo: se arriva al ballottaggio con il M5s, può sperare che Pd e destra votino per lui, piuttosto che consegnare la città agli odiati grillini. Se invece il ballottaggio fosse con il Pd, meglio ancora: M5s e destra non voterebbero mai Pd e la vittoria sarebbe ancora più certa. Dunque, il problema di Marchini è superare il primo turno. Alle scorse elezioni comunali la sua lista ottenne il 10%, è presumibile che questa volta cresca, anche per effetto del disastro della giunta Marino, ma non è detto che questo basti. In primo luogo, c’è da tener conto che, se è vero che il Pd è in caduta libera e la destra è dimezzata, però è anche vero che in più ci sarà una lista Marino ed il M5s è in crescita. Dunque una competizione a cinque con relative liste e candidati di supporto. Dato che il totale deve sempre fare 100% e non può essere il 150%, questo significa che anche per Marchini la strada è in salita. Un sondaggio gli attribuisce il 20% (per quel che valgono i sondaggi), mentre dà il 17% al Pd, ma è possibile che Sel sarà con il Pd e che magari raccattando un po’ di centro (Alfano, Casini, Sc eccetera) non è difficile che il Pd possa superare il 20% ed arrivare al secondo turno. Insomma, la promozione al secondo turno è tutta da decidere, per cui a Marchini il “soccorso azzurro” del Cavaliere serve da subito, ma come evitare che un abbraccio troppo stretto possa costargli più di quanto gli porti?

Berlusconi ormai non ha più un grande seguito elettorale da spostare, però quel gruzzoletto dell’8% che ancora ha, forse non basta a far vincere Marchini, ma è abbastanza per mettere fuori gioco la Meloni che resterebbe al palo di quel 15% di partenza. Il Cavaliere ha anche offerto “generosamente” alla Meloni la candidatura alla presidenza della regione Lazio, ma la Meloni non gradisce ed ha minacciato sfracelli. Però sarebbe sufficiente che Forza Italia non affiancasse il suo simbolo a quello di FdI e la Meloni sarebbe fuori corsa. Magari Marchini potrebbe essere affiancato da una lista di Forza Italia travestita da civica, oppure Berlusconi potrebbe mettere una dozzina di candidati  “tira voti” nella lista di Marchini. Al resto penserebbe la dinamica del “voto utile”: opportuni sondaggi dimostrerebbero che Marchini sarebbe l’unico candidato anti M5s e Pd. Magari le reti Mediaset sarebbero generosi megafoni in questo senso, pompando Marchini ed oscurando la Meloni. In questo modo, il Cavaliere potrebbe pensare di portare il suo candidato al 23-24% e passare il turno.

Se l’operazione riuscisse, pur con il sacrificio della lista di Fi, il Cavaliere avrebbe:

– ridimensionato la Meloni ed indirettamente anche Salvini, che dovrebbero rientrare nei ranghi di alleati cadetti e non aspirare più al posto di capofila;

– dimostrato che senza di lui, dei suoi soldi e delle sue televisioni, non si va da nessuna parte;

– che, se non è più spendibile come “king”, può sempre essere l’unico “king maker” della destra.

All’eventuale successo romano, potrebbe seguire lo scioglimento di Forza Italia (un brand ormai inservibile) e la nascita di un nuovo partito di “centro” intorno al neo sindaco di Roma Marchini, raccattando anche un po’ di roba in casa Ncd (il passaggio di Quagliariello e della Di Girolamo vanno esattamente in questo senso) poi potrebbe accogliere Tosi, magari recuperare anche Fitto ecc. ecc. E magari avere una formazione più spendibile per le politiche. Il Cavaliere è bravo a rinascere dalle sue ceneri e, se ormai non è più spendibile come leader di prima fila, potrebbe sempre cercare di essere il presidente-ombra di una nuova aggregazione di “moderati”. Lo sappiamo: il Cavaliere darebbe qualsiasi cosa per tornare ai fasti di un tempo, ma forse ha capito anche lui che non è più possibile e ha un mucchio di interessi da salvare: deve perfezionare l’acquisto Rizzoli e sviluppare l’operazione, deve salvare “Che banca!”, deve finire il pasticcio del Milan, deve governare la partita della divisione fra i figli, deve affrontare i prossimi processi e ce n’è uno in particolare che gli dà molto fastidio…

Insomma, anche se non più in prima fila, gli converrebbe essere fra quelli che contano. La tentazione potrebbe tornare: c’è ancora tempo per il voto e magari Salvini va a schiantarsi con il suo “fermare l’Italia”.

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05/11/2015

Lista unica Pd-Fi a Roma contro il M5s? Si, si fatelo!!!

Le elezioni a Roma si avvicinano e fioccano le diverse proposte di alleanze, convergenze, coalizioni, patti differiti, coperti, traversali, ecc. ecc. Fra questi spicca una proposta magnifica fatta prima da Cicchitto e dopo dalla Lorenzin: fare una lista comune Pd-Fi, candidato sindaco Marchini, per battere il M5s. Che proposta magnifica! Fatela vi prego, se volete vi firmo la lista.

E quando mai il M5s doveva sognarsi un regalo così!? In un colpo solo:

a- si dimostra che non è mai esistita una alternativa fra Pd e Forza Italia che, in realtà sono la stessissima cosa che per venti anni ha avuto due espressioni diverse che litigavano solo per ragioni di potere, ma che, di fronte al rischio di perdere, si ricompatta;

b- rende impossibile la convivenza nello stesso partito di renziani e bersaniani. Questi ultimi possono decidere di restare lo stesso nel partito, ma per perdere altri pezzi e per sparire dalla scena politica. Sin qui dei bersaniani se ne parla per ridere, dopo una cosa del genere non se ne parlerebbe neppure per ridere;

c- fa saltare la coalizione di destra con Lega e Fdi anche nelle altre città, da Milano a Bologna, da Napoli a Torino e cancella definitivamente la destra dal novero dei possibili competitori e li schiaccia ai margini del sistema;

d- fa deflagrare quel che resta di Fi, dove qualcuno se ne andrebbe con FdI e Lega;

e- dimostra che il M5s è l’unica alternativa possibile a questo sistema politico e l’unico grimaldello per farlo saltare il che è la migliore campagna elettorale che possa fare e completamente gratis, perché ci pensano gli altri a farla per lui;

f- ammazza anche la lista Marchini (ma dubito che l’interessato ci stia) che da lista “Né di destra né di sinistra” diventa lista “di destra e di sinistra” (intese come nomi di schieramenti e non come idee) e farebbe di Marchini il capo della coalizione partitocratica italiana. Magari la lista si potrebbe anche chiamare la “Marchini-Veltroni-Alemanno”

E’ una idea splendida!

Ma mi sorge un dubbio atroce. Qui c’è qualcosa che non quadra… Beppe, Roberto, confessate, siete voi che avete pagato Cicchitto e la Lorenzin per farvi fare questo regalo! No, perché, anche se nessuno dei due pregiati uomini di governo ha mai dato prova di soverchia intelligenza, non possono essere così stupidi da fare in buona fede una proposta così. C’è un limite a tutto… per cui non resta che l’ipotesi della corruzione!

Ci mettiamo anche noi a fare queste cose? E poi abusando delle limitate capacità di uno dei due fautori di questa proposta. Questa è circonvenzione di… Ma dai!!

Sono scandalizzato, però, lasciatemi sognare... dai fatela una lista così.

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09/10/2015

Le dimissioni di Marino erano un atto dovuto. E da tempo

Non ci stupiscono né ci rattristano le dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma. Ross@, praticamente da sola, le aveva chieste già dal dicembre 2014 quando esplose la prima parte dell’indagine su Mafia Capitale. Successivamente altre forze sociali, politiche e sindacali sono arrivate alla stessa conclusione.

Ma perché Marino doveva dimettersi già da dicembre? Non certo perché coinvolto nel verminaio di Mafia Capitale. I fatti dimostrano che gran parte del patto politico-criminale e trasversale esisteva da prima della sua elezione a sindaco. Il problema è che quel patto aveva prodotto gran parte dell’apparato politico e dirigenziale che Marino aveva lasciato al suo posto.

Marino è stato prima il prodotto e poi la vittima dello scontro per bande all’interno del Pd romano, un partito di potere con componenti “pericolose”,  come ha documentato l‘inchiesta sui circoli Pd realizzata da Barca. Ma l’essere vittima di questa guerra nel Pd non lo assolve dalle sue responsabilità politiche come sindaco.

A parte la comprovata e ripetuta inadeguatezza ed estraneità alle dinamiche reali della città che doveva governare (una prova di più è stata la nomina del “sabaudo” Esposito ad assessore di un settore strategico come i trasporti), ogni volta che Marino ha preso parola sui problemi sociali o su quelli dei lavoratori l’ha fatta fuori dal vaso: dai fatti di Tor Sapienza ai dipendenti comunali, dagli autisti dell’Atac alle maestre delle materne e degli asili nido, dai vigili urbani ai dipendenti del Colosseo. Un sindaco espressione non tanto dei poteri forti ma coincidente in pieno – per mentalità e visione delle cose – con i poteri forti e gli interessi privati che vogliono spolpare ulteriormente la città di Roma, il suo territorio, i suoi abitanti, i suoi visitatori, i suoi servizi pubblici.

Le dimissioni di Marino sono dunque un atto tardivo e dovuto. Adesso occorre mettere in campo una seria alternativa di governo sulla città di Roma che non faccia della legalità solo una trappola, che dia priorità alle esigenze popolari, che rigetti i diktat del Patto di Stabilità, che tenga alla larga non solo i mafiosi e i fascisti del “Mondo di mezzo” ma anche gli appetiti del Mondo di Sopra, i quali già stanno facendo convergere i loro interessi su Marchini, l’uomo dei costruttori e delle banche.

Ross@ Roma

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23/06/2015

Roma. Il cerchio si stringe intorno alla giunta Marino

Ogni giorno ha la sua pena e il sindaco di Roma non sembra potersi sottrarre a questa condanna. Ieri alla Festa dell’Unità cittadina è stato Renzi, secondo un retroscena del Corriere della Sera, ad esprimere un lapidario “Marino non è in grado di proseguire” ed ancora “Su Roma ci saranno delle sorprese imminenti”. Nello stesso giorno l’assessore alla mobilità, Improta, si è dimesso dalla giunta. Improta è un renziano e la sua defezione lascia intravedere quel classico movimento dei topi quando la nave sta affondando.

Marino domenica sera aveva confermato la sua fama di “marziano” annunciando che sarebbe stato sindaco fino al 2023, cioè annunciando la sua decisione di presentarsi anche per un secondo mandato al governo della Capitale. Ma, sempre secondo il retroscena del Corriere della Sera: “Peccato che non sarà Marino a fare questa esperienza. All’attuale sindaco il premier lascia solo due strade: o si commissaria il Comune, non per mafia, ma per corruzione o si dimette”. Insomma si conferma un orizzonte piuttosto cupo per l'attuale sindaco, che forse farebbe bene a smettere di impuntarsi ed a farsi arrostire sulla graticola dentro e fuori il PD.

Infine sulla giunta Marino, al momento stampellata solo da Sel, incombono altri due macigni: la voluminosa relazione degli ispettori prefettizi consegnata al Prefetto Gabrielli sulla corruzione e le infiltrazioni del sistema Mafia Capitale dentro il Comune di Roma. Poi c’è l’ingannevole relazione degli ispettori del Mef secondo cui il Comune dovrebbe risarcire l’erario di 350 milioni di euro per le concessioni sul salario accessorio ai dipendenti comunali varata a sua tempo dalla Giunta Alemanno.

Sulla prima relazione il Prefetto Gabrielli si è preso tutto il tempo consentito per esprimere una valutazione. Difficile sottrarsi all’impressione che un personaggio navigato come Gabrielli (ex capo del Sisde e della Digos, ex capo della Protezione Civile) possa esprimere una valutazione difforme dagli orientamenti del governo. Dunque se il governo Renzi vuole la testa di Marino...

Sulla seconda relazione, quella degli ispettori del Mef, si è invece aperto un giallo. Lo denuncia il sindacato Usb dei lavoratori comunali, il quale scrive in una nota che “a poche ore dal polverone sollevato, dal MEF parte questa dichiarazione: «nella comunicazione al Comune, la RGS (Ragioneria Generale dell Stato n.d.r.) non fa alcun riferimento ad operazioni di recupero delle cifre erogate». Vi ricordate cosa dicevano il sindaco e il suo vice all’indomani del via libera all’atto unilaterale nell’agosto del 2014? "Le buste paga dei dipendenti capitolini non subiranno nessun taglio, anzi nel tempo potranno contenere anche qualche soldo in più". Cosa dicono ora dopo tutta questa bella sparata? "Nessun salario dei dipendenti sarà toccato e nessun euro dovrà essere restituito né adesso né in futuro". Questa la posizione del sindaco Marino. Ora sappiamo tutti come è andata. Buste paga e diritti martoriati, con perdite medie da inizio anno che superano i 600 euro! Viene da chiedersi cosa accadrà il prossimo 24 giugno e cosa conterrà il nuovo contratto decentrato”. Insomma la relazione degli ispettori del Mef sarebbe stata solo una drammatizzazione amplificata ad arte per facilitare la strada all’imposizione di un contratto che i lavoratori hanno già bocciato con un referendum che ha fatto saltare molti giochi.

Infine c’è da segnalare il lavoro sporco che stanno facendo i giornali dei poteri forti (quelli veri, non i faccendieri all’amatriciana della holding Buzzi-Carminati & C.). In testa Corriere della Sera e Il Messaggero (proprietà di Caltagirone), che stanno sponsorizzando il loro candidato a sindaco dopo Marino: il giovane imprenditore Alfio Marchini. E’ bello, è ricco ed appartiene al Mondo di Sopra.

A scombinare questo schema - dimissioni di Marino, commissariamento, nuove elezioni, Marchini Sindaco - al momento ci sono due fattori. Uno è il M5S che si candida a governare la città e potrebbe trovare i numeri per farlo, sparigliando giochetti e alleanze spurie, impedendo alla destra di rifarsi una verginità rispetto alla voracità della giunta Alemanno e magari capitalizzare il pasticciaccio abbattutosi sul Campidoglio. Ma i discorsi su onestà e legalità del M5S potrebbero non bastare a fare il risultato. Il cumulo di doglianze sociali accumulatesi su Roma, soprattutto nelle sue periferie, chiedono molto di più. Né l'onestà pare un antidoto sufficiente a far cambiare di marcia e di segno i parametri antipopolari del Patto di Stabilità che stringe come un cappio anche le amministrazioni locali imponendo privatizzazioni e tagli ai servizi.

Il secondo sono i movimenti sociali che la scorsa settimana hanno messo in campo iniziative di rottura forti anche sul piano politico: assemblea popolare in Campidoglio con richiesta di dimissioni del consiglio e della giunta comunale, cortei, occupazioni volanti per affermare priorità sociali antagoniste a quelle del Mondo di Mezzo (Mafia Capitale) e del Mondo di Sopra (Capitale Mafia). Circola un appello per una manifestazione dei movimenti sociali contro la giunta Marino e il sistema Mafia capitale. La Carovana delle Periferie ha intanto già annunciato che manifesterà sotto la Prefettura, chiedendo che la relazione consegnata nelle mani del prefetto Gabrielli venga resa pubblica e riaffermando la richiesta di dimissioni della giunta e del consiglio comunale.

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22/06/2015

Roma. Per chi suonano le campane del Corriere della Sera?

I "moralisti" di penna, Sergio Rizzo e Antonio Maria Stella, continuano sul Corriere della Sera nel gioco sporco sui mali di Roma. Affiancano cose vere a cose verosimili e ad altre campate per aria. Le prime hanno il compito di rendere credibili le ultime, soprattutto quando si decontestualizzano completamente le notizie diffuse dalla realtà da cui esse si producono. Infine con questi articoli si tira la volata a qualcuno, in questo caso l'imprenditore Alfio Marchini, figlio di costruttori (per quanto il papà fosse famoso come il palazzinaro "rosso"), sfidante di Marino alle ultime elezioni e che i poteri forti romani vorrebbero come nuovo sindaco essendo uno di loro, come loro, sensibile ai loro interessi. Tant'è che un suo consigliere comunale durante una seduta, stigmatizzò come la peste l'idea che le caserme dismesse potessero essere utilizzate per l'emergenza abitativa, ma non tutte, solo quelle nei quartieri ricchi (Flaminio etc.) perché non era giusto che nella stessa via ci fosse chi aveva pagato la casa 5000 euro a metro quadrato e chi invece avrebbe usufruito di un canone sociale. Capito che gente? E capite a quale mulino portano acqua i moralizzatori come Rizzo e Stella? Fortuna che non siamo i soli a fare tana ai finti moralizzatori. Qui di seguito pubblichiamo un bel comunicato dell'Asia-Usb sulla situazione delle case comunali a Roma che replica all'ultimo articolo dei due.
Per chi suonano le campane del Corriere della Sera: la solita musica a favore della rendita immobiliare e contro i poveri!

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Con un articolo comparso oggi in prima pagina del Corriere della Sera di Roma on-line, assistiamo all’ennesima campagna contro le case popolari e i suoi abitanti.

Il Corriere della Sera contro i poveri: nella logica che nel mercato degli alloggi gli affitti sono da 1.500€ in su, si grida allo scandalo perché i canoni delle case popolari, per chi vive di una pensione minima (500 euro mensili), sono stabiliti a 7,75 euro a mese.

Riportando lo ‘studio fatto da un cittadino romano’ si evince che 7.066 delle case popolari vengono affittate a questo canone e quindi si denuncia la vergogna da sbattere in prima pagina.

Tralasciando la confusione fatta dai due giornalisti, che ancora mescolano le case di edilizia residenziale pubblica con le case del patrimonio disponibile del Comune di Roma, abbiamo il dovere di ristabilire la verità per far capire ai cittadini romani le vere ragioni che muovono queste campagne tendenti a ridare fiato alla speculazione edilizia e alla rendita parassitaria, che vedono le case popolari come il male da recidere a favore del mercato immobiliare. Come dire o si è in grado di pagare mutui o affitti di mercato (da 1500 € in su) o è bene che finite sotto i ponti.

Per questo precisiamo quanto segue:

- la prima ‘clamorosa’ notizia che c’è dietro l’attenta lettura dell’inchiesta dello ‘zelante cittadino modello preso ad esempio dal Corsera’ è che le case popolari sono abitate dai poveri (7.066, circa un terzo, vivono con una sola pensione minima): proprio per questa categoria la legge regionale per l’E.R.P. prevede un affitto simbolico appunto di 7,75 euro mensili.
Appresa questa notizia quindi non si può che non prendere atto di un cambio di strategia da parte della cronaca romana del giornale: si colpevolizzano i poveri e non più i ‘ricchi’ che non avrebbero diritto a stare negli alloggi pubblici. Ma al ‘cittadino statista’ e agli attenti giornalisti sfugge che oltre al canone mensile, chi percepisce pensioni di 500 euro, deve pagare anche gli oneri accessori (senza sconti 40/70 euro mensili secondo i casi), i servizi (luce e gas), le medicine e poi – scandalo più grande – anche permettersi il lusso di mangiare (auspichiamo che egli abbia segnalato anche tutto questo alla Procura di Roma).

- A giornalisti a cui dovrebbe stare a cuore la verità non dovrebbe sfuggire che le denunce del costruttore Marchini sono relative agli immobili non E.R.P. la cui assegnazione è stata fatta in modo discrezionale e clientelare da tutte le amministrazioni e che le stesse denunce non le abbiamo viste per la truffa dei P.d.Z. (si tratta anche qui si edilizia pubblica!), che per la loro realizzazione è stato messo in atto un sistema bipartisan (politici, costruttori, cooperative) che ha sottratto allo stato e alla collettività centinaia di milioni di euro. Non abbiamo visto neanche gli stessi estensori dell’articolo del Corsera di Roma in questione denunciare questo scandalo.

- Sfugge ancora a chi si cimenta a parlare di case popolari, di bilanci e mancate entrate, che questo patrimonio pubblico è stato costruito con i soldi dei lavoratori (ritenuta ex-Gescal) e non con finanziamenti dello Stato o dei Comuni e quindi non può essere usato per ricavarne profitto o tantomeno per ripianare bilanci, come spesso illegalmente è stato fatto. Le presunte somme non rientrate nella casse del comune sono spesso richieste di pagamenti per servizi mai erogati e per giustificare l’enorme costo della gestione privata (Romeo).

- Aver reso ingestibile questo importante patrimonio pubblico è servito solo a spartitorie, inconcludenti e costosissime privatizzazioni che hanno alimentato il fenomeno di Mafia Capitale, senza portare benefici agli inquilini e alla città.

- Così, però, continua a funzionare, nonostante quello che sta emergendo dall’inchiesta della magistratura romana, quindi via la Romeo Gestioni e dentro la Prelios. Questo cambio ci pare pienamente ignorato dalla grande stampa. Nessuno si domanda cosa c’è dietro questo cambiamento e dietro a questi colossi delle ‘gestioni’ immobiliari (sono sempre loro direbbero tanti).

I cittadini della nostra città hanno bisogno che la casa torni ad essere un bene comune, che si sviluppi la politica degli alloggi a canoni sociali, che si accresca quindi il patrimonio delle case popolari (in Italia siamo solo al 3% dell’intero patrimonio abitativo contro la media del 20% degli altri paesi europei) proprio per calmierare il mercato degli affitti e dei mutui divenuti insostenibili per sempre più ampi settori sociali: abbiamo bisogno di una forte gestione pubblica per garantire il diritto alla casa per tutti/e.  

vedi anche: Giornalisti e ispettori del Mef giocano sporco, contro i lavoratori

Qui di seguito l'articolo di Rizzo e Stella sul Corriere della Sera

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Corriere della Sera
Roma, le case del Campidoglio
Affitti a 7,7 euro al mese
Il Comune possiede oltre 42 mila immobili: di 24 mila si conosce il canone. Solo 16 fruttano più di 1.000 euro mensili

di Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

Il signor Gianpaolo Cuccari, un cittadino romano deciso a sapere ciò che evidentemente lassù in alto nessuno vuole sapere, si è piazzato per settimane davanti al computer e ha battuto a tappeto il database di 24.525 appartamenti di proprietà del Comune di cui possiamo conoscere (evviva la trasparenza!) il canone incassato. E ha scoperto che 7.066 di queste case, cioè quasi un terzo, sono affittate a 7 euro e 75 centesimi al mese. Direte: è un errore di stampa. Lo ripetiamo: sette euro e settantacinque centesimi al mese. Il costo di una pizza Margherita (senza birra) in una bettola fuori mano. Sul versante opposto, le abitazioni spesso di prestigio e collocate nei posti più esclusivi della città eterna che sono affittati dal Campidoglio a più di mille euro al mese (andate online e cercate: nelle zone storiche di pregio si parte dai 1.500 in su...) sono in tutto 16: sedici! Lo 0,06 per cento. Di più ancora: le case affittate a meno di 300 euro (solo topaie o quasi di periferia, sul libero mercato) sono il 95,1%.

Sbarrati gli occhi per l’indignazione, il solitario Sherlock Holmes ha preso carta e penna e ha denunciato il fatto alla Procura della Repubblica e alla Corte dei conti: «Nel corso del tempo il Comune di Roma non ha mai aggiornato i canoni e, in conseguenza dell’ingresso nell’euro, appare certo che si sia limitato a fare la conversione dell’importo nella nuova moneta. La documentazione allegata al presente esposto pone in evidenza, essendo gli importi dei canoni differenziati a seconda della colorazione utilizzata, il metodo con cui sono stati enucleati i dati sopra indicati». La prova? «Nel medesimo immobile spesso è possibile rinvenire la situazione per cui la maggior parte delle persone paga canoni irrisori, mentre altri soggetti abitanti nel medesimo palazzo pagano canoni che, seppur affatto alti, sono notevolmente superiori agli altri». Ovvio: chi era già dentro ha continuato a pagare cifre risibili per decenni senza che alcuno si prendesse la briga di andare ad aggiornare l’affitto.

Di più ancora: «Sorge il fondato sospetto che nel corso del lungo tempo trascorso dal momento della prima assegnazione soggetti diversi dai legittimi assegnatari abbiano goduto degli immobili ad insaputa degli organi comunali competenti, colposamente inerti». Immaginiamo la faccia del procuratore generale della Corte dei conti Salvatore Nottola: «Ma non c’è nessuno che controlli?». Intendiamoci: in una metropoli come Roma, con tutti i problemi sociali che esistono e si sono aggravati negli ultimi anni, ci sta pure che alcune abitazioni pubbliche vengano assegnate a prezzi ultra-popolari. Ma quelle case a 7,75 euro al mese son davvero occupate solo da vecchi pensionati impoveriti dalla crisi o da famiglie indigenti che non ce la fanno? Dubitiamo.

Le denunce dei mesi scorsi da parte dell’opposizione che in consiglio comunale fa capo ad Alfio Marchini, del resto, hanno documentato casi assurdi. Ad esempio l’appartamento di 70 metri quadrati in via dei Cappellari, a Campo de’ Fiori, affittato a 222 euro. O la casa di 122 metri quadri in via Labicana, vicino al Colosseo: 174. O il monolocale in piazza Navona: 22. O la sede Pd di via dei Giubbonari, dietro il ministero della Giustizia: 200. Per non dire di alcuni sbalorditivi affitti commerciali, come quello di un bar in via dei Campi sportivi, oltre Villa Glori, che sborsa 26 euro mensili: ottantasei centesimi al giorno! O di un ristorante in via Appia Antica: 258 euro al mese. Cioè 8 al giorno: il costo di un contorno, patate o cicoria.

Siete scandalizzati? Eppure è ancora peggio di come appare. Perché le prime denunce dell’andazzo, sulla gestione del patrimonio immobiliare capitolino, sono addirittura del 1977. Quando Jimmy Carter entrava alla Casa Bianca, Renato Vallanzasca veniva catturato, i radicali chiedevano le dimissioni di Leone e in India si dimetteva Indira Gandhi. Fu allora che, su denuncia dell’allora sindaco Giulio Carlo Argan, la magistratura mise sotto inchiesta l’assegnazione di 2002 case comunali. Finite in decine di casi a galoppini della Dc che non ne avevano alcun diritto.
Da allora, è stato un continuo succedersi di inchieste, polemiche, promesse di svolte virtuose e definitive. Inutile elencarle tutte. Basti ricordare che nel 1988, cioè 27 anni fa, l’allora assessore comunale al Demanio spiegava che il Campidoglio vantava crediti dagli inquilini morosi dei «26 mila appartamenti di edilizia economica e popolare» per 80 miliardi di lire dell’epoca: oltre 88 milioni di euro attuali. Nonostante il canone fosse mediamente tra i 26 e i 32 euro di oggi. E già allora l’assessore, Antonio Gerace, confidava all’Ansa: «È difficile addirittura stabilire chi realmente occupa l’abitazione. Molti inquilini si sono installati abusivamente nelle case e vi risiedono da oltre 15 anni senza pagar alcun canone».

L’anno dopo, la Finanza rilevava una morosità di 47 miliardi e mezzo di euro attuali «soltanto in relazione a 8.300 alloggi di edilizia residenziale pubblica». Di più, denunciava il Comune: «Almeno 5.000 inquilini non hanno un volto». Va da sé che sul tema le polemiche erano roventi. Di qua il pentapartito che voleva affidare la gestione ai privati, di là le sinistre, col Pci in testa, che si opponevano. Ed è andata avanti così per anni e anni. Ancora polemiche. Ancora risse. Ancora promesse. Ancora scandali, come quello vent’anni fa di Affittopoli quando saltò fuori che anche abitazioni comunali di prestigio erano finite a politici, amici di politici, parenti di politici...
Scrisse il Giornale , protagonista di una dura campagna stampa, che «su un patrimonio valutato sui 15.000 miliardi di lire il Comune ne attende 40 di incasso ogni anno, ma, a conti fatti, ne arrivano solo la metà». Tradotto in euro: da quel tesoro immobiliare del valore di 11 miliardi e mezzo d’oggi, il Campidoglio ricavava una quindicina di milioni. Per spenderne contemporaneamente 106 per la manutenzione. Una pazzia. Destinata negli anni non a essere superata. Ma a peggiorare addirittura.

Quei 17.930 immobili  di cui nessuno sa più nulla
Quei 24.525 appartamenti di cui parlavamo all’inizio non sono nemmeno l’intero patrimonio capitolino. Per arrivare alla cifra ufficiale degli immobili comunali di edilizia residenziale contenuta nell’esposto di Cuccari, ovvero 42.455, occorre aggiungerne 17.930. Dei quali, scrive il segugio ai giudici, nulla si sa.

Sappiamo però che dal suo sterminato patrimonio immobiliare, nel quale ci sono appunto anche molti alloggi esclusivi in pieno centro storico non assegnati a indigenti, il Comune ha ricavato nel 2013 circa 27,1 milioni di euro. Media ad appartamento: 52 euro al mese. Una miseria. Ancora più indecente in confronto a quanto è stato speso nel 2014 per la gestione e le manutenzioni di ogni proprietà: 138,9. Quasi il triplo.

Chi controlla, allora? C’è innanzitutto una società privata. Per molto tempo, in cambio di un «modico» compenso di nove milioni annui, la Romeo gestioni si è occupata della gestione amministrativa e di alcune di quelle manutenzioni di cui dicevamo. Poi c’è, ovvio, la politica. Ovvero il dipartimento del patrimonio. Ma non è mai cambiato nulla. Ogni tanto il sindaco di turno proclama che la cose cambieranno: e le parole restano parole. Nel settembre del 2012, tempi di spending review, uscì un’Ansa: «Contro le case e gli immobili pubblici dati in affitto per due soldi arriva a Roma l’Anagrafe pubblica degli immobili». Con tanto di esempi, come quello di un bar a Santa Maria in Trastevere: 52 euro mensili. Un cappuccino al giorno e il padrone si era già rifatto. Svolte epocali successive? Mah...

Anche Ignazio Marino, nel settembre 2014, ha detto di voler «avviare le attività propedeutiche» (testuale) per adeguare i canoni. E anche stavolta le buone intenzioni, che non mettiamo in dubbio, sono rimaste lì, appese come caciocavalli al trave. Per mesi. Finché a febbraio la Romeo gestioni, che aveva ricevuto l’incarico di studiare la cosa, ha lamentato per iscritto di non aver mai avuto dal Comune il via libera per chiedere gli aumenti agli inquilini...

Mentre affitta gli immobili propri a prezzi stracciati, il Campidoglio paga a peso d’oro quelli altrui. Siccome evidentemente non bastano le case popolari, ha preso in affitto da costruttori ed eredi 4.801 appartamenti nelle aree periferiche per 21 milioni annui. Canone medio mensile: 364 euro, sette volte di più di quanto incassa dai suoi. Poi c’è l’emergenza abitativa: altri 42 milioni accompagnati da un fetore fastidioso, come dicono le inchieste su Mafia Capitale. Anzi, è forse l’affare più succulento: per alcuni immobili i canoni pagati dalle casse capitoline sfiorano i 2.700 euro mensili. E l’emergenza dura da anni. Se non decenni. Di nuovo la stessa domanda: chi controlla? Nessuno, è evidente, ha mai controllato davvero. Perché appena il Comune ha cominciato finalmente a fare le verifiche è saltato fuori di tutto. Su un campione di 96 famiglie assegnatarie di quelli alloggi messi a carico dei cittadini per l’emergenza abitativa 39 non ne avevano alcun diritto. Quattro su dieci. Ma votano...

La (cattiva) politica, qui, fornisce la spiegazione a ogni cosa. Dietro ogni apparente sciatteria o apparente scivolone della burocrazia c’è sempre la (cattiva) politica. È un gioco delle parti, fra certi (cattivi) funzionari dell’amministrazione e i partiti. Ognuno ha il proprio tornaconto. Si spiega così come mai i controlli, a Roma, siano un buco nero che inghiottisce tutto. E per cambiare le cose non bastano gli annunci né la semplice buona volontà. Serve fare le cose più semplici. Però farle davvero.

L’eredità dei palazzinari  e le delibere sotto esame
Vi pare possibile che una signora con 1.048 (millequarantotto!) appartamenti affittati al Comune di Roma, Angiola Armellini, erede dell’impero del re dei palazzinari Renato, non paghi allo stesso Comune le tasse sulla casa? E vi pare possibile che possa chiudere una pendenza come questa, nell’estate del 2014, grazie a un accordo con l’Agenzia delle Entrate che prevedeva 37 milioni di multa più 10 al Comune di Roma? Briciole, in confronto ai due miliardi di euro volati in Lussemburgo. Briciole. Mentre i canoni pagati dal Campidoglio continuavano a correre...
Ne troviamo le tracce in una serie di «determinazioni dirigenziali» spedite qualche settimana fa dal Comune (evviva!) ai magistrati contabili. Contenute in un librone che porta scritto sul frontespizio «Allegato alla relazione sul controllo successivo di regolarità amministrativa per la Procura generale della Corte dei conti».

È il risultato delle verifiche a campione fatte nel 2014 su una serie di provvedimenti dell’amministrazione. In tutto, 1.534. E questi controlli hanno scovato anche delibere, contratti, decisioni discutibili: 222. Uno ogni sei documenti presi in esame. Scelte che davano da pensare. In qualche caso parecchio.

Non è una coincidenza che molte di quelle determine finite sotto osservazione siano state sfornate dai dipartimenti delle politiche abitative (21) e del patrimonio (20). Nel librone inviato alla Corte dei conti c’è per esempio l’autorizzazione al pagamento di circa un milione e mezzo per sei mesi di pigione di un immobile affittato al Comune di Roma dalla Farvem Real Esate, società controllata al 50% da Massimo Ferrero, detto «Viperetta», il proprietario d’una catena di sale cinematografiche e presidente della Sampdoria, e da sua moglie Laura Simi. E il pagamento di 1,2 milioni all’immobiliarista Sergio Scarpellini per un trimestre di affitto dell’immobile in via delle Vergini dove stanno alcuni uffici del consiglio comunale. E la delibera relativa a un versamento di 274 mila euro alla società «il Tiglio» che fa capo all’immobiliarista Domenico Bonifaci per l’affitto di un ufficio in via Flaminia.

Ufficio al centro di una storia curiosa. L’immobile era infatti di proprietà di una società comunale, «Risorse per Roma», che lo vendette il 28 dicembre 2007 (mentre il Campidoglio era commissariato) a una società costituita un mese prima da Bonifaci. Il quale lo riaffittò prontamente al Comune, ripagandosi il mutuo con il canone. Un capolavoro... A spese dei cittadini.

Le politiche sociali e la coop di Mafia Capitale
Ma il record delle «determine» più contestate spetta, e forse non poteva essere diversamente dopo quanto si è letto nelle cronache, al dipartimento politiche sociali. Per capirci, la struttura comunale interfaccia delle cooperative. Gli atti impugnati sono 58 su 222. Fra questi le proroghe dei finanziamenti alla «Eriches 29» di Buzzi, l’uomo simbolo di Mafia Capitale insieme a Massimo Carminati, e all’altra cooperativa «Domus Caritas», per l’assistenza alle famiglie in «emergenza abitativa». Motivo dei rilievi? Quei nuclei familiari non avevano diritto ai benefici, tanto da risultare destinatari di provvedimenti di sgombero. Si tratta di tre delibere per un totale di 600 mila euro, adottate fra la fine di luglio e la fine di novembre 2014. Ma Enrico Lamanna e Vito Tatò, i due ispettori della Ragioneria generale dello Stato spediti dal ministero dell’Economia a fare le pulci ai conti della Capitale in previsione del decreto «salva Roma», l’avevano già messo nero su bianco molto ma molto tempo prima. Nel rapporto inviato al Comune di Roma il 16 gennaio 2014 denunciavano infatti che le continue proroghe alle società citate, e per importi superiori alle soglie oltre cui per legge si devono bandire le gare, erano assolutamente illegittime.

Nero su bianco: «Gli enti pubblici possono stipulare convenzioni con le cooperative sociali per la fornitura di beni e servizi, diversi da quelli soci sanitari ed educativi, in deroga alle procedure, purché detti affidamenti siano di importo inferiore alla soglia di rilevanza comunitaria. Nel caso in questione tale soglia è stata abbondantemente superata». Di più: «La proroga d’un affidamento è espressamente vietata dall’art. 23 della Legge n. 62/2005...». Più chiaro di così... Non per gli uffici comunali, però. Sordi, ciechi. Muti. Fino allo scoppio dello scandalo Mafia Capitale.

Micidiale, la relazione degli ispettori. Non si limitava a sottolineare l’illegittimità delle proroghe alle cooperative che sarebbero state coinvolte un anno dopo nelle inchieste. Metteva anche il dito nella piaga delle municipalizzate e di tante altre storture. Come il cosiddetto salario accessorio di cui scrivevamo ieri. E la giungla delle indennità stratificate negli anni. Indennità per la presenza in servizio. Indennità manutenzione uniforme. Indennità attività di sportello. Indennità oraria pomeridiana (sic!). Indennità annonaria. Indennità decoro urbano. Indennità disagio: anche se non si capisce, sottolinea il rapporto, di quale disagio si tratti.

Eppure, quella relazione è stata di fatto, fino allo scoppio di Mafia Capitale, completamente ignorata. Solo «dopo», ad esempio, è stata istituita una struttura interna con il compito di rafforzare i controlli così come era previsto un anno e mezzo prima (un anno e mezzo!) da un decreto Monti. E solo un paio di mesi fa il pacco delle «determine» messe sotto esame, comprese quelle su Buzzi, è arrivato finalmente alla Corte dei conti: e c’è da domandarsi se non abbiano contribuito a questo le punzecchiature del rompiscatole di turno, il consigliere radicale Riccardo Magi, che per mesi ha tempestato di lettere e richieste gli uffici. A proposito, e quelle 222 «determine» finite nel mirino? Ne sono state annullate due e revocate sei. Dei dirigenti che le avevano firmate, non ne è stato sanzionato uno.

21 giugno 2015 | 07:58

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