In quello che viene acclamato da alcuni come un momento cruciale per la diplomazia e da altri come una performance attentamente coreografata nel teatro geopolitico, rappresentanti di Russia, Ucraina e Turchia si sono riuniti a Istanbul per un incontro ad alto livello volto ad avviare un processo di pace a lungo sfuggito. Presieduto dal Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, e con il coinvolgimento riportato di capi dell’intelligence come İbrahim Kalın del MİT e İgor Kostyukov del GRU russo, l’incontro ha un peso sia simbolico che strategico.
Ma dietro i titoli sui cessate il fuoco e sui gesti umanitari si cela un gioco molto più profondo – uno in cui la pace viene negoziata non solo tra nazioni in guerra ma anche attraverso la lente della proiezione del potere globale. Per tutte le sue offerte diplomatiche, questa conferenza rivela più sulle ambizioni sottostanti della NATO e degli Stati Uniti che su una reale risoluzione del conflitto.
Un piano di pace attentamente sceneggiato?
Secondo un documento completo pubblicato da Reuters, l’Ucraina si presenta ai colloqui con una proposta ferma e ambiziosa. Essa prevede:
- Un cessate il fuoco completo e incondizionato
- La restituzione dei bambini ucraini deportati
- Lo scambio di tutti i prigionieri
- Garanzie per il futuro dell’Ucraina nella NATO e nell’UE
- Un un meccanismo di ripristino delle sanzioni contro la Russia in caso di violazione degli accordi
A prima vista, queste richieste sembrano fondate su logiche umanitarie. Ma al loro interno è racchiusa una visione strategica che si allinea perfettamente con gli obiettivi a lungo termine dell’Occidente: ancorare l’Ucraina all’interno della struttura euro-atlantica e isolare permanentemente la Russia dall’architettura della sicurezza europea.
Il linguaggio del documento è rivelatore. Si insiste sul fatto che la sovranità dell’Ucraina non debba essere vincolata alla neutralità, con un percorso aperto verso l’integrazione nella NATO. Nel frattempo, le questioni territoriali – in particolare quelle relative alla Crimea e al Donbas – sono rimandate fino a dopo un cessate il fuoco, rafforzando la narrativa occidentale secondo cui i guadagni della Russia post-2014 sono nulli e non riconosciuti.
Ma forse ancora più significativo è il passaggio in cui si prevede che il monitoraggio del cessate il fuoco avvenga sotto la guida degli Stati Uniti, con “il supporto di Paesi terzi”. In sostanza, si propone una forma di supervisione militare occidentale all’interno o nei pressi della sfera d’influenza russa.
La Turchia: mediatrice o pedina strategica?
Il ruolo della Turchia in questo processo è complesso. Mentre Ankara si è posizionata come facilitatore neutrale, capace di dialogare sia con Kiev che con Mosca, è anche un membro della NATO con calcoli geopolitici propri. Sotto la guida di Hakan Fidan e con il coordinamento dell’intelligence del MİT, la Turchia cerca di rafforzare il proprio status di potenza regionale.
Tuttavia, la presenza di richieste ucraine allineate con la NATO, e la coordinazione implicita con Washington e Bruxelles, suggeriscono che il ruolo della Turchia non è vera neutralità, ma piuttosto quello di mantenere un fragile equilibrio tra l’accontentare l’Occidente e l’evitare uno scontro diretto con Mosca.
L’ombra della NATO e degli USA: accerchiamento mascherato da pace
Questo quadro di pace proposto non può essere separato dall’architettura più ampia della strategia NATO in Europa orientale. Dagli anni ’90, la NATO si è espansa costantemente verso est – nonostante le rassicurazioni un tempo date alla Russia che ciò non sarebbe accaduto. Il continuo armamento dell’Ucraina, la presenza di truppe nei paesi baltici e ora i meccanismi occidentali di monitoraggio del cessate il fuoco proposti fanno tutti parte di uno schema più ampio.
Ancorando l’Ucraina sempre più nella sfera della NATO con il pretesto della pace, il piano di Istanbul appare meno come una vera negoziazione e più come l’istituzionalizzazione di una nuova Cortina di Ferro – una in cui la Russia è destinata ad essere permanentemente isolata dall’Europa, strangolata economicamente e delegittimata politicamente.
Il messaggio dell’Occidente è chiaro: non ci sarà un’Ucraina “neutrale”; non ci sarà un ridimensionamento della presenza NATO. Invece, ciò che viene offerto è una “pace” che garantisce l’accerchiamento militare, economico e ideologico della Russia.
Cosa succederà ora?
Sebbene un cessate il fuoco temporaneo possa effettivamente essere raggiunto – probabilmente in incrementi rinnovabili di 30 giorni – le questioni strutturali più profonde restano irrisolte. La Russia difficilmente accetterà una pace che istituzionalizza il proprio isolamento. E mentre l’Ucraina potrà ottenere nuove garanzie e finanziamenti, lo farà al costo di diventare una zona cuscinetto permanente nella più ampia strategia occidentale.
In questo senso, Istanbul non è un vertice per la pace – è un vertice per il riallineamento. Un momento in cui la diplomazia maschera un radicamento militare e geopolitico più profondo, orchestrato dalla NATO e dagli Stati Uniti, usando l’Ucraina non solo come partner ma come proxy.
Il mondo potrà anche osservare strette di mano e discorsi a Istanbul, ma il vero accordo viene deciso dietro le quinte – a Washington, Bruxelles e Langley.
E in quell’accordo, la pace non è l’obiettivo. Lo è il contenimento.
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03/06/2025
05/05/2020
ONU: “il Venezuela esempio da replicare di contenimento della pandemia”
Il coordinamento del Sistema delle Nazioni Unite (ONU), presente in Venezuela, ha chiesto al governo di Nicolas Maduro l’autorizzazione per studiare la sua strategia di contenimento della pandemia di Covid-19.
“Gli esperti utilizzano l’espressione ‘strategia di soppressione’, come viene chiamata a livello epidemiologico, e chiedono l’autorizzazione per studiare questo modello per poterlo replicare in altri Paesi”, ha detto la vice-presidentessa della Repubblica Bolivariana, Delcy Rodriguez, al termine di una riunione del gruppo di lavoro permanente con gli esperti dell’ONU al Palazzo Presidenziale.
Delcy Rodriguez ha precisato che i funzionari dell’organizzazione internazionale hanno valutato il modello e il percorso epidemiologico che ha consentito al paese di registrare un appiattimento della curva di propagazione, dalle varie misure applicate sin dall’inizio fino all’appropriato allentamento della quarantena.
La vice-presidentessa ha spiegato che l’Organizzazione Panamericana della Salute ha accesso permanente ai risultati delle diagnosi e ha informato l’ONU della seconda fase di screening di massa che il Venezuela realizzerà nei prossimi giorni.
“L’estensione di massa dei test molecolari è destinata ad aumentare: ricordiamo che il metodo di sanità pubblica popolare istituito con l’aiuto di Cuba (“Barrio Adentro”) ci permette di andare casa per casa, di individuare e fermare la diffusione del virus alle sue radici”.
Un aneddoto significativo: alcuni medici di quartieri benestanti di Caracas (roccaforti dell’opposizione di destra) si sono rifiutati di effettuare i test per paura di essere infettati, chiedendo ai medici cubani di farlo, cioè a medici che hanno sempre stigmatizzato come “concorrenza sleale” alla loro medicina basata su una logica privatistica e di profitto.
Il presidente Maduro, dal canto suo, ha elogiato la capacità dei quartieri popolari, dove vive la maggioranza sociale, di dimostrare la disciplina, la pazienza e l’unità che hanno permesso di rafforzare il contenimento diffuso e lo screening di massa. “Abbiamo fatto grandi progressi, ma non abbiamo ancora completato la prima fase di test. Stiamo pianificando la seconda fase in dettaglio”.
Dall’inizio della pandemia fino al 1° maggio 2020, e nonostante il rafforzamento delle sanzioni statunitensi che impediscono al governo di acquistare tutte le attrezzature mediche necessarie, il Venezuela ha limitato il numero di morti a 10 (un tasso di letalità di 0,3 per milione di abitanti) e il numero di persone infette a 335 (con un tasso di guarigione del 43% tra questi pazienti, che vengono immediatamente trattati gratuitamente). Per consultare i dati di Covid-19 in Venezuela e nel mondo, l’OMS ha messo online una mappa in tempo reale.
Nicolás Maduro ha stimato che se non fossero state adottate per tempo misure di contenimento collettivo, il numero di casi di infezione sarebbe ora superiore a 213.000. Ha ricordato i tre possibili scenari secondo gli esperti: 1) mantenere il contenimento: un secondo focolaio potrebbe verificarsi, ma rimanere sotto controllo; 2) allentamento troppo rapido del confinamento: un secondo focolaio sarebbe peggiore del primo; 3) rimozione totale del contenimento: una seconda epidemia sarebbe peggiore di quella registrata finora in termini di numero di casi e di decessi e sarebbe incontrollabile fino all’anno prossimo.
Il presidente bolivariano ha detto che il Paese ha più di 27.000 letti d’ospedale e 4.500 letti in unità di terapia intensiva, con una capacità sufficiente per trattare i casi di Covid-19 una volta che sono stati rilevati attraverso lo screening massiccio e personalizzato da parte di squadre mediche durante le visite a domicilio (un modello, quello venezuelano, interamente oscurato dai media mainstream).
Mentre il virus esplode e la fame minaccia molti regimi neoliberisti in America Latina, un altro rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Sicurezza alimentare durante la pandemia di Covid-19”, preparato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), loda anche la politica del governo bolivariano.
Nel capitolo “Perturbazioni nella distribuzione e nel commercio alimentare”, l’esempio del Venezuela viene elogiato perché: “la Soprintendenza alla gestione agroalimentare ha progettato un piano di emergenza per garantire il funzionamento dell’intero sistema agroalimentare durante il periodo di contenimento (...) sono state attuate una serie di azioni per mantenere gli indici di fornitura dei 12 alimenti prioritari che fanno parte del paniere di base, garantendo l’esistenza della catena di distribuzione e del commercio”.
Infine, Juan Pablo Bohoslavsky, esperto indipendente delle Nazioni Unite, ha chiesto l’urgente abolizione di tutte le misure coercitive unilaterali (adottate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea) contro il Venezuela, ricordando che queste misure, che ostacolano la lotta contro il Covid-19, possono essere considerate come una violazione dei diritti umani, oltre alla necessaria lotta globale contro Covid-19.
Fonte
“Gli esperti utilizzano l’espressione ‘strategia di soppressione’, come viene chiamata a livello epidemiologico, e chiedono l’autorizzazione per studiare questo modello per poterlo replicare in altri Paesi”, ha detto la vice-presidentessa della Repubblica Bolivariana, Delcy Rodriguez, al termine di una riunione del gruppo di lavoro permanente con gli esperti dell’ONU al Palazzo Presidenziale.
Delcy Rodriguez ha precisato che i funzionari dell’organizzazione internazionale hanno valutato il modello e il percorso epidemiologico che ha consentito al paese di registrare un appiattimento della curva di propagazione, dalle varie misure applicate sin dall’inizio fino all’appropriato allentamento della quarantena.
La vice-presidentessa ha spiegato che l’Organizzazione Panamericana della Salute ha accesso permanente ai risultati delle diagnosi e ha informato l’ONU della seconda fase di screening di massa che il Venezuela realizzerà nei prossimi giorni.
“L’estensione di massa dei test molecolari è destinata ad aumentare: ricordiamo che il metodo di sanità pubblica popolare istituito con l’aiuto di Cuba (“Barrio Adentro”) ci permette di andare casa per casa, di individuare e fermare la diffusione del virus alle sue radici”.
Un aneddoto significativo: alcuni medici di quartieri benestanti di Caracas (roccaforti dell’opposizione di destra) si sono rifiutati di effettuare i test per paura di essere infettati, chiedendo ai medici cubani di farlo, cioè a medici che hanno sempre stigmatizzato come “concorrenza sleale” alla loro medicina basata su una logica privatistica e di profitto.
Il presidente Maduro, dal canto suo, ha elogiato la capacità dei quartieri popolari, dove vive la maggioranza sociale, di dimostrare la disciplina, la pazienza e l’unità che hanno permesso di rafforzare il contenimento diffuso e lo screening di massa. “Abbiamo fatto grandi progressi, ma non abbiamo ancora completato la prima fase di test. Stiamo pianificando la seconda fase in dettaglio”.
Dall’inizio della pandemia fino al 1° maggio 2020, e nonostante il rafforzamento delle sanzioni statunitensi che impediscono al governo di acquistare tutte le attrezzature mediche necessarie, il Venezuela ha limitato il numero di morti a 10 (un tasso di letalità di 0,3 per milione di abitanti) e il numero di persone infette a 335 (con un tasso di guarigione del 43% tra questi pazienti, che vengono immediatamente trattati gratuitamente). Per consultare i dati di Covid-19 in Venezuela e nel mondo, l’OMS ha messo online una mappa in tempo reale.
Nicolás Maduro ha stimato che se non fossero state adottate per tempo misure di contenimento collettivo, il numero di casi di infezione sarebbe ora superiore a 213.000. Ha ricordato i tre possibili scenari secondo gli esperti: 1) mantenere il contenimento: un secondo focolaio potrebbe verificarsi, ma rimanere sotto controllo; 2) allentamento troppo rapido del confinamento: un secondo focolaio sarebbe peggiore del primo; 3) rimozione totale del contenimento: una seconda epidemia sarebbe peggiore di quella registrata finora in termini di numero di casi e di decessi e sarebbe incontrollabile fino all’anno prossimo.
Il presidente bolivariano ha detto che il Paese ha più di 27.000 letti d’ospedale e 4.500 letti in unità di terapia intensiva, con una capacità sufficiente per trattare i casi di Covid-19 una volta che sono stati rilevati attraverso lo screening massiccio e personalizzato da parte di squadre mediche durante le visite a domicilio (un modello, quello venezuelano, interamente oscurato dai media mainstream).
Mentre il virus esplode e la fame minaccia molti regimi neoliberisti in America Latina, un altro rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Sicurezza alimentare durante la pandemia di Covid-19”, preparato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), loda anche la politica del governo bolivariano.
Nel capitolo “Perturbazioni nella distribuzione e nel commercio alimentare”, l’esempio del Venezuela viene elogiato perché: “la Soprintendenza alla gestione agroalimentare ha progettato un piano di emergenza per garantire il funzionamento dell’intero sistema agroalimentare durante il periodo di contenimento (...) sono state attuate una serie di azioni per mantenere gli indici di fornitura dei 12 alimenti prioritari che fanno parte del paniere di base, garantendo l’esistenza della catena di distribuzione e del commercio”.
Infine, Juan Pablo Bohoslavsky, esperto indipendente delle Nazioni Unite, ha chiesto l’urgente abolizione di tutte le misure coercitive unilaterali (adottate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea) contro il Venezuela, ricordando che queste misure, che ostacolano la lotta contro il Covid-19, possono essere considerate come una violazione dei diritti umani, oltre alla necessaria lotta globale contro Covid-19.
Fonte
24/04/2020
L’Italia ha le carte in regola per entrare nella “fase 2”?
Questo studio è volto a confrontare i risultati delle politiche di contenimento attuati in alcuni paesi del mondo e l’adeguatezza dei sistemi sanitari tramite indicatori facilmente reperibili dai dati ufficiali reperibili in rete, con particolare attenzione alla situazione in Italia e nelle sue Regioni.
I risultati mostrano come le misure di contenimento finora attuate non sono state efficaci così come lo sono state in altri Paesi. Inoltre in Italia, anche in regioni dove l’incidenza del COVID-19 è bassa, il sistema sanitario non consente di raggiungere i bassi livelli di letalità riscontrati negli altri paesi.
Vista la discrepanza tra la narrazione mediatica sull’andamento dell’epidemia da COVID-19 e i risultati che emergono da questo studio, la decisa attuazione della fase 2 ha tutte le caratteristiche di un salto nel buio.
Per vedere quanto le misure di contenimento dell’epidemia siano state efficaci basta guardare la figura 1 in cui è riportato l’andamento del numero di giorni di raddoppiamento del numero di contagi per diversi paesi in funzione del tempo (a partire dal 1 gennaio 2020).
All’inizio tutte le epidemie avvengono con contagi sporadici e casuali, ma dopo poco tempo la crescita dei contagi segue un andamento di tipo esponenziale. Senza le misure di contenimento il tempo di raddoppiamento del numero di contagi è di pochi giorni e rimane costante. Una crescita del tempo di raddoppiamento denota perciò un miglioramento nelle politiche di contenimento.
Guardando la figura a sinistra si trova una crescita rapida del tempo di raddoppiamento in Cina (punti blu) e in Corea del Sud (triangoli arancioni). In termini quantitativi la pendenza della curva, identificata dal parametro “s”, dà la misura della qualità di queste politiche. Più basso è “s” meglio funzionano le misure. La linea tratteggiata (s=100) corrisponde alla crescita epidemica prima dell’attuazione delle misure.
Sia in Cina che in Corea del Sud l’efficacia della pianificazione delle politiche di contenimento è stata nettamente superiore rispetto a quella di tutti gli altri paesi presi in considerazione, Italia compresa (triangoli azzurri).
È anche importante il valore assoluto dei giorni di raddoppiamento. Se prendiamo come riferimento il valore 100 (i casi raddoppiano in 100 giorni) troviamo che Cina e Corea del Sud hanno raggiunto questo valore rispettivamente in 30 e 20 giorni a partire dall’inizio dell’epidemia. All’incirca il giorno stesso che Cina e Corea del Sud hanno raggiunto questo traguardo è iniziata la discesa dei casi attivi (persone che risultano infette in un determinato momento togliendo dal numero totale dei contagiati il numero dei guariti e dei morti).
Nel momento in cui scrivo nessun altro paese tra cui l’Italia ha ancora raggiunto il valore 100, neanche dopo più del doppio del tempo rispetto a Cina e Corea del Sud, ma l’Italia si sta lentamente avvicinando.
È inoltre importante rimarcare che la Cina ha iniziato gradualmente la fase 2 solo 45 giorni (più di 6 settimane) dopo il raggiungimento del valore 100.
Dalla figura a destra osserviamo che il tempo di raddoppiamento cresce più velocemente in Germania (s=9.5) e in Spagna (s=10). Italia, Francia, Gran Bretagna e USA hanno tempi confrontabili e più corti (s=15). In Germania e Spagna l’epidemia è iniziata con un ritardo di circa 1 settimana rispetto all’Italia, ma ciò nonostante ha raggiunto in meno tempo valori del tempo di raddoppiamento più alti dell’Italia.
Complessivamente possiamo fare le seguenti deduzioni:
- il modello cinese e quello coreano che hanno attuato il protocollo delle 3 T (Testing-Tracking-Tracing) sono i migliori nel panorama mondiale. Dunque emerge l’importanza di una pianificazione collettiva che comporti oltre al fermo delle attività produttive non essenziali la diffusione a livello capillare di test diagnostici e di sistemi per l’identificazione e il tracciamento dei malati e dei contatti che hanno avuto.
- Sul versante opposto, il nostro è stato un contenimento per modo di dire. Se consideriamo solo il settore privato, l’Istat ci dice che in Italia solo il 49% delle imprese che danno lavoro a 7,4 milioni di persone sono rimaste ferme. Per quel che riguarda l’altra metà i dati presentati in Commissione Bilancio del Senato mostrano che 3 milioni di persone hanno continuato a lavorare normalmente.
- Paesi come Germania e Spagna sembrano essere stati più rigorosi, contrariamente a quanto viene detto dagli organi d’informazione.
Perché tanti morti? Questa è la domanda che ciascuno di noi si è fatto e per la quale continuiamo a non ottenere risposte. Eppure a cominciare dalle istituzioni dovrebbero spiegarci perché in Italia e soprattutto in Lombardia a cavallo tra marzo e aprile si sono verificati tanti morti (in Italia i morti finora sono stati 4 ogni 10.000 abitanti mentre in Lombardia con 10,6 milioni di abitanti i morti ufficiali sono stati circa 13 ogni 10.000 abitanti, circa il 50% del totale dei morti in Italia - fonte Dipartimento Protezione Civile).
La letalità (che tutti abbiamo imparato essere il numero di morti su numero di casi riscontrati) è cresciuta a dismisura a mano a mano che i giorni passavano senza che nessuno ci abbia spiegato cosa stava succedendo.
Una risposta seppur parziale può provenire confrontando i dati della letalità con un qualche possibile indicatore sanitario. Scegliamo ad esempio il rapporto tra il numero di casi di Covid-19 riscontrati e il numero dei posti letto negli ospedali pubblici.
Questo indicatore, ad eccezione degli USA, ha il vantaggio di essere facile da reperire dai dati open source che viaggiano in internet. I dati sulla letalità a livello mondiale e per le regioni italiane risultano fortemente correlati con questo indicatore.
La figura 2 ci mostra a sinistra che la letalità mondiale è sempre superiore al valore 1-2% stimato dai virologi. Inoltre fino ad un valore dell’indicatore, cioè del rapporto malati/letti, pari a 0,25 la letalità si attesta intorno al 3%. Questo è il caso dei paesi in cui l’incidenza dei casi di contagio non mette in sofferenza il sistema. Infatti in questo caso i malati per Covid-19 occuperanno un numero nettamente inferiore a 0,25 perché stiamo considerando l’insieme degli ospedalizzati, domiciliarizzati e già guariti.
In questo caso le cure per COVID-19 non portano il sistema a saturazione ed inoltre la maggior parte dei letti rimane a disposizione dei malati per altre patologie. Oltre 0,25 la situazione si fa via via sempre più critica richiedendo più attenzione da parte del personale medico-infermieristico degli ospedali e quindi la letalità aumenta. Questo è il caso dell’Italia che si avvicina al valore 1 dell’indicatore.
La letalità schizza a quasi il 14%. Anche Francia, Paesi Bassi, UK, Belgio, Svezia si trovano in questa situazione. In Spagna si riscontra un indicatore di oltre 2 ma la letalità rimane entro i valori riscontrati degli altri paesi in condizioni di criticità (10,5%).
L’analisi dei dati per le regioni italiane nella figura 2 a destra e nella tabella 1 fornita dal Ministero della Salute ci mostra una letalità alta anche dove i valori dell’indicatore sono inferiori a 0.25. Questa bassa incidenza si trova nelle regioni del centro-sud meno colpite dall’epidemia. Questi livelli di letalità, difformi dalla situazione nel resto del mondo, ci indicano un problema aggiuntivo. In Italia si guarisce di meno da COVID-19, anche in situazioni di relativa poca incidenza dei casi di contagio. Perché?
Letalità elevate si evidenziano in generale nelle regioni del centro nord, ad eccezione del Veneto. La Lombardia si distingue con un indicatore attorno al valore 2,5 e una conseguente letalità del 18%.
Nel momento in cui scrivo siamo bombardati da messaggi ottimistici sul raggiungimento di un fantomatico traguardo, dunque verso l’inizio della discesa dei casi attivi.
Però il nostro sistema sanitario è in sofferenza acuta. Pure in zone con poca incidenza è estremamente pericoloso contrarre la malattia perché le letalità effettive sono molto più alte della letalità stimata dai virologi. Come abbiamo visto l’Italia non ha ancora raggiunto il valore 100 per i giorni in cui si raddoppiano i contagi, ma sembra che sia arrivata quasi al culmine dei casi attivi. Va ricordato che la Cina dopo quel traguardo è ancora rimasta in lockdown per altri 45 giorni.
Se guardiamo il sistema unicamente dal punto di vista della salute umana la scelta di riaprire il Paese seppur gradualmente risulta molto prematura. Non ci possiamo permettere di rivedere per la seconda volta lo stesso film, anche perché non si tratta di un film.
Fonte
I risultati mostrano come le misure di contenimento finora attuate non sono state efficaci così come lo sono state in altri Paesi. Inoltre in Italia, anche in regioni dove l’incidenza del COVID-19 è bassa, il sistema sanitario non consente di raggiungere i bassi livelli di letalità riscontrati negli altri paesi.
Vista la discrepanza tra la narrazione mediatica sull’andamento dell’epidemia da COVID-19 e i risultati che emergono da questo studio, la decisa attuazione della fase 2 ha tutte le caratteristiche di un salto nel buio.
Politiche di contenimento
Per vedere quanto le misure di contenimento dell’epidemia siano state efficaci basta guardare la figura 1 in cui è riportato l’andamento del numero di giorni di raddoppiamento del numero di contagi per diversi paesi in funzione del tempo (a partire dal 1 gennaio 2020).
All’inizio tutte le epidemie avvengono con contagi sporadici e casuali, ma dopo poco tempo la crescita dei contagi segue un andamento di tipo esponenziale. Senza le misure di contenimento il tempo di raddoppiamento del numero di contagi è di pochi giorni e rimane costante. Una crescita del tempo di raddoppiamento denota perciò un miglioramento nelle politiche di contenimento.
Guardando la figura a sinistra si trova una crescita rapida del tempo di raddoppiamento in Cina (punti blu) e in Corea del Sud (triangoli arancioni). In termini quantitativi la pendenza della curva, identificata dal parametro “s”, dà la misura della qualità di queste politiche. Più basso è “s” meglio funzionano le misure. La linea tratteggiata (s=100) corrisponde alla crescita epidemica prima dell’attuazione delle misure.
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| Figura 1: Numero di giorni in cui il numero dei casi di contagio si raddoppia (in scala logaritmica) in funzione dei giorni trascorsi a partire dal 1 gennaio. I dati sono aggiornati al 21 aprile (dati) |
Sia in Cina che in Corea del Sud l’efficacia della pianificazione delle politiche di contenimento è stata nettamente superiore rispetto a quella di tutti gli altri paesi presi in considerazione, Italia compresa (triangoli azzurri).
È anche importante il valore assoluto dei giorni di raddoppiamento. Se prendiamo come riferimento il valore 100 (i casi raddoppiano in 100 giorni) troviamo che Cina e Corea del Sud hanno raggiunto questo valore rispettivamente in 30 e 20 giorni a partire dall’inizio dell’epidemia. All’incirca il giorno stesso che Cina e Corea del Sud hanno raggiunto questo traguardo è iniziata la discesa dei casi attivi (persone che risultano infette in un determinato momento togliendo dal numero totale dei contagiati il numero dei guariti e dei morti).
Nel momento in cui scrivo nessun altro paese tra cui l’Italia ha ancora raggiunto il valore 100, neanche dopo più del doppio del tempo rispetto a Cina e Corea del Sud, ma l’Italia si sta lentamente avvicinando.
È inoltre importante rimarcare che la Cina ha iniziato gradualmente la fase 2 solo 45 giorni (più di 6 settimane) dopo il raggiungimento del valore 100.
Dalla figura a destra osserviamo che il tempo di raddoppiamento cresce più velocemente in Germania (s=9.5) e in Spagna (s=10). Italia, Francia, Gran Bretagna e USA hanno tempi confrontabili e più corti (s=15). In Germania e Spagna l’epidemia è iniziata con un ritardo di circa 1 settimana rispetto all’Italia, ma ciò nonostante ha raggiunto in meno tempo valori del tempo di raddoppiamento più alti dell’Italia.
Complessivamente possiamo fare le seguenti deduzioni:
- il modello cinese e quello coreano che hanno attuato il protocollo delle 3 T (Testing-Tracking-Tracing) sono i migliori nel panorama mondiale. Dunque emerge l’importanza di una pianificazione collettiva che comporti oltre al fermo delle attività produttive non essenziali la diffusione a livello capillare di test diagnostici e di sistemi per l’identificazione e il tracciamento dei malati e dei contatti che hanno avuto.
- Sul versante opposto, il nostro è stato un contenimento per modo di dire. Se consideriamo solo il settore privato, l’Istat ci dice che in Italia solo il 49% delle imprese che danno lavoro a 7,4 milioni di persone sono rimaste ferme. Per quel che riguarda l’altra metà i dati presentati in Commissione Bilancio del Senato mostrano che 3 milioni di persone hanno continuato a lavorare normalmente.
- Paesi come Germania e Spagna sembrano essere stati più rigorosi, contrariamente a quanto viene detto dagli organi d’informazione.
Politiche sanitarie
Perché tanti morti? Questa è la domanda che ciascuno di noi si è fatto e per la quale continuiamo a non ottenere risposte. Eppure a cominciare dalle istituzioni dovrebbero spiegarci perché in Italia e soprattutto in Lombardia a cavallo tra marzo e aprile si sono verificati tanti morti (in Italia i morti finora sono stati 4 ogni 10.000 abitanti mentre in Lombardia con 10,6 milioni di abitanti i morti ufficiali sono stati circa 13 ogni 10.000 abitanti, circa il 50% del totale dei morti in Italia - fonte Dipartimento Protezione Civile).
La letalità (che tutti abbiamo imparato essere il numero di morti su numero di casi riscontrati) è cresciuta a dismisura a mano a mano che i giorni passavano senza che nessuno ci abbia spiegato cosa stava succedendo.
Una risposta seppur parziale può provenire confrontando i dati della letalità con un qualche possibile indicatore sanitario. Scegliamo ad esempio il rapporto tra il numero di casi di Covid-19 riscontrati e il numero dei posti letto negli ospedali pubblici.
Questo indicatore, ad eccezione degli USA, ha il vantaggio di essere facile da reperire dai dati open source che viaggiano in internet. I dati sulla letalità a livello mondiale e per le regioni italiane risultano fortemente correlati con questo indicatore.
La figura 2 ci mostra a sinistra che la letalità mondiale è sempre superiore al valore 1-2% stimato dai virologi. Inoltre fino ad un valore dell’indicatore, cioè del rapporto malati/letti, pari a 0,25 la letalità si attesta intorno al 3%. Questo è il caso dei paesi in cui l’incidenza dei casi di contagio non mette in sofferenza il sistema. Infatti in questo caso i malati per Covid-19 occuperanno un numero nettamente inferiore a 0,25 perché stiamo considerando l’insieme degli ospedalizzati, domiciliarizzati e già guariti.
In questo caso le cure per COVID-19 non portano il sistema a saturazione ed inoltre la maggior parte dei letti rimane a disposizione dei malati per altre patologie. Oltre 0,25 la situazione si fa via via sempre più critica richiedendo più attenzione da parte del personale medico-infermieristico degli ospedali e quindi la letalità aumenta. Questo è il caso dell’Italia che si avvicina al valore 1 dell’indicatore.
La letalità schizza a quasi il 14%. Anche Francia, Paesi Bassi, UK, Belgio, Svezia si trovano in questa situazione. In Spagna si riscontra un indicatore di oltre 2 ma la letalità rimane entro i valori riscontrati degli altri paesi in condizioni di criticità (10,5%).
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| Figura 2: Letalità percentuale per numero di contagiati per posto letto in alcuni paesi nel mondo (pannello a sinistra) e nelle regioni italiane (pannello a destra). L’intensità del rosso aumenta con il grado di sofferenza dei sistemi sanitari [dati sui posti letto da qui, aggiornati al 23 marzo 2020 (paesi nel mondo) e al 2016 (regioni italiane)]; |
L’analisi dei dati per le regioni italiane nella figura 2 a destra e nella tabella 1 fornita dal Ministero della Salute ci mostra una letalità alta anche dove i valori dell’indicatore sono inferiori a 0.25. Questa bassa incidenza si trova nelle regioni del centro-sud meno colpite dall’epidemia. Questi livelli di letalità, difformi dalla situazione nel resto del mondo, ci indicano un problema aggiuntivo. In Italia si guarisce di meno da COVID-19, anche in situazioni di relativa poca incidenza dei casi di contagio. Perché?
Letalità elevate si evidenziano in generale nelle regioni del centro nord, ad eccezione del Veneto. La Lombardia si distingue con un indicatore attorno al valore 2,5 e una conseguente letalità del 18%.
Nel momento in cui scrivo siamo bombardati da messaggi ottimistici sul raggiungimento di un fantomatico traguardo, dunque verso l’inizio della discesa dei casi attivi.
Però il nostro sistema sanitario è in sofferenza acuta. Pure in zone con poca incidenza è estremamente pericoloso contrarre la malattia perché le letalità effettive sono molto più alte della letalità stimata dai virologi. Come abbiamo visto l’Italia non ha ancora raggiunto il valore 100 per i giorni in cui si raddoppiano i contagi, ma sembra che sia arrivata quasi al culmine dei casi attivi. Va ricordato che la Cina dopo quel traguardo è ancora rimasta in lockdown per altri 45 giorni.
Se guardiamo il sistema unicamente dal punto di vista della salute umana la scelta di riaprire il Paese seppur gradualmente risulta molto prematura. Non ci possiamo permettere di rivedere per la seconda volta lo stesso film, anche perché non si tratta di un film.
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| Tabella 1: da qui |
Fonte
19/03/2020
In quarantena a Pechino, ho visto la Cina sconfiggere il Coronavirus
La testimonianza di Gerry Shih – corrispondente per il quotidiano statunitense dal 2018 ed ex inviato per l’Associated Press per la capitale cinese – pubblicata su The Washington Post, il 16 marzo, ha alcuni di spunti di notevole interesse.
Shih ha vissuto in quarantena per due settimane a Pechino, ed in un arco di tempo più ampio – sei settimane circa – ha potuto appurare i cambiamenti che stanno portando la Repubblica Popolare ad uscire dall’emergenza sanitaria; anzi più correttamente a “sconfiggere il virus”, come afferma nel titolo del pezzo e tornare alla normalità.
Il corrispondente ha visto gli ingranaggi della complessa macchina cinese bloccarsi, appena il governo ha emesso tutte le misure per contenere l’espansione del virus; e poi ripartire. Descrive come sia stato “tracciato” in continuazione, le misure intraprese per il “confinamento” della popolazione e poi la sua quarantena.
La cifra del successo, per Shih, è un mix di mobilitazione popolare – usa questa parola – a tutti i livelli e una ferrea direzione politica, che accomuna la Cina ad altri Stati asiatici sul punto di sconfiggere la pandemia, e non un risultato dell’”autoritarismo del Partito Comunista Cinese”. Il corrispondente parla espressamente di consenso, cioè di un rapporto di fiducia; cosa che – aggiungiamo noi – manca completamente nei confronti dell’establishment politico occidentale. Allo stesso tempo mostra la stratificazione dei corpi sociali intermedi, senza la cui partecipazione il successo non sarebbe stato garantito.
In sintesi, capiamo che ci troviamo di fronte ad una società, e non un semplice insieme di individui, e come lo Stato sia uno strumento della consapevolezza collettiva, capace di correggere le sue storture in caso di necessità e sotto la pressione popolare, marginalizzando probabilmente quella parte delle élite economica che anche lì, se avesse potuto, avrebbe agito diversamente. Qui da noi il “partito del PIL” ha invece dettato legge. E se ne vedono i drammatici risultati (a ieri sera, 35.713 contagiati in Italia, in proporzione alla popolazione, equivalgono a circa 830.000 in Cina; dove ne hanno avuti poco più di 80.000)...
“Sorprende”, stando ai luoghi comuni del mainstream occidentale, che Shih – seguendo le regole che gli sono state descritte/impartite dal “comitato di quartiere” per la quarantena – abbia potuto tranquillamente svolgere il suo lavoro, ordinando cibo e componenti informatiche che tra l’altro gli venivano consegnate in 72 ore: molti ordini mi arrivavano entro un’ora, segno di come la catena logistica non si è rotta anche nelle fasi più critiche dell’emergenza, ma sia stata gestita al meglio. Ci “stupisce” come un sms automatico gli chiedesse in continuazione di segnalare all’app della città governativa, “Bejing Herats Helping Each Other”, la temperatura corporea. Un monitoraggio sanitario continuo e in tempo reale.
Se paragonato alle esperienze di quarantena che abbiamo conosciuto alle nostre latitudini...
Shih non nasconde gli errori iniziali commessi nella gestione della malattia, ma conclude che la Cina “ha messo sotto controllo l’epidemia, almeno dopo i primi errori”. L’ultima parte, in cui fa il confronto con la gestione statunitense e quella britannica, è impietosa. Non l’anticipiamo se non per il paradosso della paura di tornare a casa, in Gran Bretagna, da parte di un sua amico inglese; o per l’irreperibilità delle mascherine in California.
Il finale non ve lo anticipiamo, perché da solo vale la lettura.
Aggiungiamo solo che, se un quotidiano come il Washington Post pubblica una tale testimonianza, vuol dire che il mondo sta velocemente cambiando e che gli sballati paradigmi dell’Occidente capitalista sono da gettare alle ortiche, per sempre.
PECHINO – I negozi di alimentari si riempivano di prodotti e consumatori. Dietro l’angolo, si forma una linea davanti ad una bancarella che vende un morbido pane dolce al vapore. Il grigio vicolo ricoperto in mattoni della vecchia capitale imperiale, abbandonato da diverse settimane, si stava riempendo di nuovo di autisti appena autorizzati che cercavano di parcheggiare le loro Audi smisurate. Finalmente lo sapevo: Pechino stava pian piano, inconfondibilmente, ritornando alla normalità.
Sei settimane prima, ho visto la Cina cessare la sua attività appena il coronavirus è esploso a Wuhan, per poi espandersi in tutto lo stato e anche oltre. Per il mio lavoro, ho viaggiato per tutta la Cina, attraverso i viali deserti, gli aeroporti vuoti, nei vagoni dei treni senza persone. Ho visto gli ingranaggi della complessa macchina economica cinese, dai negozi di “noodle” sul bordo del marciapiede fino ai campus tecnologici che si stanno espandendo, bloccarsi sferragliando appena il governo ha emesso tutte le misure per contenere l’espansione del virus.
Per aiutare il tentativo di mappatura sociale dell’intera nazione – e, sospetto, per accontentare il sempre crescente appetito del governo cinese per i dati personali – ho dato con riluttanza il mio numero di telefono agli agenti governativi ad ogni stazione ferroviaria, ho fatto i check-in con l’app del telefono per entrare negli edifici adibiti a sedi di uffici e ho recitato il numero del mio passaporto solamente per mangiare in uno dei rari ristoranti che era rimasto aperto.
Da metà febbraio, i provvedimenti diventarono ancora più stretti.
Sono stati messi dei checkpoint di reticoli in tutti gli incroci nel centro di Pechino. I quartieri residenziali sono stati chiusi dopo le 22. Come tutti i viaggiatori arrivati in città dopo un breve viaggio, sono stato messo in quarantena a casa per 14 giorni.
Ho finito la quarantena negli ultimi giorni, precisamente quando la vita stava ritornando nelle strade, mentre gran parte dell’Occidente sembrava stesse precipitando nel caos e nel panico. Per molti altri oltre che per me, i pesi nella bilancia cambiavano e ponevano una domanda: le misure restrittive prese dalla Cina possono essere un modello per il resto del mondo?
La verità è che non lo so.
Quello che ho visto è che il successo nel contenimento dell’epidemia non può essere collegato solamente al modello autoritario del sistema; è stato utilizzato in modelli democratici come Singapore, Taiwan e Corea del Sud, la quale sembra si stia dirigendo ad una veloce ripresa.
Quello che ho visto ancora è che la Cina e gli altri paesi asiatici che ce l’hanno fatta sembrano avere un consenso pubblico – una vasta scala di mobilitazioni popolari e una coordinazione ai livelli più alti, che, pur con tutte le sue colpe, è stato il punto di forza del Partito Comunista Cinese.
Quando le restrizioni sulla mobilità sono diventate più dure lo scorso mese, la più bassa unità del governo Cinese a cui io abbia mai fatto caso – il comitato di quartiere – subito è piombata nella mia vita. Il primo giorno della mia quarantena, i lavoratori mi hanno portato dentro un ufficio distrettuale che pullulava di 20 o 30 volontari, o qualcosa del genere, per raccogliere informazioni riguardo la mia identità, i viaggi che ho fatto, il mio posto di lavoro.
Ad alcuni volontari è stato assegnato il turno intorno all’orologio di fuori, dove dovevano affrontare il freddo con la giacca governativa per misurare la temperatura e controllare i permessi di viaggio per chiunque dovesse attraversare il blocco stradale.
L’ufficio di quartiere mi ha promesso che se avessi rispettato i miei 14 giorni di quarantena senza incidenti, avrei potuto avere anche io uno di quei permessi che mi avrebbe concesso di entrare nel mio quartiere – ma in nessuno diverso da questo.
Dopo una breve negoziazione con i volontari, ci siamo messi d’accordo sui termini della quarantena: potevo andare all’entrata del mio appartamento per incontrare i fattorini, ma loro non potevano entrare e io non potevo uscire. Un muscoloso volontario con la testa rasata e i pantaloni mimetici doveva occuparsi di far rispettare le leggi davanti all’entrata di casa mia.
In Cina, l’intero sistema si è stretto per poi rilassarsi in un circolo senza fine dove i funzionari governativi di alto livello emettevano decreti che venivano gradualmente ignorati prima di essere sostituiti da altri decreti. Come la marea dell’oceano viene mossa dalla forza di gravità terrestre, questo modello si applica a tutto: la censura di internet, l’anticorruzione, i prestiti bancari.
Una sera, quando i controlli del quartiere sembrava stessero rifluendo, mi sono sorpreso di trovare alla mia porta un fattorino che tentava di entrare dentro la mia zona rimasta senza difese per lasciare la cena. Più tardi, un amico si è avvicinato di soppiatto al nostro settimo piano – ovviamente, senza preavviso.
Alcuni giorni dopo, appena Pechino ha annunciato delle nuove misure di contenimento, il sistema è andato ancora su di giri. Il militare pattugliava ancora l’entrata di casa; il mio telefono veniva ancora bombardato di SMS automatici che mi ricordavano di segnalare la mia temperatura corporea all’app della città governativa “Bejing Hearts Helping Each Other”, che mi ero dimenticato di aprire per giorni.
Man mano che la quarantena procedeva, diventava divertente vedere i video su Twitter di persone in altri paesi azzuffarsi per la carta igienica e saccheggiare gli scaffali dei supermercati, perfino quando la mia situazione cominciò a diventare familiare, una sorta di routine senza problemi.
Molte volte al giorno, ordinavo su siti di e-commerce come Meituan e Taobao e poi andavo incontro al fattorino che mi portava del cavolo cinese e delle radici di loto, del salmone norvegese e delle costolette d’agnello.
Ho ordinato degli accessori per il computer per lavorare da casa e dell’attrezzatura da idraulico dopo che mi si è allagata la cucina. Molto spesso gli ordini attraverso il paese mi arrivavano entro 72 ore. Molti ordini mi arrivavano entro un’ora – sì, anche la carta igienica.
A casa guardavo le notizie dagli Stati Uniti scorrermi di fronte, come un angoscioso replay di quello che io e i miei colleghi ci ricordavamo della Cina delle settimane precedenti: lo stato di New York ha chiuso un’intera regione – la regione di Hubei in miniatura. Nei kit per i test in Usa c’erano delle profonde inadeguatezze – proprio come in Cina. L’amministrazione Trump ha ritardato la sua risposta all’epidemia e ha fuorviato il pubblico riguardo il problema – nello stesso modo si sono comportate le autorità sanitarie cinesi. Il presidente si è proposto di contenere il numero delle infezioni e lasciarle “where they are” – esattamente come è successo a Wuhan.
In Cina, nel frattempo, il paese si stava riprendendo, e i media nazionali si stavano prodigando per farlo sapere al resto del mondo. La narrazione della propaganda, però, che infastidiva l’immagine del presidente Xi Jinping e il suo ideologo Wang Huning, è andata molto oltre nel promuovere l’efficacia della risposta cinese dopo che il governo centrale iniziò a fare progressi a fine gennaio. La propaganda diceva che il recupero della Cina era la prova dell’efficienza del Partito, che la leadership autoritaria non era solo adatta, ma addirittura un superiore modo di governare.
Tutto questo è passato sopra al fatto che lo scoppio dell’epidemia sarebbe stato probabilmente evitato o maggiormente contenuto se fosse stato contrastato prima, o se gli informatori non fossero stati zittiti. I media di stato hanno celebrato i risultati della politica di quarantena in Cina e i suoi enormi sacrifici, quando, in realtà, non sono stati nominate studi come quello condotto dall’Università di Southampton – a cui ha preso parte un ricercatore del Centro per il Controllo delle Malattie di Wuhan – che ha messo in rilievo che il 95 per cento dei casi sarebbero stati evitati se le misure di contenimento fossero state attuate tre settimane prima.
Appena un ufficiale cinese è entrato in una polemica d’alto profilo con gli Stati Uniti dopo aver mostrato dei dubbi e strane teorie sull’origine del virus su Twitter, ha apparentemente spostato l’attenzione in un momento in cui il mondo avrebbe dovuto imparare dai risultati incontrovertibili ottenuti dalla Cina: come ha messo sotto controllo l’epidemia, almeno dopo i primi cari errori.
Dopo che la mia quarantena si era conclusa da qualche giorno, ho incontrato i miei amici nei ristoranti di Pechino che stavano lentamente riaprendo. I tempi sono cambiati, su questo siamo tutti d’accordo.
Un amico inglese ha detto che era molto spaventato all'idea di prendere un aereo per tornare a casa, dopo che le autorità sanitarie avevano proposto di lasciare che una gran parte della popolazione inglese venisse infettata per raggiungere “l’immunità di gregge”. Un amico, con la famiglia a New York, era preoccupato che sua madre non potesse permettersi il biglietto aereo per tornare in Cina, perché i prezzi stavano salendo vertiginosamente. Un altro amico ha detto che stava portando delle mascherine per i parenti in California, dove non erano più reperibili.
Tutto questo mi ha ricordato di una mattina in quarantena, quando ho incontrato due care vicine che si stavano rilassando sotto il sole invernale. Facendo eco alle classiche parole dei media di stato, loro si meravigliavano di come la Cina stesse trionfando sul virus, ma i governi meno competenti stessero precipitando nel caos.
Chiacchierando nel vivace tono del Mandarino del Nord e del nazionalismo dell’era-Xi, i discorsi delle signore suonavano un po’ insensibili, persino sgradevoli.
Guardando indietro, però, avevano ragione.
Fonte
Shih ha vissuto in quarantena per due settimane a Pechino, ed in un arco di tempo più ampio – sei settimane circa – ha potuto appurare i cambiamenti che stanno portando la Repubblica Popolare ad uscire dall’emergenza sanitaria; anzi più correttamente a “sconfiggere il virus”, come afferma nel titolo del pezzo e tornare alla normalità.
Il corrispondente ha visto gli ingranaggi della complessa macchina cinese bloccarsi, appena il governo ha emesso tutte le misure per contenere l’espansione del virus; e poi ripartire. Descrive come sia stato “tracciato” in continuazione, le misure intraprese per il “confinamento” della popolazione e poi la sua quarantena.
La cifra del successo, per Shih, è un mix di mobilitazione popolare – usa questa parola – a tutti i livelli e una ferrea direzione politica, che accomuna la Cina ad altri Stati asiatici sul punto di sconfiggere la pandemia, e non un risultato dell’”autoritarismo del Partito Comunista Cinese”. Il corrispondente parla espressamente di consenso, cioè di un rapporto di fiducia; cosa che – aggiungiamo noi – manca completamente nei confronti dell’establishment politico occidentale. Allo stesso tempo mostra la stratificazione dei corpi sociali intermedi, senza la cui partecipazione il successo non sarebbe stato garantito.
In sintesi, capiamo che ci troviamo di fronte ad una società, e non un semplice insieme di individui, e come lo Stato sia uno strumento della consapevolezza collettiva, capace di correggere le sue storture in caso di necessità e sotto la pressione popolare, marginalizzando probabilmente quella parte delle élite economica che anche lì, se avesse potuto, avrebbe agito diversamente. Qui da noi il “partito del PIL” ha invece dettato legge. E se ne vedono i drammatici risultati (a ieri sera, 35.713 contagiati in Italia, in proporzione alla popolazione, equivalgono a circa 830.000 in Cina; dove ne hanno avuti poco più di 80.000)...
“Sorprende”, stando ai luoghi comuni del mainstream occidentale, che Shih – seguendo le regole che gli sono state descritte/impartite dal “comitato di quartiere” per la quarantena – abbia potuto tranquillamente svolgere il suo lavoro, ordinando cibo e componenti informatiche che tra l’altro gli venivano consegnate in 72 ore: molti ordini mi arrivavano entro un’ora, segno di come la catena logistica non si è rotta anche nelle fasi più critiche dell’emergenza, ma sia stata gestita al meglio. Ci “stupisce” come un sms automatico gli chiedesse in continuazione di segnalare all’app della città governativa, “Bejing Herats Helping Each Other”, la temperatura corporea. Un monitoraggio sanitario continuo e in tempo reale.
Se paragonato alle esperienze di quarantena che abbiamo conosciuto alle nostre latitudini...
Shih non nasconde gli errori iniziali commessi nella gestione della malattia, ma conclude che la Cina “ha messo sotto controllo l’epidemia, almeno dopo i primi errori”. L’ultima parte, in cui fa il confronto con la gestione statunitense e quella britannica, è impietosa. Non l’anticipiamo se non per il paradosso della paura di tornare a casa, in Gran Bretagna, da parte di un sua amico inglese; o per l’irreperibilità delle mascherine in California.
Il finale non ve lo anticipiamo, perché da solo vale la lettura.
Aggiungiamo solo che, se un quotidiano come il Washington Post pubblica una tale testimonianza, vuol dire che il mondo sta velocemente cambiando e che gli sballati paradigmi dell’Occidente capitalista sono da gettare alle ortiche, per sempre.
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PECHINO – I negozi di alimentari si riempivano di prodotti e consumatori. Dietro l’angolo, si forma una linea davanti ad una bancarella che vende un morbido pane dolce al vapore. Il grigio vicolo ricoperto in mattoni della vecchia capitale imperiale, abbandonato da diverse settimane, si stava riempendo di nuovo di autisti appena autorizzati che cercavano di parcheggiare le loro Audi smisurate. Finalmente lo sapevo: Pechino stava pian piano, inconfondibilmente, ritornando alla normalità.
Sei settimane prima, ho visto la Cina cessare la sua attività appena il coronavirus è esploso a Wuhan, per poi espandersi in tutto lo stato e anche oltre. Per il mio lavoro, ho viaggiato per tutta la Cina, attraverso i viali deserti, gli aeroporti vuoti, nei vagoni dei treni senza persone. Ho visto gli ingranaggi della complessa macchina economica cinese, dai negozi di “noodle” sul bordo del marciapiede fino ai campus tecnologici che si stanno espandendo, bloccarsi sferragliando appena il governo ha emesso tutte le misure per contenere l’espansione del virus.
Per aiutare il tentativo di mappatura sociale dell’intera nazione – e, sospetto, per accontentare il sempre crescente appetito del governo cinese per i dati personali – ho dato con riluttanza il mio numero di telefono agli agenti governativi ad ogni stazione ferroviaria, ho fatto i check-in con l’app del telefono per entrare negli edifici adibiti a sedi di uffici e ho recitato il numero del mio passaporto solamente per mangiare in uno dei rari ristoranti che era rimasto aperto.
Da metà febbraio, i provvedimenti diventarono ancora più stretti.
Sono stati messi dei checkpoint di reticoli in tutti gli incroci nel centro di Pechino. I quartieri residenziali sono stati chiusi dopo le 22. Come tutti i viaggiatori arrivati in città dopo un breve viaggio, sono stato messo in quarantena a casa per 14 giorni.
Ho finito la quarantena negli ultimi giorni, precisamente quando la vita stava ritornando nelle strade, mentre gran parte dell’Occidente sembrava stesse precipitando nel caos e nel panico. Per molti altri oltre che per me, i pesi nella bilancia cambiavano e ponevano una domanda: le misure restrittive prese dalla Cina possono essere un modello per il resto del mondo?
La verità è che non lo so.
Quello che ho visto è che il successo nel contenimento dell’epidemia non può essere collegato solamente al modello autoritario del sistema; è stato utilizzato in modelli democratici come Singapore, Taiwan e Corea del Sud, la quale sembra si stia dirigendo ad una veloce ripresa.
Quello che ho visto ancora è che la Cina e gli altri paesi asiatici che ce l’hanno fatta sembrano avere un consenso pubblico – una vasta scala di mobilitazioni popolari e una coordinazione ai livelli più alti, che, pur con tutte le sue colpe, è stato il punto di forza del Partito Comunista Cinese.
Incontra il tuo amichevole comitato di quartiere
Quando le restrizioni sulla mobilità sono diventate più dure lo scorso mese, la più bassa unità del governo Cinese a cui io abbia mai fatto caso – il comitato di quartiere – subito è piombata nella mia vita. Il primo giorno della mia quarantena, i lavoratori mi hanno portato dentro un ufficio distrettuale che pullulava di 20 o 30 volontari, o qualcosa del genere, per raccogliere informazioni riguardo la mia identità, i viaggi che ho fatto, il mio posto di lavoro.
Ad alcuni volontari è stato assegnato il turno intorno all’orologio di fuori, dove dovevano affrontare il freddo con la giacca governativa per misurare la temperatura e controllare i permessi di viaggio per chiunque dovesse attraversare il blocco stradale.
L’ufficio di quartiere mi ha promesso che se avessi rispettato i miei 14 giorni di quarantena senza incidenti, avrei potuto avere anche io uno di quei permessi che mi avrebbe concesso di entrare nel mio quartiere – ma in nessuno diverso da questo.
Dopo una breve negoziazione con i volontari, ci siamo messi d’accordo sui termini della quarantena: potevo andare all’entrata del mio appartamento per incontrare i fattorini, ma loro non potevano entrare e io non potevo uscire. Un muscoloso volontario con la testa rasata e i pantaloni mimetici doveva occuparsi di far rispettare le leggi davanti all’entrata di casa mia.
In Cina, l’intero sistema si è stretto per poi rilassarsi in un circolo senza fine dove i funzionari governativi di alto livello emettevano decreti che venivano gradualmente ignorati prima di essere sostituiti da altri decreti. Come la marea dell’oceano viene mossa dalla forza di gravità terrestre, questo modello si applica a tutto: la censura di internet, l’anticorruzione, i prestiti bancari.
Una sera, quando i controlli del quartiere sembrava stessero rifluendo, mi sono sorpreso di trovare alla mia porta un fattorino che tentava di entrare dentro la mia zona rimasta senza difese per lasciare la cena. Più tardi, un amico si è avvicinato di soppiatto al nostro settimo piano – ovviamente, senza preavviso.
La app del tuo telefono vuole ascoltarti
Alcuni giorni dopo, appena Pechino ha annunciato delle nuove misure di contenimento, il sistema è andato ancora su di giri. Il militare pattugliava ancora l’entrata di casa; il mio telefono veniva ancora bombardato di SMS automatici che mi ricordavano di segnalare la mia temperatura corporea all’app della città governativa “Bejing Hearts Helping Each Other”, che mi ero dimenticato di aprire per giorni.
Man mano che la quarantena procedeva, diventava divertente vedere i video su Twitter di persone in altri paesi azzuffarsi per la carta igienica e saccheggiare gli scaffali dei supermercati, perfino quando la mia situazione cominciò a diventare familiare, una sorta di routine senza problemi.
Molte volte al giorno, ordinavo su siti di e-commerce come Meituan e Taobao e poi andavo incontro al fattorino che mi portava del cavolo cinese e delle radici di loto, del salmone norvegese e delle costolette d’agnello.
Ho ordinato degli accessori per il computer per lavorare da casa e dell’attrezzatura da idraulico dopo che mi si è allagata la cucina. Molto spesso gli ordini attraverso il paese mi arrivavano entro 72 ore. Molti ordini mi arrivavano entro un’ora – sì, anche la carta igienica.
A casa guardavo le notizie dagli Stati Uniti scorrermi di fronte, come un angoscioso replay di quello che io e i miei colleghi ci ricordavamo della Cina delle settimane precedenti: lo stato di New York ha chiuso un’intera regione – la regione di Hubei in miniatura. Nei kit per i test in Usa c’erano delle profonde inadeguatezze – proprio come in Cina. L’amministrazione Trump ha ritardato la sua risposta all’epidemia e ha fuorviato il pubblico riguardo il problema – nello stesso modo si sono comportate le autorità sanitarie cinesi. Il presidente si è proposto di contenere il numero delle infezioni e lasciarle “where they are” – esattamente come è successo a Wuhan.
In Cina, nel frattempo, il paese si stava riprendendo, e i media nazionali si stavano prodigando per farlo sapere al resto del mondo. La narrazione della propaganda, però, che infastidiva l’immagine del presidente Xi Jinping e il suo ideologo Wang Huning, è andata molto oltre nel promuovere l’efficacia della risposta cinese dopo che il governo centrale iniziò a fare progressi a fine gennaio. La propaganda diceva che il recupero della Cina era la prova dell’efficienza del Partito, che la leadership autoritaria non era solo adatta, ma addirittura un superiore modo di governare.
La Cina celebra le proprie preghiere
Tutto questo è passato sopra al fatto che lo scoppio dell’epidemia sarebbe stato probabilmente evitato o maggiormente contenuto se fosse stato contrastato prima, o se gli informatori non fossero stati zittiti. I media di stato hanno celebrato i risultati della politica di quarantena in Cina e i suoi enormi sacrifici, quando, in realtà, non sono stati nominate studi come quello condotto dall’Università di Southampton – a cui ha preso parte un ricercatore del Centro per il Controllo delle Malattie di Wuhan – che ha messo in rilievo che il 95 per cento dei casi sarebbero stati evitati se le misure di contenimento fossero state attuate tre settimane prima.
Appena un ufficiale cinese è entrato in una polemica d’alto profilo con gli Stati Uniti dopo aver mostrato dei dubbi e strane teorie sull’origine del virus su Twitter, ha apparentemente spostato l’attenzione in un momento in cui il mondo avrebbe dovuto imparare dai risultati incontrovertibili ottenuti dalla Cina: come ha messo sotto controllo l’epidemia, almeno dopo i primi cari errori.
Dopo che la mia quarantena si era conclusa da qualche giorno, ho incontrato i miei amici nei ristoranti di Pechino che stavano lentamente riaprendo. I tempi sono cambiati, su questo siamo tutti d’accordo.
Un amico inglese ha detto che era molto spaventato all'idea di prendere un aereo per tornare a casa, dopo che le autorità sanitarie avevano proposto di lasciare che una gran parte della popolazione inglese venisse infettata per raggiungere “l’immunità di gregge”. Un amico, con la famiglia a New York, era preoccupato che sua madre non potesse permettersi il biglietto aereo per tornare in Cina, perché i prezzi stavano salendo vertiginosamente. Un altro amico ha detto che stava portando delle mascherine per i parenti in California, dove non erano più reperibili.
Tutto questo mi ha ricordato di una mattina in quarantena, quando ho incontrato due care vicine che si stavano rilassando sotto il sole invernale. Facendo eco alle classiche parole dei media di stato, loro si meravigliavano di come la Cina stesse trionfando sul virus, ma i governi meno competenti stessero precipitando nel caos.
Chiacchierando nel vivace tono del Mandarino del Nord e del nazionalismo dell’era-Xi, i discorsi delle signore suonavano un po’ insensibili, persino sgradevoli.
Guardando indietro, però, avevano ragione.
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