Scrivevamo proprio ieri sul nostro giornale della citazione in giudizio nei confronti della Commissione Europea da parte del New York Times per irregolarità nei contratti stipulati con Pfizer/Biontech, in particolare per il ruolo avuto da Ursula von der Leyen su di un acquisto del maggio 2021 portato avanti a suon di SMS e messaggi WhatsApp.
Eppure in Italia 20 procure, quasi tutti uffici distrettuali, hanno già un esposto analogo depositato da novembre scorso che chiede di fare chiarezza sul tema, e non solo su quello.
L’’Unione Sindacale di Base, tramite l’avv. Perticaro, aveva infatti già proceduto ad un’azione legale affinché la giustizia italiana acquisisse tutta la documentazione necessaria a fare luce su questo contratto che presenta irregolarità.
L’esposto si sostanzia sulla base di alcune dichiarazioni critiche di europarlamentari nei confronti della segretezza tenuta dalla Commissione su prezzi e clausole dei contratti, sul Pfizergate, ovvero sugli errori procedurali nei trials clinici dell’azienda sollevati dal British Medical Journal, e infine sulla vicenda del marito della von der Leyen.
La questione aveva già adombrato pesanti conflitti di interessi della Presidente della Commissione nella gestione della campagna vaccinale.
Il coniuge Heiko von der Leyen era – dato che alla fine si è dimesso – nel comitato di sorveglianza di una fondazione dell’Università di Padova, che doveva condurre ricerche in cui erano coinvolte anche le grandi firme del Big Pharma, finanziata da 320 milioni del PNRR.
Questo ruolo era stato distrattamente dimenticato dalla politica tedesca, e dalle nostre parti sappiamo bene che quando tanti miliardi sono sul piatto, la tentazione di trarne qualche vantaggio è forte nelle nostri classe dirigenti.
Inoltre occorre ricordare che Pfizer dal 2018 collabora attivamente nel campo della ricerca e produzione di vaccini con BioNTech, azienda biotecnologica e farmaceutica tedesca.
Nell’esposto è allegato anche uno studio del Prof. Marco Cosentino, docente di farmacologia all’Università dell’Insubria (fortemente specializzata nelle discipline mediche).
In esso si criticano le strategie vaccinali e la poca attenzione data al monitoraggio dopo l’acquisto delle dosi, che ricordiamo sono in scadenza a milioni, proprio in virtù di acquisti fatti in numero di gran lunga superiore alle necessità. È lo stesso Perticaro che ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano: “non siamo contro i vaccini, ma contro chi può aver speculato sugli stessi. Non siamo contro la farmacologia o la medicina, ma contro chi ne fa un uso distorto”.
Insomma, su ipotesi di reati quali corruzione, truffa aggravata e frode in pubbliche forniture, varie procure della Repubblica avrebbero potuto già sequestrare documenti ancora largamente segreti della Commissione UE, per fare luce su possibili danni procurati a chi vive nel nostro paese. Nulla si è mosso per mesi, e anzi quasi nessuna risonanza è stata data al caso nel nostro paese.
Abbiamo dovuto aspettare il Qatargate e ora la denuncia del New York Times perché si tornasse a parlare di queste irregolarità, magari approfittando pure del fatto che si possano far passare questi «attacchi» come provenienti da fuori dall’Europa.
Ora che però non si può più ridurre al silenzio l’intera vicenda, e le procure hanno tutti gli strumenti per procedere nel loro lavoro di indagine, si attiveranno per dare seguito agli esposti che giacciono nei loro faldoni? Ce lo auguriamo per il bene della salute di tutte e di tutti, e per il bene anche della nostra democrazia.
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14/02/2023
Il New York Times porta in giudizio la von der Leyen
Sul registro della Corte di Giustizia europea è stata pubblicata oggi, 14 febbraio, la causa che lo scorso 25 gennaio il New York Times ha depositato nei confronti della Commissione Europea in relazione alla poca trasparenza sugli accordi intorno alla fornitura di vaccini Pfizer/Biontech. Infatti, da mesi tiene banco nelle istituzioni europee la questione di possibili irregolarità e favoritismi portati avanti da Ursula von der Leyen nei confronti della multinazionale tedesco/statunitense del farmaco.
Lo scorso 12 settembre una Relazione speciale della Corte dei Conti UE ha calcolato un totale di 4,6 miliardi di dosi di vaccino acquistate tramite la maggiore spesa di tutti i tempi del bilancio UE: 71 miliardi di euro con contratti di acquisto anticipati. È la stessa Corte, però, ad aver detto che non sono state rispettate le procedure corrette. Le valutazioni stimano che siano state acquistate 1,4 miliardi di dosi “di troppo”, con un prezzo medio di ciascuna intorno ai 15 euro.
Pfizer è l’azienda che più se ne è avvantaggiata, avendo fornito 2,4 miliardi di dosi e avendo incassato 35 dei 71 miliardi complessivamente spesi. Ma la cosa che ha fatto drizzare le antenne ai giornalisti del New York Times è il fatto che 1,8 miliardi di queste dosi sono state trattate direttamente dall’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, con la presidente della Commissione Europea von der Leyen.
Le trattative preliminari sono state condotte nel marzo 2021 senza la squadra negoziale congiunta, unico caso, e si è risolto sostanzialmente attraverso sms e messaggi privati tra le due figure apicali di azienda e della Commissione europea.
Come rivelato dal giornale statunitense già nell’aprile 2021, nel gennaio 2022 il difensore civico della UE, Emily O’Reilly, ha chiesto l’accesso ai messaggi tra i due senza però ricevere risposta perché – come affermato nel febbraio da Věra Jourová, Commissaria alla trasparenza – i messaggi non sono stati trovati.
Gli europarlamentari della Commissione speciale sul Covid, che già hanno visto darsi buca dall’amministratore di Pfizer ad un’audizione a cui era stato chiamato lo scorso 10 ottobre, ora hanno chiesto che sia la von der Leyen a presentarsi in aula.
La palla passa a Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, l’unica che può chiedere alla presidente della Commissione di relazionare davanti a quel consesso.
Il New York Times ha deciso comunque di proseguire nella richiesta di trasparenza su queste trattative. Del resto, sembra assurdo che la Jourová abbia affermato che i messaggi possano essere stati cancellati perché “di natura effimera”: stiamo parlando di un contratto per miliardi di vaccini, fondamentali quando eravamo ancora nel pieno della pandemia. E in Europa la vicenda assume una valenza ulteriore se si pensa che siamo ancora nel pieno dello scandalo Qatargate, per cui si stanno rivedendo le norme sulla trasparenza interna e sui rapporti con le lobby.
Il caso confermerebbe solo quello che sappiamo da tempo. La nostra classe dirigente è fatta di “maggiordomi” del grande capitale, che oggi significa assecondare la sete di profitto delle multinazionali. La pandemia è stata un’altra occasione di lucro, pur nella necessaria fornitura di una risposta vaccinale al pericolo del virus.
Non esistano leggi sulla trasparenza che tengano quando i CEO delle grandi compagnie vedono l’opportunità di gonfiare i bilanci con poco sforzo, e il vertice UE, che non risponde a nessun mandato popolare, ha risposto sull’attenti.
Fonte
Lo scorso 12 settembre una Relazione speciale della Corte dei Conti UE ha calcolato un totale di 4,6 miliardi di dosi di vaccino acquistate tramite la maggiore spesa di tutti i tempi del bilancio UE: 71 miliardi di euro con contratti di acquisto anticipati. È la stessa Corte, però, ad aver detto che non sono state rispettate le procedure corrette. Le valutazioni stimano che siano state acquistate 1,4 miliardi di dosi “di troppo”, con un prezzo medio di ciascuna intorno ai 15 euro.
Pfizer è l’azienda che più se ne è avvantaggiata, avendo fornito 2,4 miliardi di dosi e avendo incassato 35 dei 71 miliardi complessivamente spesi. Ma la cosa che ha fatto drizzare le antenne ai giornalisti del New York Times è il fatto che 1,8 miliardi di queste dosi sono state trattate direttamente dall’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, con la presidente della Commissione Europea von der Leyen.
Le trattative preliminari sono state condotte nel marzo 2021 senza la squadra negoziale congiunta, unico caso, e si è risolto sostanzialmente attraverso sms e messaggi privati tra le due figure apicali di azienda e della Commissione europea.
Come rivelato dal giornale statunitense già nell’aprile 2021, nel gennaio 2022 il difensore civico della UE, Emily O’Reilly, ha chiesto l’accesso ai messaggi tra i due senza però ricevere risposta perché – come affermato nel febbraio da Věra Jourová, Commissaria alla trasparenza – i messaggi non sono stati trovati.
Gli europarlamentari della Commissione speciale sul Covid, che già hanno visto darsi buca dall’amministratore di Pfizer ad un’audizione a cui era stato chiamato lo scorso 10 ottobre, ora hanno chiesto che sia la von der Leyen a presentarsi in aula.
La palla passa a Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, l’unica che può chiedere alla presidente della Commissione di relazionare davanti a quel consesso.
Il New York Times ha deciso comunque di proseguire nella richiesta di trasparenza su queste trattative. Del resto, sembra assurdo che la Jourová abbia affermato che i messaggi possano essere stati cancellati perché “di natura effimera”: stiamo parlando di un contratto per miliardi di vaccini, fondamentali quando eravamo ancora nel pieno della pandemia. E in Europa la vicenda assume una valenza ulteriore se si pensa che siamo ancora nel pieno dello scandalo Qatargate, per cui si stanno rivedendo le norme sulla trasparenza interna e sui rapporti con le lobby.
Il caso confermerebbe solo quello che sappiamo da tempo. La nostra classe dirigente è fatta di “maggiordomi” del grande capitale, che oggi significa assecondare la sete di profitto delle multinazionali. La pandemia è stata un’altra occasione di lucro, pur nella necessaria fornitura di una risposta vaccinale al pericolo del virus.
Non esistano leggi sulla trasparenza che tengano quando i CEO delle grandi compagnie vedono l’opportunità di gonfiare i bilanci con poco sforzo, e il vertice UE, che non risponde a nessun mandato popolare, ha risposto sull’attenti.
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18/09/2021
Vaccini, la grande rapina di Big Pharma
di Roberto Cicarelli – il manifesto
Profitti astronomici, tasse irrisorie, nonostante i miliardari investimenti sulla ricerca fatti con i soldi dei contribuenti americani ed europei. È questa la grande rapina dei monopolisti dei vaccini anti-Covid19 Moderna, Pfizer e BioNTech.
Lo denunciano Oxfam ed Emergency, membri della People’s Vaccine Alliance, in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e del summit virtuale sul Covid che il presidente Usa Joe Biden intende convocare in concomitanza con l’assemblea Onu.
A FRONTE di un investimento pubblico complessivo nel 2020 di oltre 8,3 miliardi di dollari, le tre aziende hanno registrato nel primo semestre dell’anno ricavi per 26 miliardi di dollari.
Il margine di profitto è superiore al 69% nel caso di Moderna e BioNTech. Per Moderna, a metà del 2021, ci sono stati 4,3 miliardi di dollari di utili e appena 322 milioni di dollari di imposte pagate versate su scala globale (il 7%). Nei rendiconti trimestrali del 2021 la società prevede di realizzare vendite di dosi di vaccino per 20 miliardi di dollari nell’arco dell’intero 2021.
IL MARGINE di profitto di Pfizer non è ancora formalmente verificabile. L’azienda, aggiungono Oxfam e Emergency, fornisce dettagliate informazioni finanziarie solo per i ricavi e non per le spese sostenute per lo sviluppo e la produzione dello stesso, non è possibile validare in modo indipendente tale dichiarazione.
In aggiunta, l’azienda ha venduto solo lo 0,5% delle sue dosi di vaccino ai paesi più poveri. I suoi ricavi sono da capogiro, grazie alla vendita di oltre il 90% delle dosi prodotte al miglior offerente tra i paesi ricchi e rincari del prezzo per dose, fino a 24 volte il costo stimato di produzione.
PER PFIZER i proventi dalle vendite del vaccino anti-Covid, superiori a 11 miliardi di dollari nei primi sei mesi del 2021, rappresentano oggi più di un terzo dei ricavi a bilancio semestrale.
La multinazionale prevede di arrivare a 33,5 miliardi di dollari in vendite totali del proprio vaccino entro la fine del 2021, rendendolo uno dei prodotti farmaceutici più venduti nella storia dell’industria farmaceutica.
Nel caso di BionNTech e Moderna la situazione è diversa. Queste aziende non hanno altri prodotti farmaceutici commerciali significativi. Oxfam ed Emergency sostengono che i loro elevati margini di profitto derivano quasi esclusivamente dalla commercializzazione dei vaccini contro il Covid-19.
Il problema non va visto solo dal lato del biocapitalismo di Big Pharma, ma anche da quello degli stati che, nonostante i peana sull’accordo sul tassa minima globale sui profitti, mantengono aliquote in un sistema fiscale distorto ed iniquo. Non solo dunque hanno usato i soldi dei contribuenti per dare un contributo importante alla ricerca che ha portato al vaccino a tempi di record, per poi ricomprare il prodotto a prezzi di mercato spendendo un’enormità. Ma garantiscono generosi sconti fiscali sugli utili record che loro stessi, garantendo una situazione di monopolio, permettono di realizzare.
Le corporation con ricavi miliardari pagano, in proporzione, molto meno di quanto versano al fisco famiglie che hanno il lavoro come unica fonte di reddito.
«IL MODELLO di business messo in pratica dai colossi farmaceutici è oltremodo redditizio e continua ad essere perfetto per azionisti e top manager che vengono remunerati generosamente, mentre a farne le spese sono i paesi in via di sviluppo che stanno affrontando un nuovo picco di contagi e decessi, senza vaccini, cure e trattamenti. – sostengono Sara Albiani di Oxfam Italia e Rossella Miccio di Emergency – Invece di collaborare con governi e altri produttori qualificati per assicurare una disponibilità di dosi sufficiente a soddisfare la domanda mondiale appaiono più preoccupati a massimizzare i propri utili».
ESERCITANDO un potere monopolistico, non condividendo tecnologie e know-how e applicando cospicui sovrapprezzi, si stima che i tre colossi del farmaco si vedranno corrispondere nel 2021 41 miliardi di dollari in più, rispetto al costo stimato di produzione dei propri vaccini.
LA RICHIESTA della People’s Vaccine Alliance è un immediato intervento dei governi a favore della sospensione dei brevetti ed evitare un ulteriore rialzo dei prezzi applicato anche per la vendita delle terze dosi ai paesi ricchi.
I PAESI RICCHI che iniziano la somministrazione delle terze dosi mentre la maggior parte dei paesi fatica a garantire le prime dosi al proprio personale sanitario, evidenziano la drammatica iniquità nel modo di condurre la nostra battaglia contro il virus – sostengono Albiani e Miccio – Le varianti future potrebbero quindi rimandarci al punto di partenza. Per tenere veramente sotto controllo questo virus, dobbiamo porre fine ai monopoli sui vaccini, condividere tecnologia e know-how, così da poter aumentare la produzione in tutto il mondo e vaccinare quante più persone possibile.
Fonte
Profitti astronomici, tasse irrisorie, nonostante i miliardari investimenti sulla ricerca fatti con i soldi dei contribuenti americani ed europei. È questa la grande rapina dei monopolisti dei vaccini anti-Covid19 Moderna, Pfizer e BioNTech.
Lo denunciano Oxfam ed Emergency, membri della People’s Vaccine Alliance, in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e del summit virtuale sul Covid che il presidente Usa Joe Biden intende convocare in concomitanza con l’assemblea Onu.
A FRONTE di un investimento pubblico complessivo nel 2020 di oltre 8,3 miliardi di dollari, le tre aziende hanno registrato nel primo semestre dell’anno ricavi per 26 miliardi di dollari.
Il margine di profitto è superiore al 69% nel caso di Moderna e BioNTech. Per Moderna, a metà del 2021, ci sono stati 4,3 miliardi di dollari di utili e appena 322 milioni di dollari di imposte pagate versate su scala globale (il 7%). Nei rendiconti trimestrali del 2021 la società prevede di realizzare vendite di dosi di vaccino per 20 miliardi di dollari nell’arco dell’intero 2021.
IL MARGINE di profitto di Pfizer non è ancora formalmente verificabile. L’azienda, aggiungono Oxfam e Emergency, fornisce dettagliate informazioni finanziarie solo per i ricavi e non per le spese sostenute per lo sviluppo e la produzione dello stesso, non è possibile validare in modo indipendente tale dichiarazione.
In aggiunta, l’azienda ha venduto solo lo 0,5% delle sue dosi di vaccino ai paesi più poveri. I suoi ricavi sono da capogiro, grazie alla vendita di oltre il 90% delle dosi prodotte al miglior offerente tra i paesi ricchi e rincari del prezzo per dose, fino a 24 volte il costo stimato di produzione.
PER PFIZER i proventi dalle vendite del vaccino anti-Covid, superiori a 11 miliardi di dollari nei primi sei mesi del 2021, rappresentano oggi più di un terzo dei ricavi a bilancio semestrale.
La multinazionale prevede di arrivare a 33,5 miliardi di dollari in vendite totali del proprio vaccino entro la fine del 2021, rendendolo uno dei prodotti farmaceutici più venduti nella storia dell’industria farmaceutica.
Nel caso di BionNTech e Moderna la situazione è diversa. Queste aziende non hanno altri prodotti farmaceutici commerciali significativi. Oxfam ed Emergency sostengono che i loro elevati margini di profitto derivano quasi esclusivamente dalla commercializzazione dei vaccini contro il Covid-19.
Il problema non va visto solo dal lato del biocapitalismo di Big Pharma, ma anche da quello degli stati che, nonostante i peana sull’accordo sul tassa minima globale sui profitti, mantengono aliquote in un sistema fiscale distorto ed iniquo. Non solo dunque hanno usato i soldi dei contribuenti per dare un contributo importante alla ricerca che ha portato al vaccino a tempi di record, per poi ricomprare il prodotto a prezzi di mercato spendendo un’enormità. Ma garantiscono generosi sconti fiscali sugli utili record che loro stessi, garantendo una situazione di monopolio, permettono di realizzare.
Le corporation con ricavi miliardari pagano, in proporzione, molto meno di quanto versano al fisco famiglie che hanno il lavoro come unica fonte di reddito.
«IL MODELLO di business messo in pratica dai colossi farmaceutici è oltremodo redditizio e continua ad essere perfetto per azionisti e top manager che vengono remunerati generosamente, mentre a farne le spese sono i paesi in via di sviluppo che stanno affrontando un nuovo picco di contagi e decessi, senza vaccini, cure e trattamenti. – sostengono Sara Albiani di Oxfam Italia e Rossella Miccio di Emergency – Invece di collaborare con governi e altri produttori qualificati per assicurare una disponibilità di dosi sufficiente a soddisfare la domanda mondiale appaiono più preoccupati a massimizzare i propri utili».
ESERCITANDO un potere monopolistico, non condividendo tecnologie e know-how e applicando cospicui sovrapprezzi, si stima che i tre colossi del farmaco si vedranno corrispondere nel 2021 41 miliardi di dollari in più, rispetto al costo stimato di produzione dei propri vaccini.
LA RICHIESTA della People’s Vaccine Alliance è un immediato intervento dei governi a favore della sospensione dei brevetti ed evitare un ulteriore rialzo dei prezzi applicato anche per la vendita delle terze dosi ai paesi ricchi.
I PAESI RICCHI che iniziano la somministrazione delle terze dosi mentre la maggior parte dei paesi fatica a garantire le prime dosi al proprio personale sanitario, evidenziano la drammatica iniquità nel modo di condurre la nostra battaglia contro il virus – sostengono Albiani e Miccio – Le varianti future potrebbero quindi rimandarci al punto di partenza. Per tenere veramente sotto controllo questo virus, dobbiamo porre fine ai monopoli sui vaccini, condividere tecnologia e know-how, così da poter aumentare la produzione in tutto il mondo e vaccinare quante più persone possibile.
Fonte
12/08/2021
Covid-19 - Le ricerche sabotate per vendere la terza dose di vaccino
di Andrea Capocci - il manifesto
I ricercatori di Pfizer e BioNTech hanno pubblicato i dati aggiornati a marzo 2021 sull’efficacia del vaccino anti-Covid a mRNA più usato nel mondo. Le cifre mostrano un declino della protezione del vaccino dal Covid-19, che da un iniziale 96% scende all’83% nei primi 4-6 mesi dopo la somministrazione.
Un valore comunque elevato, e che rimane vicino al 100% se si esamina la capacità di evitare le forme più gravi della malattia.
I dati provengono da uno studio clinico su circa 44 mila partecipanti (metà dei quali avevano ricevuto un placebo), lo stesso che fornì alle agenzie regolatorie di tutto il mondo i dati a supporto dell’autorizzazione di emergenza del vaccino. Si tratta di uno studio realizzato secondo gli standard scientifici più rigorosi: il campione statistico è ampio e bilanciato per fasce di età, genere e condizioni di salute.
Inoltre, né i volontari né i ricercatori erano al corrente di chi avesse ricevuto il placebo, per evitare distorsioni dei dati nello svolgimento dello studio al momento dell’analisi dei dati – un sistema detto «doppio cieco».
Lo studio, iniziato nel luglio 2020, è ancora in corso: oltre a valutare la protezione del vaccino, un suo obiettivo è rilevare l’eventuale calo dell’immunità e stabilire la necessità di una terza dose. La documentazione presentata dall’azienda prevedeva che il monitoraggio durasse fino a maggio 2023.
Secondo la comunità scientifica, solo questi studi «randomizzati e controllati» permettono di stabilire se un farmaco o un vaccino è davvero efficace e rappresentano la bussola su cui pianificare eventuali campagne vaccinali di richiamo e le relative tempistiche.
A un anno dall’inizio del test, ormai i ricercatori dovrebbero avere dati in grado di stabilire se le campagne vaccinali avviate in Europa e Usa coprano la popolazione almeno fino alla fine del 2021. Invece, come scrivono le stesse aziende, lo studio «randomizzato e controllato» si concluderà anzitempo e questi saranno gli ultimi dati affidabili sulla durata dell’immunità.
Dei 44 mila partecipanti, la gran parte ha scelto di conoscere il proprio status di vaccinazione, ed eventualmente vaccinarsi secondo le regole stabilite localmente dai Paesi in cui si è svolto lo studio. I dati relativi alla copertura a sei mesi di distanza dalla vaccinazione riguardano solo il 7% dei partecipanti iniziali, e ormai la percentuale di volontari ancora arruolati nello studio in «doppio cieco» è vicina allo zero.
Pfizer e BioNTech giustificano la conclusione anticipata dello studio con «la necessità etica e pratica di immunizzare chi aveva ricevuto il placebo in base all’autorizzazione all’uso di emergenza e alle raccomandazioni delle autorità di sanità pubblica». In altre parole: sarebbe antietico negare un vaccino disponibile mettendo a rischio la vita di migliaia di volontari per sole ragioni di ricerca.
Nel dicembre del 2020, durante il processo di autorizzazione di emergenza, la Food and Drug Administration (l’agenzia regolatoria statunitense) aveva chiesto all’azienda di prolungare lo studio randomizzato salvaguardando allo stesso tempo la tutela dei partecipanti con l’adozione della strategia di «cross-over»: ottenuta l’autorizzazione, chi inizialmente era nel gruppo placebo sarebbe stato vaccinato, e a chi aveva ricevuto il vaccino sarebbe stato somministrato il placebo, senza svelare gli status dei due gruppi.
In questo modo, tutti sarebbero stati vaccinati, il rigore scientifico sarebbe stato preservato ma esaminando la differenza di protezione nei due gruppi si sarebbe potuta misurare la durata dell’immunità.
L’azienda aveva rifiutato di adeguarsi alla richiesta dell’agenzia regolatoria. E anche Moderna aveva comunicato la stessa indisponibilità, ritenuta «troppo onerosa» dal punto di vista organizzativo.
Le aziende si erano tuttavia impegnate a spingere i volontari a non abbandonare lo studio. 18 esperti, tra cui uno della FDA, avevano scritto un appello in cui l’ipotesi di fermare il trial dopo soli sei mesi era ritenuta «disastrosa».
Secondo un altro articolo sul New England Journal of Medicine firmato dalla task force vaccinale dell’Oms «l’opportunità di ottenere evidenze affidabili sugli effetti a lungo termine verrebbero cancellate da una vaccinazione immediata dei partecipanti e dalla rivelazione del loro status di vaccinati o meno».
Come poi hanno rivelato i volontari in numerose testimonianze, nonostante le promesse pubbliche le aziende avevano già proposto ai volontari di abbandonare il gruppo del placebo per ricevere il vaccino, sabotando le loro stesse ricerche.
La Pfizer ora promette di continuare a monitorare i partecipanti anche in questa fase. «L’osservazione dei partecipanti per due anni all’interno dello studio, insieme ai dati sull’efficacia provenienti dalla campagna vaccinale, stabiliranno il beneficio di un richiamo dopo un periodo più lungo».
Ma si tratta di dati spuri, raccolti in modo meno rigoroso, senza «doppio cieco» e quindi maggiormente esposti a distorsioni. Sapere di essere vaccinati da poco o da diversi mesi, per un vaccino di cui si conosce un calo di protezione, può indurre a tenere comportamenti diversi e a influenzare l’esposizione al rischio tra un gruppo e l’altro, ad esempio.
Per avere evidenze solide dai dati delle campagne vaccinali serviranno tempi più lunghi, perdendo il vantaggio acquisito da studi clinici partiti già un anno fa.
Le decisioni politiche sulla terza dose però devono essere fatte in questi mesi, e non potranno aspettare più di tanto. Senza dati raccolti in maniera rigorosa, la necessità di un richiamo sarà affidata a scelte più influenzabili da fattori emotivi e suggestioni collettive.
Di questa incertezza sulla reale efficacia del vaccino approfitteranno le aziende, che ai propri investitori hanno già parlato della terza dose come di un’«opportunità significativa» per alzare il prezzo del prodotto. Gli effetti sono già visibili. In Israele, la somministrazione della terza dose è già iniziata.
L’Unione europea ha prenotato 900 milioni di dosi per i richiami del 2022 (più un’opzione di pari valore). Al prezzo di 19,5 euro a dose, noto solo grazie a indiscrezioni visto che i contratti sono segreti, si tratterebbe di quasi 20 miliardi di euro: un incasso gigantesco, che da solo vale oltre la metà dell’intero ricavo dell’azienda nel 2020 (35 miliardi di euro).
In teoria, le agenzie regolatorie avrebbero i mezzi per opporsi a queste strategie, che hanno più a che fare con il marketing che con la scienza. Le linee-guida della FDA prevedono testualmente che «la FDA non ritiene che la disponibilità di un vaccino anti-Covid19 in base a un’autorizzazione di emergenza rappresentino una ragione sufficiente per fermare la prosecuzione in doppio cieco di uno studio clinico in corso».
Perciò l’agenzia potrebbe, almeno sulla carta, revocare l’autorizzazione per la violazione delle norme da parte delle aziende.
Ma è impensabile che ciò accada, perché priverebbe interi continenti dei vaccini anti-Covid attualmente più efficaci in circolazione per mere ragioni di accuratezza scientifica. In tempo di emergenza le aziende hanno il coltello dalla parte del manico e sanno approfittarne.
La casa farmaceutica Gilead, ad esempio, ha ottenuto un’autorizzazione per l’antivirale sperimentale remdesivir dopo un trial su pochi pazienti svolto durante la prima ondata di Covid negli Usa e interrotto anzitempo quando i risultati preliminari si erano dimostrati positivi.
Uno studio più ampio svolto dall’Oms ha dimostrato poi che il remdesivir è sostanzialmente inefficace. Ma ormai gli ordinativi del remdesivir sono saliti alle stelle. Il farmaco ha fruttato oltre due miliardi di dollari di ricavi nel 2020, spingendo i ricavi dell’azienda a oltre 24 miliardi di dollari per il 2020. Secondo gli analisti, anche il bilancio 2021 dovrebbe condurre a risultati simili.
È quello che avviene quando lo sviluppo farmaceutico è integralmente subappaltato alle aziende private, che dalle ricerche fino ai brevetti hanno conquistato il potere di imporre ai governi le regole più vantaggiose per i propri interessi.
Fonte
I ricercatori di Pfizer e BioNTech hanno pubblicato i dati aggiornati a marzo 2021 sull’efficacia del vaccino anti-Covid a mRNA più usato nel mondo. Le cifre mostrano un declino della protezione del vaccino dal Covid-19, che da un iniziale 96% scende all’83% nei primi 4-6 mesi dopo la somministrazione.
Un valore comunque elevato, e che rimane vicino al 100% se si esamina la capacità di evitare le forme più gravi della malattia.
I dati provengono da uno studio clinico su circa 44 mila partecipanti (metà dei quali avevano ricevuto un placebo), lo stesso che fornì alle agenzie regolatorie di tutto il mondo i dati a supporto dell’autorizzazione di emergenza del vaccino. Si tratta di uno studio realizzato secondo gli standard scientifici più rigorosi: il campione statistico è ampio e bilanciato per fasce di età, genere e condizioni di salute.
Inoltre, né i volontari né i ricercatori erano al corrente di chi avesse ricevuto il placebo, per evitare distorsioni dei dati nello svolgimento dello studio al momento dell’analisi dei dati – un sistema detto «doppio cieco».
Lo studio, iniziato nel luglio 2020, è ancora in corso: oltre a valutare la protezione del vaccino, un suo obiettivo è rilevare l’eventuale calo dell’immunità e stabilire la necessità di una terza dose. La documentazione presentata dall’azienda prevedeva che il monitoraggio durasse fino a maggio 2023.
Secondo la comunità scientifica, solo questi studi «randomizzati e controllati» permettono di stabilire se un farmaco o un vaccino è davvero efficace e rappresentano la bussola su cui pianificare eventuali campagne vaccinali di richiamo e le relative tempistiche.
A un anno dall’inizio del test, ormai i ricercatori dovrebbero avere dati in grado di stabilire se le campagne vaccinali avviate in Europa e Usa coprano la popolazione almeno fino alla fine del 2021. Invece, come scrivono le stesse aziende, lo studio «randomizzato e controllato» si concluderà anzitempo e questi saranno gli ultimi dati affidabili sulla durata dell’immunità.
Dei 44 mila partecipanti, la gran parte ha scelto di conoscere il proprio status di vaccinazione, ed eventualmente vaccinarsi secondo le regole stabilite localmente dai Paesi in cui si è svolto lo studio. I dati relativi alla copertura a sei mesi di distanza dalla vaccinazione riguardano solo il 7% dei partecipanti iniziali, e ormai la percentuale di volontari ancora arruolati nello studio in «doppio cieco» è vicina allo zero.
Pfizer e BioNTech giustificano la conclusione anticipata dello studio con «la necessità etica e pratica di immunizzare chi aveva ricevuto il placebo in base all’autorizzazione all’uso di emergenza e alle raccomandazioni delle autorità di sanità pubblica». In altre parole: sarebbe antietico negare un vaccino disponibile mettendo a rischio la vita di migliaia di volontari per sole ragioni di ricerca.
Nel dicembre del 2020, durante il processo di autorizzazione di emergenza, la Food and Drug Administration (l’agenzia regolatoria statunitense) aveva chiesto all’azienda di prolungare lo studio randomizzato salvaguardando allo stesso tempo la tutela dei partecipanti con l’adozione della strategia di «cross-over»: ottenuta l’autorizzazione, chi inizialmente era nel gruppo placebo sarebbe stato vaccinato, e a chi aveva ricevuto il vaccino sarebbe stato somministrato il placebo, senza svelare gli status dei due gruppi.
In questo modo, tutti sarebbero stati vaccinati, il rigore scientifico sarebbe stato preservato ma esaminando la differenza di protezione nei due gruppi si sarebbe potuta misurare la durata dell’immunità.
L’azienda aveva rifiutato di adeguarsi alla richiesta dell’agenzia regolatoria. E anche Moderna aveva comunicato la stessa indisponibilità, ritenuta «troppo onerosa» dal punto di vista organizzativo.
Le aziende si erano tuttavia impegnate a spingere i volontari a non abbandonare lo studio. 18 esperti, tra cui uno della FDA, avevano scritto un appello in cui l’ipotesi di fermare il trial dopo soli sei mesi era ritenuta «disastrosa».
Secondo un altro articolo sul New England Journal of Medicine firmato dalla task force vaccinale dell’Oms «l’opportunità di ottenere evidenze affidabili sugli effetti a lungo termine verrebbero cancellate da una vaccinazione immediata dei partecipanti e dalla rivelazione del loro status di vaccinati o meno».
Come poi hanno rivelato i volontari in numerose testimonianze, nonostante le promesse pubbliche le aziende avevano già proposto ai volontari di abbandonare il gruppo del placebo per ricevere il vaccino, sabotando le loro stesse ricerche.
La Pfizer ora promette di continuare a monitorare i partecipanti anche in questa fase. «L’osservazione dei partecipanti per due anni all’interno dello studio, insieme ai dati sull’efficacia provenienti dalla campagna vaccinale, stabiliranno il beneficio di un richiamo dopo un periodo più lungo».
Ma si tratta di dati spuri, raccolti in modo meno rigoroso, senza «doppio cieco» e quindi maggiormente esposti a distorsioni. Sapere di essere vaccinati da poco o da diversi mesi, per un vaccino di cui si conosce un calo di protezione, può indurre a tenere comportamenti diversi e a influenzare l’esposizione al rischio tra un gruppo e l’altro, ad esempio.
Per avere evidenze solide dai dati delle campagne vaccinali serviranno tempi più lunghi, perdendo il vantaggio acquisito da studi clinici partiti già un anno fa.
Le decisioni politiche sulla terza dose però devono essere fatte in questi mesi, e non potranno aspettare più di tanto. Senza dati raccolti in maniera rigorosa, la necessità di un richiamo sarà affidata a scelte più influenzabili da fattori emotivi e suggestioni collettive.
Di questa incertezza sulla reale efficacia del vaccino approfitteranno le aziende, che ai propri investitori hanno già parlato della terza dose come di un’«opportunità significativa» per alzare il prezzo del prodotto. Gli effetti sono già visibili. In Israele, la somministrazione della terza dose è già iniziata.
L’Unione europea ha prenotato 900 milioni di dosi per i richiami del 2022 (più un’opzione di pari valore). Al prezzo di 19,5 euro a dose, noto solo grazie a indiscrezioni visto che i contratti sono segreti, si tratterebbe di quasi 20 miliardi di euro: un incasso gigantesco, che da solo vale oltre la metà dell’intero ricavo dell’azienda nel 2020 (35 miliardi di euro).
In teoria, le agenzie regolatorie avrebbero i mezzi per opporsi a queste strategie, che hanno più a che fare con il marketing che con la scienza. Le linee-guida della FDA prevedono testualmente che «la FDA non ritiene che la disponibilità di un vaccino anti-Covid19 in base a un’autorizzazione di emergenza rappresentino una ragione sufficiente per fermare la prosecuzione in doppio cieco di uno studio clinico in corso».
Perciò l’agenzia potrebbe, almeno sulla carta, revocare l’autorizzazione per la violazione delle norme da parte delle aziende.
Ma è impensabile che ciò accada, perché priverebbe interi continenti dei vaccini anti-Covid attualmente più efficaci in circolazione per mere ragioni di accuratezza scientifica. In tempo di emergenza le aziende hanno il coltello dalla parte del manico e sanno approfittarne.
La casa farmaceutica Gilead, ad esempio, ha ottenuto un’autorizzazione per l’antivirale sperimentale remdesivir dopo un trial su pochi pazienti svolto durante la prima ondata di Covid negli Usa e interrotto anzitempo quando i risultati preliminari si erano dimostrati positivi.
Uno studio più ampio svolto dall’Oms ha dimostrato poi che il remdesivir è sostanzialmente inefficace. Ma ormai gli ordinativi del remdesivir sono saliti alle stelle. Il farmaco ha fruttato oltre due miliardi di dollari di ricavi nel 2020, spingendo i ricavi dell’azienda a oltre 24 miliardi di dollari per il 2020. Secondo gli analisti, anche il bilancio 2021 dovrebbe condurre a risultati simili.
È quello che avviene quando lo sviluppo farmaceutico è integralmente subappaltato alle aziende private, che dalle ricerche fino ai brevetti hanno conquistato il potere di imporre ai governi le regole più vantaggiose per i propri interessi.
Fonte
05/08/2021
Il monopolio di Big Pharma sui vaccini: costa e discrimina
Un nuovo rapporto, rivela come i vaccini Pfizer/BioNTech e Moderna sarebbero stati venduti a prezzi esorbitanti agli stati, che potrebbero pagare 41 miliardi di dollari in più nel 2021, rispetto al costo di produzione stimato da 1,18 a 2,85 dollari a dose e nonostante 8,2 miliardi di finanziamenti pubblici ricevuti dalle due aziende.
L’Italia avrebbe potuto risparmiare 4,1 miliardi di euro per l’acquisto dei vaccini, sufficienti a garantire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva o l’assunzione di 49 mila nuovi medici. La UE nel suo complesso ha speso 31 miliardi di euro in più. I paesi africani li avrebbero pagati quasi 6 volte il costo, il COVAX 5 volte di più: cifra sufficiente a vaccinare già oggi ogni persona nei Paesi a basso-medio reddito.
Appello urgente per un’immediata sospensione dei brevetti, in occasione della riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di questa settimana.
L’Italia avrebbe potuto risparmiare 4,1 miliardi di euro per l’acquisto dei vaccini, sufficienti a garantire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva o l’assunzione di 49 mila nuovi medici. La UE nel suo complesso ha speso 31 miliardi di euro in più. I paesi africani li avrebbero pagati quasi 6 volte il costo, il COVAX 5 volte di più: cifra sufficiente a vaccinare già oggi ogni persona nei Paesi a basso-medio reddito.
Appello urgente per un’immediata sospensione dei brevetti, in occasione della riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di questa settimana.
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Il costo della vaccinazione globale con gli innovativi vaccini a mRNA – sostenuto dall’iniziativa COVAX dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – potrebbe essere almeno 5 volte più basso, se i colossi farmaceutici non godessero dei monopoli sui brevetti dei vaccini Covid. Condizione che ha fatto pagare ai Paesi ricchi fino a 24 volte il costo stimato di produzione.
È la denuncia lanciata oggi da Oxfam ed EMERGENCY, membri della People’s Vaccine Alliance (PVA) con UNAIDS e quasi altre 70 organizzazioni, attraverso un nuovo rapporto. Dossier che rivela come solo Pfizer/BioNTech e Moderna nel 2021 potrebbero far pagare agli stati 41 miliardi di dollari in più, rispetto al costo di produzione stimato dei vaccini a tecnologia mRNA (1).
Nonostante che per il loro sviluppo le stesse aziende abbiano ricevuto oltre 8,25 miliardi di finanziamenti pubblici (2). Nuove analisi delle tecniche di produzione dei vaccini di tipo mRNA, messi in commercio da Pfizer/BioNTech e Moderna – realizzate da Public Citizen con ingegneri dell’Imperial College e pubblicate nel rapporto – rivelano infatti che questi vaccini potrebbero essere realizzati in media con un costo che varia da appena 1,18 a 2,85 dollari a dose (3).
Solo l’Italia fino ad oggi per questi due vaccini avrebbe speso 4,1 miliardi di euro in più di denaro dei contribuenti. Risorse che potrebbero essere investite per rafforzare il sistema sanitario nazionale, consentendo, ad esempio:
- di allestire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva(ad oggi sono poco più di 8.500);
- oppure di assumere oltre 49 mila nuovi medici (ad oggi sono poco più di 100 mila quelli dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale) (4). Anche il Regno Unito avrebbe pagato 1,8 miliardi di sterline in più, sufficienti a garantire un bonus di oltre 1000 sterline a ciascun operatore del Sistema Sanitario Nazionale. La Germania avrebbe potuto risparmiare 5,7 miliardi di euro, che avrebbe consentito di assumere 100.000 nuovi operatori sanitari.
Nel frattempo, mentre meno dell’1% delle persone nei Paesi a basso-medio reddito è stata vaccinata e le varianti corrono, i CEO di Moderna e BioNTech con i profitti realizzati sono diventati miliardari. E le due aziende – nonostante il rapido aumento dei decessi nei Paesi in via di sviluppo – hanno venduto oltre il 90% dei loro vaccini ai paesi ricchi, facendo pagare a tutti i Governi del mondo da 4 fino a 24 volte il potenziale costo di produzione per dose.
“La scarsità mondiale di vaccini è una diretta conseguenza del sostegno dei Paesi ricchi ai monopoli delle aziende farmaceutiche, che ad oggi non hanno fatto nessun reale passo avanti per la condivisione di tecnologie, know-how e brevetti con i tanti produttori che nei Paesi in via di sviluppo potrebbero garantirne l’abbassamento dei prezzi e l’incremento nella produzione mondiale – hanno detto Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia e Rossella Miccio, Presidente di EMERGENCY –.
L’unico primo, timido ma insufficiente, passo in avanti è stato fatto da Pfizer/BioNTech pochi giorni fa, per consentire la produzione di 100 milioni di dosi in Sud Africa. La prima dose però sarà disponibile solo nel 2022, mentre in Africa si continua a morire”.
“In tanti Paesi gli operatori sanitari in prima linea continuano a perdere la vita. – ha aggiunto Winnie Byanyima, Direttore Esecutivo di UNAIDS – Solo in Uganda ne sono morti più di 50 in appena due settimane. Mi ricorda quando morivano milioni di persone di HIV, perché i prezzi dei farmaci erano troppo alti.
Nei Paesi dove sono state fatte più vaccinazioni, però vengono salvate tantissime vite, anche se la variante Delta si diffonde, e così deve essere ovunque. È criminale che la maggior parte dell’umanità stia ancora affrontando questa crudele malattia senza protezione, perché i monopoli farmaceutici e il profitto vengono messi al primo posto”.
“Questo è forse il caso di speculazione più grave della storia – aggiungono Albiani e Miccio – Le ingenti risorse che gli stati sono costretti a pagare arricchendo CEO e azionisti potrebbero essere utilizzate per costruire nuove strutture sanitarie nei Paesi poveri, tagliare le liste di attesa per le prestazioni mediche, garantire servizi essenziali dignitosi”.
Il fallimento dell’iniziativa Covax: nel 2021 sarà vaccinata appena il 23% della popolazione dei Paesi in via sviluppo
Anche il COVAX, l’iniziativa che dovrebbe consentire ai Paesi in via di sviluppo l’accesso ai vaccini, ha pagato le dosi di Pfizer/BioNTech in media 5 volte di più del loro potenziale costo di produzione, faticando per avere le forniture necessarie in tempi brevi perché i Paesi più ricchi, disposti a pagare prezzi molto più alti, hanno avuto di fatto la precedenza nell’acquisto e nella contrattazione con le case farmaceutiche produttrici (5).
Un meccanismo perverso che ha portato a un enorme fallimento: secondo le stime della PVA infatti i soldi spesi fino ad oggi dal COVAX sarebbero stati sufficienti a garantire un ciclo di vaccinazione completa ad ogni persona nei Paesi a basso e medio reddito, se i prezzi garantiti fossero stati equi e a fronte di un’offerta sufficiente di dosi. Al contrario, nella migliore delle ipotesi, con il COVAX sarà vaccinato appena il 23% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo entro la fine del 2021 (6).
La corsa al rialzo dei prezzi: i richiami per le varianti potrebbero costare fino a 175 dollari a dose, 148 volte il costo stimato di produzione
La corsa al rialzo continuo dei prezzi purtroppo non sembra arrestarsi nemmeno ora, nonostante l’acquisto di un numero senza precedenti di dosi a livello globale, che avrebbe dovuto produrre una progressiva riduzione del costo dei vaccini. L’Unione Europea ha ad esempio pagato ancora di più per gli ultimi ordini da Pfizer/BioNTech.
Un trend che continuerà in assenza di un’azione dei governi, spinto dalla possibilità che siano necessarie dosi di richiamo per gli anni a venire a causa dello sviluppo di nuove varianti. Il CEO di Pfizer ha suggerito che si potrà arrivare fino a 175 dollari per dose, ossia 148 volte il potenziale costo di produzione.
Il report di PVA riporta anche altri esempi dei prezzi eccessivi pagati fino ad ora:
- l’Unione Africana per il vaccino Pfizer/BioNTech sta pagando 6,75 dollari a dose che – per quanto risulti essere il prezzo più basso dichiarato dalle aziende produttrici – è ancora quasi 6 volte il potenziale costo di produzione. In altre parole, una dose costa più di quanto l’Uganda spenda per la salute di ogni cittadino in un anno intero;
- il prezzo più alto per i vaccini Pfizer/BioNTech è stato pagato da Israele con 28 dollari a dose, quasi 24 volte il potenziale costo di produzione;
-l’Unione Europea potrebbe aver pagato, per 1,96 miliardi di dosi, ben 31 miliardi di euro in più rispetto ai potenziali costi di produzione;
- Moderna ha praticato prezzi da 4 a 13 volte superiori rispetto ai costi di produzione stimati, facendo pagare al Sud Africa un prezzo tra 30 e 42 dollari a dose;
- la Colombia, che è stata gravemente colpita dal Covid, ha pagato il doppio del prezzo pagato dagli USA per i vaccini Moderna. Per l’acquisto dei vaccini Pfizer/BioNtech e Moderna si stima abbia pagato 375 milioni di dollari in eccesso.
L’appello ai Governi per un’azione urgente
“Se tutti i governi non spingeranno per la condivisione dei brevetti e il trasferimento delle tecnologie necessarie a consentire di aumentare la produzione mondiale di vaccini, ancora innumerevoli vite andranno perse. – concludono Albiani e Miccio – Consentire ai Paesi in via di sviluppo di produrre i propri vaccini è il modo più rapido e sicuro per aumentare l’offerta e ridurre drasticamente i prezzi. Quando questo è stato fatto per il trattamento dell’HIV, i prezzi sono diminuiti del 99%(7). Una proposta per arrivarci esiste ed è sostenuta da oltre 100 Paesi tra cui Stati Uniti, Francia, India e Sud Africa; mentre Germania, Regno Unito e Unione Europea si sono più volte opposti, con l’Italia che continua a non assumere una posizione chiara e si accoda alle decisioni dell’UE.
Per questo rilanciamo ancora una volta con forza un appello urgente perché si arrivi il prima possibile ad una sua approvazione in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio, che si sta riunendo proprio questa settimana per discuterne”.
Note:
1) Pfizer prevede un fatturato di 26 miliardi di dollari dalla vendita di 1,6 miliardi di dosi di vaccino, con un costo medio per dose di 16,25 dollari (contro un costo stimato di produzione di 1,18 dollari per dose). Moderna prevede vendite comprese tra 800 milioni e 1 miliardo di dosi, quindi a un costo medio compreso tra 19,20 e 24 dollari per dose (a fronte di un costo di produzione stimato di 2,85 dollari per dose). Il totale combinato delle entrate previste dalle vendite delle due aziende è quindi di 41 miliardi di dollari al di sopra del costo di produzione stimato.
2) Pfizer/BioNTech e Moderna hanno ricevuto 8,25 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per sviluppare i loro vaccini: 5,75 miliardi di dollari per Moderna e 2,5 miliardi di dollari per Pfizer/BioNTech. Ciò include finanziamenti pubblici e preordini governativi garantiti.
3) A causa di mancanza di trasparenza, i costi esatti di sviluppo, ricerca e produzione dei vaccini non sono noti. Le stime utilizzate nel rapporto pubblicato oggi si basano su studi sulle tecniche di produzione di vaccini a mRNA, condotti da Public Citizen con ingegneri dell’Imperial College. Un’analisi che stima che produrre 8 miliardi di dosi del vaccino Pfizer/BioNTech potrebbe costare 9,4 miliardi di dollari – 1,18 dollari a dose. Nel caso del vaccino prodotto da Moderna costerebbe 22,8 miliardi di dollari produrre 8 miliardi di dosi – 2,85 dollari a dose.
4) I dati per l’Italia sono consultabili qui (salute.gov.it) (tabella pag.5) e qui. Le stime sono realizzate considerando il costo di 100.000 euro per allestire un posto letto in terapia intensiva, escluso il costo del personale dedicato. Per il calcolo dello stipendio annuale di un dirigente medico dipendente del Sistema Sanitario Nazionale, si considera a titolo esemplificativo la Retribuzione lorda annuale secondo l’Istat, pari a 88.995 euro. Quanti sono e quanto guadagnano i medici e il personale sanitario – Info Data (ilsole24ore.com).
5) COVAX ha riferito che per le prime 1,3 miliardi di vaccini ha pagato un prezzo medio di 5,20 dollari a dose. Dati i prezzi riportati disponibili nel portafoglio di COVAX, è ragionevole presumere che abbia pagato meno di 5,20 dollari per il vaccino Oxford/AstraZeneca (riducendo il prezzo medio della dose) e probabilmente abbia pagato di più per Pfizer/BioNTech (aumentando il prezzo medio della dose). La mancanza di trasparenza dei regimi impedisce un controllo adeguato.
6) Gavi.
7) La concorrenza ha ridotto i prezzi dei farmaci per l’HIV del 99% in 10 anni: da 10.000 dollari ad a 67 dollari all’anno per paziente.
Fonte
17/01/2021
Pfizer riduce le forniture di vaccini. Ungheria e Serbia si rivolgono a quello cinese
La Pfizer ha annunciato una riduzione delle forniture di vaccini del 29% a diversi Paesi europei motivandolo con “l’adeguamento delle strutture e dei processi produttivi che richiedono nuovi test di qualità e approvazioni da parte delle autorità”. Lo stop, afferma Pfizer, ha l’obiettivo di ampliare la produzione a partire dal 15 febbraio. Secondo quanto ha fatto sapere la multinazionale, non esiste alcun collegamento tra i problemi emersi lo scorso novembre nel dialogo con i regolatori e l’attuale riduzione delle forniture.
Pfizer e BioNTech hanno sviluppato un piano che “consentirà di aumentare la capacità di produzione in Europa e di fornire al più presto più dosi nel secondo trimestre”, hanno annunciato le due società in una nota congiunta. “Rivedremo il calendario iniziale di forniture all’Unione Europea a partire dalla settimana del 25 gennaio, con un aumento delle consegne a partire dalla settimana del 15 febbraio – hanno aggiunto – Per fare questo, saranno necessarie alcune modifiche alle procedure di produzione”.
“Alle 15:38 di oggi (ieri, ndr) la Pfizer ha comunicato unilateralmente che a partire da lunedì consegnerà al nostro Paese circa il 29 per cento di fiale di vaccino in meno rispetto alla pianificazione che aveva condiviso con gli uffici del Commissario e, suo tramite, con le Regioni italiane”, ha comunicato il Commissario della Protezione Civile Arcuri. “Non solo, ha unilateralmente deciso in quali centri di somministrazione del nostro Paese ridurrà le fiale inviate e in quale misura. Analoga comunicazione è pervenuta a tutti i Paesi della Ue. La Pfizer ha altresì annunciato che non può prevedere se queste minori forniture proseguiranno anche nelle prossime settimane, né tantomeno in che misura”.
La Commissione europea aveva annunciato di aver esercitato l’opzione per raddoppiare da 300 milioni a 600 milioni le dosi del farmaco richieste alla Pfizer, un numero sufficiente a vaccinare 300 milioni di persone, dal momento che l’immunizzazione richiede l’inoculazione di due dosi. Entro il secondo trimestre è prevista la consegna di un totale di 75 milioni di dosi ai Paesi Ue. Al momento, ne sono state inoculate 4,2 milioni. I ritardi riguardano anche il Canada, che ha annunciato “temporanei” rallentamenti nelle consegne. Alla pressione sulla capacità produttiva della multinazionale farmaceutica si aggiungono poi gli Stati Uniti, che lo scorso 23 dicembre avevano raddoppiato da 100 milioni a 200 milioni il numero di dosi del siero ordinate a Pfizer.
Ma il ritardo della Pfizer nella consegna dei vaccini, non è un fulmine a ciel sereno. Lo staff della trasmissione Report ha reso noto che lo scorso novembre l’Ema, l’agenzia europea che ha il compito di approvare i farmaci, aveva scoperto che alcuni lotti della produzione industriale dei vaccini Pfizer avevano una qualità inferiore rispetto a quelli utilizzati nei trials clinici e aveva chiesto all’azienda di risolvere urgentemente il problema. Questo, secondo Report, è quanto emerge dagli Ema Leaks, un insieme di mail interne scambiate tra il 10 e il 25 novembre e di documenti riservati provenienti dai server dell’agenzia e finiti sul dark web, che Report è stato in grado di rivelare in collaborazione con i giornalisti investigativi del progetto Behind the pledge.
In una mail interna del 24 novembre, un funzionario dell’Ema scrive di “differenze nel livello di integrità dell’mRna”, comparando il materiale per le prove cliniche e quello di alcuni lotti destinati all’immissione in commercio. Secondo i documenti ritrovati nel dark web “i vaccini utilizzati negli studi clinici avevano tra il 69% e l’81% di Rna “intatto””. Al contrario, i dati sui lotti prodotti nelle linee di produzione hanno rivelato percentuali inferiori, in media 59%. Un “punto critico”, ha detto un funzionario dell’Ema, il 23 novembre.
Intanto l’Ungheria ha accusato l’Ue per le “procedure scandalosamente lente di acquisto del vaccino” ed ha stretto un accordo con la società farmaceutica cinese Sinopharm per l’acquisto di un milione di dosi del vaccino, non ancora approvato dall’Agenzia europea del farmaco (Ema). Intanto si apprende che un milione di dosi del vaccino cinese sono già arrivate a Belgrado, la Serbia comincerà a somministrarle dopo l’autorizzazione ufficiale, forse già domani o lunedì.
Fonte
Pfizer e BioNTech hanno sviluppato un piano che “consentirà di aumentare la capacità di produzione in Europa e di fornire al più presto più dosi nel secondo trimestre”, hanno annunciato le due società in una nota congiunta. “Rivedremo il calendario iniziale di forniture all’Unione Europea a partire dalla settimana del 25 gennaio, con un aumento delle consegne a partire dalla settimana del 15 febbraio – hanno aggiunto – Per fare questo, saranno necessarie alcune modifiche alle procedure di produzione”.
“Alle 15:38 di oggi (ieri, ndr) la Pfizer ha comunicato unilateralmente che a partire da lunedì consegnerà al nostro Paese circa il 29 per cento di fiale di vaccino in meno rispetto alla pianificazione che aveva condiviso con gli uffici del Commissario e, suo tramite, con le Regioni italiane”, ha comunicato il Commissario della Protezione Civile Arcuri. “Non solo, ha unilateralmente deciso in quali centri di somministrazione del nostro Paese ridurrà le fiale inviate e in quale misura. Analoga comunicazione è pervenuta a tutti i Paesi della Ue. La Pfizer ha altresì annunciato che non può prevedere se queste minori forniture proseguiranno anche nelle prossime settimane, né tantomeno in che misura”.
La Commissione europea aveva annunciato di aver esercitato l’opzione per raddoppiare da 300 milioni a 600 milioni le dosi del farmaco richieste alla Pfizer, un numero sufficiente a vaccinare 300 milioni di persone, dal momento che l’immunizzazione richiede l’inoculazione di due dosi. Entro il secondo trimestre è prevista la consegna di un totale di 75 milioni di dosi ai Paesi Ue. Al momento, ne sono state inoculate 4,2 milioni. I ritardi riguardano anche il Canada, che ha annunciato “temporanei” rallentamenti nelle consegne. Alla pressione sulla capacità produttiva della multinazionale farmaceutica si aggiungono poi gli Stati Uniti, che lo scorso 23 dicembre avevano raddoppiato da 100 milioni a 200 milioni il numero di dosi del siero ordinate a Pfizer.
Ma il ritardo della Pfizer nella consegna dei vaccini, non è un fulmine a ciel sereno. Lo staff della trasmissione Report ha reso noto che lo scorso novembre l’Ema, l’agenzia europea che ha il compito di approvare i farmaci, aveva scoperto che alcuni lotti della produzione industriale dei vaccini Pfizer avevano una qualità inferiore rispetto a quelli utilizzati nei trials clinici e aveva chiesto all’azienda di risolvere urgentemente il problema. Questo, secondo Report, è quanto emerge dagli Ema Leaks, un insieme di mail interne scambiate tra il 10 e il 25 novembre e di documenti riservati provenienti dai server dell’agenzia e finiti sul dark web, che Report è stato in grado di rivelare in collaborazione con i giornalisti investigativi del progetto Behind the pledge.
In una mail interna del 24 novembre, un funzionario dell’Ema scrive di “differenze nel livello di integrità dell’mRna”, comparando il materiale per le prove cliniche e quello di alcuni lotti destinati all’immissione in commercio. Secondo i documenti ritrovati nel dark web “i vaccini utilizzati negli studi clinici avevano tra il 69% e l’81% di Rna “intatto””. Al contrario, i dati sui lotti prodotti nelle linee di produzione hanno rivelato percentuali inferiori, in media 59%. Un “punto critico”, ha detto un funzionario dell’Ema, il 23 novembre.
Intanto l’Ungheria ha accusato l’Ue per le “procedure scandalosamente lente di acquisto del vaccino” ed ha stretto un accordo con la società farmaceutica cinese Sinopharm per l’acquisto di un milione di dosi del vaccino, non ancora approvato dall’Agenzia europea del farmaco (Ema). Intanto si apprende che un milione di dosi del vaccino cinese sono già arrivate a Belgrado, la Serbia comincerà a somministrarle dopo l’autorizzazione ufficiale, forse già domani o lunedì.
Fonte
11/11/2020
Sui vaccini anti-Covid si scatena la competizione globale
Per conservare i vaccini anti Covid serviranno temperature bassissime, ma la temperatura della competizione che si è aperta appare invece caldissima.
Le multinazionali Pfizer (statunitense) e quella tedesca BioNTech hanno annunciato i risultati dello studio di fase 3 del loro vaccino Covid-19.
Secondo le due società il candidato vaccino è risultato essere efficace più del 90% nel prevenire il nuovo Coronavirus nei pazienti sottoposti a sperimentazione, senza evidenza di precedente infezione da SARS-CoV-2 nella prima analisi di efficacia ad interim.
La Pfizer ritiene di poter raggiungere già nella terza settimana di novembre il traguardo di sicurezza richiesto, per poi presentare subito la richiesta di autorizzazione all’uso del vaccino alla Food and Drug Administration (FDA) statunitense.
Lo studio clinico comunque continua fino all’analisi finale su 164 casi confermati, al fine di raccogliere ulteriori dati. Secondo la Pfizer i risultati dimostrano che questo vaccino a base di mRNA può aiutare a prevenire il Covid nella maggior parte delle persone che lo ricevono.
La sperimentazione clinica di fase 3 di BNT162b2 è iniziata il 27 luglio e ha visto 43.538 persone sottoporsi ai test. 38.955 di questi hanno ricevuto una seconda dose del candidato vaccino lo scorso 8 novembre.
Lo studio valuterà per il candidato vaccino anche il potenziale di fornire protezione contro il Covid in coloro che hanno avuto una precedente esposizione a SARS-CoV-2, nonché la prevenzione del vaccino contro la patologia da Covid-19.
Il vaccino della Pfizer si basa sulla tecnologia Rna, adottata anche da altre due grandi aziende in corsa: la tedesca Curevac e l’americana Moderna. L’obiettivo è somministrare direttamente l’Rna che controlla la produzione di una proteina contro la quale si vuole scatenare la reazione del sistema immunitario.
Devono essere somministrate due dosi di vaccino a distanza di 21 giorni, in persone da 16 anni in su.
I primi lotti saranno già pronti nelle prossime settimane. Pfizer ha detto che prevede di essere in grado di fornire 50 milioni di dosi entro il 2020 e 1,3 miliardi entro il 2021, dopo il nulla osta delle agenzie di regolamentazione, prima di quella statunitense e poi di quelle europee.
Il problema della conservazione dei vaccini
Per quanto riguarda la conservazione, le fiale vanno mantenute a una temperatura di -75 gradi. éossono essere conservate in frigorifero tra i 2 e gli 8 gradi, ma solo per 5 giorni prima dell’utilizzo, e purché non si superino le due ore a temperatura ambiente.
E qui sorge un primo e rilevantissimo problema. Le bassissime temperature necessarie per conservare e trasportare il vaccino anti-covid delle aziende farmaceutiche BioNTech e Pfizer significano che potrebbero essere tagliati fuori fino a due terzi della popolazione mondiale.
A segnalarlo, non è un Ong umanitaria ma uno studio della DHL, una delle aziende leader mondiali nel campo delle spedizioni e della logistica.
Come già segnalato, il potenziale vaccino deve essere conservato a -75 gradi Celsius e somministrato in due dosi separate a circa tre settimane di distanza. Nei paesi più ricchi ciò significa che verrebbe probabilmente distribuito negli ospedali, o nei centri appositamente costruiti, piuttosto che nelle farmacie o negli studi dei medici di famiglia.
Ma nei paesi poveri – senza forniture elettriche affidabili o infrastrutture per mantenere i vaccini a quella temperatura – potrebbe significare che i vaccini non verranno consegnati affatto.
Una competizione scatenata
Il problema sta scatenando così una competizione su vaccini diversi, ma conservabili a temperature meno estreme. È il caso del vaccino di Moderna, la società biotech americana che sta sviluppando un farmaco che richiede una temperatura di conservazione di -20 gradi centigradi.
Un gruppo di scienziati indiani dell’Indian Institute of Science sta lavorando invece ad un farmaco che sia termoresistente. Il vaccino “caldo” o stabile al calore, affermano, può essere conservato a 100°C per 90 minuti, a 70°C per circa 16 ore e a 37°C per un mese e più.
L’Indonesia ha già annunciato la scorsa settimana di avere in programma una prima vaccinazione di 9 milioni di persone contro il Covid-19, dove verrà usato il vaccino sperimentale cinese prodotto dalla Sinovac Biotech.
Ma il 29 ottobre c’è stato un decesso tra i volontari che si erano sottoposti in Brasile al test del vaccino cinese. La Sinovac sta infatti collaborando con l’istituto brasiliano Butantan.
La Sinovac in una nota di chiarimento ha affermato che “dopo aver comunicato con l’Instituto, abbiamo appreso che il direttore ritiene che questo grave evento avverso non sia correlato al vaccino. Sinovac continuerà a comunicare con il Brasile su questo argomento. Lo studio clinico in Brasile è rigorosamente condotto in conformità con i requisiti Gcp (Good Clinical Practice, ndr) e siamo fiduciosi sulla sicurezza del vaccino”.
In attesa degli esiti della sperimentazione del proprio vaccino “BriLife”, creato dall’Istituto israeliano di ricerca biologica (IIBR), l’ospedale israeliano Hadassah Medical Center di Gerusalemme ha intanto preordinato 1,5 milioni di dosi dello Sputnik, il vaccino contro il coronavirus prodotto dalla Russia, dove è ancora in fase di sperimentazione III, ma è già stato somministrato a decine di migliaia di persone.
L’Unione Europea già pensa ai contratti
La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, intanto ha già annunciato che oggi, 11 novembre, la Ue firmerà un contratto con la Pfizer per avere fino a 300 milioni di dosi.
A settembre l’Ue aveva già ufficializzato il contratto con Pfizer-BioNTech per l’acquisto iniziale di 200 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri, con un’opzione per acquistare fino a 100 milioni di dosi ulteriori nel caso si fosse dimostrata la sicurezza e l’efficacia del loro vaccino anti-Covid-19.
Si tratta peraltro del sesto contratto con altrettante aziende in corsa per il vaccino. La stessa Von der Leyen, a luglio, aveva incontrato i dirigenti della Sanofi-GSK, ad agosto quelli della Janssen, una delle consociate di Johnson e Johnson, e poi ancora quelli di CureVac e Moderna.
Il primo contratto vero e proprio, che prevede un approvvigionamento di circa 400 milioni di dosi, è stato però firmato già a giugno con AstraZeneca e vede l’Italia come promotrice assieme a Olanda, Germania e Francia. Nella migliore delle ipotesi le prime 30 milioni di dosi di questo vaccino arriveranno all’Ue entro fine anno o a gennaio.
Fonte
Le multinazionali Pfizer (statunitense) e quella tedesca BioNTech hanno annunciato i risultati dello studio di fase 3 del loro vaccino Covid-19.
Secondo le due società il candidato vaccino è risultato essere efficace più del 90% nel prevenire il nuovo Coronavirus nei pazienti sottoposti a sperimentazione, senza evidenza di precedente infezione da SARS-CoV-2 nella prima analisi di efficacia ad interim.
La Pfizer ritiene di poter raggiungere già nella terza settimana di novembre il traguardo di sicurezza richiesto, per poi presentare subito la richiesta di autorizzazione all’uso del vaccino alla Food and Drug Administration (FDA) statunitense.
Lo studio clinico comunque continua fino all’analisi finale su 164 casi confermati, al fine di raccogliere ulteriori dati. Secondo la Pfizer i risultati dimostrano che questo vaccino a base di mRNA può aiutare a prevenire il Covid nella maggior parte delle persone che lo ricevono.
La sperimentazione clinica di fase 3 di BNT162b2 è iniziata il 27 luglio e ha visto 43.538 persone sottoporsi ai test. 38.955 di questi hanno ricevuto una seconda dose del candidato vaccino lo scorso 8 novembre.
Lo studio valuterà per il candidato vaccino anche il potenziale di fornire protezione contro il Covid in coloro che hanno avuto una precedente esposizione a SARS-CoV-2, nonché la prevenzione del vaccino contro la patologia da Covid-19.
Il vaccino della Pfizer si basa sulla tecnologia Rna, adottata anche da altre due grandi aziende in corsa: la tedesca Curevac e l’americana Moderna. L’obiettivo è somministrare direttamente l’Rna che controlla la produzione di una proteina contro la quale si vuole scatenare la reazione del sistema immunitario.
Devono essere somministrate due dosi di vaccino a distanza di 21 giorni, in persone da 16 anni in su.
I primi lotti saranno già pronti nelle prossime settimane. Pfizer ha detto che prevede di essere in grado di fornire 50 milioni di dosi entro il 2020 e 1,3 miliardi entro il 2021, dopo il nulla osta delle agenzie di regolamentazione, prima di quella statunitense e poi di quelle europee.
Il problema della conservazione dei vaccini
Per quanto riguarda la conservazione, le fiale vanno mantenute a una temperatura di -75 gradi. éossono essere conservate in frigorifero tra i 2 e gli 8 gradi, ma solo per 5 giorni prima dell’utilizzo, e purché non si superino le due ore a temperatura ambiente.
E qui sorge un primo e rilevantissimo problema. Le bassissime temperature necessarie per conservare e trasportare il vaccino anti-covid delle aziende farmaceutiche BioNTech e Pfizer significano che potrebbero essere tagliati fuori fino a due terzi della popolazione mondiale.
A segnalarlo, non è un Ong umanitaria ma uno studio della DHL, una delle aziende leader mondiali nel campo delle spedizioni e della logistica.
Come già segnalato, il potenziale vaccino deve essere conservato a -75 gradi Celsius e somministrato in due dosi separate a circa tre settimane di distanza. Nei paesi più ricchi ciò significa che verrebbe probabilmente distribuito negli ospedali, o nei centri appositamente costruiti, piuttosto che nelle farmacie o negli studi dei medici di famiglia.
Ma nei paesi poveri – senza forniture elettriche affidabili o infrastrutture per mantenere i vaccini a quella temperatura – potrebbe significare che i vaccini non verranno consegnati affatto.
Una competizione scatenata
Il problema sta scatenando così una competizione su vaccini diversi, ma conservabili a temperature meno estreme. È il caso del vaccino di Moderna, la società biotech americana che sta sviluppando un farmaco che richiede una temperatura di conservazione di -20 gradi centigradi.
Un gruppo di scienziati indiani dell’Indian Institute of Science sta lavorando invece ad un farmaco che sia termoresistente. Il vaccino “caldo” o stabile al calore, affermano, può essere conservato a 100°C per 90 minuti, a 70°C per circa 16 ore e a 37°C per un mese e più.
L’Indonesia ha già annunciato la scorsa settimana di avere in programma una prima vaccinazione di 9 milioni di persone contro il Covid-19, dove verrà usato il vaccino sperimentale cinese prodotto dalla Sinovac Biotech.
Ma il 29 ottobre c’è stato un decesso tra i volontari che si erano sottoposti in Brasile al test del vaccino cinese. La Sinovac sta infatti collaborando con l’istituto brasiliano Butantan.
La Sinovac in una nota di chiarimento ha affermato che “dopo aver comunicato con l’Instituto, abbiamo appreso che il direttore ritiene che questo grave evento avverso non sia correlato al vaccino. Sinovac continuerà a comunicare con il Brasile su questo argomento. Lo studio clinico in Brasile è rigorosamente condotto in conformità con i requisiti Gcp (Good Clinical Practice, ndr) e siamo fiduciosi sulla sicurezza del vaccino”.
In attesa degli esiti della sperimentazione del proprio vaccino “BriLife”, creato dall’Istituto israeliano di ricerca biologica (IIBR), l’ospedale israeliano Hadassah Medical Center di Gerusalemme ha intanto preordinato 1,5 milioni di dosi dello Sputnik, il vaccino contro il coronavirus prodotto dalla Russia, dove è ancora in fase di sperimentazione III, ma è già stato somministrato a decine di migliaia di persone.
L’Unione Europea già pensa ai contratti
La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, intanto ha già annunciato che oggi, 11 novembre, la Ue firmerà un contratto con la Pfizer per avere fino a 300 milioni di dosi.
A settembre l’Ue aveva già ufficializzato il contratto con Pfizer-BioNTech per l’acquisto iniziale di 200 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri, con un’opzione per acquistare fino a 100 milioni di dosi ulteriori nel caso si fosse dimostrata la sicurezza e l’efficacia del loro vaccino anti-Covid-19.
Si tratta peraltro del sesto contratto con altrettante aziende in corsa per il vaccino. La stessa Von der Leyen, a luglio, aveva incontrato i dirigenti della Sanofi-GSK, ad agosto quelli della Janssen, una delle consociate di Johnson e Johnson, e poi ancora quelli di CureVac e Moderna.
Il primo contratto vero e proprio, che prevede un approvvigionamento di circa 400 milioni di dosi, è stato però firmato già a giugno con AstraZeneca e vede l’Italia come promotrice assieme a Olanda, Germania e Francia. Nella migliore delle ipotesi le prime 30 milioni di dosi di questo vaccino arriveranno all’Ue entro fine anno o a gennaio.
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