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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2021

Italia - Raggiunta quota 90.000 morti, ma risposte convincenti non arrivano

Nella giornata di ieri in Italia è stata superata la di quota 90mila vittime per Covid-19. Balza agli occhi come si tratti di una strage senza precedenti recenti per una singola malattia infettiva. Il Covid nel nostro paese aveva già fatto 35mila vittime nella prima ondata, ma dopo la “tregua estiva” ha ricominciato a uccidere superando dopo soli due mesi il drammatico dato di febbraio-maggio e provocando altri 55mila morti nella fase attuale. In venti giorni sono morte altre diecimila persone.

Non ci sono paragoni recenti. Ad esempio l’influenza, tante volte citata a sproposito nelle annate più nefaste aveva fatto registrare 6-7.000 vittime.

Sulla mortalità del Covid,  in termini assoluti, in testa alla classifica dei decessi ci sono ancora gli USA con 446.885 vittime, seguiti da Brasile (226.309), Messico (159.533), India (154.596), Regno Unito (108.225) e appunto l’Italia con oltre 90mila decessi.

Ma se guardiamo il dato in base al tasso di letalità, ovvero quanti sono i deceduti rispetto ai contagiati, l’Italia con il suo 3,48% risulta esser la situazione tra le peggiori sia in Europa sia nel mondo.

La letalità del Covid nel nostro paese risulta più alta degli Usa (1,69%), ma anche del Regno Unito (2,80%). I dati diventano peggiori tra i paesi equivalenti all’Italia come popolazione, ovvero Messico (8,51%), Iran (4,06) e Perù (3,60%).

Secondo gli ultimi dati del sito Worldometer, nel rapporto tra morti per Covid e popolazione il peggiore è il Belgio (con 1,826 decessi per mille abitanti), seguito dalla Slovenia (1,722), dal Regno Unito (1,606), dalla Repubblica Ceca (1,569) e dall’Italia (1,487).

La domanda sul perché in Italia ci siano tanti morti per Covid rimane ancora senza risposte convincenti.

Durante la prima ondata della pandemia la spiegazione che veniva data si riferiva al fatto – in questo obiettivo – che il nostro Paese era stato travolto per primo dall’ondata pandemica. Le strutture sanitarie erano già al collasso prima della pandemia a causa dei pesantissimi tagli e privatizzazioni effettuati negli scorsi anni, gli ospedali e le Rsa erano stati infettati dal virus prima ancora che le autorità sanitarie se ne accorgessero.

Ma la stessa giustificazione non regge più di fronte alla seconda ondata della pandemia dove le strutture sanitarie erano allertate, lì dove possibile erano state potenziate e il nostro Paese è stato colpito dopo altri paesi.

Un’altra giustificazione che non regge è quella della “socialità” nei comportamenti personali. Ci hanno parlato del ruolo svolto dagli anziani anche come welfare supplementare (per esempio nel tenere i nipoti per la scarsità di asili nido), o dell’abitudine allo “stare insieme” più accentuato rispetto alla “freddezza” dei rapporti sociali nei paesi del Nord Europa. Ma questa spiegazione non regge perché negli altri paesi mediterranei con condizioni e abitudini simili come Spagna, Grecia ecc. la letalità è inferiore a quella dell’Italia ed anche di molto.

Poi ci hanno detto che l’Italia è il paese più anziano d’Europa. Ma anche paesi come Giappone e Germania hanno un altissimo tasso di anziani nella propria popolazione. Secondo i dati ufficiali un italiano alla nascita ha una aspettativa di vita superiore agli 80 anni, ma l’aspettativa in buona salute scende bruscamente a 58,5 anni. Si vive a lungo, ma una volta in pensione si vive male.

A questo dato, come abbiamo denunciato da tempo, è fin troppo evidente quanto abbiano contribuito l’innalzamento dell’età pensionabile e la riduzione degli standard sanitari pubblici. E non è affatto escluso che tali misure puntassero proprio a questo risultato. Un recente studio de Il Sole 24 Ore, rivela come già nel 2020 sono state pagate il 16% di pensioni in meno a causa dei decessi da Covid. Ci hanno accusato di allarmismo ma i dati parlano chiaro.

Dunque risposte convincenti sull’enorme tasso di letalità del Covid in Italia ancora non sono arrivate.

L’unica risposta che sì è fatta strada – denunciata da tempo dalla Fondazione Gimbe e poi addirittura da un dossier dei servizi di intelligence consegnato a Palazzo Chigi – è che ci sia stato e permane un problema di sottostima dei casi reali. A marzo arrivammo al record di decessi giornalieri, quasi mille, con 6.000 positivi e 20mila tamponi al giorno. Al picco di mortalità della seconda ondata, a novembre, siamo tornati a quasi mille morti giornalieri, ma con vette di 35mila-40mila casi quotidiani e 200mila tamponi. Indice evidente che nella prima ondata venivano “pescati” pochissimi casi rispetto a quelli reali: non a caso nella prima fase i decessi, che furono oltre 35mila, erano addirittura l’11% dei casi rilevati (che però realisticamente erano almeno dieci volte di più), mentre le 55mila vittime di questa seconda ondata sono meno del 2% del totale dei casi.

Sembrerebbe quindi una questione di denominatore sui calcoli tra contagiati e morti da Covid. Ma come risposta non può bastare. Inoltre la subalternità ai tempi e agli interessi delle multinazionali del Big Pharma sui vaccini, sta creando caos e ritardi inaccettabili sul programma delle vaccinazioni anti Covid.

Fonte

09/09/2020

Neoliberismo trionfante, il Covid-19 sentitamente ringrazia


Abituati ai numeri quotidiani, nessuno riesce più a districarsi tra le tendenze di lungo periodo. Specie nell’emergenza pandemica, che pure dovrebbe “facilitare” la presa di contatto con la statistica. Allora vi diamo noi, oggi, un piccolo quadro sinottico, grazie alla segnalazione di Giancarlo Staffo.

Dati Oms 5sett. 2020:

Covid n. Decessi su 100mila Abitanti.

Si vede chiaramente la differenza tra una società dove comanda il mercato e una società ad “economia pianificata” dove comanda l’interesse per la salute delle persone.

Vietnam 0,04 su 100mila abitanti

Cina 0,34

Cuba 0,86

Venezuela 1,38

USA 56,77 su 100mila abitanti

Italia 58,37

GB 62,55

Senza dimenticare:

Peru 92.80

Belgio 86,74

Spagna 62,96

Cile 61,89

Brasile 60,46

L’Università Johns Hopkins di Baltimore negli Stati Uniti, in particolare il Center for Systems Science and Engineering del dipartimento di Ingegneria Civile, rivela con una mappa aggiornata in tempo reale, i numeri della diffusione della pandemia da Corona-virus nel mondo.

Tra le varie statistiche riportate, nella sezione “morti per covid ogni 100 mila abitanti“ tra i primi posti, quindi con un numero più alto, figurano Paesi come Regno Unito, Italia, Stati Uniti mentre, a fare da fanalino di coda, vi è il Vietnam, la Cina, Cuba e il Venezuela.

Alla luce di ciò trarre delle conclusioni è abbastanza semplice.

Nei Paesi in cui il PROFITTO è stato anteposto alla SALUTE, i cittadini hanno pagato un prezzo più alto in termini di vite umane; non da meno in Italia, dove i tagli alla spesa pubblica, e quindi alla sanità, perpetrati negli anni con le peggiori politiche liberiste imposte dall’Unione Europea hanno mostrato il loro vero volto.

«Rappresentate la vittoria della vita sulla morte, della solidarietà sull’egoismo, dell’ideale del socialismo sul mito del mercato». Così il Presidente Miguel Díaz-Canel ai medici cubani della brigata Henry Reeve al rientro dalla loro missione in Lombardia.

I Paesi di stampo Socialista, invece, hanno saputo gestire l’emergenza in modo diverso, più efficiente, dove, seppur con enormi sacrifici economici, la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli, con una buona dose di cooperazione tra gli stessi Stati, hanno giocato un ruolo chiave impedendo alle becere logiche del mercato di prevalere sulla salute.

Il virus mette a nudo la natura del capitalismo, infliggendo ancora una volta un’ulteriore sconfitta e mostrando a tutti che un altro sistema è allorché necessario e possibile.

Fonte

07/08/2020

Dall’origine della pandemia a cosa ci aspetta: intervista al professor Crisanti

Come è iniziato tutto? Com’è stata gestita l’emergenza? Il vaccino arriverà a breve? Come muoversi sul fronte apertura delle scuole? Il professor Andrea Crisanti, Direttore del dipartimento di Medicina Molecolare e professore di Epidemiologia e Virologia presso l'Azienda Ospedaliera dell'Università di Padova, intervistato dai ricercatori della pagina di divulgazione “Coronavirus – Dati e analisi scientifiche”, fa il punto sullo stato attuale della pandemia, ripercorrendo quanto è successo nei mesi passati, quando l’emergenza era al suo culmine, e ipotizzando alcuni scenari futuri.

di Giorgio Sestili e Martina Patone

Link al video dell’intervista completa: https://bit.ly/intervista-crisanti

L’ORIGINE DELLA PANDEMIA

(G.S.) In numerose interviste, prof. Crisanti, lei ha giustamente posto importanti e seri dubbi sull’origine del virus e sui dati comunicati dalla Cina e conseguentemente su come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) li ha assunti in maniera un po’ troppo acritica. Cosa sappiamo oggi dell’origine del virus? E quali sono le zone d’ombra che andrebbero esplorate?

Che questo sia un virus di origine animale non ci sono dubbi. Probabilmente è un virus che si origina dai pipistrelli, forse attraverso un ospite intermedio come un pangolino, e che è passato all’uomo attraverso una serie di mutazioni che gli hanno permesso di trasmettersi […]. All’inizio c’erano moltissime zone d’ombra. È probabile che questa epidemia sia iniziata in Cina verso inizio ottobre e soltanto a metà gennaio l’OMS ha confermato che si trasmetteva da uomo a uomo, laddove invece Taiwan aveva già fatto la stessa segnalazione più di un mese prima. Questa è il primo aspetto problematico. Il secondo è che è stato sottovalutato sin dall’inizio il contributo degli asintomatici alla trasmissione dell’infezione e questo, a mio avviso, è forse il problema più serio. Se si fossero date informazioni sul contributo degli asintomatici all’infezione, forse avremmo avuto modo di impedire che l’infezione arrivasse in altri Paesi. Faccio un esempio: noi abbiamo utilizzato in tutti gli aeroporti lo scanner per la temperatura; abbiamo bloccato i voli dalla Cina – e ora vogliamo fare la stessa cosa con i voli dagli Stati Uniti – ecco, queste sono misure che si sono rivelate completamente inadeguate, perché ci sono persone che si sono fatte 15-18 ore di viaggio, sono venute in Italia e hanno permesso la diffusione dell’infezione. Io non credo che una persona malata si faccia 15 ore di viaggio, partecipi a un meeting, vada a cena fuori e poi se ne ritorni in Cina. Queste persone sono portatori sani o portatori con una scarsissima sintomatologia. Se lo avessimo saputo, probabilmente avremmo implementato delle misure per intercettarli: non soltanto la misurazione della temperatura corporea, ma il tracciamento obbligatorio o, una volta arrivati in Italia, l’obbligatorietà della reperibilità e anche del test del tampone. Sicuramente, così facendo, avremmo capito l’impatto che queste persone avrebbero avuto sulla diffusione della malattia.

(G.S.) Attraverso le indagini epidemiologiche in corso abbiamo chiaro a quando risale il primo contagio umano e quando può essere iniziata veramente la trasmissione? Perché noi sappiamo che il primo caso a Wuhan è stato identificato a dicembre, ma ci sono ipotesi che sostengono che il virus possa essere iniziato molto prima.

Come ho detto, diversi modelli matematici hanno dimostrato come il virus abbia iniziato a circolare in Cina agli inizi di ottobre, se non addirittura prima. Se noi guardiamo la curva [dei contagi] che i cinesi hanno condiviso con noi, si vede chiaramente che manca la parte esponenziale. In tutti i Paesi questa curva inizia con questa forma di ˈiˈ greco, che praticamente è la parte esponenziale e poi parte a campana. I cinesi ci hanno fatto vedere solo la parte finale della curva. Noi adesso sappiamo esattamente come si manifesta questo virus e la dinamica di trasmissione. È chiaro che lì mancano perlomeno 3-4 mesi di dati; i cinesi sono stati assolutamente non trasparenti e io penso che anche l’OMS abbia delle responsabilità. Sono andati in Cina a gennaio, passandoci una settimana e non possono sottrarsi a questa responsabilità [di non aver comunicato al resto del mondo quello che stava succedendo là].

LO STUDIO DI VÒ EUGANEO

(M.P.) Vò Euganeo è stato uno dei paesi più colpiti ad inizio epidemia e il gruppo del prof. Crisanti ha condotto uno studio epidemiologico, unico nel suo genere, che ha permesso di avere una fotografia della diffusione del virus nel paese. Durante l’indagine, tutta la popolazione di Vò è stata testata con tampone, prima e dopo la dichiarazione della zona rossa e in diverse altre circostanze, con l’aggiunta del test sierologico. Per condurre tale studio, è stato di fondamentale necessità avere a disposizione gli strumenti e materiali adeguati. Prof. Crisanti, lei come giudica la carenza di risorse che si è vista durante questa emergenza? C’è stato dialogo tra i diversi laboratori italiani su quali fossero le migliori pratiche da adottare, e anche con il governo centrale, su quali fossero le risorse necessarie durante la pandemia?

Io la ritengo normale questa carenza di reagenti. Lei deve pensare che, come è stato sotto gli occhi di tutti, l’epidemia è un evento catastrofico che ha una dinamica velocissima e i tempi di reazione purtroppo sono molto più lenti dei tempi di diffusione. Quindi all’inizio si crea una vera e propria rincorsa verso l’epidemia, specialmente se non si è preparati. Io penso che quello che è accaduto sia normale. Casomai, il problema è cosa è successo dallo stato di emergenza fino all’inizio di marzo, perché è in questa fase che si sarebbe dovuta creare la capacità per rispondere. Questo non è stato fatto e ci si è invece affidati al livello di preparazione delle singole regioni o addirittura, all’interno delle regioni, dei singoli laboratori. Nel nostro caso eravamo in una situazione privilegiata, perché il nostro è uno dei laboratori di riferimento per le malattie emergenti. Le malattie emergenti, per definizione, sono malattie di cui si sa poco o nulla, di cui non si ha un vaccino, di cui non si ha una terapia. E quindi, nel momento in cui è uscita la prima sequenza del virus, noi ci siamo attrezzati per sviluppare un test diagnostico fatto in casa e poi abbiamo continuato su quella strada. Così non abbiamo dovuto far affidamento sulla capacità di produzione delle industrie diagnostiche, che sono entrate nel mercato 3-4 settimane dopo, in Italia. Il [nostro] sistema richiede una certa manualità e necessita di una strumentazione dedicata, ma ha una grandissima flessibilità, perché non dipende dal fornitore del reagente. E poi c’è un’altra complicazione. Diversi laboratori hanno usato fornitori diversi per macchinari diversi che non sono intercambiabili, e quindi di fatto, se finiva un reagente, non potevano utilizzare quello di un’altra ditta, erano ormai legati alla fornitura scelta. E questo ha creato gravi scompensi, anche perché nel frattempo l’epidemia si era spostata in altri paesi, e quindi c’è stata effettivamente una scarsità di reagenti. Comunque noi, già dagli inizi di febbraio, avevamo vagliato un test e creato la capacità diagnostica per fare decine e decine di migliaia di test. Quindi, quando praticamente la Regione ha dichiarato la zona rossa per Vò ed ordinato il primo tamponamento, noi eravamo pronti. Poi, via via, abbiamo aggiornato tutta la strumentazione. Lei deve pensare che io sono arrivato in questa struttura 4-5 mesi fa e c’era una strumentazione che non era assolutamente adeguata. In pochissimo tempo abbiamo rinnovato tutto il corpo macchine, ancora in tempi non sospetti, quindi quando era ancora possibile comprarle.

VENETO VS LOMBARDIA

(M.P.) Sebbene il suo nome sia strettamente legato al Veneto – è stato anche insignito della cittadinanza onoraria dal Comune di Padova - ultimamente lei si sta avvicinando anche alla Lombardia. Sappiamo infatti che doveva far parte del team scientifico di un’indagine epidemiologica proposta dal sindaco di Nembro, comune lombardo fortemente colpito dal virus, simile all’indagine che avete fatto voi a Vò. A Nembro però, la proposta non è stata subito accettata dal Comitato etico del Papa Giovanni di Bergamo. I tempi si sono dilungati e l’indagine non è avvenuta. Anche in Veneto non è andato tutto liscio. Ricordiamo che lei stesso ha dichiarato che il governatore del Veneto Zaia era stato inizialmente contrario a testare chi non avesse sviluppato sintomi (questo era fine gennaio, Zaia seguiva le linee guide dettate dall’OMS). Come ha visto lei il dialogo tra le istituzioni e l’università (e la ricerca più in generale) durante questa emergenza? C’è stato più supporto o più ostacolo?

Il dialogo tra politica e scienza è un dialogo molto difficile. Il politico, in qualche modo, deve intercettare le esigenze delle persone e, in alcuni casi, fargli prospettare nuove mete e nuovi orizzonti. In qualche modo è come se vendesse dei sogni, delle idee. Viceversa, la scienza guarda al presente, non guarda al futuro. La scienza analizza il presente. Quindi sono chiaramente due modi di pensare, di affrontare il problema completamente diversi. Lei deve pensare che, quando i dati di Vò erano disponibili, e quindi il 27 e il 28 febbraio, io personalmente ho evidenziato come la presenza del 3% di infetti fosse un’enormità. Nello stesso giorno, il governatore parlava di ˈpandemia mediaticaˈ. Questo dovrebbe darle un’idea di come eravamo distanti come impostazione. È chiaro che quando poi [il governatore] si è trovato alle prese con centinaia di morti, la dura realtà lo ha riportato giù dai sogni e ha cominciato a dialogare con chi di diritto. La politica ha fatto una grandissima resistenza, e guardi, dappertutto. Anche perché si è fatta interprete dell’esigenza di non bloccare le zone rosse, di permettere la mobilità delle persone, di tenere aperte le fabbriche: tutte cose che dal punto di vista economico avevano un senso, ma per le quali bisognava pagare un prezzo sociale intollerabile.

(M.P.) Notizia più recente è che invece le sia stato dato il ruolo di consulente nell’inchiesta che la procura ha aperto sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro. Riguardo l’inchiesta in atto, ci può spiegare meglio cosa le viene chiesto? Di quantificare il danno che la mancata chiusura ha portato?

La questura ha posto 4 quesiti che hanno come argomento la mancata chiusura della zona rossa di Nembro e i fatti dell’ospedale di Alzano Lombardo, che è stato chiuso e poi riaperto: aspetti che adesso non mi sento di commentare in questa sede.

(M.P.) E invece, da cittadino e da parte attiva durante l’emergenza, quali differenze ha individuato nella gestione da parte della Lombardia e del Veneto?

Sono differenze legate allo stato di preparazione del sistema sanitario delle due Regioni. La Lombardia ha un sistema sanitario in cui la componente privata ha un grosso ruolo. Il sistema sanitario negli ultimi anni ha eliminato tutti i centri di sanità pubblica – in Lombardia ce ne sono 3, in Veneto ce ne sono 15 – e ha eliminato tutti i centri di riferimento dei medici di base, i cosiddetti centri d’igiene, e così il medico di base non aveva nessuno a cui rivolgersi e chiedere informazioni e quindi il medico di base dietro andava a vuoto fondamentalmente. Questa è la vera differenza. In Veneto il medico di base dietro aveva i servizi epidemiologici territoriali, aveva tutta la struttura di continuità territoriale, fino ai grandi ospedali. Questa è la prima differenza. La seconda differenza è che il Veneto aveva una cultura epidemiologica molto più solida di quella della Lombardia, perché in Veneto, da circa 5-6 anni, ogni anno abbiamo questo problema del West Nile virus, che è una vera e propria malattia infettiva trasmessa dalle zanzare, e nel caso specifico, due anni fa, abbiamo avuto un migliaio di casi. Quindi eravamo, in qualche modo, anche preparati a fronteggiare, sia dal punto di visto psicologico che operativo, l’epidemia: avevamo le strutture in piedi. Se lei ci fa caso, quei paesi che hanno risposto meglio sono quelli che avevano più o meno lo stesso problema: la Cina, la Corea, il Giappone, l'Australia e la Nuova Zelanda. Sono tutti Paesi che hanno una fortissima struttura epidemiologica di base sul territorio, proprio perché hanno problemi di malattie epidemiche e quindi sono preparati, hanno le competenze. Lei consideri, in Italia non abbiamo avuto un’epidemia da tempo. Un’epidemia di malaria l’abbiamo avuta nel ‘46, e le persone che ci hanno portato fuori dal tifo, dal colera e dalla malaria sono tutte morte. [L’epidemiologia] è stato un campo della medicina che è stato sicuramente sottovalutato e non incoraggiato a crescere in Italia.

(M.P.) Secondo lei, in futuro, come dovremmo riformare la sanità italiana sulla base di questa esperienza?

Io penso che la sanità regionale abbia dei grossi meriti, perché ci sono delle importanti differenze tra Regione e Regione, sia di carattere sociale che demografico, sia di stratificazione di età che di fatto hanno un impatto sulle esigenze sociali delle persone e dunque bisogna dare delle risposte che per forza devono essere regionali. Su questo non ho dubbi, penso che una sanità regionale abbia maggiore flessibilità di una sanità centralizzata. Forse andrebbe ripensato il ruolo del sistema pubblico, dei servizi territoriali d’igiene e sanità pubblica. Ecco, questo, forse bisognerebbe centralizzare la sanità pubblica, perché la sanità pubblica è un bene dello Stato e va differenziata dalle prestazioni, che sono una cosa diversa. Io differenzierei tra prestazioni e sanità pubblica. Mentre le prestazioni devono avere la flessibilità necessaria ad affrontare esigenze che sono diverse da Regione a Regione, la sanità pubblica deve essere un problema nazionale.

ASINTOMATICI, TEST SIEROLOGICI E BAMBINI

(M.P.) In un’intervista a Radio3 Scienza, lei ha dichiarato che gli asintomatici non sviluppano gli anticorpi e che quindi possono infettarsi di nuovo. Ci conferma questa affermazione?

Noi abbiamo fatto un terzo studio a Vo' prelevando il sangue a tutta la popolazione con l’obiettivo di studiare la risposta agli anticorpi. Ora, quello che abbiamo visto è che, delle 189 persone che erano positive al tampone il 22 febbraio, che quindi erano infette, solo il 75% ha sviluppato anticorpi e in genere sviluppano anticorpi solo le persone che sono state molto molto male. Se lei mi chiedesse quante persone infette a Vo' hanno sviluppato anticorpi sufficienti per essere selezionati alle donazioni del plasma, risponderei forse il 10%. Ovviamente ci possono essere differenze sulla base del test che si utilizzano, perché i test non sono tutti uguali. Noi abbiamo utilizzato un test abbastanza affidabile, che tra le altre cose viene usato per selezionare i donatori di plasma, lo abbiamo utilizzato su 3000 persone. Ma la cosa interessante è che, quando abbiamo fatto la sieroprevalenza, abbiamo trovato a Vo' 63 persone che sono state sempre negative al tampone e hanno gli anticorpi: dunque si sono infettate sicuramente prima di fine febbraio. Si sono infettate e sono guarite. Nessuna di queste persone è andata dal medico, nessuna è andata in ospedale: venitemi a dire che queste persone erano gravemente sintomatiche o sintomatiche. Quello che io penso è che, per arrivare a produrre casi gravi, probabilmente il virus ha bisogno di raggiungere una certa soglia di persone infette all’interno della popolazione per aumentare la carica virale. La mia idea è che in questo momento noi stiamo vivendo la coda dell’infezione, ma praticamente quella coda dell’infezione è molto simile all’inizio dell’infezione. All’inizio dell’infezione c’erano tantissimi asintomatici, altrimenti non sarebbe potuta esplodere con questa violenza. E abbiamo anche i dati. Adesso sappiamo che a Vo', c’erano 160 persone infette prima che il primo paziente entrasse in ospedale, la maggior parte delle quali stava bene.

(M.P.) Oggi è in corso l’indagine sierologica promossa da ISS e ISTAT. Due cose emergono: innanzitutto una bassa fiducia da parte della popolazione nelle istituzioni (per esempio il fatto, comprovato, della lunga attesa per un tampone), che porta alla mancanza di senso civico, e inoltre una carenza di informazione, soprattutto sul valore diagnostico delle diverse tipologie di test. Attraverso la sua esperienza a Vo', sebbene avvenuta in un periodo epidemiologico diverso, come pensa abbia reagito la popolazione? E come si sono presentate le diverse istituzioni e anche la comunità scientifica nel chiedere l’aiuto all’intera popolazione?

Noi abbiamo avuto un’esperienza completamente opposta. Faccio presente che il terzo campionamento, quello che poi prevedeva anche il prelievo del sangue, è stato fatto a metà maggio, no prima del 4 maggio, quando praticamente l’epidemia stava scemando ed era prevista la riduzione di tutte le restrizioni di distanziamento sociale. Nello stesso tempo, a Vo', non c’erano stati casi per tantissimo tempo, quindi non credo che l’epidemia abbia avuto un impatto sulla scelta della persona di donare e di prestarsi o meno a questa indagine. Quello che conta è la spiegazione chiara e trasparente di quelli che sono gli obiettivi. Se vengono spiegate bene le cose, le persone rispondono bene e mostrano senso civico. Guardi, noi abbiamo avuto un’adesione del 90% della popolazione, con l’85% di bambini sotto i 10 anni. Io non so se si rende conto... Se viene spiegato quali sono gli obiettivi, quali sono le procedure, quali sono i tempi, quali sono i vantaggi per loro e per la comunità è chiaro che le persone sono motivate. Poi c’è anche la componente dell'indagine sierologica disgiunta dal tampone. Noi per evitare questa cosa abbiamo detto «tu fai l’analisi sierologica, noi ti facciamo il tampone». Giusto? Proprio per evitare questa problematica che chi fosse positivo rimanesse in quarantena. Però, io non credo che se lei chiedesse in Italia a qualsiasi persona "normale" a cosa serve quest’analisi epidemiologica saprebbe rispondere. Non sanno rispondere. Noi abbiamo aperto una linea di comunicazione con tutta la comunità di Vo': ci hanno fatto domande, abbiamo risposto, abbiamo fatto dei video. Abbiamo fatto un’azione capillare di convincimento e di spiegazione. Anche perché, tenga presente, che il terzo campionamento comportava anche l’analisi genetica: le persone hanno dato il consenso anche al sequenziamento del DNA, che è una cosa che non viene data a cuor leggero. Gli abbiamo spiegato le finalità, gli abbiamo spiegato che se avessero voluto avrebbero potuto anche avere il proprio profilo genetico, eventualmente con tutte le associazioni e le predisposizioni alle malattie genetiche. Abbiamo fatto una cosa capillare. Si fa così. Non è che a un certo punto uno emana un editto e dice «domani faccio 150mila test». Non funziona così [ride]. Io non mi sorprendo di quello che è successo, perché è stato un fallimento di comunicazione e anche probabilmente logistico. Noi abbiamo avuto veramente una manifestazione di fiducia nelle istituzioni e nella scienza che è esattamente l'opposto di quello che si è visto su questo studio epidemiologico. Ora non credo che gli italiani siano diversi a Vo' da quelli di Padova e di Roma: gli italiani sono gli stessi. Quello che ha fatto la differenza è la comunicazione, la logistica e il fatto che questo test era accompagnato dal tampone.

LE SCUOLE

(M.P.) In ambito riaperture, ormai è quasi riaperto tutto, ma ancora si discute sulla riapertura delle scuole, anzi proprio oggi è in corso la protesta degli insegnanti contro le linee guida fornite dal Ministero. Cosa è emerso dai suoi studi sulla suscettibilità e infettività dei bambini? Cosa consiglia lei per una riapertura delle scuole in sicurezza?

Premesso che i bambini occasionalmente si ammalano, e non sappiamo perché alcuni si ammalano e alcuni no, la maggior parte dei bambini non si ammala. A Vo', su 250 bambini, non abbiamo trovato un singolo caso positivo al tampone. Per quanto riguarda l’analisi sierologica, tra i bambini da 0 a 11 anni abbiamo trovato 2 che avevano gli anticorpi. Questo che significa? Significa che i bambini, se si infettano, si infettano in maniera transitoria, eliminano rapidamente il virus e pochissimi sviluppano gli anticorpi. Il messaggio è che non capiamo perché i bambini sono resistenti, però sono resistenti. Su questo non c’è dubbio. E se non c’è il virus direi che nemmeno lo trasmettono. Quindi, se permettiamo alla gente di andare in fabbrica, se permettiamo alla gente di andare allo stadio, se permettiamo alla gente di andare al cinema, non capisco perché non permettiamo ai ragazzi di andare a scuola. Tanto più che loro sono più resistenti degli altri. Questa per me è una cosa che faccio fatica a comprendere.

(G.S.) Questo è un punto importante: non c’è solo il fatto che i bambini essendo giovani sono soggetti meno a rischio e quindi meno vulnerabili, ma hanno proprio una carica virale inferiore e quindi non sono neanche vettori di trasmissione del virus?

Nei bambini non si identificano virus, cioè non hanno una carica virale identificabile, quindi se non c’è il virus non vedo come possano trasmetterlo.

LA SITUAZIONE EPIDEMICA NEL MONDO

(G.S.) Allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini italiani: in Italia e in Europa la situazione è decisamente migliore rispetto a qualche mese fa, ma nel mondo abbiamo oltre 9 milioni e mezzo di persone contagiate dall'inizio della pandemia, ma soprattutto il tasso di crescita giornaliero dei contagi che è ancora in aumento. Il 4 maggio, quando l’Italia ha terminato il lockdown, nel mondo c’erano 70-80mila nuovi casi giornalieri, oggi [25 giugno, ndr] siamo a 150mila e siamo arrivati a toccare anche i 180mila casi giornalieri. Lei individua una dinamica di diffusione di questo virus collegata a fattori climatici, ambientali o è solo una reazione alle misure di contenimento imposte dai singoli Paesi? In Italia e in Europa stiamo vivendo una situazione positiva grazie a due mesi di lockdown, ma come mai Paesi come gli Stati Uniti ci stanno mettendo così tanto? In fondo lì il lockdown è iniziato poco dopo i Paesi europei. E ci può essere una stagionalità del virus?

Il tasso di crescita dei nuovi casi giornalieri nel mondo è spaventoso. Sicuramente le misure di distanziamento sociale e quarantena hanno un effetto importantissimo ed ora ne stiamo beneficiando. I coronavirus sono tutti sensibili alla temperatura e probabilmente questo nuovo coronavirus non fa eccezione: ci sono varie evidenze che indicano come questo sia il caso. Situazioni di alta temperatura e bassa umidità non ne favoriscono la diffusione e sembra che su questo la comunità scientifica sia d’accordo. Quindi noi in questo momento stiamo beneficiando di due situazioni favorevoli: gli effetti del lockdown e le condizioni climatiche favorevoli. Ma, come lei ha detto, siamo ancora in piena pandemia: l’Europa è stata colpita dal virus quando l’epidemia era localizzata in Cina e sulla base di dati che ci avevano detto, si parlava di 3-4mila casi al giorno, ora ne abbiamo 150-180mila al giorno, quindi non direi che il pericolo sia diminuito. Non è diminuito in termini di rischio di importare il virus in Italia, ma c'è anche un rischio latente: quello che è accaduto in Germania, con il focolaio del mattatoio, non va sottovalutato. Lì c’erano le condizioni favorevoli al virus: bassa temperatura, alta umidità e sovraffollamento. Sono questi gli ingredienti che favoriscono l’esplosione della trasmissione.

(G.S.) E questi ingredienti si riproporranno in Italia tra qualche mese.

Esatto. Io non mi preoccupo molto di quello che può accadere tra uno o due mesi. Io personalmente vado al ristorante, esco con la mascherina e penso che andrò in vacanza al mare: non credo ci sia un pericolo gigantesco per l’Italia in questo momento. Ma esiste il pericolo di importare dei casi, avere dei piccoli focolai, esiste un importante pericolo per l’autunno se la pandemia non venisse tenuta sotto controllo. Negli Stati Uniti il problema è gigantesco: ci sono 40 milioni di persone che non vanno dal medico perché non hanno i soldi e sono esclusi dal sistema sanitario. Questo rappresenta un bacino di diffusione pazzesco. Sono anche persone che vivono in case sovraffollate, con scarsa igiene, quindi è un serbatoio di virus difficilmente raggiungibile dal sistema sanitario.

LA LETALITÀ

(G.S.) Un altro tema molto dibattuto è la questione della letalità. Dati alla mano, se è vero che i contagi stanno aumentando, il numero dei morti in proporzione sta diminuendo. Su questo c’è un ampio dibattito: secondo alcuni autorevoli esperti c’è una minore pericolosità del virus, mentre lei ha spesso affermato in questi giorni che così non è. Oppure è dovuto semplicemente al fatto che i medici hanno imparato in questi mesi a trattare meglio la malattia, e anche a contare meglio il numero di contagiati rispetto all’inizio. Qual è la verità?

L’indice di letalità dipende da due fattori: la nostra capacità di fare diagnosi e la carica virale. Vediamo il caso esemplificativo dell’Arabia Saudita: ci sono 200mila casi e 1000 morti. L’Arabia Saudita ha un sistema sanitario di prim’ordine, in grado di fare molte diagnosi e allo stesso tempo un clima che non favorisce la trasmissione di una carica virale elevata. Questo è un estremo della situazione. All’altro estremo c’è la Lombardia con un sistema sanitario dal punto di vista della diagnosi sopraffatto, in condizioni climatiche sfavorevoli – bassa temperatura e alta umidità – e sovraffollamento.

COSA CI ASPETTA IN FUTURO

(G.S.) Di fronte a possibili nuove ondate nel prossimo autunno, in Italia siamo preparati ad affrontare la situazione senza una nuova chiusura, che nessuno si augura, ma monitorando la situazione con tempismo, isolando i nuovi focolai, curando efficacemente le persone senza intasare le terapie intensive? Insomma, è possibile convivere con questo virus nei prossimi mesi senza arrivare a soluzioni drastiche?

Nessuno può dirlo. Il sistema sanitario italiano è sicuramente più preparato di quanto non fosse tre mesi fa, sia dal punto di vista della sorveglianza passiva che attiva, ossia nell’identificazione dei casi, nel tracciamento e nel sottoporre a tampone i contatti. Però teniamo presente che un Paese come la Germania che ha mostrato grande capacità di controllare l’epidemia, si è trovato nella condizione ora di dover mettere in quarantena 400mila persone. Lo scenario più probabile, se la pandemia non viene controllata, sarà quello di avere dei focolai come in Cina, Australia, Nuova Zelanda. Se l’Italia non fosse un’eccezione, avremo dei focolai che metteranno sotto stress il sistema sanitario e la risposta che saremo in grado di dare dipenderà sicuramente dalla tempestività. Meno saremo tempestivi, più saremo costretti a effettuare le misure di distanziamento sociale, con delle micro zone rosse. Pensare di continuare a fare quello che facciamo finora mentre il virus si diffonde è impensabile perché non abbiamo un sistema sanitario stile coreano. Prendiamo l'esempio dell’app Immuni: non è decollata. Ci vorrebbe un sistema di tracciamento informatico efficientissimo che non abbiamo. In alternativa, c’è la sorveglianza attiva e passiva ed eventuale chiusura di zone dove c’è trasmissione.

IL VACCINO

(G.S.) Rispetto a mesi fa abbiamo accortezze, come l’utilizzo delle mascherine, le misure di distanziamento, che sembrano dare i risultati sperati.

Le mascherine funzionano, contrariamente a quello che era stato detto all’inizio. Le mascherine chirurgiche funzionano. Non sarà uguale a prima, se pensiamo alla pandemia di Spagnola, questa è durata due anni perché, essendo anch’essa influenzata dal clima, è diminuita con l’estate ed è stata reimportata con la successiva stagione invernale. È scemata dopo due cicli perché si era stabilita l’immunità di gregge, con il 60-70% delle persone che si erano infettate. Ma per ora siamo lontani da questi dati.

(G.S.) Professore, si sente di fare una previsione sulle tempistiche di sviluppo e diffusione di un vaccino?

Credo che la ricerca del vaccino vada incoraggiata in tutti i modi. Detto questo, è anche onesto dire alle persone che non sempre è possibile sviluppare un vaccino, come nel caso dell’HIV, epatite C e malaria. Nella tubercolosi abbiamo un vaccino sotto-ottimale. Non per tutte le malattie è possibile sviluppare un vaccino. Mi auguro che in questo caso sia possibile, perché il vaccino è il mezzo di controllo migliore in termini di costo ed efficacia.

(3 agosto 2020)

Fonte

24/04/2020

L’Italia ha le carte in regola per entrare nella “fase 2”?

Questo studio è volto a confrontare i risultati delle politiche di contenimento attuati in alcuni paesi del mondo e l’adeguatezza dei sistemi sanitari tramite indicatori facilmente reperibili dai dati ufficiali reperibili in rete, con particolare attenzione alla situazione in Italia e nelle sue Regioni.

I risultati mostrano come le misure di contenimento finora attuate non sono state efficaci così come lo sono state in altri Paesi. Inoltre in Italia, anche in regioni dove l’incidenza del COVID-19 è bassa, il sistema sanitario non consente di raggiungere i bassi livelli di letalità riscontrati negli altri paesi.

Vista la discrepanza tra la narrazione mediatica sull’andamento dell’epidemia da COVID-19 e i risultati che emergono da questo studio, la decisa attuazione della fase 2 ha tutte le caratteristiche di un salto nel buio.

Politiche di contenimento

Per vedere quanto le misure di contenimento dell’epidemia siano state efficaci basta guardare la figura 1 in cui è riportato l’andamento del numero di giorni di raddoppiamento del numero di contagi per diversi paesi in funzione del tempo (a partire dal 1 gennaio 2020).

All’inizio tutte le epidemie avvengono con contagi sporadici e casuali, ma dopo poco tempo la crescita dei contagi segue un andamento di tipo esponenziale. Senza le misure di contenimento il tempo di raddoppiamento del numero di contagi è di pochi giorni e rimane costante. Una crescita del tempo di raddoppiamento denota perciò un miglioramento nelle politiche di contenimento.

Guardando la figura a sinistra si trova una crescita rapida del tempo di raddoppiamento in Cina (punti blu) e in Corea del Sud (triangoli arancioni). In termini quantitativi la pendenza della curva, identificata dal parametro “s”, dà la misura della qualità di queste politiche. Più basso è “s” meglio funzionano le misure. La linea tratteggiata (s=100) corrisponde alla crescita epidemica prima dell’attuazione delle misure.
Figura 1: Numero di giorni in cui il numero dei casi di contagio si raddoppia (in scala logaritmica) in funzione dei giorni trascorsi a partire dal 1 gennaio. I dati sono aggiornati al 21 aprile (dati)

Sia in Cina che in Corea del Sud l’efficacia della pianificazione delle politiche di contenimento è stata nettamente superiore rispetto a quella di tutti gli altri paesi presi in considerazione, Italia compresa (triangoli azzurri).

È anche importante il valore assoluto dei giorni di raddoppiamento. Se prendiamo come riferimento il valore 100 (i casi raddoppiano in 100 giorni) troviamo che Cina e Corea del Sud hanno raggiunto questo valore rispettivamente in 30 e 20 giorni a partire dall’inizio dell’epidemia. All’incirca il giorno stesso che Cina e Corea del Sud hanno raggiunto questo traguardo è iniziata la discesa dei casi attivi (persone che risultano infette in un determinato momento togliendo dal numero totale dei contagiati il numero dei guariti e dei morti).

Nel momento in cui scrivo nessun altro paese tra cui l’Italia ha ancora raggiunto il valore 100, neanche dopo più del doppio del tempo rispetto a Cina e Corea del Sud, ma l’Italia si sta lentamente avvicinando.

È inoltre importante rimarcare che la Cina ha iniziato gradualmente la fase 2 solo 45 giorni (più di 6 settimane) dopo il raggiungimento del valore 100.

Dalla figura a destra osserviamo che il tempo di raddoppiamento cresce più velocemente in Germania (s=9.5) e in Spagna (s=10). Italia, Francia, Gran Bretagna e USA hanno tempi confrontabili e più corti (s=15). In Germania e Spagna l’epidemia è iniziata con un ritardo di circa 1 settimana rispetto all’Italia, ma ciò nonostante ha raggiunto in meno tempo valori del tempo di raddoppiamento più alti dell’Italia.

Complessivamente possiamo fare le seguenti deduzioni:

- il modello cinese e quello coreano che hanno attuato il protocollo delle 3 T (Testing-Tracking-Tracing) sono i migliori nel panorama mondiale. Dunque emerge l’importanza di una pianificazione collettiva che comporti oltre al fermo delle attività produttive non essenziali la diffusione a livello capillare di test diagnostici e di sistemi per l’identificazione e il tracciamento dei malati e dei contatti che hanno avuto.

- Sul versante opposto, il nostro è stato un contenimento per modo di dire. Se consideriamo solo il settore privato, l’Istat ci dice che in Italia solo il 49% delle imprese che danno lavoro a 7,4 milioni di persone sono rimaste ferme. Per quel che riguarda l’altra metà i dati presentati in Commissione Bilancio del Senato mostrano che 3 milioni di persone hanno continuato a lavorare normalmente.

- Paesi come Germania e Spagna sembrano essere stati più rigorosi, contrariamente a quanto viene detto dagli organi d’informazione.

Politiche sanitarie

Perché tanti morti? Questa è la domanda che ciascuno di noi si è fatto e per la quale continuiamo a non ottenere risposte. Eppure a cominciare dalle istituzioni dovrebbero spiegarci perché in Italia e soprattutto in Lombardia a cavallo tra marzo e aprile si sono verificati tanti morti (in Italia i morti finora sono stati 4 ogni 10.000 abitanti mentre in Lombardia con 10,6 milioni di abitanti i morti ufficiali sono stati circa 13 ogni 10.000 abitanti, circa il 50% del totale dei morti in Italia - fonte Dipartimento Protezione Civile).

La letalità (che tutti abbiamo imparato essere il numero di morti su numero di casi riscontrati) è cresciuta a dismisura a mano a mano che i giorni passavano senza che nessuno ci abbia spiegato cosa stava succedendo.

Una risposta seppur parziale può provenire confrontando i dati della letalità con un qualche possibile indicatore sanitario. Scegliamo ad esempio il rapporto tra il numero di casi di Covid-19 riscontrati e il numero dei posti letto negli ospedali pubblici.

Questo indicatore, ad eccezione degli USA, ha il vantaggio di essere facile da reperire dai dati open source che viaggiano in internet. I dati sulla letalità a livello mondiale e per le regioni italiane risultano fortemente correlati con questo indicatore.

La figura 2 ci mostra a sinistra che la letalità mondiale è sempre superiore al valore 1-2% stimato dai virologi. Inoltre fino ad un valore dell’indicatore, cioè del rapporto malati/letti, pari a 0,25 la letalità si attesta intorno al 3%. Questo è il caso dei paesi in cui l’incidenza dei casi di contagio non mette in sofferenza il sistema. Infatti in questo caso i malati per Covid-19 occuperanno un numero nettamente inferiore a 0,25 perché stiamo considerando l’insieme degli ospedalizzati, domiciliarizzati e già guariti.

In questo caso le cure per COVID-19 non portano il sistema a saturazione ed inoltre la maggior parte dei letti rimane a disposizione dei malati per altre patologie. Oltre 0,25 la situazione si fa via via sempre più critica richiedendo più attenzione da parte del personale medico-infermieristico degli ospedali e quindi la letalità aumenta. Questo è il caso dell’Italia che si avvicina al valore 1 dell’indicatore.

La letalità schizza a quasi il 14%. Anche Francia, Paesi Bassi, UK, Belgio, Svezia si trovano in questa situazione. In Spagna si riscontra un indicatore di oltre 2 ma la letalità rimane entro i valori riscontrati degli altri paesi in condizioni di criticità (10,5%).
Figura 2: Letalità percentuale per numero di contagiati per posto letto in alcuni paesi nel mondo (pannello a sinistra) e nelle regioni italiane (pannello a destra). L’intensità del rosso aumenta con il grado di sofferenza dei sistemi sanitari [dati sui posti letto da qui, aggiornati al 23 marzo 2020 (paesi nel mondo) e al 2016 (regioni italiane)];

L’analisi dei dati per le regioni italiane nella figura 2 a destra e nella tabella 1 fornita dal Ministero della Salute ci mostra una letalità alta anche dove i valori dell’indicatore sono inferiori a 0.25. Questa bassa incidenza si trova nelle regioni del centro-sud meno colpite dall’epidemia. Questi livelli di letalità, difformi dalla situazione nel resto del mondo, ci indicano un problema aggiuntivo. In Italia si guarisce di meno da COVID-19, anche in situazioni di relativa poca incidenza dei casi di contagio. Perché?

Letalità elevate si evidenziano in generale nelle regioni del centro nord, ad eccezione del Veneto. La Lombardia si distingue con un indicatore attorno al valore 2,5 e una conseguente letalità del 18%.

Nel momento in cui scrivo siamo bombardati da messaggi ottimistici sul raggiungimento di un fantomatico traguardo, dunque verso l’inizio della discesa dei casi attivi.

Però il nostro sistema sanitario è in sofferenza acuta. Pure in zone con poca incidenza è estremamente pericoloso contrarre la malattia perché le letalità effettive sono molto più alte della letalità stimata dai virologi. Come abbiamo visto l’Italia non ha ancora raggiunto il valore 100 per i giorni in cui si raddoppiano i contagi, ma sembra che sia arrivata quasi al culmine dei casi attivi. Va ricordato che la Cina dopo quel traguardo è ancora rimasta in lockdown per altri 45 giorni.

Se guardiamo il sistema unicamente dal punto di vista della salute umana la scelta di riaprire il Paese seppur gradualmente risulta molto prematura. Non ci possiamo permettere di rivedere per la seconda volta lo stesso film, anche perché non si tratta di un film.
Tabella 1: da qui

Fonte

19/04/2020

Epidemia – I dati, oltre le speranze

di Massimo Zucchetti – Scienziato, comunista, disordinatore delle narrazioni tossiche del potere

Dato che oramai è praticamente impossibile capire quali siano i reali dati sull’epidemia in Italia, cerchiamo di arrangiarci come al solito, cioè trovando le informazioni da fonti affidabili all’estero. Per fare un discorso semplice, prendiamo i dati del database mondiale della Johns Hopkins University, reperibili e bi-giornalmente attualizzati al sito: www.coronavirus.jhu.edu.

In Italia, infatti, sta emergendo una più che comprensibile “saturazione” dell’opinione pubblica per quanto riguarda le cifre su contagi, malati, morti. I media si sintonizzano, e dopo aver parlato per tutto gennaio di cataclismi da contagio (che non c’erano), ora parlano soltanto di “Fase 2”. Comprensibile, ribadisco.

I dati giornalieri per l’Italia parlano ormai di “poche centinaia di malati in più”, frase molto rassicurante dopo le cifre da tregenda che abbiamo visto nelle settimane passate.

La realtà è un’altra. Ogni giorno abbiamo in Italia 3-4mila contagi in più, dato più o meno stabile. Certo, se a questa cifra – persone diagnosticate OGGI – sottraiamo altre persone, in particolare quelle che sono guarite oggi (ammalatesi settimane fa) e quelle morte oggi (anche queste, certo, ammalatesi settimane fa e che non sono più malate) otteniamo questi rassicuranti numeri privi di significato, sulla cifra degli “attualmente malati oggi”: comunque, in crescita, in più oggi, nonostante le guarigioni e le morti.

 

C’è una nazione, oggi, che a causa della incapacità, incuria, dabbenaggine criminale del suo governo, ci “batte” come numeri assoluti del contagio: gli USA di Trump.

Pur partiti con un confortevole ritardo, hanno ampiamente scalato i gradini del disastro: ci sono a ieri (sabato 18 aprile, ndr) in USA oltre 700.000 contagi confermati (contro i nostri 172.000) e oltre 37.000 morti (noi, “solo” 22.745).

Se poi guardiamo i dati giornalieri, ieri in USA quasi 32.000 nuovi casi, e 3.857 morti. In Italia, circa 3.500 nuovi casi e 575 morti.

Sono messi peggio, allora, poveri “americani”. Certamente. Bisogna tener però conto che sono una nazione grande: loro quasi 317 milioni, noi 61,5.

Proviamo a fare qualche conto pro-capite, che sono quelli che trovate nei grafici.

Negli USA c’è un rateo cumulativo di contagio di circa 210 persone ogni 100.000 abitanti, in Italia 280 su 100.000

 

Negli USA c’è un rateo cumulativo di circa 11 morti su centomila abitanti, in Italia circa 38 su 100.000.

Eh, ma loro ADESSO sono messi peggio! Sì, calcolando, ieri (sabato 18 aprile, ndr) hanno avuto circa 100 nuovi contagi per milione, contro i nostri 57 per milione. Ed hanno avuto ieri 12 morti per milione, contro i nostri 9.

Sono messi un po’ peggio. E le loro curve tendenziali sono un po’ più pendenti.

Cosa possiamo concludere? Facile: in USA, solo più Trump farnetica di “riaprire” per “salvare l’economia” (di morti e malati, importa sega). In Italia, sotto il grande vento alitato dai confindustriali, non si parla d’altro.

Senza accennare se non di sfuggita al punto essenziale: dato che – confrontando i dati di letalità del contagio italiani con quelli dei paesi che ne sono usciti – è probabile che i contagiati (asintomatici o quasi asintomatici, guariti con anticorpi, o con infezione in atto) siano forse cinque milioni.

Come è possibile pensare a una ripartenza che – prima regola nel combattere un contagio – non comprenda INNANZITUTTO uno screening a tappeto della popolazione, per sapere chi è stato contagiato e chi no? Chi ha infezione in atto ed è contagioso e chi no?

Dice: ci sono pochi tamponi, poi non sono affidabili. Domando per sapere: se avete avuto un contagio da virus, come avete fatto a scoprirlo? Dai sintomi, certo. E poi? Poi con le analisi del sangue. Epatite, HIV, Mononucleosi, Citomegalovirus, etc. etc. Vi sono test affidabili per tutti questi virus.

Ce ne sono di affidabili anche per il Covid-19, contrariamente a quanto affermano alcune immobili cariatidi che consigliano i nostri decisori politici.

Invece di costruire improbabili e rassicuranti castelli in aria sulla Fase 2, fondati sul nulla per quanto riguarda la reale diffusione del contagio, si approvino i test sierologici più affidabili, una buona volta, e si faccia quello che si deve fare.

Non dei “piani di ripartenza” basati su calcoli di probabilità senza statistiche: chiamiamoli – se così è – con il loro vero nome. Giocare a dadi con la vita dei lavoratori italiani e delle loro famiglie.

Si riparta non giocando a moscacieca, ma seguendo un metodo – chiedo scusa per il termine ostico e desueto – scientifico.

Altrimenti, è probabile che i sacrifici degli italiani in queste settimane siano vanificati sull’altare della produzione ad ogni costo, e i nostri numeri sull’epidemia – per ora un po’ meglio degli USA, anche se non troppo – tornino a primeggiare nella “seconda fase” gestita in maniera sciagurata.

Nonostante loro abbiano Trump.

Fonte

01/04/2020

Coronavirus - Dati sul contagio: nessuno la racconta giusta, tutti sottostimano

Silvia Di Fonzo, ricercatrice del Sincrotrone, mette alla prova della statistica matematica i dati su contagiati, guariti, morti per o con coronavirus. Mettendo a confronto i dati diramati da diversi paesi.

Ne emerge un quadro profondamente differenziato, che denuncia una prima stortura: tutti i dati (in misura diversa) non corrispondono alla realtà.

L’Italia, per esempio, appare essere un paese con letalità per l’epidemia enormemente più alta che nel resto del mondo; oppure i dati italiani, a partire da quello dei contagiati, sono fasulli.

Senza entrare nel merito dell’attendibilità di tutte le fonti nazionali, i dati indicano comunque una possibile correlazione tra l’efficacia nel contenimento, il modello di sviluppo economico e la capacità di agire seguendo una pianificazione collettiva.

Cina e Corea del Sud virtuose, USA i peggiori di tutti

Italia: almeno il 75% dei casi non compare nelle statistiche. E in ogni caso, a parità di popolazione, i 105.792 contagiati dichiarati nelle quotidiana conferenza stampa del dott. Borrelli equivalgono a quasi 2,5 milioni di cinesi (lì ne sono stati dichiarati poco più di 80.000 che, per quanto si voglia sospettare un qualche “riduzionismo”, è comunque cifra neanche confrontabile con quella italiana).

Idem per i morti (in Italia, a ieri sera, erano 12.428) che equivalgono a quasi 290.000 cinesi. Un vero “successo”, anzi “un modello” di come non si affronta un’epidemia.

La sofferenza del sistema sanitario peraltro non fa progredire il numero dei guariti con la stessa velocità degli altri paesi.

Qui di seguito i grafici con le indicazioni di Silvia Di Fonzo. E subito dopo un inquietante documento di medici del lavoro e igienisti del lavoro, che certifica come gran parte delle “protezioni individuali” fornite – quando pure sono fornite – sui luoghi di lavoro in realtà raramente sono efficaci contro la diffusione del contagio.




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La protezione respiratoria contro il virus Ssars-CoV-2

Premessa

Gli autori di questo testo sono medici ed igienisti del lavoro ben coscienti che l’approvvigionamento di DPI sia molto difficile e che rappresenti sicuramente un aspetto molto critico in questa emergenza.

Tuttavia ritengono opportuno fare alcune precisazioni che riguardano soprattutto il personale impegnato nelle strutture sanitarie ad ogni livello e la protezione della popolazione generale. Queste precisazioni hanno per oggetto unicamente le maschere di protezione respiratoria, argomento alquanto dibattuto oggigiorno e che riveste aspetti sicuramente prioritari, ma si tiene a ricordare che la protezione respiratoria rappresenta soltanto una parte della prevenzione dal contagio, che si attua mediante l’informazione, la formazione, altri dispositivi di protezione individuale e collettiva e l’ottemperanza di corrette procedure di lavoro.

I dati sui contagi e sui decessi del personale sanitario impegnato in prima persona nei luoghi di soccorso e di cura non sono altro che un tragico effetto della mancata attuazione di corrette misure di prevenzione.
Il virus e la sua trasmissione

I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo.

I Coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!).

La trasmissione da un individuo ad un altro avviene attraverso micro goccioline (droplets e aerosols) che emaniamo durante la normale respirazione e parlando, ma che si moltiplicano nei colpi di tosse o con gli starnuti.
Per quanto tempo resta attivo un virus una volta espulso da una persona?

Una volta espulso dall’organismo il virus, se contenuto in aerosols, può rimanere sospeso per un tempo che può variare in funzione della dimensione delle particelle liquide o solide alle quali può essere adeso. Depositato su diverse tipologie di superfici ha una attività variabile a seconda del materiale che incontra, ma la durata della sua virulenza è ancora in fase di studio.

I vari studi che si sono susseguiti di recente hanno dimostrato al momento che il virus è in grado di permanere e sopravvivere sulle superfici sulle quali può depositarsi pertanto oggetti contaminati possono veicolare i virus per contatto. Il rischio di trasmissione diminuisce al passare delle ore, ma non si annulla completamente se non dopo qualche giorno.

La prevenzione dal contagio mediante maschere respiratorie

Le maschere protettive sono dei filtri che ostacolano le particelle presenti nell’aria prima di penetrare nell’apparato respiratorio. I filtri sono permeabili perché ovviamente devono consentire il passaggio dell’aria e sono realizzati con porosità diversa a seconda delle dimensioni delle particelle che devono trattenere. Tuttavia la trama dei filtri fa percorrere alle particelle un percorso tortuoso e la maggior parte di queste resta intrappolata non raggiungendo la bocca o le narici.

Riguardo alla protezione da questo coronavirus (SARS-CoV-2) il fatto che questi siano veicolati da micro goccioline rappresenta un vantaggio perché molti tessuti sono in grado di intrappolare l’acqua. Tutti conoscono il cotone chiamato “idrofilo” cioè affine all’acqua e la capacità dei tessuti di assorbire liquidi a base acquosa.

I dispositivi per la protezione respiratoria sono sostanzialmente costituiti dalle mascherine chirurgiche e dai respiratori con facciale filtrante (FFP 2,3). Le prime sono definibili come “presidi medici” ma non possono essere considerate “Dispositivi di Protezione Individuale” – (DPI) – come invece sono definiti i “respiratori con facciale filtrante”; come vedremo è una differenza sostanziale.

Le maschere respiratorie non possono essere utilizzate indiscriminatamente per la difesa da qualsiasi agente inquinante. Per la protezione dal SARS Covid 2 è necessario distinguere la protezione “passiva” da quella “attiva”.

Per protezione passiva si intende quella di cui ha necessità un individuo sano per difendersi dal contagio.

Per protezione attiva si intende quella che va applicata agli individui in grado di contagiare altri.

Le maschere (DPI) per le vie respiratorie sono sostanzialmente di quattro tipologie:

FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, con valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto inferiore di quella del virus) garantisce una buona protezione passiva ma inefficace per una protezione attiva perché dalla valvola di esalazione esce l’aria espirata senza alcuna filtrazione. E’ più tollerata da chi la indossa perché la valvola di esalazione rende meno faticosa l’espirazione.

FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, senza valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto di quella del virus) garantisce sia una buona protezione passiva che attiva. E’ meno tollerata da chi la indossa in quanto l’umidità dell’aria in espirazione riduce la porosità rendendo più faticosa l’espirazione stessa e quindi necessita di una sostituzione più frequente.

FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 con valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus e nessuna protezione attiva per la presenza della valvola di esalazione.

FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 senza valvola di esalazione Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus mentre garantisce una buona protezione attiva.

Mascherine chirurgiche

Le mascherine chirurgiche garantiscono una protezione passiva dal virus molto bassa per l’impossibilità di aderire perfettamente al volto ed inoltre perché quelle di scarsa qualità (prive di multistrato) hanno una porosità troppo elevata. Se di buona qualità e ben indossate potrebbero garantire invece una discreta protezione attiva per i soggetti contagiati o sospetti. Non sono adatte ad una protezione passiva di operatori di sanità che operano in reparti a rischio elevato di contagio.Indipendentemente dalla porosità e dall’efficienza dei filtri le maschere facciali filtranti (FFP2 e FFP3) presentano il problema dell’adesione al volto e se non ben strette mediante gli elastici o mal posizionate o con lo stringinaso non ben adattato, lasciano spazi vuoti da dove l’aria può passare senza attraversare il filtro rendendo praticamente inutile il dispositivo.

Quindi risulta determinante indossare correttamente la maschera evitando nella maniera più assoluta gli eventuali spazi tra il bordo ed il volto.

NB È opportuno che gli uomini rinuncino a tenere la barba lunga durante questo periodo perchè un volto ben rasato consente una migliore adesione della maschera.

Sono altresì da evitare nella maniera più assoluta spostamenti temporanei della maschera sotto il mento, sul collo o sulla testa e non soltanto perché le vie aeree risulteranno non protette, ma perché lo spostamento può causare il contatto tra l’esterno della maschera, le labbra, il naso ed il volto consentendo un facile ingresso dei virus.

L’efficacia delle mascherine chirurgiche, come delle maschere FFP2 o FFP3, è condizionata dalla corretta modalità con la quale sono indossate, seguendo scrupolosamente le istruzioni.

QUALE MASCHERA E PER CHI?

Per gli addetti ai lavori

Gli operatori sanitari che frequentano ambienti ospedalieri o mezzi di soccorso e che risultano negativi al tampone devono indossare esclusivamente mascherine FFP3 con valvola di esalazione.

Il personale sanitario che ha avuto contatti diretti non protetti con persone già contagiate o con pazienti affetti da COVID-19 deve indossare maschere FFP3 senza valvola di esalazione.

Quanto sopra vale anche per il personale addetto alla assistenza di pazienti COVID-19 in ambienti extra-ospedalieri.

Per tutti coloro che si relazionano con il pubblico (forze dell’ordine, gestori di esercizi commerciali e commessi, autisti di mezzi pubblici, uffici aperti alpubblico) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.

Per tutti i lavoratori delle filiere agroalimentari ed industriali (codici ATECO consentiti) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.

LE UNICHE MASCHERE CHE PIÙ GARANTISCONO UNA PROTEZIONE PASSIVA SONO LE FFP3.

LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SONO IDONEE A GARANTIRE UNA ADEGUATA PROTEZIONE PASSIVA.

N.B

Si rammenta che le protezioni respiratorie devono essere indossate prima di ogni altro indumento ed essere tolte come ultimo.
Per la popolazione generale

Tutti coloro che si recano in luoghi pubblici chiusi (ambulatori, negozi di generi alimentari, farmacie, uffici pubblici ecc.) dovranno indossare una mascherina chirurgica in funzione di protezione attiva, stante la crescente diffusione nella popolazione generale di soggetti potenzialmente contagiati o portatori sani.

Nei luoghi pubblici aperti (parchi, strade, piazze) le mascherine chirurgiche dovranno essere indossate ogniqualvolta sia necessario avvicinarsi a persone a meno di 2 metri. Non servono se si è da soli nelle brevi passeggiate all’aria aperta o se si è in macchina da soli. Si suggerisce che è più corretto tenere la maschera fissa che toglierla e rimetterla frequentemente.

26 marzo 2020

Alessia Angelini – Igienista del Lavoro

Pietro Gino Barbieri – Medico del Lavoro

Fabio Capacci – Medico del Lavoro

Francesco Carnevale – Medico del Lavoro

Fulvio Cavariani – Igienista del Lavoro

Orietta Sala – Igienista Ambientale e del Lavoro

Stefano Silvestri – Igienista del Lavoro

Fonte

27/03/2020

L’anomalia italiana sui dati del coronavirus

In Germania, chi muore di cancro, polmonite, arresto cardiaco e Coronavirus viene considerato morto per cancro, polmonite, ecc. Il virus non viene computato come causa di morte, a meno che esso non sia stato la causa esclusiva del decesso.

In Italia, al contrario, viene considerato morto per Coronavirus chiunque abbia contratto il virus in aggiunta a patologie preesistenti.

La differenza che ne deriva è immensa: 52 decessi in Germania ieri 19 marzo, contro i 3.405 da noi. Lo 0,3 contro l’8,2%. L’istituto Superiore di Sanità è ben consapevole della rilevanza di questa distinzione, ed ha pubblicato un’analisi sulle cartelle cliniche che separa i numeri dei decessi CON da quelli DA Coronavirus. Le percentuali italiane che ne risultano non sono lontane da quelle tedesche. I morti per il virus sono lo 0,8% del totale, come da post pubblicato ieri.

Ma il mio amico prof. Franco Priolo mi ha fatto notare che l’attacco del virus a un paziente anziano già debilitato da una o più patologie può essere l’elemento scatenante della crisi finale, e che non esiste alcun modo, post mortem, di isolare lo specifico input del virus. L’osservazione è corretta, e non credo perciò ci sia una soluzione clinica soddisfacente al problema della letalità effettiva del Coronavirus.

Sono convinto, tuttavia, che esista una soluzione di tipo statistico, e sono tra il meravigliato e l’indignato nel notare come essa non sia stata percorsa finora dall’Istituto Centrale di Statistica.

Basterebbe confrontare il numero di decessi per cause non traumatiche avvenuti in Italia e nelle zone a più alto rischio nei primi due mesi e mezzo degli anni passati – occorrono almeno due anni per scontare le variazioni casuali – con quelli registrati nell’anno in corso per scoprire l’incidenza precisa, il fattore differenziale in più dovuto all’epidemia in corso.

Muoiono ogni giorno in Italia circa 1.700 persone. Se a questa cifra sottraiamo i morti per cause, diciamo così, non naturali, traumatiche (dagli incidenti stradali e di altro genere, agli omicidi, suicidi, alle overdosi, ecc.) e concentriamo la nostra attenzione ai decessi per cause collegate ai fattori più comunemente associati a quelli da virus (ipertensione, scompensi cardiaci, malattie respiratorie, ecc.), la comparazione con gli anni scorsi ci dà la dimensione quantitativa del fattore C.

Dal momento che l’ISTAT ha informatizzato da tempo la raccolta e l’elaborazione delle schede sulle cause di morte, ma pubblica solo dati annuali, l’individuazione del fattore C è solo questione di una disaggregazione di questi dati per mesi e settimane. Lavoro che può essere compiuto senza alcuna difficoltà tecnica.

E messo a disposizione di tutti. Perché non si è fatto?

Fonte

22/03/2020

Paradossi e tragedie del coronavirus

L’alto tasso di letalità italiano

Si era già detto che l’indice di letalità del nuovo coronavirus fosse probabilmente più basso di quanto calcolato sulla base dei dati ufficiali, dal momento che molti casi infetti non sono stati contabilizzati[1]. Ciò implica che la contagiosità è maggiore e/o il virus sta circolando da molto più tempo. Questo, per quanto riguarda il preoccupante dato italiano, potrebbe sollevare domande sull’origine stessa del virus qui operante e sul suo percorso (sia in termini di mutazioni, sia in termini di circolazione). Si è già parlato dello strano aumento di polmoniti avvenuto negli ultimi anni[2] e del fatto che in realtà le statistiche non riescano a dare elementi sufficienti per spiegarne scientificamente i motivi[3].

Facendo un paragone con la Corea del Sud, l’indice di letalità al momento attuale da noi è il 7,71%, da loro lo 0,97%[4]. Può essere che i sudcoreani abbiano contabilizzato quasi tutti i casi infetti, mentre noi abbiamo decine di migliaia di infetti anonimi e a piede libero. Tuttavia i sudcoreani hanno gestito sino ad alcuni giorni fa quasi il doppio dei nostri infetti e il tasso di letalità giocava comunque di molto a nostro sfavore. Possiamo andare a vedere come stanno classificando gli infetti? Come li stanno distribuendo in una logica di contenimento sanitario sia del contagio sia della virulenza del virus? Come li stanno curando?

Si può pensare che i sudcoreani abbiano rallentato subito il contagio. Come? Pare che li, i test siano stati fatti anche agli automobilisti per strada, intervenendo così anche quando non fossero comparsi i sintomi[5]. Il sistema di controllo è stato talmente pervasivo da generare altri inconvenienti sociali[6].

Il rapporto tra guariti e morti in Corea del Sud è circa 17,37 mentre in Italia è circa 1,27[7]. Potrebbe essere un segno di una maggiore efficienza del sistema sudcoreano come pure un segno del fatto che la migliore rilevazione di dati in Sud Corea faccia sì che lo spettro dei pazienti curati comprenda relativamente molti casi più lievi semplicemente sfuggiti al sistema di rilevazione italiano.

Quanti reparti stanno lì in quarantena? Quanti da noi? Non è che il virus qui in Italia abbia attaccato violentemente i reparti ospedalieri in modo da stressare eccessivamente i presidi sanitari e in modo da diffondere il virus ulteriormente? Quanti degli infettati attuali sono stati in ospedale precedentemente?

L’allocazione dei positivi al tampone

In Italia si può plausibilmente pensare si faccia una tripartizione tra
A) positivi al tampone con sintomi leggeri isolati in casa (qualora sia possibile visto che a volte sfuggono al controllo);
B) positivi al tampone con sintomi moderati messi in reparti tipo pneumologia;
C) positivi al tampone con problemi respiratori o più generalmente gravi che vengono messi in terapia intensiva.
Da un lato si teme che a crollare siano i reparti di urgenza. I posti letto di urgenza in Italia pare siano 5000 ma molti già occupati[8] e con una ineguale distribuzione sul territorio in rapporto alla popolazione e con una ridotta dotazione di personale specializzato atto ad utilizzarli con efficienza. Teoricamente il sistema potrebbe reggere sino a 50.000 infettati (visto che i ricoverati in terapia intensiva sono il 10% degli infettati) ma la pratica probabilmente potrebbe essere diversa e il fatto che ci siano ricoverati in terapia intensiva di altro tipo implicherebbe dilemmi morali piuttosto spinosi.

D’altro canto la fascia intermedia (di quelli con sintomi moderati che vengono ospedalizzati) corrisponde al 48% degli attualmente positivi[9] e forse il problema della copertura riguarda questo livello. Gli infettati con sintomi lievi (A) vengono isolati solo per rallentare il contagio. Quelli che vanno in terapia intensiva (C) vengono trattati solo per tenere basso il numero dei decessi. L’ospedalizzazione della categoria intermedia (B) servirebbe per isolare (piuttosto parzialmente visti i risultati) e al tempo stesso monitorare i pazienti che potrebbero aggravarsi. Quindi il trattamento ha due finalità, ovvero quella di rallentare il contagio e di diminuire la letalità. Attualmente gli ospedalizzati non in terapia intensiva (B) sono circa 11.000[10] che progressivamente guariranno o moriranno (naturalmente anche chi è isolato a casa propria potrebbe aggravarsi). Questa categoria intermedia è quella che secondo chi scrive mette in crisi gli ospedali, perché alcuni di loro possono andare in terapia intensiva e perché sono di più e sono portatori del virus in un contesto ad alta densità di persone e già di per sé portatore di contagio (di natura più diversa)[11]. È probabile che progressivamente ci sarà stata una modulazione diversa del monitoraggio che avrà portato alla diminuzione relativa dei degenti che si trovano in questa fascia intermedia (e un aumento di quelli isolati a casa o addirittura quasi ignorati[12]), con forse un maggiore sollievo per le strutture ospedaliere, un maggiore isolamento degli infetti ma con un possibile aumento del tasso di letalità, dal momento che molte persone che prima sarebbero state monitorate in ospedale adesso in ospedale ci andranno, ma in buon numero direttamente in terapia intensiva (sempre che questi ultimi reparti reggano l’urto).

Nel caso non fosse così avremo un paradosso legato al fatto che una categoria di persone (B), la cui ospedalizzazione ha come prima finalità la diminuzione del numero dei morti e solo poi l’isolamento degli infetti, sia al centro di una strategia paradossale che in questo modo segue la stessa logica del vaccino e della medicina omeopatica (senza con questo voler dire che entrambe le pratiche siano sullo stesso piano). Ovvero si causa ad un sistema uno stress per evitare uno stress più grande. In questo caso però lo stress non è, come nel caso di vaccino e medicina omeopatica, molto piccolo. È invece molto grande, quasi simile al male che vuole evitare, a meno che non si cambi il filtro con cui la categoria B viene implementata.

Lo stress del sistema sanitario come concausa dell’aumento del tasso di letalità

Perché questa simulazione somiglia molto al male che si vuole evitare?

Il punto è questo: guardando i dati della Corea del Sud (e il loro basso tasso di letalità) e anche di alcune regioni della Cina, Don Ferrante (è sempre lui) ha la convinzione che, nel caso di un virus nuovo senza vaccino il punto fondamentale sia monitorare rapidamente la maggior parte degli infetti e con queste informazioni rallentare subito il contagio. In Cina l’isolamento dell’Hubei ha fatto sì che la mortalità in quella regione non potesse essere che relativamente più alta ma ha evitato che il contagio fosse molto forte (sempre relativamente) nelle altre regioni alcune delle quali hanno avuto, come già visto, tassi bassissimi di letalità. In Corea la capacità di attivarsi subito in fase di monitoraggio e di prevenzione ha consentito di non stressare eccessivamente il sistema sanitario per cui le procedure terapeutiche hanno portato ad un tasso di letalità attorno allo 0,9%.

In Italia invece sembrerebbe che il virus si sia diffuso ben prima che lo si monitorasse, per cui il dato degli infettati ufficiali sarebbe adesso a più di 28.000 unità[13], ma in realtà il numero effettivo potrebbe essere qualche centinaio di migliaia di infettati. Ciò vuol dire che il monitoraggio preventivo riuscito in Corea del Sud ed in Giappone non è riuscito in Italia. Ciò vuol dire che si sta gestendo una situazione più difficile in quanto il numero dei casi sarà maggiore in senso assoluto e questo, portando ad un maggiore stress in campo sanitario, ha diminuito anche la capacità di cure mediche del sistema sanitario stesso con un conseguente più alto tasso di letalità. Così si spiega (almeno in parte, perché l’altro fattore è l’efficacia del sistema di rilevamento) non solo la differenza del tasso di letalità tra Italia e Corea del Sud, ma anche la differenza di quello che possiamo chiamare il rapporto tra i malati monitorati che sono guariti e quelli che sono morti tra gli stessi due paesi.

Decesso con il virus e decesso per il virus

Naturalmente è possibile che la differenza tra l’indice di letalità della Corea del Sud e quello dell’Italia sia dovuta anche ad altri fattori. Uno di questi potrebbe essere la diversa classificazione dei decessi (la famosa questione “decesso per il virus” e “decesso con il virus”[14]) per cui alcuni decessi di persone contagiate dal virus vengono classificati come morti non a causa del virus ma a causa di patologie preesistenti aggravate dal virus. Don Ferrante, ricordando la categoria aristotelica (lui è sensibile alla Scolastica medievale e controriformistica) di causa efficiente non ritiene che sia serio questo tentativo di salvarsi in corner derubricando così i decessi (per la serie “’e ripp o rapp, ‘o nonn adda’ murì”[15]) anche perché questo è un indizio del degrado dei sistemi sanitari interessati dalla controffensiva capitalistica sul Welfare e si collega all’altrettanto sgradevole abitudine di minimizzare il tasso di letalità dicendo che si tratta prevalentemente di ultraottantenni. In realtà perché si tenga conto delle specificità legate a certi decessi in presenza di patologie pre-esistenti basta distinguere i tassi di letalità e di mortalità per classi di età ed in riferimento a determinate patologie. Togliere questi casi dai decessi per coronavirus è invece un sofisma funzionale alla sottovalutazione delle conseguenze dell’epidemia e ad una rimozione dell’esigenza di valutazione approfondita dell’efficienza e dell’equità di un sistema sanitario. In realtà questa diversa classificazione altera i dati epidemiologici ma non per molto, perché alla fine i contagiati complessivi devono rientrare nell’insieme (morti o guariti) e se ci saranno differenze di ordine numerico di questo si dovrà dare conto a livello statistico e così noi comunque avremo un quadro abbastanza chiaro delle situazioni comparate.

La diffusione al Sud

A questo punto molti esperti di grafici (siano economisti, fisici e epidemiologi) stanno ragionando sull’andamento esponenziale del fenomeno[16] e sostanzialmente ragionano in termini di “passaggio della nottata[17]”. È la prospettiva che stiamo adottando anche noi, nel guardare le differenze tra Corea del Sud e Italia. Ma Don Ferrante vorrebbe pensare ad una prognosi più benigna. Partendo da due fatti: il primo è che grazie all’isolamento di alcune zone del paese i focolai che compariranno in altre parti d’Italia potrebbero essere meno consistenti di quello lombardo. Il secondo è che le ragioni per cui le complicazioni polmonari dell’influenza stagionale riguardino in particolar modo la Lombardia possano valere anche per la diffusione e la letalità di questo virus. Naturalmente a questo ragionamento ci sarebbero alcune obiezioni. Si potrebbe dire, vedendo i dati attuali, che il governo non sia assolutamente riuscito ad evitare l’isolamento del contagio nelle regioni iniziali (forse perché influenzato dalle proteste di industriali e politici lombardi e veneti). Al tempo stesso si potrebbe dire che le complicazioni dell’influenza stagionale sono prevalentemente di natura batterica e che nel caso del coronavirus la migliore copertura vaccinale delle regioni meridionali non può funzionare. E tuttavia Don Ferrante insiste, alla luce dello strano incremento delle polmoniti negli ultimi anni[18] e che ha riguardato in particolare la Lombardia[19], che questo dato statistico riguardante le polmoniti avrà un ruolo nella virulenza dei focolai di coronavirus in altre regioni, dal momento che i dati scarsi riguardanti questa affezione non permettono di conoscere la natura di questi aumenti avvenuti negli scorsi anni.

Un forte argomento a favore del vaccino

Possiamo dire che, in un paese con un decente sistema sanitario, capace di monitorare e rallentare il contagio sin dall’inizio, il tasso di letalità del coronavirus sarebbe stato attorno all’1%, ovvero 10 volte circa quello dell’influenza stagionale. Questa differenza (tra virus stagionali e coronavirus) si potrebbe più o meno spiegare con la presenza del vaccino nel caso dell’influenza stagionale e la sua assenza nel caso del coronavirus. Ciò potrebbe confermare il fatto che questo coronavirus dia luogo ad un influenza ed una polmonite e sia più letale perché non c’è il vaccino (questa comparazione però è fatta in condizioni ideali ovvero con un sistema sanitario che riesca a monitorare e contenere l’epidemia più o meno dall’inizio) ed in parte perché, più dei virus dell’influenza stagionale, può provocare una polmonite virale primaria. Aggiungendo il fallimento del sistema sanitario nel contenere il contagio dall’inizio, il tasso di letalità diventa dalle trenta alle quaranta volte maggiore di quello dell’influenza cosiddetta stagionale.

Colui che, come Don Ferrante, non si è mai fatto il vaccino possiamo dire avesse l’1% di probabilità di morire se si fosse infettato con l’influenza stagionale (in quanto privo di vaccino), mentre adesso ha il 7-8% di possibilità di morire se si infetta con il coronavirus (a causa dello stress di un sistema sanitario incapace di prevenire l’emergenza). Quindi la situazione è seria anche se la differenza tra il virus dell’influenza stagionale e quello del coronavirus non sia sostanziale ma sia legata alla possibilità di vaccinarsi dal primo e quella di non potersi vaccinare dal secondo. Don Ferrante cioè può azzardare che in sé qualsiasi virus influenzale o parainfluenzale abbia un tasso di letalità che va dall’1 al 10% (a seconda della capacità di rapido contenimento del virus da parte del sistema sanitario), tasso che diminuisce fortemente in proporzione diretta alla copertura vaccinale.

Per chi, come Don Ferrante, non si vaccinava questa è una rivelazione. Ciò in quanto, con il vaccino, la mortalità del virus stagionale (ovvero non quella di morire se infettati, ma quella di infettarsi e morire) era molto bassa, ma questo grazie alla presenza di quelli che si vaccinavano, i quali, quanto meno, non lo contagiavano (se non in misura molto bassa). Invece la mortalità del coronavirus è più alta (in misura maggiore della letalità) in quanto, non potendosi vaccinare gli altri (ovvero quelli che si vaccinano per l’influenza stagionale), quello che solitamente non si vaccina può essere più facilmente contagiato anche da questi altri. Un argomento serio, di cui tenere conto, a favore della vaccinazione, dal momento che coloro che non si vaccinano sono più garantiti da quelli che si vaccinano, mentre quelli che si vaccinano sono comunque messi a maggior rischio da quelli che non si vaccinano. Ovvero quanto più la copertura vaccinale è alta, tanto più tutti (in primis i vaccinati ma in seconda battuta anche i non vaccinati) sono garantiti. Quanto invece più la copertura vaccinale è bassa, tanto più tutti (in primis i non vaccinati, ma in seconda battuta anche i vaccinati) corrono un rischio maggiore. Per questo chi non si vaccina non può avocare a proprio favore il fatto che magari lui non prenda l’influenza. Gli antivaccinisti dovranno argomentare che i rischi e i mali della vaccinazione possono essere più grandi di quelli (che noi stiamo sperimentando in questo momento) derivanti da una bassa copertura vaccinale.

Tendenze a gestire il diritto alla sopravvivenza

Nel frattempo lo stress subito da un sistema sanitario vittima della letale parsimonia neoliberista, sta portando in Lombardia a restringere il numero di coloro che sono passibili di cure per la polmonite da coronavirus[20]. Pare che si voglia curare solo chi ha più alte probabilità di sopravvivenza[21]. E l’alto tasso di letalità in Italia potrebbe collegarsi ad una applicazione di questo criterio nelle regioni dove il sistema sanitario è più stressato. A questo proposito è da anni che la visione malthusiana[22] della bioetica (che è l’altra faccia delle concezione neoliberista o meglio il suo sostituto nelle situazioni di emergenza[23]) porta a ridefinizioni delle categorie dei soggetti cui si attribuisce un diritto alla vita[24]. Una estesa pubblicistica utilizza parametri come il grado di coscienza[25], il riconoscimento da parte di un altro soggetto, l’utilità sociale, la dignità e la qualità[26] della vita, la probabilità di sopravvivenza[27] ed in questo modo si prepara ideologicamente la società alle implicazioni più gravi di un sistema per cui non esisterebbero pasti gratis.

Con una brillante strategia argomentativa e comunicativa (oltre che di alleanze) all’interno dei processi di lotta per i diritti civili si elaborano il diritto alla non esistenza[28], l’indebolimento del diritto alla vita dei neonati[29], un sempre più fievole aumento della speranza di vita in paesi cosiddetti sviluppati (la Germania per quanto riguarda questa classifica è scesa dal 22° al 32° dal 2001 al 2017, la Svezia dal 2° al 12°, la Grecia dal 16° al 28°, gli Usa dal 28° al 48°, il Belgio dal 13° al 30°[30]).

Non è la prima né l’ultima volta che si vedranno strategie sanitarie di questo tipo, visto che in momenti di emergenza a valere è la teoria della scialuppa di Gareth Hardin[31] per la quale poiché è meglio che sopravviva qualcuno al posto di nessuno bisogna selezionare chi debba sopravvivere (detta così sembrerebbe una posizione ragionevole ma il punto è che essendo funzionale alla conservazione dei privilegi del Capitale e dell’imperialismo si finisce sempre per esagerare l'attendibilità delle previsioni e/o la grandezza del pericolo che si corre). Come la libertà e la democrazia pure la vita è soggetta ad arbitraggio e questo atteggiamento si è rafforzato e amplificato da quando il crollo dell’Urss ha provocato la fine dello spauracchio che costringeva le istituzioni politiche occidentali a trovare un compromesso redistributivo (in termini anche di diritti) con il mondo del lavoro[32].

Le pandemie influenzali precedenti

Quanto alla succitata grandezza del pericolo che si corre, va detto che, escludendo prioritariamente il complottismo e le teorie dal sapore post-operaista che minimizzano il rischio sanitario (medico) ed enfatizzano quello politico, c’è anche una parte di verità espressa (malissimo) da queste tesi. Partiamo dal presupposto che questa sia una crisi sanitaria (medica) reale. Si rischiano milioni di contagiati e decine di migliaia di morti. Il punto è che in passato pure è stato così e all’epoca succedeva molto meno di quello che sta succedendo ora. L’asiatica del 1957-1958 con una letalità dello 0,1% causò in Italia circa 26 milioni di contagi e circa 30.000 decessi. Nel biennio 1968-1969 la cosiddetta “influenza di Hong Kong” causò circa 10-12 milioni di contagi e circa 20.000 decessi. Dal punto di vista comunicativo in tutte e due i casi ci furono le medesime sottovalutazioni e i soliti allarmismi apocalittici ma il sistema sanitario fece quello che poteva e si ebbe il risultato che si è avuto[33]. Un risultato che oggi (dopo che il dibattito pubblico è più capillarmente diffuso e dopo che la Sinistra italiana ha avuto la bella stagione degli anni '70) sarebbe considerato giustamente disastroso (tranne forse per i malthusiani che hanno più a cuore l’andamento dell’economia). In termini materiali però era disastroso anche prima. E sono state disastrose le polmoniti degli ultimi anni che hanno superato annualmente i 10.000 decessi (risultando poco meno del 3% delle cause di decesso in Italia). Solo che prima si poteva discutere di ciò in qualche articolo di giornale o in qualche convegno e la cosa non smuoveva il nostro senso di sicurezza. Il problema è che l’emergenza medica adesso è diventata emergenza sanitaria.

Il virus (ma anche la Cina) hanno messo tutti in difficoltà

Cioè, cosa è successo? Don Ferrante vi risparmia il pistolotto sulla globalizzazione. Partiamo dalla Cina. Don Ferrante, che è uomo d’antan, parlerà della Cina in modo apparentemente neutro, come se fosse un Angelo Panebianco qualsiasi. La Cina, vista da questa prospettiva, è una grande potenza economica e politica mondiale, con il secondo Pil complessivo dopo gli Usa, ma, è bene precisarlo, piuttosto giù in classifica per quanto riguarda sia il Pil pro-capite sia il Pil pro-capite PPA (a parità di potere d’acquisto) ovvero ben oltre il 60° posto[34]. E quindi con non molte risorse da destinare socialmente a ciascun suo cittadino e con una distribuzione di queste risorse piuttosto ineguale sia dal punto di vista territoriale sia dal punto di vista di classe. Tuttavia l’economia per quanto decentrata e liberalizzata trova nello Stato (e nel partito) un intervento massiccio in senso assoluto anche se forse non tanto in senso percentuale (almeno per quanto riguarda i consumi collettivi[35]; bisogna vedere invece tra gli investimenti quale sia la componente pubblica e infrastrutturale). La Cina in questo periodo è messa alla frusta dal punto di vista commerciale da Trump (grazie alle politiche protezionistiche di quest’ultimo)[36] e nel contempo sta cercando una sorta di riconoscimento internazionale che sia propedeutico al successo del grande progetto della Nuova Via della Seta[37]. Al tempo stesso la Cina è considerata il serbatoio storico di molte epidemie e pandemie influenzali, con implicazioni spesso razziste nei confronti del suo popolo[38]. Probabilmente questa sua immagine, piuttosto provinciale, le è di danno per il ruolo economico e politico che vuole attribuirsi e promuovere in questi anni. Perciò, quando è stata vittima di una nuova e pericolosa epidemia (molto contagiosa e con relativamente grandi probabilità di sviluppare una polmonite virale primaria), dopo qualche titubanza (la cui incidenza è oggetto di discussione[39]), ha scelto una strategia ed uno stile di comunicazione piuttosto diversi da quelli usati in precedenza. Ha deciso cioè di rendere pubblica la sua battaglia senza quartiere all’epidemia ed ha usato la sua grande capacità di contabilizzazione per rendere trasparente le cifre di tale battaglia. Questa è stata una catastrofe per i sistemi politici occidentali. Non valutando bene la gravità della situazione (ovvero cosa succede con un virus nuovo e con una certa combinazione tra contagiosità e letalità) probabilmente avrebbero preferito che, come nei due casi precedenti, la tempesta attraversasse il sistema sanitario in modo più silente e producesse magari le interpellanze dell’opposizione (durante l’Asiatica il PCI disse che si sarebbe potuto fare di più[40]), le statistiche a cose già avvenute, qualche situazione di panico e di congestione ospedaliera ma senza mille riflettori puntati addosso. Invece da un lato l’interconnessione globale ha reso inevitabile il contagio dalla Cina (sempre che non sia esploso un ceppo autoctono che serpeggiava da qualche anno), dall’altro la pubblicità alla cosa data dalla Cina (e dal mondo intero che voleva ritornare per vari motivi alla favola della Cina serbatoio di tutti i mali dell’umanità[41]) ha costretto le istituzioni politiche occidentali a misurarsi esplicitamente con il contagio, chiamando il proprio sistema sanitario come campione designato di questa sfida, il tutto con risultati che rischiano di aggravare lo stato di panico, visto che il contagio non sembra sia stato isolato. Gli altri paesi occidentali stanno pericolosamente[42] provando ad adattare la propria comunicazione politica al livello del contagio certificato dalle autorità sanitarie in modo da non creare l’emergenza che essi cercano di evitare. L’Italia è invece tra capo e collo in una guerra dichiarata ma non coerentemente condotta all’epidemia[43]. Questo anche perché come tutti i paesi Pigs, in esso c’è un conflitto potenziale tra la capacità di influenza sull’opinione pubblica delle grandi multinazionali (soprattutto farmaceutiche[44]) che sul panico scommettono e le grandi e piccole imprese autoctone che invece paventano la depressione economica. Le istituzioni politiche nazionali poste in mezzo a questo scontro (con le loro imprese sulla difensiva) non possono che elaborare una strategia intermedia che rischia di non essere né carne né pesce. Spagna e Grecia invece hanno fatto la scelta di farsi attraversare dall’epidemia (magari con un forte aumento statistico delle polmoniti) e sono tornate ad essere come i paesi dei colonnelli, l’una che cerca di tenere economicamente (anche se adesso anch’essi sono costretti a dichiarare l’emergenza[45]), l’altra già stuprata internazionalmente e incapace pure di avere un quadro di se stessa in linea con parametri di riferimento di tipo europeo[46]. Ovviamente, poiché gli Stati elaborano ed attuano strategie sistemiche che cercano disperatamente di conciliare quelle che definiamo contraddizioni del capitalismo, essi, incassando le conseguenze negative della battaglia contro il virus, cercano comunque di approfittarne per estendere la loro capacità di controllo dei comportamenti e dell’opinione pubblica ed è in questo senso che le semplificazioni teoreticamente irresponsabili (nel senso di false per superficialità teorica) di Agamben e di Wu Ming possono avere una parte di verità.

Le oscillazioni dei governi (passate ed eventuali) e la società dell’informazione

In Italia al momento le voci antirecessive sembrano essere messe in minoranza. Tuttavia questa situazione potrebbe essere solo apparente e/o temporanea (soprattutto se i costi economici non saranno ben tamponati[47]). Se e solo se il virus infettasse tutta l’Europa con numeri ufficiali ragguardevoli (come più o meno quelli dell’Italia), la strategia dell’emergenza si diffonderebbe in tutte le altre nazioni e lo svantaggio economico comparato attuale dell’Italia potrebbe essere almeno in parte recuperato. Se invece le altre nazioni europee vengono risparmiate dal contagio con alti numeri e/o mettono l’asticella della trasparenza più in basso, l’Italia si troverà in difficoltà tali da dover ripiegare gradualmente anche dalla logica dell’emergenza. Quindi i dati saranno meno attendibili e soprattutto progressivamente meno allarmanti con il ciclo del virus mediatico che avrà un andamento almeno in parte diverso (non solo per limiti conoscitivi) dal ciclo del virus reale (in modo da scongiurare o rinviare ad altra data un’eventuale ulteriore emergenza sanitaria). Il risultato alla fine sarà stato una sorta di ola politica di massa con picchi e flessioni generate più dalle dinamiche politiche e mediatiche (anche se più approssimate alle reali esigenze sociali dell’atteggiamento dormiente di Agamben e Wu Ming) che non dall’andamento reale del contagio.

Immaginiamo se al tempo dell’asiatica, avessimo avuto il grado di globalizzazione commerciale e finanziaria oggi esistente, la pervasività e la molteplicità di strumenti di comunicazione che invadono le case (almeno quelle dei paesi del mondo cosiddetto sviluppato), i social e il dibattito che si è attivato su di essi. Ebbene ci sarebbe stato il panico che c'è sta oggi. E il governo avrebbe dovuto tenere conto di questa opinione pubblica con un tale grado di effervescenza (anche se per lo più priva non tanto di consapevolezza politica, quanto di capacità di elaborazione strategica e di determinazione morale ad affrontarne le implicazioni). Al tempo stesso l’emozione che si sarebbe diffusa anche nelle persone più consapevoli sarebbe stato il panico o in un numero di casi più piccolo la negazione assoluta dei fatti (per cui abbiamo in giro ancora i difensori di Agamben) senza invece scavare nella grande classe degli atteggiamenti intermedi (tra questi due estremi), forse più promettenti dal punto di vista dell’elaborazione diffusa.

Probabilità e angoscia

È interessante vedere cosa succede a tutti noi. Don Ferrante anche in questo caso partirà azzardatamente da un ragionamento da filosofo dilettante. Si inizi con il considerare la differenza tra concezione frequentista[48] (oppure oggettivista) della probabilità e concezione soggettivista[49] della probabilità[50]. Detto tagliando con l’accetta, la probabilità in senso frequentista è equivalente alla frequenza relativa che un evento assume su un numero abbastanza grande di prove tutte eseguite in condizioni equivalenti (e su “abbastanza” ed “equivalenti” il dibattito può continuare)[51]. La probabilità in senso soggettivista è invece il grado di fiducia che si ha nella realizzazione di un evento[52].

Messa da parte un attimo la probabilità, Don Ferrante si documenta sull’angoscia. Uno dei primi filosofi a parlare di angoscia fu Kierkegaard. Costui, da filosofo sensibile alle questioni religiose, collega l’angoscia al peccato originale, ma anche ai concetti di possibilità e libertà[53]. Egli dice che il divieto porta con sé l’angoscia in quanto fa balenare alla coscienza (quasi in contrasto) la sua libertà. Aggiungeremmo: libertà di stabilire i criteri dell’azione, libertà di stabilire obiettivi dell’azione compatibili con i criteri scelti, libertà di stabilire le modalità con cui realizzare quegli obiettivi. Ad ognuno di questi passaggi il contesto sociale vuole mettere bocca ed ogni volta il tentativo di costituirsi come soggetto libero si mostra come trasgressione alimentando il senso di colpa. Inoltre l’uscita da uno stato di minorità[54] porta i soggetti da una situazione psicologicamente garantita dal fatto che l’onore (che è anche onere) della decisione non è il proprio ad una situazione per cui le scelte si devono commisurare solo (sic!) alla realtà e di esse si risponde sia materialmente (con gli effetti negativi di scelte sbagliate) sia moralmente (a seconda dell’interesse o delle norme sociali in uso).

Da parte sua Freud distingue diversi tipi di angoscia ma ipotizza che due di questi, ovvero la nevrosi d’angoscia e l’angoscia reale, si possono sovrapporre e generare una situazione in cui c’è un pericolo reale ma l’angoscia di fronte ad esso è molto maggiore di quanto dovrebbe essere[55].

Ora l’invio di informazioni può essere considerato come un invio di vincoli (e dunque di divieti) perché riducono lo spazio in primo luogo di pensare (dal momento che quelle informazioni pretendendo di rispecchiare uno stato di cose costringono il pensiero ad elaborare compatibilmente con esse). Ogni informazione in un certa misura eccita la mente e Freud parla di angoscia automatica che si manifesta quando il soggetto non riesce a dominare e neppure a scaricare un afflusso di eccitazioni troppo numerose (o troppo intense) di origine interna o esterna. J.K. Wing ed altri[56] hanno parlato di ansia fluttuante generata da un senso di inadeguatezza rispetto a compiti e ruoli che si devono assumere nella complessità con cui le società si stanno evolvendo e dove il controllo delle variabili (più numerose grazie anche alla società dell’informazione) richiede maggiore capacità di elaborazione, adattamento e mobilità per indicare le procedure più atte ad evitare la frustrazione ed il fallimento. Leonardo Ancona sviluppa il concetto freudiano distinguendo, come fa la lingua italiana, tra ansia e angoscia e dicendo che quest’ultima è una situazione di trauma generata da un afflusso di eccitazioni non controllabili perché troppo grandi nell’unità di tempo[57].

Sembra a questo proposito che il cervello umano nella sua evoluzione compia (a livello inconsapevole) delle scelte fatte con criteri euristici[58] (ovvero con strategie di previa riduzione della complessità del problema affrontato dal momento che non è possibile, per lo stesso cervello, risolvere problemi tramite procedimenti algoritmici classici[59]). All’interno di questo procedimento inconsapevole (di cui non si ha coscienza) è probabile[60] che il cervello faccia un calcolo dove assegna una probabilità ad almeno alcuni eventi possibili in modo da produrre procedure comportamentali che attraverso una sorta di arbitraggio tra scopi da raggiungere e maggiore probabilità di alcuni eventi rispetto ad altri consente all’individuo biologico di compiere anche le più semplici operazioni quotidiane[61] (ad es. attraversare una strada). Questa assegnazione di probabilità è implicita e si può dire che le pratiche che ne derivano sono compatibili con un criterio soggettivistico di probabilità (ovvero di probabilità che corrisponde al grado di fiducia che si ha nel verificarsi di un evento) dove il soggetto però probabilmente non è neppure inter-temporalmente sempre coerente[62].

Perciò da un punto di vista materialistico il calcolo può essere fatto anche frequentisticamente (magari il cervello tiene conto delle percezioni passate), ma fenomenologicamente questo calcolo non deve essere esplicitato, dal momento che l’esplicitazione lo sottopone al senso di colpa correlato alla ricerca di un punto di vista autonomo. Questo fa sì che il calcolo delle probabilità inconscio che consente in via ordinaria un comportamento razionale viene distorto, una volta reso consapevole, dalle aspettative generate dall’angoscia e consente la percezione ingrandita di un pericolo esistente ma che si riferisce ad un evento poco probabile (il senso di colpa tende ad amplificare le aspettative soprattutto negative ovvero la cosiddetta “sfiga”[63]).

A ciò si aggiunga la pervasività attuale del sistema mediatico che ormai costituisce una rete diffusa su tutto il pianeta. Da questo sistema, ad ogni individuo collegato a una rete di comunicazione, stanno arrivando un enorme numero di informazioni e, nel caso in oggetto si tratta di informazioni su eventi e statistiche di ordine sanitario, soprattutto contagi e decessi[64]. Questa pioggia di informazioni getta nell’angoscia intere popolazioni collegate alla rete. Anche perché ognuno degli individui non vede tanto le percentuali quanto i numeri assoluti e se a ciò aggiungiamo il meccanismo di angoscia ora descritto, anche la relativamente bassa letalità diventa un pericolo grande ed imminente. La frequenza con cui i casi negativi appaiono nello spazio mediatico diventa la probabilità che nel caso negativo venga coinvolto anche il soggetto che riceve questa pioggia di informazioni.

La ciliegina sulla torta sono i processi caotici che si autoalimentano perché coinvolgono le stesse persone che contribuiscono ad alimentarli. L’esempio è quello delle recessioni economiche e/o le crisi finanziarie dove troviamo profezie che si autoavverano[65]. Nel caso in oggetto la paura che si innesti in un processo una curva esponenziale, per quanto irrazionale, porta una intera collettività al panico[66] ovvero ad un episodio acuto di angoscia che si scarica nella maniera più incontrollata possibile (fughe catastrofiche, stragi etc[67]).  Ci si sente schiacciati dalla paura (per se stessi) e dal senso di colpa (verso gli altri). Una volta che si è giunti a questo l’individuo e la collettività per sfuggire a tale situazione devono rinunciare a quell’autonomia che li ha condotti ad affrontare un rischio (strettamente correlato alla libertà) giocandosi le carte per conto proprio. Come Esaù, (travolto però dalla fame[68] e non dall’angoscia), essi rinunciano al proprio retaggio e alla sovranità su se stessi[69]. Oppure devono negare in modo assoluto la realtà che dovrebbe essere rispecchiata dalla pioggia di informazioni ricevute. La scelta successiva, quale che sia, riporta il conflitto interiore (ma anche sociale) solo ad un diverso livello descritto dal concetto di dissonanza cognitiva[70].

Ci troviamo di fronte ai problemi (e la cosa nuova è che siamo costretti a porceli, mentre un neo-liberista come Johnson non se li vorrebbe porre) dinanzi ai quali si sono trovate le società superficialmente chiamate “totalitarie”[71] e cioè quelli di scongiurare l’avvio di un processo caotico[72] cercando di strangolarlo nella culla e dunque promuovendo una mobilitazione collettiva in presenza di una fase iniziale che in un passato nemmeno tanto lontano si è (senza scrupoli) considerata sopportabile (e inevitabile). Qualcuno, a questo proposito, ipotizza che il web sia un dispositivo non di emancipazione ma di mobilitazione[73]. In realtà il web è solo l’acceleratore di una tendenza già implicita nell’interconnessione globale di cui parlava Nancy criticando Agamben[74], solo che fino ad oggi il motore di questa interconnessione è stato il Capitale.

Il risultato è, come abbiamo detto prima, quello per cui si oscilla dalla sottomissione quasi completa ed isterica, alla volontà di un soggetto superiore (la canea attualmente esistente sul web che vuole i soldati per le strade) e la minimizzazione della realtà cantata nel gergo del post-operaismo o dell’economicismo neoliberista. Ora la prima (la sottomissione) è egemone, ma tra qualche settimana la seconda (la minimizzazione) potrebbe riprendere fiato. Il punto è che la realtà si svilupperà anche in relazione a ciò che noi penseremo e faremo, ma non si sa in che misura, per cui dire che è meglio non fare niente è rischioso quanto intervenire in maniera massiva ed univoca. Non è un caso che, quanti sinora hanno negato la realtà[75] (ma adesso hanno dichiarato l’emergenza nazionale[76]) o vogliono rinviare il da farsi[77], appartengono alla cultura del neoliberismo (e del malthusianesimo), ovvero vogliono che l’attività economica continui, accettando il sacrificio silente in termini di vite umane.

Il povero gregge e la sua immunità

A questo proposito molti discutono la proposta di Boris Johnson che riconosce la gravità della situazione ma non vuole fermare l’attività economica. I suoi esperti dicono che, poiché nella maggioranza dei casi il virus ha effetti non gravi e la produzione di un vaccino potrebbe esigere anche un anno, è necessario che il virus contagi più o meno il 60% della popolazione[78] e si consegua così l’immunità di gregge impedendo al virus di tornare alla ribalta tra qualche tempo (conseguenza probabile se la strategia è quella di isolare tutti i contagiati e di limitare la circolazione dei non contagiati). Si parla di isolare i più anziani ma, quand’anche fosse, il costo sarebbe di qualche centinaio di migliaia di morti (se il tasso di letalità rimanesse all’1-2% dei contagiati)[79]. Qualcuno parla di un punto di vista diverso che prova a tenere insieme la vita complessiva della nazione, economia compresa[80]. Si tratterebbe di contenere nello spazio e ritardare nel tempo la diffusione del virus evitando provvedimenti che potrebbero essere inutili come la chiusura delle scuole (visto che i bambini sono più resistenti al virus) ed evitando misure che avrebbero costi economici paralizzanti ed effetti dubbi (perché una volta sospese il virus potrebbe diffondersi di nuovo). Si tratta di una logica già sottoposta a critica sia dall’OMS[81] sia da virologi (con argomenti che sembrano consistenti)[82] sia da epidemiologi[83]. Ma il punto fondamentale è che questa visione (mettendo in conto qualche centinaio di migliaia di morti) è coerente[84] con la combinazione di malthusianesimo (le risorse sono date e sono poche rispetto alla popolazione) e di darwinismo sociale (perciò saranno distribuite ai più forti che sono più capaci di impiegarle in modo conveniente) che è il presupposto profondo del neoliberismo.

Qualcuno parla di due strategie (da una parte Cina ed Italia per diverse ragioni e dall’altra il Regno Unito e la Germania)[85] culturalmente connotate in cui nella prima si cerca di contrastare il contagio e nella seconda esclusivamente di curare i malati. Qualcuno aggiunge che la strategia di Johnson non può essere considerata neoliberista perché comunque implica una previsione, una strategia, un investimento e un azione dello Stato. Le due osservazioni sono in un certo senso collegate. La seconda consente di fare un chiarimento importante.

Il sedicente neoliberismo, la sua ipocrisia, la sua inefficacia

Il neoliberismo non è quel che dice di essere. Non può esserlo. Questo è un attestato del fatto che le lotte dei lavoratori e la dinamica storica (al di là delle indiscutibili sconfitte) hanno prodotto il passaggio ad un altro livello di azione e forse in maniera irreversibile. Non si deve guardare alle utopie fondamentaliste della scuola austriaca[86]. Quelle vengono considerate ingenue[87] anche dagli economisti più radicalmente neoliberisti[88]. Il neoliberismo prende teoricamente fiato quando si presume di individuare delle controspinte all’interno della società che vanificano un certo intervento dello Stato nell’economia[89]. Ma tutti i governi che in un certo senso si sono dichiarati neoliberisti hanno solo diminuito (fortemente) e redistribuito in modo diverso tale intervento compatibilmente con le esigenze del capitalismo[90]. Siamo cioè nella situazione forse irreversibile per cui appunto anche senza avere (e senza poterle avere), come nella pianificazione socialista, tutte le leve di controllo dell’economia, i governi (quale che sia il loro orientamento) fanno delle previsioni sull’andamento dell’economia e a queste previsioni rispondono adottando una strategia complessiva che comporta investimenti ed interventi ben definiti. Le differenze sono nella struttura della proprietà, nei gradi di intervento, nelle modalità di intervento, nell’ideologia che giustifica l’intervento, nelle materie in cui si interviene, nelle priorità politiche che regolano l’intervento stesso. L’assalto al Cielo del secolo scorso ha portato il gioco ed il tipo di sfide sociali ad un livello nuovo a partire dal quale si può andare solo avanti. È per questo che il fondamentalismo utopico (quello sì) neo-austriaco, nonostante le chiacchiere sulla libertà, è una concezione reazionaria. Perché di fronte alla complessità legata all’ingresso delle masse nella storia e all’intervento dello Stato nell’economia vorrebbe semplicemente tornare indietro ad una sorta di noncuranza delle interconnessioni sempre più forti (nella loro natura) e al tempo stesso delicate (per le loro implicazioni) all’interno dell’economia e della società. Ciò non perché ne neghino l’esistenza, ma perché i limiti delle conoscenza[91] renderebbero l’intervento dannoso più che utile[92]. Il loro carattere utopistico sta nel fatto che astenersi non è possibile (proprio per la complessità di cui si ha paura) e che coloro che predicano l’astensione nei fatti hanno solo ridimensionato e riarticolato l’intervento.

La crisi del coronavirus però mette anche questa ipocrisia di fronte alla verità. Johnson ha infatti detto “Moriranno molti cari” ma l’opinione pubblica ha capito benissimo che la sua dichiarazione vuol dire che la politica decisa dal governo inglese ha tra le sue consapevoli implicazioni quella di permettere la morte di centinaia di migliaia di persone. “Moriranno molti cari” non è un decreto della Natura o di Dio, ma un evento previsto che si è deciso di mettere nel conto. Ciò perché si è deciso che la priorità politica è evitare un’altra dolorosa recessione e per fare questo la morte di qualche centinaio di migliaia di persone per complicazioni derivanti da infezione da coronavirus è un costo sociale congruo. Non si può tornare indietro rispetto alla posta in gioco e alla consapevolezza che noi abbiamo della situazione. Se si accetta questa logica la storia ideologicamente tramandata la si dovrà riscrivere e rivalutare radicalmente, soprattutto per quanto riguarda quella dei regimi impropriamente detti “totalitari”[93]. Se si accetta questa logica non si potrà più condannare un regime solo per il numero di morti, ma si dovrà valutare politicamente e storicamente il calcolo dei costi e dei benefici legato a queste morti, le priorità che le hanno permesse o direttamente causate. Se si accetta questa logica cambierà radicalmente il rapporto tra etica e politica che in questi ultimi decenni[94] ha coinvolto (illuso?) intere masse ed ha motivato l’abbandono di una certa idea di conflitto sociale.

La natura neoliberista del progetto del governo inglese da cosa si può desumere allora? Dal fatto che esso non previene il contagio, ma, in un’ottica di intervento più limitato, cerca di intervenire a valle volendo curare solo i malati e fingendo di non sapere che, proprio per meglio curare i malati, bisogna rallentare fortemente il contagio.

La logica della pianificazione

La crisi del coronavirus cioè non solo svela l’ipocrisia neoliberista ma evidenzia i problemi anche del ridimensionamento dell’intervento pubblico[95] (apparentemente solo in circostanze eccezionali ma poiché secondo Nancy l’eccezione sembra essere la regola...) dal momento che esso è costretto ad accettare tutte le conseguenze caotiche della mancanza di intervento preventivo (e dunque profondo) nelle interconnessioni sistemiche della società globale. Anche se questo approccio venisse nel corso degli eventi rivalutato a seguito dei costi economici delle politiche di forte rallentamento del contagio, la sostanza non cambierebbe, dal momento che la sfida sarebbe comunque quella posta al passaggio da un livello meno profondo ad uno più profondo di intervento pubblico. Un po’ come per le esplorazioni nello spazio: gli incidenti passati le hanno rallentate e modificate[96], ma riprenderanno perché vecchi e nuovi bisogni le alimenteranno inesorabilmente[97]. Certo, è sempre possibile una risacca neomedievale[98] (quella sempre paventata o augurata dall’atteggiamento bipolare capitalista), ma quella probabilmente si presenterà solo nelle nostre coscienze ideologicamente condizionate di fronte ad un circuito recessivo più o meno grave. La mentalità che deve essere associata alla pianificazione economica deve progressivamente essere quella della guida (democratica) di un mezzo. Il catastrofismo neo liberista alla vista delle politiche di forte contenimento del contagio è il rovescio dell’idea di una economia che sarebbe come una locomotiva che non si può fermare e che è sempre più veloce. Anche questa però è una concezione catastrofista ed anche un po’ infantile (come il bambino che per gioco avvia il suo triciclo e chiude gli occhietti per non vedere dove va a sbattere). Anche se non sappiamo bene il funzionamento di un mezzo, dobbiamo pensare che questo mezzo è il mezzo della collettività associata e perché questa proprietà diventi effettiva ed utile (essendo necessaria perché non possiamo astrarci da essa) bisogna studiare come gestirla in corso d’opera (con tutti i rischi del caso) razionalmente[99]. Con questo mezzo deve essere possibile in prospettiva storica (anche lunga) rallentare, accelerare, accostare, fermare, ripartire, curvare[100]. There is no alternative, paradossalmente.

Verso un intelligenza collettiva?

Le riserve che si hanno nei confronti dell’atteggiamento minimizzante, valgono anche per tutte le forme di complottismo (spesso ad esso collegato) che hanno soprattutto all’inizio caratterizzato parte del dibattito sul coronavirus. È possibile che sia stato diffuso per sbaglio dai laboratori biotecnologici di Wuhan[101]? È possibile che sia stato portato da agenti Usa a Wuhan[102]? È possibile tutto, ma non basta agitare il sospetto. O si ha una teoria che scenda nei dettagli (confermabile o falsificabile) e un soggetto politico che la faccia propria e ne faccia il presupposto per un’inchiesta oppure scriviamo un romanzo, una denuncia letteraria e la si finisca lì. Altrimenti la denuncia regredirà a rumore di fondo che non sarà più nemmeno sentito.

Come abbiamo già detto, è probabile che il governo italiano ad un certo punto sull’istanza di chiudere e fermare tutto per rallentare il contagio sarà costretto a tornare indietro, anche perché Lagarde ha rifiutato un whatever it takes 2 e ha provocato un ulteriore crollo della Borsa Italiana ma anche delle altre Borse Europee[103]. Purtuttavia questo può essere un momento di svolta della storia del capitalismo a condizione che anche le altre nazioni del mondo sviluppato vengano interessate dal contagio in modo rilevante e/o dalla crisi economica che ne potrebbe seguire. Forse per la prima volta non solo un evento di tale portata ha coinvolto intere fasce di popolazione ma le ha costrette ad assumere comportamenti impensabili sino ad ora. I morti di una grave sindrome influenzale senza vaccinazione sono adesso contabilizzati in tempo reale e ci si rende conto di quanto sono rilevanti i nostri comportamenti individuali (mentre le scorse volte l’infezione ci passava addosso e i morti venivano riesumati solo dalle statistiche). È un passo in avanti verso la costituzione di una intelligenza collettiva. I governi e le multinazionali cercheranno di far derivare da questo shock conseguenze disciplinanti, ma essi stessi non hanno il pieno controllo della situazione che è dinamica anche per loro. Però mai come ora si sono prese pubblicamente ed in maniera dibattuta delle decisioni che hanno riguardato tutti. Ne siamo usciti sconfitti ancora una volta, ma non dobbiamo meravigliarcene, dal momento che un’analisi seria sa che mancano ancora alcuni presupposti perché si possa fare meglio[104]. Tuttavia dobbiamo guardare questo giorno come l’inizio di un passaggio dal gattonare alla posizione eretta, ora finito in maniera regressiva, ma domani potremmo essere più consapevoli e avveduti, più capaci di discernere la notizia vera da quella falsa, più capaci di elaborare le informazioni e di sfuggire al panico, più capaci di promuovere e gestire una discussione pubblica su più ipotesi e di fare una scelta politica con più argomenti, più capaci di organizzare il nostro riferimento di classe e di fare sì che incida politicamente in maniera maggiore. Bisogna però promuovere il dibattito pubblico, per quanto materialisticamente e ideologicamente distorto. E bisogna non tanto orientarlo, ma catalizzarlo con una elaborazione il più possibile approfondita e accessibile verso un aumento di conoscenza e consapevolezza collettiva, con la ragionevole fiducia che questo aumento avrà, se approfondito, un connotato politico ben determinato e, in quanto tale, di più lungo periodo.

Consapevolezza e cautela dei comunisti

Questo vale soprattutto per la riflessione che si devono fare all’interno dei comunisti. Questa crisi dimostra che le contraddizioni che si stanno evidenziando non sono gestibili con i vecchi rapporti di produzione ma ce ne vogliono di nuovi[105]. Lo stress terribile a cui è stato sottoposto il sistema sanitario in questi mesi ha origine nei tagli alla sanità che sono stati fatti negli ultimi trent’anni[106]. La trasparenza[107] e il comportamento concreto dei governi sulla questione del coronavirus è subordinata al conflitto tra le forze che vogliono il panico disciplinante[108] (alcune delle organizzazioni economiche e finanziarie sovranazionali[109]) e quelle che invece vorrebbero che la circolazione dei fattori produttivi continui come prima (le imprese industriali a livello nazionale ma anche alcune straniere)[110]. È certamente vero che si cercherà di non consentire che la via d’uscita dalla crisi sia la rivalutazione della dimensione pubblica rispetto alla sinora trionfante ideologia del privato[111]. Ed è certamente vero che la lotta condotta in Cina contro il coronavirus[112] sia l’esempio di una strategia che nella dimensione pubblica trova la sua chiave d'interpretazione, sia per quanto riguarda gli strumenti usati per portarla avanti sia per quanto riguarda la globalizzazione delle informazioni e delle conoscenze derivanti da tale traumatica esperienza storica. Mentre invece in Europa questa crisi sta svelando il vuoto pneumatico esistente sotto la retorica europeista[113] e complessivamente in Occidente sta evidenziando tutta la volontà di non fare nulla per evitare un consistente numero di morti a seguito del coronavirus[114].

Alla consapevolezza che le nostre analisi sono giuste deve però seguire da un lato l’attenzione a non fare di questa differenza tra Occidente e Cina un qualcosa di mitizzato per non perdere la capacità di analisi anche su questo punto. Il governo cinese ha dimostrato una capacità di mobilitazione impressionante[115] su di una emergenza difficile da risolvere, ma questo successo va confermato nel tempo e soprattutto esso non deve farci trascurare le difficoltà che la Cina affronta e deve affrontare ancora visto l’enorme sviluppo che ha dato al mercato. Senza contare che una cosa è gestire una emergenza quando già c’è ed una cosa è prevenirla quando la maggior parte degli attori pensa di avere delle possibilità di azione che invece (nell’ottica preventiva) potrebbero essere minori di quanto immaginato. Le transizioni al socialismo hanno avuto spesso problemi relativi a questo ambito. E anche l’istanza ecologista incorre in questa resistenza.

La comunicazione scientifica e la democrazia come dinamica cognitiva

In secondo luogo qui nel mondo virtuale ad Ovest si è sviluppato un dibattito tematico che deve farci riflettere sul ruolo che la scienza ha nella società. Sinora nella tradizione comunista si è ben fatto a legare fortemente scienza e tecnologia e a vedere in quest’ultima una più complessiva verifica del sapere elaborato. Partendo da questa esperienza si deve anche approfondire il rapporto più complessivo tra il sapere scientifico e la necessità di renderlo più accessibile a fasce sempre più estese della popolazione. Questa diffusione come la tecnologia andrà forse considerata un’altra forma di verifica più complessiva del sapere scientifico stesso. Molti si fermano all’apparenza di questo processo, considerando la scienza in sé democratica[116] e denunciando le fake news, le scie chimiche, le posizioni pseudo-scientifiche che pullulano in rete come una sorta di morbo da debellare[117], quando invece sono la premesse, se ben interpretate e modulate, di una diversa relazione tra scienza e società, dove lo scienziato si deve mettere in questione e affrontare il problema della comunicazione scientifica come problema costitutivo (e non accessorio) della scienza[118]. A partire da questo problema sarà possibile forse sviluppare un nuovo senso della democrazia in modo da consentire a più persone di avere più possibilità di confronto e di scambio di informazioni, di metodi, di procedure, di frame cognitivi[119]. In questo modo la democrazia da vincolo politico, da principio da anime belle, si potrebbe trasformare in quel motore cognitivo che potrebbe scandire la transizione allo stesso modo in cui la rivoluzione scientifica ha accompagnato il trionfo del modo di produzione capitalistico. Se non mettiamo mano a questa forma di sperimentazione la possibilità stessa della transizione rischia di avere (nel caso ne abbia) strade più anguste di realizzazione.

17 marzo 2020

Note:

[1] https://contropiano.org/documenti/2020/03/04/coronavirus-cominciamo-a-capirci-qualcosa-0124791?fbclid=IwAR2jNK47kFdD-INOxg-_EgxDVJk8O_7xYNXZQivIYnUiztBlOpfUiJAYjQo

[2] https://www.wallstreetitalia.com/coronavirus-i-primi-casi-fin-dallinizio-del-2018/

[3] https://www.epicentro.iss.it/influenza/sorveglianza-mortalita-influenza

[4] https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/01/27/la-mappa-della-johns-hopkins-university-seguire-la-diffusione-del-coronavirus-quasi-tempo-reale/

[5] https://www.ilpost.it/2020/03/05/contagi-morti-corea-del-sud-tasso-letalita/

[6] https://ilmanifesto.it/perche-mancano-le-terapie-intensive-ma-la-preparedness-non-e-solo-italiana/?fbclid=IwAR3dqlevt82toy-YAHzqRD4wmtziyvqvQQ0p0FRanE9CCvnLqKM2YkA2ul8https://www.repubblica.it/esteri/2020/03/06/news/coronavirus_dignita_privacy_corea_del_sud_chat_sms_messaggi_contagi-250414120/

[7] https://www.infodata.ilsole24ore.com/2020/01/27/la-mappa-della-johns-hopkins-university-seguire-la-diffusione-del-coronavirus-quasi-tempo-reale/

[8] https://ilmanifesto.it/perche-mancano-le-terapie-intensive-ma-la-preparedness-non-e-solo-italiana/

[9] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5351_16_file.pdf

[10] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5351_16_file.pdf

[11] http://www.rainews.it/dl/rainews/media/coronavirus-medici-cinesi-da-Wuhan-a-Roma-a162da07-7fbe-4ffd-89f3-2c1d6fef2503.html?fbclid=IwAR27MTnn0Cgxnh3-iBxyh1yEw9HMwAf9yhVX30WedAAoHp8hy7zviePWSMs

[12] https://www.msn.com/it-it/notizie/other/coronavirus-milano-allerta-casi-sommersi-«sono-una-marea-nessuno-sa-quanti»/ar-BB11f2ZP?ocid=spartanntp

[13] http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5351_16_file.pdf

[14] https://www.msn.com/it-it/notizie/coronavirus/burioni-tutti-sono-morti-a-causa-del-coronavirus/ar-BB10RWjm?ocid=spartandhp

[15] “in un modo o in un altro il nonno deve morire”

[16] https://www.msn.com/it-it/notizie/coronavirus/coronavirus-a-che-punto-è-lepidemia/ar-BB10QVoW?ocid=spartanntp

[17] https://www.youtube.com/watch?v=0BNqRq07HMU

[18] http://old.iss.it/binary/mabi/cont/Report2017.pdf

[19] https://www.lastampa.it/cronaca/2018/09/11/news/e-davvero-in-corso-un-epidemia-di-polmonite-1.34044199

[20] https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/07/news/coranvirus_limite_di_eta_per_i_ricoveri_in_tempi_di_emergenza_sono_necessari_dei_criteri_etici_condivisi_-250547728/

[21] http://www.siaarti.it/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI.aspx

[22] https://web.archive.org/web/20121014024047/http://www.rcgfrfi.easynet.co.uk/ww/lenin/1913-wcn.htm

[23] https://www.huffingtonpost.it/edoardo-ronchi/contro-il-malthusianesimo_a_23393272/

[24] Tooley, Michael, Aborto e infanticidio, in AA.VV, Introduzione alla bioetica, Liguori editore, Napoli, 1992 pp.31-39

[25] Tooley, Michael, Aborto e infanticidio, in AA.VV, Introduzione alla bioetica, Liguori editore, Napoli, 1992 p.53

[26] Singer, Peter, Ripensare la vita. Il Saggiatore, Milano, 1994, pp.78-80

[27] Maffettone, Sebastiano, Il valore della vita, Oscar Mondadori, Milano, 1998, pp 275-276

[28] Bacchini, Fabio, Il diritto di non esistere, Mc Graw-Hill, Milano 2002

[29] Singer, Peter, Etica pratica, Liguori Editori, Napoli, 1989 pp. 125-129

[30] Il Mondo in cifre 2003, Internazionale p.76; Il Mondo in cifre 2019, Internazionale, p.90

[31] https://rintintin.colorado.edu/~vancecd/phil1100/Hardin.pdf

[32] Vasapollo, Luciano, L’uomo precario nel disordine globale, Jaca Book, Milano, 2005 pp.141-145 e 203-209

[33] https://www.ilpost.it/2020/03/08/pandemie-italia-asiatica-hong-kong/

[34] Il Mondo in cifre 2019, Internazionale, p.26-27

[35] Il Mondo in cifre 2019, Internazionale, p.134

[36] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/trade-deal-quali-conseguenze-usa-cina-ed-europa-24853

[37] https://contropiano.org/news/news-economia/2019/04/30/via-della-seta-che-cambia-0114984

[38] https://contropiano.org/news/politica-news/2020/02/29/zaia-lo-scienziato-razzista-spiega-la-svolta-verso-la-minimizzazione-0124591

[39] https://ilmanifesto.it/cina-attivisti-e-ritardi-lemergenza-coronavirus-scuote-il-pcc/

[40] https://archivio.unita.news/assets/main/1957/10/04/page_002.pdf

[41] https://contropiano.org/news/politica-news/2020/02/07/coronavirus-via-i-mangiapipistrelli-e-luomo-bianco-torna-a-sentirsi-superiore-0123796

[42] https://www.31mag.nl/coronavirus-in-olanda-prevenire-il-contagio-o-prevenire-il-panico/

[43] https://contropiano.org/editoriale/2020/03/11/il-pil-o-la-vita-0125053

[44] https://codacons.it/business-ai-tempi-del-virus/

[45] https://www.unionesarda.it/articolo/news/mondo/2020/03/15/anche-la-spagna-chiude-tutto-positiva-la-moglie-del-premier-sanch-137-997690.html

[46] https://it.insideover.com/politica/i-numeri-del-tracollo-della-grecia-distrutta-dallausterita.html

[47] https://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2020/03/12/le-aziende-pensano-solo-ai-profitti-usb-convoca-lo-stato-dagitazione-il-governo-adotti-misure-0125104

[48] Von Mises Richard, Manuale di critica scientifica e filosofica, Longanesi, Milano, pp. 242-255

[49] Piccinato, Ludovico, La statistica se “la probabilità non esiste” in AA.VV. Conoscere De Finetti, Mondadori, Milano, 2010, pp.39-59

[50] Costantini Domenico e Geymonat, Ludovico, Filosofia della probabilità, Feltrinelli, Milano, 1982, pp.61-75

[51] http://progettomatematica.dm.unibo.it/ProbElem/6definiz.html

[52] http://progettomatematica.dm.unibo.it/ProbElem/7definiz.html

[53] Kierkegaard Soeren, Il concetto dell’angoscia in Opere, Sansoni, Firenze, 1972 pp. 120-197

[54] Kant, Immanuel, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? In Antologia di scritti politici, il Mulino, Bologna, 1977, pp. 51-59.

[55] Freud, Sigmund, Inibizione, sintomo e angoscia, Bollati Boringhieri, Torino, 1981

[56] http://studenti.istitutobeck.com/public/images/websiteimg/Casi%20clinici/carla%20-%20UN%20CASO%20DI%20DISTURBO%20Di%20ANSIA%20GENERALIZZATO.pdf

[57] Galimberti, Umberto, Dizionario di psicologia, Utet, Torino, voce ANGOSCIA pp.58-60

[58] Gigerenzer, Gerd, Decisioni intuitive, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009, pp. 55-92

[59] https://it.wikipedia.org/wiki/Euristica

[60] https://www.repubblica.it/scienze/2014/11/13/news/il_senso_della_probabilit_una_caratteristica_innata_del_nostro_cervello-100001148/

[61] https://www.focus.it/comportamento/psicologia/micromort-lindice-di-mortalita-che-sfata-le-nostre-fobie

[62] http://www.ripmat.it/mate/l/lc/lcfb.html

[63] https://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-fortuna-e-cieca-la-sfiga-scientifica-gallery?gimg=0#img0

[64] https://mobile.twitter.com/naomiohreally/status/1238868163208634371?s=21&fbclid=IwAR2FjX7ayEuesmR5IhiMiFLBxR9fayFojwmYXJTNE4IfuCNmQgH6eGeR55w

[65] https://it.wikipedia.org/wiki/Profezia_che_si_autoadempie

[66] https://www.stateofmind.it/2018/11/panico-medicina-catastrofi/

[67] http://www.meteoweb.eu/2018/12/dallheysel-a-corinaldo-tragedia-panico/1190369/

[68] https://it.wikipedia.org/wiki/Esaù

[69] https://contropiano.org/news/cultura-news/2020/03/13/unepidemia-e-il-sogno-del-tiranno-tutti-diventano-obbedienti-per-propria-volonta-0125130

[70] http://www.psychomedia.it/pm/modther/modtec/cozzolino.htm

[71] https://contropiano.org/interventi/2019/09/24/totalitarismo-triste-storia-di-un-non-concetto-0118933

[72] https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_farfalla

[73] http://www.disciplinefilosofiche.it/senza-categoria/29-recensione-a-maurizio-ferraris-mobilitazione-totale-laterza-roma-bari-2015-pp-109-giovanni-tateo/

[74] https://antinomie.it/index.php/2020/02/27/eccezione-virale/

[75] http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/03/05/trump-falsi-i-dati-oms-sul-coronavirus_fe68c94b-ecdd-47d4-9957-d330be200767.html

[76] https://www.ilsole24ore.com/art/trump-dichiara-emergenza-nazionale-lunedi-g-7-straordinario-video-conferenza-ADMJAED

[77] https://www.linkiesta.it/it/article/2020/03/13/boris-johnson-coronavirus-immunita-di-gregge/45815/

[78] https://www.repubblica.it/esteri/2020/03/13/news/coronavirus_il_60_dei_britannici_dovra_contrarre_il_covid19_per_sviluppare_l_immunita_di_gregge_-251163099/

[79] https://www.ilsole24ore.com/art/boris-johnson-parte-guerra-contro-coronavirus-a-modo-suo-ADMA55C

[80] https://www.tempi.it/coronavirus-la-scommessa-di-boris-johnson-spiegata-bene/

[81] http://www.ticinolive.ch/2020/03/14/loms-critica-lapproccio-del-regno-unito-al-coronavirus/

[82] https://www.linkiesta.it/it/article/2020/03/14/immunita-di-gregge-coronavirus-inghilterra-roberto-burioni/45841/

[83] https://www.msn.com/it-it/notizie/other/coronavirus-epidemiologo-pasini-sbagliato-sperare-in-immunità-di-gregge/ar-BB11itNm?ocid=spartanntp

[84] https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/03/15/gran-bretagna-tra-pandemia-ed-eugenetica-di-stato-0125284?fbclid=IwAR1k7HQlAEFVlsL2phvh-wM78go_OmBMhTiYA8xojGIkfZk29ljv-BzuvQM

[85] https://www.sinistrainrete.info/societa/17186-roberto-buffagni-epidemia-coronavirus-due-approcci-strategici-a-confronto.html

[86] https://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_austriaca

[87] https://www.movimentolibertario.com/2014/10/la-scuola-austriaca-non-esiste-esiste-solo-michele-boldrin/

[88] https://ilbocconianoliberale.wordpress.com/2014/07/22/esiste-la-scuola-austriaca/

[89] https://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2018/02/Appunti-di-Politica-economica-2018.pdf pp. 21-22

[90] Vasapollo Luciano, Arriola Joaquin, Teoria e critica delle politiche economiche e monetarie dello sviluppo, Edizioni Efesto, Roma, 2019, pp.39-42

[91] Butler Eamonn, Friedrich A. Hayek, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1983, pp.193-212

[92] Butler Eamonn, Friedrich A. Hayek, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1983, pp.137-143

[93] https://contropiano.org/interventi/2019/09/24/totalitarismo-triste-storia-di-un-non-concetto-0118933

[94] https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_Partito_della_Rifondazione_Comunista_(2001-2003)#Comunismo_%C3%A8_nonviolenza:_le_lettere_a_Sofri,_Revelli_e_Mieli

[95] Vasapollo Luciano, Arriola Joaquin, Teoria e critica delle politiche economiche e monetarie dello sviluppo, Edizioni Efesto, Roma, 2019, p.252

[96] https://it.wikipedia.org/wiki/Space_Shuttle#Il_disastro_del_Challenger_e_le_sue_conseguenze_(1986)

[97] https://it.wikipedia.org/wiki/Colonizzazione_dello_spazio

[98] https://www.mororoberto.it/mobile/index.asp?art=192

[99] https://blog.rubbettinoeditore.it/michele-marsonet/la-scienza-come-nave-in-mare-aperto/

[100] https://www.youtube.com/watch?v=KpBHbMVSua0

[101] https://pandoratv.it/tag/wuhang/

[102] https://www.youtube.com/watch?v=2QGGJToa4C4

[103] https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2020/03/12/bce-alza-qe-120-miliardi-per-il-2020_38d9481d-442d-4e3d-aa94-67b6455d3b2a.html

[104] http://lnx.retedeicomunisti.net/wp-content/uploads/2019/04/PARTITOeORGANIZZAZIONE.pdf

[105] https://contropiano.org/fattore-k/2020/03/05/edificio-non-sta-piu-in-piedi-0124819

[106] https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/03/12/neoliberismo-alleato-piu-efficace-coronavirus-0125118

[107] https://contropiano.org/fattore-k/2020/03/11/le-linee-di-faglia-del-coronavirus-0125068

[108] https://contropiano.org/interventi/2020/03/13/virus-emergenza-
 disciplinamento-sociale-0125186

[109]

[110] https://contropiano.org/editoriale/2020/03/11/il-pil-o-la-vita-0125053

[111] https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/13/coronavirus-e-crisi-di-sistema-0125181

[112] https://contropiano.org/altro/2020/03/07/rapporto-oms-come-cina-sta-vincendo-virus-0124872

[113] https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/13/lagarde-spiega-europa-non-esiste-0125197

[114] https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/coronavirus-boris-johnson-shock-moriranno-molti-nostri-cari-londra-punta-a-60percent-di-contagi-per-sviluppare-immunità-di-gregge/ar-BB118Kkn?ocid=spartanntp

[115] https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/03/10/cina-crisi-coronavirus

[116] Villa Maria Luisa, Scienza è democrazia, Guerini e Associati, Milano, 2018

[117] http://georgofili.info/contenuti/bufale-o-fake-news-un-nemico-sempre-pi-forte-per-la-scienza/13586

[118] http://www.dmi.unipg.it/mamone/sci-dem/contri/nobile.PDF

[119] http://www.edu.lascuola.it/riviste/NS/NsRicerca/14-15/1410-02/de%20cani.pdf

Fonte