Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/10/2023
Meloni sente il fiato sul collo
Non è stata infatti una specialità dei soli governi di destra – il Berlusconi del 1995 e del 2011 – ma anche di quelli più “euro-obbedienti”, come il Conte II che inseriva il PD al posto della Lega poi sostituito dal “tecnico” Draghi.
Guardando alla composizione del Parlamento e alla “dialogica” politica, in effetti, non si capisce perché sia venuto in mente di evocare questo spettro. La maggioranza è ampia, la competizione interna è tutta a destra, incentrata su chi è più duro con i migranti che arrivano via mare.
Un problema secondario, stando ai numeri, che viene però fatto percepire alla popolazione come “terribile”, portando consensi senza alcuna fatica ai più consolidati “imprenditori della paura”.
Per capire qualcosa di più, dunque, è bene guardare all’economia e soprattutto alle finanze dello Stato, che sono il vero problema di ogni governo. Sia per le dimensioni sempre crescenti del debito pubblico (persino durante la reggenza di Mario Draghi), sia per i problemi che pone al rifinanziamento del debito stesso (i titoli di stato in scadenza vengono sostituiti con nuove emissioni, ma il costo in interessi aumenta).
Nel mentre si va definendo una legge di stabilità effettivamente “lacrime e sangue” – checché racconti la “narrativa” sia di maggioranza che di demente opposizione – e ci si prepara a un 2024 decisamente peggiore; nel mentre bisogna rinegoziare le regole del “patto di stabilità”, smontate dall’accoppiata micidiale pandemia e guerra, e dunque trovare alleati potenti all’interno dell’Unione Europea... in cui il governo prende di mira quasi tutti i giorni, alternativamente, proprio la Francia e la Germania.
I nostri lettori sanno cosa pensiamo della UE (siamo per la sua “rottura”) e quindi non siamo scandalizzati per questo.
Ma chi – come il governo Meloni – si muove comunque dentro il campo euro-atlantico, in difesa degli interessi del capitale contro quelli dei lavoratori, cosa pensa di guadagnare da una conflittualità continua contro i “padrini della UE” su un problema secondario?
Sul piano tattico è un suicidio. Su quello strategico, pure. Certo, porta voti, allettanti in vista delle elezioni europee di giugno. Ma porta anche problemi che alla lunga ti scavano la fossa, sul fronte della gestione del debito pubblico.
Non parliamo soltanto degli aumenti dei tassi di interesse decisi dalla Bce, che hanno reso molto meno appetibili i bond in generale e quelli italiani in particolare. Parliamo dei meccanismi che stanno governando attualmente gli interventi della stessa Bce sul mercato dei titoli stato, attraverso il Pepp.
Questo meccanismo consentiva alla Bce, durante la pandemia (quando tutti i membri dell’Eurozona erano costretti a spendere in deficit), di comprare titoli di stato “a discrezione”, senza dover rispettare una certa proporzionalità tra i diversi stati.
La Bce poteva insomma comprare più titoli italiani rispetto ad altri, sostenendone così il prezzo e mantenendo sotto controllo i rendimenti (gli interessi da pagare).
Da due anni il Pepp non viene più usato da Francoforte, ma la sua sola esistenza funziona ancora da “ombrello” per i titoli dei paesi più indebitati. Un attacco speculativo, insomma, è di fatto scoraggiato dalla sua possibile attivazione.
Ma i “falchi” nella Bce – Germania, Olanda e gli altri sedicenti “paesi frugali” del Nord Europa – stanno da tempo premendo per eliminare del tutto il Pepp. Lasciando così scoperto un fianco alla speculazione.
Non sembra dunque una mossa geniale aumentare la conflittualità con la Germania proprio nel momento in cui lo spread naviga sul limite dei 200 punti (190, stamattina). Ogni punto in più sono circa 3 miliardi spesi nel pagamento degli interessi invece che su altro...
Detto altrimenti: il governo italiano, comunque sia composto, è tenuto a guinzaglio stretto. Bisognerebbe liberarsene, ma per farlo occorrerebbe almeno una visione strategica diversa per la collocazione internazionale del paese.
E questa visione, a destra come nel cosiddetto centrosinistra, ovviamente non c’è. L’orizzonte è tutto rinchiuso nel binomio blindatissimo UE-Nato.
Dunque “l’agitazione” di cui fa mostra tutto l’esecutivo non può produrre altro che una maggiore strozzatura del guinzaglio, di quelle che tagliano il fiato e rallentano la corsa. Fino a quando, come accaduto ad altri esecutivi, non diverrà inevitabile passare la mano.
Il fantasma del “governo tecnico” può essere più o meno consistente. Ma che questo esecutivo possa davvero durare cinque anni, non lo crede più neanche chi lo guida.
Fonte
17/06/2022
La BCE all’assalto dei salari: parte seconda
La Banca Centrale Europea (BCE), giovedì 9 giugno, ha annunciato una storica virata nella politica monetaria dell’area euro: l’aumento dei tassi di interesse e la fine degli acquisti diretti di titoli pubblici da parte dell'Istituto. Queste decisioni non saranno neutrali né per il potere d’acquisto della classe lavoratrice, come mostrato nella prima parte di questo contributo, né per la stabilità finanziaria e quindi politica dei paesi dell’area euro.
La manovra di politica monetaria di giovedì non si limita alla leva, pur fondamentale, dei tassi di interesse. L’altro pilastro della gestione finanziaria dell’area euro dell’ultimo decennio che viene abbattuto è il protagonismo della banca centrale negli acquisti di titoli pubblici sui mercati, che già a marzo scorso aveva segnato il passo con la fine del programma di acquisti di titoli varato per contrastare gli effetti della pandemia, il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP).
A partire dal 2010, quando i tassi di interesse sui titoli greci volavano alle stelle, la BCE ha introdotto una serie di strumenti che le consentissero di acquistare direttamente sui mercati finanziari i titoli del debito pubblico dei Paesi membri. Così, prima con il Greek Loan Facility vennero acquistati i titoli del debito pubblico greco per frenare la spirale speculativa che si era abbattuta sul Paese, poi con il Securities Market Programme ed il fondo salva stati (oggi European Stability Mechanism) gli acquisti si sono estesi ai cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), la periferia dell’Unione dove si stava allargando il fronte dell’instabilità finanziaria esploso in Grecia. Passata la stagione emergenziale, la BCE aveva introdotto l’Asset Purchase Programme (APP), evoluzione di tutti gli strumenti precedenti, il quale serviva a gestire i flussi di questi acquisti diretti di titoli pubblici europei in maniera più equilibrata: questo strumento consentiva di comprare titoli della periferia ma anche titoli dei Paesi centrali, Germania in primis, e dunque di ribilanciare il costo del denaro pagato dai governi dell’area dell’euro e di governare pienamente gli spread, cioè i divari tra i tassi di interesse sui titoli di Stato dei vari Paesi europei. Infatti, ogni volta che la banca centrale acquista i titoli del debito pubblico di un Paese, spinge al ribasso il tasso di interesse su quei titoli perché ne alimenta la domanda: gli acquisti di titoli sono uno strumento di contenimento del costo del debito pubblico sostenuto dai governi, ovvero il principale strumento attraverso cui è stata garantita la stabilità finanziaria dell’area euro negli ultimi dieci anni.
Per avere un’idea più concreta di cosa significhi questo, guardiamo agli effetti sul costo del debito pubblico italiano del contesto di politica monetaria degli ultimi dieci anni, caratterizzato da tassi di interesse al limite minimo e acquisti diretti di titoli di Stato da parte della banca centrale: il costo medio all’emissione dei titoli del debito pubblico italiano è passato dal 3,61% del 2011 allo 0,1% del 2021. Da luglio, però, si volta pagina.
Proprio mentre decide di aumentare i tassi di interesse, con l’annuncio di giovedì la BCE termina l’APP, mettendo fine all’acquisto di ulteriori titoli pubblici europei sui mercati finanziari. Questa specificazione, “ulteriori”, è fondamentale per comprendere la mossa dell’autorità monetaria europea. Infatti, la banca centrale ha annunciato la fine degli acquisti netti, ma non degli acquisti lordi: non verranno più comprati nuovi titoli di Stato europei, ma quelli acquistati nell’ultimo decennio resteranno nei conti della BCE e, alla scadenza saranno reinvestiti sempre nell’acquisto di titoli di Stato, in modo da mantenere inalterata la quantità di titoli pubblici europei detenuta dall’autorità monetaria. Questo dettaglio è fondamentale perché, nel decennio di acquisti netti positivi la BCE ha accumulato, tra APP e PEPP, circa 4.500 miliardi di euro di debito pubblico dei paesi europei. Per provare a dare maggiore concretezza a queste cifre astronomiche, proviamo a concentrare l’attenzione sull’Italia: vi sono oggi in circolazione 2.300 miliardi di euro di titoli del debito pubblico italiano di cui 727 miliardi, cioè il 31,6%, detenuto dalla BCE in virtù degli acquisti effettuati tramite i due principali programmi, APP (448 miliardi) e PEPP (279 miliardi). In altre parole, attraverso acquisti diretti sui mercati finanziari, la BCE è giunta a detenere un terzo del debito pubblico dell’Italia e, analogamente, dei principali Paesi europei. Per fare cosa?
Con la fine degli acquisti netti decretata dalla BCE, questo patrimonio di circa 4.500 miliardi di euro di debito pubblico dei paesi dell’area euro smetterà di crescere ma non inizierà a diminuire, e resterà nella pancia della banca centrale. Con un’importante, ulteriore, specificazione: la composizione di questa massa di titoli pubblici potrà variare secondo logiche che la stessa banca centrale si riserva di definire nel prossimo futuro. In sostanza, la BCE si impegna a tenere in pancia titoli del debito pubblico di tutti i paesi europei per un ammontare pari a 4.500 miliardi di euro, ma si tiene la libertà di scegliere la composizione di questi 4.500 miliardi. Se da una parte, quindi, gli acquisti netti dell’area euro presa nel suo complesso non varieranno, potranno cambiare gli acquisti netti che la BCE farà in relazione ai titoli del debito pubblico dei singoli paesi. Infatti, potrà tranquillamente decidere di diminuire i 727 miliardi di debito italiano per comprare, ad esempio, più titoli tedeschi, portoghesi e spagnoli. E proprio qui veniamo al nodo della questione, al punto politico di maggiore attualità, ossia come la stabilità finanziaria di un paese poi influenza la sua stabilità politica.
Infatti, quando discutiamo della composizione dei titoli di Stato detenuti dalla BCE stiamo discutendo del potere che quella montagna di titoli conferisce alla banca centrale nel determinare la stabilità o l’instabilità finanziaria di singoli Paesi dell’area euro. Non appena la banca centrale deciderà di modificare l’attuale composizione del suo patrimonio di titoli pubblici, potrà acquistare nuovi titoli pubblici di un Paese solo con i proventi derivanti dal disinvestimento dei titoli pubblici di un altro Paese. Abbiamo detto che l’acquisto di titoli pubblici da parte della banca centrale è una straordinaria arma di contenimento del costo del debito pubblico di un Paese; esattamente alla stessa maniera, la vendita di titoli pubblici detenuti dalla banca centrale è una straordinaria arma di aumento del costo del debito pubblico, e può innescare una spirale nei tassi di interesse capace di far saltare la stabilità finanziaria di qualsiasi Paese dell’area euro. È l’ormai nota dinamica degli spread, che fotografano esattamente la distanza che separa i tassi di interesse sui diversi debiti pubblici. Quando la BCE tira la coperta, lascia alcuni Paesi in balia dei mercati finanziari, e per questa ragione vedremo allargarsi i divari tra i tassi dei Paesi che restano al sicuro, sotto l’ombrello della banca centrale, e quelli scoperti e vulnerabili.
Per dare contenuto a questi ragionamenti proviamo, di nuovo, a guardare agli effetti sull’Italia di questa politica monetaria. Rispetto ad un anno fa, il rendimento dei BTP a 10 anni (i titoli maggiormente rappresentativi del debito pubblico italiano) è passato dallo 0,7% all’odierno 3,9%. Si potrebbe pensare che questo sia solo l’effetto sui mercati finanziari della prospettiva di aumento dei tassi di interesse annunciato dalla BCE. Basta volgere lo sguardo verso Berlino per capire che così non è, e che accanto alla tendenza generalizzata all’aumento dei tassi di interesse della BCE rilevano, nel contesto attuale, le scelte adottate dalla banca centrale in tema di acquisti diretti di titoli. Infatti, anche il rendimento dei bund decennali, gli omologhi tedeschi dei nostri BTP a 10 anni, è aumentato nell’ultimo anno, ma in misura sensibilmente minore, passando dal terreno negativo del -0,3% all’attuale 1,5%. Lo spread tra il tasso italiano e quello tedesco ci permette di cogliere all’istante il punto, perché vediamo che è passato, in un anno, da 100 punti base a 240 punti base, più che raddoppiando.
Insomma, i tassi di interesse sono aumentati per tutti, ma non per tutti i Paesi alla stessa maniera. Ci sono alcuni Paesi, tra cui la Germania, che soffrono meno l’aumento dei tassi mentre altri, tra cui l’Italia, risultano maggiormente esposti al rialzo. Questa maggiore o minore vulnerabilità ai capricci dei mercati finanziari dipende anche dal grado di protezione del debito pubblico garantito dall’autorità monetaria. Con la fine degli acquisti netti di titoli da parte della BCE, questa protezione finisce per dipendere esclusivamente dalla composizione del portafoglio di titoli pubblici detenuto dalla banca centrale: da oggi, qualsiasi decisione di disinvestimento dai titoli di Stato di un Paese dell’area euro da parte della BCE equivale alla fine della sua stabilità finanziaria. È proprio alla luce di questo scenario di elevatissima incertezza che assistiamo, già in queste settimane, ad un pronunciato allargamento degli spread: i mercati finanziari stanno semplicemente anticipando quello che è facile aspettarsi, e cioè il progressivo abbandono dei Paesi della periferia dell’area euro alla speculazione da parte della BCE, esattamente come accadde, più di dieci anni fa, con la Grecia. E come nel caso greco, i governi lasciati in balia dei mercati finanziari finiscono tra le braccia delle autorità europee, chiedendo un supporto finanziario che sarà condizionato alle solite riforme liberiste e alla solita rigida applicazione delle misure di austerità che servono a smantellare salari e stato sociale.
Non a caso, negli ultimi giorni si è iniziato a parlare – proprio come avvenne nel 2011 – della necessità di uno “scudo anti-spread” e il 15 giugno la BCE ha annunciato la prossima introduzione di un nuovo strumento. A breve, dunque, conosceremo i dettagli delle condizioni a cui la banca centrale subordinerà i suoi interventi in difesa dei debiti pubblici europei, secondo una dinamica sperimentata in Grecia e replicata in tutta la periferia europea negli anni a seguire. Dunque, la BCE deve decidere cosa chiedere in cambio della tutela della stabilità finanziaria, e la storia ci insegna che chiederà riforme, contenimento dei salari e riduzione della spesa pubblica, ovvero smantellamento dello stato sociale.
La BCE dal volto italiano di Mario Draghi presidiò, dalla torre di Francoforte e con l’arma dello spread, la lunga stagione di governi tecnici e di unità nazionale che hanno scandito la vita politica del nostro Paese negli ultimi due lustri, garantendo la piena compatibilità delle scelte governative con il perimetro politico ultraliberista imposto dalle istituzioni europee in un frangente storico di emersione delle spinte populiste incarnate dal successo elettorale del Movimento Cinque Stelle, che aveva fatto vacillare la stabilità politica del Paese dell’ultimo trentennio. Analogamente, la BCE dal volto francese di Christine Lagarde anticipa di poche ore con una stretta monetaria di portata storica lo smottamento della stabilità politica francese indotto dal successo elettorale di Nupes, la coalizione guidata da Jean-Luc Mélenchon, lanciando un messaggio chiarissimo ai mercati finanziari. Nell’istante in cui le scelte politiche di un Paese dovessero virare rispetto alla linea definita a Bruxelles, la sua stabilità finanziaria sarà compromessa, e con quella la sua tenuta economica e sociale da un lato e la stabilità politica dall’altro. È un ricatto che discende direttamente dall’uso sapiente delle principali leve della politica monetaria da parte di una classe dirigente che è pronta a tutto per difendere gli interessi di pochi dalla rivendicazione di maggiore giustizia sociale gridata nelle urne dal popolo francese e riecheggiata in ogni angolo d’Europa in cui la popolazione soffre precarietà, disoccupazione e fratture sociali che, dopo la pandemia e con la guerra in casa, continuano ad allargarsi.
05/06/2020
Quantitative Easing: la quiete prima della tempesta
Ma le cose non stanno così. Negli anni, la BCE ha dimostrato di utilizzare la leva del QE per condizionare la politica economica degli Stati membri dell’Unione europea: se un governo tentenna nella rigida applicazione dell’austerità, la BCE riduce i suoi acquisti di titoli di Stato di quel particolare Paese, producendo così un rialzo nei tassi di interesse, l’ampliamento degli spread ed un clima di instabilità finanziaria. Gli spread misurano esattamente la differenza tra i tassi dei diversi Paesi, e dunque rispondono non tanto al livello degli acquisti operati nel QE quanto, piuttosto, alla distribuzione di questi acquisti tra i titoli di Stato dei diversi Paesi. Spostando il peso dei suoi acquisti da un Paese all’altro, la BCE è in grado di creare instabilità finanziaria dal nulla. È il ricatto del debito, ed il QE ne rappresenta un ingranaggio fondamentale. Per questa ragione, la dimensione del QE, che è stata appena aumentata, costituisce una buona misura del potere che la BCE ha di influenzare la politica economica dei singoli Paesi dell’Unione europea tramite l’arma dello spread, e non la misura del grado di protezione accordato dall’autorità monetaria al debito pubblico di tutti i Paesi europei. Maggiori sono gli acquisti, maggiore è il grado di controllo esercitato dalla BCE sulle nostre economie: fuori da qualsiasi meccanicismo, quel controllo viene orientato da scelte che sono tutte politiche, e vedono l’autorità monetaria europea in prima fila nell’imposizione dell’austerità.
Gli acquisti effettuati nell’ambito del QE seguono una precisa regola che disciplina la loro distribuzione tra i titoli di Stato dei diversi Paesi, la cosiddetta regola della quota di capitale: gli acquisti devono rispettare la proporzione in cui ciascun Paese partecipa al capitale della BCE (quota capitale o capital key). Questa partecipazione è rigida e predeterminata (dipende dal numero di abitanti e dal PIL dei vari paesi): all’Italia spetta il 17% degli acquisti, mentre alla Germania – socio di maggioranza della BCE – il 26%. È dunque evidente che l’ordinaria operatività del QE tende ad ampliare gli spread, perché sostiene il debito pubblico tedesco più di quello di tutti gli altri Paesi dell’Unione, Italia inclusa. Da quando è stato varato il nuovo programma PEPP, però, non si è visto alcun sostanziale ampliamento degli spread, che sembrano invece soffocati dalla massa di acquisti massa in campo dalla BCE.
Questo fenomeno deriva dal fatto che la BCE sta derogando alla regola della quota di capitale: secondo i dati della stessa banca centrale, nei primi due mesi di operatività del programma PEPP sono stati acquistati titoli di Stato italiani per 36,4 miliardi su un totale di 172,7 miliardi di euro di acquisti. Ciò significa che l’Italia ha ricevuto più del 21% dei nuovi acquisti. Poiché la regola della quota di capitale impone alla BCE di dedicare all’Italia solo il 17% di quegli acquisti, l’autorità monetaria ha messo in atto una deviazione dal percorso prestabilito che supera i 4 punti percentuali. La deviazione dalle capital keys ha consentito alla BCE di contenere lo spread dell’Italia nei primi mesi della crisi. Purtroppo, però, è la stessa BCE a mettere in chiaro una cosa: tale deviazione non può che avere carattere temporaneo. In altri termini, la banca centrale si è espressamente vincolata alla regola della quota di capitale nel lungo periodo, ammettendo margini di flessibilità solamente nel breve periodo, per far fronte a situazioni straordinarie come quelle che si sono manifestate nei primi mesi di pandemia. Come illustrato dalla stessa BCE:
per quanto concerne gli acquisti di titoli pubblici nell’ambito del PEPP, il riferimento (benchmark) per l’allocazione tra i Paesi sarà la quota di capitale ... Al tempo stesso, gli acquisti saranno condotti in maniera flessibile. Ciò rende possibili fluttuazioni nella distribuzione dei flussi di acquisti nel tempo, tra titoli e tra Paesi.Dunque è chiaro: l’Italia sta beneficiando di una mera flessibilità nella distribuzione degli acquisti. Tuttavia, come spiega la BCE, poiché si tratta di mere “fluttuazioni”, abbiamo davanti a noi un orizzonte ben definito in cui la banca centrale ridurrà il peso dei titoli di stato italiani nel QE al fine di ritornare sul sentiero della capital key.
Qui emerge un punto politico fondamentale per interpretare quello che accadrà al nostro Paese nei prossimi mesi. L’attuale calma sui mercati finanziari, che ha consentito all’Italia di indebitarsi a tassi di interesse relativamente contenuti, è una calma apparente e non poggia su alcun elemento strutturale della politica monetaria. Al contrario, tra i pilastri della politica monetaria europea vi è la regola che impone alla BCE di tornare, prima o poi, sui binari delle quote di capitale: in parole povere, nei prossimi mesi la banca centrale dovrà ridurre drasticamente la quota di acquisti destinata all’Italia in modo tale da replicare all’interno del programma PEPP le proporzioni cristallizzate nel proprio capitale. Pertanto, il QE si configura come una pistola puntata alle tempie del governo italiano: nei prossimi mesi lo scudo della BCE si dovrà necessariamente abbassare, e dunque l’Italia sarà esposta alle pressioni dei mercati finanziari. A quel punto, l’unica ancora di salvezza per evitare il vortice dell’instabilità finanziaria sarà l’accettazione dei prestiti che le istituzioni europee hanno predisposto: MES o Recovery Fund, purché l’Italia accetti un prestito subordinato alla condizionalità, alla sorveglianza rafforzata dei conti pubblici, ad un programma di riforme lacrime e sangue. È il vicolo cieco dell’austerità in cui ci stanno spingendo con tutte le armi a loro disposizione, inclusa la flessibilità del QE, che ci permette di respirare oggi solo al prezzo di una stretta monetaria che sarà impossibile evitare, e che è inscritta nella regola che impone acquisti proporzionali alle quote del capitale della BCE.
In conclusione, piuttosto che unirci ai festeggiamenti per la decisione della BCE di potenziare il suo QE, dovremmo iniziare ad organizzare la resistenza al ricatto del debito che quel programma di acquisti necessariamente impone. Per sottrarci alla spada di Damocle dell’austerità che ci verrà offerta come condizione per la stabilità finanziaria, dobbiamo dunque avere l’ambizione di mettere in discussione l’intero impianto della politica monetaria europea, le sue regole e le sue istituzioni, rompendo lo schema che vuole condannarci ad anni di precarietà, disoccupazione e salari da fame. Uno schema di cui la BCE rappresenta la punta di diamante.
Fonte
16/05/2020
Se di Germania ce ne fossero tre? Meglio fare da soli
La sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio scorso ha dichiarato che il programma di acquisto di titoli pubblici avviato dalla BCE nel 2015 è incompatibile con il principio di proporzionalità consacrato nei trattati europei, gettando un’ombra sull’attuale programma di acquisto (PEPP) predisposto per fronteggiare gli effetti della pandemia, dal quale sono stati rimossi alcuni importanti limiti, come quello sul massimale di acquisto delle emissioni e quello degli acquisti in proporzione alla quota di capitale della BCE detenuta da ogni paese (la cosiddetta “capital key”).
Il tentativo di decifrare le possibili implicazioni economiche per l’Italia durante e dopo la crisi del Covid-19, anche alla luce dei tre mesi concessi dalla Corte tedesca per ottenere chiarimenti dalla BCE, ci ha indotto a provare ad andare oltre la visione monolitica, considerando la circostanza che la nazione tedesca, o meglio lo stato tedesco – oggi guida dell’UE – sia percorso da interessi e obiettivi legittimi diversi, i cui rapporti di forza possono determinare conseguenze internazionali diverse a seconda di quale interesse e obiettivo prevalga sugli altri.
Abbiamo pertanto ragionato provocatoriamente sull’ipotesi che oggi, in realtà, di Germania ve ne siano almeno “tre”:
- la Germania di Berlino, facente capo al governo e dalle potenti lobby industriali, interessata a preservare l’euro al minimo costo possibile per il contribuente tedesco;
- la Germania di Francoforte, quella del rigore finanziario impersonata dalla Bundesbank – la banca centrale – interessata ad assicurare la stabilità monetaria nazionale, e cioè un tasso d’inflazione basso;
- La Germania di Karlsruhe, quella giuridico-normativa rappresentata dalla Corte costituzionale, la quale è garante del rispetto da parte tedesca delle norme e dei trattati internazionali.
Se si parte da questa ipotesi, si tratta allora di vedere come questi diversi obiettivi possano impattare sulle scelte europee che condizioneranno l’Italia in materia di gestione della crisi del Covid-19.
Rileviamo incidentalmente di non avere alcuna pretesa di originalità nell’assumere la prospettiva di una pluralità di interessi nazionali fra essi potenzialmente contrastanti. La stessa prospettiva fu adottata anni fa dal compianto Marcello de Cecco per svolgere una lucidissima analisi critica dell’architettura dell’unione monetaria europea.
Il dilemma delle “Tre Germanie“
Nella "guerra" al Covid-19, l’Europa a guida tedesca si è trovata a dover affrontare un dilemma: difendere l’integrità del principio del “rigorismo” di marca germanica, con l’altissimo rischio di vedere implodere l’euro, oppure fare buon viso a cattivo gioco e condiscendere a una qualche forma di largesse finanziaria invocata da molti dei paesi nel vecchio continente, e financo da taluni settori della politica e dell’opinione pubblica della stessa Germania e dei paesi di essa satelliti.
L’implosione dell’euro, al di là delle difficoltà e dei rischi che ne scaturirebbero nell’immediato anche per un’economia possente come quella tedesca, le sottrarrebbe gli enormi benefici che l’esistenza dell’euro le garantisce: la Germania di Berlino non può volere né permettere che ciò accada, sebbene essa voglia anche che il conto del salvataggio non ricada sul bilancio federale (se non in misura contenuta per poter comunque sostenere di essere stata solidale con i paesi partner...). Cerca quindi di seguire un percorso che imponga ai paesi debitori di farsi carico del proprio debito senza invocare trasferimenti e garanzie, ma che nemmeno tiri troppo una corda che può assai facilmente spezzarsi, causando il default dei paesi a più alto debito pubblico (leggasi Italia). Pertanto, sebbene di monetizzazione del debito stricto sensu non possa parlarsi, la Germania di Berlino non vede di cattivo occhio che la BCE porti avanti il suo programma di acquisto titoli, di fatto consentendo ai paesi fortemente indebitati ad andare avanti e rinviando al futuro, a data da destinarsi, le esigenze di aggiustamento fiscale che su questi paesi graveranno.
D’altra parte, cedere sui dogmi che la guida tedesca ha da sempre imposto agli altri paesi membri dell’Eurozona significa cedere sui cardini centrali che presiedono al meccanismo di funzionamento della moneta unica. La Germania di Francoforte teme lo spettro della creazione incontrollata di moneta a cui la salvaguardia dell’euro può portare, mentre la Germania di Karlsruhe vigila a che, nel tentativo di far ciò, un pezzo dello stato tedesco – la Bundesbank – non finisca per travalicare il perimetro giuridico che limita l’azione della BCE. La sua ultima sentenza riflette il suo timore che ciò sia già avvenuto.
Come risolvere questo dilemma? E quali conseguenze avrebbe la sua risoluzione per l’Italia?
Gli scenari possibili
Scenario 1: Vince Karlsruhe
Si premetta che la BCE non risponde direttamente alla Germania di Karlsruhe, ma soltanto al suo proprio consiglio direttivo, di cui la Germania di Francoforte è soltanto un membro, per quanto autorevole. In quanto tale, quest’ultimo solleciterà la BCE a produrre un’opinione legale sulla materia. Tuttavia, qualunque ne saranno le deduzioni di Karlsruhe, esse non dovranno modificare necessariamente le politiche della BCE, che sono decise dal suo consiglio e sono votate a maggioranza. Dunque, pure nell’ipotesi che vinca Karlsruhe, si assume che la BCE continui comunque le operazioni di acquisto titoli, rimanendo pronta a estenderle se necessario, mentre spetterebbe alla Germania di Karlsruhe stabilire se la Bundesbank potrà o meno parteciparvi. Ma pure in quest’ultimo caso, le operazioni potranno continuare a essere eseguite anche senza la Bundesbank. Si osservi, tuttavia, che, se mai si giungerà a tale scenario, il sistema dell’euro sarà soggetto a un vulnus politico di immense proporzioni: si avrà una BCE da cui il paese-guida avrà preso le distanze. Il che equivarrebbe già a una serissima frattura dell’euro, le cui conseguenze non potrebbero non farsi sentire.
Per quel che riguarda l’Italia, saranno proprio queste conseguenze a rilevare. Se il programma di acquisti della BCE proseguirà senza contraccolpi, il nostro Paese potrà continuare a indebitarsi a costi "accettabili", beneficiando del supporto della BCE, sino a quando questo supporto continuerà: ne saremmo interamente dipendenti. Così come saremmo totalmente in balia di ogni evento che pregiudicasse la sussistenza dell’euro, a meno di non prepararsi a questa evenienza.
Scenario 2: Vince Francoforte
In questo scenario la Germania di Francoforte riesce a costruire un’alleanza all’interno del consiglio della BCE che porta al blocco delle operazioni di acquisto. Qui la situazione precipita e il rischio di rottura dell’euro è più che concreta. Si salvi chi può!
Scenario 3: Vince Berlino
È questo forse lo scenario più probabile, quello nel quale fa premio l’interesse del governo tedesco e delle lobby interne di salvare l’euro, senza ricorrere al contribuente, ma tenendo conto dei non trascurabili obiettivi delle altre due Germanie. Sorge persino il sospetto che, in un mirabile gioco delle parti che vede la Germania “una e trina”, le due Germanie spingano sui propri obiettivi proprio per indurre la terza (Berlino) e gli altri governi UE a convergere verso una soluzione che risolva il dilemma posto all’inizio fra rigorismo e sussistenza dell’euro. Una soluzione del genere dovrebbe prevedere che alla concessione di assistenza finanziaria ai paesi maggiormente bisognosi (leggasi sempre Italia) questi paesi corrispondano adeguate contropartite, vale a dire l’attivazione del MES e l’intervento della Troika, con tutto quello che abbiamo già visto in Grecia (aumenti di tasse, taglio della spesa pubblica, svendita di interi pezzi dell’economia nazionale).
Comunque la si concepisca, una soluzione del genere non potrebbe non consistere in un programma che permetterebbe all’Italia di continuare a indebitarsi a costi accettabili, resi tali dal protratto intervento della BCE, ma al prezzo di cedere l’intero pilotaggio della sua politica economica alle autorità europee a guida tedesca: insomma, un commissariamento del nostro Paese, che “strizzerebbe” il Paese per bene, tenendolo poi a “bagnomaria” e minandone così stabilmente l’alta capacità di economia concorrente.
Recentemente Riccardo Realfonzo ha avvertito che, se dall’UE non dovesse venire una seria spinta alla crescita non gravata da altri debiti, c’è il rischio che la politica italiana del futuro venga impostata su altre politiche recessive, come la ristrutturazione del debito, il drastico incremento dell’imposizione fiscale, forme di espropriazione di ricchezza (risparmio forzoso). Condividiamo pienamente questa sua preoccupazione. Tuttavia, alla luce dell’analisi appena svolta, noi siamo assai più pessimisti circa l’ipotesi che dall’UE possano promanare politiche volte alla crescita.
Si può “fare da soli”?
Si può e si deve, e si deve anche fare presto. Limitare la nostra dipendenza da decisori esterni ed evitare la cessione all’esterno di ulteriori importanti quote di sovranità nazionale deve diventare obiettivo strategico prioritario del nostro Governo.
Occorre però capirsi su che cosa significa “fare da soli”. Se con ciò s’intende accrescere l’indebitamento nazionale magari contando sul risparmio privato che i cittadini italiani, mossi da sentimento altamente patriottico, concedono allo Stato a condizioni di particolare vantaggio, francamente pensiamo che questa sia una strada destinata a non sbucare da nessuna parte. Il debito pubblico da rinnovare e quello nuovo da collocare per soddisfare le esigenze della ripresa sono tali che si rende necessario un ricorso massiccio ai mercati internazionali, alle condizioni da questi imposte.
Esiste invece la strada della Moneta Fiscale (altre volte da noi delineata, anche su questa rivista, nella forma dei Certificati di Compensazione Fiscale (CCF)).
L’introduzione della Moneta Fiscale mette a disposizione dell’Italia un meccanismo di immissione di potere d’acquisto nella sua economia, utilizzabile per incrementare i consumi, aumentare la spesa sociale, rilanciare gli investimenti pubblici, ridurre il carico fiscale (incluso quello che grava sulle aziende).
Passi in questa direzione si stanno compiendo. Nel decreto di maggio sono in arrivo un incremento degli econobonus, sismabonus e fotovoltaico al 110%, il bonus bollette e il bonus affitto 2020, mentre il Ministro del Turismo parla di bonus turistici che verranno dati alle famiglie che potranno spenderli nelle strutture turistiche italiane entro il 31 dicembre 2020. Si potranno pertanto pagare le imprese di questi settori con crediti fiscali e si potranno cederli alle banche. La cedibilità illimitata del credito e la possibilità di attivare un mercato di scambio sono gli ulteriori passi importanti da compiere per creare i presupposti per la nascita dei CCF da noi teorizzati.
L’Italia dovrebbe avviare un programma di emissione di Moneta Fiscale per arrivare – a regime – ad una circolazione di 100 miliardi euro di CCF, annunciando nello stesso tempo che il rapporto debito pubblico/PIL, destinato a incrementarsi fino al 160% nel 2020 per effetto della crisi sanitaria e del suo impatto economico, calerà costantemente in tutti gli anni successivi.
Ciò sarà possibile in quanto le emissioni di debito pubblico (quello destinato a essere rimborsato in euro, il cosiddetto Maastricht Debt) potranno essere ridotte, mentre il recupero del PIL risulterà molto più rapido e intenso.
La Moneta Fiscale è uno strumento non defaultable. Non comporta impegni di rimborso cash. Per i mercati finanziari, la dimensione delle emissioni di Moneta Fiscale in circolazione non costituisce un problema, fintantoché è assicurata la riduzione costante e progressiva del Maastricht Debt (sempre in rapporto al PIL).
Il progetto Moneta Fiscale non è stato concepito come un ponte verso la rottura dell’euro. Noi riteniamo che sia la strada per risolvere le conseguenze per l’Italia di alcune delle pesanti disfunzioni del sistema, non per spezzarlo.
È indubbio, tuttavia, che esso costituisce anche una “valvola di sicurezza” nel caso in cui eventi esterni alla volontà del nostro Paese dovessero condurre alla rottura.
La sentenza di Karlsruhe è una prova in più che un evento del genere rientra nel novero delle possibilità.
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15/05/2020
C’era una volta il PEPP. L’Italia sotto il ricatto incrociato di Berlino e Francoforte
Parliamo di quasi tre mesi fa, un periodo di tempo relativamente breve in condizioni “normali” ma in realtà un’era geologica in un mondo fatto di quarantene, blocchi (molto parziali) delle attività produttive, fondi salva stati senza apparenti condizionalità e sentenze delle corti costituzionali.
Tutto però parte da qui, da quei 750 miliardi di acquisti di obbligazioni pubbliche e private che ricalcano il celebre “bazooka” di Draghi ma riescono a spingersi anche oltre il Quantitative Easing, stabilendo il tasso di interesse sul debito pubblico di ciascun Paese europeo in deroga a due criteri rispettati invece dal suo predecessore: il cosiddetto “Capital Key’, che imporrebbe alla BCE di acquistare titoli del debito pubblico in proporzione alla quota detenuta nel capitale della Bce da ogni paese dell’Eurozona, e il divieto di acquisto di titoli “spazzatura”, ovvero di quei paesi con un rating inferiore alla tripla B indicato delle agenzie internazionali.
Il PEPP ha quindi permesso in queste settimane all’Italia di godere di un acquisto di titoli pari al doppio della sua quota nel capitale della BCE, nonché della garanzia del proseguimento del programma anche se il suo rating internazionale scendesse dal preoccupante BBB con outlook negativo appena confermato da Standard and Poor’s.
Ma il merito più importante del programma è stato senza dubbio quello di mostrare all’intero continente che il re è nudo: tutto ciò che finora ci era stato dichiarato come impossibile, dalla stabilizzazione dello spread attraverso l’azione della BCE fino alla messa in campo di centinaia e centinaia di miliardi letteralmente creati “dal nulla”, è venuto infatti meno con l’esplodere di questa crisi, portando la Lagarde a contraddire se stessa con l’annuncio del PEPP solo pochi giorni dopo aver dichiarato che “non è compito della Banca Centrale Europea tenere sotto controllo lo spread”.
Qualcuno potrebbe essere portato a leggere questa novità come la tanto attesa conferma della sbandierata “riformabilità” dell’Unione Europea, quella che per i sedicenti sovranisti di destra, ma anche secondo tanti compagni di “sinistra”, seppur governata dalla burocrazia e dagli egoismi nazionali ha in nuce tutte le potenzialità per trasformarsi in quel sogno di pace e democrazia teorizzato dai fondatori.
Per queste persone la risposta non si è fatta attendere, non tanto dall’esplicito carattere temporaneo del programma o dall’impietoso confronto con le altre banche centrali in giro per il mondo in ottica sia quantitativa (come la Bank of Japan che annuncia acquisti illimitati di titoli) che qualitativa (come la Bank of England che ha deciso di finanziare direttamente le spese anti-pandemia senza passare per l’acquisto di titoli), quanto da una sentenza della corte costituzionale tedesca nella città di Karlsruhe.
Chiamati ad esprimersi sulla legittimità del Quantitative Easing di Draghi, i giudici hanno assolto solo parzialmente quest’ultimo e, soprattutto, hanno incluso nelle motivazioni tutti quei dubbi di costituzionalità propri invece dell’elefante nella stanza, il PEPP della Lagarde.
Se molti si sono concentrati su quei tre mesi di tempo concessi alla BCE per dimostrare il rispetto da parte del QE del principio di proporzionalità scritto nei trattati, più importante ci sembra l’assoluzione del precedente programma per quanto attiene a tutti quei profili che il PEPP invece non rispetta.
Sottolineando la correttezza del QE in relazione ai trattati, i giudici tedeschi stanno di fatto mettendo sotto accusa il PEPP.
Una situazione obiettivamente esplosiva, che ha messo ancor più in dubbio la già opinabile efficacia del nuovo programma di acquisti e innescato ulteriori contrasti all’interno di questa Unione Europea dai piedi di argilla: da una parte la BCE rilancia annunciando il raddoppio del volume di acquisti, che passa così da 750 a 1500 miliardi, dall’altra il governo tedesco ci tiene a precisare che rispetterà la sentenza della propria corte costituzionale.
Nel frattempo Blackrock, il più grande fondo d’investimento al mondo, nel suo report settimanale comunica una revisione sulle obbligazioni periferiche dell’area euro e sui titoli di stato dei paesi del sud, citando proprio la sentenza di Karlsruhe come probabile ostacolo al proseguimento dell’acquisto di obbligazioni da parte della BCE.
In mezzo a questo fuoco incrociato c’è l’Italia, un paese alla vigilia di una recessione senza uguali in un contesto che non l’ha mai vista uscire nemmeno dalla crisi precedente. Una paese continuamente appeso allo spread, al rating delle agenzie internazionali, a quel rapporto debito/PIL pronto a schizzare oltre il 160% non appena il PEPP allenterà la sua azione.
Un paese in cui la propaganda unificata di televisioni e carta stampata ci ripete da settimane che l’unica soluzione è affidarci al fondo salva stati, che il MES ci salverà e non avrà ripercussioni future perché l’Europa dai tempi della Troika in Grecia è diventata buona e ha tolto tutte le condizionalità cattive.
Perché queste sono le due uniche opzioni concesse al nostro paese: da una parte affidarsi al “bazooka” sempre più fragile del PEPP, che tiene sì sotto controllo spread e debito pubblico, ma la cui durata e conseguente affidabilità sono oggi messe ancor più in discussione dalla sentenza di Karlsruhe; dall’altra cedere al canto delle sirene del MES, ottenendo un prestito di 36 miliardi vincolato alle spese sanitarie con la sola agevolazione di non trovarci la Troika in casa oggi ma probabilmente solo quando l’emergenza Coronavirus sarà finita.
Una bel ventaglio di scelte, non c’è che dire, nonché l’ennesimo motivo per ripensare la nostra permanenza in quel progetto dichiaratamente neoliberale che si chiama Unione Europea.
Perché fuori da questa gabbia fatta di debito e austerità non sappiamo ancora cosa potremo trovare, ma all’interno di essa è chiaro ogni giorno di più il supplizio senza fine che ci aspetta.
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