Ci risiamo. E non è un “normale” incidente di percorso. La Corte Costituzionale di Karlsruhe, equivalente tedesco della nostra Consulta, ha ordinato al presidente federale Frank-Walter Steinmeier di non ratificare la legge approvata dai due rami del Reichstag sulle cosiddette nuove “Risorse Proprie”; almeno, non prima che la Corte stessa si sia pronunciata sui ricorsi legali.
Di fatto, questo implica che il Recovery Fund non può partire, affossando la “narrazione” secondo cui staremmo per essere sommersi da una “marea” di soldi europei, che dovremmo solo “spendere bene”. Scopo per cui i saggi poteri continentali ci hanno inviato Mario Draghi, di modo che le “condizionalità” previste dai trattati e dallo stesso Recovery Fund siano rispettate fino in fondo fin dal momento di stendere i provvedimenti.
Come per i vaccini, però, manca la materia prima. In questo caso i soldi. E se per i primi Draghi potrebbe sempre dire di non essere competente, per i soldi non può certo dire altrettanto.
Lo stop di Karlsruhe arriva in seguito al ricorso presentato dal partito di estrema destra Afd, secondo cui i 750 miliardi del fondo europeo sarebbe una “condivisione del debito” a livello comunitario – illegale secondo la Grundgesetze tedesca – che esporrebbe il Paese a “rischi finanziari incalcolabili”.
Vista la dimensione del Recovery (759 miliardi divisi tra i 27 membri UE), si tratta chiaramente di una motivazione inesistente dal punto di vista economico-finanziario (ogni Paese garantisce pro quota e riceve in proporzione al bisogno, dunque Berlino dovrà “garantire” un po’ più di quanto riceverà, ma nell’ordine di poche decine di miliardi).
Dal punto di vista istituzionale, invece, il problema è serio. L’unico Paese dell’Unione Europea in cui le normative comunitarie non assumono ipso facto “dignità costituzionale” è appunto la Germania. In pratica, ogni trattato europeo può essere lì impugnato e sottoposto al giudizio della Corte Costituzionale. In tutti gli altri no. Sa un po’ di marchese del Grillo (“io so’ io, e voi non siete un cazzo”), ma così è.
C’è da dire che fin qui la Corte di Karlsruhe ha espresso parere negativo in un solo caso – che riguarda i “quantitative easing” della Bce diretta da Mario Draghi – ma senza conseguenze pratiche (le iniezioni di liquidità erano già avvenute e Bundesbank non poteva dunque più ritirarsi).
Però in questo caso c’è stato un piccolo salto di qualità nella “comunicazione” della Corte, che ordina al Presidente della Repubblica di non ratificare la legge parlamentare fino a sentenza.
Questo blocca sul serio l’approvazione del Recovery da parte della Germania e quindi tutto l’iter dell’accordo. I “Paesi frugali” (Olanda, ecc.) avevano infatti chiesto ed ottenuto che nello schema del Recovery fosse prevista l’approvazione esplicita da parte di tutti e 27 i Parlamenti; e di sicuro nessun meccanismo finanziario continentale può avanzare senza la partecipazione della Germania.
A Berlino si viaggia del resto da anni sul filo del rasoio. La “condivisione del debito” con i Paesi mediterranei è un tabù intoccabile per quasi tutti i partiti, ma soprattutto per la Cdu-Csu, i liberali del Fdp e ovviamente per l’estrema destra. Ma anche per i “socialdemocratici”.
I liberali, addirittura, avevano avanzato una proposta di legge che affidava alla Germani il “diritto” di sindacare sul come ogni singolo altro Paese avrebbe usato i fondi (al posto della Commissione Europea, largamente egemonizzata da Berlino, che esprime persino il presidente Von der Leyen). Non era poi passata, ma chiarisce bene quale sia l’humus che domina nel Bundestag e nell’opinione pubblica (rimpinzata per decenni con orride storie sulle “cicale mediterranee”).
I tempi decisionali della Corte sono abbastanza rapidi, in genere, circa tre mesi. Ma per un percorso già particolarmente lento, partito in ritardo, che avrebbe dovuto erogare a giugno la prima tranche pari a circa il 20% della dotazione, questo significa rinviare tutto fino all’autunno. Con il rischio che anche nei Paesi dove l’approvazione non è ancora avvenuta (undici) possano sorgere problemi analoghi.
Questa decisione è una mazzata per tutta la retorica “europeista”. Ovviamente è partita subito la strategia “minimizzatrice”, che cerca di presentare la Corte come un ente quasi ininfluente. E si continua a parlare dei fantastiliardi europei come una cornucopia pronta da spalmare sul pane.
Ma intanto, come i vaccini, ad oltre un anno dall’inizio della pandemia, da Bruxelles non è uscito un soldo. Anzi, i vaccini a questo punto sembrano quasi un “successo”. Ed è tutto dire…
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27/03/2021
23/06/2020
“Qui non c’è niente da cambiare”, sentenzia Weidmann
Due notizie diverse, relative allo stesso Paese, aiutano a comprendere la “cultura politica” della classe dirigente europea meglio di un trattato.
La prima è ordinaria amministrazione, cronaca quotidiana, e recita: “Coronavirus, in Germania maxi focolaio nel mattatoio: 1.533 malati, l’allarme di Merkel”. La seconda, dalla Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung), sintetizza una sterminata intervista al presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: “La depressione sarà ora probabilmente alle nostre spalle“.
La contraddizione è evidente. Da un lato c’è la realtà biofisica del mondo, in preda ad una pandemia che ogni giorno fa segnare globalmente nuovi record e che anche lì dove sembrava contenuta con qualche successo (in Germania ci sono stati comunque fin qui circa 192.000 contagiati, ma “solo” 8.900 morti, ufficialmente) si ripresenta in dimensioni molto preoccupanti.
Dall’altro l’asettica atmosfera dell’iper-attico di una banca centrale, dove queste “minuzie” vengono semplicemente ignorate, preferendo di gran lunga le antiche certezze ordoliberiste sul miglior modo di governare un’economia. Rispetto alle quali la crisi attuale appare come una banale turbativa momentanea, da cui sarebbe bene non farsi distrarre troppo.
Ad ogni essere umano raziocinante appare piuttosto chiaro il legame, quantomeno temporale, tra i due fatti (la pandemia e la crisi economica). E anche Weidmann non nega che ci sia un momento problematico da affrontare. Anzi, l’evento “extra-economico”, il Covid-19, gli permette di glissare sulla recessione già iniziata prima del contagio e raccontare la favoletta rassicurante della “causa esogena” che non mette affatto in discussione la “bontà” del sistema.
Data la lunghezza dell'intervista, preferiamo concentrarci su alcuni degli aspetti più rilevanti – e rivelatori – di una “concezione del mondo” che ha ed avrà grande peso nella gestione di questa crisi a livello europeo. Un presidente di banca centrale è un politico con competenze tecniche elevate, e quindi i suoi discorsi hanno obbiettivi che vanno letti su almeno due piani.
Lo scontro Corte Suprema tedesca - Bce
È l’elemento politicamente più rilevante per l’architettura istituzionale europea. Com’è noto, la Corte di Karlsruhe ha dato tre mesi di tempo alla Bce per giustificare la propria politica di acquisti di titoli di Stato, obiettando che l’istituto di Francoforte sia andato “oltre i propri poteri”, adottando in realtà una politica di finanziamento degli Stati – cosa vietata dai trattati europei – invece che una politica solo monetaria.
Il 5 agosto scade l’ultimatum. È escluso che la Bce – organo sovranazionale dipendente da trattati internazionali liberamente sottoscritti – possa presentarsi in veste di quasi-imputato davanti a una corte nazionale (è l’equivalente della nostra Corte Costituzionale).
Ma un eventuale, non impossibile, passo avanti nell’escalation metterebbe proprio la Bundesbank in una posizione difficile. Non sarebbe infatti più legalmente autorizzata a partecipare al programma di acquisti della Bce. E va da sé che senza la partecipazione tedesca quel programma difficilmente può restare in piedi.
Sul punto Weidmann, che non nasconde affatto di essere stato fieramente contrario alla decisione presa dalla Bce fin dai tempi di Mario Draghi (“whatever it takes”), sollecita atti formali intermedi, che allontanino l’esplosione della contraddizione ma mantengano forte la contrarietà tedesca.
Sa meglio di noi che sono in ballo trattati decisivi, senza i quali l’Unione Europea rischia la dissoluzione. Ma sa anche che contro la Germania, nella Ue, non si può decidere nulla. Dunque tiene sulla corda i partner perché addivengano a più miti consigli su una lunga serie di dossier aperti (dal recovery fund alle stesse scelte della Bce).
I capisaldi dell’ordoliberismo
La puntigliosa riaffermazione dei pilastri teorici della visione ordoliberista suona davvero inquietante nel mentre la pandemia dispiega i suoi effetti sul terreno economico. Li ricordiamo per i non addetti ai lavori:
a) la banca centrale non deve finanziare lo Stato, né a livello nazionale né comunitario;
b) lo Stato deve soltanto creare l’ambiente più favorevole al business, ma non deve fare “l’imprenditore”, neanche in condizioni drammatiche come quelle attuali (i “salvataggi” sono per lui altra cosa, e non dovrebbero incidere sull’azionariato);
c) l’obbiettivo di tutta la politica monetaria è e continua ad essere “tenere sotto controllo l’inflazione”, anche se lui stesso è costretto a riconoscere che questa non è più un problema da quasi 30 anni e, anzi, le prospettive a medio termine sono per una diminuzione dei prezzi.
Ricordiamo che nel normale neoliberismo occidentale la situazione è differente. La Federal Reserve statunitense ha due obbiettivi, invece di uno; oltre che dei prezzi deve tener conto anche del tasso di disoccupazione (con dati statisticamente truccati, ma questo è un altro discorso). E la Banca di Inghilterra sta tranquillamente finanziando lo Stato, rompendo il tabù introdotto da Margareth Thatcher.
Il controllo dell’Unione Europea
Nella visione di Weidmann continua a non essere prevista alcuna “condivisione del debito”, cioè nessun “eurobond”. E nessuna “riforma” gli appare necessaria. Il quadro legale, secondo lui, è perfettamente in grado di rispondere alle esigenze eccezionali che ci stanno di fronte.
Il che significa una sola cosa: i Paesi che “hanno margini accumulati nel tempo” possono permettersi di spendere quel che serve per fronteggiare la crisi (Germania, Olanda, Austria, pochi altri). Gli altri – come l’Italia, arguisce ovviamente l’intervistatore – devono invece limitarsi al massimo a mettere al più presto in atto le “riforme” che consentano di ridurre il debito... mentre la situazione richiede di alzarlo per un arco di tempo imprevedibile, ma comunque lungo.
Le asimmetrie strutturali della Ue, scriviamo spesso, sono utilissime ad accrescere le differenze, invece che ad appianarle. E infatti l’Italia è entrata nel regime monetario dell’euro in discrete condizioni e con un debito pubblico molto più basso (vicino al 100% del PIL), per ritrovarsi a fine 2019 in condizioni già pietose. Il coronavirus sta ora facendo il resto.
Ma veder rivendicare da Weidmann questa funzione asimmetrica dei trattati dovrebbe aprire gli occhi anche al più entusiasta degli “europeisti acritici”. Da questo quadro istituzionale non arriverà mai nessuna “solidarietà”, tantomeno le decine di miliardi “a fondo perduto” di cui si favoleggia sui media mainstream. Solo prestiti, e a condizione che siano varate quelle famose “riforme” che affossano da decenni il nostro sistema industriale, il welfare, l’istruzione, ecc.
Si potrebbe andare avanti a lungo, perché i temi toccati dall’intervista sono molti. E ci torneremo certamente sopra con altri articoli. Ma una conclusione appare chiara fin da adesso: nonostante lo sconquasso della crisi, nella Ue non c’è niente da cambiare. Viviamo nel migliore dei mondi possibili, per la borghesia europea.
Intervista a Jens Weidmann condotta da Patrick Bernau, Gerald Braunberger e Georg Meck. *
Signor Weidmann, quanto sarà grave la crisi? Quando avremo superato il peggio?
Negli ultimi mesi abbiamo vissuto il più forte crollo economico della storia della Repubblica Federale Tedesca. La produzione economica è sicuramente diminuita molto più drasticamente nel secondo trimestre che nel primo. La buona notizia è che la depressione è ormai alle nostre spalle e che le cose si stanno riprendendo. Ma il forte calo sarà seguito solo da una ripresa relativamente graduale.
Quindi la politica di salvataggio sta funzionando? I responsabili politici hanno fatto la cosa giusta?
Sì, nel bel mezzo di una situazione difficile, i responsabili politici hanno reagito rapidamente e con determinazione per proteggere le aziende e i dipendenti. È stata la cosa giusta da fare. Le ultime decisioni del governo federale stanno ora dando una forte spinta all’economia. Questo dovrebbe anche creare fiducia: per i consumatori per gli acquisti e per le imprese per gli investimenti. È importante che i problemi non indeboliscano troppo l’economia. Molto è stato fatto per evitare che ciò accada.
E se, come alcuni temono, la grande ondata di fallimenti che si abbatterà su di noi in autunno, i politici dovranno alzare la posta in gioco?
Fin dall’inizio era chiaro che gli sviluppi futuri sarebbero stati difficili da prevedere e che probabilmente avremmo dovuto riadattare ripetutamente la nostra risposta. Quanto più velocemente batteremo la pandemia, tanto più basso sarà il rischio che la crisi economica si radichi o addirittura si intensifichi. Dobbiamo evitare che difficoltà temporanee diventino problemi permanenti. Le imprese che sono fondamentalmente sane non devono fallire. Per questo motivo è necessario agire rapidamente. Il governo tedesco ha certamente ancora margine di manovra per fornire ulteriore sostegno, se necessario.
La misura principale del pacchetto di stimolo economico è la riduzione temporanea dell’IVA. Si tratta di un modo adeguato per rilanciare l’economia?
Sì, assolutamente. La riduzione delle imposte aiuta l’economia, perché si trasmette ai clienti, rafforza il potere d’acquisto dei consumatori e stimola la spesa, e perché le imprese sono in grado di trattenere una parte maggiore dei loro guadagni, il che le aiuterà a riacquistare terreno in una situazione difficile. È importante che le misure siano mirate e temporanee. In questo modo, anche l’onere per i bilanci pubblici non sarà più che temporaneo, e i deficit diminuiranno di conseguenza.
Non c’è il rischio che il governo si abitui all’elevato livello di indebitamento, tanto più che sembra non costare nulla grazie al tasso d’interesse zero?
Questo pericolo esiste davvero. Ci si abitua rapidamente alle grandi somme che ora vengono bandite. Questo rende ancora più importante ricordare che le nostre finanze pubbliche sane sono una condizione cruciale per un governo forte e capace di agire. Per questo motivo siamo in grado di mettere in piedi una forte difesa contro la crisi. Ma dopo, sarà fondamentale per noi tornare a un bilancio solido.
Nella crisi, lo Stato si sta affermando come un soggetto imprenditoriale; il governo federale sta investendo nella compagnia aerea tedesca di lunga data Lufthansa e nell’avvio del vaccino di Curevac. E nessuno fa storie.
Vorrei fare una distinzione tra due cose. Da un lato, è giusto che il governo non fornisca solo liquidità, ma anche capitali per evitare il crollo di imprese fondamentalmente sane …
Pertanto, non solo dovrebbe fornire iniezioni di denaro contante o concedere prestiti, ma anche fornire grandi somme sotto forma di proprietà statale in singoli casi.
… allo stesso tempo, però, mi preoccupa vedere le richieste di interventi di politica industriale diventare più popolari. Questo non dovrebbe essere lo standard per i tempi normali. Dopo tutto, non sono state la politica industriale aggressiva e gli investimenti statali a mettere l’economia tedesca in una posizione così buona prima della crisi. Piuttosto, le sue buone condizioni come luogo per fare affari, come dipendenti motivati e altamente qualificati e un efficiente sistema di governo, sono ciò che distingue la Germania. La concorrenza è il miglior presupposto per le imprese innovative e prospere – e per consentire ai consumatori e ai dipendenti di condividere una maggiore prosperità.
Il governo dovrà salvare di nuovo anche le banche? Quanto sarà stabile il settore finanziario se un numero sempre maggiore di prestiti inizierà ad essere inadempiente?
A differenza della crisi finanziaria, attualmente le banche svolgono un ruolo di stabilizzazione. Hanno ampliato notevolmente i loro prestiti alle imprese – anche grazie alle garanzie governative sui prestiti. Ma lo stesso avvertimento vale anche in questo caso: più dura la crisi, maggiori sono i rischi per i bilanci delle banche.
Questo potrebbe causare il crollo di alcune banche?
Il fatto che le autorità di vigilanza e di regolamentazione abbiano imparato importanti lezioni dalla crisi finanziaria sta dando i suoi frutti. Questo ha reso le banche molto più stabili e ha dato loro una base di capitale abbastanza confortevole. E anche le imprese hanno riserve di capitale più grandi. Inoltre, i politici stanno attualmente adottando misure di ampio respiro per sostenere l’economia. Alla luce di tutto questo, sono ottimista anche per quanto riguarda le banche.
Quanto è preoccupato dal fatto che i prezzi di alcuni beni stiano salendo rapidamente in questo momento? Siamo di fronte all’inflazione?
I prezzi di molti prodotti alimentari, come la carne, la frutta e la verdura, sono effettivamente aumentati notevolmente. Ma pensate a quanto è diventata economica la benzina. In sostanza, ci sono due effetti compensativi in questa crisi. Se si produce meno, perché le imprese hanno ricevuto l’ordine di chiudere o perché le filiere globali sono state perturbate, questo tende a far salire i prezzi. Allo stesso tempo, i consumatori rimangono più a casa, e stiamo assistendo a un calo della domanda in alcuni settori, come l’abbigliamento. Questo, naturalmente, ha l’effetto di abbassare i prezzi.
E quale effetto è più forte?
Nel complesso, gli effetti di abbassamento dei prezzi sono probabilmente più forti, soprattutto perché i prezzi dell’energia sono scesi in modo così netto. In Germania, inoltre, il taglio dell’IVA avrà probabilmente un ruolo importante nella seconda metà dell’anno. L’anno prossimo, il ritorno alla vecchia aliquota fiscale dovrebbe poi far salire il tasso d’inflazione. Tutto sommato, però, anche qui c’è molta incertezza.
La Banca Centrale Europea (BCE) ha lanciato ancora una volta un enorme programma di acquisto, il PEPP, come risultato di COVID-19. Era davvero necessario?
In questa situazione di crisi, credo che creare un forte stimolo di politica monetaria sia stata la cosa giusta da fare. Nel decidere il nuovo programma di acquisto, per me era particolarmente importante che fosse temporaneo e chiaramente legato alla crisi. Allo stesso tempo, ha una maggiore flessibilità rispetto al programma in corso, il PSPP. Abbiamo avuto discussioni approfondite su queste caratteristiche in seno al Consiglio direttivo della BCE. Una cosa su cui siamo tutti d’accordo è stata la necessità di una risposta di politica monetaria. Ma ci sarà sempre una ponderazione della portata del programma e del grado di flessibilità, che non è un compito facile. A questo proposito, sono certamente più cauto di altri.
Quanto è grande il rischio che il programma si consolidi e che i miliardi continuino a scorrere anche dopo la fine della crisi immediata?
Anche noi politici monetari dobbiamo fare in modo di cambiare prontamente rotta per non superare l’obiettivo. Per noi, tutto deve dipendere dalle prospettive dei prezzi, che in questo momento sono molto incerte.
Proprio questo è stato uno degli aspetti della nostra discussione. Per quanto tempo continueremo a seguire la stessa rotta? Per quanto tempo ci impegnerà, e quali problemi causerà?
Come sapete, considero gli acquisti di titoli di Stato uno strumento speciale di politica monetaria; nell’utilizzarli, non dobbiamo mai perdere di vista il rischio che la politica monetaria venga sfruttata per la politica fiscale. Deve essere chiaro che quando arriva il momento di normalizzare la politica monetaria in termini di andamento dei prezzi, non si può evitare di farlo senza tener conto dei costi del debito pubblico.
Di fatto, con il suo programma di acquisto, la BCE sta già appiattendo gli spread di rendimento tra titoli di Stato di diverso rating. Il rischio non ha più un prezzo.
I programmi non stanno appiattendo completamente i differenziali di rendimento, ma li stanno riducendo. È indiscutibile che vi sia uno stimolo generale di politica monetaria espansiva. Tuttavia, a mio avviso, stiamo percorrendo una linea sottile, soprattutto quando si effettuano acquisti selettivi – sia di titoli di Stato sua di obbligazioni societarie. Ciò che è importante per me è che gli acquisti di obbligazioni non devono in ultima analisi annullare la funzione di guida del mercato dei capitali.
Il suo collega austriaco, Robert Holzmann, ha fatto un passo avanti e si è azzardato a proporre che la BCE potesse iniziare ad acquistare anche azioni.
Non voglio speculare su tutte le cose che potrebbero accadere in scenari ipotetici. La politica monetaria ha ormai assunto un ruolo molto proattivo e dobbiamo fare attenzione a non alimentare ulteriormente le aspettative dei mercati in materia di politica monetaria.
Può spiegare cosa intende dire?
L’aumento delle aspettative potrebbe metterci sotto pressione nelle nostre prossime decisioni. Se poi non riusciamo o non vogliamo realizzare ciò che ci si aspetta da noi, il mercato azionario risponderà con disappunto, il che a sua volta potrebbe portare a richiedere un’azione di politica monetaria. Non dovremmo lasciarci mettere all’angolo in questo modo.
Vale a dire che si è arrivati al punto in cui si dice: “Quando è troppo è troppo. L’acquisto di azioni non è uno strumento di politica monetaria. Lasciateci fuori da questa situazione”?
Per me è stato raggiunto il punto in cui dovremmo smettere di speculare.
Non solo la BCE, ma anche molte altre banche centrali di tutto il mondo stanno dispiegando tutta la loro potenza di fuoco, con la Fed americana in testa. Si sente a suo agio nel vedere tutte le dighe che si rompono e la politica monetaria che deve entrare nella mischia in ogni crisi?
Lei sta affrontando un argomento che mi preoccupa da tempo. Il nostro mandato come banchieri centrali è chiaramente la stabilità dei prezzi. Questo è ciò con cui dobbiamo misurarci. Ciò significa che dobbiamo agire in caso di crisi – dopo tutto, le crisi hanno un impatto sull’inflazione.
Tuttavia, la politica monetaria non è una panacea. Al momento, per esempio, l’onere è della politica fiscale. Essa è in prima linea nella difesa dalle conseguenze della pandemia, ha la necessaria legittimità democratica e possiede anche strumenti adeguati. Può, ad esempio, affrontare i problemi finanziari delle famiglie e delle imprese. Può decidere in quali circostanze trasferire i pagamenti o concedere prestiti, anche tra Stati.
Possiamo lasciare che la crisi sia un motivo per cambiare l’architettura europea – come nel caso del fondo per la ricostruzione proposto da Bruxelles? Si deve permettere all’UE di contrarre prestiti per finanziarla?
Personalmente credo che la solidarietà europea – che include la solidarietà finanziaria – sia la giusta linea d’azione in una crisi di questo tipo. Nemmeno l’architettura europea si oppone. Credo inoltre che il bilancio dell’UE, che è sempre stato uno strumento di redistribuzione, sia un mezzo adeguato per realizzarla.
Al contrario, sono dell’opinione che un’assunzione di prestiti congiunti su larga scala e a lungo termine sposterebbe il quadro di base e il suo equilibrio. Un tale passo richiederebbe quindi un’integrazione più completa per garantire un equilibrio tra responsabilità congiunta e azione comune.
Tuttavia, non sembra che ci sia attualmente la volontà di percorrere questa strada. Di conseguenza, il debito dovrebbe essere chiaramente limitato e rimborsato rapidamente. In caso contrario, rischiamo di aumentare sempre più la pressione per un aumento dei prestiti dell’UE.
Bruxelles avrebbe poi creato una macchina a moto perpetuo: l’Ue prende in prestito, la BCE compra le obbligazioni che sono state emesse senza possibilità di fuga.
Non esiste una macchina del moto perpetuo in fisica – e non c’è nulla di paragonabile in economia. I trattati europei ci vietano di finanziare i governi per buoni motivi. Dobbiamo fare in modo di avere “guardrail” che ci proteggano. Inoltre, non dobbiamo cedere all’illusione del debito: solo perché il debito viene contratto a livello europeo e non compare nelle statistiche nazionali, non significa che sia scomparso. In fin dei conti, il debito deve essere servito e ripagato dal contribuente.
Il prestito non è mai stato così allettante come oggi. Nella crisi, anche le persone più serie dicono che non ci sono limiti all’indebitamento del governo. La proverbialmente frugale casalinga sveva non ha alcuna possibilità.
L’immagine della casalinga sveva è spesso mal interpretata. Non mette da parte i soldi in modo fine a se stesso, ma per spenderli in qualcosa di utile e anche per aiutarla a superare i momenti difficili. Questo è esattamente il caso che abbiamo qui. Aveva senso garantire finanze sane in tempi normali. E ha altrettanto senso usare questo margine di manovra finanziaria ora che i tempi sono negativi per poter intervenire in modo decisivo per ribaltare la situazione.
Tuttavia, la casalinga sveva e tutti gli altri risparmiatori non dovrebbero aspettarsi che i tassi d’interesse salgano a breve.
Prima supereremo la crisi, prima i tassi d’interesse più alti potranno essere rimessi all’ordine del giorno. Tuttavia, ciò richiederà probabilmente un certo tempo, e anche la nuova normalità sarà probabilmente inferiore a quella a cui eravamo abituati in precedenza. A livello globale, ci troviamo di fronte a una tendenza a lungo termine verso i bassi tassi d’interesse, per la quale esistono diverse ragioni strutturali. Per quanto riguarda l’andamento dei prezzi, attualmente la politica monetaria è sicuramente un fattore alla base dei tassi d’interesse particolarmente bassi.
Cosa intende esattamente per ragioni strutturali?
Il tasso d’interesse naturale, come viene chiamato, è diminuito costantemente negli ultimi 30 anni. Ciò è dovuto, tra l’altro, all’invecchiamento della società, ma anche al calo della crescita della produttività. Almeno per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, una saggia politica economica ha un impatto positivo. Una maggiore crescita economica significa tassi d’interesse più elevati nel lungo periodo.
La Corte costituzionale federale ha messo i bastoni tra le ruote alla Corte di giustizia europea in modo spettacolare. È rimasto sorpreso dalla sentenza di maggio?
Beh, per un certo periodo è stato chiaro che c’era un conflitto tra la Corte costituzionale federale e la Corte di giustizia europea. Questo conflitto è ora scoppiato in questo caso.
La Corte costituzionale federale di Karlsruhe ha fissato un termine di tre mesi per l’adempimento delle richieste da parte della BCE. In caso contrario, la Bundesbank non potrà più partecipare al programma di acquisto del settore pubblico, o PSPP. Come state affrontando questa situazione?
Dal punto di vista della Corte costituzionale federale non vi è alcuna prova che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti con il PSPP siano stati ponderati con i relativi effetti di politica economica e fiscale. La principale preoccupazione della Corte è quindi che il Consiglio direttivo della BCE effettui tale valutazione in modo trasparente e che il risultato non sia manifestamente sproporzionato. In seno al Consiglio direttivo della BCE discutiamo regolarmente dell’adeguatezza, dell’impatto e degli effetti collaterali delle misure di politica monetaria. In questo dibattito i singoli membri possono, tra l’altro, giungere a conclusioni diverse.
Anche lei pensa che ci sia una mancanza di trasparenza?
Secondo gli standard internazionali, la BCE è una banca centrale molto trasparente. Ci sono conferenze stampa con il Presidente della BCE, resoconti pubblici degli incontri, numerosi discorsi e interviste, audizioni al Parlamento europeo e una vasta gamma di pubblicazioni. Inoltre, la nostra revisione della strategia prevede una discussione su come possiamo diventare ancora più trasparenti per spiegare meglio la politica monetaria al pubblico più vasto, in particolare.
Questo processo continua nonostante la pandemia di coronavirus, anche se ci vorrà un po’ più di tempo. Per quanto riguarda la sentenza, sono fiducioso che troveremo il modo di chiarire le considerazioni sulla proporzionalità. Ciò consentirà al Bundestag e al governo federale tedesco di adempiere alla responsabilità conferita loro dal tribunale.
Come possiamo immaginare che si svolga in pratica? La Presidente della BCE Christine Lagarde difficilmente si presenterà davanti al Bundestag per rendere conto delle azioni dell’istituzione.
No, ma ci sono varie altre possibilità...
Verrà inviata come messaggera? La BCE sta facendo tutto il possibile per dimostrare di non essere vincolata dalle sentenze dei tribunali nazionali.
Si tratta di rendere giustizia alla sentenza della Corte costituzionale federale e allo stesso tempo sostenere l’indipendenza della BCE e della Bundesbank. E non vedo alcuna contraddizione. Dopo tutto, la responsabilità e l’indipendenza sono comunque due facce della stessa medaglia. Quello che cerchiamo è un modo adeguato per rendere le deliberazioni del Consiglio direttivo della BCE chiaramente accessibili al governo federale e al Bundestag. Sono convinto che ci riusciremo per tempo.
In futuro riferirà al Bundestag e testimonierà davanti al Parlamento sulla politica monetaria?
Già prima d’ora mi è sempre piaciuto il dialogo con le commissioni del Bundestag. È importante scambiare opinioni e conoscenze in questo modo, ed è facilmente compatibile con l’indipendenza della politica monetaria. Naturalmente manterrò la riservatezza delle riunioni del Consiglio direttivo della BCE. Sarei quindi lieto se il Bundestag prendesse l’iniziativa e mi invitasse a riprendere il dialogo.
È una posizione delicata per lei, dato che potrebbe trovarsi a dover giustificare le decisioni del Consiglio direttivo della BCE contro cui lei stesso ha votato.
Ancora una volta: la Corte costituzionale federale si aspetta una spiegazione delle deliberazioni del Consiglio direttivo della BCE e il risultato non deve essere manifestamente sproporzionato. Ma questo significa anche che il Consiglio direttivo ha discrezione nelle sue decisioni e che non tutti i membri devono aver votato a favore di tutte le decisioni. Non c’è conflitto, e io farò la mia parte.
Temete che la sentenza di Karlsruhe e il dibattito pubblico che viene richiesto aumentino la pressione sulla politica monetaria per perseguire altri obiettivi oltre alla stabilità dei prezzi?
Per come la vedo io, il nocciolo della sentenza sta proprio nel tracciare una distinzione più chiara tra politica monetaria e politica economica. Credo che questa sia una distinzione importante da fare, perché credo che la politica monetaria rischi certamente di essere sopraffatta da una lista sempre crescente di nuovi desideri e obiettivi.
La Corte costituzionale nutre dubbi fondamentali sugli acquisti di titoli di Stato e chiede quindi limiti rigorosi.
Ci sono limiti che scaturiscono dai trattati europei. E, naturalmente, la politica monetaria ne è vincolata; per esempio, il divieto di finanziamento monetario dei governi. Dal mio punto di vista, è importante che la politica monetaria si tenga sufficientemente lontana da questo divieto – per la sua stessa credibilità, la fiducia del pubblico e la sua capacità di salvaguardare efficacemente la stabilità dei prezzi.
Quanto rischio c’è, secondo lei, che questa politica di denaro a basso costo generi delle bolle? I prezzi degli immobili sono saliti vertiginosamente, le azioni hanno visto un serio movimento – alimentato dalle banche centrali di tutto il mondo.
Le banche centrali devono intervenire ogni volta che percepiscono una minaccia per il loro obiettivo di stabilità dei prezzi, e la crisi ha richiesto un adeguamento ancora maggiore della politica monetaria. Questo sta anche rafforzando i prezzi degli attivi. Se si verificano eccessi problematici, l’intervento dovrà – in primo luogo – provenire da altre aree politiche, come la politica macroprudenziale.
Tuttavia, è anche chiaro che la politica monetaria non deve dare l’impressione di cacciare gli investitori non appena la crisi è in atto e poi di essere troppo timida nello stringere le redini in un secondo momento. Questo tipo di aspettative e una risposta troppo cauta della politica monetaria hanno contribuito alla crisi finanziaria. Questa politica monetaria estremamente accomodante non deve diventare l’impostazione predefinita.
E chi finirà per pagare il conto della crisi? Chi si farà carico dei costi delle centinaia di miliardi di finanziamenti per il salvataggio e la ripresa? Saremo tutti un po’ più poveri?
La pandemia sta mettendo sotto pressione tutti noi. Sta rendendo il mondo intero più povero. Lo scopo di spendere miliardi in finanziamenti d’emergenza è quello di contenere i danni. Voglio dire, i danni causati dall’acqua delle manichette antincendio e i costi di ristrutturazione non sono un motivo per non chiamare i vigili del fuoco quando c’è un incendio. Cosa sarebbe successo se non ci fosse stata una risposta della politica e non ci fosse stata un’azione della banca centrale? Sono convinto che una crisi incontrollata, un crollo economico incontrollato con tutti i suoi effetti di amplificazione associati, si sarebbe rivelata molto più dolorosa e costosa per tutti noi.
Lo Stato non si è forse ritagliato un ruolo come unica fonte di salvezza?
Naturalmente, lo Stato dovrà fare di nuovo un passo indietro in futuro. Ma questo è il momento in cui deve fare un passo avanti: in questa straordinaria situazione in cui ci troviamo, lo Stato è come un meccanismo d’arresto. Si assume rischi e oneri che pesano sulle imprese e sulle famiglie, perché questi sono meglio sostenuti dalla comunità.
Tuttavia, in fin dei conti, qualcuno dovrà sostenere i costi degli enormi debiti che si stanno accumulando. Ci sono già chiamate da sinistra per chiedere ai ricchi di pagare una parte del conto. Cosa ne pensa?
I debiti devono essere rimborsati e il rapporto debito/PIL deve essere riportato al ribasso. È troppo presto per dire con certezza, in questa fase, cosa questo richiederà in termini di consolidamento. Dipenderà anche dalla forza della crescita futura. In un’economia sociale di mercato, è una regola generale che le spalle più ampie tendono a dare il maggior contributo. Questo principio fondamentale non cambierà, e spetta ai responsabili politici decidere come ciò funzionerà nella pratica.
Tuttavia, nel farlo, dovranno tenere conto degli effetti di feedback che il sistema fiscale ha sulla crescita economica. Nel caso della Germania, non prevedo che il rapporto debito/PIL aumenterà in misura tale da rendere necessarie misure fiscali straordinarie. La situazione potrebbe essere più complicata in altri Paesi con livelli di debito più elevati.
Questo è un riferimento alla situazione in Italia?
No, non mi riferisco a nessun Paese in particolare. In fin dei conti, l’importante è che tutti i Paesi risanino le finanze pubbliche. Nella situazione attuale, la solidarietà e il sostegno europeo sono importanti. Tuttavia, il lavoro pesante dovrà ancora essere fatto a livello nazionale. Come ciò venga fatto è una questione che ogni paese deve decidere da solo, e anche in questo caso si tratta di una questione di solidarietà nazionale.
Fonte
La prima è ordinaria amministrazione, cronaca quotidiana, e recita: “Coronavirus, in Germania maxi focolaio nel mattatoio: 1.533 malati, l’allarme di Merkel”. La seconda, dalla Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung), sintetizza una sterminata intervista al presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: “La depressione sarà ora probabilmente alle nostre spalle“.
La contraddizione è evidente. Da un lato c’è la realtà biofisica del mondo, in preda ad una pandemia che ogni giorno fa segnare globalmente nuovi record e che anche lì dove sembrava contenuta con qualche successo (in Germania ci sono stati comunque fin qui circa 192.000 contagiati, ma “solo” 8.900 morti, ufficialmente) si ripresenta in dimensioni molto preoccupanti.
Dall’altro l’asettica atmosfera dell’iper-attico di una banca centrale, dove queste “minuzie” vengono semplicemente ignorate, preferendo di gran lunga le antiche certezze ordoliberiste sul miglior modo di governare un’economia. Rispetto alle quali la crisi attuale appare come una banale turbativa momentanea, da cui sarebbe bene non farsi distrarre troppo.
Ad ogni essere umano raziocinante appare piuttosto chiaro il legame, quantomeno temporale, tra i due fatti (la pandemia e la crisi economica). E anche Weidmann non nega che ci sia un momento problematico da affrontare. Anzi, l’evento “extra-economico”, il Covid-19, gli permette di glissare sulla recessione già iniziata prima del contagio e raccontare la favoletta rassicurante della “causa esogena” che non mette affatto in discussione la “bontà” del sistema.
Data la lunghezza dell'intervista, preferiamo concentrarci su alcuni degli aspetti più rilevanti – e rivelatori – di una “concezione del mondo” che ha ed avrà grande peso nella gestione di questa crisi a livello europeo. Un presidente di banca centrale è un politico con competenze tecniche elevate, e quindi i suoi discorsi hanno obbiettivi che vanno letti su almeno due piani.
Lo scontro Corte Suprema tedesca - Bce
È l’elemento politicamente più rilevante per l’architettura istituzionale europea. Com’è noto, la Corte di Karlsruhe ha dato tre mesi di tempo alla Bce per giustificare la propria politica di acquisti di titoli di Stato, obiettando che l’istituto di Francoforte sia andato “oltre i propri poteri”, adottando in realtà una politica di finanziamento degli Stati – cosa vietata dai trattati europei – invece che una politica solo monetaria.
Il 5 agosto scade l’ultimatum. È escluso che la Bce – organo sovranazionale dipendente da trattati internazionali liberamente sottoscritti – possa presentarsi in veste di quasi-imputato davanti a una corte nazionale (è l’equivalente della nostra Corte Costituzionale).
Ma un eventuale, non impossibile, passo avanti nell’escalation metterebbe proprio la Bundesbank in una posizione difficile. Non sarebbe infatti più legalmente autorizzata a partecipare al programma di acquisti della Bce. E va da sé che senza la partecipazione tedesca quel programma difficilmente può restare in piedi.
Sul punto Weidmann, che non nasconde affatto di essere stato fieramente contrario alla decisione presa dalla Bce fin dai tempi di Mario Draghi (“whatever it takes”), sollecita atti formali intermedi, che allontanino l’esplosione della contraddizione ma mantengano forte la contrarietà tedesca.
Sa meglio di noi che sono in ballo trattati decisivi, senza i quali l’Unione Europea rischia la dissoluzione. Ma sa anche che contro la Germania, nella Ue, non si può decidere nulla. Dunque tiene sulla corda i partner perché addivengano a più miti consigli su una lunga serie di dossier aperti (dal recovery fund alle stesse scelte della Bce).
I capisaldi dell’ordoliberismo
La puntigliosa riaffermazione dei pilastri teorici della visione ordoliberista suona davvero inquietante nel mentre la pandemia dispiega i suoi effetti sul terreno economico. Li ricordiamo per i non addetti ai lavori:
a) la banca centrale non deve finanziare lo Stato, né a livello nazionale né comunitario;
b) lo Stato deve soltanto creare l’ambiente più favorevole al business, ma non deve fare “l’imprenditore”, neanche in condizioni drammatiche come quelle attuali (i “salvataggi” sono per lui altra cosa, e non dovrebbero incidere sull’azionariato);
c) l’obbiettivo di tutta la politica monetaria è e continua ad essere “tenere sotto controllo l’inflazione”, anche se lui stesso è costretto a riconoscere che questa non è più un problema da quasi 30 anni e, anzi, le prospettive a medio termine sono per una diminuzione dei prezzi.
Ricordiamo che nel normale neoliberismo occidentale la situazione è differente. La Federal Reserve statunitense ha due obbiettivi, invece di uno; oltre che dei prezzi deve tener conto anche del tasso di disoccupazione (con dati statisticamente truccati, ma questo è un altro discorso). E la Banca di Inghilterra sta tranquillamente finanziando lo Stato, rompendo il tabù introdotto da Margareth Thatcher.
Il controllo dell’Unione Europea
Nella visione di Weidmann continua a non essere prevista alcuna “condivisione del debito”, cioè nessun “eurobond”. E nessuna “riforma” gli appare necessaria. Il quadro legale, secondo lui, è perfettamente in grado di rispondere alle esigenze eccezionali che ci stanno di fronte.
Il che significa una sola cosa: i Paesi che “hanno margini accumulati nel tempo” possono permettersi di spendere quel che serve per fronteggiare la crisi (Germania, Olanda, Austria, pochi altri). Gli altri – come l’Italia, arguisce ovviamente l’intervistatore – devono invece limitarsi al massimo a mettere al più presto in atto le “riforme” che consentano di ridurre il debito... mentre la situazione richiede di alzarlo per un arco di tempo imprevedibile, ma comunque lungo.
Le asimmetrie strutturali della Ue, scriviamo spesso, sono utilissime ad accrescere le differenze, invece che ad appianarle. E infatti l’Italia è entrata nel regime monetario dell’euro in discrete condizioni e con un debito pubblico molto più basso (vicino al 100% del PIL), per ritrovarsi a fine 2019 in condizioni già pietose. Il coronavirus sta ora facendo il resto.
Ma veder rivendicare da Weidmann questa funzione asimmetrica dei trattati dovrebbe aprire gli occhi anche al più entusiasta degli “europeisti acritici”. Da questo quadro istituzionale non arriverà mai nessuna “solidarietà”, tantomeno le decine di miliardi “a fondo perduto” di cui si favoleggia sui media mainstream. Solo prestiti, e a condizione che siano varate quelle famose “riforme” che affossano da decenni il nostro sistema industriale, il welfare, l’istruzione, ecc.
Si potrebbe andare avanti a lungo, perché i temi toccati dall’intervista sono molti. E ci torneremo certamente sopra con altri articoli. Ma una conclusione appare chiara fin da adesso: nonostante lo sconquasso della crisi, nella Ue non c’è niente da cambiare. Viviamo nel migliore dei mondi possibili, per la borghesia europea.
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“La depressione sarà ora probabilmente alle nostre spalle”
Intervista a Jens Weidmann condotta da Patrick Bernau, Gerald Braunberger e Georg Meck. *
Signor Weidmann, quanto sarà grave la crisi? Quando avremo superato il peggio?
Negli ultimi mesi abbiamo vissuto il più forte crollo economico della storia della Repubblica Federale Tedesca. La produzione economica è sicuramente diminuita molto più drasticamente nel secondo trimestre che nel primo. La buona notizia è che la depressione è ormai alle nostre spalle e che le cose si stanno riprendendo. Ma il forte calo sarà seguito solo da una ripresa relativamente graduale.
Quindi la politica di salvataggio sta funzionando? I responsabili politici hanno fatto la cosa giusta?
Sì, nel bel mezzo di una situazione difficile, i responsabili politici hanno reagito rapidamente e con determinazione per proteggere le aziende e i dipendenti. È stata la cosa giusta da fare. Le ultime decisioni del governo federale stanno ora dando una forte spinta all’economia. Questo dovrebbe anche creare fiducia: per i consumatori per gli acquisti e per le imprese per gli investimenti. È importante che i problemi non indeboliscano troppo l’economia. Molto è stato fatto per evitare che ciò accada.
E se, come alcuni temono, la grande ondata di fallimenti che si abbatterà su di noi in autunno, i politici dovranno alzare la posta in gioco?
Fin dall’inizio era chiaro che gli sviluppi futuri sarebbero stati difficili da prevedere e che probabilmente avremmo dovuto riadattare ripetutamente la nostra risposta. Quanto più velocemente batteremo la pandemia, tanto più basso sarà il rischio che la crisi economica si radichi o addirittura si intensifichi. Dobbiamo evitare che difficoltà temporanee diventino problemi permanenti. Le imprese che sono fondamentalmente sane non devono fallire. Per questo motivo è necessario agire rapidamente. Il governo tedesco ha certamente ancora margine di manovra per fornire ulteriore sostegno, se necessario.
La misura principale del pacchetto di stimolo economico è la riduzione temporanea dell’IVA. Si tratta di un modo adeguato per rilanciare l’economia?
Sì, assolutamente. La riduzione delle imposte aiuta l’economia, perché si trasmette ai clienti, rafforza il potere d’acquisto dei consumatori e stimola la spesa, e perché le imprese sono in grado di trattenere una parte maggiore dei loro guadagni, il che le aiuterà a riacquistare terreno in una situazione difficile. È importante che le misure siano mirate e temporanee. In questo modo, anche l’onere per i bilanci pubblici non sarà più che temporaneo, e i deficit diminuiranno di conseguenza.
Non c’è il rischio che il governo si abitui all’elevato livello di indebitamento, tanto più che sembra non costare nulla grazie al tasso d’interesse zero?
Questo pericolo esiste davvero. Ci si abitua rapidamente alle grandi somme che ora vengono bandite. Questo rende ancora più importante ricordare che le nostre finanze pubbliche sane sono una condizione cruciale per un governo forte e capace di agire. Per questo motivo siamo in grado di mettere in piedi una forte difesa contro la crisi. Ma dopo, sarà fondamentale per noi tornare a un bilancio solido.
Nella crisi, lo Stato si sta affermando come un soggetto imprenditoriale; il governo federale sta investendo nella compagnia aerea tedesca di lunga data Lufthansa e nell’avvio del vaccino di Curevac. E nessuno fa storie.
Vorrei fare una distinzione tra due cose. Da un lato, è giusto che il governo non fornisca solo liquidità, ma anche capitali per evitare il crollo di imprese fondamentalmente sane …
Pertanto, non solo dovrebbe fornire iniezioni di denaro contante o concedere prestiti, ma anche fornire grandi somme sotto forma di proprietà statale in singoli casi.
… allo stesso tempo, però, mi preoccupa vedere le richieste di interventi di politica industriale diventare più popolari. Questo non dovrebbe essere lo standard per i tempi normali. Dopo tutto, non sono state la politica industriale aggressiva e gli investimenti statali a mettere l’economia tedesca in una posizione così buona prima della crisi. Piuttosto, le sue buone condizioni come luogo per fare affari, come dipendenti motivati e altamente qualificati e un efficiente sistema di governo, sono ciò che distingue la Germania. La concorrenza è il miglior presupposto per le imprese innovative e prospere – e per consentire ai consumatori e ai dipendenti di condividere una maggiore prosperità.
Il governo dovrà salvare di nuovo anche le banche? Quanto sarà stabile il settore finanziario se un numero sempre maggiore di prestiti inizierà ad essere inadempiente?
A differenza della crisi finanziaria, attualmente le banche svolgono un ruolo di stabilizzazione. Hanno ampliato notevolmente i loro prestiti alle imprese – anche grazie alle garanzie governative sui prestiti. Ma lo stesso avvertimento vale anche in questo caso: più dura la crisi, maggiori sono i rischi per i bilanci delle banche.
Questo potrebbe causare il crollo di alcune banche?
Il fatto che le autorità di vigilanza e di regolamentazione abbiano imparato importanti lezioni dalla crisi finanziaria sta dando i suoi frutti. Questo ha reso le banche molto più stabili e ha dato loro una base di capitale abbastanza confortevole. E anche le imprese hanno riserve di capitale più grandi. Inoltre, i politici stanno attualmente adottando misure di ampio respiro per sostenere l’economia. Alla luce di tutto questo, sono ottimista anche per quanto riguarda le banche.
Quanto è preoccupato dal fatto che i prezzi di alcuni beni stiano salendo rapidamente in questo momento? Siamo di fronte all’inflazione?
I prezzi di molti prodotti alimentari, come la carne, la frutta e la verdura, sono effettivamente aumentati notevolmente. Ma pensate a quanto è diventata economica la benzina. In sostanza, ci sono due effetti compensativi in questa crisi. Se si produce meno, perché le imprese hanno ricevuto l’ordine di chiudere o perché le filiere globali sono state perturbate, questo tende a far salire i prezzi. Allo stesso tempo, i consumatori rimangono più a casa, e stiamo assistendo a un calo della domanda in alcuni settori, come l’abbigliamento. Questo, naturalmente, ha l’effetto di abbassare i prezzi.
E quale effetto è più forte?
Nel complesso, gli effetti di abbassamento dei prezzi sono probabilmente più forti, soprattutto perché i prezzi dell’energia sono scesi in modo così netto. In Germania, inoltre, il taglio dell’IVA avrà probabilmente un ruolo importante nella seconda metà dell’anno. L’anno prossimo, il ritorno alla vecchia aliquota fiscale dovrebbe poi far salire il tasso d’inflazione. Tutto sommato, però, anche qui c’è molta incertezza.
La Banca Centrale Europea (BCE) ha lanciato ancora una volta un enorme programma di acquisto, il PEPP, come risultato di COVID-19. Era davvero necessario?
In questa situazione di crisi, credo che creare un forte stimolo di politica monetaria sia stata la cosa giusta da fare. Nel decidere il nuovo programma di acquisto, per me era particolarmente importante che fosse temporaneo e chiaramente legato alla crisi. Allo stesso tempo, ha una maggiore flessibilità rispetto al programma in corso, il PSPP. Abbiamo avuto discussioni approfondite su queste caratteristiche in seno al Consiglio direttivo della BCE. Una cosa su cui siamo tutti d’accordo è stata la necessità di una risposta di politica monetaria. Ma ci sarà sempre una ponderazione della portata del programma e del grado di flessibilità, che non è un compito facile. A questo proposito, sono certamente più cauto di altri.
Quanto è grande il rischio che il programma si consolidi e che i miliardi continuino a scorrere anche dopo la fine della crisi immediata?
Anche noi politici monetari dobbiamo fare in modo di cambiare prontamente rotta per non superare l’obiettivo. Per noi, tutto deve dipendere dalle prospettive dei prezzi, che in questo momento sono molto incerte.
Proprio questo è stato uno degli aspetti della nostra discussione. Per quanto tempo continueremo a seguire la stessa rotta? Per quanto tempo ci impegnerà, e quali problemi causerà?
Come sapete, considero gli acquisti di titoli di Stato uno strumento speciale di politica monetaria; nell’utilizzarli, non dobbiamo mai perdere di vista il rischio che la politica monetaria venga sfruttata per la politica fiscale. Deve essere chiaro che quando arriva il momento di normalizzare la politica monetaria in termini di andamento dei prezzi, non si può evitare di farlo senza tener conto dei costi del debito pubblico.
Di fatto, con il suo programma di acquisto, la BCE sta già appiattendo gli spread di rendimento tra titoli di Stato di diverso rating. Il rischio non ha più un prezzo.
I programmi non stanno appiattendo completamente i differenziali di rendimento, ma li stanno riducendo. È indiscutibile che vi sia uno stimolo generale di politica monetaria espansiva. Tuttavia, a mio avviso, stiamo percorrendo una linea sottile, soprattutto quando si effettuano acquisti selettivi – sia di titoli di Stato sua di obbligazioni societarie. Ciò che è importante per me è che gli acquisti di obbligazioni non devono in ultima analisi annullare la funzione di guida del mercato dei capitali.
Il suo collega austriaco, Robert Holzmann, ha fatto un passo avanti e si è azzardato a proporre che la BCE potesse iniziare ad acquistare anche azioni.
Non voglio speculare su tutte le cose che potrebbero accadere in scenari ipotetici. La politica monetaria ha ormai assunto un ruolo molto proattivo e dobbiamo fare attenzione a non alimentare ulteriormente le aspettative dei mercati in materia di politica monetaria.
Può spiegare cosa intende dire?
L’aumento delle aspettative potrebbe metterci sotto pressione nelle nostre prossime decisioni. Se poi non riusciamo o non vogliamo realizzare ciò che ci si aspetta da noi, il mercato azionario risponderà con disappunto, il che a sua volta potrebbe portare a richiedere un’azione di politica monetaria. Non dovremmo lasciarci mettere all’angolo in questo modo.
Vale a dire che si è arrivati al punto in cui si dice: “Quando è troppo è troppo. L’acquisto di azioni non è uno strumento di politica monetaria. Lasciateci fuori da questa situazione”?
Per me è stato raggiunto il punto in cui dovremmo smettere di speculare.
Non solo la BCE, ma anche molte altre banche centrali di tutto il mondo stanno dispiegando tutta la loro potenza di fuoco, con la Fed americana in testa. Si sente a suo agio nel vedere tutte le dighe che si rompono e la politica monetaria che deve entrare nella mischia in ogni crisi?
Lei sta affrontando un argomento che mi preoccupa da tempo. Il nostro mandato come banchieri centrali è chiaramente la stabilità dei prezzi. Questo è ciò con cui dobbiamo misurarci. Ciò significa che dobbiamo agire in caso di crisi – dopo tutto, le crisi hanno un impatto sull’inflazione.
Tuttavia, la politica monetaria non è una panacea. Al momento, per esempio, l’onere è della politica fiscale. Essa è in prima linea nella difesa dalle conseguenze della pandemia, ha la necessaria legittimità democratica e possiede anche strumenti adeguati. Può, ad esempio, affrontare i problemi finanziari delle famiglie e delle imprese. Può decidere in quali circostanze trasferire i pagamenti o concedere prestiti, anche tra Stati.
Possiamo lasciare che la crisi sia un motivo per cambiare l’architettura europea – come nel caso del fondo per la ricostruzione proposto da Bruxelles? Si deve permettere all’UE di contrarre prestiti per finanziarla?
Personalmente credo che la solidarietà europea – che include la solidarietà finanziaria – sia la giusta linea d’azione in una crisi di questo tipo. Nemmeno l’architettura europea si oppone. Credo inoltre che il bilancio dell’UE, che è sempre stato uno strumento di redistribuzione, sia un mezzo adeguato per realizzarla.
Al contrario, sono dell’opinione che un’assunzione di prestiti congiunti su larga scala e a lungo termine sposterebbe il quadro di base e il suo equilibrio. Un tale passo richiederebbe quindi un’integrazione più completa per garantire un equilibrio tra responsabilità congiunta e azione comune.
Tuttavia, non sembra che ci sia attualmente la volontà di percorrere questa strada. Di conseguenza, il debito dovrebbe essere chiaramente limitato e rimborsato rapidamente. In caso contrario, rischiamo di aumentare sempre più la pressione per un aumento dei prestiti dell’UE.
Bruxelles avrebbe poi creato una macchina a moto perpetuo: l’Ue prende in prestito, la BCE compra le obbligazioni che sono state emesse senza possibilità di fuga.
Non esiste una macchina del moto perpetuo in fisica – e non c’è nulla di paragonabile in economia. I trattati europei ci vietano di finanziare i governi per buoni motivi. Dobbiamo fare in modo di avere “guardrail” che ci proteggano. Inoltre, non dobbiamo cedere all’illusione del debito: solo perché il debito viene contratto a livello europeo e non compare nelle statistiche nazionali, non significa che sia scomparso. In fin dei conti, il debito deve essere servito e ripagato dal contribuente.
Il prestito non è mai stato così allettante come oggi. Nella crisi, anche le persone più serie dicono che non ci sono limiti all’indebitamento del governo. La proverbialmente frugale casalinga sveva non ha alcuna possibilità.
L’immagine della casalinga sveva è spesso mal interpretata. Non mette da parte i soldi in modo fine a se stesso, ma per spenderli in qualcosa di utile e anche per aiutarla a superare i momenti difficili. Questo è esattamente il caso che abbiamo qui. Aveva senso garantire finanze sane in tempi normali. E ha altrettanto senso usare questo margine di manovra finanziaria ora che i tempi sono negativi per poter intervenire in modo decisivo per ribaltare la situazione.
Tuttavia, la casalinga sveva e tutti gli altri risparmiatori non dovrebbero aspettarsi che i tassi d’interesse salgano a breve.
Prima supereremo la crisi, prima i tassi d’interesse più alti potranno essere rimessi all’ordine del giorno. Tuttavia, ciò richiederà probabilmente un certo tempo, e anche la nuova normalità sarà probabilmente inferiore a quella a cui eravamo abituati in precedenza. A livello globale, ci troviamo di fronte a una tendenza a lungo termine verso i bassi tassi d’interesse, per la quale esistono diverse ragioni strutturali. Per quanto riguarda l’andamento dei prezzi, attualmente la politica monetaria è sicuramente un fattore alla base dei tassi d’interesse particolarmente bassi.
Cosa intende esattamente per ragioni strutturali?
Il tasso d’interesse naturale, come viene chiamato, è diminuito costantemente negli ultimi 30 anni. Ciò è dovuto, tra l’altro, all’invecchiamento della società, ma anche al calo della crescita della produttività. Almeno per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, una saggia politica economica ha un impatto positivo. Una maggiore crescita economica significa tassi d’interesse più elevati nel lungo periodo.
La Corte costituzionale federale ha messo i bastoni tra le ruote alla Corte di giustizia europea in modo spettacolare. È rimasto sorpreso dalla sentenza di maggio?
Beh, per un certo periodo è stato chiaro che c’era un conflitto tra la Corte costituzionale federale e la Corte di giustizia europea. Questo conflitto è ora scoppiato in questo caso.
La Corte costituzionale federale di Karlsruhe ha fissato un termine di tre mesi per l’adempimento delle richieste da parte della BCE. In caso contrario, la Bundesbank non potrà più partecipare al programma di acquisto del settore pubblico, o PSPP. Come state affrontando questa situazione?
Dal punto di vista della Corte costituzionale federale non vi è alcuna prova che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti con il PSPP siano stati ponderati con i relativi effetti di politica economica e fiscale. La principale preoccupazione della Corte è quindi che il Consiglio direttivo della BCE effettui tale valutazione in modo trasparente e che il risultato non sia manifestamente sproporzionato. In seno al Consiglio direttivo della BCE discutiamo regolarmente dell’adeguatezza, dell’impatto e degli effetti collaterali delle misure di politica monetaria. In questo dibattito i singoli membri possono, tra l’altro, giungere a conclusioni diverse.
Anche lei pensa che ci sia una mancanza di trasparenza?
Secondo gli standard internazionali, la BCE è una banca centrale molto trasparente. Ci sono conferenze stampa con il Presidente della BCE, resoconti pubblici degli incontri, numerosi discorsi e interviste, audizioni al Parlamento europeo e una vasta gamma di pubblicazioni. Inoltre, la nostra revisione della strategia prevede una discussione su come possiamo diventare ancora più trasparenti per spiegare meglio la politica monetaria al pubblico più vasto, in particolare.
Questo processo continua nonostante la pandemia di coronavirus, anche se ci vorrà un po’ più di tempo. Per quanto riguarda la sentenza, sono fiducioso che troveremo il modo di chiarire le considerazioni sulla proporzionalità. Ciò consentirà al Bundestag e al governo federale tedesco di adempiere alla responsabilità conferita loro dal tribunale.
Come possiamo immaginare che si svolga in pratica? La Presidente della BCE Christine Lagarde difficilmente si presenterà davanti al Bundestag per rendere conto delle azioni dell’istituzione.
No, ma ci sono varie altre possibilità...
Verrà inviata come messaggera? La BCE sta facendo tutto il possibile per dimostrare di non essere vincolata dalle sentenze dei tribunali nazionali.
Si tratta di rendere giustizia alla sentenza della Corte costituzionale federale e allo stesso tempo sostenere l’indipendenza della BCE e della Bundesbank. E non vedo alcuna contraddizione. Dopo tutto, la responsabilità e l’indipendenza sono comunque due facce della stessa medaglia. Quello che cerchiamo è un modo adeguato per rendere le deliberazioni del Consiglio direttivo della BCE chiaramente accessibili al governo federale e al Bundestag. Sono convinto che ci riusciremo per tempo.
In futuro riferirà al Bundestag e testimonierà davanti al Parlamento sulla politica monetaria?
Già prima d’ora mi è sempre piaciuto il dialogo con le commissioni del Bundestag. È importante scambiare opinioni e conoscenze in questo modo, ed è facilmente compatibile con l’indipendenza della politica monetaria. Naturalmente manterrò la riservatezza delle riunioni del Consiglio direttivo della BCE. Sarei quindi lieto se il Bundestag prendesse l’iniziativa e mi invitasse a riprendere il dialogo.
È una posizione delicata per lei, dato che potrebbe trovarsi a dover giustificare le decisioni del Consiglio direttivo della BCE contro cui lei stesso ha votato.
Ancora una volta: la Corte costituzionale federale si aspetta una spiegazione delle deliberazioni del Consiglio direttivo della BCE e il risultato non deve essere manifestamente sproporzionato. Ma questo significa anche che il Consiglio direttivo ha discrezione nelle sue decisioni e che non tutti i membri devono aver votato a favore di tutte le decisioni. Non c’è conflitto, e io farò la mia parte.
Temete che la sentenza di Karlsruhe e il dibattito pubblico che viene richiesto aumentino la pressione sulla politica monetaria per perseguire altri obiettivi oltre alla stabilità dei prezzi?
Per come la vedo io, il nocciolo della sentenza sta proprio nel tracciare una distinzione più chiara tra politica monetaria e politica economica. Credo che questa sia una distinzione importante da fare, perché credo che la politica monetaria rischi certamente di essere sopraffatta da una lista sempre crescente di nuovi desideri e obiettivi.
La Corte costituzionale nutre dubbi fondamentali sugli acquisti di titoli di Stato e chiede quindi limiti rigorosi.
Ci sono limiti che scaturiscono dai trattati europei. E, naturalmente, la politica monetaria ne è vincolata; per esempio, il divieto di finanziamento monetario dei governi. Dal mio punto di vista, è importante che la politica monetaria si tenga sufficientemente lontana da questo divieto – per la sua stessa credibilità, la fiducia del pubblico e la sua capacità di salvaguardare efficacemente la stabilità dei prezzi.
Quanto rischio c’è, secondo lei, che questa politica di denaro a basso costo generi delle bolle? I prezzi degli immobili sono saliti vertiginosamente, le azioni hanno visto un serio movimento – alimentato dalle banche centrali di tutto il mondo.
Le banche centrali devono intervenire ogni volta che percepiscono una minaccia per il loro obiettivo di stabilità dei prezzi, e la crisi ha richiesto un adeguamento ancora maggiore della politica monetaria. Questo sta anche rafforzando i prezzi degli attivi. Se si verificano eccessi problematici, l’intervento dovrà – in primo luogo – provenire da altre aree politiche, come la politica macroprudenziale.
Tuttavia, è anche chiaro che la politica monetaria non deve dare l’impressione di cacciare gli investitori non appena la crisi è in atto e poi di essere troppo timida nello stringere le redini in un secondo momento. Questo tipo di aspettative e una risposta troppo cauta della politica monetaria hanno contribuito alla crisi finanziaria. Questa politica monetaria estremamente accomodante non deve diventare l’impostazione predefinita.
E chi finirà per pagare il conto della crisi? Chi si farà carico dei costi delle centinaia di miliardi di finanziamenti per il salvataggio e la ripresa? Saremo tutti un po’ più poveri?
La pandemia sta mettendo sotto pressione tutti noi. Sta rendendo il mondo intero più povero. Lo scopo di spendere miliardi in finanziamenti d’emergenza è quello di contenere i danni. Voglio dire, i danni causati dall’acqua delle manichette antincendio e i costi di ristrutturazione non sono un motivo per non chiamare i vigili del fuoco quando c’è un incendio. Cosa sarebbe successo se non ci fosse stata una risposta della politica e non ci fosse stata un’azione della banca centrale? Sono convinto che una crisi incontrollata, un crollo economico incontrollato con tutti i suoi effetti di amplificazione associati, si sarebbe rivelata molto più dolorosa e costosa per tutti noi.
Lo Stato non si è forse ritagliato un ruolo come unica fonte di salvezza?
Naturalmente, lo Stato dovrà fare di nuovo un passo indietro in futuro. Ma questo è il momento in cui deve fare un passo avanti: in questa straordinaria situazione in cui ci troviamo, lo Stato è come un meccanismo d’arresto. Si assume rischi e oneri che pesano sulle imprese e sulle famiglie, perché questi sono meglio sostenuti dalla comunità.
Tuttavia, in fin dei conti, qualcuno dovrà sostenere i costi degli enormi debiti che si stanno accumulando. Ci sono già chiamate da sinistra per chiedere ai ricchi di pagare una parte del conto. Cosa ne pensa?
I debiti devono essere rimborsati e il rapporto debito/PIL deve essere riportato al ribasso. È troppo presto per dire con certezza, in questa fase, cosa questo richiederà in termini di consolidamento. Dipenderà anche dalla forza della crescita futura. In un’economia sociale di mercato, è una regola generale che le spalle più ampie tendono a dare il maggior contributo. Questo principio fondamentale non cambierà, e spetta ai responsabili politici decidere come ciò funzionerà nella pratica.
Tuttavia, nel farlo, dovranno tenere conto degli effetti di feedback che il sistema fiscale ha sulla crescita economica. Nel caso della Germania, non prevedo che il rapporto debito/PIL aumenterà in misura tale da rendere necessarie misure fiscali straordinarie. La situazione potrebbe essere più complicata in altri Paesi con livelli di debito più elevati.
Questo è un riferimento alla situazione in Italia?
No, non mi riferisco a nessun Paese in particolare. In fin dei conti, l’importante è che tutti i Paesi risanino le finanze pubbliche. Nella situazione attuale, la solidarietà e il sostegno europeo sono importanti. Tuttavia, il lavoro pesante dovrà ancora essere fatto a livello nazionale. Come ciò venga fatto è una questione che ogni paese deve decidere da solo, e anche in questo caso si tratta di una questione di solidarietà nazionale.
Fonte
22/05/2020
La Corte costituzionale tedesca ha ragione (ma non può dire il perché)
Gli autori di questo post sono Emiliano Brancaccio, professore di Politica economica presso l’Università del Sannio, e Luigi Cavallaro, magistrato e consigliere della Corte di Cassazione.
Nell’infinita controversia con la Corte di giustizia dell’Unione Europea, la Corte costituzionale tedesca ha ragione nel sostenere che l’azione della Bce potrebbe aver violato il principio di “neutralità” della politica monetaria e i Trattati che ne disciplinano le attribuzioni. Ma questa ragione si fonda su un fatto che né i giudici di Lussemburgo né quelli di Karlsruhe possono ammettere: la Bce non può perseguire l’agognata neutralità semplicemente perché questa non esiste. E se non esiste la neutralità, non è ammissibile nemmeno l’indipendenza politica del banchiere centrale.
«Pazzi al potere, che odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro».
Per irriverente che possa sembrare ai benpensanti, solo il sarcasmo di Keynes può descrivere la genesi dei Trattati europei e della posizione che vi occupa la Banca centrale europea. I padri fondatori dell’unione monetaria ne hanno infatti edificato l’ordinamento “distillandolo”, per l’appunto, dagli alambicchi della teoria macroeconomica neoclassica nelle sue più aggiornate varianti, e in particolare da quel suo fondamentale caposaldo che è il principio di “neutralità” della politica monetaria.
In grazia di questo principio, il banchiere centrale deve perseguire il solo obiettivo della stabilità dei prezzi senza mai interferire sul livello, sulla composizione e sulla distribuzione della produzione di “equilibrio”, che corrisponde a quella posizione del sistema economico in cui i prezzi di mercato di tutte le risorse riflettono le loro scarsità relative e quindi ne garantiscono l’impiego pieno e ottimale. Soprattutto, il banchiere centrale non deve mai interferire sul tasso d’interesse di equilibrio, che è determinato dalla scarsità dei risparmi disponibili delle famiglie rispetto alle richieste di finanziamento degli investimenti da parte delle imprese: spetta infatti solo al gioco concorrenziale condurre i mercati verso questo magnifico equilibrio ideale, nel quale ogni risorsa è allocata secondo criteri di efficienza e non è possibile migliorare la situazione di un individuo senza peggiorare quella di qualcun altro. Questo gioco, anzi, la politica monetaria non deve in alcun modo ostacolarlo: da Sargent a Taylor, i vari eredi dell’ortodossia in ultima istanza fanno tutti voto di fedeltà a questo irrinunciabile precetto.
Sono esattamente queste le radici teoriche delle fondamentali previsioni degli artt. 119 e 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che affidano alla Banca centrale europea il compito di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo quest’obiettivo, di «sostenere» l’azione di coordinamento delle politiche economiche dei singoli Stati dell’Unione «conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza». Nel disegno dei Trattati, l’unica “politica economica” comune agli Stati membri dell’Unione è appunto la concorrenza e l’unico modo in cui la Bce può “sostenerla” consiste nel rispetto del principio di neutralità della politica monetaria, che può ammettere solo interventi volti a mantenere il tasso d’interesse in prossimità dell’equilibrio concorrenziale. Ogni diversa azione del banchiere centrale è perciò fuorilegge: in specie quella che, favorendo alcuni soggetti a scapito di altri, possa determinare un’allocazione inefficiente dei risparmi e delle altre risorse produttive, allontanando così il sistema dalla posizione di equilibrio.
Tener conto della matrice teorica dei Trattati è indispensabile se – anziché aggiungere l’ennesimo commento senza cognizione – si vuol davvero cogliere la sostanza della disputa in corso ormai da anni tra la Corte di giustizia dell’Unione Europea e la Corte costituzionale tedesca, e di cui, il 5 maggio scorso, i giudici di Karlsruhe hanno scritto un capitolo di inusitata durezza.
Alla base dell’intimazione rivolta alla Bce di giustificare entro tre mesi il massiccio acquisto di titoli pubblici previsto dai programmi di quantitative easing c’è infatti il dogma – la «decisione politica fondamentale», dice la Corte tedesca – della separazione tra politica economica e politica monetaria, che a sua volta discende dal postulato di neutralità di quest’ultima. Comperare titoli pubblici, dicono i giudici tedeschi, tiene artificiosamente bassi i tassi di interesse, agevola il rifinanziamento agli Stati indebitati, li distoglie dalle buone regole della finanza sana, pregiudica i risparmiatori e tiene in vita imprese altrimenti destinate a fallire: tutte conseguenze allocative e distributive che non possono tollerarsi senza che si spieghi in che misura sarebbero “proporzionate” all’unico obiettivo che la Bce è legittimata a perseguire, cioè la stabilità dei prezzi.
I giudici della Corte costituzionale tedesca
Di qui l’accusa infamante rivolta ai giudici di Lussemburgo di avere abdicato alla funzione di controllo dell’operato della Bce: se s’interpreta il principio di proporzionalità che presiede all’esercizio delle sue competenze così come ha fatto la Corte di giustizia, cioè senza verificare se gli effetti distributivi del quantitative easing possano realmente giustificarsi in relazione all’obiettivo di riportare il tasso d’inflazione ad un livello prossimo al 2% all’anno, allora non ci può più essere alcuna distinzione tra politica monetaria e politica economica e di fatto – conclude la Corte di Karlsruhe – si autorizza la Bce ad agire ultra vires, cioè ad invadere il campo della politica economica, che i Trattati invece hanno riservato agli Stati membri.
Non è questo il luogo per dire se i giudici costituzionali tedeschi abbiano ragione in punto di diritto. Ciò che reputiamo fondamentale chiarire qui è che le loro accuse hanno senso solo leggendo i Trattati alla luce della teoria economica dominante, per la quale gli effetti del denaro a buon mercato – dal pregiudizio arrecato ai risparmiatori all’indebita salvaguardia di imprese decotte – rappresentano violazioni del principio di neutralità monetaria e di un conseguente allontanamento dall’equilibrio di concorrenza.
Resta tuttavia un problema: salvo che nella mente degli economisti neoclassici, in realtà non esiste alcuna possibile “neutralità” della politica monetaria. La banca centrale non svolge affatto l’asettico compito di mantenere il sistema economico nei paraggi di un equilibrio che garantirebbe l’impiego pieno e ottimale di tutte le risorse, né risulta in grado di governare la dinamica dei prezzi. Piuttosto, intervenendo sul tasso d’interesse e più in generale sulla regolazione dei flussi monetari e finanziari, il banchiere centrale fissa l’asticella delle condizioni di solvibilità degli attori del sistema economico e per questa via influenza il ritmo dei fallimenti e delle bancarotte e contribuisce a rallentare o a velocizzare l’uscita dal mercato dei capitali più fragili o il loro assorbimento da parte dei più forti. Insomma, l’indicibile verità è che il banchiere centrale agisce sempre come regolatore di un conflitto feroce in seno alla società: quello tra capitali solvibili e capitali insolventi, tra creditori e debitori e, in una unione monetaria, anche tra nazioni in attivo e nazioni in passivo. La funzione del banchiere centrale è dunque sempre inesorabilmente politica: nel senso che, lungi dal preservare un immaginario equilibrio concorrenziale, contribuisce piuttosto a regolare una cruciale legge di movimento del capitalismo, vale a dire la tendenza verso la centralizzazione dei capitali. [1]
Vista in quest’ottica, quella che giuridicamente appare come una controversia indecidibile porta invece ad alcune conclusioni obbligate. La Corte costituzionale tedesca ha ragione nel sostenere che l’azione della Bce potrebbe violare la neutralità della politica monetaria e dunque i Trattati che ne disciplinano le attribuzioni. E ha ancor più forte ragione nel sostenere che solo la neutralità della politica monetaria può giustificare l’indipendenza della Bce dal potere politico. Su questo punto, anzi, è perfino risibile il goffo tentativo della Corte di giustizia europea di voler salvare il bambino del quantitative easing insieme all’acqua sporca dell’indipendenza della politica monetaria.
Ma le inoppugnabili ragioni della Corte costituzionale tedesca si fondano su un fatto che né i giudici di Lussemburgo né a fortiori quelli di Karlsruhe possono ammettere: la Bce non può perseguire la neutralità della politica monetaria semplicemente perché questa non esiste. Esiste invece, e di conseguenza, un gigantesco problema di democrazia, perché se la politica monetaria non è e non può essere neutrale, allora non può nemmeno essere affidata a una banca centrale indipendente dalle istituzioni politiche.
L’agognata neutralità è dunque solo l’ennesima, perniciosa fantasia concepita dagli apologeti dell’ortodossia neoclassica, che in Europa più che in ogni altra parte del mondo ha trovato “pazzi al potere” disposti all’ascolto, e ha dato vita a un Trattato che rende la banca centrale tra le più refrattarie a qualsiasi forma di controllo democratico. Lo scontro tra questa follia normativa e la dura realtà della crisi è solo iniziato.
Twitter @emibrancaccio
Note:
[1] Abbiamo anticipato questo punto in Brancaccio, E., Cavallaro, L. (2011). Leggere Il capitale finanziario. Introduzione a Hilferding, R., Il capitale finanziario. Milano, Mimesis. Per approfondimenti ulteriori: Brancaccio, E., Moneta, A., Lopreite, M., Califano, A. (2020). Nonperforming Loans and Competing Rules of Monetary Policy: a Statistical Identification Approach. Structural Change and Economic Dynamics. Volume 53, pages 127-136. Brancaccio, E., Giammetti, R., Lopreite, M., Puliga, M. (2019). Monetary Policy, Crisis and Capital Centralization in Corporate Ownership and Control Networks: a B-Var Analysis. Structural Change and Economic Dynamics, Volume 51, December, pages 55-66. Brancaccio, E., Fontana, G. (2016). ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, 40 (4).
Fonte
Nell’infinita controversia con la Corte di giustizia dell’Unione Europea, la Corte costituzionale tedesca ha ragione nel sostenere che l’azione della Bce potrebbe aver violato il principio di “neutralità” della politica monetaria e i Trattati che ne disciplinano le attribuzioni. Ma questa ragione si fonda su un fatto che né i giudici di Lussemburgo né quelli di Karlsruhe possono ammettere: la Bce non può perseguire l’agognata neutralità semplicemente perché questa non esiste. E se non esiste la neutralità, non è ammissibile nemmeno l’indipendenza politica del banchiere centrale.
«Pazzi al potere, che odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro».
Per irriverente che possa sembrare ai benpensanti, solo il sarcasmo di Keynes può descrivere la genesi dei Trattati europei e della posizione che vi occupa la Banca centrale europea. I padri fondatori dell’unione monetaria ne hanno infatti edificato l’ordinamento “distillandolo”, per l’appunto, dagli alambicchi della teoria macroeconomica neoclassica nelle sue più aggiornate varianti, e in particolare da quel suo fondamentale caposaldo che è il principio di “neutralità” della politica monetaria.
In grazia di questo principio, il banchiere centrale deve perseguire il solo obiettivo della stabilità dei prezzi senza mai interferire sul livello, sulla composizione e sulla distribuzione della produzione di “equilibrio”, che corrisponde a quella posizione del sistema economico in cui i prezzi di mercato di tutte le risorse riflettono le loro scarsità relative e quindi ne garantiscono l’impiego pieno e ottimale. Soprattutto, il banchiere centrale non deve mai interferire sul tasso d’interesse di equilibrio, che è determinato dalla scarsità dei risparmi disponibili delle famiglie rispetto alle richieste di finanziamento degli investimenti da parte delle imprese: spetta infatti solo al gioco concorrenziale condurre i mercati verso questo magnifico equilibrio ideale, nel quale ogni risorsa è allocata secondo criteri di efficienza e non è possibile migliorare la situazione di un individuo senza peggiorare quella di qualcun altro. Questo gioco, anzi, la politica monetaria non deve in alcun modo ostacolarlo: da Sargent a Taylor, i vari eredi dell’ortodossia in ultima istanza fanno tutti voto di fedeltà a questo irrinunciabile precetto.
Sono esattamente queste le radici teoriche delle fondamentali previsioni degli artt. 119 e 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che affidano alla Banca centrale europea il compito di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo quest’obiettivo, di «sostenere» l’azione di coordinamento delle politiche economiche dei singoli Stati dell’Unione «conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza». Nel disegno dei Trattati, l’unica “politica economica” comune agli Stati membri dell’Unione è appunto la concorrenza e l’unico modo in cui la Bce può “sostenerla” consiste nel rispetto del principio di neutralità della politica monetaria, che può ammettere solo interventi volti a mantenere il tasso d’interesse in prossimità dell’equilibrio concorrenziale. Ogni diversa azione del banchiere centrale è perciò fuorilegge: in specie quella che, favorendo alcuni soggetti a scapito di altri, possa determinare un’allocazione inefficiente dei risparmi e delle altre risorse produttive, allontanando così il sistema dalla posizione di equilibrio.
Tener conto della matrice teorica dei Trattati è indispensabile se – anziché aggiungere l’ennesimo commento senza cognizione – si vuol davvero cogliere la sostanza della disputa in corso ormai da anni tra la Corte di giustizia dell’Unione Europea e la Corte costituzionale tedesca, e di cui, il 5 maggio scorso, i giudici di Karlsruhe hanno scritto un capitolo di inusitata durezza.
Alla base dell’intimazione rivolta alla Bce di giustificare entro tre mesi il massiccio acquisto di titoli pubblici previsto dai programmi di quantitative easing c’è infatti il dogma – la «decisione politica fondamentale», dice la Corte tedesca – della separazione tra politica economica e politica monetaria, che a sua volta discende dal postulato di neutralità di quest’ultima. Comperare titoli pubblici, dicono i giudici tedeschi, tiene artificiosamente bassi i tassi di interesse, agevola il rifinanziamento agli Stati indebitati, li distoglie dalle buone regole della finanza sana, pregiudica i risparmiatori e tiene in vita imprese altrimenti destinate a fallire: tutte conseguenze allocative e distributive che non possono tollerarsi senza che si spieghi in che misura sarebbero “proporzionate” all’unico obiettivo che la Bce è legittimata a perseguire, cioè la stabilità dei prezzi.
I giudici della Corte costituzionale tedesca
Di qui l’accusa infamante rivolta ai giudici di Lussemburgo di avere abdicato alla funzione di controllo dell’operato della Bce: se s’interpreta il principio di proporzionalità che presiede all’esercizio delle sue competenze così come ha fatto la Corte di giustizia, cioè senza verificare se gli effetti distributivi del quantitative easing possano realmente giustificarsi in relazione all’obiettivo di riportare il tasso d’inflazione ad un livello prossimo al 2% all’anno, allora non ci può più essere alcuna distinzione tra politica monetaria e politica economica e di fatto – conclude la Corte di Karlsruhe – si autorizza la Bce ad agire ultra vires, cioè ad invadere il campo della politica economica, che i Trattati invece hanno riservato agli Stati membri.
Non è questo il luogo per dire se i giudici costituzionali tedeschi abbiano ragione in punto di diritto. Ciò che reputiamo fondamentale chiarire qui è che le loro accuse hanno senso solo leggendo i Trattati alla luce della teoria economica dominante, per la quale gli effetti del denaro a buon mercato – dal pregiudizio arrecato ai risparmiatori all’indebita salvaguardia di imprese decotte – rappresentano violazioni del principio di neutralità monetaria e di un conseguente allontanamento dall’equilibrio di concorrenza.
Resta tuttavia un problema: salvo che nella mente degli economisti neoclassici, in realtà non esiste alcuna possibile “neutralità” della politica monetaria. La banca centrale non svolge affatto l’asettico compito di mantenere il sistema economico nei paraggi di un equilibrio che garantirebbe l’impiego pieno e ottimale di tutte le risorse, né risulta in grado di governare la dinamica dei prezzi. Piuttosto, intervenendo sul tasso d’interesse e più in generale sulla regolazione dei flussi monetari e finanziari, il banchiere centrale fissa l’asticella delle condizioni di solvibilità degli attori del sistema economico e per questa via influenza il ritmo dei fallimenti e delle bancarotte e contribuisce a rallentare o a velocizzare l’uscita dal mercato dei capitali più fragili o il loro assorbimento da parte dei più forti. Insomma, l’indicibile verità è che il banchiere centrale agisce sempre come regolatore di un conflitto feroce in seno alla società: quello tra capitali solvibili e capitali insolventi, tra creditori e debitori e, in una unione monetaria, anche tra nazioni in attivo e nazioni in passivo. La funzione del banchiere centrale è dunque sempre inesorabilmente politica: nel senso che, lungi dal preservare un immaginario equilibrio concorrenziale, contribuisce piuttosto a regolare una cruciale legge di movimento del capitalismo, vale a dire la tendenza verso la centralizzazione dei capitali. [1]
Vista in quest’ottica, quella che giuridicamente appare come una controversia indecidibile porta invece ad alcune conclusioni obbligate. La Corte costituzionale tedesca ha ragione nel sostenere che l’azione della Bce potrebbe violare la neutralità della politica monetaria e dunque i Trattati che ne disciplinano le attribuzioni. E ha ancor più forte ragione nel sostenere che solo la neutralità della politica monetaria può giustificare l’indipendenza della Bce dal potere politico. Su questo punto, anzi, è perfino risibile il goffo tentativo della Corte di giustizia europea di voler salvare il bambino del quantitative easing insieme all’acqua sporca dell’indipendenza della politica monetaria.
Ma le inoppugnabili ragioni della Corte costituzionale tedesca si fondano su un fatto che né i giudici di Lussemburgo né a fortiori quelli di Karlsruhe possono ammettere: la Bce non può perseguire la neutralità della politica monetaria semplicemente perché questa non esiste. Esiste invece, e di conseguenza, un gigantesco problema di democrazia, perché se la politica monetaria non è e non può essere neutrale, allora non può nemmeno essere affidata a una banca centrale indipendente dalle istituzioni politiche.
L’agognata neutralità è dunque solo l’ennesima, perniciosa fantasia concepita dagli apologeti dell’ortodossia neoclassica, che in Europa più che in ogni altra parte del mondo ha trovato “pazzi al potere” disposti all’ascolto, e ha dato vita a un Trattato che rende la banca centrale tra le più refrattarie a qualsiasi forma di controllo democratico. Lo scontro tra questa follia normativa e la dura realtà della crisi è solo iniziato.
Twitter @emibrancaccio
Note:
[1] Abbiamo anticipato questo punto in Brancaccio, E., Cavallaro, L. (2011). Leggere Il capitale finanziario. Introduzione a Hilferding, R., Il capitale finanziario. Milano, Mimesis. Per approfondimenti ulteriori: Brancaccio, E., Moneta, A., Lopreite, M., Califano, A. (2020). Nonperforming Loans and Competing Rules of Monetary Policy: a Statistical Identification Approach. Structural Change and Economic Dynamics. Volume 53, pages 127-136. Brancaccio, E., Giammetti, R., Lopreite, M., Puliga, M. (2019). Monetary Policy, Crisis and Capital Centralization in Corporate Ownership and Control Networks: a B-Var Analysis. Structural Change and Economic Dynamics, Volume 51, December, pages 55-66. Brancaccio, E., Fontana, G. (2016). ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, 40 (4).
Fonte
17/05/2020
Con la sentenza sulla Bce, la Corte tedesca rivendica la sovranità monetaria
C’è chi ha preferito minimizzarla, spaventato dal dover solo immaginare le conseguenze. C’è chi l’ha enfatizzata, dando per scontato effetti che invece si dovranno verificare, in tutto o in parte, nel bel mezzo di iniziative miranti a contrastarli.
Sbagliano entrambi, crediamo, ma il primo atteggiamento è semplicemente stupido, come ogni rifiuto della realtà che non si sa come affrontare.
Stiamo parlando della sentenza con cui la Corte Suprema di Karlsruhe ha messo drasticamente in discussione l’indipendenza della Bce rispetto al potere politico e addirittura agli Stati nazionali, piazzando così una carica esplosiva sotto l’intera architettura dell’Unione Europea. La quale, dovrebbe esser noto, si regge sul “trasferimento di sovranità” dagli Stati nazionali alla stessa Ue in varie materie, dalle leggi di bilancio alle politiche monetarie.
Ci è sempre sembrato stupido e irrealistico sottovalutare il ruolo, e il peso, delle politiche europee sulle scelte dei governi nazionali, per il semplice fatto che la dimensione politico-economica continentale disegna il perimetro (sempre più stretto) entro cui un governo locale può esercitare le sue “libere scelte”.
È lo stesso procedimento che vincola un’amministrazione comunale alle decisioni del governo nazionale. Può decidere in autonomia di fare molte cose, ma deve rispettare il “vincolo di stabilità” nei propri conti e dunque agire all’interno di un recinto piuttosto chiaro.
Questa dipendenza dal “vincolo esterno” è probabilmente complessa da capire ed esporre in poche semplici parole, ma nemmeno così tanto. In ogni caso, un attivista politico non può ignorarla, pena l’immaginare un “percorso di cambiamento” che si riduce a una marcia sul posto.
È una delle malattie intellettuali gravi che ha distrutto “la sinistra” in questo e in altri Paesi europei...
Questo editoriale di Martin Wolf, il decano e probabilmente il più acuto degli analisti del Financial Times, centra invece l’importanza “storica” di quella sentenza e, a cascata, pone interrogativi pesanti sul contesto in cui avviene e avverrà lo scontro di classe nei prossimi tempi.
Perché se non si sa dove risieda “il potere”, politicamente si è condannati a fare a cappellate con i passeri...
Buona lettura.
Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa verso la disintegrazione.
Il 75° anniversario della sconfitta della Germania nazista è stato l’8 maggio. Il 70° anniversario della dichiarazione Schuman, che ha lanciato l’integrazione europea del dopoguerra, è stato il 9 maggio. Pochi giorni prima di entrambe le date, la Corte costituzionale tedesca ha lanciato un missile legale nel cuore dell’UE.
Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’UE.
Il tribunale si è pronunciato contro il programma di acquisto del settore pubblico della BCE, avviato nel 2015. Non ha sostenuto che la BCE si fosse impropriamente impegnata nel finanziamento monetario, ma piuttosto che non aveva applicato un’analisi di “proporzionalità”, nel valutare l’impatto delle sue politiche , su una serie di preoccupazioni conservatrici: “debito pubblico, risparmi personali, regimi pensionistici, prezzi degli immobili e mantenimento a galla di società economicamente non vitali“.
Le politiche monetarie sono necessariamente politiche economiche. Ma le politiche della BCE, compresi gli acquisti di attività, sono giustificate dal fatto che non riusciva – e non sta – raggiungendo il suo “obiettivo primario” previsto dal trattato, che è la “stabilità dei prezzi“, definita come inflazione “bassa, ma vicina al 2 per cento nel medio termine”. Il trattato UE afferma che altre considerazioni sono secondarie.
Il tribunale ha inoltre decretato che “gli organi costituzionali e gli organi amministrativi tedeschi“, compresa la Bundesbank, non possono partecipare ad atti ultra vires (quelli al di fuori dell’autorità legale). Pertanto, la Bundesbank non può continuare a partecipare ai programmi di acquisto di attività della BCE fino a quando la BCE non abbia condotto una “valutazione della proporzionalità” soddisfacente per il tribunale.
Tuttavia, il trattato UE afferma che “né la BCE, né una banca centrale nazionale... deve cercare o prendere istruzioni... da qualsiasi governo di uno stato membro o da qualsiasi altro ente.”
Le istruzioni del tribunale mettono la Bundesbank in un conflitto tra leggi.
Il tribunale sta inoltre aggredendo il diritto della BCE di prendere le proprie decisioni politiche in modo indipendente. La Germania si era duramente battuta per affermare l’indipendenza della banca centrale all’interno dell’Unione monetaria.
Ora, la sua corte costituzionale ha decretato che, a meno che la BCE non soddisfi i giudici sull’aver tenuto pienamente conto di un elenco altamente politico di effetti collaterali delle politiche monetarie, gli acquisti di attività sono inammissibili.
I tribunali di altri paesi membri poterebbero ritenere opportuno decretare che le loro banche centrali nazionali non possono partecipare alle politiche che non amano. Molto presto, la BCE potrebbe essere tagliata a pezzi e annullata.
Soprattutto, il tribunale tedesco ha decretato che si può ignorare una precedente sentenza della Corte di giustizia europea, a favore della BCE, poiché la prima “supera il suo mandato giudiziario... laddove un’interpretazione dei trattati non è comprensibile e deve quindi essere considerata arbitraria da una prospettiva oggettiva.”
Questo è un atto di secessione giuridica.
L’UE è un sistema giuridico integrato, o non è niente. Si basa sull’accettazione da parte di tutti gli Stati membri della sua autorità nelle aree di propria competenza. In un comunicato stampa dopo la sentenza della Corte costituzionale, la Corte di giustizia europea ha giustamente risposto che “solo la Corte di giustizia europea... è competente a giudicare se un atto di un’istituzione dell’UE è contrario al diritto dell’UE. Le divergenze tra i tribunali degli Stati membri in merito alla validità di tali atti potrebbero effettivamente mettere in pericolo l’unità dell’ordinamento giuridico dell’UE e pregiudicare la certezza del diritto“.
Immaginiamo se i tribunali di ogni Stato membro fossero in grado di decidere che le sentenze della CGE fossero “arbitrarie da una prospettiva obiettiva“.
Quali sono le implicazioni?
Se alla fine il tribunale tedesco dovesse accertare che la BCE abbia valutato adeguatamente l’impatto economico dei suoi acquisti, il PSPP potrebbe continuare. Ma il tribunale ha ridotto la futura flessibilità della BCE limitando le sue disponibilità ad acquistare debito di qualsiasi paese membro in misura superiore al 33% del totale e insistendo sul fatto che gli acquisti di attività siano assegnati in base alle quote possedute dagli Stati membri nella BCE.
In assenza di altri programmi di sostegno della zona euro, le possibilità di inadempienza aumenteranno. In effetti, gli spread sui titoli di Stato italiani sono debitamente aumentati dopo l’annuncio della Corte. Alla fine potrebbe derivarne una crisi, con effetti devastanti; forse persino una rottura della zona euro.
Altri potrebbero seguire la Germania nel respingere la giurisdizione della CGE e dell’UE. Ungheria e Polonia sono candidati ovvi. Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione.
Cosa si può fare? La BCE non può essere responsabile dinanzi a un giudice nazionale. Ma la Bundesbank potrebbe fornire alla Corte l’analisi della proporzionalità. Forse sarebbe sufficiente, anche se sì tratterebbe di un brutto precedente.
Oppure, la decisione potrebbe essere ignorata. Se un tribunale tedesco può ignorare la Corte di giustizia europea, forse la Bundesbank può ignorare quel tribunale. In alternativa, la BCE potrebbe semplicemente abbandonare gli sforzi per salvare la zona euro e accettare qualunque risultato emerga.
L’UE potrebbe avviare una procedura di infrazione contro la Germania. Ma il suo obiettivo diretto sarebbe il governo tedesco, che è intrappolato tra gli organi dell’UE da un lato e il tribunale dall’altro. Non potrebbe cambiare la sentenza.
Più radicalmente, l’UE potrebbe agire per creare il necessario grado di solidarietà fiscale. Ma gli ostacoli a questo scenario sono grandi. Un nuovo trattato sembra fuori discussione nel clima odierno di intensa sfiducia reciproca.
Infine, la Germania potrebbe separarsi decisamente dalla zona euro. Tuttavia, prima di prendere una decisione del genere, si spera che anche a lei sarà richiesto di fare un’analisi completa di cosa dovrebbe essere considerato “proporzionato”.
Un punto è chiaro: la Corte costituzionale ha decretato che anche la Germania può riprendere il controllo della sovranità monetaria. Di conseguenza ha creato una crisi forse insolubile.
Fonte
Sbagliano entrambi, crediamo, ma il primo atteggiamento è semplicemente stupido, come ogni rifiuto della realtà che non si sa come affrontare.
Stiamo parlando della sentenza con cui la Corte Suprema di Karlsruhe ha messo drasticamente in discussione l’indipendenza della Bce rispetto al potere politico e addirittura agli Stati nazionali, piazzando così una carica esplosiva sotto l’intera architettura dell’Unione Europea. La quale, dovrebbe esser noto, si regge sul “trasferimento di sovranità” dagli Stati nazionali alla stessa Ue in varie materie, dalle leggi di bilancio alle politiche monetarie.
Ci è sempre sembrato stupido e irrealistico sottovalutare il ruolo, e il peso, delle politiche europee sulle scelte dei governi nazionali, per il semplice fatto che la dimensione politico-economica continentale disegna il perimetro (sempre più stretto) entro cui un governo locale può esercitare le sue “libere scelte”.
È lo stesso procedimento che vincola un’amministrazione comunale alle decisioni del governo nazionale. Può decidere in autonomia di fare molte cose, ma deve rispettare il “vincolo di stabilità” nei propri conti e dunque agire all’interno di un recinto piuttosto chiaro.
Questa dipendenza dal “vincolo esterno” è probabilmente complessa da capire ed esporre in poche semplici parole, ma nemmeno così tanto. In ogni caso, un attivista politico non può ignorarla, pena l’immaginare un “percorso di cambiamento” che si riduce a una marcia sul posto.
È una delle malattie intellettuali gravi che ha distrutto “la sinistra” in questo e in altri Paesi europei...
Questo editoriale di Martin Wolf, il decano e probabilmente il più acuto degli analisti del Financial Times, centra invece l’importanza “storica” di quella sentenza e, a cascata, pone interrogativi pesanti sul contesto in cui avviene e avverrà lo scontro di classe nei prossimi tempi.
Perché se non si sa dove risieda “il potere”, politicamente si è condannati a fare a cappellate con i passeri...
Buona lettura.
*****
Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa verso la disintegrazione.
Il 75° anniversario della sconfitta della Germania nazista è stato l’8 maggio. Il 70° anniversario della dichiarazione Schuman, che ha lanciato l’integrazione europea del dopoguerra, è stato il 9 maggio. Pochi giorni prima di entrambe le date, la Corte costituzionale tedesca ha lanciato un missile legale nel cuore dell’UE.
Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’UE.
Il tribunale si è pronunciato contro il programma di acquisto del settore pubblico della BCE, avviato nel 2015. Non ha sostenuto che la BCE si fosse impropriamente impegnata nel finanziamento monetario, ma piuttosto che non aveva applicato un’analisi di “proporzionalità”, nel valutare l’impatto delle sue politiche , su una serie di preoccupazioni conservatrici: “debito pubblico, risparmi personali, regimi pensionistici, prezzi degli immobili e mantenimento a galla di società economicamente non vitali“.
Le politiche monetarie sono necessariamente politiche economiche. Ma le politiche della BCE, compresi gli acquisti di attività, sono giustificate dal fatto che non riusciva – e non sta – raggiungendo il suo “obiettivo primario” previsto dal trattato, che è la “stabilità dei prezzi“, definita come inflazione “bassa, ma vicina al 2 per cento nel medio termine”. Il trattato UE afferma che altre considerazioni sono secondarie.
Il tribunale ha inoltre decretato che “gli organi costituzionali e gli organi amministrativi tedeschi“, compresa la Bundesbank, non possono partecipare ad atti ultra vires (quelli al di fuori dell’autorità legale). Pertanto, la Bundesbank non può continuare a partecipare ai programmi di acquisto di attività della BCE fino a quando la BCE non abbia condotto una “valutazione della proporzionalità” soddisfacente per il tribunale.
Tuttavia, il trattato UE afferma che “né la BCE, né una banca centrale nazionale... deve cercare o prendere istruzioni... da qualsiasi governo di uno stato membro o da qualsiasi altro ente.”
Le istruzioni del tribunale mettono la Bundesbank in un conflitto tra leggi.
Il tribunale sta inoltre aggredendo il diritto della BCE di prendere le proprie decisioni politiche in modo indipendente. La Germania si era duramente battuta per affermare l’indipendenza della banca centrale all’interno dell’Unione monetaria.
Ora, la sua corte costituzionale ha decretato che, a meno che la BCE non soddisfi i giudici sull’aver tenuto pienamente conto di un elenco altamente politico di effetti collaterali delle politiche monetarie, gli acquisti di attività sono inammissibili.
I tribunali di altri paesi membri poterebbero ritenere opportuno decretare che le loro banche centrali nazionali non possono partecipare alle politiche che non amano. Molto presto, la BCE potrebbe essere tagliata a pezzi e annullata.
Soprattutto, il tribunale tedesco ha decretato che si può ignorare una precedente sentenza della Corte di giustizia europea, a favore della BCE, poiché la prima “supera il suo mandato giudiziario... laddove un’interpretazione dei trattati non è comprensibile e deve quindi essere considerata arbitraria da una prospettiva oggettiva.”
Questo è un atto di secessione giuridica.
L’UE è un sistema giuridico integrato, o non è niente. Si basa sull’accettazione da parte di tutti gli Stati membri della sua autorità nelle aree di propria competenza. In un comunicato stampa dopo la sentenza della Corte costituzionale, la Corte di giustizia europea ha giustamente risposto che “solo la Corte di giustizia europea... è competente a giudicare se un atto di un’istituzione dell’UE è contrario al diritto dell’UE. Le divergenze tra i tribunali degli Stati membri in merito alla validità di tali atti potrebbero effettivamente mettere in pericolo l’unità dell’ordinamento giuridico dell’UE e pregiudicare la certezza del diritto“.
Immaginiamo se i tribunali di ogni Stato membro fossero in grado di decidere che le sentenze della CGE fossero “arbitrarie da una prospettiva obiettiva“.
Quali sono le implicazioni?
Se alla fine il tribunale tedesco dovesse accertare che la BCE abbia valutato adeguatamente l’impatto economico dei suoi acquisti, il PSPP potrebbe continuare. Ma il tribunale ha ridotto la futura flessibilità della BCE limitando le sue disponibilità ad acquistare debito di qualsiasi paese membro in misura superiore al 33% del totale e insistendo sul fatto che gli acquisti di attività siano assegnati in base alle quote possedute dagli Stati membri nella BCE.
In assenza di altri programmi di sostegno della zona euro, le possibilità di inadempienza aumenteranno. In effetti, gli spread sui titoli di Stato italiani sono debitamente aumentati dopo l’annuncio della Corte. Alla fine potrebbe derivarne una crisi, con effetti devastanti; forse persino una rottura della zona euro.
Altri potrebbero seguire la Germania nel respingere la giurisdizione della CGE e dell’UE. Ungheria e Polonia sono candidati ovvi. Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione.
Cosa si può fare? La BCE non può essere responsabile dinanzi a un giudice nazionale. Ma la Bundesbank potrebbe fornire alla Corte l’analisi della proporzionalità. Forse sarebbe sufficiente, anche se sì tratterebbe di un brutto precedente.
Oppure, la decisione potrebbe essere ignorata. Se un tribunale tedesco può ignorare la Corte di giustizia europea, forse la Bundesbank può ignorare quel tribunale. In alternativa, la BCE potrebbe semplicemente abbandonare gli sforzi per salvare la zona euro e accettare qualunque risultato emerga.
L’UE potrebbe avviare una procedura di infrazione contro la Germania. Ma il suo obiettivo diretto sarebbe il governo tedesco, che è intrappolato tra gli organi dell’UE da un lato e il tribunale dall’altro. Non potrebbe cambiare la sentenza.
Più radicalmente, l’UE potrebbe agire per creare il necessario grado di solidarietà fiscale. Ma gli ostacoli a questo scenario sono grandi. Un nuovo trattato sembra fuori discussione nel clima odierno di intensa sfiducia reciproca.
Infine, la Germania potrebbe separarsi decisamente dalla zona euro. Tuttavia, prima di prendere una decisione del genere, si spera che anche a lei sarà richiesto di fare un’analisi completa di cosa dovrebbe essere considerato “proporzionato”.
Un punto è chiaro: la Corte costituzionale ha decretato che anche la Germania può riprendere il controllo della sovranità monetaria. Di conseguenza ha creato una crisi forse insolubile.
Fonte
16/05/2020
Se di Germania ce ne fossero tre? Meglio fare da soli
Nelle questioni internazionali, si è soliti ragionare in termini di
paesi intesi come “monoliti” guidati da interessi nazionali che ciascuno
di essi cerca di far valere facendo leva sul proprio peso politico (ivi
incluso, se necessario, anche quello militare), la propria influenza
economica, la rete di alleanze, la capacità negoziale e di leadership
interna, e tutto ciò che possa essere usato al fine ricercato. Insomma,
si ragiona avendo a mente uno scacchiere su cui si confrontano soggetti
nazionali omogenei, unitariamente identificati.
La sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio scorso ha dichiarato che il programma di acquisto di titoli pubblici avviato dalla BCE nel 2015 è incompatibile con il principio di proporzionalità consacrato nei trattati europei, gettando un’ombra sull’attuale programma di acquisto (PEPP) predisposto per fronteggiare gli effetti della pandemia, dal quale sono stati rimossi alcuni importanti limiti, come quello sul massimale di acquisto delle emissioni e quello degli acquisti in proporzione alla quota di capitale della BCE detenuta da ogni paese (la cosiddetta “capital key”).
Il tentativo di decifrare le possibili implicazioni economiche per l’Italia durante e dopo la crisi del Covid-19, anche alla luce dei tre mesi concessi dalla Corte tedesca per ottenere chiarimenti dalla BCE, ci ha indotto a provare ad andare oltre la visione monolitica, considerando la circostanza che la nazione tedesca, o meglio lo stato tedesco – oggi guida dell’UE – sia percorso da interessi e obiettivi legittimi diversi, i cui rapporti di forza possono determinare conseguenze internazionali diverse a seconda di quale interesse e obiettivo prevalga sugli altri.
Abbiamo pertanto ragionato provocatoriamente sull’ipotesi che oggi, in realtà, di Germania ve ne siano almeno “tre”:
Se si parte da questa ipotesi, si tratta allora di vedere come questi diversi obiettivi possano impattare sulle scelte europee che condizioneranno l’Italia in materia di gestione della crisi del Covid-19.
Rileviamo incidentalmente di non avere alcuna pretesa di originalità nell’assumere la prospettiva di una pluralità di interessi nazionali fra essi potenzialmente contrastanti. La stessa prospettiva fu adottata anni fa dal compianto Marcello de Cecco per svolgere una lucidissima analisi critica dell’architettura dell’unione monetaria europea.
Il dilemma delle “Tre Germanie“
Nella "guerra" al Covid-19, l’Europa a guida tedesca si è trovata a dover affrontare un dilemma: difendere l’integrità del principio del “rigorismo” di marca germanica, con l’altissimo rischio di vedere implodere l’euro, oppure fare buon viso a cattivo gioco e condiscendere a una qualche forma di largesse finanziaria invocata da molti dei paesi nel vecchio continente, e financo da taluni settori della politica e dell’opinione pubblica della stessa Germania e dei paesi di essa satelliti.
L’implosione dell’euro, al di là delle difficoltà e dei rischi che ne scaturirebbero nell’immediato anche per un’economia possente come quella tedesca, le sottrarrebbe gli enormi benefici che l’esistenza dell’euro le garantisce: la Germania di Berlino non può volere né permettere che ciò accada, sebbene essa voglia anche che il conto del salvataggio non ricada sul bilancio federale (se non in misura contenuta per poter comunque sostenere di essere stata solidale con i paesi partner...). Cerca quindi di seguire un percorso che imponga ai paesi debitori di farsi carico del proprio debito senza invocare trasferimenti e garanzie, ma che nemmeno tiri troppo una corda che può assai facilmente spezzarsi, causando il default dei paesi a più alto debito pubblico (leggasi Italia). Pertanto, sebbene di monetizzazione del debito stricto sensu non possa parlarsi, la Germania di Berlino non vede di cattivo occhio che la BCE porti avanti il suo programma di acquisto titoli, di fatto consentendo ai paesi fortemente indebitati ad andare avanti e rinviando al futuro, a data da destinarsi, le esigenze di aggiustamento fiscale che su questi paesi graveranno.
D’altra parte, cedere sui dogmi che la guida tedesca ha da sempre imposto agli altri paesi membri dell’Eurozona significa cedere sui cardini centrali che presiedono al meccanismo di funzionamento della moneta unica. La Germania di Francoforte teme lo spettro della creazione incontrollata di moneta a cui la salvaguardia dell’euro può portare, mentre la Germania di Karlsruhe vigila a che, nel tentativo di far ciò, un pezzo dello stato tedesco – la Bundesbank – non finisca per travalicare il perimetro giuridico che limita l’azione della BCE. La sua ultima sentenza riflette il suo timore che ciò sia già avvenuto.
Come risolvere questo dilemma? E quali conseguenze avrebbe la sua risoluzione per l’Italia?
Gli scenari possibili
Scenario 1: Vince Karlsruhe
Si premetta che la BCE non risponde direttamente alla Germania di Karlsruhe, ma soltanto al suo proprio consiglio direttivo, di cui la Germania di Francoforte è soltanto un membro, per quanto autorevole. In quanto tale, quest’ultimo solleciterà la BCE a produrre un’opinione legale sulla materia. Tuttavia, qualunque ne saranno le deduzioni di Karlsruhe, esse non dovranno modificare necessariamente le politiche della BCE, che sono decise dal suo consiglio e sono votate a maggioranza. Dunque, pure nell’ipotesi che vinca Karlsruhe, si assume che la BCE continui comunque le operazioni di acquisto titoli, rimanendo pronta a estenderle se necessario, mentre spetterebbe alla Germania di Karlsruhe stabilire se la Bundesbank potrà o meno parteciparvi. Ma pure in quest’ultimo caso, le operazioni potranno continuare a essere eseguite anche senza la Bundesbank. Si osservi, tuttavia, che, se mai si giungerà a tale scenario, il sistema dell’euro sarà soggetto a un vulnus politico di immense proporzioni: si avrà una BCE da cui il paese-guida avrà preso le distanze. Il che equivarrebbe già a una serissima frattura dell’euro, le cui conseguenze non potrebbero non farsi sentire.
Per quel che riguarda l’Italia, saranno proprio queste conseguenze a rilevare. Se il programma di acquisti della BCE proseguirà senza contraccolpi, il nostro Paese potrà continuare a indebitarsi a costi "accettabili", beneficiando del supporto della BCE, sino a quando questo supporto continuerà: ne saremmo interamente dipendenti. Così come saremmo totalmente in balia di ogni evento che pregiudicasse la sussistenza dell’euro, a meno di non prepararsi a questa evenienza.
Scenario 2: Vince Francoforte
In questo scenario la Germania di Francoforte riesce a costruire un’alleanza all’interno del consiglio della BCE che porta al blocco delle operazioni di acquisto. Qui la situazione precipita e il rischio di rottura dell’euro è più che concreta. Si salvi chi può!
Scenario 3: Vince Berlino
È questo forse lo scenario più probabile, quello nel quale fa premio l’interesse del governo tedesco e delle lobby interne di salvare l’euro, senza ricorrere al contribuente, ma tenendo conto dei non trascurabili obiettivi delle altre due Germanie. Sorge persino il sospetto che, in un mirabile gioco delle parti che vede la Germania “una e trina”, le due Germanie spingano sui propri obiettivi proprio per indurre la terza (Berlino) e gli altri governi UE a convergere verso una soluzione che risolva il dilemma posto all’inizio fra rigorismo e sussistenza dell’euro. Una soluzione del genere dovrebbe prevedere che alla concessione di assistenza finanziaria ai paesi maggiormente bisognosi (leggasi sempre Italia) questi paesi corrispondano adeguate contropartite, vale a dire l’attivazione del MES e l’intervento della Troika, con tutto quello che abbiamo già visto in Grecia (aumenti di tasse, taglio della spesa pubblica, svendita di interi pezzi dell’economia nazionale).
Comunque la si concepisca, una soluzione del genere non potrebbe non consistere in un programma che permetterebbe all’Italia di continuare a indebitarsi a costi accettabili, resi tali dal protratto intervento della BCE, ma al prezzo di cedere l’intero pilotaggio della sua politica economica alle autorità europee a guida tedesca: insomma, un commissariamento del nostro Paese, che “strizzerebbe” il Paese per bene, tenendolo poi a “bagnomaria” e minandone così stabilmente l’alta capacità di economia concorrente.
Recentemente Riccardo Realfonzo ha avvertito che, se dall’UE non dovesse venire una seria spinta alla crescita non gravata da altri debiti, c’è il rischio che la politica italiana del futuro venga impostata su altre politiche recessive, come la ristrutturazione del debito, il drastico incremento dell’imposizione fiscale, forme di espropriazione di ricchezza (risparmio forzoso). Condividiamo pienamente questa sua preoccupazione. Tuttavia, alla luce dell’analisi appena svolta, noi siamo assai più pessimisti circa l’ipotesi che dall’UE possano promanare politiche volte alla crescita.
Si può “fare da soli”?
Si può e si deve, e si deve anche fare presto. Limitare la nostra dipendenza da decisori esterni ed evitare la cessione all’esterno di ulteriori importanti quote di sovranità nazionale deve diventare obiettivo strategico prioritario del nostro Governo.
Occorre però capirsi su che cosa significa “fare da soli”. Se con ciò s’intende accrescere l’indebitamento nazionale magari contando sul risparmio privato che i cittadini italiani, mossi da sentimento altamente patriottico, concedono allo Stato a condizioni di particolare vantaggio, francamente pensiamo che questa sia una strada destinata a non sbucare da nessuna parte. Il debito pubblico da rinnovare e quello nuovo da collocare per soddisfare le esigenze della ripresa sono tali che si rende necessario un ricorso massiccio ai mercati internazionali, alle condizioni da questi imposte.
Esiste invece la strada della Moneta Fiscale (altre volte da noi delineata, anche su questa rivista, nella forma dei Certificati di Compensazione Fiscale (CCF)).
L’introduzione della Moneta Fiscale mette a disposizione dell’Italia un meccanismo di immissione di potere d’acquisto nella sua economia, utilizzabile per incrementare i consumi, aumentare la spesa sociale, rilanciare gli investimenti pubblici, ridurre il carico fiscale (incluso quello che grava sulle aziende).
Passi in questa direzione si stanno compiendo. Nel decreto di maggio sono in arrivo un incremento degli econobonus, sismabonus e fotovoltaico al 110%, il bonus bollette e il bonus affitto 2020, mentre il Ministro del Turismo parla di bonus turistici che verranno dati alle famiglie che potranno spenderli nelle strutture turistiche italiane entro il 31 dicembre 2020. Si potranno pertanto pagare le imprese di questi settori con crediti fiscali e si potranno cederli alle banche. La cedibilità illimitata del credito e la possibilità di attivare un mercato di scambio sono gli ulteriori passi importanti da compiere per creare i presupposti per la nascita dei CCF da noi teorizzati.
L’Italia dovrebbe avviare un programma di emissione di Moneta Fiscale per arrivare – a regime – ad una circolazione di 100 miliardi euro di CCF, annunciando nello stesso tempo che il rapporto debito pubblico/PIL, destinato a incrementarsi fino al 160% nel 2020 per effetto della crisi sanitaria e del suo impatto economico, calerà costantemente in tutti gli anni successivi.
Ciò sarà possibile in quanto le emissioni di debito pubblico (quello destinato a essere rimborsato in euro, il cosiddetto Maastricht Debt) potranno essere ridotte, mentre il recupero del PIL risulterà molto più rapido e intenso.
La Moneta Fiscale è uno strumento non defaultable. Non comporta impegni di rimborso cash. Per i mercati finanziari, la dimensione delle emissioni di Moneta Fiscale in circolazione non costituisce un problema, fintantoché è assicurata la riduzione costante e progressiva del Maastricht Debt (sempre in rapporto al PIL).
Il progetto Moneta Fiscale non è stato concepito come un ponte verso la rottura dell’euro. Noi riteniamo che sia la strada per risolvere le conseguenze per l’Italia di alcune delle pesanti disfunzioni del sistema, non per spezzarlo.
È indubbio, tuttavia, che esso costituisce anche una “valvola di sicurezza” nel caso in cui eventi esterni alla volontà del nostro Paese dovessero condurre alla rottura.
La sentenza di Karlsruhe è una prova in più che un evento del genere rientra nel novero delle possibilità.
Fonte
La sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio scorso ha dichiarato che il programma di acquisto di titoli pubblici avviato dalla BCE nel 2015 è incompatibile con il principio di proporzionalità consacrato nei trattati europei, gettando un’ombra sull’attuale programma di acquisto (PEPP) predisposto per fronteggiare gli effetti della pandemia, dal quale sono stati rimossi alcuni importanti limiti, come quello sul massimale di acquisto delle emissioni e quello degli acquisti in proporzione alla quota di capitale della BCE detenuta da ogni paese (la cosiddetta “capital key”).
Il tentativo di decifrare le possibili implicazioni economiche per l’Italia durante e dopo la crisi del Covid-19, anche alla luce dei tre mesi concessi dalla Corte tedesca per ottenere chiarimenti dalla BCE, ci ha indotto a provare ad andare oltre la visione monolitica, considerando la circostanza che la nazione tedesca, o meglio lo stato tedesco – oggi guida dell’UE – sia percorso da interessi e obiettivi legittimi diversi, i cui rapporti di forza possono determinare conseguenze internazionali diverse a seconda di quale interesse e obiettivo prevalga sugli altri.
Abbiamo pertanto ragionato provocatoriamente sull’ipotesi che oggi, in realtà, di Germania ve ne siano almeno “tre”:
- la Germania di Berlino, facente capo al governo e dalle potenti lobby industriali, interessata a preservare l’euro al minimo costo possibile per il contribuente tedesco;
- la Germania di Francoforte, quella del rigore finanziario impersonata dalla Bundesbank – la banca centrale – interessata ad assicurare la stabilità monetaria nazionale, e cioè un tasso d’inflazione basso;
- La Germania di Karlsruhe, quella giuridico-normativa rappresentata dalla Corte costituzionale, la quale è garante del rispetto da parte tedesca delle norme e dei trattati internazionali.
Se si parte da questa ipotesi, si tratta allora di vedere come questi diversi obiettivi possano impattare sulle scelte europee che condizioneranno l’Italia in materia di gestione della crisi del Covid-19.
Rileviamo incidentalmente di non avere alcuna pretesa di originalità nell’assumere la prospettiva di una pluralità di interessi nazionali fra essi potenzialmente contrastanti. La stessa prospettiva fu adottata anni fa dal compianto Marcello de Cecco per svolgere una lucidissima analisi critica dell’architettura dell’unione monetaria europea.
Il dilemma delle “Tre Germanie“
Nella "guerra" al Covid-19, l’Europa a guida tedesca si è trovata a dover affrontare un dilemma: difendere l’integrità del principio del “rigorismo” di marca germanica, con l’altissimo rischio di vedere implodere l’euro, oppure fare buon viso a cattivo gioco e condiscendere a una qualche forma di largesse finanziaria invocata da molti dei paesi nel vecchio continente, e financo da taluni settori della politica e dell’opinione pubblica della stessa Germania e dei paesi di essa satelliti.
L’implosione dell’euro, al di là delle difficoltà e dei rischi che ne scaturirebbero nell’immediato anche per un’economia possente come quella tedesca, le sottrarrebbe gli enormi benefici che l’esistenza dell’euro le garantisce: la Germania di Berlino non può volere né permettere che ciò accada, sebbene essa voglia anche che il conto del salvataggio non ricada sul bilancio federale (se non in misura contenuta per poter comunque sostenere di essere stata solidale con i paesi partner...). Cerca quindi di seguire un percorso che imponga ai paesi debitori di farsi carico del proprio debito senza invocare trasferimenti e garanzie, ma che nemmeno tiri troppo una corda che può assai facilmente spezzarsi, causando il default dei paesi a più alto debito pubblico (leggasi Italia). Pertanto, sebbene di monetizzazione del debito stricto sensu non possa parlarsi, la Germania di Berlino non vede di cattivo occhio che la BCE porti avanti il suo programma di acquisto titoli, di fatto consentendo ai paesi fortemente indebitati ad andare avanti e rinviando al futuro, a data da destinarsi, le esigenze di aggiustamento fiscale che su questi paesi graveranno.
D’altra parte, cedere sui dogmi che la guida tedesca ha da sempre imposto agli altri paesi membri dell’Eurozona significa cedere sui cardini centrali che presiedono al meccanismo di funzionamento della moneta unica. La Germania di Francoforte teme lo spettro della creazione incontrollata di moneta a cui la salvaguardia dell’euro può portare, mentre la Germania di Karlsruhe vigila a che, nel tentativo di far ciò, un pezzo dello stato tedesco – la Bundesbank – non finisca per travalicare il perimetro giuridico che limita l’azione della BCE. La sua ultima sentenza riflette il suo timore che ciò sia già avvenuto.
Come risolvere questo dilemma? E quali conseguenze avrebbe la sua risoluzione per l’Italia?
Gli scenari possibili
Scenario 1: Vince Karlsruhe
Si premetta che la BCE non risponde direttamente alla Germania di Karlsruhe, ma soltanto al suo proprio consiglio direttivo, di cui la Germania di Francoforte è soltanto un membro, per quanto autorevole. In quanto tale, quest’ultimo solleciterà la BCE a produrre un’opinione legale sulla materia. Tuttavia, qualunque ne saranno le deduzioni di Karlsruhe, esse non dovranno modificare necessariamente le politiche della BCE, che sono decise dal suo consiglio e sono votate a maggioranza. Dunque, pure nell’ipotesi che vinca Karlsruhe, si assume che la BCE continui comunque le operazioni di acquisto titoli, rimanendo pronta a estenderle se necessario, mentre spetterebbe alla Germania di Karlsruhe stabilire se la Bundesbank potrà o meno parteciparvi. Ma pure in quest’ultimo caso, le operazioni potranno continuare a essere eseguite anche senza la Bundesbank. Si osservi, tuttavia, che, se mai si giungerà a tale scenario, il sistema dell’euro sarà soggetto a un vulnus politico di immense proporzioni: si avrà una BCE da cui il paese-guida avrà preso le distanze. Il che equivarrebbe già a una serissima frattura dell’euro, le cui conseguenze non potrebbero non farsi sentire.
Per quel che riguarda l’Italia, saranno proprio queste conseguenze a rilevare. Se il programma di acquisti della BCE proseguirà senza contraccolpi, il nostro Paese potrà continuare a indebitarsi a costi "accettabili", beneficiando del supporto della BCE, sino a quando questo supporto continuerà: ne saremmo interamente dipendenti. Così come saremmo totalmente in balia di ogni evento che pregiudicasse la sussistenza dell’euro, a meno di non prepararsi a questa evenienza.
Scenario 2: Vince Francoforte
In questo scenario la Germania di Francoforte riesce a costruire un’alleanza all’interno del consiglio della BCE che porta al blocco delle operazioni di acquisto. Qui la situazione precipita e il rischio di rottura dell’euro è più che concreta. Si salvi chi può!
Scenario 3: Vince Berlino
È questo forse lo scenario più probabile, quello nel quale fa premio l’interesse del governo tedesco e delle lobby interne di salvare l’euro, senza ricorrere al contribuente, ma tenendo conto dei non trascurabili obiettivi delle altre due Germanie. Sorge persino il sospetto che, in un mirabile gioco delle parti che vede la Germania “una e trina”, le due Germanie spingano sui propri obiettivi proprio per indurre la terza (Berlino) e gli altri governi UE a convergere verso una soluzione che risolva il dilemma posto all’inizio fra rigorismo e sussistenza dell’euro. Una soluzione del genere dovrebbe prevedere che alla concessione di assistenza finanziaria ai paesi maggiormente bisognosi (leggasi sempre Italia) questi paesi corrispondano adeguate contropartite, vale a dire l’attivazione del MES e l’intervento della Troika, con tutto quello che abbiamo già visto in Grecia (aumenti di tasse, taglio della spesa pubblica, svendita di interi pezzi dell’economia nazionale).
Comunque la si concepisca, una soluzione del genere non potrebbe non consistere in un programma che permetterebbe all’Italia di continuare a indebitarsi a costi accettabili, resi tali dal protratto intervento della BCE, ma al prezzo di cedere l’intero pilotaggio della sua politica economica alle autorità europee a guida tedesca: insomma, un commissariamento del nostro Paese, che “strizzerebbe” il Paese per bene, tenendolo poi a “bagnomaria” e minandone così stabilmente l’alta capacità di economia concorrente.
Recentemente Riccardo Realfonzo ha avvertito che, se dall’UE non dovesse venire una seria spinta alla crescita non gravata da altri debiti, c’è il rischio che la politica italiana del futuro venga impostata su altre politiche recessive, come la ristrutturazione del debito, il drastico incremento dell’imposizione fiscale, forme di espropriazione di ricchezza (risparmio forzoso). Condividiamo pienamente questa sua preoccupazione. Tuttavia, alla luce dell’analisi appena svolta, noi siamo assai più pessimisti circa l’ipotesi che dall’UE possano promanare politiche volte alla crescita.
Si può “fare da soli”?
Si può e si deve, e si deve anche fare presto. Limitare la nostra dipendenza da decisori esterni ed evitare la cessione all’esterno di ulteriori importanti quote di sovranità nazionale deve diventare obiettivo strategico prioritario del nostro Governo.
Occorre però capirsi su che cosa significa “fare da soli”. Se con ciò s’intende accrescere l’indebitamento nazionale magari contando sul risparmio privato che i cittadini italiani, mossi da sentimento altamente patriottico, concedono allo Stato a condizioni di particolare vantaggio, francamente pensiamo che questa sia una strada destinata a non sbucare da nessuna parte. Il debito pubblico da rinnovare e quello nuovo da collocare per soddisfare le esigenze della ripresa sono tali che si rende necessario un ricorso massiccio ai mercati internazionali, alle condizioni da questi imposte.
Esiste invece la strada della Moneta Fiscale (altre volte da noi delineata, anche su questa rivista, nella forma dei Certificati di Compensazione Fiscale (CCF)).
L’introduzione della Moneta Fiscale mette a disposizione dell’Italia un meccanismo di immissione di potere d’acquisto nella sua economia, utilizzabile per incrementare i consumi, aumentare la spesa sociale, rilanciare gli investimenti pubblici, ridurre il carico fiscale (incluso quello che grava sulle aziende).
Passi in questa direzione si stanno compiendo. Nel decreto di maggio sono in arrivo un incremento degli econobonus, sismabonus e fotovoltaico al 110%, il bonus bollette e il bonus affitto 2020, mentre il Ministro del Turismo parla di bonus turistici che verranno dati alle famiglie che potranno spenderli nelle strutture turistiche italiane entro il 31 dicembre 2020. Si potranno pertanto pagare le imprese di questi settori con crediti fiscali e si potranno cederli alle banche. La cedibilità illimitata del credito e la possibilità di attivare un mercato di scambio sono gli ulteriori passi importanti da compiere per creare i presupposti per la nascita dei CCF da noi teorizzati.
L’Italia dovrebbe avviare un programma di emissione di Moneta Fiscale per arrivare – a regime – ad una circolazione di 100 miliardi euro di CCF, annunciando nello stesso tempo che il rapporto debito pubblico/PIL, destinato a incrementarsi fino al 160% nel 2020 per effetto della crisi sanitaria e del suo impatto economico, calerà costantemente in tutti gli anni successivi.
Ciò sarà possibile in quanto le emissioni di debito pubblico (quello destinato a essere rimborsato in euro, il cosiddetto Maastricht Debt) potranno essere ridotte, mentre il recupero del PIL risulterà molto più rapido e intenso.
La Moneta Fiscale è uno strumento non defaultable. Non comporta impegni di rimborso cash. Per i mercati finanziari, la dimensione delle emissioni di Moneta Fiscale in circolazione non costituisce un problema, fintantoché è assicurata la riduzione costante e progressiva del Maastricht Debt (sempre in rapporto al PIL).
Il progetto Moneta Fiscale non è stato concepito come un ponte verso la rottura dell’euro. Noi riteniamo che sia la strada per risolvere le conseguenze per l’Italia di alcune delle pesanti disfunzioni del sistema, non per spezzarlo.
È indubbio, tuttavia, che esso costituisce anche una “valvola di sicurezza” nel caso in cui eventi esterni alla volontà del nostro Paese dovessero condurre alla rottura.
La sentenza di Karlsruhe è una prova in più che un evento del genere rientra nel novero delle possibilità.
Fonte
15/05/2020
C’era una volta il PEPP. L’Italia sotto il ricatto incrociato di Berlino e Francoforte
“Tempi straordinari richiedono azioni straordinarie”: il 18 marzo con queste parole Christine Lagarde annunciava il “Pandemic Emergency Purchase Program”, il programma straordinario per l’acquisto dei titoli di stato della zona Euro.
Parliamo di quasi tre mesi fa, un periodo di tempo relativamente breve in condizioni “normali” ma in realtà un’era geologica in un mondo fatto di quarantene, blocchi (molto parziali) delle attività produttive, fondi salva stati senza apparenti condizionalità e sentenze delle corti costituzionali.
Tutto però parte da qui, da quei 750 miliardi di acquisti di obbligazioni pubbliche e private che ricalcano il celebre “bazooka” di Draghi ma riescono a spingersi anche oltre il Quantitative Easing, stabilendo il tasso di interesse sul debito pubblico di ciascun Paese europeo in deroga a due criteri rispettati invece dal suo predecessore: il cosiddetto “Capital Key’, che imporrebbe alla BCE di acquistare titoli del debito pubblico in proporzione alla quota detenuta nel capitale della Bce da ogni paese dell’Eurozona, e il divieto di acquisto di titoli “spazzatura”, ovvero di quei paesi con un rating inferiore alla tripla B indicato delle agenzie internazionali.
Il PEPP ha quindi permesso in queste settimane all’Italia di godere di un acquisto di titoli pari al doppio della sua quota nel capitale della BCE, nonché della garanzia del proseguimento del programma anche se il suo rating internazionale scendesse dal preoccupante BBB con outlook negativo appena confermato da Standard and Poor’s.
Ma il merito più importante del programma è stato senza dubbio quello di mostrare all’intero continente che il re è nudo: tutto ciò che finora ci era stato dichiarato come impossibile, dalla stabilizzazione dello spread attraverso l’azione della BCE fino alla messa in campo di centinaia e centinaia di miliardi letteralmente creati “dal nulla”, è venuto infatti meno con l’esplodere di questa crisi, portando la Lagarde a contraddire se stessa con l’annuncio del PEPP solo pochi giorni dopo aver dichiarato che “non è compito della Banca Centrale Europea tenere sotto controllo lo spread”.
Qualcuno potrebbe essere portato a leggere questa novità come la tanto attesa conferma della sbandierata “riformabilità” dell’Unione Europea, quella che per i sedicenti sovranisti di destra, ma anche secondo tanti compagni di “sinistra”, seppur governata dalla burocrazia e dagli egoismi nazionali ha in nuce tutte le potenzialità per trasformarsi in quel sogno di pace e democrazia teorizzato dai fondatori.
Per queste persone la risposta non si è fatta attendere, non tanto dall’esplicito carattere temporaneo del programma o dall’impietoso confronto con le altre banche centrali in giro per il mondo in ottica sia quantitativa (come la Bank of Japan che annuncia acquisti illimitati di titoli) che qualitativa (come la Bank of England che ha deciso di finanziare direttamente le spese anti-pandemia senza passare per l’acquisto di titoli), quanto da una sentenza della corte costituzionale tedesca nella città di Karlsruhe.
Chiamati ad esprimersi sulla legittimità del Quantitative Easing di Draghi, i giudici hanno assolto solo parzialmente quest’ultimo e, soprattutto, hanno incluso nelle motivazioni tutti quei dubbi di costituzionalità propri invece dell’elefante nella stanza, il PEPP della Lagarde.
Se molti si sono concentrati su quei tre mesi di tempo concessi alla BCE per dimostrare il rispetto da parte del QE del principio di proporzionalità scritto nei trattati, più importante ci sembra l’assoluzione del precedente programma per quanto attiene a tutti quei profili che il PEPP invece non rispetta.
Sottolineando la correttezza del QE in relazione ai trattati, i giudici tedeschi stanno di fatto mettendo sotto accusa il PEPP.
Una situazione obiettivamente esplosiva, che ha messo ancor più in dubbio la già opinabile efficacia del nuovo programma di acquisti e innescato ulteriori contrasti all’interno di questa Unione Europea dai piedi di argilla: da una parte la BCE rilancia annunciando il raddoppio del volume di acquisti, che passa così da 750 a 1500 miliardi, dall’altra il governo tedesco ci tiene a precisare che rispetterà la sentenza della propria corte costituzionale.
Nel frattempo Blackrock, il più grande fondo d’investimento al mondo, nel suo report settimanale comunica una revisione sulle obbligazioni periferiche dell’area euro e sui titoli di stato dei paesi del sud, citando proprio la sentenza di Karlsruhe come probabile ostacolo al proseguimento dell’acquisto di obbligazioni da parte della BCE.
In mezzo a questo fuoco incrociato c’è l’Italia, un paese alla vigilia di una recessione senza uguali in un contesto che non l’ha mai vista uscire nemmeno dalla crisi precedente. Una paese continuamente appeso allo spread, al rating delle agenzie internazionali, a quel rapporto debito/PIL pronto a schizzare oltre il 160% non appena il PEPP allenterà la sua azione.
Un paese in cui la propaganda unificata di televisioni e carta stampata ci ripete da settimane che l’unica soluzione è affidarci al fondo salva stati, che il MES ci salverà e non avrà ripercussioni future perché l’Europa dai tempi della Troika in Grecia è diventata buona e ha tolto tutte le condizionalità cattive.
Perché queste sono le due uniche opzioni concesse al nostro paese: da una parte affidarsi al “bazooka” sempre più fragile del PEPP, che tiene sì sotto controllo spread e debito pubblico, ma la cui durata e conseguente affidabilità sono oggi messe ancor più in discussione dalla sentenza di Karlsruhe; dall’altra cedere al canto delle sirene del MES, ottenendo un prestito di 36 miliardi vincolato alle spese sanitarie con la sola agevolazione di non trovarci la Troika in casa oggi ma probabilmente solo quando l’emergenza Coronavirus sarà finita.
Una bel ventaglio di scelte, non c’è che dire, nonché l’ennesimo motivo per ripensare la nostra permanenza in quel progetto dichiaratamente neoliberale che si chiama Unione Europea.
Perché fuori da questa gabbia fatta di debito e austerità non sappiamo ancora cosa potremo trovare, ma all’interno di essa è chiaro ogni giorno di più il supplizio senza fine che ci aspetta.
Fonte
Parliamo di quasi tre mesi fa, un periodo di tempo relativamente breve in condizioni “normali” ma in realtà un’era geologica in un mondo fatto di quarantene, blocchi (molto parziali) delle attività produttive, fondi salva stati senza apparenti condizionalità e sentenze delle corti costituzionali.
Tutto però parte da qui, da quei 750 miliardi di acquisti di obbligazioni pubbliche e private che ricalcano il celebre “bazooka” di Draghi ma riescono a spingersi anche oltre il Quantitative Easing, stabilendo il tasso di interesse sul debito pubblico di ciascun Paese europeo in deroga a due criteri rispettati invece dal suo predecessore: il cosiddetto “Capital Key’, che imporrebbe alla BCE di acquistare titoli del debito pubblico in proporzione alla quota detenuta nel capitale della Bce da ogni paese dell’Eurozona, e il divieto di acquisto di titoli “spazzatura”, ovvero di quei paesi con un rating inferiore alla tripla B indicato delle agenzie internazionali.
Il PEPP ha quindi permesso in queste settimane all’Italia di godere di un acquisto di titoli pari al doppio della sua quota nel capitale della BCE, nonché della garanzia del proseguimento del programma anche se il suo rating internazionale scendesse dal preoccupante BBB con outlook negativo appena confermato da Standard and Poor’s.
Ma il merito più importante del programma è stato senza dubbio quello di mostrare all’intero continente che il re è nudo: tutto ciò che finora ci era stato dichiarato come impossibile, dalla stabilizzazione dello spread attraverso l’azione della BCE fino alla messa in campo di centinaia e centinaia di miliardi letteralmente creati “dal nulla”, è venuto infatti meno con l’esplodere di questa crisi, portando la Lagarde a contraddire se stessa con l’annuncio del PEPP solo pochi giorni dopo aver dichiarato che “non è compito della Banca Centrale Europea tenere sotto controllo lo spread”.
Qualcuno potrebbe essere portato a leggere questa novità come la tanto attesa conferma della sbandierata “riformabilità” dell’Unione Europea, quella che per i sedicenti sovranisti di destra, ma anche secondo tanti compagni di “sinistra”, seppur governata dalla burocrazia e dagli egoismi nazionali ha in nuce tutte le potenzialità per trasformarsi in quel sogno di pace e democrazia teorizzato dai fondatori.
Per queste persone la risposta non si è fatta attendere, non tanto dall’esplicito carattere temporaneo del programma o dall’impietoso confronto con le altre banche centrali in giro per il mondo in ottica sia quantitativa (come la Bank of Japan che annuncia acquisti illimitati di titoli) che qualitativa (come la Bank of England che ha deciso di finanziare direttamente le spese anti-pandemia senza passare per l’acquisto di titoli), quanto da una sentenza della corte costituzionale tedesca nella città di Karlsruhe.
Chiamati ad esprimersi sulla legittimità del Quantitative Easing di Draghi, i giudici hanno assolto solo parzialmente quest’ultimo e, soprattutto, hanno incluso nelle motivazioni tutti quei dubbi di costituzionalità propri invece dell’elefante nella stanza, il PEPP della Lagarde.
Se molti si sono concentrati su quei tre mesi di tempo concessi alla BCE per dimostrare il rispetto da parte del QE del principio di proporzionalità scritto nei trattati, più importante ci sembra l’assoluzione del precedente programma per quanto attiene a tutti quei profili che il PEPP invece non rispetta.
Sottolineando la correttezza del QE in relazione ai trattati, i giudici tedeschi stanno di fatto mettendo sotto accusa il PEPP.
Una situazione obiettivamente esplosiva, che ha messo ancor più in dubbio la già opinabile efficacia del nuovo programma di acquisti e innescato ulteriori contrasti all’interno di questa Unione Europea dai piedi di argilla: da una parte la BCE rilancia annunciando il raddoppio del volume di acquisti, che passa così da 750 a 1500 miliardi, dall’altra il governo tedesco ci tiene a precisare che rispetterà la sentenza della propria corte costituzionale.
Nel frattempo Blackrock, il più grande fondo d’investimento al mondo, nel suo report settimanale comunica una revisione sulle obbligazioni periferiche dell’area euro e sui titoli di stato dei paesi del sud, citando proprio la sentenza di Karlsruhe come probabile ostacolo al proseguimento dell’acquisto di obbligazioni da parte della BCE.
In mezzo a questo fuoco incrociato c’è l’Italia, un paese alla vigilia di una recessione senza uguali in un contesto che non l’ha mai vista uscire nemmeno dalla crisi precedente. Una paese continuamente appeso allo spread, al rating delle agenzie internazionali, a quel rapporto debito/PIL pronto a schizzare oltre il 160% non appena il PEPP allenterà la sua azione.
Un paese in cui la propaganda unificata di televisioni e carta stampata ci ripete da settimane che l’unica soluzione è affidarci al fondo salva stati, che il MES ci salverà e non avrà ripercussioni future perché l’Europa dai tempi della Troika in Grecia è diventata buona e ha tolto tutte le condizionalità cattive.
Perché queste sono le due uniche opzioni concesse al nostro paese: da una parte affidarsi al “bazooka” sempre più fragile del PEPP, che tiene sì sotto controllo spread e debito pubblico, ma la cui durata e conseguente affidabilità sono oggi messe ancor più in discussione dalla sentenza di Karlsruhe; dall’altra cedere al canto delle sirene del MES, ottenendo un prestito di 36 miliardi vincolato alle spese sanitarie con la sola agevolazione di non trovarci la Troika in casa oggi ma probabilmente solo quando l’emergenza Coronavirus sarà finita.
Una bel ventaglio di scelte, non c’è che dire, nonché l’ennesimo motivo per ripensare la nostra permanenza in quel progetto dichiaratamente neoliberale che si chiama Unione Europea.
Perché fuori da questa gabbia fatta di debito e austerità non sappiamo ancora cosa potremo trovare, ma all’interno di essa è chiaro ogni giorno di più il supplizio senza fine che ci aspetta.
Fonte
Brancaccio - La Corte di Karlsruhe ha ragione
RAI Radio Uno – ERESIE – 15 maggio 2020 – Nell’assenza di una
cooperazione europea all’altezza della crisi, pensavamo che almeno la
BCE potesse garantire un coordinamento della circolazione monetaria. Ma
la Corte costituzionale tedesca ha messo in discussione anche
quest’ultima certezza. E c’è da dire che i giudici tedeschi hanno
formalmente ragione: la BCE sta violando i principi di “neutralità”
monetaria su cui sono stati edificati i Trattati. Il punto è che non
potrebbe fare altrimenti: la “neutralità” della politica monetaria non
esiste, è solo un’altra fantasia degli economisti ortodossi. Il commento
dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
Fonte
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06/05/2020
La bomba tedesca
Era una sentenza attesa, ma quel che dice non lo era affatto. Ha, in sostanza, piazzato una enorme carica di titolo sotto l’architettura europea. E a questo punto più nessuno, anche in questo Paese, può pensare di “far politica” come se la dimensione europea fosse ininfluente o marginale rispetto alle vicende interne.
La Corte suprema di Karlsruhe – quasi un equivalente della nostra Corte Costituzionale * – ha deciso che il ‘Quantitative easing’ (QE) della Bce, il programma di acquisto di titoli sovrani lanciato dalla Bce quando governata da Mario Draghi, nel 2015, non è del tutto “illegale” e quindi non viene annullato.
Fin qui gli europeisti, di casa nostra e non, hanno tirato un sospiro di sollievo. Subito dopo sono arrivati però i distinguo che costituiscono altrettante cariche esplosive poste sotto l’architettura dei trattati fondanti l’Unione Europea.
In primo luogo, la Corte Suprema tedesca ha richiesto alla Bce chiarimenti immediati su quella politica monetaria – ancora in corso, anzi accentuata dai problemi creati dalla pandemia – altrimenti la Germania non parteciperà più a quel programma di acquisti tramite Bundesbank, la banca centrale nazionale.
In concreto, dice la corte di Karlsruhe, la Bce ha tre mesi di tempo per dimostrare che “gli obiettivi di politica monetaria perseguiti dal programma di acquisto di titoli pubblici non sono sproporzionati rispetto agli effetti di politica fiscale ed economica derivanti dal programma”.
Il dubbio, esplicito, è che gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce costituiscano un sostituto gratuito – anzi, “con soldi tedeschi” – della spremitura delle popolazioni tramite gli strumenti fiscali nazionali.
Insomma, gli Stati “cicala” starebbero evitando di applicare l’austerità più feroce grazie alla condiscendenza e alla generosità della Bce.
Più precisamente, i giudici dell’Alta Corte tedesca scrivono che i programmi di acquisti di bond “vanno oltre i poteri” (ultra vires) della stessa Bce. Che starebbe perciò praticando una “politica economica e fiscale” per cui non ha potere e attribuzione riconosciuta.
È la prima volta che la Corte Suprema tedesca afferma che le misure prese da un organo europeo “non sono coperte dalle competenze europee” e per questo “potrebbero non avere validità in Germania”.
È un vero e proprio ultimatum all’istituto di Francoforte. Che, ricordiamolo, è un potere formalmente indipendente dagli Stati, anzi l’unico vero potere “comunitario”, per quanto partecipato da tutti gli Stati membri con funzionari di altissimo livello delle rispettive banche centrali.
È un ultimatum che mette in discussione apertamente questa “indipendenza” per il futuro prossimo. Infatti non obbliga la Bce a cambiare immediatamente rotta, ma mina la sua credibilità. Christine Lagarde non potrà mai più dire, come fece Draghi, che la Bce è pronta a fare whatever it takes. E i mercati, queste cose, le capiscono bene...
Di fatto l’euro non è più “irreversibile” – altra definizione celebre di SuperMario – perché la sua difesa sarà condizionata e limitata.
Peggio.
Con questa sentenza Karlsruhe ha ribaltato il ragionamento giuridico della Corte di giustizia europea, che aveva già espresso il suo parere in materia. Dunque la Corte tedesca si è assunto il ruolo di interpretare questo settore del diritto dell’UE, rovesciando la gerarchia dei poteri consolidati con i trattati.
Infine, ha rovesciato la consueta interpretazione delle disposizioni dei trattati UE a dispetto del testo giuridico e della sua comprensione politica, anche in Germania.
Con ciò, hanno capito tutti, anche al di là del QE, si pongono le basi per subordinare stabilmente i trattati europei all’interesse nazionale tedesco. O almeno per poter rifiutare qualsiasi decisione comunitaria che comporti una anche piccola lesione di quegli interessi.
Tutta l’architettura legale futura della UE sarà sotto questa ghigliottina, con buona pace delle pretese di “solidarietà”.
Formalmente, la Corte ha respinto i ricorsi che chiedevano di vietare alla Bundesbank – la Banca Centrale tedesca – di partecipare ancora la programma di acquisto. Erano ricorsi presentati da economisti ordoliberisti e partiti della destra nazionalista, che si vedono così accolta – se non la “lettera” dei ricorsi – sicuramente la logica strategica del rapporto tra Berlino e i partner.
Questo, per chi vive in Italia, è decisamente sorprendente. Siamo abituati a vedere che nella contesa tra un potere comunitario e uno nazionale vince sempre il primo. È questa l’essenza dell’Unione Europea, secondo la narrazione che ne viene fatta da quasi 30 anni.
Questa sentenza afferma l’esatto contrario. Il potere della Germania non è subordinato a nessun altro potere sovranazionale, anzi: lo determina. Il vero “sovrano” d’Europa ha sede a Berlino, anche se si comporta come il romanissimo Marchese del Grillo.
Del resto, il capitalismo tedesco è stato costruito su un modello di deflazione salariale imposta anche ai propri lavoratori. Che mantengono livelli retributivi più alti della media dei partner, ma sono stati bloccati ai livelli di quasi venti anni fa, dall’epoca dell’introduzione delle leggi Hartz.
In cambio, la classe dirigente tedesca prometteva che alle “cicale del Sud Europa” non sarebbe mai stato regalato neanche un centesimo dei soldi tedeschi. La crescita del Pil nazionale sarebbe avvenuta ai loro danni (cosa effettivamente verificatasi), e questo prima o poi si sarebbe tradotto anche in nuovi aumenti salariali e di welfare (è avvenuto il contrario, anche lì).
Diciamo che è stato riproposto in salsa “democratica” il patto sociale nazista degli anni ‘30 del secolo scorso, indicando nel resto d’Europa il campo di conquista.
Il risorgente nazionalismo neonazista, che ha infine trovato forma compiuta nell’Afd, è stato nutrito con quel brodo di luoghi comuni...
Questa “rivelazione” – che i lettori di Contropiano sanno bene essere cosa antica – pone due ordini di problemi.
Il primo nelle relazioni europee e nei mercati mondiali già sconvolti dalla pandemia. All’inizio di agosto, se le “giustificazioni” offerte dalla Bce non saranno convincenti, la Germania potrebbe ritirarsi dal programma Quantitative Easing. Facendo esplodere immediatamente gli spread e ponendo con ciò le basi per l’eventuale uscita dall’euro della stessa Germania, di fronte all’evidente impossibilità di affrontare con strumenti comunitari una pandemia che non sarà certamente ancora debellata, ma le cui conseguenze economiche saranno quantitativamente devastanti.
Non è neanche immaginabile l’ondata che ne potrebbe derivare...
In ogni caso, nell’immediato, è chiaro che non ci saranno mai i “coronabond” chiesti di Conte e la Bce sarà obbligata a lasciar salire lo spread sui titoli del debito pubblico “mediterraneo” (Francia compresa...).
L’Italia e gli altri paesi in difficoltà dovranno accettare l’austerità, o per loro non ci sarà niente. O il MES, e le sue condizionalità capestro, o nulla.
Il secondo ordine di problemi, più modestamente, investe la subcultura della vecchia “sinistra riformista”, che ancora immagina che “il potere” stia a Palazzo Chigi o “nei padroni italiani”. O che l’Unione Europea sia quello che raccontavano gli altri, un “comunità solidale in costruzione”, anche se ancora imperfetta e da “cambiare”, ma in fondo quasi un surrogato dell’internazionalismo, anche se con frontiere continentali ferree.
Questa sentenza mostra invece l’esistenza di una chiara gerarchia tra i poteri. Quello degli Stati nazionali non conta nulla, chiunque vinca le elezioni.
Tranne quello tedesco, che invece può e deve avere tutti gli spazi per gestire i propri problemi interni, sia sociali che politici.
Del resto la UE è soltanto un mercato comune, regolato da Trattati concepiti come contratti commerciali. La stessa area valutaria comune – l’Eurozona – non può funzionare “come in un Paese”, perché non ha né una rappresentanza politica effettivamente comune (il Parlamento europeo è l’unico al mondo privo di potere legislativo), né una politica fiscale comune (incaricata di trasferire risorse là dove servono).
Viste da Karlsruhe, insomma, l’Unione Europea e la stessa Bce vanno bene se fanno rispettare questa gerarchia tramite politiche e vincolo di austerità.
Altrimenti che si fottano.
Pensate ancora che quel che accade in Europa in fondo non significhi granché per quel che avviene in Italia? Pensate ancora che si cambia questo mondo restando dentro questi vincoli?
Sveglia, compagni.
Note:
* La Carta sulla quale è fondato l’ordinamento dell’attuale Repubblica federale tedesca non è una costituzione – Verfassung in tedesco – ma “soltanto” una Legge fondamentale – Grundgesetz. Per converso i Länder che costituiscono la Federazione – il Bund – sono dotati di Verfassung vere e proprie. Ciò non significa che nel vigente diritto tedesco le Verfassung dei Länder prevalgano sulla Grundgesetz. Significa invece che la attuale Legge fondamentale è stata pensata e voluta come una carta costituzionale provvisoria, in attesa di essere sostituita da una Verfassung vera e propria, mentre le carte dei Länder sono state approvate – qualcuna prima della stessa Grundgesetz – come costituzioni definitive.
Bisogna ricordare che nel 1949, anno di approvazione della Grundgesetz, la Germania era ancora occupata dalle forze alleate a ovest (con tre differenti zone di competenza) e dalle truppe sovietiche a est. Nel 1948 i tre occupanti occidentali (Francia, Gran Bretagna e USA) unirono le loro zone per evidenti ragioni di funzionalità economica, ripristinarono i Länder, riorganizzandoli quasi tutti rispetto ai tradizionali confini, costituendo in essi nuovi governi regionali.
Fonte
La Corte suprema di Karlsruhe – quasi un equivalente della nostra Corte Costituzionale * – ha deciso che il ‘Quantitative easing’ (QE) della Bce, il programma di acquisto di titoli sovrani lanciato dalla Bce quando governata da Mario Draghi, nel 2015, non è del tutto “illegale” e quindi non viene annullato.
Fin qui gli europeisti, di casa nostra e non, hanno tirato un sospiro di sollievo. Subito dopo sono arrivati però i distinguo che costituiscono altrettante cariche esplosive poste sotto l’architettura dei trattati fondanti l’Unione Europea.
In primo luogo, la Corte Suprema tedesca ha richiesto alla Bce chiarimenti immediati su quella politica monetaria – ancora in corso, anzi accentuata dai problemi creati dalla pandemia – altrimenti la Germania non parteciperà più a quel programma di acquisti tramite Bundesbank, la banca centrale nazionale.
In concreto, dice la corte di Karlsruhe, la Bce ha tre mesi di tempo per dimostrare che “gli obiettivi di politica monetaria perseguiti dal programma di acquisto di titoli pubblici non sono sproporzionati rispetto agli effetti di politica fiscale ed economica derivanti dal programma”.
Il dubbio, esplicito, è che gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce costituiscano un sostituto gratuito – anzi, “con soldi tedeschi” – della spremitura delle popolazioni tramite gli strumenti fiscali nazionali.
Insomma, gli Stati “cicala” starebbero evitando di applicare l’austerità più feroce grazie alla condiscendenza e alla generosità della Bce.
Più precisamente, i giudici dell’Alta Corte tedesca scrivono che i programmi di acquisti di bond “vanno oltre i poteri” (ultra vires) della stessa Bce. Che starebbe perciò praticando una “politica economica e fiscale” per cui non ha potere e attribuzione riconosciuta.
È la prima volta che la Corte Suprema tedesca afferma che le misure prese da un organo europeo “non sono coperte dalle competenze europee” e per questo “potrebbero non avere validità in Germania”.
È un vero e proprio ultimatum all’istituto di Francoforte. Che, ricordiamolo, è un potere formalmente indipendente dagli Stati, anzi l’unico vero potere “comunitario”, per quanto partecipato da tutti gli Stati membri con funzionari di altissimo livello delle rispettive banche centrali.
È un ultimatum che mette in discussione apertamente questa “indipendenza” per il futuro prossimo. Infatti non obbliga la Bce a cambiare immediatamente rotta, ma mina la sua credibilità. Christine Lagarde non potrà mai più dire, come fece Draghi, che la Bce è pronta a fare whatever it takes. E i mercati, queste cose, le capiscono bene...
Di fatto l’euro non è più “irreversibile” – altra definizione celebre di SuperMario – perché la sua difesa sarà condizionata e limitata.
Peggio.
Con questa sentenza Karlsruhe ha ribaltato il ragionamento giuridico della Corte di giustizia europea, che aveva già espresso il suo parere in materia. Dunque la Corte tedesca si è assunto il ruolo di interpretare questo settore del diritto dell’UE, rovesciando la gerarchia dei poteri consolidati con i trattati.
Infine, ha rovesciato la consueta interpretazione delle disposizioni dei trattati UE a dispetto del testo giuridico e della sua comprensione politica, anche in Germania.
Con ciò, hanno capito tutti, anche al di là del QE, si pongono le basi per subordinare stabilmente i trattati europei all’interesse nazionale tedesco. O almeno per poter rifiutare qualsiasi decisione comunitaria che comporti una anche piccola lesione di quegli interessi.
Tutta l’architettura legale futura della UE sarà sotto questa ghigliottina, con buona pace delle pretese di “solidarietà”.
Formalmente, la Corte ha respinto i ricorsi che chiedevano di vietare alla Bundesbank – la Banca Centrale tedesca – di partecipare ancora la programma di acquisto. Erano ricorsi presentati da economisti ordoliberisti e partiti della destra nazionalista, che si vedono così accolta – se non la “lettera” dei ricorsi – sicuramente la logica strategica del rapporto tra Berlino e i partner.
Questo, per chi vive in Italia, è decisamente sorprendente. Siamo abituati a vedere che nella contesa tra un potere comunitario e uno nazionale vince sempre il primo. È questa l’essenza dell’Unione Europea, secondo la narrazione che ne viene fatta da quasi 30 anni.
Questa sentenza afferma l’esatto contrario. Il potere della Germania non è subordinato a nessun altro potere sovranazionale, anzi: lo determina. Il vero “sovrano” d’Europa ha sede a Berlino, anche se si comporta come il romanissimo Marchese del Grillo.
Del resto, il capitalismo tedesco è stato costruito su un modello di deflazione salariale imposta anche ai propri lavoratori. Che mantengono livelli retributivi più alti della media dei partner, ma sono stati bloccati ai livelli di quasi venti anni fa, dall’epoca dell’introduzione delle leggi Hartz.
In cambio, la classe dirigente tedesca prometteva che alle “cicale del Sud Europa” non sarebbe mai stato regalato neanche un centesimo dei soldi tedeschi. La crescita del Pil nazionale sarebbe avvenuta ai loro danni (cosa effettivamente verificatasi), e questo prima o poi si sarebbe tradotto anche in nuovi aumenti salariali e di welfare (è avvenuto il contrario, anche lì).
Diciamo che è stato riproposto in salsa “democratica” il patto sociale nazista degli anni ‘30 del secolo scorso, indicando nel resto d’Europa il campo di conquista.
Il risorgente nazionalismo neonazista, che ha infine trovato forma compiuta nell’Afd, è stato nutrito con quel brodo di luoghi comuni...
Questa “rivelazione” – che i lettori di Contropiano sanno bene essere cosa antica – pone due ordini di problemi.
Il primo nelle relazioni europee e nei mercati mondiali già sconvolti dalla pandemia. All’inizio di agosto, se le “giustificazioni” offerte dalla Bce non saranno convincenti, la Germania potrebbe ritirarsi dal programma Quantitative Easing. Facendo esplodere immediatamente gli spread e ponendo con ciò le basi per l’eventuale uscita dall’euro della stessa Germania, di fronte all’evidente impossibilità di affrontare con strumenti comunitari una pandemia che non sarà certamente ancora debellata, ma le cui conseguenze economiche saranno quantitativamente devastanti.
Non è neanche immaginabile l’ondata che ne potrebbe derivare...
In ogni caso, nell’immediato, è chiaro che non ci saranno mai i “coronabond” chiesti di Conte e la Bce sarà obbligata a lasciar salire lo spread sui titoli del debito pubblico “mediterraneo” (Francia compresa...).
L’Italia e gli altri paesi in difficoltà dovranno accettare l’austerità, o per loro non ci sarà niente. O il MES, e le sue condizionalità capestro, o nulla.
Il secondo ordine di problemi, più modestamente, investe la subcultura della vecchia “sinistra riformista”, che ancora immagina che “il potere” stia a Palazzo Chigi o “nei padroni italiani”. O che l’Unione Europea sia quello che raccontavano gli altri, un “comunità solidale in costruzione”, anche se ancora imperfetta e da “cambiare”, ma in fondo quasi un surrogato dell’internazionalismo, anche se con frontiere continentali ferree.
Questa sentenza mostra invece l’esistenza di una chiara gerarchia tra i poteri. Quello degli Stati nazionali non conta nulla, chiunque vinca le elezioni.
Tranne quello tedesco, che invece può e deve avere tutti gli spazi per gestire i propri problemi interni, sia sociali che politici.
Del resto la UE è soltanto un mercato comune, regolato da Trattati concepiti come contratti commerciali. La stessa area valutaria comune – l’Eurozona – non può funzionare “come in un Paese”, perché non ha né una rappresentanza politica effettivamente comune (il Parlamento europeo è l’unico al mondo privo di potere legislativo), né una politica fiscale comune (incaricata di trasferire risorse là dove servono).
Viste da Karlsruhe, insomma, l’Unione Europea e la stessa Bce vanno bene se fanno rispettare questa gerarchia tramite politiche e vincolo di austerità.
Altrimenti che si fottano.
Pensate ancora che quel che accade in Europa in fondo non significhi granché per quel che avviene in Italia? Pensate ancora che si cambia questo mondo restando dentro questi vincoli?
Sveglia, compagni.
Note:
* La Carta sulla quale è fondato l’ordinamento dell’attuale Repubblica federale tedesca non è una costituzione – Verfassung in tedesco – ma “soltanto” una Legge fondamentale – Grundgesetz. Per converso i Länder che costituiscono la Federazione – il Bund – sono dotati di Verfassung vere e proprie. Ciò non significa che nel vigente diritto tedesco le Verfassung dei Länder prevalgano sulla Grundgesetz. Significa invece che la attuale Legge fondamentale è stata pensata e voluta come una carta costituzionale provvisoria, in attesa di essere sostituita da una Verfassung vera e propria, mentre le carte dei Länder sono state approvate – qualcuna prima della stessa Grundgesetz – come costituzioni definitive.
Bisogna ricordare che nel 1949, anno di approvazione della Grundgesetz, la Germania era ancora occupata dalle forze alleate a ovest (con tre differenti zone di competenza) e dalle truppe sovietiche a est. Nel 1948 i tre occupanti occidentali (Francia, Gran Bretagna e USA) unirono le loro zone per evidenti ragioni di funzionalità economica, ripristinarono i Länder, riorganizzandoli quasi tutti rispetto ai tradizionali confini, costituendo in essi nuovi governi regionali.
Fonte
05/05/2020
Il diktat della Germania alla UE: “austerità o rottura”
La Corte Costituzionale tedesca ha seppellito definitivamente i recovery bond ed ogni forma di gestione della crisi economica che allarghi le maglie dei trattati liberisti che governano la UE.
Con una sua sentenza, la massima corte tedesca ha messo sotto accusa la politica della BCE decisa da Mario Draghi, cioè l’acquisto illimitato – tramite soldi forniti alle banche, si ricordi – dei titoli del debito dei paesi più in crisi.
La BCE ha tre mesi di tempo per spiegare alla corte tedesca le ragioni della propria scelta che i giudici considerano al di fuori dei limiti istituzionali della banca, accusandola di aver fatto una politica economica che non le compete.
Poi se la BCE non cambierà, la Bundesbank dovrà sottrarsi alle decisioni della Banca Centrale Europea, insomma non metterci più i soldi. Insomma una bomba ad orologeria ed un ricatto su tutto il sistema UE, che la stampa italiana sta stupidamente minimizzando come faceva col coronavirus.
Prima di affrontare le conseguenze economiche e sociali della sentenza, è importante coglierne la dimensione politica ed istituzionale. Nel 2012 il parlamento italiano, centrodestra e centrosinistra uniti, con voto unanime in prima battuta – e, in seconda votazione, con il dissenso parziale, tardivo e sostanzialmente finto di Lega e Di Pietro – votò la modifica della Costituzione, accogliendo dentro di essa il vincolo europeo ed in particolare il Fiscal Compact, con il vincolo al pareggio di bilancio imposto nella riscrittura dell’articolo 81.
Insomma non solo l’Italia ha accolto nella propria Costituzione quei vincoli di austerità che contraddicono alla radice i principi sociali della sua prima parte, ma ha accettato la supremazia dei trattati europei sul proprio sistema democratico.
La Germania ha invece fatto l’esatto contrario. I vincoli europei sono stati accolti dal sistema tedesco solo e fino a che non ne contraddicano i principi. Così la Germania ha mantenuto e usato la propria sovranità costituzionale, mentre l’Italia vi ha rinunciato.
Non solo la differente potenza economica dei suoi stati, ma le stesse regole ineguali hanno fatto della UE un sistema squilibrato, dove la Germania ha potuto conservare e accrescere le sue terapie intensive, mentre l’Italia le ha tagliate.
Sia chiaro non ha sbagliato la Germania, hanno sbagliato l’Italia e tutta la UE ad accettare un sistema di regole dove un solo parlamento nazionale resta sovrano, quello tedesco. Il padronato e i ricchi italiani hanno trovato perfetto per loro un sistema nel quale la posizione subalterna del paese favoriva la crescita dei profitti privati ai danni del lavoro e del sistema pubblico, ma ora con la crisi economica spaventosa in arrivo i nodi vengono al pettine.
Il capitalismo tedesco non può permettersi di aiutare davvero l’Italia, altrimenti i lavoratori di quel paese, i cui diritti sono stati comunque compressi, chiederebbero il conto. Ma come ci avete chiesto collaborazione e rinunce, ed ora date i soldi agli italiani?
È la domanda che un lavoratore olandese fa al primo ministro Rutte, fedele satellite della Germania. La borghesia tedesca non può fare il passo di una vera solidarietà europea, altrimenti vedrebbe messo in crisi il proprio potere nel proprio paese.
Le conseguenze economiche di questo stallo sono già evidenti. Non ci saranno mai i “coronabond” chiesti di Conte e la BCE dovrà lasciar salire lo spread dei titoli del debito pubblico italiano. La Germania ha detto basta alle chiacchiere: o l’Italia e gli altri paesi in difficoltà accettano l’austerità, o per loro non ci sarà niente. O il MES o nulla.
Si aprirà quindi una nuova crisi “europeista” nel nostro paese, messo di fronte alla scelta tra l’obbedienza al vincolo europeo seguendo la via della Grecia, oppure la ricerca di altre vie.
Confindustria ha già scelto e ha chiesto di abolire i contratti nazionali, con il tacito consenso dei finti sovranisti di destra e del liberisti di tutti i partiti. Il bivio è reale: o si accetta un nuovo giro di vite del sistema ineguale, pagato integralmente dalle classi lavoratrici e popolari, oppure si mette in discussione quel sistema.
Bisogna ripristinare la sovranità dei principi costituzionali ed applicarla nelle scelte economiche e sociali, rompendo con il vincolo europeo. Come oggi fa la Germania ma per ragioni e scopi esattamente opposti a quelli dei conservatori e sovranisti tedeschi che comandano la UE.
Al diktat tedesco, austerità o rottura, bisogna per forza rispondere: meglio la rottura.
Fonte
Con una sua sentenza, la massima corte tedesca ha messo sotto accusa la politica della BCE decisa da Mario Draghi, cioè l’acquisto illimitato – tramite soldi forniti alle banche, si ricordi – dei titoli del debito dei paesi più in crisi.
La BCE ha tre mesi di tempo per spiegare alla corte tedesca le ragioni della propria scelta che i giudici considerano al di fuori dei limiti istituzionali della banca, accusandola di aver fatto una politica economica che non le compete.
Poi se la BCE non cambierà, la Bundesbank dovrà sottrarsi alle decisioni della Banca Centrale Europea, insomma non metterci più i soldi. Insomma una bomba ad orologeria ed un ricatto su tutto il sistema UE, che la stampa italiana sta stupidamente minimizzando come faceva col coronavirus.
Prima di affrontare le conseguenze economiche e sociali della sentenza, è importante coglierne la dimensione politica ed istituzionale. Nel 2012 il parlamento italiano, centrodestra e centrosinistra uniti, con voto unanime in prima battuta – e, in seconda votazione, con il dissenso parziale, tardivo e sostanzialmente finto di Lega e Di Pietro – votò la modifica della Costituzione, accogliendo dentro di essa il vincolo europeo ed in particolare il Fiscal Compact, con il vincolo al pareggio di bilancio imposto nella riscrittura dell’articolo 81.
Insomma non solo l’Italia ha accolto nella propria Costituzione quei vincoli di austerità che contraddicono alla radice i principi sociali della sua prima parte, ma ha accettato la supremazia dei trattati europei sul proprio sistema democratico.
La Germania ha invece fatto l’esatto contrario. I vincoli europei sono stati accolti dal sistema tedesco solo e fino a che non ne contraddicano i principi. Così la Germania ha mantenuto e usato la propria sovranità costituzionale, mentre l’Italia vi ha rinunciato.
Non solo la differente potenza economica dei suoi stati, ma le stesse regole ineguali hanno fatto della UE un sistema squilibrato, dove la Germania ha potuto conservare e accrescere le sue terapie intensive, mentre l’Italia le ha tagliate.
Sia chiaro non ha sbagliato la Germania, hanno sbagliato l’Italia e tutta la UE ad accettare un sistema di regole dove un solo parlamento nazionale resta sovrano, quello tedesco. Il padronato e i ricchi italiani hanno trovato perfetto per loro un sistema nel quale la posizione subalterna del paese favoriva la crescita dei profitti privati ai danni del lavoro e del sistema pubblico, ma ora con la crisi economica spaventosa in arrivo i nodi vengono al pettine.
Il capitalismo tedesco non può permettersi di aiutare davvero l’Italia, altrimenti i lavoratori di quel paese, i cui diritti sono stati comunque compressi, chiederebbero il conto. Ma come ci avete chiesto collaborazione e rinunce, ed ora date i soldi agli italiani?
È la domanda che un lavoratore olandese fa al primo ministro Rutte, fedele satellite della Germania. La borghesia tedesca non può fare il passo di una vera solidarietà europea, altrimenti vedrebbe messo in crisi il proprio potere nel proprio paese.
Le conseguenze economiche di questo stallo sono già evidenti. Non ci saranno mai i “coronabond” chiesti di Conte e la BCE dovrà lasciar salire lo spread dei titoli del debito pubblico italiano. La Germania ha detto basta alle chiacchiere: o l’Italia e gli altri paesi in difficoltà accettano l’austerità, o per loro non ci sarà niente. O il MES o nulla.
Si aprirà quindi una nuova crisi “europeista” nel nostro paese, messo di fronte alla scelta tra l’obbedienza al vincolo europeo seguendo la via della Grecia, oppure la ricerca di altre vie.
Confindustria ha già scelto e ha chiesto di abolire i contratti nazionali, con il tacito consenso dei finti sovranisti di destra e del liberisti di tutti i partiti. Il bivio è reale: o si accetta un nuovo giro di vite del sistema ineguale, pagato integralmente dalle classi lavoratrici e popolari, oppure si mette in discussione quel sistema.
Bisogna ripristinare la sovranità dei principi costituzionali ed applicarla nelle scelte economiche e sociali, rompendo con il vincolo europeo. Come oggi fa la Germania ma per ragioni e scopi esattamente opposti a quelli dei conservatori e sovranisti tedeschi che comandano la UE.
Al diktat tedesco, austerità o rottura, bisogna per forza rispondere: meglio la rottura.
Fonte
08/01/2020
“Non avrai altro sovrano all’infuori di me!”
Alla fine scopriremo che il nazionalismo, nell’Unione Europea, è stata la vera matrice delle “politiche comunitarie” e che l’unica differenza sostanziale è tra Stati che hanno difeso efficacemente le proprie prerogative e altri che le hanno perse per debolezza, ignoranza, corruzione, servilismo della propria classe politica. Con i primi che ci hanno ovviamente guadagnato molto anche sul piano economico e altri che sono andati per stracci.
È una considerazione che facciamo spesso, leggendo i trattati e le “prescrizioni” della Commissione Europea, quando bacchetta e corregge le leggi di stabilità dei vari paesi Pigs, Italia in testa.
Però stavolta ci arriva la conferma dalla centrale meno sospettabile: la Corte Costituzionale tedesca, il cui membro più autorevole, Peter Huber, ha messo nero su bianco una serie di considerazioni rivelatrici: “abbiamo assistito all’istituzione di quasi 50 agenzie europee più o meno indipendenti e che le autorità europee hanno fatto pressione sugli Stati membri per garantire l’indipendenza a una parte sempre crescente della loro amministrazione nazionale, la conclusione è chiara: c’è in gioco la democrazia”.
Il discorso di Huber è contenuto nel documento Building bridges:central banking law in an interconnected world pubblicato al termine della Legal conference 2019, organizzata dal prof. Fabian Amtenbrink, professore di diritto dell’Unione europea presso la Scuola di giurisprudenza Erasmus, sulle implicazioni giuridiche delle politiche monetarie della Bce. Che non a caso è anche forse l’unica istituzione continentale agente da anni in relativo contrasto con le “indicazioni” tedesche.
Si capisce insomma che l’obiettivo era Mario Draghi, che nel frattempo però ha finito il suo mandato. Dunque lo scopo diventa quello di condizionare la nuova presidente, Christine Lagarde, che aveva esordito garantendo la “continuità” di politica monetaria.
Però, però... Le argomentazioni del giudice costituzionale tedesco sono ovviamente di livello “alto”, concernenti non tanto le singole scelte di un presidente della Bce ma l’intero ordine di questioni sollevate dalla presenza di “agenzie europee più o meno indipendenti e che le autorità europee hanno fatto pressione sugli Stati membri per garantire l’indipendenza a una parte sempre crescente della loro amministrazione nazionale”. Ovvero la questione della sovranità nazionale e quindi della democrazia liberale (l’aggettivo è qualificativo, perché non è davvero l’unico tipo di democrazia possibile, nonostante il pensiero unico degli ultimi 30 anni).
Ora, che a porre il problema della sovranità e della democrazia sia un esponente di primo piano del Paese che più ha guadagnato dall’esistenza di trattati e istituzioni europee sagomati in senso ordoliberista (il neoliberismo in versione teutonica anni ‘20 dell’altro secolo) è sicuramente una cosa “originale”. Un po’ come la storia del lupo e dell’agnello...
Ma Huber ne dice di molto pesanti, a partire proprio dall’attacco alla Bce che “contrariamente almeno all’interpretazione tedesca dei trattati, la Bce ha sviluppato una comprensione piuttosto illimitata del suo mandato”. Va ricordato – almeno agli “europeisti” ideologici e ignoranti – che la Germania è l’unico paese della Ue che ha in Costituzione la subordinazione dei trattati internazionali (compresi quelli europei) rispetto all’ordinamento nazionale. E infatti la Corte di Karlsruhe, di cui Huber fa parte, è chiamata ad esprimersi sulla compatibilità di ogni decisione europea con l’interesse della Germania. Gli altri paesi, al contrario, debbono “adeguare” la propria legislazione a quella europea... Molto “democratico e solidale”, vero?
E comunque la questione posta da Huber riguarda davvero tutti i paesi d’Europa e la “democrazia liberale”, perché i confini del mandato della Bce non sono indifferenti rispetto alla tenuta democratica. “L’indipendenza accordata alla Bce comporta una notevole riduzione del livello di legittimazione democratica delle sue azioni e dovrebbe pertanto dare luogo a un’interpretazione restrittiva e ad un controllo giurisdizionale particolarmente rigoroso del suo mandato”.
In Italia non ci si fa più caso dal 1981, quando Nino Andreatta – che oggi definiremmo un “prodiano” – sciolse il legame tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia, garantendo così a questa “l’indipendenza” e al debito pubblico italiano la via per l’aumento esponenziale perenne. Ma altrove nessuno pensa che la banca centrale possa essere davvero “indipendente”, ossia libera di agire anche in contrasto con gli interessi del Paese e senza tenerne in alcun conto gli orientamenti politici (derivanti da libere elezioni).
Si sa che oggi la Germania preme perché la Bce ponga fine alla politica dei tassi zero e ai quantitative easing, ma soprattutto ai “tassi di interesse negativi” che stanno provocando perdite consistenti alle banche peggio messe d’Europa: quelle tedesche, appunto. E quindi la questione dei “limiti” entro cui la Bce può e deve agire viene posta in termini di “democrazia” proprio da chi ha usato la propria dominanza nelle istituzioni europee per demolire le scelte democratiche altrui (la Grecia sta lì a dimostrarlo).
È interessante però notare e sottolineare la conclusione dell’intervento di Huber: “il mandato della Bce è diventato una questione chiave nella giurisprudenza del Bundesverfassungsgericht (la Corte Costituzionale, ndr) nell’ultimo decennio. La Costituzione tedesca stabilisce requisiti sostanziali per il livello di legittimazione democratica in Germania e fino a quando il paese sarà coinvolto nell’integrazione europea sarà compito del Bundesverfassungsgericht assicurarli”.
Non è una minaccia, è una dichiarazione di guerra molto nazionalistica. Significa, facendo la traduzione: “le prossime decisioni della Bce, se non saranno prese secondo gli interessi tedeschi, saranno dichiarate incostituzionali e quindi non valide”. Alla faccia di ogni “spirito comunitario”...
Nell’Unione Europea, insomma, deve restare in piedi una sola sovranità. E non è quella popolare, ma quella della Germania su tutti gli altri.
Anche no, grazie. L’Europa ci è già passata.
Vedi anche:
http://contropiano.org/interventi/2020/01/05/chi-e-sovrano-il-popolo-o-il-mercato-0122607
http://contropiano.org/news/politica-news/2018/09/24/la-cura-del-linguaggio-3-sovranita-sovranismo-e-sciocchezze-0107841
Fonte
È una considerazione che facciamo spesso, leggendo i trattati e le “prescrizioni” della Commissione Europea, quando bacchetta e corregge le leggi di stabilità dei vari paesi Pigs, Italia in testa.
Però stavolta ci arriva la conferma dalla centrale meno sospettabile: la Corte Costituzionale tedesca, il cui membro più autorevole, Peter Huber, ha messo nero su bianco una serie di considerazioni rivelatrici: “abbiamo assistito all’istituzione di quasi 50 agenzie europee più o meno indipendenti e che le autorità europee hanno fatto pressione sugli Stati membri per garantire l’indipendenza a una parte sempre crescente della loro amministrazione nazionale, la conclusione è chiara: c’è in gioco la democrazia”.
Il discorso di Huber è contenuto nel documento Building bridges:central banking law in an interconnected world pubblicato al termine della Legal conference 2019, organizzata dal prof. Fabian Amtenbrink, professore di diritto dell’Unione europea presso la Scuola di giurisprudenza Erasmus, sulle implicazioni giuridiche delle politiche monetarie della Bce. Che non a caso è anche forse l’unica istituzione continentale agente da anni in relativo contrasto con le “indicazioni” tedesche.
Si capisce insomma che l’obiettivo era Mario Draghi, che nel frattempo però ha finito il suo mandato. Dunque lo scopo diventa quello di condizionare la nuova presidente, Christine Lagarde, che aveva esordito garantendo la “continuità” di politica monetaria.
Però, però... Le argomentazioni del giudice costituzionale tedesco sono ovviamente di livello “alto”, concernenti non tanto le singole scelte di un presidente della Bce ma l’intero ordine di questioni sollevate dalla presenza di “agenzie europee più o meno indipendenti e che le autorità europee hanno fatto pressione sugli Stati membri per garantire l’indipendenza a una parte sempre crescente della loro amministrazione nazionale”. Ovvero la questione della sovranità nazionale e quindi della democrazia liberale (l’aggettivo è qualificativo, perché non è davvero l’unico tipo di democrazia possibile, nonostante il pensiero unico degli ultimi 30 anni).
Ora, che a porre il problema della sovranità e della democrazia sia un esponente di primo piano del Paese che più ha guadagnato dall’esistenza di trattati e istituzioni europee sagomati in senso ordoliberista (il neoliberismo in versione teutonica anni ‘20 dell’altro secolo) è sicuramente una cosa “originale”. Un po’ come la storia del lupo e dell’agnello...
Ma Huber ne dice di molto pesanti, a partire proprio dall’attacco alla Bce che “contrariamente almeno all’interpretazione tedesca dei trattati, la Bce ha sviluppato una comprensione piuttosto illimitata del suo mandato”. Va ricordato – almeno agli “europeisti” ideologici e ignoranti – che la Germania è l’unico paese della Ue che ha in Costituzione la subordinazione dei trattati internazionali (compresi quelli europei) rispetto all’ordinamento nazionale. E infatti la Corte di Karlsruhe, di cui Huber fa parte, è chiamata ad esprimersi sulla compatibilità di ogni decisione europea con l’interesse della Germania. Gli altri paesi, al contrario, debbono “adeguare” la propria legislazione a quella europea... Molto “democratico e solidale”, vero?
E comunque la questione posta da Huber riguarda davvero tutti i paesi d’Europa e la “democrazia liberale”, perché i confini del mandato della Bce non sono indifferenti rispetto alla tenuta democratica. “L’indipendenza accordata alla Bce comporta una notevole riduzione del livello di legittimazione democratica delle sue azioni e dovrebbe pertanto dare luogo a un’interpretazione restrittiva e ad un controllo giurisdizionale particolarmente rigoroso del suo mandato”.
In Italia non ci si fa più caso dal 1981, quando Nino Andreatta – che oggi definiremmo un “prodiano” – sciolse il legame tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia, garantendo così a questa “l’indipendenza” e al debito pubblico italiano la via per l’aumento esponenziale perenne. Ma altrove nessuno pensa che la banca centrale possa essere davvero “indipendente”, ossia libera di agire anche in contrasto con gli interessi del Paese e senza tenerne in alcun conto gli orientamenti politici (derivanti da libere elezioni).
Si sa che oggi la Germania preme perché la Bce ponga fine alla politica dei tassi zero e ai quantitative easing, ma soprattutto ai “tassi di interesse negativi” che stanno provocando perdite consistenti alle banche peggio messe d’Europa: quelle tedesche, appunto. E quindi la questione dei “limiti” entro cui la Bce può e deve agire viene posta in termini di “democrazia” proprio da chi ha usato la propria dominanza nelle istituzioni europee per demolire le scelte democratiche altrui (la Grecia sta lì a dimostrarlo).
È interessante però notare e sottolineare la conclusione dell’intervento di Huber: “il mandato della Bce è diventato una questione chiave nella giurisprudenza del Bundesverfassungsgericht (la Corte Costituzionale, ndr) nell’ultimo decennio. La Costituzione tedesca stabilisce requisiti sostanziali per il livello di legittimazione democratica in Germania e fino a quando il paese sarà coinvolto nell’integrazione europea sarà compito del Bundesverfassungsgericht assicurarli”.
Non è una minaccia, è una dichiarazione di guerra molto nazionalistica. Significa, facendo la traduzione: “le prossime decisioni della Bce, se non saranno prese secondo gli interessi tedeschi, saranno dichiarate incostituzionali e quindi non valide”. Alla faccia di ogni “spirito comunitario”...
Nell’Unione Europea, insomma, deve restare in piedi una sola sovranità. E non è quella popolare, ma quella della Germania su tutti gli altri.
Anche no, grazie. L’Europa ci è già passata.
Vedi anche:
http://contropiano.org/interventi/2020/01/05/chi-e-sovrano-il-popolo-o-il-mercato-0122607
http://contropiano.org/news/politica-news/2018/09/24/la-cura-del-linguaggio-3-sovranita-sovranismo-e-sciocchezze-0107841
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