Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/07/2022

Non è successo niente: Draghi lascia il posto al suo pilota automatico

Con un tempismo straordinario, la crisi di governo che si è consumata negli ultimi giorni ha visto il Presidente del Consiglio Draghi presentare le sue dimissioni definitive esattamente nello stesso giorno in cui la Banca Centrale Europea (BCE), per bocca della sua Presidente Christine Lagarde, ufficializzava delle importanti, e funeste, novità per quanto riguarda la politica monetaria dell’area euro. La misura più appariscente riguarda un aumento dei tassi di interesse, il primo dopo undici anni e di ammontare doppio rispetto a quanto sembrava nell’aria nelle settimane passate. Come già avevamo avuto modo di discutere approfonditamente, questo provvedimento ha due precise implicazioni. Da un lato, è un attacco diretto al potere d’acquisto della stragrande maggioranza della popolazione, sacrificato sull’altare della difesa dei profitti. Dall’altro, è un’ulteriore mazzata alla stagnante economia europea, sempre più avviluppata nelle autoinflitte conseguenze economiche della guerra in Ucraina.

Non finisce qui, purtroppo. Contestualmente, la BCE ha anche varato un nuovo strumento di politica monetaria, il Transition Protection Instrument (TPI), ossia il famigerato scudo anti-spread. Il tempismo stupisce, e preoccupa, perché il TPI rappresenta la più aggiornata e rifinita evoluzione del famigerato “pilota automatico”, termine coniato proprio dal Draghi Presidente della BCE per definire quell’insieme di strumenti di disciplina fiscale che avrebbero garantito la rigida applicazione dell’austerità e delle politiche neoliberiste in ciascun Paese membro dell’Unione Europea a prescindere dall’indirizzo politico del governo di turno.

Con il “pilota automatico”, le istituzioni europee hanno dimostrato di riuscire a condizionare la politica economica dei Paesi membri attraverso il ricatto dello spread: qualsiasi governo, di qualsiasi colore politico e indirizzo ideale, sarebbe stato costretto a conformarsi alle prescrizioni della Commissione Europea dalla minaccia dell’instabilità finanziaria, una minaccia che si materializzava non appena la BCE allentava il suo sostegno monetario. Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e poi Italia hanno dovuto applicare – dal 2010 ad oggi – le rigide agende politiche neoliberiste prescritte dalla Commissione per non ritrovarsi abbandonati dalla BCE in balia della speculazione finanziaria. Lo strumento tecnico attraverso cui si esercita il ricatto dello spread è rappresentato dagli acquisti di titoli del debito pubblico effettuati dalla BCE: quando questa acquista, ad esempio, i titoli di Stato italiani, ne sostiene la domanda e dunque riduce il tasso di interesse che l’Italia deve pagare ai creditori; specularmente, quando la BCE riduce i suoi acquisti di quei titoli, l’Italia vede crescere il costo del suo debito pubblico e compromette la sua stabilità finanziaria.

Come dicevamo, il 21 luglio, mentre il premier italiano Draghi presentava le sue dimissioni, la BCE introduceva il TPI, un nuovo strumento attraverso cui acquistare titoli di Stato sui mercati finanziari per governare i tassi di interesse nell’area dell’euro. Il TPI consente alla BCE di acquistare titoli pubblici di uno Stato membro solo a condizione che siano verificate quattro condizioni: a) disciplina fiscale, b) stabilità macroeconomica, c) sostenibilità del debito pubblico ed infine d) rispetto delle condizioni del PNRR e delle altre raccomandazioni della Commissione Europea.

La prima condizione implica sostanzialmente che il Paese in questione non stia accumulando nuovo debito, cosa possibile solo aumentando le tasse e tagliando la spesa sociale, la sanità pubblica, le pensioni ed i servizi pubblici. La seconda condizione richiede invece l’assenza di quelli che la Commissione Europea definisce “squilibri macroeconomici”, che includono anche – per fare un esempio – un tasso troppo elevato di crescita dei salari: per carità! La terza condizione prevede una valutazione della BCE circa la sostenibilità del debito pubblico: per capire l’arbitrarietà di questa valutazione, basti pensare che la Grecia venne dichiarata prossima al fallimento con un debito pubblico pari al 120% del PIL e, successivamente, venne promossa a Paese virtuoso con un debito pubblico prossimo al 200% del PIL. Miracolosamente, la valutazione della BCE era cambiata drasticamente quando la Grecia aveva firmato un memorandum of understanding che ha impegnato i governi che si sono succeduti nel decennio successivo a mettere in ginocchio la società greca attraverso le più rigide politiche di austerità, in quello che potremmo definire come il primo esperimento di “pilota automatico”.

Infine, il quarto requisito di accesso al TPI richiede che il Paese beneficiario degli acquisti della BCE stia rispettando tutti gli impegni assunti nell’ambito del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), cioè le famose 528 condizioni capestro, nonché tutte le prescrizioni della Commissione contenute nelle periodiche Raccomandazioni Specifiche per Paese. Finalmente, e si spera in maniera definitiva, viene messa una pietra tombale sopra alla favola, che ci è stata raccontata negli ultimi due anni, circa le virtù salvifiche di questo PNRR, che ci era stato venduto come un regalo delle istituzioni europee privo di qualsiasi condizionalità, e che invece si rivela essere l’ennesimo cavallo di Troia dell’austerità: mancare un obiettivo stabilito nel PNRR significa perdere lo scudo della BCE sui mercati finanziari e finire in balia della speculazione finanziaria. Con il PNRR, dunque, le istituzioni europee sono riuscite ad estendere a tutti gli Stati membri quella camicia di forza che aveva consentito di piegare l’economia greca alle violente politiche di smantellamento dello stato sociale, di attacco alle pensioni e ai salari e di precarizzazione del lavoro. Difatti, il PNRR non fa che impegnare i Paesi in un’agenda neoliberista a tappe forzate: se una di queste tappe viene mancata, la speculazione finanziaria può scagliarsi contro il Paese “indisciplinato” nella piena certezza che la BCE non interverrà, perché così funziona il TPI, come d’altronde già abbondantemente previsto.

Così, proprio mentre Draghi abbandona Palazzo Chigi sbattendo la porta, la sua spregiudicata agenda politica neoliberista rientra dalla finestra attraverso il nuovo strumento di politica monetaria della BCE. Davanti al fallimento politico dell’ennesimo governo tecnico imposto al Paese, la classe dirigente europea rispolvera l’arma del ricatto del debito che tanto efficace si è dimostrata, in passato, come strumento di disciplina delle economie europee a suon di spread.

Gli eventi di questi ultimi giorni ci ricordano anche che, qualsiasi sarà l’esito delle elezioni del prossimo 25 settembre, il programma di governo è già pronto ed è scritto nero su bianco nel PNRR, messo appunto dall’esecutivo Draghi e vincolante per chiunque uscirà vittorioso dalle urne per tutta la durata della legislatura, pena l’esplosione dell’instabilità finanziaria sotto la spinta della BCE. Salvini, Letta e Meloni potranno così azzuffarsi sulle briciole e sulle quisquilie, consapevoli che l’agenda di politica economica e sociale sarà la stessa, chiunque di essi prevalga, perché questa è la naturale e unica conseguenza dell’adesione cieca alla politica del pilota automatico di matrice europea. E, visto che stiamo entrando in campagna elettorale, è buffo osservare che pezzi degli stessi partiti che hanno sostenuto il governo Draghi ora provino improvvisamente a rimettere i panni barricaderi, con una divisione dei ruoli fra poliziotto buono e poliziotto cattivo che era insopportabile prima ed è intollerabile ora che escono dalla prova del governo.

Noi da parte nostra ripetiamo che niente di buono potrà venire da questi, ma continuiamo a riporre speranza in chi – finora fuori dall’arco parlamentare – in questi anni ha coerentemente individuato il meccanismo europeo quale uno dei fattori di controllo degli interessi della classe lavoratrice. La strada da fare è ancora molto lunga, ma il cammino è iniziato.

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06/07/2021

Roma: morire di debito o sfidare il commissariamento

Da troppi anni Roma versa in una situazione di disagio e abbandono, specialmente nelle sue aree più periferiche e popolari. Quel che accade a Roma è ormai arcinoto: carenza di servizi, emergenza abitativa, buche su ogni tipo di strada, spazzatura che resta non raccolta per giorni, disservizi al trasporto pubblico locale, impoverimento dell’offerta culturale. La lista sarebbe ancora lunga, ma fermiamoci qui. Come vedremo, si tratta del frutto di precise scelte politiche messe in atto, senza distinzione di colore politico, dalle amministrazioni che hanno guidato Roma negli ultimi decenni. Chi ha governato Roma, infatti, ha scelto di brandire e usare l’austerità imposta dalle norme nazionali ed europee per effettuare tagli su tagli al tessuto pubblico e sociale della città.

Lo Stato centrale e, a cascata, tutti gli enti locali devono sottostare al pareggio di bilancio previsto dai trattati europei (il famigerato Fiscal Compact), che meglio di ogni altra regola incarna il disegno politico dell’austerità. Significa, in breve, che amministrazioni centrali ed enti locali possono spendere (per garantire servizi) solo nella misura in cui riscuotono (tramite le tasse), senza avere la possibilità di indebitarsi per coprire le spese non coperte dalle entrate fiscali. Al di là della retorica liberista, questo dispositivo ha degli obiettivi economici e politici ben precisi: vietare il ricorso alla spesa in disavanzo significa far venir meno il principale strumento di stimolo alla crescita economica, rendendo in questo modo impossibile una piena fornitura di servizi, lo sviluppo della città e, in ultima istanza, il perseguimento della piena occupazione. Non è un caso che tutte le principali capitali europee abbiano fatto ricorso al debito per poter sostenere quelle spese che hanno garantito lo sviluppo urbano: la città di Berlino, esempio di efficienza e con un’offerta di servizi che va ben al di là di quella romana, ha un debito di 60 miliardi di euro; Londra è indebitata per 12 miliardi di sterline; Madrid assorbe il 25% di tutto il debito pubblico spagnolo; la città di New York, infine, ha un debito di 1,2 miliardi di dollari. Anche qui, l’elenco sarebbe ancora lungo, ma il messaggio è che far crescere, sviluppare e manutenere una città, specialmente se di grandi dimensioni come Roma, costa, e costa certamente più di quello che i residenti possono pagare di tasca loro con le tasse, già straordinariamente elevate a livello locale rispetto al resto d’Italia.

In questo contesto, tuttavia, chi amministra una qualsiasi città europea si deve confrontare con il già citato pareggio di bilancio e con i suoi effetti su tutti gli enti locali. Se un qualsiasi amministratore locale del nostro Paese decidesse di spendere, per la sua città, più di quello che riscuote con le tasse, finirebbe per incrementare l’intero debito pubblico italiano. Di conseguenza finirebbe, con ogni probabilità, sotto l’occhio malevolo del Governo centrale. Ciò accade perché il pareggio di bilancio va rispettato in aggregato come Paese, e la funzione degli enti locali è quella di collaborare al raggiungimento di tale obiettivo. Ed ecco che le città si vedono costrette a tagliare la spesa per servizi o ad alzare i proventi. Inoltre, la necessità di reperire risorse spinge molti enti locali a privarsi del proprio patrimonio tramite privatizzazione di aziende ex municipalizzate o vendita del patrimonio immobiliare, spesso a prezzi favorevolissimi per quei pochi che, opportunisticamente, acquistano. E Roma in particolare, con il suo sterminato patrimonio artistico, culturale, il suo enorme bacino di servizi pubblici e il suo immenso patrimonio immobiliare, costituisce una preda molto ambita.

Le conseguenze più immediate sulla pelle dei cittadini romani e di tutti i Comuni costretti a operare tagli particolarmente gravosi sono sotto gli occhi di tutti. In ossequio ai dettami europei, si inasprisce la pressione fiscale e si tagliano servizi fondamentali: addio interventi urbanistici, edilizia pubblica, manutenzione del servizio idrico e del manto stradale, trasporto pubblico locale, manutenzione delle scuole, spesa per beni e attività culturali. Questo comporta che le città, soprattutto le periferie, diventino sempre più invivibili.

Ma c’è di più. Dal 2008, a Roma è entrata in scena la ‘gestione commissariale’. Sostanzialmente, la gestione del bilancio è sottoposta ad un controllo esterno, quello di un Commissario nominato dal Governo, in quanto il Comune aveva accumulato circa 12 miliardi di debito. Nel 2019, il decreto ‘Salva Roma’ ha previsto la fine della gestione commissariale per il 2021, e su questo fronte sono ancora attesi sviluppi. Ad oggi, in ogni caso, la gestione del debito, condotta da amministrazioni di centrosinistra, centrodestra e Cinque Stelle, ha di fatto schiacciato la capitale e soprattutto le fasce più deboli della popolazione che vi risiede, quelle che più necessitano di servizi pubblici.

Come dicevamo, Roma deve raggiungere il pareggio di bilancio, in ossequio all’applicazione dei trattati europei. Andando ad analizzare il bilancio della città, però, notiamo come ogni anno appaiano, insieme alle altre voci di spesa, 200 milioni di euro che non sono destinati a servizi pubblici e a beneficio della collettività, ma sono invece ‘sequestrati’ da un inflessibile piano di rientro con il quale Roma contribuisce al ripagamento del suo debito accumulato. Questi 200 milioni vengono infatti deviati su un apposito ‘bilancio straordinario’, una creatura che, a partire dal 2008, fornisce la misura delle risorse che vengono sottratte alla città e dedicate al rimborso dei 12 miliardi di debito pregresso. In altri termini, dal 2008 Roma non opera in pareggio come potrebbe sembrare ad un primo sguardo al bilancio ‘ordinario’, ma in avanzo, ogni anno, per 200 milioni. Detto in soldoni, il valore dei servizi offerti dalla città è ben minore delle tasse (e delle multe) pagate dai romani. A questi 200 milioni, recuperati dal Comune attraverso l’addizionale Irpef più alta d’Italia (ossia, tramite una extra-tassa sui redditi, compresi quelli da lavoro), se ne aggiungono altri 300 versati annualmente dallo Stato, e sappiamo che le tasse sui redditi da lavoro sono una delle principali voci di entrata dell’Erario.

Diamo un rapido sguardo ai bilanci per comprendere meglio la dinamica in atto. Nel 2007, il Comune di Roma raccoglieva 1,4 miliardi tra tasse e tributi, mentre nel 2019 arrivava a 2,5 miliardi. Le imposte locali sono passate nello stesso periodo di tempo da 530 a 900 euro annui pro-capite. I proventi delle multe si attestavano sui 300 milioni nel 2008, per toccare un picco di 500 milioni nel 2015. Il tutto a fronte di un reddito pro-capite stagnante, fermo, da ormai 10 anni, sui 23 mila euro annui, contro gli oltre 30 mila di città come Milano (per le quali il maggior gettito rende il pareggio di bilancio un vincolo meno stringente). Redditi relativamente bassi e stagnanti, combinati a tasse e imposte che aumentano, implicano, inequivocabilmente, perdita del potere d’acquisto per i cittadini e in particolare per i lavoratori. Roma avrà compensato tale perdita attraverso una maggiore offerta di servizi? Assolutamente no, e non poteva che essere così stando al combinato disposto del pareggio di bilancio e del piano di rientro. Anche qui, qualche dato: dal 2007 al 2019, spese e investimenti in urbanistica e territorio sono passati da 253 a 38 milioni, mentre quelli per l’edilizia pubblica e popolare da 89 a 10 milioni; le spese per la mobilità e i trasporti sono state dimezzate, passando da 1,9 miliardi a 1 miliardo (tra queste le spese per la manutenzione delle strade è scesa da 236 a 202 milioni); le spese e gli investimenti sul fronte dell’istruzione e del diritto allo studio sono passate da 510 a 409 milioni; le spese e gli investimenti per il servizio idrico da 40 a 8 milioni; le spese per la cultura da 187 a 125 milioni; le spese per lo sport e il tempo libero da 18 a 11 milioni. L’emergenza Covid-19 non può far altro che peggiorare questo quadro, in quanto la perdita di posti di lavoro e di reddito farà verosimilmente diminuire le entrate: per continuare a rispettare il pareggio di bilancio, si dovrà, prima o poi, rivedere ulteriormente al ribasso qualche voce di spesa.

Sono numeri impietosi che raccontano una storia di tagli e di riduzione dell’offerta di servizi che ha coinvolto tutte le amministrazioni che si sono alternate al Campidoglio, e che hanno contribuito, nel rispetto del pareggio di bilancio e del piano di rientro, a fare restare Roma schiacciata nella morsa del debito. Nulla di tutto questo è, però, un elemento naturale e immutabile. Far pagare il debito alle cittadine e ai cittadini con le tasse è una scelta politica, dunque suscettibile di essere cambiata con le prossime elezioni. Il riscatto di Roma passa necessariamente per la rottura di questo vincolo: i soldi per garantire servizi pubblici degni di questo nome si trovano abolendo la regola del debito imposta con il Commissariamento. L’obiettivo, quindi, non è liberarci dal debito, ma dal ricatto del debito. Il problema, infatti, non è il debito in sé, ma come questo debito viene amministrato. Anche se immaginassimo di liberarci dall’onere del debito pregresso, ci ritroveremmo col cappio al collo del pareggio di bilancio, lo stesso che costringe Roma, oggi, a spendere solo nella misura di quanto incassa, quando invece servirebbero sforzi pubblici ben più importanti per garantire servizi decenti e decoro a molti quartieri della città.

Come uscire, dunque, da questo ricatto? Innanzitutto, con un progetto politico che preveda una serie di interventi che possano effettivamente dare sostegno alle istanze delle classi popolari, un progetto fatto di investimenti massicci nei servizi pubblici, che migliorano le condizioni materiali di vita della stragrande maggioranza della popolazione cittadina. A questo punto sorge spontanea la domanda: come si può fare tutto ciò? Qualsiasi amministrazione che intenda affrontare seriamente questo tema sarà chiamata a scontrarsi con le attuali regole della finanza pubblica e dovrà emanciparsi dal giogo del pareggio di bilancio e dal cappio del piano di rientro. Per risollevare Roma e restituire dignità alla città delle classi meno abbienti, quella che esiste fuori dal lusso di un centro ormai iper-turistificato, serve spendere, non ci si può girare intorno. Sarà necessario fare tutto il debito che serve. Lo si può fare emettendo titoli pubblici, al pari di quanto fa lo Stato, e reperendo in questo modo le risorse necessarie a fare le spese di cui Roma e le sue classi popolari hanno bisogno.

Qui vengono al pettine i nodi politici dei problemi economici che stanno mortificando la città di Roma. Un’eventuale rottura dei vincoli di bilancio da parte di un singolo Comune, infatti, porterebbe inevitabilmente verso l’ipotesi di commissariamento di quel Comune da parte del Governo centrale. Per garantire il rispetto del piano di rientro imposto agli enti locali, infatti, lo Stato centrale può arrogarsi il diritto di commissariare un Comune, sostituendo al sindaco eletto dal voto popolare un Commissario straordinario che funge da liquidatore fallimentare, incaricato di imporre ai romani il piano di rientro. Questo è un piano ineludibile del confronto politico: qualsiasi forza politica che voglia risollevare le sorti della città di Roma deve sfidare il Governo centrale sul tema del debito e confrontarsi con l’inevitabile minaccia di commissariamento. Sarebbe allora chiaro che i soldi ci sono, se c’è la volontà politica: da un lato, ci sarebbe un Sindaco che vuole garantire condizioni di vita civili nella sua città, costi quel che costi, e dall’altro un Governo centrale che è interessato solo a garantire il rispetto dell’austerità europea, costi quel che costi.

Il commissariamento di Roma ci insegna, plasticamente, che il problema non è il debito in sé, ma i tagli e l’austerità imposti per abbattere il debito. La battaglia per una Roma migliore, quindi, passa per una precisa scelta di campo: si può scegliere di continuare a rendere la quotidianità di chi non appartiene alle classi privilegiate una corsa ad ostacoli, fatta di disagio e abbandono, brandendo l’arma dell’austerità e del piano di rientro; oppure si può scegliere di schierarsi dalla parte della stragrande maggioranza dei cittadini di Roma, che chiede più servizi pubblici, un trasporto pubblico funzionante, una città dove l’immondizia non è un elemento del panorama urbano e molto altro. La seconda opzione è percorribile, è reale, e richiede di allargare l’orizzonte oltre il Grande Raccordo Anulare, andando a mettere in discussione tutti quei vincoli europei che fanno arricchire pochi profittatori sulle spalle e sulla fatica dei moltissimi. Noi sappiamo da che parte stare.

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22/03/2021

Varoufakis: “Il Recovery Fund è una truffa, c’è uno maremoto in arrivo”

Varoufakis, per qualche tempo, è stato il campione di quanti pensavano di poter “cambiare l’Unione Europea”. Dall’alto della sua competenza e dell’esperienza diretta fatta nei sei mesi da ministro dell’economia di Atene, nel primo governo Syriza, aveva provato persino a mettere in piedi un movimento europeo fondato su quell’ipotesi. Naufragato, come sappiamo.

Lo spazio politico per “riformare l’Unione Europea” semplicemente non esiste, oppure è irrealistico sulla base dei rapporti attuali tra classi e Paesi.

Dunque che sia lui – oggi – il più duro critico della UE e del governo Draghi, lungi dall’essere sorprendente, è la dimostrazione che “i fatti hanno la testa dura” e le persone intelligenti lo sanno almeno riconoscere.

L’intervista che qui vi proponiamo, tradotta da L’Antidiplomatico, distrugge completamente la retorica e le attese intorno al Recovery Fund. Ma soprattutto indica il vero problema del dopo-pandemia: il ritorno pressoché immediato dell’austerità, visto che i relativi trattati europei (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc) non sono stati affatto cambiati, ma solo “temporaneamente sospesi”.

Buona lettura.

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Non era stato tenero, per usare un eufemismo, dopo la scelta di Mario Draghi di affidarsi alla multinazionale Usa McKinsey come consulente sul Recovery Fund, non lo è stato neanche adesso, l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis rincarando la dose: non solo sul Recovery Fund, ma sull’intero piano di ristrutturazione economica post pandemia per l’Europa.

Intervistato da Daniel Denvir – della Lannan Foundation and Haymarket Books – sulla scelta dei paesi dell’UE sul debito comune come collante di qualsiasi unione monetaria, resta scettico.

Inoltre, l’ex ministro greco ricorda come i governi di Grecia, Spagna, Italia dovranno affrontare “una stupida regola”: far quadrare i bilanci. un deficit del 15%, causa pandemia, nel 2021 dovranno farlo scendere a zero. In che modo? Alla solita maniera, tagli ai salari, pensioni e sistema sanitario. Dal pantano economico non si esce con i 310 miliardi, non 750 del Recovery Fund sbandierati da media e politicanti, lo 0,65% del Pil dell’UE.

Varoufakis, questa grande truffa del Recovery Fund, la spiega partendo dall’esempio degli Stati Uniti d’America.


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Immagina di vivere negli Stati Uniti, in cui non c’è nessun Governo federale, una Tesoreria federale, ma c’è una FED, una Banca centrale USA, a cui non è permesso di salvare l’Arizona o il Missouri. Ricordate che nel 2008, il grande Stato del Nevada, che ha più o meno le stesse dimensioni dell’Irlanda,ed è basato su una bassa tassazione per le società e le costruzioni.

Immagina di essere nel 2008 quando tutto è crollato, con la proprietà immobiliare e le banche che sono andate in malora.

Immagina che il Governatore del Nevada avesse preso prestiti internazionali per pagare le Banche e la disoccupazione dei lavoratori edili a Las Vegas e ovunque stavano costruendo case. Allora immediatamente ciò che sarebbe successo è che il Nevada sarebbe andato in bancarotta e se il suo Governatore fosse andato al Fondo Monetario internazionale e avrebbe ottenuto un prestito a condizione dell’austerità, tagliando i salari e le pensioni, e quindi spingendo metà dei cittadini fuori dal Nevada. Lo Stato sarebbe andato ancora di più un bancarotta.

Questo è quello che è successo tra il 2010 e il 2020 in Europa. Questo che ho descritto è il funzionamento della zona euro.

Immagina, quindi, che 10, 12 anni dopo il Covid-19 arrivi in questo tipo di “Stati Uniti” che ho descritto, e che i ‘grandi’ e ‘buoni’ leader si riuniscano e concordino sul fatto che è il momento di avere un debito comune e di trasferire denaro tra i vari Stati.

Immagina che, rispetto al 7 o 8% del PIL che gli attuali governi stanno usando come stimolo fiscale, abbiano concordato di impegnare uno 0,7%. La prima cosa che diresti è: ‘Ragazzi, troppo poco e troppo tardi‘

In secondo luogo, ancora peggio, immagina se l’accordo fosse il seguente: i governatori degli Stati si sono seduti attorno ad un tavolo e sono arrivati all’accordo di accendere un “debito comune” – loro parlano di 750 miliardi, ma quando abbiamo guardato i numeri erano 310. Molto meno di quello pubblicizzato.

Oltre a questo, hanno concordato in anticipo come investire questo denaro. Ora, quanto otterrebbe l’Arizona? Quanto il Missouri?

Hanno deciso l’importo prima ancora di conoscere l’impatto del Covid-19 sia sui servizi sanitari, sia sulle economie di questi Stati. La Stato di New York e della California, che sono donatori, perché Stati più ricchi, dovrebbero concordare quanto debito assumere per conto del Missouri e del Nevada prima di avere i dati.

Se i Governatori di New York e California dicessero ‘no amico, non sono d’accordo‘? Allo stesso tempo ho un po’ di simpatia per il primo ministro olandese, pur non essendo della mia parte politica, quando dice ‘non parlarmi di solidarietà. Perché se italiani e greci mi chiedono solidarietà, io metto le mani in tasca e prendo i soldi che ho. Questa è la solidarietà: dai miei risparmi ti dò dei soldi. Ma la solidarietà non mi impone di entrare in banca con te e ottenere un prestito comune. Quindi, fuori dalle palle’.

Sono d’accordo con lui, perché la questione non è la solidarietà, è il buon senso. Il bello di un’autentica unione fiscale è che è automatizzata, almeno nella sua prima fase.

Quindi, torniamo al 2008, con il mio esempio Nevada-Irlanda. Il Governatore del Nevada non ha dovuto negoziare con nessuno. Automaticamente la Federal Deposit Insurance Corporation, istituzione governativa, la Federal Reserve, Banca centrale degli USA, hanno rilevato le banche fallite del Nevada, ne hanno vendute alcune, fuse altre, e salvate il resto.

Lo Stato, i cittadini del Nevada non hanno pagato per questo. Lo ha fatto la FED. Indennità, sussidi, cure mediche, stipendi, venivano pagati automaticamente dai californiani e dai newyorkesi, ma senza nessun abbraccio politico su chi riceve cosa o chi prende in prestito per prestare a qualcun altro. Se ci fosse quel processo di contrattazione politica negli Stati Uniti, entrerebbero in una nuova guerra civile tale da far sembrare la versione del 1860 una passeggiata in giardino.

Scusatemi, ma non celebrerò questi accordi ridicoli da parte dell’UE, soprattutto quando non discutono ‘dell’elefante nella stanza’.

Di cosa parlo? Hanno accettato di dividere 310 miliardi, la miseria dello 0,65% del PIL, cioè niente, non vale nemmeno parlarne da un punto di vista macroeconomico. Mentre abbiamo avuto queste discussioni su una cifra insignificante. non stanno parlando della vera minaccia: abbiamo uno tsunami in arrivo, tutti lo stanno ignorando.

L’austerità è questo tsunami, l’elefante nella stanza. Perché sai, l’anno prossimo il governo greco, italiano, spagnolo dovranno cominciare a far quadrare i loro bilanci. Come negli Stati Uniti, dove gli Stati devono far quadrare i loro bilanci, qui abbiamo una regola altrettanto stupida.

Cosa significa questo? Il nostro governo, come quello italiano e spagnolo, sta per avere un deficit di bilancio del 15% del PIL. Per passare da meno 15 a zero, è necessaria un’austerità fatta di tagli di almeno il 10%. Tagli alle pensioni, ai salari, riduzione degli investimenti nel settore sanitario.

la scelta di Mario Draghi di affidarsi alla multinazionale Usa McKinseyQuando i greci, gli italiani, i tedeschi, più o meno alla fine del 2021, si risveglieranno da questo pantano del Covid-19, cosa succederà? Un enorme martello li colpirà. La mazza dell’austerità derivanti dalle stupide regole fiscali. Questo è un altro modo dell’Unione Europea di non adempiere ai suoi doveri.

Il mio messaggio ai miei amici in America è di smetterla di celebrare l’Europa come la via da seguire. Non lo è.

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09/02/2021

La Bce conferma che “il debito pubblico va pagato”, anche con la pandemia

Se qualcuno pensava che nei centri decisionali europei qualcosa fosse cambiato, è arrivata una doccia fredda che forse potrà svegliarlo. Il debito pubblico che gli Stati europei, Italia compresa, hanno contratto durante la pandemia di coronavirus, per fare fronte alla crisi, dovranno essere ripagati e non potranno essere cancellati.

Ad affermarlo molto esplicitamente, in un’intervista al Journal du Dimanche, è stata Christine Lagarde la presidente della Bce, che ha sostituito nel 2019 Mario Draghi. La Lagarde ha replicato seccamente e chiuso la porta all’appello lanciato da un centinaio di economisti europei (tra cui Thomas Piketty) che chiedevano la cancellazione dei debiti pubblici detenuti dalla Banca centrale europea per facilitare la ricostruzione sociale ed ambientale post-pandemia. Ipotesi simili erano state accennate anche dal presidente del Parlamento europeo Sassoli. Ma la gabbia dei Trattati non sembra affatto pensata per allargare le sbarre.

“La cancellazione di questi debiti è impensabile. Sarebbe una violazione del trattato europeo che vieta in modo categorico il finanziamento monetario degli Stati”, ha affermato la Lagarde. Per la presidente della Bce “questa regola costituisce uno dei pilastri fondamentali dell’euro. Il trattato europeo è stato accettato ed è stato ratificato liberamente e volontariamente dagli Stati membri dell’Ue”.

Non solo. Per la Lagarde la discussione sulla cancellazione del debito è tempo perso. “Se l’energia consumata a richiamare una cancellazione del debito da parte della Bce fosse dedicato a un dibattito sull’utilizzazione di questo debito sarebbe molto più utile”, ha sottolineato la presidente della Bce secondo cui il tema “essenziale” è “Su quali settori del futuro investire?”.

Tutti i paesi dell’area dell’euro, ha sottolineato la Lagarde, “usciranno da questa crisi con dei livelli di debito elevato. Non c’è alcun dubbio che riusciranno a rimborsarli. I debiti si gestiscono nel lungo periodo. Gli investimenti realizzati nei settori determinanti per il futuro creeranno una crescita più forte. La ripresa creerà posti di lavoro”.

Un vero e proprio dogma, quello della Bce e della Lagarde, che la realtà di questi decenni si è incaricata di smentire fin troppo bruscamente.

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18/12/2020

Recovery fund, i conti sui sussidi danno saldo negativo per l’Italia

Bisogna sempre guardare dentro i “trattati europei” e mai fidarsi delle dichiarazioni dei boss di Bruxelles, e ancor meno dei gazzettieri retribuiti per rilanciarne le dichiarazioni come fossero parole della bibbia.

Dopo l’illuminante analisi degli economisti di Coniare Rivolta, che spiegano con chiarezza come il Recovery Fund (o NextGeneration EU) non sia altro che una “garanzia europea” su prestiti da contrarre sui mercati, con una modesta riduzione della spesa per interessi ma con il collare di ferro della “condizionalità” decise dalla Commissione Europea (come usarli, per quali investimenti, con quali tempi, ecc.), ecco un altro approfondimento che – conti alla mano – dimostra quanto ci perde questo Paese.

E poiché parliamo di soldi pubblici – contributi versati dallo Stato – ossia di risorse raccolte con la fiscalità generale, le cui storture sono note da decenni (pagano tutto e di più lavoratori dipendenti e pensionati, mentre imprenditori di ogni livello moltiplicano le loro entrate grazie all’elusione/evasione fiscale su grande scala), si capisce in un attimo come questa perdita non sia una lamentela “nazionalistica”, ma una brutale questione di classe.

Siamo noi che paghiamo e veniamo espropriati di buona parte dei nostri non eccelsi redditi. Mentre da tv e giornali veniamo tempestati col messaggio seriale “le centinaia di miliardi che ci mette a disposizione l’Europa“...

Buona lettura e fatevi due conti...

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe dovuto ascoltare Daniel Gros. Conte dovrebbe ricordare che l’Italia, terzo contribuente netto della UE, versa al bilancio europeo più di quanto riceve.

Daniel Gros, intervistato dal quotidiano La Stampa l’8 aprile 2020, ipotizzava per il nostro paese “trasferimenti diretti dall’Unione Europea sotto forma di un temporaneo stop ai contributi dovuti a Bruxelles... Si tratterebbe, con una decisione che durerebbe 7 anni, di sospendere i trasferimenti all’Ue, che per l’Italia ogni anno sono pari a 15 miliardi. In sette anni sarebbero 105 miliardi di risparmi”.

Qui Gros si riferisce ai versamenti (trasferimenti) italiani al bilancio Ue. In realtà i risparmi, come vedremo, sarebbero “solo” circa 35 miliardi di saldo negativo versamenti/accrediti tra Italia e UE. Comunque sarebbe un risparmio.

Converrebbe rinunciare ai Fondi UE, sia quelli ordinari, sia quelli del Next Generation EU, e non contribuire al bilancio europeo per i prossimi sette anni.

Per capire, vediamo concretamente l’ultima relazione disponibile della Corte dei Conti sui rapporti finanziari con l’UE e l’utilizzo dei Fondi europei: nel settennio 2012-2018 l’Italia ha versato al bilancio UE 112,85 miliardi e ha “ricevuto” 76,49 miliardi.

Come evidenziato in tabella, secondo la Corte, il saldo netto versamenti/accrediti tra Italia e UE è “negativo per 36,3 miliardi. In tale periodo, l’Italia ha perciò contribuito alle finanze dell’Europa con un saldo medio di 5,2 miliardi l’anno”.

E allora, se nel 2012-2018 avessimo rinunciato ai sussidi UE, a patto di non dover versare il nostro contributo al bilancio UE, avremmo avuto 112 miliardi da spendere senza attendere le approvazioni della Commissione Europea.


La programmazione del bilancio UE è settennale: sta finendo il ciclo 2014-2020 e sta per iniziare il ciclo 2021-2027. Seguendo l’ipotesi di Daniel Gros vediamo cosa si prevede per il settennio 2021-2027.

I leader UE hanno raggiunto un accordo nel vertice del 21-22 luglio 2020 che prevede due canali finanziari: 1) il QFP (Quadro Finanziario Poliennale) 2021-2027 pari a 1.074,3 miliardi; 2) il programma Next Generation EU, pari a 750 miliardi, di cui 390 miliardi per sovvenzioni e 360 miliardi per prestiti.


In tutto 1.824 miliardi come evidenziato in tabella. Nel primo canale finanziario, il QFP, secondo l’informativa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Camera dei deputati del 22 luglio 2020, il saldo italiano resterebbe negativo: meno 2,9 miliardi in media all’anno; nel settennio 2021-2027 il saldo cumulato è meno 20,3 miliardi (2,9 × 7). Questo per il primo canale finanziario.

Purtroppo anche per Next Generation EU il saldo è negativo. NGEU è suddiviso per singolo programma. Il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery and Resilience Facility), il celebre Recovery Fund, prevede per l’Italia 127,6 miliardi di euro in prestiti e 63,8 miliardi in sussidi, ovvero contributi a fondo perduto.

Dagli altri programmi, sempre come contributi a fondo perduto, l’Italia avrà: 15,2 miliardi per REACT-EU (il meccanismo ponte tra l’attuale Politica di Coesione e i programmi 2021-27); 0,5 miliardi da Horizon Europe, il programma per la ricerca e l’innovazione; 0,8 miliardi nell’ambito della Politica agricola comune; 0,5 miliardi dal Fondo per una transizione giusta (JTF); 0,2 miliardi da RescEU il meccanismo di protezione civile dell’Unione.

In tutto 81 miliardi a fondo perduto. L’Italia quanto dovrà versare al bilancio UE come suo contributo a Next Generation EU?

Per ora l’unico documento ufficiale che riporta il versamento dovuto dall’Italia è il documento dei servizi della Commissione Europea SWD (2020) 98 FINAL: qui si opera una simulazione secondo cui ogni Stato riceverebbe la totalità dei contributi a fondo perduto e circa la metà dell’importo massimo dei prestiti. Nel contempo ogni Stato versa il suo contributo al bilancio UE.

Come evidenziato in tabella, l’Italia riceverebbe 153 miliardi (prestiti e contributi a fondo perduto) e dovrebbe versare 96,3 miliardi. Il saldo di 56,7 miliardi (153-96,3) è positivo solo grazie ai prestiti.

Analizzando solo i contributi a fondo perduto, poiché riceviamo 81 miliardi e versiamo 96,3 miliardi, il saldo italiano di NEXT Generation EU è negativo, ovvero meno 15,3 miliardi (81-96,3 = -15,3).


Ricapitolando, sui soli contributi a fondo perduto, nel ciclo 2021-2027, l’Italia, verso il bilancio UE, avrà 20,3 miliardi di saldo negativo relativo ai fondi UE ordinari e 15,3 miliardi di saldo negativo relativo a Next Generation EU. In totale un saldo negativo totale di 35,6 miliardi.

Quanto era il saldo negativo nel settennio 2012-2018 secondo la Corte dei Conti italiana? 36,3 miliardi. Next Generation EU cambia tutto per non cambiare nulla.

Vediamo ora i tempi. Come evidenziato in figura, secondo il Parere numero 6 della Corte dei Conti UE del settembre 2020, qualora gli Stati membri presentassero i loro Piani (PRR) entro il 30 aprile 2021, qualora la Commissione approvasse tali Piani entro due mesi, qualora il Consiglio approvasse la proposta della Commissione in 4 settimane “i PRR non verrebbero molto probabilmente approvati prima della seconda metà del 2021”.

Veniamo ora ai tempi effettivi dei pagamenti. L’ammontare dei sussidi previsti sarà diviso in due tranche, pari rispettivamente al 70% e al 30% del totale: la prima tranche del 70% deve essere impegnata negli anni 2021 e 2022; la seconda tranche del 30% deve essere interamente impegnata entro la fine del 2023.

Ma, fatto salvo il 10% di anticipo ipotizzato per il 2021, quando la Commissione Europea erogherà i sussidi? Come ricordato in un Dossier della Camera dei Deputati: “Per quanto riguarda i pagamenti, lo Stato membro sottopone alla Commissione una richiesta di pagamento su base semestrale, al raggiungimento degli obiettivi intermedi (milestones) previsti nel Piano. La Commissione ha 2 mesi per accertare il soddisfacente raggiungimento degli obiettivi”.

I pagamenti vengono erogati qualora la Commissione accerti il raggiungimento degli obiettivi intermedi e nessuno Stato Membro abbia obiezioni su tale raggiungimento.

Concretamente che significa? Nella migliore della ipotesi, la Commissione Europea approverà il Piano italiano per la Ripresa entro il 2021, il Governo italiano impegnerà la prima tranche del 70% del Piano entro il 2022 e raggiungerà gli obiettivi intermedi del Piano non prima del 2023.

Ergo la Commissione Europea erogherà i primi rimborsi all’Italia non prima del 2023.


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24/07/2020

Il recovery fund determinerà il taglio delle pensioni

Next Generation Europe o, come è meglio conosciuto, il Recovery fund si tradurrà nella imposizione di nuove controriforme neoliberiste, a partire da un nuovo taglio alle pensioni. Infatti, il Recovery fund implica che, per avere diritto alla riscossione dei fondi messi a disposizione dalla Commissione europea, il Paese richiedente debba presentare un piano che evidenzi come intendere spendere quei soldi. In particolare, nel punto A 19 delle conclusioni del Consiglio europeo sul Recovery fund (21 luglio 2020), si prevede che il piano debba basarsi in primo luogo sulle raccomandazioni specifiche che ad ogni singolo Paese sono state rivolte della Commissione stessa. Solo se il piano sarà coerente con tali raccomandazioni i fondi previsti dall’accordo verranno erogati.

Tra le raccomandazioni che la Commissione ha rivolto all’Italia negli ultimi anni c’è anche quella di attuare pienamente le passate riforme pensionistiche con l’obiettivo di ridurre la spesa e i pensionamenti anticipati. Come scrive il Sole 24 ore, quello della Commissione è un messaggio chiaro: “abbandonare subito Quota 100 e tornare rapidamente a muoversi lungo il solco tracciato dalla riforma Fornero.”[i] Del resto, il caso delle pensioni anticipate italiane era stato evocato ripetutamente dai Paesi “frugali”, il gruppo composto da Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia, che si era opposto all’Italia durante tutta la durata del Consiglio europeo.

L’accordo sul Recovery fund contempla non solo l’approvazione del piano, in base alle raccomandazioni specifiche, da parte della Commissione ma anche il parere del Comitato economico e finanziario[ii]. In questa sede, è collocato il cosiddetto “freno a mano”: si prevede che uno o più Paesi, nel caso in cui valutassero il mancato rispetto di importanti obiettivi, possono chiedere al Presidente del Consiglio europeo di rimettere la discussione sul punto o sui punti controversi alla prossima riunione del Consiglio europeo. Il procedimento può durare fino a tre mesi. Nel frattempo ogni pagamento verrà bloccato in attesa della decisione del Consiglio. È, quindi, improbabile che il governo italiano, preoccupato di mantenere fluido il flusso dei fondi comunitari, voglia correre il rischio di inciampare nello scalone che si prospetta a fine 2021 con il “pensionamento” di Quota 100. La questione delle pensioni verrà ripresa martedì prossimo con la convocazione dei sindacati e della commissione tecnica voluta dalla ministra del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo. Il confronto non potrà che ripartire dalle diverse opzioni di flessibilità “sostenibile” da adottare prima della chiusura della fase di sperimentazione partita nel 2019, che contempla anche Quota 100.

Alcuni ritengono che l’accordo su Next Generation Europe abbia riportato la governance della Ue da un piano intergovernativo, cioè come accordo tra governi e Stati nazionali, a un piano europeo, rimettendo al centro del processo decisionale la Commissione europea. Noi pensiamo esattamente il contrario: l’accordo è stato raggiunto grazie a un negoziato tra governi. Inoltre, i governi rientrano dalla finestra grazie al “freno a mano” e alla decisione finale demandata al Consiglio europeo, che, come si sa, è composto dai capi di governo della Ue. Tuttavia, anche se non fosse così, c’è poco da stare allegri. Infatti, la Commissione europea è una paladina instancabile delle controriforme neoliberiste. Secondo uno studio commissionato da un eurodeputato della Linke tedesca, Martin Schirdewan[iii], le raccomandazioni della Commissione rivolte specificatamente ai singoli Paesi hanno riguardato, oltre che la richiesta di riduzione della spesa pubblica, anche i tagli a pensioni, sanità, salari, diritti dei lavoratori e sussidi per disoccupati e persone disabili. In particolare, tra 2014 e 2018, sono state rivolte agli Stati Ue 105 raccomandazioni per l’incremento dell’età pensionistica e la riduzione della spesa pensionistica, 63 raccomandazioni per i tagli alla spesa sanitaria o per la privatizzazione della sanità, 50 raccomandazioni per la soppressione di aumenti salariali, 38 raccomandazioni per la riduzione della sicurezza del lavoro e dei diritti di contrattazione dei lavoratori, e 45 raccomandazioni per la riduzione dei sussidi a disoccupati e persone disabili.

Ancora una volta si dimostra che l’appartenenza alla Ue sia un fattore negativo per i lavoratori salariati e, in generale, per le classi subalterne, tendendo, invece, a favorire il grande capitale riducendo il salario in tutte le sue forme diretta (retribuzioni), indiretta (welfare) e differita (pensioni). L’architettura della Ue e dell’euro sono una gabbia pensata appositamente per imporre politiche antipopolari che altrimenti avrebbero trovato maggiori difficoltà ad essere introdotte e applicate. Per queste ragioni risulta sempre più importante rimettere al centro di una rinnovata politica di sinistra e anticapitalistica l’uscita dall’Ue e dall’area euro.

Note:

[i] D. Colombo e M. Rogari, Quota 100 riparte il tavolo sotto i riflettori Ue, “il Sole 24 ore”, 23 luglio 2020.

[ii] Il Comitato economico e finanziario esprime pareri su richiesta del Consiglio e della Commissione, monitora la situazione finanziaria del Paesi europei, prepara le riunioni dei ministri delle finanze (Ecofin), ecc. È composto, oltre che da rappresentanti delle Commissione e della Bce, da due rappresentanti per ognuno dei Paesi della Ue (uno della amministrazione pubblica nazionale e uno della banca centrale).

[iii] https://emmaclancy.files.wordpress.com/2020/02/discipline-and-punish-eu-stability-and-growth-pact.pdf

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Recovery Fund: soldi nostri spesi come dicono loro!

Scene di giubilo stanno accompagnando la sottoscrizione dell’accordo sul Recovery Fund al termine di un maratona durante la quale si è plasticamente manifestata la vera natura dell’UE: un’unione di Stati rissosi, in feroce competizione tra loro, ove egoismi ed interessi particolari determinano alleanze a geometria variabile.

Disintegrata la narrazione sulla natura solidale ed inclusiva dell’UE, viene a galla in tutta evidenza il dispositivo coercitivo dell’architettura europeista che, attraverso il Recovery Fund, si dota di un ulteriore e potente strumento per imporre in maniera ancora più stringente quelle riforme strutturali (i famigerati “compiti a casa”) che solo qualche anno fa furono sperimentate sulla pelle della popolazione greca, con le conseguenze che tutti conosciamo.

A farne le spese il nostro paese e in generale i paesi del Sud Europa, a trarne giovamento la linea del rigore della Germania e dei cosiddetti paesi “frugali” che, formalmente capitanati dall’Olanda – uno Stato che ha costruito le sue fortune sul dumping fiscale ed oggi impartisce lezioni di rigore contabile – vedono levitare gli sconti sui contributi da versare al bilancio comunitario (i cosiddetti rebates).

Ma non vi è dubbio che il premier olandese, sul quale a parole si sono concentrati gli strali del nostro governo, è solo un figurante che non avrebbe potuto giocare alcun ruolo senza la regia occulta della Germania, vero deus ex machina dell’accordo.

Ed allora dove risiede “quel risultato storico che appartiene a tutta l’Italia” come ha tuonato il premier Conte?

Semplicemente non c’è, né per quanto riguarda la composizione delle risorse, né per quanto concerne il procedimento decisionale che consentirà l’accesso ai fondi sottraendo ulteriori margini di autonomia politica al nostro paese.

Per quanto concerne la composizione del fondo, sul complesso delle risorse riservate ai 27 paesi UE pari a 750 miliardi (390 miliardi falsamente definiti a fondo perduto e 360 in prestiti) al nostro paese spetteranno 209 miliardi dei quali 81 miliardi in trasferimenti e 127 in prestiti.

E qui si gioca il primo inganno, perché non ci sono pasti gratis nell’UE e quei soldi non costituiscono in alcun modo una elargizione benefica: tutto il Recovery Fund si basa, infatti, su debiti che dovranno essere ripagati.

I 127 miliardi di prestiti, con conseguente aumento del debito pubblico dovranno essere regolarmente rimborsati, se pur con tassi di interesse contenuti; mentre i tanto sbandierati “contributi a fondo perduto”, su cui si gioca la vera mistificazione, non sono altro che la restituzione da parte dell’Europa di quanto riceve dai singoli Stati attraverso la contribuzione che ogni paese versa al bilancio europeo.

Questo spiega perché il documento sul Recovery Fund unisce il piano di ripresa dai danni del Covid-19 con le misure legate al bilancio UE 2021-2027. E nel caso dell’Italia il saldo tra quanto versato al bilancio comunitario e quanto verrà restituito attraverso contributi impropriamente definiti a fondo perduto, potrebbe essere addirittura negativo!

Ma è sul versante dell’iter decisionale che si consuma la vera disfatta per il nostro paese perché, all’interno di un asfissiante dispositivo di controllo, subiremo una doppia condizionalità: sia per quanto riguarda la destinazione delle risorse, che potranno essere indirizzate solo ai programmi di digitalizzazione e transizione ecologica, temi oggi al centro della competizione tra macro aree economiche, sia per quanto concerne la subordinazione dell’erogazione dei fondi all’allineamento con il semestre europeo e le raccomandazioni della Commissione europea ai singoli Paesi.

Si tratta di quelle riforme strutturali (pensioni, sanità, PA, lavoro) utili per ripianare il debito pubblico. Come ha candidamente riconosciuto Ursula Von der Lyen, “finora dipendeva solo dai paesi rispettarle o meno, ma ora le raccomandazioni sono legate a sussidi e potenziali prestiti”.

Tradotto: uno stillicidio di cavillosi controlli dovrà accompagnare ogni singola rata di corresponsione del fondo la cui prima tranche, pari a circa 8 miliardi, arriverà soltanto nel 2021.

E proprio per assicurarsi meccanismi di sorveglianza sempre più pervasivi, la linea dei paesi “frugali” eterodiretti dalla Germania ha anche incassato un inasprimento dell’iter decisionale. Dopo il giudizio preventivo della Commissione sul piano di riforme presentato da ogni singolo paese, subordinato alla verifica degli impegni assunti in materia di tagli alla spesa sociale, la palla passa al Consiglio europeo, che deciderà a maggioranza qualificata qualora anche un singolo paese (il cosiddetto “Freno a mano”) segnali l’inadempienza di un altro Paese.

In sintesi un blocco di Stati – la Germania e i suoi satelliti “frugali” – potrà in qualsiasi momento inibire l’erogazione dei fondi, se valuteranno il “piano di riforme” del nostro paese non rispettoso degli impegni assunti. Un inasprimento della sorveglianza e la riproposizione di quella gerarchia tra Stati (a tutto svantaggio dei paesi mediterranei sotto l’eterno ricatto del debito) che sin dall’inizio ha caratterizzato la costruzione europeista.

Morale della favola: soldi nostri spesi come dicono loro!

Se persino un evento drammatico come la pandemia viene utilizzato come forma di disciplinamento sociale, si ripropone ora più che mai la questione della rottura del dispositivo austeritario dell’UE quale precondizione per recuperare tutta la capacità di spesa che occorre per affrontare l’emergenza e il dopo emergenza.

Una necessità per chiunque non voglia rassegnarsi ad un futuro fatto di miseria e devastazione sociale.

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05/06/2020

Quantitative Easing: la quiete prima della tempesta

Nel Consiglio Direttivo di giovedì 4 giugno la Banca Centrale Europea (BCE) ha deciso un nuovo potenziamento del suo programma di acquisti di titoli pubblici dei Paesi europei, il cosiddetto Quantitative Easing (QE): si tratta dell’ennesimo ampliamento dell’arsenale messo in campo dalla banca centrale per fare fronte alla pandemia di Covid-19, con un programma dedicato, il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), che entro giugno 2020 impegna la banca centrale ad acquistare 1.350 miliardi di euro aggiuntivi rispetto all’originario QE varato nel lontano 2015. Il principale effetto di tali acquisti è quello di garantire alla BCE il sostanziale controllo dei tassi di interesse sul debito pubblico. Si sta diffondendo l’idea che la potenza di fuoco del QE rappresenti di per sé una garanzia per il debito pubblico di tutti gli Stati membri: si ritiene che il costo del nostro debito pubblico sia tanto minore quanto maggiori siano gli acquisti della BCE, a prescindere da come tali acquisti siano distribuiti tra i titoli di Stato dei diversi Paesi. Questo equivoco riposa sull’ignoranza del meccanismo attraverso cui la BCE distribuisce i suoi acquisti tra i titoli di Stato dei diversi Paesi membri, ed è utile ad alimentare il mito dell’Europa solidale e di una BCE impegnata a proteggerci con tutta la sua autorità dalle tempeste finanziarie.

Ma le cose non stanno così. Negli anni, la BCE ha dimostrato di utilizzare la leva del QE per condizionare la politica economica degli Stati membri dell’Unione europea: se un governo tentenna nella rigida applicazione dell’austerità, la BCE riduce i suoi acquisti di titoli di Stato di quel particolare Paese, producendo così un rialzo nei tassi di interesse, l’ampliamento degli spread ed un clima di instabilità finanziaria. Gli spread misurano esattamente la differenza tra i tassi dei diversi Paesi, e dunque rispondono non tanto al livello degli acquisti operati nel QE quanto, piuttosto, alla distribuzione di questi acquisti tra i titoli di Stato dei diversi Paesi. Spostando il peso dei suoi acquisti da un Paese all’altro, la BCE è in grado di creare instabilità finanziaria dal nulla. È il ricatto del debito, ed il QE ne rappresenta un ingranaggio fondamentale. Per questa ragione, la dimensione del QE, che è stata appena aumentata, costituisce una buona misura del potere che la BCE ha di influenzare la politica economica dei singoli Paesi dell’Unione europea tramite l’arma dello spread, e non la misura del grado di protezione accordato dall’autorità monetaria al debito pubblico di tutti i Paesi europei. Maggiori sono gli acquisti, maggiore è il grado di controllo esercitato dalla BCE sulle nostre economie: fuori da qualsiasi meccanicismo, quel controllo viene orientato da scelte che sono tutte politiche, e vedono l’autorità monetaria europea in prima fila nell’imposizione dell’austerità.

Gli acquisti effettuati nell’ambito del QE seguono una precisa regola che disciplina la loro distribuzione tra i titoli di Stato dei diversi Paesi, la cosiddetta regola della quota di capitale: gli acquisti devono rispettare la proporzione in cui ciascun Paese partecipa al capitale della BCE (quota capitale o capital key). Questa partecipazione è rigida e predeterminata (dipende dal numero di abitanti e dal PIL dei vari paesi): all’Italia spetta il 17% degli acquisti, mentre alla Germania – socio di maggioranza della BCE – il 26%. È dunque evidente che l’ordinaria operatività del QE tende ad ampliare gli spread, perché sostiene il debito pubblico tedesco più di quello di tutti gli altri Paesi dell’Unione, Italia inclusa. Da quando è stato varato il nuovo programma PEPP, però, non si è visto alcun sostanziale ampliamento degli spread, che sembrano invece soffocati dalla massa di acquisti massa in campo dalla BCE.

Questo fenomeno deriva dal fatto che la BCE sta derogando alla regola della quota di capitale: secondo i dati della stessa banca centrale, nei primi due mesi di operatività del programma PEPP sono stati acquistati titoli di Stato italiani per 36,4 miliardi su un totale di 172,7 miliardi di euro di acquisti. Ciò significa che l’Italia ha ricevuto più del 21% dei nuovi acquisti. Poiché la regola della quota di capitale impone alla BCE di dedicare all’Italia solo il 17% di quegli acquisti, l’autorità monetaria ha messo in atto una deviazione dal percorso prestabilito che supera i 4 punti percentuali. La deviazione dalle capital keys ha consentito alla BCE di contenere lo spread dell’Italia nei primi mesi della crisi. Purtroppo, però, è la stessa BCE a mettere in chiaro una cosa: tale deviazione non può che avere carattere temporaneo. In altri termini, la banca centrale si è espressamente vincolata alla regola della quota di capitale nel lungo periodo, ammettendo margini di flessibilità solamente nel breve periodo, per far fronte a situazioni straordinarie come quelle che si sono manifestate nei primi mesi di pandemia. Come illustrato dalla stessa BCE:
per quanto concerne gli acquisti di titoli pubblici nell’ambito del PEPP, il riferimento (benchmark) per l’allocazione tra i Paesi sarà la quota di capitale ... Al tempo stesso, gli acquisti saranno condotti in maniera flessibile. Ciò rende possibili fluttuazioni nella distribuzione dei flussi di acquisti nel tempo, tra titoli e tra Paesi.
Dunque è chiaro: l’Italia sta beneficiando di una mera flessibilità nella distribuzione degli acquisti. Tuttavia, come spiega la BCE, poiché si tratta di mere “fluttuazioni”, abbiamo davanti a noi un orizzonte ben definito in cui la banca centrale ridurrà il peso dei titoli di stato italiani nel QE al fine di ritornare sul sentiero della capital key.

Qui emerge un punto politico fondamentale per interpretare quello che accadrà al nostro Paese nei prossimi mesi. L’attuale calma sui mercati finanziari, che ha consentito all’Italia di indebitarsi a tassi di interesse relativamente contenuti, è una calma apparente e non poggia su alcun elemento strutturale della politica monetaria. Al contrario, tra i pilastri della politica monetaria europea vi è la regola che impone alla BCE di tornare, prima o poi, sui binari delle quote di capitale: in parole povere, nei prossimi mesi la banca centrale dovrà ridurre drasticamente la quota di acquisti destinata all’Italia in modo tale da replicare all’interno del programma PEPP le proporzioni cristallizzate nel proprio capitale. Pertanto, il QE si configura come una pistola puntata alle tempie del governo italiano: nei prossimi mesi lo scudo della BCE si dovrà necessariamente abbassare, e dunque l’Italia sarà esposta alle pressioni dei mercati finanziari. A quel punto, l’unica ancora di salvezza per evitare il vortice dell’instabilità finanziaria sarà l’accettazione dei prestiti che le istituzioni europee hanno predisposto: MES o Recovery Fund, purché l’Italia accetti un prestito subordinato alla condizionalità, alla sorveglianza rafforzata dei conti pubblici, ad un programma di riforme lacrime e sangue. È il vicolo cieco dell’austerità in cui ci stanno spingendo con tutte le armi a loro disposizione, inclusa la flessibilità del QE, che ci permette di respirare oggi solo al prezzo di una stretta monetaria che sarà impossibile evitare, e che è inscritta nella regola che impone acquisti proporzionali alle quote del capitale della BCE.

In conclusione, piuttosto che unirci ai festeggiamenti per la decisione della BCE di potenziare il suo QE, dovremmo iniziare ad organizzare la resistenza al ricatto del debito che quel programma di acquisti necessariamente impone. Per sottrarci alla spada di Damocle dell’austerità che ci verrà offerta come condizione per la stabilità finanziaria, dobbiamo dunque avere l’ambizione di mettere in discussione l’intero impianto della politica monetaria europea, le sue regole e le sue istituzioni, rompendo lo schema che vuole condannarci ad anni di precarietà, disoccupazione e salari da fame. Uno schema di cui la BCE rappresenta la punta di diamante.

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01/06/2020

Due ginocchia sul collo. Il “grande affare” del Recovery Fund

Orizzontarsi in mezzo a questa crisi non è per niente facile, lo capiamo. Infinite le variabili (economiche, sanitarie, belliche, ecc.) di cui bisogna tener conto. Spesso senza avere neppure informazioni precise su molte di queste variabili.

In più, c’è questo ordine che arriva dall’alto e impone di chiamare le cose con nomi che significano altro, ma molto più rassicuranti. Come chiamare “democrazia” un luogo in cui l’esercito spara sui propri concittadini e dove si progetta di dichiarare “terroristi” gli antifascisti…

Specie in materia di cose economiche e di “aiuti europei” la disinformazione nascosta dietro “paroline dolci” è pressoché universale. Persino in qualche settore di compagneria che si ritiene ben informato.

E allora è forse il caso di farci aiutare nell’analisi dei fatti, documenti e numeri alla mano, in modo che esprimere opinioni, dopo, sia una prova di indipendenza intellettuale anziché di asservimento al chiacchiericcio mainstream.

Con la sicumera paranazista che gli è propria, per esempio, il neopresidente di Confindustria pretende – tra le molte altre cose – che il governo faccia immediatamente ricorso al Mes (Meccanismo europeo di stabilità). Si tratta del cosiddetto “fondo salva-stati”, applicato in modo mortale contro la povera Grecia dal 2015, che giustamente suscita un moto di terrore in chiunque possieda il dono della ragione.

Vero è che – per il momento – l’Eurogruppo ha stabilito che gli eventuali prestiti del Mes non farebbero scattare tutte le “condizionalità” previste dal trattato in tempi ordinari. Ma resterebbero in piedi, a discrezione del direttore del Mes e della Commissione europea, tutti gli altri vincoli rispetto al debito pubblico dei singoli paesi. E se si chiede un prestito, il debito aumenta...

Quindi perché il presidente di Confindustria intima militarmente a un governo già molto servile di ricorrere a questa fonte di finanziamento?

Lungi da noi il pensare che, siccome il Mes potrebbe finanziare al momento solo le spese sanitarie, Bonomi possa in qualche misura avvantaggiarsene personalmente (è titolare della Synopo, azienda di apparecchi elettromedicali…), ma la sua fulminante e “non classica” ascesa alla testa degli industriali qualche dubbio lo solleva.

Di sicuro, però, si può dire che il problema di restituire quei prestiti, con tutti i vincoli che ne derivano per la spesa pubblica dei prossimi anni, non è affare degli industriali: è un problema dello Stato e dei cittadini che pagano le tasse. Ossia quasi soltanto dei lavoratori dipendenti e pensionati, visto che gli industriali qualche attitudine all’evasione ce l’hanno e quando proprio vogliono farla pulita mettono la sede fiscale in un paese ancora più “amichevole”.

Risolto questo dubbio, chiniamoci di nuovo sul Recovery Fund, dipinto per qualche ora come la ciambella di salvataggio in cui sperare (“soldi a fondo perduto”) e ora rimasto solo come slogan tranquillizzante in cui nessuno vuol guardare dentro.

Ci facciamo aiutare da Guido Salerno Aletta, esperto editorialista di Milano Finanza e TeleBorsa, che se l’è studiato a fondo facendo i calcoli che sono necessari.

In sintesi estrema, spiega su TeleBorsa, “A Fondo perduto, ci sono solo i versamenti dell’Italia all’UE: altri 14,2 miliardi di euro”.

Ohibò, ma non dovevano darci 170 miliardi, euro più, euro meno?

Sì, certo. Il problema viene da chi ce li mette, quei miliardi; in che modo si trovano, con quali strumenti e con quali obblighi (visto che la Bce, al contrario della Fed o della BoE, o della BoJ, ecc. non è una banca centrale “normale”, ossia un prestatore di ultima istanza anche dello Stato o degli Stati).

E qui l’analisi delle tabelle fornite dalla stessa Commissione Europea non lascia spazio ai sogni.

Per i prossimi sette anni “il budget di spesa dell’Unione europea sarà incrementato di 750 miliardi di euro. Di questi, 500 miliardi saranno erogati come aiuti a Fondo perduto, mentre altri 250 miliardi saranno concessi a titolo di prestito.”

Domanda: chi verserà questi 750 miliardi al bilancio europeo, tenendo conto che questa somma si aggiungerà ai circa 1.100 miliardi già previsti nel Quadro finanziario?

Beh, trattandosi di un bilancio comune, quei soldi ce li devono mettere i soci, come hanno sempre fatto. Stavolta però il bilancio cresce e dunque: “Per raccogliere tra i Paesi Membri i 750 miliardi di euro del Programma straordinario, in questo periodo settennale, la Commissione propone di raddoppiare le entrate proprie dell’Unione, portandole al 2% del PIL.”

I singoli Stati verranno “aiutati” a trovare questi soldi supplementari imponendo nuove tasse, stavolta europee (aumento dell’Iva, sulla plastica e altri inquinanti).

L’Italia, in particolare, ”dovrà versare 96,3” di questi 750 miliardi aggiuntivi. C’è scritto nero su bianco sulla Table A1 Allocation Key, allegata al “Commission Staff Working Document“, (Brussels 27.5.2020, SWD(2020) 98 final).

Basta leggere, prima di parlare...

Sì, direbbe un europeista informato, “però ce ne daranno 170”.

In quella tabella c’è scritto 153, con 81,8 miliardi di grants (a fondo perduto) e 71,2 di loans (prestiti da restituire).

Gentiloni, poi, ha detto (ma non c’è scritto nel documento ufficiale) che la parte in prestiti dovrebbe essere di 90 miliardi. E così si arriva ai famosi 170, anzi 172.

Prima osservazione matematica: se versiamo (a rate o in altro modo) 96,3 miliardi e ne riceveremo a fondo perduto solo 81,8, lo scarto è appunto di 14,5 miliardi. Lo 0,8% del Pil 2019 (e chissà quanto del 2020)...

Come sempre, verrebbe da aggiungere, perché l’Italia è contributore netto della Ue (versa sempre più di quanto riprende). Calcola Salerno Aletta: “Nel 2018, ad esempio, abbiamo versato tasse per 17 miliardi di euro ricevendo fondi per 10,3 miliardi. Il costo netto è stato dunque di ben 6,7 miliardi di euro. Nei sette anni del prossimo Quadro finanziario ci rimetteremo all’incirca 47 miliardi di euro.”

Che aggiunti ai 14,5 di prima fanno 61,5 miliardi.

Dove sarebbe l’affare? In effetti “se l’Italia dovesse chiedere prestiti europei per 71 miliardi di euro, come ci viene generosamente prospettato, non faremmo altro che indebitarci per una somma che abbiamo praticamente già versato per intero.”

Geniale, non credete?

Anche su questo “fiume di soldi” (pubblici, naturalmente) sono appuntati gli appetiti avidi di Confindustria e di Carlo Bonomi, che spingono anche la Lega e la Meloni verso un “governissimo” al posto di (ma anche insieme, va bene lo stesso) questi “mollaccioni” esitanti.

Non vorrebbero proprio che neanche un milioncino finisse in tasche diverse dalle proprie. Tanto, per la restituzione e il versamento, ci siamo già noi...

Una sola avvertenza sembra necessaria: qui il nazionalismo non c’entra niente. Stiamo facendo i conti su quanto esce e quanto entra nelle casse dello Stato dove tutti noi versiamo le tasse detratte dalla busta paga o dalla pensione...

Il ginocchio degli industriali si affianca a quello dell’Unione Europea. Il collo e la faccia a terra sono i nostri.

P.S. Se il meccanismo non dovesse risultarvi chiaro, abbiamo preparato un’altra esposizione, che ci sembra abbastanza semplice anche per i non addetti ai lavori economici o ai ponderosi trattati internazionali. Neanche da legge, basta ascoltare...



Fonte

29/05/2020

I fan, da ricoverare, del Recovery Fund

I consueti toni trionfalistici hanno accompagnato la proposta della Commissione europea sul cd Fondo per la ripresa: 750 miliardi (di cui 500 definiti a fondo perduto) finanziato da obbligazioni della Commissione europea e da rimborsare entro il 2058, ma non prima del 2028. In particolare, per quanto concerne l’Italia, principale beneficiaria, i prestiti ammonterebbero a 91 miliardi, e le sovvenzioni a 82 miliardi, per un totale di 173 miliardi.

A gonfiare ulteriormente le cifre, giusto per buttare un po’ di fumo negli occhi e rendere il quadro ancora più attrattivo, il riferimento della Von der Lyen ai 1.800 miliardi: ma si tratta in realtà dei 1.100 miliardi del bilancio europeo costituito dalle contribuzioni dei singoli Stati, ai quali si aggiungerebbero, appunto, i 750 miliardi del fondo per la ripresa.

Al di la dell’asfissiante propaganda e dell’uso strumentale delle cifre e dei termini (le risorse a fondo perduto sono una pura invenzione) che caratterizza ogni dibattito in sede europea che è sempre direttamente proporzionale alla fumosità ed oscurità delle affermazioni, occorre guardare la realtà.

Intanto è bene precisare che la proposta formulata dalla Commissione europea non sarà quella adottata dalla Consiglio europeo del 17 e 18 giugno, in quanto non occorre avere la sfera di cristallo per intuire l’atteggiamento e le reazioni dei paesi c.d. “frugali”.

Il negoziato, quindi, si annuncia ancora lungo o lunghissimo, e di conseguenza la disponibilità delle presunte risorse si allontana nel tempo per diverse ragioni: la palese contrapposizione degli interessi in campo, la mancanza dei soldi così pomposamente annunciati che, invece, dovranno essere reperiti sul mercato attraverso l’emissione di titoli, e l’aggancio di questi fondi nel quadro del bilancio UE, che quindi non li renderà disponibili prima del 2021.

A voler essere maligni questo spiegherebbe perché il Recovery fund si è rapidamente tramutato in Next generation fund Ue, alludendo probabilmente alle tempistiche alquanto dilatate...

Per quanto riguarda la composizione del fondo sulla parte espressamente riservata ai prestiti c’è poco da aggiungere rispetto a quanto più volte sottolineato sulle pagine di questo giornale: i prestiti vanno restituiti, naturalmente con gli interessi.

Qui siamo perfettamente all’interno di quella logica che ha ispirato tutte le misure che compongono il pacchetto europeo (SURE, BEI e MES) e che si traducono in un aggravio sui bilanci nazionali che producono un aumento del debito da ripagare.

Siamo sempre li: per prestiti, per giunta miseri nell’ammontare, si ipoteca il futuro e si delinea per il “dopo emergenza” l’ingresso della Troika nel nostro paese.

Ma la vera ipocrisia e mistificazione si gioca sui trasferimenti cosiddetti “a fondo perduto”, perché quelle risorse non saranno gratis come viene sbandierato da fonti governative e da tanta stampa filo-europeista a prescindere, ma dovranno essere comunque rimborsate a partire dal 2028.

Che poi il rimborso avvenga con maggiori entrate Ue – cioè tasse a carattere europeo – o con maggiori contributi nazionali al bilancio Ue, o con una riduzione di alcune voci dello stesso bilancio europeo (magari quelle a carattere sociale) o, ancora, con un inasprimento della tassazione dei singoli Stati, cambia poco la sostanza: regali comunque non ce ne saranno.

Ed alla luce di questo quadro, appaiono piuttosto fantasiose le dichiarazioni di Di Maio circa la possibilità di usare le risorse del fondo per la ripresa al fine di finanziare la riduzione della tassazione nel nostro paese.

Su tutto, le immancabili condizionalità che riguardano sia la destinazione delle risorse che non potranno essere liberamente impiegate, ma dovranno essere indirizzate a finanziare programmi europei incentrati principalmente sul Green deal e sulla digitalizzazione, sia il quadro all’interno del quale subordinare l’erogazione delle annunciate risorse.

Ovvero il rispetto di quelle “regole” ed indirizzi provenienti da Bruxelles che ben conosciamo e che torneranno presto alla ribalta, magari già a partire dalla prossima legge di stabilità.

Questa è la base di partenza del negoziato europeo accolta con tanta esultanza dal governo. Da rivedere ed aggiustare. In peggio, naturalmente...

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23/05/2020

I debiti vanno rimborsati. Parola di Commissario europeo

A chiarire per l’ennesima volta che i fondi europei destinati all’Italia andranno rimborsati (altro che senza condizionalità, ndr) è stato questa volta il Commissario europeo per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton.

In un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Breton è intervenuto sulla questione del debito che l’Ue si appresta ad assumere per finanziare la risposta alla crisi del coronavirus: “Se ho imparato una cosa quando ero ministro delle Finanze francese, è che i debiti vanno sempre rimborsati. La domanda cruciale è in quale periodo e come”.

Contestualmente il Presidente del Consiglio Conte in una intervista al Corriere della Sera è tornato ad affermare che “il Mes non è una soluzione” mentre l’accordo sui 500 miliardi del Recovery fund è una “svolta importante”, che gli consente di dire no al Mes. “La Germania ha fatto un passaggio di portata storica. Accetta la logica del debito comune europeo e addirittura accetta la proposta condivisa con la Francia, che ci siano contributi a fondo perduto fino a 500 miliardi”. Il vantaggio, sottolinea il premier, è che questi soldi sono costruiti con un debito comune europeo che verrà spalmato su quasi trent’anni.

Ma su questo, come noto e come abbiamo imparato a leggere da settimane, non si dettagliano mai le condizioni per la restituzione del debito perché, come ha ribadito il Commissario Breton, “i debiti vanno sempre rimborsati”. La ragione di questa omertà, purtroppo, non è che prestiti e sussidi saranno svincolati dalle usuali condizioni capestro che sono parte costitutiva dei Trattati europei.

Come dicono gli economisti di Coniare Rivolta: “La ragione è che, nel dibattito, la subordinazione di prestiti e aiuti al rispetto di parametri di finanza pubblica improntati all’austerità è presentata come un fatto naturale, che non ha bisogno di essere specificato. Non ci sono pranzi gratis nell’Unione Europea”.

Insomma con o senza il Mes il cappio del vincolo esterno si appresta ad essere nuovamente chiuso intorno alla gola del paese. Gli effetti li cominceremo a vedere abbastanza presto, già con la Legge di Stabilità che si varerà in questo autunno.

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18/05/2020

Il MES ha fatto anche cose buone

La crisi sanitaria innescata dalla pandemia da Covid-19 inizia lentamente ad allentare la presa. Un’altra crisi, dalle implicazioni potenzialmente altrettanto tragiche, è tuttavia già entrata nelle nostre vite, una crisi economica e sociale dalle proporzioni enormi e che colpisce, come sempre è il caso, in maniera asimmetrica. A soffrire sono e saranno le classi popolari, piagate da disoccupazione, salari da fame e condizioni lavorative sempre più difficili.

In mezzo a questa tempesta, le istituzioni europee hanno adottato una strategia originale, che consiste nel provare a contrastare la crisi economica attraverso la propaganda. Di giorno in giorno, di settimana in settimana, si rimanda a un po’ più in là nel tempo il momento in cui l’intervento finale e risolutivo, da realizzarsi attraverso un finora fantomatico Recovery Fund, verrà proposto (sottolineiamo: non implementato, non messo in atto; stiamo ancora tutti aspettando una prima proposta).

Lo scenario è indubbiamente fosco, ma ecco materializzarsi un piccolo spiraglio di luce. Il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), già strumento attraverso il quale si sono spezzate le reni alla Grecia, sarebbe diventato nel frattempo un po’ meno famigerato. I fondi messi a disposizione attraverso questo strumento sarebbero infatti erogati senza alcuna condizione se non quella di destinare le risorse a finanziare spese sanitarie, dirette e indirette.

A sentire i ben informati, il ricorso al MES garantirebbe all’Italia un  risparmio di 7 miliardi di euro. Si tratterebbe di un minor costo dell’indebitamento derivante dal fatto di potersi indebitare direttamente con il MES a tassi vantaggiosi invece che raccogliere fondi nella maniera usuale, ossia attraverso l’emissione di titoli del debito pubblico da remunerare ai tassi di mercato. Occorre specificare, tuttavia, che si tratta di un risparmio calcolato su un orizzonte di 10 anni, e non un risparmio di 7 miliardi all’anno. Le minori spese per interessi, nel caso di ricorso al MES, non supererebbero i 700 milioni di euro annui. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza di questo risparmio, è sufficiente considerare che lo Stato spende ogni anno circa 70 miliardi di interessi sul debito: a conti fatti, ricorrendo al MES la spesa complessiva per il servizio del debito si ridurrebbe di un misero punto percentuale. Il risparmio in termini di interessi è, quindi, una goccia nell’oceano.

Una goccia nell’oceano, dicevamo, ma sembrerebbe quantomeno una goccia che va nella direzione giusta, garantendo un risparmio di risorse pubbliche senza alcuna controindicazione. Tutto questo ragionamento, però, poggia sul prendere alla lettera la rassicurazione che l’erogazione dei fondi del MES avverrà senza condizionalità. Le cose purtroppo non stanno affatto così, e non è difficile capire il perché. Certamente non vi sono condizioni specifiche, quali Memorandum o piani di aggiustamento macroeconomici ad hoc legati alla linea di credito erogata. Tuttavia, il problema è più profondo ed è legato al contesto complessivo entro cui il MES agisce, quello della disciplina di bilancio stabilita dai trattati. Il MES, come il suo direttore Klaus Regling si premura sempre di ricordare, si comporta esattamente come un qualsiasi creditore, che in quanto tale vuole essere ripagato. Questo si traduce nel fatto che, per accedere alle sue linee di credito, un Paese deve soddisfare dei requisiti in termini di sostenibilità della propria posizione debitoria generale. Anche questo però, ad oggi, non parrebbe un problema: è notizia di pochi giorni fa che, a seguito di un’analisi preliminare condotta dalla Commissione Europea, il debito pubblico di tutti i Paesi dell’area Euro è stato giudicato sostenibile (i miracoli della benevolenza europea...) e non sussistono quindi ostacoli per nessuno per poter iniziare ad attingere ai fondi del MES. Dove si annida quindi la fregatura?

Il problema è che la sostenibilità del proprio debito pubblico non è prerequisito solamente per avere accesso alle linee di credito, ma è necessaria anche per preservare nel tempo questo accesso. Sottoscrivendo il MES, uno Stato avrebbe la facoltà di ottenere ad ogni richiesta di prelievo un importo massimo pari al 15% dell’ammontare massimo concedibile (circa 38 miliardi per l’Italia), il che significa che il prestito verrà erogato in almeno 7 tranches per un importo massimo di circa 5 miliardi ad ogni richiesta di accesso. Ci sarebbero quindi, potenzialmente, almeno altre sei occasioni in cui un’analisi negativa della sostenibilità del debito pubblico di un Paese, magari perché non sono stati fatti tutti i compiti a casa, potrebbe portare all’interruzione della linea di credito.

Di dettagliare questi compiti a casa si occupa il secondo annesso all’analisi preliminare della Commissione, che espone cosa deve fare un Paese per mantenere il proprio debito pubblico sostenibile agli occhi attenti delle preoccupate istituzioni europee. Nelle dichiarazioni del Consiglio Europeo del 9 aprile già si poteva leggere nero su bianco che, passata l’emergenza sanitaria, i Paesi membri si sarebbero impegnati a ritornare all’ovile dell’austerità, così come previsto dai dispositivi di coordinamento e sorveglianza messi in piedi dalle istituzioni europee. L’analisi preliminare della Commissione chiarisce il punto. Come si può leggere a pagina 7, la stella polare sarà la riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL, da perseguire attraverso “un aggiustamento fiscale in linea con l’impegno dei Paesi membri dell’area euro a rafforzare i propri fondamentali economici e finanziari, coerentemente con i framework europei di coordinamento economico e fiscale e di sorveglianza, inclusi i requisiti imposti dal Patto di Stabilità e Crescita oltre il 2021”. Traducendo in parole semplici, aggiustamento fiscale significa taglio della spesa pubblica. Questo significa che, non appena la fase più severa della crisi sanitaria sarà alle spalle, si tornerà alle regole del gioco ‘di prima’, quelle che hanno messo in ginocchio la sanità pubblica e causato una disoccupazione stabilmente sopra al 10%. Con la beffa ulteriore che quanto più il singolo Paese si sarà trovato in difficoltà e per questo avrà avuto bisogno di aumentare il proprio deficit rispetto al PIL, tanto maggiore sarà la dimensione dell’aggiustamento richiesto, come la Tabella 2 dettaglia.

Ecco quindi che l’assenza di condizioni del MES si traduce in assenza di condizioni aggiuntive rispetto all’ordinaria disciplina fiscale che viene imposta a tutti i Paesi dai Trattati Europei, dal Fiscal Compact in giù, e che viene presentata alla stregua di un elemento di natura, la cui presenza e cogenza sono talmente scontate che non c’è neanche bisogno di ribadirlo. Ecco quindi che l’assenza di sorveglianza per i Paesi che accedono al finanziamento del MES va letta come assenza di sorveglianza speciale, aggiuntiva rispetto a quella ordinaria effettuata dalla Commissione Europea per verificare l’adesione ai dettami dell’austerità, come lo stesso Regling candidamente afferma.

A questo punto, però, un ultimo contro-argomento potrebbe sorgere: se la sorveglianza della Commissione c’è sempre e comunque, se il Fiscal Compact, annessi e connessi, esistono a prescindere da questi ultimi sviluppi, perché prendersela tanto con il MES? Quali ulteriori problemi sarebbero causati da questo strumento?

La risposta a questa domanda non è banale, perché non banale è la maniera attraverso la quale il ricatto del debito si manifesta e viene imposto dalle istituzioni europee. Il MES, in questo contesto, rappresenta niente altro che un ulteriore perfezionamento del meccanismo attraverso il quale le economie della periferia europea sono state schiacciate e disciplinate. Una violazione del perimetro dell’austerità significherebbe la perdita delle condizioni per mantenere l’accesso alle linee di credito del MES. Perdere i favori del MES però non significa solamente rinunciare ad un finanziamento a tassi vantaggiosi, ma rappresenta un segnale inequivocabile lanciato ai mercati finanziari: si può sottoporre il Paese ad un attacco speculativo, con conseguenze facilmente prevedibili fatte di spread alle stelle, costo del debito fuori controllo e instabilità finanziaria. Con il risultato che il Paese in questione sarebbe obbligato, prima o poi, a capitolare e ingoiare tutte le dosi di austerità supplementare che le istituzioni europee ritenessero necessaria per poter concedere nuovo ossigeno.

Il MES senza condizioni non esiste, e non esiste per la sua stessa natura di elemento di un dispositivo di controllo e disciplina da brandire contro chi volesse provare ad allentare la morsa dell’austerità negli anni a venire. Tutto il resto, compresi i tentativi di nascondere sotto il tappeto di un risibile risparmio in termini di spesa per interessi il sovrappiù di austerità che il MES comporterebbe, è propaganda.

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12/05/2020

Cercando nuove rotte #3 – Intervista a Giulio Palermo



Con questa videointervista a Giulio Palermo si chiude “Cercando nuove rotte”, un piccolo ciclo di approfondimenti sulla crisi che come collettivo abbiamo messo in campo quando ormai era chiaro che la pandemia, la crisi epidemica da Sars-CoV-2, si stava velocemente trasformando in una crisi economica e sociale di magnitudo perfino superiore a quella del 2008. Così come accade per gli tsunami c’è sempre uno scarto temporale fra l’evento sismico vero e proprio e l’arrivo dell’onda d’urto, un tempo prezioso di cui dovremmo approfittare per provare ad organizzarci partendo da alcune consapevolezze che potrebbero persino risultare banali, ma che è bene ribadire:

1) Socialmente e politicamente nessuno di noi è autosufficiente. Probabilmente non lo saremmo nemmeno presi tutti insieme, ma quel che è certo è che nessuna delle tante anime o aree in cui oggi è frammentata la sinistra di classe è, da sola, in grado di svolgere una qualsivoglia funzione politica progressiva in questa fase. Non si tratta della riscoperta di un ecumenismo sociale d’accatto, né tantomeno dell’ennesima riproposizione di cartelli o costituenti politiche destinate a fallire nel giro di pochi mesi, quanto piuttosto della consapevolezza della necessità di costruire un fronte unico di lotta che, per quanto eterogeneo, spinga in una sola direzione. I costi della crisi non devono essere scaricati sui salariati. Se ci ritroveremo di qui a qualche settimana a indire scioperi “generali” o manifestazioni “unitarie” l’una in concorrenza con l’altra allora avremo perso in partenza.

2) I tempi non “maturano” da soli, mai. L’equazione secondo cui ad un peggioramento della crisi economica e sociale corrisponderebbe spontaneamente una maggiore predisposizione alla lotta politica e al conflitto sociale è assolutamente infondata, e quello che è successo solo dieci anni fa sta li a dimostrarcelo. Nonostante una crisi economica devastante questo paese ha registrato il numero più basso di ore scioperate, mentre le piazze si svuotavano e la sinistra politica in tutte le sue declinazioni scompariva dai radar. Ogni “attendismo”, ogni speranza che le masse impoverite vengano a cercare la nostra “direzione” (e chissà mai perché, poi) è davvero malriposta. Il tempo della lotta è qui ed ora. Sicuramente bisognerà capire bene il “come” e, soprattutto, scegliere con cura le nostre parole d’ordine, affinché risuonino come “generali” e “generalizzabili” per larghi strati di lavoratori e non solo alle nostre orecchie politicizzate, ma aspettare ancora significherebbe autorelegarsi a un ruolo di semplici spettatori impotenti.

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