Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/03/2016

Antonio Bassolino e la democrazia

Nei mesi scorsi veder circolare il nome di Antonio Bassolino, come candidato sindaco alle primarie del Pd napoletano, qualche effetto straniamento lo ha creato. Non per motivi estetici ma perché, dopo quanto accaduto in quindici anni, nel più sereno dei casi era possibile pensare che la stagione politica di Bassolino fosse finita. Soprattutto fosse finito il ciclo dei rifiuti Bassolino stile, vero e proprio monumento alla politica bipartisan dello smaltimento: emergenza continua, corsie preferenziali per grandi imprese, disastro ambientale, infiltrazioni della camorra, grandi inceneritori, salute delle popolazioni dilaniata.

La storia politica di Bassolino è legata ad un altro grande nome bipartisan: Impregilo. La holding che oggi si chiama Salini-Impregilo, oltre ad essere una multinazionale delle costruzioni, negli anni d’oro di Bassolino si è distinta per la capacità di saper approfittare di questo modello, ottenendo, nel 2000, la gestione unica dei rifiuti in Campania. I risultati, col passare del tempo, sono sotto gli occhi di tutti. Il modello dell’emergenza rifiuti che generava la produzione di emergenze rifiuti successive da risolvere allo stesso modo: far intervenire grandi ditte, con procedure d’urgenza, smuovere capitali stanziati in fretta, concentrare il potere di decisione su questi capitali. Quanto al modello ambientale soggiaciente a queste decisioni lasciamo perdere. Bassolino, che a suo tempo si posizionò nella sinistra del Pci (come De Luca, suo avversario politico) non ha mai derogato un attimo dal modello cemento, inceneritore, grandi opere, banche. Naturalmente Impregilo ai suoi tempi andò ben oltre Bassolino: la troviamo azienda costruttrice del nuovo ospedale dell’Aquila, quello crollato durante il terremoto mentre quello vecchio rimase in piedi.

Insomma, Bassolino era alleato a un componente del potere forte dell’Italia dagli anni ’90 fino alla crisi del 2008, con una legge totem: la legge obiettivo del 2001, artefice Lunardi (titolare di imprese importanti e ministro delle infrastrutture che regolava il settore dove le sue imprese lavoravano). Legge il cui significato era chiaro: stabilire corsie preferenziali per l’assegnazione di grandi opere superando controlli e procedure di assegnazione. Si trattava di un mondo bipartisan delle grandi opere, e di un modello di sviluppo nocivo e decotto quanto reiterato con accanimento terapeutico, nel quale Bassolino, che ha gestito l’emergenza rifiuti con il centrodestra, ha vissuto e prosperato politicamente.

Ora qui il punto non è tanto andare a fare i Travaglio della situazione – ad esempio l’amata Impregilo di Bassolino è stata condannata anche dal tribunale del Lesotho per corruzione e l’ex governatore della Campania ha dovuto risarcire due differenti danni erariali nè andare a vedere le carte del processo che ha assolto l’ex sindaco di Napoli per epidemia colposa. Il punto è tutto politico e non ha a che vedere con le inchieste della magistratura: il mondo che ha espresso Bassolino, il suo modello di sviluppo e di politica, ha espresso anche disastri ambientali, umani e prodotto miseria accentrando ricchezza. Basta, fine, stop. Il modello di democrazia di Bassolino, grande consenso per accentrare grandi appalti e produrre grandi disastri, sembrava destinato agli archivi. Se si giudica un modello con i tempi della storia, e a quello Bassolino si è alleata tanta sinistra, quasi un ventennio è sufficiente per dire se con il “rinascimento napoletano”, si è riusciti a produrre qualcosa di nuovo, di positivo oppure no. E il giudizio storico, oltre che politico, non è affatto positivo.

Curiosamente, ma non troppo, Bassolino riemerge invece come candidato sindaco alle primarie Pd. In parallelo ad un altro grande sostenitore dei grandi appalti concessi, a grandi ditte, con discrezionalità: Guido Bertolaso. Una sorta di operazione nostalgia, un “come eravamo” quando si erogavano appalti a pioggia decisi ai pranzi di lavoro nei ristoranti di lusso. La celebrazione del tentativo del ritorno di un disastroso mondo che si sarebbe voluto neo-nobiliare ma, qui, si andrebbe lontano. E cosa accade alle primarie? Bassolino perde per meno di cinquecento voti, su trentamila, ed emergono video dove si comprende chiaramente che in alcuni seggi, a favore della candidata che ha battuto l’ex sindaco di Napoli, c’è stato accompagnamento di elettori previa scambio di denaro. La difesa della legittimità del voto, da parte dello stato maggiore renziano, è tra i più surreali. La responsabile scuola del partito risponde su twitter che gli euro pagati per votare erano, in realtà, spiccioli prestati agli amici in quel momento a corto di liquidità. Il presidente del partito, commissario del Pd romano a causa dello scandalo Roma capitale, si dice certo, senza minimamente indicare sulla base di quale elemento probatorio, che si tratti di pochi episodi isolati. In realtà basterebbe annullare i voti dei seggi in cui si è votato in quel modo, a Scampia con diretto intervento di esponenti del centrodestra, praticamente per rovesciare l’esito delle primarie. I media, nonostante abbiano dato risalto alla vicenda, si tengono ben lontani dal tirar fuori dagli archivi l’esito delle precedenti primarie napoletane del Pd del 2011: annullamento per brogli e nomina del candidato da Roma.

Insomma Bassolino – modello democrazia per grandi appalti e grandi disastri umani e ambientali è passato da prendere il 72% alle elezioni da sindaco ad andare sotto, per pochi voti, alle primarie, concorrendo contro una sua ex protetta (passata in area renziana). Ma nel declino, evidente e spettacolare, di questo modello di consenso, e di affari, è riuscito ad evidenziare tutto lo (ehm) splendore del modello renziano di democrazia.

Votazioni approssimative, inquinate il cui esito arlecchinesco viene difeso approssimativamente, candidati il cui appoggio risulta perlomeno essere inquietante. Negli Usa molti analisti delle primarie si lamentano del fatto che, in quel genere di elezioni, di solito partecipa un elettorato più militante – definito troppo di destra o troppo di sinistra che rischia di determinare le scelte anche del centro dell’elettorato. Per cui le primarie nate nel 1972, ricordiamo, per rispondere alla crisi dei partiti americani, finiscono per essere una riproposizione di questa crisi su altre forme: si passa dal settarismo di apparato a quello della mobilitazione da caucus. Le primarie italiane nascono per lo stesso motivo, e per legittimare un gruppo dirigenziale di fatto monarchico con delega plebiscitaria (come in Usa comunque) e ripropongono la stessa crisi su altre forme. Ovvero la presenza di gruppi di pressione, di ogni genere, che dall’apparato burocratico, ormai dissoltosi, possa esclusivamente occupare il processo di formazione del voto. Già perchè una analisi serena sulla formazione del voto di base al sud, tra gli anni ’80 ed oggi, non può che vedere questo cambiamento. Allora si trattava di nutrire l’apparato burocratico e presidiare i processi di formazione del voto. Oggi, modello low cost, l’apparato burocratico si è dissolto e si tratta di presidiare meno elettori ma in modo comunque, diciamo, molto diretto. Riproponendo le storture, e i disastri del passato, chiamando il tutto “partecipazione popolare” (come ha fatto l’avversaria di Bassolino).

Non possiamo non notare come, rispetto alle primarie in Liguria e a Milano (dove la presenza ai seggi di cinesi che non conoscevano il nome del sindaco ma quello del candidato Pd aveva suscitato serie perplessità) sia improvvisamente scomparsa la partecipazione di elettori extracomunitari sia a Roma (dove comunque non sono mancati i problemi) che a Napoli. Ma, allo stesso tempo, l’operazione di immagine del renzismo reale non è andata ugualmente bene. Per Renzi vale, come per tutti, la regola aurea “come si governa un partito si governa un paese”. E la vicenda napoletana, di interpretazioni su come Renzi governa il partito ne regala parecchie. E anche su come governa i media, tema che oggi pare interessare davvero poco.

Infine, l’Italia è un paese pieno di maghetti della democrazia possibile, dove il barocco della partecipazione si fa estremo, a parole, quanto più emergono crisi di ogni genere. Bene, nel momento in cui Bassolino parla di mercimonio della democrazia, lui che perlomeno di questa materia parrebbe intendersene, non sarebbe male che tutti questi maghetti distogliessero gli occhi dai libri di fiabe che leggono. Perché il futuro della democrazia in questo paese non è stato scritto dai fratelli Grimm dove invece sembra collocato a leggere i cantori della partecipazione come balsamo di ogni male. Già perchè la democrazia deliberativa – di cui sia il bassolinismo che le primarie non sono degenerazioni ma chiari sintomi di convulsioni strutturali è in un tipo di crisi che sarebbe anche un fenomeno da guardare in faccia. E se proprio si vuol guardare ai fratelli Grimm si possono sempre leggere le tante versioni della leggenda popolare del pifferaio di Hamelin. Nei Grimm la scomparsa dei 130 bambini, avvenuta a Hamelin secondo leggenda popolare nel XIII secolo, trova comunque un finale edulcorato. Nelle versioni popolari no. Sarebbe anche l’ora di capire in che modo, come per i 130 bambini, sia scomparsa la democrazia di questo paese. Senza versioni edulcorate.

Redazione, 9 marzo 2016

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