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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/12/2025

“L’ICE funziona come un esercito di occupazione. Lo so perché ne ho fatto parte”

di Rory Fanning

Gli elicotteri dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sorvoleranno senza dubbio il mio quartiere in cerca di riparatori di tetti e giardinieri in questo “Veterans Day”, proprio come hanno fatto per settimane. Negli Stati Uniti, sei un bersaglio facile se hai la pelle scura e il tuo lavoro richiede di lavorare all’aperto.

La mia città, appena fuori Chicago, pullula di agenti o soldati dell’ICE (i due termini possono essere usati in modo intercambiabile) da settimane ormai. Di recente, due mamme, al freddo e con i loro fischietti, hanno aiutato a sorvegliare una squadra che lavorava su un tetto danneggiato dalla grandine. Gli agenti/soldati dell’ICE, vestiti con l’equipaggiamento militare completo, armati di armi semiautomatiche e con passamontagna per nascondere la loro identità, pattugliano su camion senza insegne – credo che ormai sappiamo tutti come riconoscerli.

Queste persone mi ricordano i soldati con cui ho pattugliato in Afghanistan, solo che l’agente medio dell’ICE ha meno addestramento del soldato medio. Sembra che ogni quartiere degli Stati Uniti sia ora soggetto a uno scontro armato e potenzialmente violento con le truppe federali. L’occupazione statunitense dell’Iraq e dell’Afghanistan ha chiuso il cerchio.

Analogamente a come ho terrorizzato i villaggi afghani durante il mio periodo nell’esercito dopo l’11 settembre, l’ICE ha terrorizzato la mia città. Quando ero nei Ranger dell’esercito americano, prendevamo di mira afghani in età da liceo e università. Il più delle volte, questi ragazzi stavano semplicemente camminando per strada, facendosi i fatti loro, quando venivano perquisiti, interrogati in modo intimidatorio o rapiti.

Dopo un po’, gli afghani avvisavano i vicini ogni volta che la nostra carovana di camion entrava in una città – a volte usavano i fischietti. Gli abitanti del villaggio sparivano rapidamente e sembrava di attraversare una città fantasma. Questa, in parte, è la vita sotto occupazione.
 
Le forze di occupazione interne del regime di Trump sono in forte crescita

L’addestramento dell’ICE è stato ridotto di cinque settimane per “aumentare” il numero di truppe: l’addestramento dura ora otto settimane rispetto alle precedenti 13. L’amministrazione Trump spera di aumentare il numero di agenti dell’ICE da 6.500 a livello nazionale a 10.000 entro la fine del 2025. Un bonus alla firma di 50.000 dollari ha spinto 150.000 persone a candidarsi per posizioni presso l’ICE. Intanto, l’agenzia utilizza immagini nazionaliste bianche per attrarre reclute suprematiste bianche.

Agenti e soldati dell’ICE stanno occupando i quartieri degli Stati Uniti con alcune delle armi più letali al mondo, con solo otto settimane di addestramento e senza alcuna esperienza pregressa richiesta. Secondo un ex funzionario del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) intervistato da NBC News, “[il DHS] sta cercando di far passare tutti, e il processo di selezione non è quello che dovrebbe essere”. Eppure, anche se il controllo fosse più rigoroso e approfondito, nessun addestramento può giustificare il terrore creato nei nostri vicini da parte di soldati armati.

La mia unità Ranger nell’esercito contava su alcuni dei soldati meglio addestrati al mondo. Eppure, ogni sei mesi circa perdevamo un soldato a causa di uno sparo accidentale. Un primo sergente della mia unità, considerato un soldato estremamente competente, sparò accidentalmente con il suo fucile M-4 all’interno di un elicottero Blackhawk. Il primo sergente perse il grado e fu espulso dai Ranger.

Anche Pat Tillman, l’ex giocatore di football professionista che si arruolò nell’esercito dopo l’11 settembre, era nella mia unità. Fu ucciso in un episodio di “fuoco amico” e la sua morte fu insabbiata lungo tutta la catena di comando di George W. Bush.

La stragrande maggioranza delle vittime della “guerra globale al terrore” degli Stati Uniti dopo l’11 settembre erano civili. “Danni collaterali”, è così che li chiamano. Ma in realtà, queste morti dovrebbero essere definite per quello che sono: grave imprudenza con armi mortali e un generale disprezzo per la vita umana. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo sono morte per mano dei soldati statunitensi e dei loro leader. Non ci si può fidare nemmeno delle unità militari meglio addestrate per fare la cosa giusta. La “guerra globale al terrore” lo ha dimostrato.

Quindi, quando vedo agenti dell’ICE e poliziotti militarizzati armati di fucili d’assalto o di altre armi, mi rendo conto di quanto sia ingenuo e sciocco fidarsi di chi è armato dal governo degli Stati Uniti. Sta diventando sempre più evidente che agli agenti dell’ICE – vestiti ed equipaggiati come soldati – non dovrebbe essere permesso di avvicinarsi ai nostri quartieri, soprattutto se armati di armi d’assalto.

A ottobre, Miramar Martinez, residente a Chicago, è stata colpita cinque volte da un agente della Border Patrol (Polizia di Frontiera ndt). L’agente mascherato, il cui nome non è ancora stato reso pubblico, è fuggito nel Maine subito dopo l’aggressione. Secondo l’emittente locale della rete FOX News, l’uomo mascherato, pochi istanti prima di aprire il fuoco, ha puntato un fucile d’assalto contro Miramar e ha urlato: “Fai qualcosa, puttana”.

Silverio Villegas-Gonzalez è stato colpito e ucciso da un agente/soldato dell’ICE in un altro sobborgo di Chicago a settembre.

Solo nelle ultime settimane abbiamo assistito a numerosi episodi che dimostrano quanto sia pericolosa questa banda mascherata di vigilanti.

Nel frattempo, Trump sta cercando di rendere la Guardia Nazionale complice di questa occupazione: finora ha schierato truppe a Washington DC, Los Angeles, Chicago, Portland, Oregon e Memphis, Tennessee. Minaccia di schierarne ancora di più a Baltimora, New York, New Orleans, Oakland, San Francisco e St. Louis. Il Posse Comitatus Act impedisce alla Guardia Nazionale di essere impiegata in attività di polizia.

Ma come ha documentato Democracy Docket, questa legge vecchia di 150 anni non ha fermato Trump, che è già stato rimproverato da un giudice federale che ha stabilito che la sua amministrazione ha violato il Posse Comitatus Act “utilizzando le truppe per assistere direttamente gli agenti federali che effettuavano arresti, istituendo perimetri e blocchi stradali per le operazioni di polizia e, in almeno due occasioni, per arrestare civili”.

Il morale nella Guardia Nazionale sta crollando. Documenti interni mostrano che l’esercito è consapevole che la propria missione è impopolare; un’istantanea di settembre ha rilevato che solo il 2% dei post sui social media analizzati esprimeva un giudizio positivo sul dispiegamento della Guardia Nazionale a Washington, mentre oltre il 53% dei post esprimeva un giudizio negativo.

Questo offre un’opportunità a chiunque speri di convincere i membri della Guardia Nazionale a deporre le armi e a resistere alle richieste di Trump. Questi soldati hanno la responsabilità morale di rifiutare ordini illegali. È nostro dovere ricordarglielo: qualcosa da tenere a mente la prossima volta che parteciperete a una protesta o avrete l’opportunità di parlare con un membro della Guardia Nazionale in servizio attivo.

Gruppi di veterani come About Face e Veterans for Peace stanno facendo un lavoro fenomenale nell’incoraggiare i membri della Guardia Nazionale a resistere a Trump. Le proteste “Veters Say No” qui a Chicago e in altre città hanno attirato migliaia di persone. Questi gruppi stanno ricordando ai soldati che non sono soli, che gli Stati Uniti hanno una gloriosa tradizione di rifiuto degli ordini e che coraggio e onore a volte implicano dire di no agli ufficiali in comando. 

Rifiutare il culto dell’“eroe”

Parlando con gli immigrati del mio quartiere, so che provano una paura simile a quella degli afghani che controllavo. Mi sono arruolato nell’esercito nel febbraio del 2002 pensando che avrei reso gli Stati Uniti più sicuri contribuendo a proteggerli da un altro attacco in stile 11 settembre. Ho imparato che gran parte di ciò che gli Stati Uniti stavano facendo in luoghi come l’Afghanistan stava rendendo il Mondo un posto più pericoloso: sia occupando territori che non avrebbero dovuto invadere, sia uccidendo così tanti civili innocenti. Inoltre, era prevedibile che l’acritica venerazione per i soldati, trattati come eroi, che abbiamo visto dopo l’11 settembre avrebbe generato un pericoloso livello di sicurezza in coloro che portavano armi per conto del governo statunitense.

Divento sempre più arrabbiato e frustrato ad ogni “Veterans Day” che passa – questo è il mio ventesimo da quando ho lasciato i Rangers dell’esercito americano come obiettore di coscienza – perché diventa sempre più chiaro che il “Veterans Day” non è altro che un tentativo di nascondere il programma oppressivo e mortale della classe dirigente statunitense celebrando i nostri “eroi”. Gli eroi non uccidono civili innocenti, non si approfittano degli emarginati e non partecipano a missioni imperialiste progettate solo per arricchire i ricchi, vero? Se porti un’arma per conto del governo federale nel 2025, sei l’opposto di un eroe, nonostante le tue migliori intenzioni.

Non lo chiamo mai “Veterans Day”. Lo chiamo Armistice Day come lo chiamavamo negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale. Il Giorno dell’Armistizio doveva celebrare la fine della guerra, a differenza del Veterans Day, che sembra mirato a glorificare la guerra. Sono d’accordo con Kurt Vonnegut, che disse:  «Il Giorno dell’Armistizio è diventato il Giorno dei Veterani. Il Giorno dell’Armistizio era sacro. Il Giorno dei Veterani non lo è. Quindi mi getterò il Giorno dei Veterani alle spalle. Il Giorno dell’Armistizio lo conserverò. Non voglio buttare via nulla di sacro».

Ma in realtà questa giornata è più propriamente definita “Giornata degli occupanti”, un termine che descrive correttamente la minaccia che le nostre comunità negli Stati Uniti devono affrontare da parte di tutti coloro che portano un’arma per conto del governo statunitense.

Collettivamente, consideriamo questa giornata come un’opportunità per mantenere e accelerare la necessaria reazione per allontanare la mentalità imperialista che ha contagiato fin troppe persone in questo Paese. Nessuno è “illegale” e solo abolire l’ICE garantirà la sicurezza alle comunità. Dobbiamo smettere di celebrare gli occupanti, sia in patria che all’estero.

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16/10/2025

Genova - Al Comune centro-sinistra e destra votano insieme contro gli studenti e per la Leonardo

Lunedi il Consiglio Comunale di Genova ha votato all’unanimità due mozioni, presentate dal centrodestra, che segnano un grave arretramento politico e culturale per la nostra città.

Il centrosinistra ancora una volta ha scelto di piegarsi al “pragmatismo politico” rinunciando a ogni forma di opposizione reale.

La prima mozione, che esprime “solidarietà al Magnifico Rettore dell’Università di Genova”, si inserisce in un clima repressivo contro le mobilitazioni studentesche che, con coraggio, hanno denunciato il ruolo dell’Università nel sostenere progetti bellici e collaborazioni con aziende come Leonardo.

Invece di aprire un dibattito sul merito delle denunce, il Consiglio ha scelto di criminalizzare il dissenso. La seconda mozione chiede il reintegro della Fondazione Leonardo come sponsor del Festival della Scienza dopo che era stata estromessa a seguito delle proteste per il suo coinvolgimento nella produzione bellica.

Il centrodestra, con il sostegno del centrosinistra, ha chiesto alla sindaca e alla giunta di intervenire per “ripristinare la partecipazione della fondazione”, ignorando completamente le ragioni etiche e politiche che avevano portato all’esclusione.

Il centrosinistra genovese ha votato entrambe le mozioni, dimostrando di non avere alcuna volontà di difendere i diritti degli studenti, dei lavoratori universitari, né tantomeno la libertà della ricerca scientifica.

Ha preferito schierarsi con chi difende il potere accademico e gli interessi industriali, invece di ascoltare le voci critiche che chiedono un’università libera dalle logiche di guerra. Forse pesa il ruolo della Pinotti, ex Ministra della Difesa, quale madrina politica della Salis.

Si accusano gli studenti di aver bloccato le attività dell’università ed inoltre di aver arrecato “atti di offesa e di usurpazione del patrimonio artistico e storico dell’ateneo come devastazione di ambienti e imbavagliamento di statue antiche”. È solo propaganda, i fatti dimostrano il contrario, non ci sono stati danni effettivi e ci si chiede, l’aver messo una kefiah al collo di una statua è davvero imbavagliamento di statue antiche? Tale da essere denunciato? E la foto del cosiddetto Magnifico Rettore all’interno di un mirino è davvero minaccia fisica o ironia?

Potere al Popolo Genova ribadisce il proprio sostegno alle mobilitazioni studentesche e alle realtà che si battono per un sapere libero, critico e non asservito agli interessi bellici.

Il Festival della Scienza, proprio in quest’ottica, deve restare uno spazio di divulgazione indipendente, non uno strumento di propaganda per aziende che traggono profitto dalla guerra.

Invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi contro questa deriva autoritaria e a costruire insieme una Genova che metta al centro la giustizia sociale e la pace.

Ribadiamo il nostro no a qualsiasi rapporto con Israele, militare, economico, sportivo e culturale!

La nostra visione del mondo non è “pragmatica” né asservita ai poteri forti, come invece è quella del Consiglio Comunale presieduto dalla Sindaca Silvia Salis e dalla maggioranza di PD, renziani, 5stelle e Avs che hanno votato con Fratelli d’Italia e la destra!

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03/02/2025

Siria - Esplode autobomba a Manbji. Israele consolida l’occupazione del Golan

Un’autobomba è esplosa alla periferia della città di Manbij nella Siria settentrionale, provocando la morte di almeno 15 persone. Lo ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale Sana che parla anche di decine di persone rimaste ferite. L'auto è esplosa accanto a un veicolo che trasportava lavoratori agricoli, uccidendo 14 donne e un uomo, secondo la difesa civile siriana locale. Altre 15 donne sono rimaste ferite, e alcune sono in condizioni critiche.

Manbij, nella provincia nord-orientale di Aleppo, continua a essere teatro di violenze anche dopo la caduta di Assad a dicembre. Le milizie sostenute dalla Turchia e note come Esercito Nazionale Siriano continuano a scontrarsi con le Forze Democratiche Siriane a guida curda sostenute dagli Stati Uniti.

Sul versante meridionale della Siria quasi due mesi dopo che le forze israeliane hanno preso d’assalto una serie di villaggi siriani sulle alture del Golan – affermando che la loro missione era temporanea e limitata alla messa in sicurezza delle armi e alla stabilizzazione della regione – nuove prove suggeriscono invece che sta prendendo forma una presenza militare israeliana più profonda e permanente.

Le immagini satellitari ottenute e analizzate dal Washington Post rivelano una rete di espansioni militari in tutta la regione. Mentre le rassicurazioni iniziali dei soldati israeliani indicavano che la loro presenza era transitoria, recenti sviluppi, tra cui l’arrivo di macchinari per il movimento terra, suggeriscono un’intenzione molto più duratura.

Le immagini mostrano la costruzione di una base israeliana fortificata con oltre una mezza dozzina di strutture e veicoli militari in posizione. Un’installazione quasi identica è stata stabilita a sole cinque miglia a sud e i due siti sono ora collegati da strade.

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31/01/2025

Il mercato del lavoro italiano in Europa: ultimo per occupati e tra i primi per precarietà

Abbiamo più volte smontato le dichiarazioni propagandistiche del governo sul mondo del lavoro italiano. Sia che fossero sui mirabolanti numeri spacciati per “grande conquista delle politiche di Palazzo Chigi” o semplici uscite posticce contro il salario minimo, in un paese in cui le retribuzioni reali continuano a diminuire.

Con l’inizio del nuovo anno, pronti a sentire altri proclami senza senso, è bene ricordare la condizione del mercato del lavoro del nostro paese in Europa. Perché a guardare gli ultimi dati Eurostat disponibili, che fanno riferimento al 2023, appare evidente come il Bel Paese sia un inferno per i lavoratori.

Per onestà, bisogna dire che dal 2021 l’occupazione è cresciuta, e si sono ridotti i contratti a tempo determinato e il part time involontario. Ma il punto rimane: la perfomance italiana è stata tra le peggiori del Vecchio Continente, e confrontata con gli altri paesi europei ci vede agli ultimi posti in varie classifiche.

Innanzitutto, siamo all’ultimo posto per tasso di occupazione tra i 27 membri UE, sia in generale che per ciò che riguarda l’occupazione femminile: 61,5 occupati ogni 100 persone tra i 15 e i 64 anni, e solo 52,5 quando si tratta di donne. L’aumento di questo tasso non è stato tra i più brillanti tra il 2019 e il 2023, e siamo stati dunque superati anche dalla Grecia.

La percentuale di occupati a “tempo determinato volontario” è di certo diminuita dal 2019 (-5,3%), ma si attesta ancora all’8,3%. Solo in tre fanno peggio di noi: Portogallo, Spagna e Cipro, tre paesi del Sud Europa, alla periferia produttiva delle filiere continentali riorganizzate dal Trattato di Maastricht in poi.

Stando a studi OCSE, l’Italia detiene comunque il record di donne costrette a un part time involontario, pur essendo disponibili a svolgere un lavoro a tempo pieno. Al 2023, si parla del 50,2% del totale delle occupate, una su due. Anche in questo caso siamo all’ultimo posto nella UE, con ben 15 paesi sotto il 20%.

Se a ciò si aggiungono altri dati Eurostat – quelli che riportano come la media europea del reddito reale sia salita, sempre nel 2023, da 110,12 a 110,82 (dove 100 è il valore del 2008), ma quella italiana è calata da 94,15 a 93,74 – il quadro del mercato del lavoro italiano risulta piuttosto deludente, per usare un eufemismo.

Viviamo in un paese in cui la precarietà rimane dilagante e in cui, al contrario della narrazione dominante, la “voglia di lavorare” non solo non manca, ma viene frustrata dall’imposizione involontaria del tempo parziale. Ovviamente, a subirne le conseguenze maggiori sono innanzitutto i segmenti più ricattabili della popolazione.

Anche perché – e questo va sottolineato – la deindustrializzazione e l’imposizione di un modello di sviluppo fondato su filiere ad alta intensità di lavoro, ma a basso valore aggiunto (basti pensare a tutto ciò che gira intorno alla turistificazione) favoriscono il ricambio continuo di una forza lavoro non specializzata.. che così rimane sempre alla mercé del mercato.

Altro che “grandi conquiste” del governo. Qui c’è l’affossamento di un paese, la cui responsabilità va in capo a tutta la classe dirigente e a tutte le forze politiche che si sono alternate nell’ultimo ventennio. Almeno...

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06/12/2024

Le mobilitazioni dell’istruzione e della ricerca contro le strumentalizzazioni di Valditara

Valditara tenta la sua “marcia dei 40 mila” al liceo Virgilio di Roma, ma genitori e studenti non si lasciano dividere.

Solidali con tutte le occupazioni e mobilitazioni del mondo dell’istruzione e della ricerca che da tempo si battono contro repressione e guerra!

Condanniamo il tentativo di dividere gli studenti portato avanti dalla preside del liceo Virgilio, la quale per lunedì scorso ha organizzato una manifestazione in Piazza Santi Apostoli contro l’occupazione della scuola. Solo una trentina di persone si sono presentate al tentativo pubblico di criminalizzare dei giovani che esprimono il proprio dissenso contro un modello di guerra e repressione.

Gli studenti, infatti, hanno occupato la loro scuola lo scorso 29 novembre, rilanciando le parole d’ordine della lotta contro quello che è conosciuto come Ddl 1660, ovvero una norma liberticida che si pone in continuità con quelle emanate negli ultimi anni da governi di tutti i colori. Così come è stata rilanciata la lotta solidale e internazionalista con la resistenza palestinese, mentre il nostro governo sostiene e finanzia l’escalation sionista in tutto il Medio Oriente.

L’occupazione del Virgilio è avvenuta contemporaneamente all’occupazione di altre scuole, in concomitanza con la manifestazione nazionale del 30 novembre per rompere la catena che lega il nostro paese al genocidio dei palestinesi. E si inserisce in un lungo percorso di mobilitazione che coinvolge tutto il settore istruzione, università e ricerca dall’inizio dell’autunno.

La preside ha deciso di approfittare dell’occasione per tentare di incardinare la vita scolastica nella semplice erogazione di un servizio: gli studenti devono venire a scuola, seguire le lezioni, e tornarsene a casa. Le occupazioni sono illegali, perché interrompono questo servizio, e il preside-manager si sente di avere tutti i diritti di tacciare come criminali chi non vi si uniforma.

Gli studenti invece stanno facendo quello per cui la scuola li dovrebbe formare, ovvero esprimersi come cittadini che vogliono modellare il Paese verso un futuro più giusto e democratico. È proprio nella conflittualità sociale, e nella capacità della politica di dare risposte agli interessi della maggioranza della popolazione, che si delinea una democrazia sostanziale.

La minoranza additata dalla preside, che a suo avviso costringe l’intera scuola a seguire i suoi diktat, si è mostrata essere non quella degli studenti che hanno occupato il 29 novembre, ma quella della sua manifestazione. Infatti, anche più di 300 genitori hanno firmato un documento a sostegno dei ragazzi, affermando che è la preside a non aprirsi al dialogo.

Condanniamo, dunque, anche il tentativo di sciacallaggio politico operato sulla vicenda dal ministro Valditara. Forse sperando che la manifestazione organizzata dalla preside divenisse la sua “marcia dei 40 mila“, e che come nel 1980 si potesse sfruttare lo slogan del “voler semplicemente tornare a lavorare” per frantumare un movimento più ampio, il ministro ha espresso la sua solidarietà alla dirigente scolastica.

La vera preoccupazione del ministro è la capacità che le giovani generazioni stanno mostrando nel collegare e generalizzare la loro protesta per una scuola diversa a quella per una società diversa. L’occupazione del Virgilio, come già detto, è avvenuta insieme ad altre occupazioni romane, ma si inserisce nella cornice delle mobilitazioni che hanno interessato tutto il comparto dell’istruzione superiore ed accademica.

La lotta procede da settimane, da Torino a Napoli, passando per lo sciopero del 15 novembre e il No Meloni Day. Ha visto mobilitarsi anche il mondo dei ricercatori, come è successo a Pisa, Padova, Milano, Napoli, e continuerà nei prossimi giorni, mostrando le criticità di un sistema di formazione che è diventato una gabbia, ed è utile solo a sfornare lavoratori e brevetti per le industrie militari.

Valditara, se vuole davvero salvaguardare un diritto costituzionale, come lui stesso ha detto, risponda dell’asservimento della scuola al privato, degli studenti uccisi dai PCTO, dei tagli, e non alimenti allarmismi su problemi di ordine pubblico inesistenti. Noi esprimiamo la massima solidarietà con tutte le scuole in occupazione, e lo faremo in tutte le mobilitazioni dei prossimi giorni, ribadendolo fino allo sciopero generale del 13 dicembre.

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02/12/2024

Esplode l’automobile occidentale

L’automobile è stata la metafora della superiorità dell’Occidente capitalistico nei confronti del resto del mondo che andava a piedi o al massimo a cavallo. Ed anche il pivot della struttura industriale, rappresentando una merce di massa che garantiva in un colpo solo una percentuale rilevante dell’occupazione, dei consumi, del “benessere” e dei profitti per le imprese.

È stata anche il simbolo merceologico della “libertà”, in cui la possibilità di andare dove si vuole – compatibilmente con i confini e i rapporti internazionali – sostituiva e compensava le libertà effettive: quella di concorrere alla formazione delle decisioni politiche che riguardano la vita di tutti.

Adesso, nel giro di poche settimane, i segnali di crisi che covavano da anni sembrano condensarsi in un uno ciclone unico, da cui difficilmente uscirà un assetto tranquillizzante.

Ieri sera si è dimesso Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, il più pagato del settore (40 milioni di stipendio annuo, 100 milioni – si dice – di “buonuscita”). Al suo posto un “comitato esecutivo temporaneo” con al centro John Elkann, l’erede-guida della famiglia Agnelli, il cui “stile” sembra ben illustrato dalla causa legale che lo vede opposto... alla madre, Margherita.

Pesano sul gruppo il drastico calo delle vendite (il -17% solo ad ottobre, una quota di mercato del 14,4% contro il 17,4% di un anno fa), e quindi quello dei ricavi (nel terzo trimestre crollati del 27%). Il valore delle azioni era già sceso del 38%, e stamattina ha perso un altro 7%...

Ma pesa soprattutto l’assenza di una strategia adeguata ai cambiamenti nel settore, come del resto in tutta Europa e negli Stati Uniti. Stellantis è infatti ora una multinazionale che non ha più molto a che vedere con la Fiat dell’Avvocato. Fusioni e acquisizioni successive, con o dopo Sergio Marchionne, hanno portato sotto lo stesso tetto marchi storici di paesi diversi sulle due sponde dell’Atlantico: la stessa Fiat, Lancia, Maserati, Peugeot, Citroen, Chrysler, Jeep, Dodge e altri minori.

Deve quindi fare i conti con costi diversi a seconda della collocazione degli stabilimenti (più alto il costo del lavoro negli Usa, maggiore quello dell’energia in Europa, anche a causa della guerra in Ucraina che ha spinto a sostituire l’economico gas russo con il GNL Usa, a prezzo quadruplo). Ma anche con regole molto diverse relative alle emissioni (estremamente differenziate anche all’interno degli States, ma di nuovo in discussione nell’Unione Europea, che sta mettendo in forse il divieto di immatricolazione per diesel e benzina a partire dal 2035).

E qui la crisi di Stellantis si rivela la crisi di tutta l’auto occidentale. Stamattina è cominciato lo sciopero nel gruppo Volkswagen, che in Germania conta dieci stabilimenti di produzione di automobili e circa 300mila dipendenti, di cui 120mila del marchio VW (ci sono anche Audi, Porsche, Skoda, Seat, ecc.), il più colpito dal piano di risparmio proposto dal cda.

È un primo “sciopero di avvertimento”, comunica il sindacato IGMetall, ma potrebbe diventare “la lotta più dura di tutta la storia” del marchio. Calcolando che parliamo di un sindacato implicato nella co-gestione dell’azienda, dunque niente affatto “estremista” o “rivoltoso”, la situazione deve essere un po’ più che tragica.

Ma è un male comune. Da luglio a settembre, l’utile operativo (EBIT) di Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz è stato di circa 7,1 miliardi di euro – quasi la metà rispetto al terzo trimestre del 2023. Il fatturato complessivo è sceso di quasi il 6%, a 145,4 miliardi di euro. Anche queste altre azienda, insomma, stanno presentando piani di “razionalizzazione” che prevedono pesanti tagli ai costi, e quindi soprattutto all’occupazione.

Come si fa, d’altro canto, a delineare strategie industriali in un contesto dove la “competitività” è altissima, la capacità produttiva mondiale immensamente superiore alle possibilità di vendita, la “domanda” scende con l’erosione dei salari europei, l’innovazione tecnologica (ibrido ed elettrico) è improvvisamente congelata perché il “mercato europeo” non risponde (al contrario di quello cinese, dove l’elettrico ormai sta diventando maggioranza e quindi le auto europee non trovano più spazio, se non nelle nicchie extra-lusso)?

Le incertezze superano di gran lunga i punti fermi, che non sembrano esserci più. Al massimo, confessa il presidente di Anfia, Roberto Vavassori, si pensa a fare pressione per fermare la “transizione energetica”: «Chiediamo fortemente che nei primi 100 giorni di lavoro della Commissione Ue venga approvato, mantenendo inalterati scadenza e obiettivi del 2035, un piano di neutralità tecnologica». Insomma, “non penalizziamo i motori endoternici tradizionali” fin quando non avremo capito che fare.

Ma l’attesa e l’incertezza, spiegano proprio i classici del neoliberismo ora in crisi, condannano le imprese a “perdere l’occasione” e a restare indietro nella competizione tecnologica. Mentre invece i cinesi, già ora leader del settore, accelerano la loro corsa.

E non c’è solo il problema della “competizione” o dei profitti per le imprese del settore. Perché, come detto all’inizio, il settore automobilistico è un pilastro della società capitalistica “liberale” occidentale. Solo in Europa impiega 14 milioni di lavoratori, tra diretti e indiretti (subfornitori, venditori, meccanici, ecc.), il 6,1% dell’occupazione. Una fetta altissima del Pil per Germania, Francia, Italia, Spagna, Cechia, Polonia, Romania, ecc.

Un crollo qui non sarà una “crisi settoriale”. Basti pensare che lo sciopero in Volkswagen – in attesa di quelli in Bmw, Ford e Mercedes – si incrocia immediatamente con l’avvio della campagna elettorale, per le elezioni politiche anticipate in Germania. Pace sociale e stabilità politica di solito vanno assieme, anche e soprattutto quando “non vanno”...

Non si scherza più. E non ci si può neanche adagiare sull’abitudine ai “tempi lunghi” propri di ogni analisi della “crisi del capitalismo”.

È qui, ci siamo dentro.

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17/10/2024

Argentina - Occupate decine di università contro il governo Milei

La mobilitazione studentesca in difesa dell’istruzione pubblica ha generato uno shock nella scena politica argentina.

Sono state occupate quasi 100 facoltà, da sud a nord, e le azioni di studenti e insegnanti tendono a radicalizzarsi. Lunedì sono state occupate la facoltà di Legge e di Medicina dell’Università di Buenos Aires, una chiara espressione che la situazione è una polveriera, aprendo una nuova fase nella lotta contro il governo criminale di Milei.

Le occupazioni sono una risposta al veto di Milei contro l’aumento del budget universitario e fanno parte della lotta del movimento educativo per borse di studio, aumenti di stipendio per gli insegnanti ed altre richieste. Esse evidenziano, a loro volta, il fallimento della politica di negoziazione e del filone parlamentare dei rettori e della burocrazia sindacale.

Il Congresso si è mostrato per quello che è veramente: un covo di banditi che difendono gli interessi dei ricchi e dei capitalisti, in cui Milei ha complici all’interno di tutti i partiti politici tradizionali (UCR, PRO, PJ). Grazie a loro, ha passato i veti contro l’università pubblica e i pensionati.

Il conflitto, come non potrebbe essere altrimenti, dovrà essere risolto nella lotta di strada. Si tratta di un braccio di ferro tra il movimento studentesco, che è uscito per combattere spinto dalla lotta degli insegnanti – che si prepara ad andare verso un nuovo sciopero e altre azioni di lotta – ed affronta la sfida di dover approfondire le sue azioni di protesta, contro un governo che prende soldi dal bilancio dell’istruzione per darli agli speculatori finanziari e ai capitalisti in generale.

Il clima nel movimento studentesco universitario è di effervescenza. Nelle facoltà di Scienze Esatte, Fadu, Medicina, Giurisprudenza, Scienze Sociali, Ingegneria, Psicologia e Filosofia e Lettere dell’UBA sono state votate occupazioni comprese tra 24 e 72 ore. Il fatto che questa misura sia stata votata ha mostrato la radicalizzazione del processo di lotta, dato che si tratta di una facoltà bollata come “conservatrice” con pochi precedenti di questo tipo nel recente passato.

Come parte del piano di lotta, gli studenti di Legge faranno un blocco il prossimo martedì alle 18:00 sulle strade. Anche quelli di Medicina, che hanno votato per l’occupazione in un’assemblea questo lunedì, nonostante il boicottaggio del centro studentesco radicale, faranno un blocco. Sullo stesso percorso seguiranno quelli di Economia, Ingegneria e Farmacia e Biochimica. Gli studenti di Scienze Esatte e Fadu, allo stesso modo, faranno un blocco nella Città Universitaria.

Anche nella provincia di Buenos Aires la lotta si sta intensificando. Nelle facoltà di Lettere e Filosofia, Psicologia, Scienze Esatte e Scienze Naturali dell’Università di La Plata ci sono importanti mobilitazioni. A La Plata si è appena conclusa anche l’occupazione del Collegio Universitario Nazionale. Gli studenti delle scuole superiori stanno iniziando a unirsi all’ondata di lotte.

L’Università Nazionale di Quilmes è stata occupata (qui una banda di “libertari” filo Milei è entrata nell’università e ha spruzzato spray al peperoncino contro gli studenti che partecipavano alla lotta) e all’Università di Lanús ci sarà un’assemblea in cui si definirà cosa fare. L’Università Nazionale del Generale Sarmiento è stata occupata per la prima volta nella storia; all’Università Nazionale del Sud di Bahía Blanca, dopo l’occupazione dell’edificio delle Scienze Umanistiche, ci sarà un’assemblea per definire i passi da seguire. A Florencio Varela, presso l’Università Nazionale Arturo Jauretche, si terranno assemblee in cui si discuterà come continuare la lotta.

Anche l’Università di La Matanza è stata occupata e la lotta si è fatta strada contro il rettorato. A La Cámpora hanno cercato di impedire la mobilitazione studentesca inviando bande contro gli studenti.

L’Università Nazionale di Tres de Febrero, invece, è stata occupata per tutto il fine settimana. Questo lunedì si è conclusa l’occupazione dell’Università Nazionale di Luján e della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università di Tucumán. Allo stesso modo, è stata occupata la sede del rettorato dell’Università Nazionale del Centro della Provincia di Buenos Aires, a Tandil. All’Università Nazionale di Hurlingham, è stato deciso di portare avanti un piano di lotta che durerà tutta la settimana.

Allo stesso tempo, continuano le occupazioni nelle università nazionali di San Luis, Salta e La Pampa. Anche l’Università Nazionale di Córdoba si è unita alla ribellione studentesca, con occupazioni nelle facoltà di Psicologia, Scienze Sociali, Filosofia, Arti, Comunicazione e Giurisprudenza.

Ci sono lotte e occupazioni nell’UNPA Uarg a Santa Cruz, nell’UNCo a Fiske e nell’UNPA a Santa Cruz. A Comahue c’è stata un’occupazione del rettorato di 24 ore e diverse azioni di lotta. All’Università di Catamarca ci sono stati blocchi stradali, un festival a sostegno della lotta e dell’occupazione. Anche l’Università di Rosario è entrata nella marea studentesca.

La lotta continuerà nei prossimi giorni con scioperi, lezioni pubbliche e blocchi stradali.

Questo giovedì ci sarà uno sciopero degli insegnanti, indetto dal fronte sindacale universitario, e lunedì 21 inizierà una settimana di lotta. La lotta comune tra insegnanti e studenti deve essere approfondita per sconfiggere il governo Milei. E la chiave è farlo in autonomia, senza fidarsi delle organizzazioni studentesche e dei sindacati che rispondono ai responsabili della crisi educativa e dell’ascesa di Milei.

D’altra parte, gli studenti delle scuole secondarie e terziarie devono unirsi in massa a questo processo, promuovendo la lotta studentesca dal basso, dove le organizzazioni studentesche sono un freno al loro sviluppo.

Abbiamo già visto come il radicalismo e il peronismo abbiano silurato le iniziative di lotta e le occupazioni. La loro strategia non è quella di sconfiggere la politica anti-istruzione di Milei. Nel caso del peronismo, Máximo Kirchner lo ha detto molto chiaramente quando ha detto che il compito degli studenti è aspettare le elezioni del 2025.

Dobbiamo andare verso una mobilitazione popolare in difesa dell’istruzione pubblica e per sconfiggere il governo Milei.

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17/06/2024

I conti non tornano. Aumenta l’occupazione ma l’economia ristagna e cala la produzione

Con sistematica puntualità l’ISTAT continua a sfornare dati sull’andamento positivo dell’occupazione, registrando un aumento di 75mila occupati nel primo trimestre di quest’anno e di 394mila rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Dati che ovviamente vengono colti dalla Ministra Calderone come una dimostrazione di buon governo.

Abbiamo già avuto modo di commentare come questi dati siano il frutto di una modalità di calcolo assai discutibile, con la quale si ricomprendono nella categoria di occupate persone che hanno svolto una qualsivoglia attività nella settimana precedente alla rilevazione, con o senza contratto, anche per una sola ora.

Una prima contraddizione sta nel fatto che l’ISTAT registri contemporaneamente un aumento del tasso di inattività per le persone tra i 15 e i 64 anni, che sarebbe salito al 33,1% nel primo trimestre del 2024. Per Eurostat il tasso degli inattivi in Italia è in realtà più alto e già nel 2023 superava il 34,5%, collocando il nostro Paese al primo posto nella UE per tasso di inattività.

Chi sono gli inattivi per l’ISTAT? Sono quelli che non hanno un impiego né lo stanno cercando e pertanto vengono collocati fuori dal calcolo della forza lavoro (occupati + disoccupati). Tra questi sicuramente c’è una larga fetta impiegata stabilmente in attività sommerse, lavoro nero, e che pertanto non risulta dalle rilevazioni.

Ma la contraddizione più evidente, rispetto ai dati apparentemente positivi sull’occupazione, è la situazione della nostra economia. È sempre l’ISTAT a stimare una crescita dell’1% nel 2024 (la Commissione europea si attesta più in basso a 0,9%) e dell’1,1% per il 2025. La produzione industriale è invece addirittura in calo del 2,9%, sempre su base annua (ultimo dato ISTAT del 10 giugno).

Questi dati certificano una stagnazione sostanziale del nostro sistema economico. Difficile dare credito, in queste condizioni, alla notizia che in Italia gli occupati siano in aumento: con una economia in stato depressivo, l’unico lavoro che rimane è quello sottopagato e decontrattualizzato. Questo sì in vertiginoso aumento, il resto è solo fumo negli occhi.

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07/04/2024

Perché lo slogan “2 popoli 2 Stati” è una fallacia pericolosa

È una fallacia, una conclusione falsa a seguito di un implicito ragionamento fallace, ingannevole: “se facciamo un po’ per uno, è più facile ottenerlo, perché è una soluzione più moderata ed equa”.

Innanzitutto, è una “soluzione equa”? Bisogna considerare le cause storiche del presente. Né vale l’esortazione ad attenersi solo all’oggi: secondo quale soppesato criterio generale dovremmo, in questo caso, lasciare alle spalle il passato e tener conto esclusivamente del presente, se invece per altro non si fa che insistere, anche ossessivamente, sull’obbligo morale della memoria?

Le cause storiche di questo tragico presente sono di matrice coloniale, come tra gli altri ci ricorda la professoressa Diana Carminati dell’Università di Torino [1].

Non possiamo più perderci dietro alla miriade di atti compiuti dallo Stato d’Israele in violazione dei diritti dei Palestinesi e del Diritto Umanitario Internazionale. Le cause, l’origine infatti informa di sé anche la natura odierna e la struttura dello Stato nato da quell’atto coloniale, che peraltro continua a perpetrarsi.

Per anni generosi attivisti hanno partecipato alle raccolte di olive o difeso pozzi o case palestinesi, anche lasciandoci la vita – come Rachel Corrie e Tom Horindal –, accompagnando i bambini palestinesi a scuola e facendo loro da scudo umano per arginare le violenze dei coloni e dei soldati israeliani.

Per anni, schiere di volontari internazionali hanno manifestato nelle mobilitazioni settimanali con gli abitanti di villaggi [2] minacciati dall’incombenza del “muro dell’apartheid” [3].

Abbiamo seguito con il fiato sospeso le infinite ed interminabili cause intentate presso Corti israeliane dalle comunità palestinesi danneggiate dal suo inesorabile procedere, benché condannato dalla Corte Internazionale di Giustizia come illegale già il 9 luglio 2004.

Allora in molti non avevamo chiaro il quadro in cui si inserivano i numerosi soprusi e le violenze reiterate a cui spesso andavamo ad assistere con viaggi che permettevano di diventarne testimoni. Né ci era chiaro il livello su cui sostenere adeguatamente le rivendicazioni palestinesi, che non potevano limitarsi a cercare di offrire una boccata in più di ossigeno, pur di non mettere in discussione lo Stato d’Israele.

L’anno successivo alla sentenza della CIG, poiché nessun seguito essa aveva avuto, il 9 luglio 2005 nacque la campagna a guida palestinese di Boicottaggio Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele [4]. I suoi tre obiettivi fondamentali mostravano una comprensione del piano complessivo su cui muoversi: era necessario non accettare più la frammentazione del popolo palestinese sancita dagli Accordi di Oslo. Libertà, fine dell’occupazione delle terre arabe (anche il Golan siriano). Eguaglianza, fine dell’apartheid interna ad Israele con il riconoscimento di una piena cittadinanza per tutti i cittadini. Ritorno, attuazione della Risoluzione ONU 194/1948 [5] relativa a ciascun palestinese espulso con la Nakba (1948) e finito anche fuori della Palestina (si pensi anche solo alla tremenda situazione dei profughi palestinesi nei campi profughi in Libano).

Chi avesse avuto nel passato difficoltà ad identificare cause e natura delle violenze israeliane, dopo l’approvazione della “legge dello Stato nazione” del luglio 2018 [6] non può più sottovalutare quell’aggettivo “ebraico” con funzione restrittiva che anche in precedenza veniva associato a “Stato” quando si parlava di Israele, senza tuttavia coglierne le implicazioni politiche. Non è, quindi, legittimo ignorare del tutto la nascita storica di questo Stato perché vi è connesso il problema della sua natura.

Ormai da anni esperti autorevoli di diversa provenienza riconoscono il regime “di apartheid” che lo Stato d’Israele ha instaurato. Il Sud Africa lo denunciò per primo, nel lontano 2009 [7]. L’evidenza dei fatti ed il confronto con la normativa internazionale e con la definizione di apartheid [8], oltre che con i diritti considerati universali anche dal senso comune, hanno imposto il superamento dei tabù assimilati come sentinella a guardia da pericoli razzisti (e disseminati per impedire la visione chiara della realtà coloniale). Così, possiamo finalmente comprendere quanto anche Miko Peled afferma in una video di pochi minuti, registrato dopo lo scorso 7 ottobre: Israele è uno Stato di apartheid che ha portato avanti politiche di pulizia etnica ed occupa terra palestinese, concludendo che non si deve condannare chi resiste all’oppressione, ma l’oppressore. [9]

L’apartheid se si limita ad essere interna allo Stato d’Israele è accettabile, diversamente da come fu deciso per il Sud Africa? Equità è ottenere uguaglianza di diritti anche all’interno dell’attuale Stato d’Israele per tutti i suoi cittadini, anche quelli palestinesi, chiamati “arabi” per non ricordare che sono loro i nativi.

Ignorare la natura ed il contesto significante delle violenze israeliane, non è neanche efficace: non basta soccorrere i Palestinesi che ne sono vittime, poiché la loro causa continua a generarle senza un termine.

La “soluzione” dei 2 Stati può porvi fine?

Dal 1948 ad oggi, Israele ha continuato a procedere inglobando nuove terre che sottraeva e sottrae ai Palestinesi. La ricorrenza palestinese della “Giornata della terra” nasce proprio da questa pratica israeliana di accaparramento continuo di terre palestinesi, avvenuta, ancora una volta, all’interno dello stesso Stato d’Israele. Era il 1976 e lo Stato decise di requisire 21.000 dunum (acri 5.189) in Galilea, alle manifestazioni di protesta nei paesi di Shacnin, Araba e Deir Hanna rispose la polizia uccidendo 6 giovani e ferendo altre persone. Quindi, fuori o dentro Israele, la proprietà palestinese non è stata e non è garantita a causa della natura di colonia d’insediamento di questo Stato. Anche oggi, mentre conduce a Gaza un terribile genocidio sotto gli occhi di tutti, il Governo israeliano annuncia la costruzione di altre abitazioni in colonie [10]. Dalla fine della guerra del 1967, Israele ha proceduto, con ritmo crescente e divenuto vorticoso, nella colonizzazione dei Territori che aveva occupato, benché questo sia vietato dal Diritto Internazionale [11]. Nessuno, nessuno glielo ha impedito!

E pure, gli insediamenti israeliani sono stati considerati uno dei principali ostacoli al buon esito degli Accordi di Oslo, che prevedevano un percorso di cinque anni per giungere all’istituzione di uno Stato Palestinese accanto a quello israeliano [12].

”I coloni in Palestina sono 464.400, ovvero il 14% della popolazione che vive in territorio palestinese (escluse Gaza e Gerusalemme Est). Inoltre, a Gerusalemme Est, occupata da Israele dopo il 1967, i quartieri interamente israeliani sono 14, per un totale di 230 mila abitanti”. [13]

Quali Stati avrebbero volontà politica e forza oggi di imporre a Israele lo smantellamento delle colonie per permettere la nascita dello Stato di Palestina?

La “soluzione” moderata ha ottenuto risultati? La colonizzazione è andata progressivamente crescendo e sempre più incalzante ed ha interessato anche quella che dovrebbe essere la capitale dello Stato da far nascere: Gerusalemme Est. Quindi, due questioni fondamentali lasciate irrisolte dagli Accordi, si sono anche aggravate. Ciò vale anche per i confini, ancora più arduo definirli, visti gli illegittimi inglobamenti nel “muro” illegale e la continua estensione delle colonie illegali.

Sulla sovranità sulle risorse, è caduta anche l’UE [14], richiamata dai Palestinesi per accordi energetici con Israele che non garantivano che non fosse predato gas dalla parte di giacimenti sottomarini in acque palestinesi. E pure l’Unione Europea si è impegnata per anni, ma con poco coraggio, nel tentare di distinguere in ambito commerciale le colonie dai territori israeliani, non permettendo più ai prodotti degli insediamenti di usufruire delle condizioni doganali favorevoli concesse ai prodotti israeliani, per non essere ufficialmente complice dell’illegale colonizzazione [15].

Sulla questione della difesa, che qualsiasi Stato dev’essere in grado di garantirsi, non ci furono convergenze, se non nella provvisoria “collaborazione di sicurezza” tra l’ANP (l’Autorità Palestinese provvisoria nata con gli Accordi di Oslo sul percorso dello Stato istituendo) e lo Stato israeliano. Di questo vincolo i risultati sono stati più volte denunciati dai Palestinesi, che nelle loro manifestazioni di lotta politica si sono trovate contro le stesse Forze palestinesi [16] oltre a quelle dell’occupante, che nel frattempo ha ripreso il controllo sull’intero territorio né ha mai rispettato l’esclusività della vigilanza affidata alle forze palestinesi nelle poche aree dichiarate sotto l’intero controllo palestinese (zone A).

Da diversi anni si afferma esplicitamente quello che è sotto gli occhi di tutti e sulla pelle dei Palestinesi: gli Accordi di Oslo sono decisamente falliti. Stipulati nel 1993 per realizzare la “soluzione” di due Stati, non riuscirono a raggiungere entro i cinque anni previsti il conseguimento dell’obiettivo, né lo raggiunsero gli Accordi di Oslo II del 1995 che attribuiva all’OLP il governo di diversi città e villaggi a Gaza e in Cisgiordania, con la parziale ritirata dell’esercito israeliano. Restavano irrisolti alcuni punti centrali: confini dei due Stati, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi sancito dalla Risoluzione ONU 194 del 1948, Gerusalemme, difesa dello Stato palestinese e gestione delle risorse. Tutti punti che oggi appaiono assai più problematici che in passato.

Tra le cause del fallimento degli Accordi di Oslo è stato considerato che i mediatori di un tempo, in particolare gli Stati Uniti, fossero poco attendibili nel ruolo [17] per le loro forti implicazioni con Israele. Neanche questo aspetto sembra minimamente migliorato, anzi, gli USA hanno ancora ripetutamente opposto il loro veto all’ONU persino di fronte al genocidio in corso a Gaza. La loro recentissima astensione [18] ha permesso che fosse approvata, dopo quattro tentativi andati a vuoto e sei mesi di bombardamenti, la Risoluzione del 25 marzo 2024 per un cessate il fuoco immediato ed il rilascio degli ostaggi israeliani, ma non incide nella realtà della situazione a Gaza più di tanto [19], poiché gli Stati Uniti continuano ad inviare armi a Israele, consentendo il loro utilizzo per massacrare la popolazione di Gaza. La popolazione a cui Israele sta impedendo di ottenere gli aiuti umanitari che le sono inviati e che per questo sta morendo DI FAME nel Nord della Striscia. Né sono previste sanzioni nella Risoluzione approvata.

La “moderazione”, o supposta tale, non ha pagato, non ha permesso di raggiungere l’obiettivo, benché avesse il pregio di lasciare lo Stato israeliano come è, limite aprioristicamente incorporato nella soluzione stessa.

Perché riproporre oggi ciò che non ha funzionato ieri e per trent’anni? C’è qualcosa da imparare dai fallimenti passati?

Molto probabilmente quel percorso non ha funzionato proprio perché la “soluzione” ricercata non centrava il cuore del problema: la natura dello Stato d’Israele. Se allora questa natura non era chiara, oggi è evidentissima e non può più essere elusa. Aveva ed ha ragione il movimento BDS: il cuore è l’unità del popolo palestinese.

Oggi i soggetti che continuano a sostenere la “soluzione” a due Stati sono soprattutto Stati ed istituzioni sovranazionali: Guterres [20], l’UE [21], gli USA [22], la Russia [23], il Brasile [24], ma anche alcune organizzazioni della società civile italiana come la Rete italiana Pace e Disarmo [25] e l’associazione Schierarsi [26].

Un membro di spicco del Programma per il Medio Oriente e l’Africa settentrionale al Consiglio europeo delle relazioni estere, Hugh Lovatt, ha sollecitato ad “azzerare il paradigma ‘post- Oslo’ per mettere al centro la liberazione dei territori e la parità dei diritti. Questo non significa scartare a priori qualsiasi possibilità di una soluzione a due Stati, ma l’Europa deve essere chiara sul fatto che, se Israele continua a bloccare tale opzione, allora dovrà garantire la parità di diritti in un unico Stato democratico. In ogni caso, i leader europei devono affermare inequivocabilmente che l’attuale situazione di crescente apartheid non può essere la soluzione. (…) l’Europa ha preferito spostare il suo peso politico a sostegno della difesa del quadro provvisorio stabilito dagli accordi di Oslo del 1993, che avrebbe dovuto fungere solo da trampolino verso un accordo politico diverso”. [27]

Qualora pure ci si riuscisse in parte, in Palestina la nascita di due Stati sarebbe forse funzionale al rendervi necessaria in permanenza pluridecennale una forza internazionale d’interposizione?

Haneen Zoabi, ex parlamentare palestinese di Nazaret alla Knesset, in un’intervista rilasciata a Mike Peled lo scorso febbraio afferma che quando furono firmati gli Accordi di Oslo i Palestinesi cittadini d’Israele si sentirono abbandonati [28]. Come lei, anche l’altra famosa politica palestinese, Hanan Ashrawi asserisce: «I palestinesi vogliono unità nazionale» [29]. A Gaza, come in Cisgiordania già da qualche anno, la resistenza armata è condotta nell’unità delle diverse formazioni palestinesi.

Una parte, forse significativa, dei Palestinesi è per l’unità del proprio popolo e questo converge con il cuore del problema a suo tempo indicato dal rapporto del 2017 dell’ESCWA: “Israele ha imposto un regime di apartheid al popolo Palestinese nel suo complesso” [30], “la frammentazione strategica del popolo palestinese è il metodo principale con cui Israele impone un regime di apartheid” [31]. Quindi, l’intenzione palestinese di ricreare condizioni di unità coglie proprio l’essenza del problema.

Pericolosa

La conseguenza dell’errore individuato da Hugh Lovatt nelle politiche europee: l’essersi arroccarti in difesa di formule che dovevano invece essere oggetto di evoluzione nel vivo processo di confronto e scontro, così di fatto impedendo la trasformazione stessa e favorendo la degenerazione dell’esistente, è proprio uno dei più seri pericoli che si corrono e si fanno correre nell’insistere sulla formula magica dei “2 popoli 2 Stati”.

Incanalare nella direzione sbagliata ciò che potrebbe produrre cambiamento, lo distoglie da obiettivi più validi, sterilizza e rende inerme lo sforzo e può avere come esito persino un’implosione. Inoltre, insistere su un obiettivo impossibile crea un blocco mentale, coazione a ripetere e fa girare a vuoto alla ricerca di dettagli irrilevanti su cui accanirsi.

Poiché permangono e si sono persino rafforzate le cause che hanno impedito la realizzazione di uno Stato Palestinese su una piccola parte della Palestina, è pressoché certo che l’obiettivo non sarebbe raggiunto per altri decenni. Si rischia di sprecare energie ideative, organizzative, emotive, risorse economiche e capacità di mobilitazione e tempo, in uno sfibrante tendere verso l’irraggiungibile. Ma il danno sarebbe accresciuto dalle prevedibili conseguenze di delusione, demotivazione e riflusso per l’inutilità di tanto sforzo, nonostante che fosse “moderato” e poco soddisfacente.

Non può essere irrilevante, inoltre, che “soluzione” della presunta omogeneità etnica è teoricamente contraddittoria con la prospettiva democratica, che si è andata orientando solidamente da molti decenni verso un’idea di Stato multietnico. Un’improbabile ed insostenibile unicità etnica, appare invece un cedimento culturale e morale verso inclinazioni nazionalistiche chiuse a possibilità di pluralismo, dialogo, confronto, scambio ed unità su basi paritarie ed aperte a derive razziste e naziste.

Perché incanalare azioni, richieste, energie, idee, attese nella direzione sbagliata perché infruttuosa e/o in contrasto con principi e valori condivisi, verso un muro contro cui s’infrangeranno?

Lavorare per questa “soluzione” crea nuovamente quelle separazioni interne al popolo palestinese che lo hanno devitalizzato per decenni, affidando ciascuna componente per intero e senza speranze a quella specifica condizione a cui l’aveva legata l’Accordo stipulato. Quelle separazioni che a fatica e con tanto costo di sangue il popolo palestinese ha saputo lentamente ricucire. Disperde e frantuma nuovamente ciò che ora è unito.

Note

1] Diana Carminati, Il progetto sionista d’insediamento coloniale in Palestina. Il contributo degli studi di settler colonialism, 2021: https://ojs.unica.it/index.php/cisap/article/view/5073

2] https://www.infopal.it/manifestazione-nonviolenta-a-nilin-21-persone-ferite-dallesercito-israeliano/

3] https://www.antennedipace.org/2004/05/25/il-muro-israeliano-dellapartheid/

4] https://bdsmovement.net/call

5] https://www.unrwa.org/content/resolution-194

6] https://www.limesonline.com/rivista/la-fondamentale-legge-di-israele-14631880/ approvata dalla Knesset il 18 luglio 2018, vi si chiarisce e sancisce la differenza tra “cittadinanza” e “nazionalità”, quest’ultima è più ridotta per numero di appartenenti e molto più ampia per diritti esclusivi.

7] Sud Africa 2009, OCCUPAZIONE, COLONIALISMO, APARTHEID?UNA RICONSIDERAZIONE DELLE PRATICHE ISRAELIANE NEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI AI SENSI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, in PRATICHE ISRAELIANE NEI CONFRONTI DEL POPOLO PALESTINESE E QUESTIONE DELL’APATRTHEID, Progetto Palestina (a cura di), Universal Book Srl, Rende (Cs), pp. 99, ss.

8] ESCWA (ONU), PRATICHE ISRAELIANE NEI CONFRONTI DEL POPOLO PALESTINESE E QUESTIONE DELL’APARTHEID, 2017, a cura di Progetto Palestina e BDS Italia, giugno 2018, Universal Book Srl-Rende (Cs). Si vedano in particolare le pagine 23 e 25; B’Tselem, gennaio 2021 A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea: This is apartheid https://www.btselem.org/publications/fulltext/202101_this_is_apartheid ; Human Right Watch aprile 2021, A Threshold Crossed, https://www.hrw.org/report/2021/04/27/threshold-crossed/israeli-authorities-and-crimes-apartheid-and-persecution ; Amnesty International febbraio 2022, Apartheid israeliano contro i palestinesi. Un crudele sistema di dominazione e un crimine contro l’umanità, https://www.amnesty.it/apartheid-israeliano-contro-i-palestinesi-un-crudele-sistema-di-dominazione-e-un-crimine-contro-lumanita/

9] https://www.youtube.com/watch?v=yISGty8aLRE

10] approvati dallaCommissione supremaper laprogettazione. 3500 alloggi verrannocostruitinella citt-colonia di Maaleh Adumim (fra Gerusalemme e Gerico)nel villaggio di Keidar e ad Efrat, a Betlemme” https://www.today.it/mondo/israele-costruira-altri-3500-alloggi-in-cisgiordania.html

11] https://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Statuto-della-Corte-Penale-Internazionale-1998/178

“Articolo 8. Crimini di guerra (…) 2. Agli effetti dello Statuto, per “crimini di guerra” si intendono: (…) “b) Altre gravi violazioni delle leggi e degli usi applicabili, all’interno del quadro consolidato del diritto internazionale, nei conflitti armati internazionali vale a dire uno dei seguenti atti: (…) viii) trasferimento, diretto o indiretto, ad opera della potenza occupante, di parte della propria popolazione civile nei territori occupati, o deportazione o trasferimento di tutta o di parte della popolazione del territorio occupato all’interno o al di fuori di tale territorio;”

12] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cosa-sono-le-colonie-israeliane-in-cisgiordania-151093

13] https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2023-11/storia-insediamenti-israeliani-palestina-guerra-israele.html 15/11/2023

14] https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/ultime-notizie-bds/2741-violazione-obblighi-ue 8/9/2022 l’ ENI ci ricasca https://altreconomia.it/sui-giacimenti-di-eni-nelle-acque-palestinesi/ 21/2/2024

15] 2015 https://www.google.com/amp/s/www.ilpost.it/2015/11/11/etichette-territori-occupati-israele-palestina/%3famp=1 e 2019 https://www.google.com/amp/s/www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/amp/ContentItem-2f3d23ed-4fd7-4f2a-87d8-3dd57fb594f7.html

16] 2014 https://nena-news.it/palestina-una-crisi-figlia-di-tre-fallimenti/ Chiara Cruciati: “La brutale offensiva contro Gaza, la repressione nei Territori, le politiche serviliste dell’ANP. E una rabbia sommessa che monta lentamente. Questo il contesto in cui si muove il popolo palestinese, non ancora pronto ad una nuova Intifada ma vicino all’esplosione”. 2023 29 ottobre: https://ilmanifesto.it/anp-solo-una-riconfigurazione-totale-potra-riconquistare-i-palestinesi “Non è chiaro quanto fosse concreta dieci giorni fa la minaccia di una sollevazione in Cisgiordania contro l’Autorità nazionale palestinese (Anp)

17] https://orientxxi.info/magazine/palestina-israele-l-inevitabile-fallimento-degli-accordi-di-oslo,6746 2/10/2023

18] https://it.euronews.com/2024/03/25/il-consiglio-di-sicurezza-onu-approva-risoluzione-per-il-cessate-il-fuoco-a-gaza-usa-si-as

19] https://www.micromega.net/risoluzione-cessate-il-fuoco-gaza/ La Risoluzione “non richiama espressamente il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che demanda al Consiglio il potere sanzionatorio e coercitivo per l’imposizione della pace” 29/3/2024

20] https://askanews.it/2023/12/23/il-segretario-generale-dellonu-guterres-nulla-puo-giustificare-lorribile-attacco-di-hamas-del-7-ottobre/

21] Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza / Vicepresidente della Commissione https://www.eeas.europa.eu/eeas/cosa-difende-l%E2%80%99unione-europea-gaza-e-nel-conflitto-israelo-palestinese_it 15.11.2023

22] https://askanews.it/2023/10/24/medio-oriente-blinken-allonu-lunica-soluzione-e-creare-due-stati-per-due-popoli-aiutateci-a-costruirla/

23] https://www.open.online/2023/10/16/russia-putin-israele-telefonate-proposta-stato-palestina/

24] https://euractiv.it/section/istituzioni-internazionali/news/dal-g20-la-soluzione-dei-due-stati-e-lunica-risposta-al-conflitto-israelo-palestinese-manca-convergenza-sullucraina/

25] https://www.cittanuova.it/israele-palestina-due-stati-e-due-popoli-per-non-restare-nel-caos/?ms=007&se=023

26] https://www.laluce.news/2023/12/21/di-battista-presenta-la-proposta-di-legge-popolare-per-il-riconoscimento-della-palestina/ https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/11/12/di-battista-sul-nove-lesistenza-dello-stato-di-israele-non-e-in-pericolo-qui-laggredito-e-il-popolo-palestinese-che-non-ha-diritto-a-una-patria/7350764/

27] 2021 La fine di Oslo: una nuova strategia europea per Israele e Palestina Hugh Lovatt 5 Febbraio 2021: https://ecfr.eu/rome/publication/la-fine-di-oslo-una-nuova-strategia-europea-per-israele-e-palestina/

28] https://www.patreon.com/posts/israel-imposed-99350001?

29] https://ilmanifesto.it/hanan-ashrawi-i-palestinesi-vogliono-unita-nazionale-ma-la-priorita-ora-e-fermare-il-massacro

30] PRATICHE ISRAELIANE NEI CONFRONTI DEL POPOLO PALESTINESE E QUESTIONE DELL’APARTHEID cit, pag. 93

31] op. cit. p. 24

Fonte

05/02/2024

Tanti “lavoretti” in un paese senza futuro

Anche un cretino patentato si accorgerebbe che, se aumentano l’occupazione (+456mila posti in un anno) e le ore lavorate (+1,1%), ma non il prodotto finale (o comunque non nella stessa misura) significa che quei posto di lavoro sono “lavoretti”. Magari anche a tempo indeterminato, ma non troppo “produttivi”.

Il mistero è tale, appunto, solo per i cretini o i mentitori di professione (il governo e l’intero arco parlamentare). Se tutto “lo sviluppo” avviene in settori ad alta intensità di lavoro, ma con “strumenti di lavoro” pressoché inesistenti, il risultato non può che essere questo.

Fuori di discorsi generici: se il 13% del Pil viene dal turismo, e continua a crescere, è evidente che lì la “produttività totale dei fattori produttivi” non può crescere più di tanto. Camerieri, autisti, cuochi, operatori delle pulizie, ecc, puoi anche farli lavorare 20 ore al giorno, ma la produttività oraria non cresce. E figuriamoci i salari.

Al contrario, in una fabbrica, se “l’imprenditore” investe comprando macchinari più moderni, nella stessa unità di tempo produce molto di più. Ma naturalmente diminuisce il numero degli occupati perché quelle macchine richiedono assai meno braccia e gambe per funzionare.

È la fotografia impietosa degli “imprenditori” italici, avidi di profitto ma col braccino corto sugli investimenti e, soprattutto, con nessun “gusto per il rischio”. Meglio il turismo e la ristorazione, insomma, dove con pochi soldi si prova a mungere la vacca dei visitatori di passaggio (finché dura...), dove gli incassi sono immediati e si verifica velocemente se vale la pena di continuare o smettere, piuttosto che dedicarsi ai capannoni da riempire di macchine e operai, con prodotti che non sai se avranno successo o meno (la “competizione” è bella da dire in tv, ma difficile da fare), e soprattutto con profitti che arriveranno – forse – dopo un tempo comunque lungo.

Ma questo è il “modello di paese” che è stato lasciato crescere sopprimendo l’industria pubblica (perché gli industriali, qui, si sono sempre ben guardati dal “rischiare”, tranne qualche testa fina) con privatizzazioni tutte – senza eccezioni – fallimentari in termini di produzione, profitti e occupazione.

Perché solo questo “il privato” sa effettivamente “fare meglio”.

In Francia – certo non un “paese socialista” o guidato da pericolosi estremisti – si sta lavorando alla fusione tra Stellantis (Peugeot più Citroen, più Fiat, Chrysler, Jeep, ecc.) con Renault. In entrambe le multinazionali dell’automobile lo stato francese ha una partecipazione rilevante e dunque spinge per avere un colosso unico, sotto il proprio occhio vigile, in grado di provare a reggere la sfida con Volkswagen, Toyota e Ford. Per non dire dei colossi cinesi che stanno per sommergere il mercato europeo.

L’italica Fiat, nutrita per decenni con regali pubblici senza contropartita, è semplicemente andata via. Bye bye, deficienti, e grazie di tutto...

Ora la situazione è chiarissima, in primo luogo nella prospettiva.

Di produrre qui, con “forze autoctone”, qualcosa da proporre al mondo non se ne parla quasi più. Al massimo hanno successo (ma sempre meno) i “contoterzisti” che lavorano su parti destinate ad essere assemblate dalle industrie tedesche. Nel ciclo dell’auto, per esempio, possiamo proporre solo... i freni (Brembo, probabilmente i migliori al mondo ma, insomma, sempre freni sono, mica automobili...).

E così in qualsiasi altro settore. Nell’informatica avevamo avuto dei pionieri di successo (Olivetti), ma il tocco di Debenedetti è stato fatale anche in quel caso. Sparita dopo il breve successo di fatturato dovuto alla massiccia vendita di computer già fuori mercato all’amministrazione pubblica (la ricerca, costosa ma fondamentale in quel campo, era stata tagliata per prima...).

Se qualcuno ancora si può arricchire facendo dell’Italia la Florida d’Europa, il paese in generale – in termini di Pil, ricchezza distribuibile, salari, ecc. – ci rimette. Ma ai nostri tanti padroncini dal braccino corto, retorica nazionalista a parte, che gliene frega?

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08/12/2021

Se trentacinquemila vi sembran tanti

Ad ascoltare le cronache, parrebbe che l’Italia sia diventata improvvisamente ed inaspettatamente la locomotiva d’Europa, la prima della classe, l’esempio da seguire. La Commissione europea ha addirittura rivisto al rialzo le stime della crescita del PIL, dal 5% al 6,2%. Si tratta tuttavia di una crescita di natura squisitamente aritmetica, in quanto figlia del tonfo di 10 punti registrato lo scorso anno. Per giunta, questa ripresa non è nemmeno in grado di riportare i livelli di attività alla situazione di fine 2019. Se non si ancora è recuperato ciò che si è perso vuol dire che le politiche macroeconomiche messe in campo sono state insufficienti, e, nonostante ciò, una nuova stretta di austerità è alle porte. Cattivi presagi, che diventano ancora più minacciosi se si guarda al mercato del lavoro.

Vi è infatti una domanda da porsi: quali sono gli effetti di tale crescita del PIL sul mercato del lavoro? L’occupazione sta aumentando? E se sì, come e quanto? Un’analisi del bollettino mensile dell’ISTAT “Occupati e disoccupati” fornisce interessanti spunti di riflessione che dovrebbero rappresentare un campanello d’allarme per un governo interessato alle sorti del mondo del lavoro, o quantomeno aprire gli occhi alle forze politiche intenzionate a migliorare la condizione di lavoratrici e lavoratori.

Come al solito, al fine di evitare facili entusiasmi, è bene procedere a una lettura di questi rapporti statistici con un minimo di attenzione. Leggendo Repubblica, infatti, saremmo tentati di tirare un bel respiro di sollievo al grido di “ad ottobre ben 35 mila occupati in più”. Tutto vero, ma oltre a queste cifre c’è di più. Infatti, se è vero che dall’ultimo trimestre del 2020 il numero di occupati è cresciuto, passando da 22,4 milioni a quasi 23 milioni nel terzo trimestre del 2021, è anche vero che il dato di 35 mila occupati in più, relativo alla variazione tra settembre e ottobre, rappresenta, come è evidente, una goccia nel mare di milioni di disoccupati. 

Tuttavia, fermarsi a questo livello di analisi non renderebbe giustizia alla situazione di difficoltà in cui l’economia e il mercato del lavoro italiani versano. Ad esempio, anche solo guardando la figura 1 del rapporto, salta all’occhio un’evidenza spaventosa: ad ottobre del 2021, il numero di occupati totali (22 milioni e 900 mila) è ben lontano da quello di fine 2019 (23 milioni e 200 mila circa). Inoltre, il rallentamento registrato nell’ultimo semestre lascia ben intendere che il distacco rimarrà pressoché tale per il resto dell’anno: dopo due anni, dunque, si contano circa 300 mila occupati in meno. Per trovare un così basso numero di persone occupate bisogna ritornare indietro addirittura al primo trimestre del 2017, più di quattro anni fa. Se è vero, come è vero, che sin dai primi mesi della crisi pandemica le lancette del mercato del lavoro sono tornate indietro di più di quattro anni – il numero di occupati nel giugno del 2020, infatti, era pari a quello di gennaio 2016 (circa 22, 4 milioni) – è altrettanto vero che il recupero che si è verificato dopo non è stato affatto sufficiente. A distanza di un anno e mezzo dallo scoppio della pandemia, infatti, la quota 23,2 milioni registrata a inizio 2020 è ancora lontana. La situazione appare ancora più critica se facciamo un ulteriore passo indietro. Se è vero che la pandemia ha assestato un colpo drammatico all’occupazione, è anche vero che una caduta del numero di occupati inizia ben prima: il numero più alto di occupati registrato negli ultimi anni, infatti, è quello del secondo trimestre del 2019 (23 milioni e 400 mila), ben 200 mila in più dell’inizio del 2020 e ben mezzo milione in più dell’ultimo dato disponibile: altro che locomotiva d’Europa.

Se, dunque, rispetto ai periodi più cupi della crisi abbiamo assistito ad una ripresa dell’occupazione, questa è stata lenta e discontinua. Non solo, è stata anche una crescita di pessima qualità, fondata sul precariato e che ha riguardato quasi esclusivamente gli uomini. Nell’ultimo anno, infatti, il numero assoluto di occupati è aumentato dell’1,7%. Di questi 390 mila occupati in più, tuttavia, ben 271 mila sono stati uomini e solo 119 mila le donne. Una differenza abissale che diventa ancora più evidente se si guarda alla variazione verificatasi tra settembre e ottobre del 2021, quando il numero di occupati è aumentato solo dello 0,2% e ha riguardato esclusivamente gli uomini. A fronte di 35 mila nuovi occupati maschi, infatti, nemmeno una donna è stata assunta.

Ma questi pochi fortunati, godranno almeno di un contratto stabile? Nemmeno per sogno. Nell’ultimo mese, tra i nuovi 44 mila dipendenti, quasi la metà (ben 20 mila) hanno sottoscritto un contratto a tempo determinato. Si tratta dunque di nuovi precari. Se inoltre continuiamo a guardare il fenomeno su un lasso di tempo più lungo il quadro non solo non migliora, ma addirittura peggiora. Rispetto all’ottobre del 2020, infatti, alla cifra di 390 mila nuovi occupati si arriva considerando la riduzione di 132 mila lavoratori indipendenti e l’aumento di 520 mila dipendenti. Di quest’ultimi, ben 384mila sono dipendenti a tempo determinato (con un aumento del 14,3% rispetto agli occupati a tempo determinato dell’anno precedente) e solo 137 mila sono lavoratori con contratti regolari.

Quello che questi dati ci dicono dunque è che non solo la crescita del reddito e dell’occupazione si è finora rivelata molto parziale e insufficiente ma che, influenzata dalle nefaste politiche di deregolamentazione che hanno interessato il mercato del lavoro negli ultimi decenni, essa ha continuato a penalizzare le fasce meno tutelate dei lavoratori e sta determinando un nuovo drammatico aumento della precarietà, arma potentissima in mano ai datori di lavoro per gestire facilmente una fase turbolenta come questa, garantendosi produzione e profitti e scaricando tutte le difficoltà sui lavoratori.

Una tendenza, questa, che il Governo in carica non sembra essere neanche minimamente intenzionato a invertire, impegnato com’è a portare avanti quelle riforme che sono la contropartita di quei fondi “generosamente” offerti dall’Unione europea per il piano di ripresa. Riforme che, come ci hanno insegnato decenni di applicazione delle ricette richieste dalle istituzioni europee e dai principali organismi finanziari internazionali, hanno una sola finalità: quella di rendere la vita più facile agli imprenditori a scapito dei lavoratori, condannati a un futuro di sfruttamento e precarietà.

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13/05/2021

Genova - Chi rifiuta il dialogo?

Dal DisFor occupato riceviamo e pubblichiamo un intervento di ComeStudioGenova in merito al rifiuto opposto dal Rettore Delfino al dialogo con gli occupanti. Dopo gli interventi della settimana scorsa dove, con la complicità dei giornali, si è tentato di screditare in ogni modo l’occupazione (gli occupanti hanno risposto con due video 1 e 2), la strategia dei vertici accademici appare chiara: non riconoscere alcuna legittimità agli occupanti, negare la legittimità politica a chi, con forza, pone un problema che va molto al di là della richiesta (sacrosanta) delle attività in presenza.

Di seguito il comunicato

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Nuova università liberata

La richiesta di un tavolo di trattativa con il rettore incontra fin da subito l’ostacolo del temporeggiamento. Dopo quasi una settimana di silenzio, Delfino interviene con una mail in cui si specifica che «ad occupazione terminata» una delegazione del collettivo composta da tre persone potrà essere ricevuta in sede di rettorato mercoledì 12 maggio. La nostra risposta non può che essere questa: è per noi necessario esporre le richieste maturate durante l’occupazione prima del termine della stessa. Chiediamo dunque di mantenere l’incontro nel giorno e nell’orario proposto presso la sede del DISFOR, di fatto confermando la nostra volontà e disponibilità al dialogo. Poche ore dopo il rettore ci comunica che «con rammarico» prende atto del nostro «rifiuto».

L’ipotesi di un dialogo è negata dal rettore che con ogni evidenza sembra preoccuparsi solo di termini e condizioni che pongano fine all’occupazione, consapevole che sedersi ad un tavolo qui, al DISFOR, significherebbe riconoscere due cose che non è disposto ad accettare. Che non siamo un gruppo informale che ha scelto di occupare un edificio dell’Università con rivendicazioni vaghe, per poi rompere (vandali!) un vetro ed una porta. Significherebbe riconoscere ciò che ha realmente abitato questo luogo da ormai più di tre settimane: il fermento di idee e corpi di una generazione che per troppo tempo ha sofferto senza avere la possibilità di comprendere i reali motivi del proprio dolore. Sedersi al tavolo con noi gli richiederebbe di elevarsi ad un piano altro di confronto, quello che contrappone contenuti politici. A dire il vero, ieri non aspettavamo una risposta così diversa, consapevoli che a risponderci con il suo rifiuto è lo stesso Delfino capace di affermare, il primo giorno d’occupazione, di non rivestire un ruolo politico e che l’Università non ha niente a che fare con la politica, che il suo dovere è quello esclusivo di amministrare. Ecco emergere quella retorica manageriale ed aziendalistica cui Delfino, da buon confindustriale, si appella. È la stessa retorica che affida a tecnici e banchieri l’amministrazione di uno Stato, facendo credere che l’allocazione delle risorse sia atto neutro e scevro da precise prese di posizioni, che fanno precisi interessi. Lo vediamo in modo chiarissimo nel nostro contesto, quello universitario. Quando Delfino ci disse che il compito dell’Università è di produrre cultura, diceva una mezza verità. L’Università di Genova produce, è vero, ma non cultura, perché di cultura non si può parlare quando i fondi per la ricerca vengono stanziati con rigorosa selezione per progetti in diretto collegamento con il sistema produttivo, con settori privilegiati in cui la produzione di competenze specifiche viene copiosamente sostenuta dalle casse dello Stato e finalizzata alle logiche del mercato neoliberista e di investimento di capitale.

Chiediamo che il rettore palesi la sua scelta di campo in merito a questioni fondamentali della politica universitaria. È scomodo, ma è questo il suo compito. Delle due l’una: condannare il nostro ateneo a recepire sempre meno fondi e soffocare sotto il peso dei criteri meritocratici dell’ANVUR o richiedere che siano diverse le modalità attraverso cui questi vengono destinati alle Università; schierarsi apertamente a favore di un’Università d’élite o sgravare di oneri economici insostenibili coloro che non possono permettersi di studiare, assumendosi la responsabilità di non far quadrare i bilanci se questo significa ridurre in miseria una generazione. La sua scelta già c’è, ma si nasconde dietro l’atteggiamento di buon amministratore. Il rettore parla il linguaggio della macchina, presentandosi come un ingranaggio che risponde a logiche che gli sono imposte, a protocolli che non si sa chi ha scritto. È perfettamente coerente, ma profondamente svilente per il suo ruolo e drammaticamente ingiusto per chi da quelle stesse logiche risulta schiacciato ed oppresso. Non è stato un caso, allora, che in queste tre settimane siano qui accorsi lavoratori e lavoratrici precari e precarie, che l’Università non hanno mai avuto modo nemmeno di iniziarla: sono arrivati di corsa, capendo che la nostra lotta è la loro lotta – quella contro la macchina senza volto che saccheggia le nostre esistenze.

C’è un errore gravissimo nella tattica di Federico Delfino, quello di imporsi a chi nulla ha da perdere.

Se il sentimento che si vuole trasmettere è quello della paura la nostra risposta sarà tutt’altra, perché per troppo tempo la nostra generazione è stata ricattata e oppressa. Non chineremo la testa. Per ogni volta che siamo stati soffocati dalla precarietà, questa volta non molleremo. Per ogni volta che abbiamo dovuto compilare una rinuncia agli studi. Per ogni volta che abbiamo dovuto firmare un contratto di lavoro senza diritti. Per ogni volta che ci siamo trovati a dover assumere psicofarmaci, perché avete scelto di crescerci come individui atomizzati e soli. Per ogni volta che abbiamo accettato di prendere due euro in nero all’ora. Per ogni volta in cui ci è stato impedito di organizzarci. Per ciascuna di queste volte la risposta che diamo è una sola: lotta politica.

Questa occupazione sarà l’inizio di tutto.

ComeStudioGenova

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12/02/2021

Terni - I lavoratori della Treofan hanno occupato la fabbrica

Di fronte al fallimento dell’ultimo tentativo di mediazione con la proprietà – la multinazionale indiana Jindal – i lavoratori della Treofan martedi hanno deciso di occupare la fabbrica. Mentre dentro lo stabilimento ci si organizza per tenerlo occupato, una delegazione di lavoratori si è recata fuori dai cancelli dello stadio, in concomitanza della partita tra Ternana e Casertana, per sollecitare ulteriormente l’opinione pubblica della città sulle sorti di una fabbrica che rischia di compromettere il futuro di 142 famiglie.

La Jindal rigettando l’accordo con i sindacati, ha decretato l'indisponibilità a trovare una soluzione pacifica alla vertenza, motivo per cui ora, si prepara la durissima battaglia legale che porterà la multinazionale di fronte ai giudici italiani e saranno chiamati a rispondere.

Ieri si è riunito il tavolo tra ministero del Lavoro e dello Sviluppo, sindacati, liquidatore e avvocati di Jindal. L’azienda ha chiesto un’ulteriore proroga dei tempi della procedura di messa in liquidazione della società, in scadenza oggi, per provare a raggiungere un accordo tra le parti. Una settimana di tempo per salvare i posti di lavoro e scongiurare 142 licenziamenti.

Ma mentre si tratta, rimane fondamentale la salvaguardia dei macchinari, indispensabili per garantire la possibilità di continuità produttiva. Per questo prosegue l’occupazione della fabbrica.

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03/02/2021

All’Albertelli hanno vinto studenti, genitori e lavoratori. Insieme

Oggi termina l’occupazione del liceo Pilo Albertelli di Roma, quartiere Esquilino, istituto occupato dagli studenti e dalle studentesse durante la giornata di mobilitazione dello scorso 29 gennaio.

Una seconda occupazione scolastica romana avvenuta a seguito di quella del liceo Kant, e che ha messo seriamente in discussione la pacificazione sociale con cui governo, forze dell’ordine e sindacati concertativi vorrebbero gestire questo periodo drammatico per il presente e il futuro del paese.

Ma un’insperata quanto proficua alleanza si è riconosciuta durante questi giorni di occupazione, ed è quella tra studenti, genitori e lavoratori della scuola, tutti uniti contro il dirigente scolastico e un modo aziendalistico (vendere nozioni-merce e produrre valutazioni a ritmo serrato) di intendere la scuola.

Il preside manager infatti, neo-sceriffo istituito dalla “Buona scuola”, l’ultima di una lunga serie di riforme (votata dal Pd) che hanno massacrato il mondo della formazione, voleva inserire la Dad al 100% durante i giorni di occupazione, peraltro dopo che quest’ultima era stata autorizzata.

Durissima la risposta dei genitori e del personale in sostegno ai figli-studenti, firmando una lettera di accuse verso il preside i primi, e votando contro la ripresa delle attività durante l’occupazione i secondi, azioni che hanno immediatamente costretto il preside Volpe a tornare sui suoi passi, sancendo la vittoria dei ragazzi e delle ragazze.

Così in questi giorni gli studenti hanno potuto proporre il loro modello di scuola, fatto di lezioni alternative al programma ministeriale, dibattiti e anche – perché no – momenti di socialità, il tutto in piena sicurezza, con entrate contingentate, gel, termoscanner e mascherine. Un esempio di gestione dell’esistente ben più virtuoso di quello messo in campo dal fu governo di questo paese.

Di seguito, vi proponiamo un’intervista realizzata ieri mattina dagli studenti dell’Albertelli per gli studenti dell’Albertelli, per sopperire a quella “strana inclinazione” dell’informazione mainstream che non dà mai voce ai protagonisti delle storie che racconta – anche perché quando succede, le risposte sono tutto tranne che accomodanti, come nel caso di Giulia, la studentessa che ha messo ko Renzi su La7 – e successivamente la lettera firmata dai genitori dell’Albertelli.

Buona lettura.

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Come pensi si sia Comportato il preside Volpe nei confronti della protesta?

Il preside ha tentato di sabotare la protesta degli studenti rendendo la Dad obbligatoria durante i primi giorni dell’occupazione, nonostante sia uno strumento mirato esclusivamente all’emergenza Covid, con la scusa di voler garantire il diritto allo studio, quando siamo tutti consapevoli e testimoni del fatto che questo diritto ci viene negato ormai da un anno.

Infatti, non smettiamo di ribadire che la didattica a distanza non può essere considerata un mezzo sostitutivo alle lezioni in presenza e ribadiamo la nostra idea di scuola organizzandoci autonomamente con dei corsi riguardanti soprattutto argomenti non considerati nei programmi ministeriali.

Perché avete deciso di occupare la scuola?

Abbiamo occupato, dopo una serie di proteste come scioperi e sit-in sotto scuola, per chiedere un rientro in sicurezza, poiché appunto questo rientro si è rivelato disastroso come quello di settembre, senza le necessarie condizioni di sicurezza, con quasi tutti studenti pendolari, mezzi e classi affollati, e poi per il modo in cui siamo tornati a fare lezione.

Tra tutti i giorni in cui siamo tornati in presenza non c’è stata nemmeno una lezione di recupero per colmare tutte le lacune accumulate durante la Dad, anzi in questi giorni siamo stati sottoposti a continue interrogazioni a causa dell’unica necessità di valutarci.

Pensiamo che l’occupazione inoltre possa avere un’efficacia maggiore rispetto ai vari scioperi fatti in precedenza, e che possa far sentire veramente la nostra voce.

Quali sono i principali problemi che avete riscontrato durante la Dad e la didattica integrata?

Riguardo la Dad, sia noi studenti che i docenti hanno riscontrato molti problemi: con la mancanza di stimoli, della socialità e del confronto, in tutti gli studenti è stata riscontrata una progressiva diminuzione dell’attenzione e dell’entusiasmo nello studio, cosa che ha allontanato molte persone dagli stessi studi.

Inoltre moltissimi argomenti non possono essere spiegati “a distanza”, che quindi non può essere paragonabile alla didattica in presenza.

Per quanto riguarda la didattica integrata, la questione è che i momenti in presenza, invece di essere utilizzati per il recupero dei programmi e per le spiegazioni, sono sfruttati per interrogazioni e verifiche, con l’unico scopo di valutarci, quando in realtà ciò di cui abbiamo bisogno non è un voto in pagella, ma una formazione degna di questo nome.

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Agli Studenti e alle Studentesse, al Dirigente Scolastico, al Consiglio di Istituto, ai/lle Docenti, al Personale tutto del Liceo Classico Pilo Albertelli – Roma, alle redazioni di giornali, radio, TV.

Siamo genitori di ragazze e ragazzi che frequentano il Pilo Albertelli e scriviamo per condividere alcune considerazioni a proposito del seguente AVVISO, non firmato, non datato e privo di n. di protocollo, comparso sul sito della scuola nel pomeriggio di ieri: “A seguito della richiesta di una parte degli studenti di proseguire in sede una manifestazione di protesta, si comunica che da domani sabato 30 gennaio 2021, nel rispetto del diritto allo studio di tutte le componenti della comunità scolastica, l’attività didattica proseguirà secondo l’orario in vigore in modalità DDI per tutte le classi dell’Istituto fino a mercoledì 3 febbraio p.v.”.

Troviamo scorretto questo modo di trattare un’azione di protesta che, dopo varie manifestazioni avvenute nei mesi passati, sfocia oggi in un’occupazione, che non è di per sé un’impresa leggera.

La decisione di portare la didattica tutta in modalità DDI, di fatto bypassa la protesta fisica degli studenti, spogliandola di senso. La didattica a distanza non è dunque più lo strumento d’emergenza per contenere la diffusione del virus, motivo per cui è stata introdotta, ma diventa uno strumento per svalutare l’incontro e la discussione su come risolvere la contestazione

Eccola la risposta dell’Albertelli: si autorizza l’occupazione e poi, ipocritamente, continuando l’attività didattica, si nega l’esistenza della protesta senza entrare nel merito delle questioni sollevate.

Usare poi come argomento la difesa del “diritto allo studio”, dopo che proprio il diritto allo studio è stato massacrato per mesi, suona pretestuoso se non sarcastico.

Il ricorso alla didattica digitale integrata è anche illegittimo: nessuno all’interno della singola scuola può disporre il passaggio dal 50% di didattica a distanza prevista dalla normativa oggi vigente (DPCM 14/01/21 Art. 1 co. 10 lett.s) al 100%.

Noi riconosciamo in questa situazione un pericolo per la scuola pubblica, un pericolo per lavoratori e studenti, un pericolo per le generazioni presenti e future.

Come genitori facciamo appello alle lavoratrici e ai lavoratori della scuola affinché non tengano lezioni a distanza nelle ore in cui l’orario scolastico prevede lezioni in presenza. Facciamo appello al Collegio Docenti affinché bocci la decisione di passare alla didattica a distanza durante l’occupazione.

Facciamo appello agli adulti affinché non ignorino i giovani, e ringraziamo i giovani per esserci, con la loro profondità, con il loro entusiasmo non ancora domato nonostante la solitudine di questi mesi, con le loro ingenuità e le loro contraddizioni, e soprattutto con la loro forza: incontrandosi sapranno uscire da sé, crescere e costruire un mondo speriamo migliore di quello che noi stiamo lasciando loro.

Genitori del Liceo Pilo Albertelli

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10/01/2020

Novembre, adagio l’occupazione, peggio la produzione industriale

A novembre, torna a salire leggermente l’occupazione nel paese, +41 mila nuove unità rispetto al mese precedente, merito soprattutto degli over50 e della classe tra i 25 e i 34 anni di età, aumenti peraltro quasi tutti appannaggio della componente femminile (+35 mila) rispetto a quella maschile, pressoché stabile.

A destare preoccupazione però sono soprattutto:
i) il calo tendenziale (anno su anno) del tasso di occupazione della fascia mediana della popolazione, 35-49 anni, quella più difficilmente ricollocabile per questioni di età (e dunque di formazione su nuovi ambiti) e di specializzazione acquisita (che rende più difficile accettare anche un eventuale contratto “al ribasso”, di per sé deprecabile);
ii) l’assenza di turnover tra giovani e anziani nel mercato del lavoro, fotografata dall’aumento del numero di occupati tra gli over50 (perché si va sempre più tardi in pensione, purtroppo anche con gravi conseguenze) e il tasso di disoccupazione dei giovanissimi, quelli con meno 25 anni eligibili per una posizione lavorativa, stabile al 28,6%, cifra che colloca l’Italia all’ultimo posto nei paesi dell’Eurozona.

Nota positiva è invece l’aumento sia congiunturale che tendenziale dei dipendenti permanenti rispetto a quelli a termine (a cui va aggiunto il calo degli autonomi). Tuttavia, qui giocano un ruolo fondamentale, da una parte, la precarizzazione generale del campo del Lavoro innescata dal Jobs Act e dal contratto a tutele crescenti (che di fatto mette in soffitta il concetto di “stabilità” come asse portante del rapporto lavorativo), e, dall’altra, i massicci bonus messi a disposizione dei “datori di lavoro” per stimolare l’occupazione, spesso sotto forma di sgravi o esoneri dei contributi da versare al lavoratore, o alla lavoratrice.

Se l’occupazione non ride (siamo sempre nelle retrovie nel confronto con tutta l’Ue, con i più alti tassi di “scoraggiati” e “inattivi”, ossia coloro che per un motivo o per l’altro hanno perso le speranze di trovare un lavoro e hanno perciò smesso perfino di cercalo, con gravissime conseguenze per questi soggetti sulle possibilità di integrazione e sviluppo sociale tout court), la produzione industriale piange, facendo registrare, a dispetto di un leggerissimo rimbalzo positivo dello 0,1% sul mese precedente, una flessione dello 0,7% nel trimestre settembre-novembre e di 0,6 punti percentuali su novembre dello scorso anno (calo tendenziale), confermando dunque il trend della deindustrializzazione che da tempo caratterizza il nostro paese (male manifattura per il nono mese consecutivo, tessile e, in maniera minore, beni intermedi e strumentali) con conseguenze pesanti in termini di diseguaglianze e destino del sistema-Italia, soprattutto per le fasce più in difficoltà della popolazione.

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