La strategia del Governo sembra puntare a rendere difficile e meno conveniente il pensionamento anticipato. Con il passare degli anni, essendo sempre più residuale la componente di spesa associabile al calcolo retributivo degli importi pensionistici (sistema misto)[1], il risparmio per le casse dello Stato è divenuto via via meno consistente.
Tutte le forme di pensionamento anticipato, difatti, comportano una riduzione della pensione in cambio della sua erogazione anticipata per alcuni anni. Se questa, con la scomparsa del calcolo retributivo degli importi, si va riducendo di per sé, la convenienza per lo Stato del pensionamento anticipato viene gradualmente meno.
E così il Governo ha deciso di renderlo meno oneroso per le casse pubbliche, modificandone i parametri d’accesso, calcolando l’importo degli anni di pensione anticipata interamente col sistema contributivo e abbassando, per di più, il limite di importo massimo consentito dell’assegno mensile (sì, perché non si può andare anticipatamente in pensione con importi troppo elevati).
I lavoratori iscritti alla Cassa pensione dipendenti enti locali, alla Cassa pensione sanitari, alla Cassa pensione insegnanti e alla Cassa pensione ufficiali giudiziari, invece, subiranno una modifica peggiorativa delle aliquote di calcolo della componente retributiva della pensione.
A perderci saranno principalmente le pensioni dei dirigenti, ma anche uno stipendio medio-basso come quello dell’impiegato degli enti locali lascerebbe sul campo oltre il 3%, che per redditi di questo tipo non è poco.
Politiche sul pensionamento anticipato
La prima e più diffusa forma di pensionamento anticipato è la Quota. Il D.L. 4/2019 introdusse la famosa “Quota 100”, che permetteva l’uscita dal lavoro al raggiungimento del totale di 100 (62 anni anagrafici e 38 di contributi). Con la Legge di Bilancio per il 2022 (L. 234/2021, art. 1, c. 87) Quota 100 diventò Quota 102 (64 anni e 38 di contributi).
Questa revisione consentì di eliminare il Fondo per il pensionamento anticipato (che aveva in dotazione oltre 8 miliardi di € per il 2022), al posto del quale ne venne creato uno per il sostegno ai pensionamenti anticipati dei dipendenti delle piccole e medie imprese in crisi (ma si trattava di soli 150 milioni di € per il 2022) (art. 1, cc. 88-89).
La Legge di Bilancio per il 2023 (L. 197/2022) ha istituito Quota 103 (62 anni e 41 di contributi). Per la prima volta è stato introdotto un tetto massimo sul valore nominale della pensione percepita (per i soli anni di anticipo, ovviamente), che non poteva essere superiore alle cinque volte l’assegno sociale [2] (art. 1, c. 283).
Per accedere al pensionamento anticipato, dunque, i percettori di pensioni lorde superiori ai 2.500 € dovrebbero accettare un’ulteriore decurtazione dell’importo.
“Ulteriore” perché, innalzando il limite ordinario per il pensionamento (Riforma Fornero) e poi stabilendo delle deroghe per riabbassarlo, quale ad esempio il meccanismo delle Quote, si ottiene già una riduzione degli importi pensionistici sulla base delle minori entrate contributive rispetto a quelle previste: se si va in pensione anticipata, infatti, si smette di versare i contributi.
Il risultato è che poi si matura una pensione ridotta quando fino a pochi anni prima, pensionandocisi con le stesse identiche annualità di lavoro, la si avrebbe avuta intera.
L’assegno pensionistico, infatti, si calcola moltiplicando il totale dei contributi versati (montante contributivo) per il numero di anni lavorati, e poi moltiplicando il risultato per un numero chiamato coefficiente di trasformazione [3].
Il totale sarà la pensione annua in €, che a quel punto andrà semplicemente divisa per le tredici mensilità (considerando la tredicesima) e ci darà la pensione mensile. Dunque, il meccanismo delle Quote si basa su di una vera e propria truffa ai danni del cittadino lavoratore.
Ma cosa cambierà d’ora in avanti? Gli importi subiranno ulteriori tagli. Innanzitutto, come detto si passerà all’eliminazione del sistema misto in favore di un calcolo interamente contributivo (prima riduzione dell’importo). Con la nuova norma in preparazione, inoltre, il Governo “concederà” la possibilità di accedere a Quota 103 continuando a lavorare. In tal caso il lavoratore potrà optare per il versamento in busta paga dei contributi previdenziali a proprio carico.
Ciò, però, comporterà un’altra decurtazione della pensione spettante al raggiungimento dell’età ordinaria prevista per il pensionamento (quando cioè si smette di usufruire del meccanismo della Quota) in ragione del minor montante contributivo maturato (seconda riduzione).
Uno sciacallaggio ai danni di quelle famiglie che, pur sapendo di andare incontro a pensioni più basse, scelgono di “pensionarsi anticipatamente” rimanendo a lavorare per quei pochi spicci in più, necessari per sbarcare il lunario e provare a venir fuori da uno stato di estrema necessità e disagio socio-economico.
Verrà poi abbassato il limite per i pensionamenti con Quota 103, ora di quattro volte l’assegno sociale. Il massimo percepibile, quindi, sarà di circa 1.750 € al mese (terza riduzione). Le finestre per il pensionamento diverranno più strette, passando dai 3 ai 7 mesi (settore privato) o dai 6 ai 9 (per il pubblico impiego). Dal 2024, infine, sarà istituita Quota 104 (63 anni di età + 41 anni di anzianità contributiva).
Un’altra forma di pensionamento anticipato è l’Anticipo Pensionistico (APE), che prevede l’erogazione di dodici mensilità (ma non la tredicesima) pari a una percentuale che varia dal 75 al 90% della pensione a cui si avrebbe diritto al momento dell’interruzione della carriera lavorativa.
Istituita dalla Legge di Bilancio per il 2017 (L. 232/2016), consiste in un prestito statale che viene poi restituito, nell’arco di 20 anni, tramite detrazioni sui futuri importi pensionistici erogati dall’età “ufficialmente” prevista per il pensionamento dell’interessato.
In parole povere, la pensione cui il lavoratore potrà avere diritto viene spalmata anticipatamente su alcuni anni, consentendo di smettere di lavorare fino a 3 anni e 7 mesi prima (a patto che si abbia un’età minima di 63 anni, almeno 20 annualità di lavoro e il diritto a una pensione equivalente ad almeno 1,4 volte l’assegno sociale), e poi recuperata dopo.
È prevista obbligatoriamente la stipula di un’assicurazione per morte prematura (art. 1, cc. 166 e 167), in relazione alla quale, oltre ai premi assicurativi, il lavoratore paga anche gli interessi sul finanziamento. Questi si calcolano dal momento di ricezione del primo assegno APE a quello in cui l’INPS se lo riprende a rate prelevandolo dalla pensione ordinaria.
In funzione di parziale recupero di tali spese extra viene prevista una riduzione massima del 50% della tassazione relativa a 1/20 dei premi assicurativi e degli interessi, ma è poca cosa.
Questa tipologia di APE è chiamata APE volontaria e non è più possibile accedervi, per quanto vi siano ancora molti che ne usufruiscono. Esiste una seconda forma di APE, tuttora in vigore, prevista per alcune categorie svantaggiate: l’APE sociale. Destinata a disoccupati con una lunga carriera lavorativa alle spalle, a persone che assistono familiari disabili, agli invalidi civili e a chi svolge da anni lavori particolarmente gravosi, l’APE sociale prevede un assegno massimo di circa 1.200 €, non rivalutabili sull’inflazione.
Non funziona come l’APE volontaria: si tratta di un semplice quanto limitato sussidio economico erogato direttamente dallo Stato (fino al raggiungimento di un tetto massimo di spesa) al lavoratore in stato di particolare difficoltà. Come tutte le forme di pensionamento anticipato comporta una riduzione del futuro assegno ordinario di pensione, in virtù dell’interruzione dei versamenti contributivi.
Il Governo ha deciso di innalzare il requisito minimo di età, portandolo dai 63 anni ai 63 e 5 mesi, e ha reso il sussidio cumulabile con altri redditi da lavoro, consapevole del fatto che, nonostante l’importo basso, spesso i destinatari della misura non riusciranno ad accedere a lavori stabili e a tempo pieno, per via dell’età e delle particolari criticità socio-economiche, ma solo arrotondare con qualche lavoretto.
Non è un caso che il tetto di guadagno extra sia stato previsto solamente per il lavoro autonomo (nella misura di 5.000 € l’anno).
La terza forma di pensionamento anticipato è la cosiddetta “Opzione Donna”, riservata chiaramente alle lavoratrici. Nel 2004 (L. 243/2004) si stabilì che i 40 anni di contributi necessari per il pensionamento sarebbero stati richiesti a partire dal 2008, anziché dal 2004 come precedentemente previsto. Lo slittamento era stato giudicato doveroso in quanto prima di allora si richiedevano solo 35 anni (L. 449/1997).
Sempre con la legge del 2004 si volle prevedere un’ulteriore possibilità di pensionamento, disponibile dal 01/07/2009, che fosse alternativa al raggiungimento dei 40 anni lavorati: ci si poteva pensionare anche con 61 anni di età e 36 di contributi, oppure 62 e 35, e così via, purché la somma dei due numeri desse 974. Col senno di poi si può dire che in tale maniera si incominciò ad aumentare l’età anagrafica utile per l’accesso alla pensione, tentando di abituarvi la popolazione.
Cosa c’entra tutto questo? Sempre con la L. 243/2004 venne prevista una terza via, aperta alle sole lavoratrici, consistente nella possibilità di andare in pensione a 57 anni (come prevedeva la vecchia norma) ma al prezzo di un considerevole taglio sull’assegno, causato dall’integrale applicazione del calcolo contributivo (art. 1, c. 9). Nasceva, così, Opzione Donna.
Il Governo attuale aveva già limitato la platea delle beneficiarie durante lo scorso anno e questa volta ha deciso di innalzare l’età minima di accesso (da 60 a 61 anni, con 35 di contributi).
Rimane un’ultima forma di pensionamento anticipato: la pensione anticipata contributiva. Questa prevedeva un minimo di 64 anni di età e 20 di contributi, oltre a un livello minimo lordo di 2,8 volte l’assegno sociale, a patto che si andasse in pensione col sistema contributivo (non con quello misto).
Il limite sull’assegno imponeva ai lavoratori più poveri di rimanere a lavoro per più tempo, anche oltre i 64 anni + 20, per superare tale soglia, e consentiva allo Stato di ridurre la massa delle pensioni anticipate che, come detto, convengono sempre meno. Su tutto ciò, il Governo ha peggiorato sensibilmente la situazione:
– i 20 anni di contributi sono stati agganciati alla dinamica della speranza di vita, ancora in ripresa dopo il calo del Covid: «I livelli di sopravvivenza del 2022 risultano ancora sotto quelli del periodo pre-pandemico, registrando valori di 6 mesi inferiori nei confronti del 2019, sia tra gli uomini che tra le donne»[5]. La diminuzione della speranza di vita dovuta al Covid non aveva fatto calare né i 20 anni di contributi necessari per questa forma di pensionamento, né tantomeno l’età pensionabile in generale, in virtù di alcune disposizioni che bloccavano gli adeguamenti a una speranza di vita non più certamente in ascesa[6]. Meloni, dunque, ha pensato bene di considerare solo la fase di ripresa della speranza di vita, truffando così la popolazione per l’ennesima volta;
– il livello minimo lordo di 2,8 volte l’assegno sociale viene aumentato a 3, mentre rimane a 2,8 per le donne con un figlio e scende a 2,6 per quelle che ne hanno più di uno (sancendo comunque, complessivamente, un netto risparmio per le casse statali, dato che di pensionamenti a 63 anni con due figli a carico non ve ne sono certo molti...);
– viene istituito un limite massimo dell’importo pensionistico, pari a cinque volte l’assegno sociale;
– viene introdotta una finestra di tre mesi di attesa per l’accesso al trattamento.
Politiche sul lavoro giovanile
Lo diciamo subito: chi pensava che il governo di destra avrebbe favorito i lavoratori precoci (coloro che presentano contributi prima del diciannovesimo anno di età) dovrà ricredersi, poiché le norme in proposito restano invariate. Evidentemente la propaganda delle forze di Governo serviva più che altro a indirizzare l’intera manovra verso un generale contenimento dei costi.
L’altro fronte è quello del riscatto dei titoli di studio. Generalmente conseguiti da giovani, questi possono essere convertiti (“riscattati”) in anni di contribuzione lavorativa (fin dal lontano 1974, D. L. 30/1974), validi ai fini del calcolo dei requisiti pensionistici, in quanto l’impegno per la formazione viene riconosciuto come impegno a fini lavorativi a prescindere dalla professione effettivamente svolta negli anni a seguire.
Il riscatto di lauree e dottorati avviene diversamente in base alle date in cui sono stati conseguiti: se al conseguimento del titolo era vigente il sistema retributivo il costo del riscatto va calcolato mediante l’applicazione di alcuni coefficienti stabiliti per legge (rapportati a vari parametri, come l’età anagrafica); se già vigeva il contributivo, invece, si applica semplicemente l’aliquota di contribuzione complessiva (circa il 33% dello stipendio lordo) alla retribuzione salariale lorda dell’ultimo anno di lavoro, ottenendo il costo del riscatto di un anno di studi.
Anche qui, nell’ottica di rendere complessivamente meno onerosa l’esistenza di lavoratori prossimi ad andare in pensione col sistema misto (lo ricordiamo: retributivo per le annualità lavorate fino al 1995 e contributivo per le successive), il Governo ha deciso di aumentare i coefficienti per il riscatto dei titoli conseguiti quando era in vigore il retributivo.
Una norma decisamente iniqua, perché coloro che hanno riscattato la laurea 25 o 30 anni fa, subito dopo avere conseguito il titolo, si trovano ora in una situazione di maggior favore rispetto a chi (a parità di anni anagrafici e contributivi) non aveva operato questa scelta, non avendo magari i soldi per farlo.
Ma con questo Governo nessuno può dormire sonni tranquilli: quanti hanno riscattato il titolo di studio prima di una certa data, quando ancora vigeva il sistema retributivo, avranno un coefficiente di calcolo atto proprio a ridimensionare il peso economico di tale riscatto.
In parole povere, si darà vita a un procedimento di calcolo svantaggioso rispetto a oggi, cosicché gli anni già riscattati contribuiranno in minor misura ad accrescere l’importo della pensione cui si avrà diritto. È del tutto evidente, perciò, che se da una parte i nuovi coefficienti sono stati pensati per rendere oneroso il riscatto e così allungare gli anni lavorativi, dall’altra si aumenterà la cifra necessaria ai riscatti non ancora effettuati.
Argomento per certi versi simile è quello del riscatto dei vuoti contributivi. La possibilità di coprire a proprie spese i versamenti contributivi di periodi durante i quali non si stava lavorando era stata introdotta dal D. L. 4/2019, art. 20, a nostro parere nel tentativo di limitare il buco di bilancio causato dalla sempre maggior diffusione di contratti precari (a tempo parziale, a scadenza, saltuari e stagionali), che lasciano disoccupate per alcuni periodi centinaia di migliaia di persone.
Tale disposizione aveva validità fino al 2021 ed è stata “ripescata” dall’attuale Governo, con modifiche peggiorative.
Non sarà più possibile riscattare periodi di inattività lavorativa durante i quali era vigente il sistema retributivo; chi aveva già riscattato degli anni sulla base della legge del 2019, inoltre, si vedrà annullato il provvedimento e restituiti i contributi versati, generalmente al prezzo di grossi sacrifici.
Un’attitudine alla retroattività delle norme, questa del Governo, molto pericolosa per la tenuta del sistema democratico rappresentativo.
Non vorremmo che la guerra contro i lavoratori che hanno diritto al sistema misto diventi per un po’ un banco di prova per istituire nuove restrizioni democratiche nel prossimo futuro, mediante leggi che non annullano solamente le disposizioni precedenti, cosa che è nell’ordine naturale delle cose, ma anche i loro effetti.
Anche in questo caso il totale dei contributi da versare per ottenere il riscatto corrisponderà al 33% degli ultimi 12 mesi di stipendio, anziché a quelli immediatamente successivi agli anni di inattività (o a un loro parziale ricalcolo). Visto il costo piuttosto oneroso che ne consegue, il Governo prevede la possibilità di rateizzare l’importo (massimo 120 rate per minimo 30 € a rata).
Ulteriori modifiche peggiorative sono poste dal limite massimo di 5 anni riscattabili e dal fatto che il riscatto non sarà più deducibile al 50% ma solo detraibile, ossia: lo sconto fiscale sarà sul reddito da dichiarare, anziché sull’imposta.
Ciò costituirà un piccolo vantaggio per chi ha scelto di affidarsi ad assicurazioni e previdenza private, che già consentono detrazioni sul reddito, ovvero un incentivo, per tutti gli altri, a imboccare quella stessa via.
Un’ultima piccola nota: nel settore privato, sia per il riscatto dei titoli di studio che per quello dei vuoti contributivi è possibile far reperire la quota da versare attingendo da eventuali premi di produttività conseguiti dal dipendente, al fine di ottenere uno sconto fiscale (sia per l’azienda che per il dipendente). Ed è proprio degli incentivi (alias “ricatti”) alla produttività sul posto di lavoro che dobbiamo, ahinoi, ancora parlare.
Politiche sulla produttività del lavoratore
La manovra rinnoverà lo sconto del 5% sulla tassazione dei premi erogati dalle aziende private (e dalle cosiddette “pubbliche economiche”, ossia pubbliche ma non facenti parte in senso stretto dell’apparato amministrativo statale) in favore di dipendenti con reddito fino agli 80.000 €.
A essere agevolati non saranno indiscriminatamente tutti i premi aziendali ma solo quelli per la produttività (che presentino, cioè, «ammontare variabile e corresponsione legata a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione»[7] e siano subordinati al raggiungimento di un obiettivo prefissato dall’azienda e misurabile tramite indicatori numerici).
Infine, sarà necessario che tali premi facciano parte di accordi stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative[8], determinando di fatto l’esclusione di tutti quelli ottenuti al prezzo di faticose vertenze condotte col sindacalismo di base o autonomo.
Tali accordi potranno prevedere la possibilità di erogare i premi sotto forma di pacchetti di welfare aziendale. In questo caso al lavoratore andrà l’equivalente dell’importo lordo del premio. Il guadagno, però, più che nelle tasche di questo finirà in quelle dell’azienda, che potrà risparmiare sui costi e, volendo, anche “mangiarsi” il lordo tramite contratti per la fornitura di welfare, stipulati con aziende esterne, appositamente gonfiati.
Ma come funziona il welfare aziendale?
Si tratta di un insieme di beni e servizi che l’azienda mette a disposizione dei propri dipendenti, stipulando accordi con soggetti terzi. In cambio riceve degli sgravi fiscali dallo Stato, che in questo modo partecipa ai costi con la finanza pubblica.
Le aziende ci guadagnano soprattutto a livello di produttività; innanzitutto perché un robusto welfare aziendale in alcuni settori lavorativi può contribuire a migliorare la percezione del benessere e ad aumentare, per conseguenza, il tasso di produttività, ma poi soprattutto perché è possibile corrispondere una parte dei benefit al raggiungimento di determinati livelli di produttività.
Fra i beni e i servizi erogabili troviamo: concessioni di sussidi; borse di studio; contributi per attività culturali, ricreative, con finalità sociali; agevolazioni per prestiti e mutui edilizi; polizze sanitarie integrative; stipula di convenzioni per asili nido e scuole per l’infanzia; polizze sanitarie e spese mediche; previdenza complementare; buoni-acquisto per viaggi, carburante, per fare la spesa e via dicendo...
Novità della manovra sarà la possibilità di includere il rimborso delle spese per l’affitto della prima casa, per gli interessi del mutuo sulla prima casa o per le utenze domestiche (in vigore dal 2022). La soglia massima di esenzione annua è di 1.000 €, 2.000 se con figli a carico.
A ben vedere, quella del welfare sul lavoro è una politica perversa, perché tende sempre di più a subordinare la soddisfazione dei principali bisogni di vita alla volontà dell’azienda. In questo modo lo Stato ottiene uno sgravio di responsabilità nei confronti del cittadino lavoratore e diventa più agevolmente in grado di depotenziare lo Stato sociale e la previdenza pubblica.
Per finire, la manovra intende mantenere il “bonus Maroni”, destinato a chi opta per la prosecuzione del lavoro pur avendo raggiunto i requisiti per il pensionamento. Si tratta di un versamento extra in busta paga da parte dello Stato, pari ai contributi da versare (9,19%).
Una misura che si appiglia alle difficoltà economiche e materiali dei lavoratori anziani o dei loro cari, per convincerli a rinunciare anche alla propria vecchiaia. Un beneficio che, in fondo, risulta conveniente solo per chi è dirigente, percepisce uno stipendio alto e vuole rimanere al lavoro.
Quest’anno, tra l’altro, risulterebbe vantaggioso «solo per i lavoratori che sono esclusi dalla applicazione del cuneo fiscale (oltre 35mila euro annui)»[9]. Dirigenti, per l’appunto.
Conclusioni
Il Governo sembra intenzionato a battere la strada della riduzione del costo delle pensioni, anziché quella della riduzione del numero di pensioni da erogare (raggiungibile tramite politiche che puntino decisamente sull’aumento dell’età pensionabile).
Per come si sono delineati, anche gli interventi sulle forme di pensionamento anticipato sembrano principalmente orientati alla riduzione dei costi di quelle pensioni, che al loro posticipo (per quanto ovviamente le due cose siano legate).
L’accento sulla produttività può avere invece un significato strategico ed essere legato agli investimenti produttivi previsti dal PNRR. Un aumento della produttività significa una riduzione del costo del lavoro e, pertanto, fa il paio con tali investimenti, rafforzandone gli effetti di implementazione economico-produttiva.
Note
1) La Riforma Dini (L. 335/1995) sancì il passaggio a un nuovo modello di calcolo della pensione: anziché basarsi sul livello dei salari percepiti (metodo retributivo), il calcolo avrebbe dovuto essere fatto sull’ammontare dei contributi versati (metodo contributivo). Fra i due, il retributivo è nettamente il più favorevole per i lavoratori e consente pertanto una pensione più alta. Di conseguenza, a coloro che al ‘95 avessero già lavorato degli anni veniva concesso che tali specifiche annualità avrebbero contribuito a stabilire l’importo della pensione su base retributiva, pur passando anch’essi al contributivo per gli anni a venire (metodo misto). Il sistema contributivo venne fatto passare per una scelta obbligata dettata da condizioni economiche emergenziali, ma in realtà era già stato pensato e introdotto per gli autonomi anni addietro (L. 233/1990), prima ancora della Riforma Amato del ’92. Ciò è indice della profonda insincerità di un ceto politico che, senza dirlo, aveva già in testa la completa dismissione del saldo sistema di tutela sociale pensionistica ereditato dal ‘900.
2) Nel 2023 l’assegno sociale corrisponde a 503,27 €/mese.
3) I coefficienti variano in base all’età in cui ci si pensiona, aumentando progressivamente. Negli ultimi trent’anni c’è stata un’altalenante tendenza alla diminuzione dei coefficienti previsti per tutte le età fino ai 68, preservando a mo’ di premio i pensionamenti avvenuti nella piena anzianità. L’attuale Governo ha operato dei lievi incrementi, che per ordine di grandezza non si discostano da quelli di tutti gli altri esecutivi e che, pure, premiano le età di pensionamento estremamente elevate (v. Decreto Ministeriale del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 01/12/2022).
4) Per inciso, è qui che compare per la prima volta la nozione giuridica della “quota”. Salvini l’ha semplicemente “recuperata”, rimodulandola in senso peggiorativo (da “quota 97” a Quota 100). L’espressione “opzione donna”, invece, ha avuto origine nella propaganda mediatica e solo successivamente è entrata nei testi di legge. Alla luce di quanto esplicitato in questo documento sono palesi le differenze tra enunciazioni di principio e dichiarazioni rese dal Governo, da un lato, e la loro pratica realizzazione nella manovra di Bilancio, dall’altro. Al posto di un’opzione vantaggiosa per le donne e per i lavoratori anziani traspare una volontà politica in linea con le richieste dell’agenzie di rating e della BCE.
5) Società Italiana di Reumatologia: ISTAT: speranza di vita in crescita per gli uomini e stabile per le donne, 07/04/2023.
6) Forniamo i principali riferimenti normativi: D. L. 201/2011, art. 24, comma 1 (adeguamento biennale, anziché annuale, della speranza di vita); L. 205/2017, Art. 1, comma 146, lett. “b” (scelta degli anni di riferimento rispetto a cui considerare l’incremento della speranza di vita, individuati non in quelli immediatamente precedenti all’anno corrente); Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 27/10/2021 (annullamento della riduzione di tre mesi dell’età pensionabile).
7) Giampiero Falasca: Premi con tassazione al 5% estesa anche al 2024. In “ilSole24Ore”, Focus Norme&Tributi, p. 6, 10/11/2023.
8) Si tratta di una nozione giuridica, introdotta a partire dalla L. 549/1995, che determina l’esclusione di tutti i sindacati “minori”. La precedente nozione di sindacato “maggiormente rappresentativo” consentiva di includere tutte le organizzazioni che presentassero i requisiti minimi di estensione organizzativa sul territorio nazionale, partecipazione alle contrattazioni, diffusione sui posti di lavoro, ecc., indipendentemente dalla compresenza di sindacati più grandi. La modifica sembra adatta a scongiurare l’inclusione di accordi non funzionali ad accrescere utili aziendali e produttività.
9) Maria Carla De Cesari: Opzione donna c’è ancora ma l’età minima sale a 61 anni. In “ilSole24Ore”, Focus Norme&Tributi, p. 12, 10/11/2023.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta APE sociale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta APE sociale. Mostra tutti i post
26/11/2023
01/10/2021
Il miele amaro dell’APE
Mancano solo tre mesi al 31 dicembre,
eppure il Governo ancora non ha stabilito quale sarà il destino dei
pensionati italiani dal 2022, ovvero quando la breve parentesi triennale
di quota 100 andrà ad estinguersi.
Le decine di ipotesi vagliate nei mesi scorsi per porre un argine al cosiddetto ‘scalone Fornero’ sono state via via accantonate ed altre sono emerse nel dibattito. Ricordiamo che con quota 100 è stato possibile, dal 2019 al 2021, accedere alla pensione con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. Come abbiamo avuto modo di spiegare nel dettaglio, questa misura era di per sé assolutamente insufficiente e foriera di pensioni spesso da fame, a causa dell’effetto combinato del sistema contributivo e di stipendi e salari stagnanti da anni. Le cose possono, però, andare peggio. Con il ritorno alla legge Fornero a regime, i lavoratori potranno infatti andare in pensione per vecchiaia a 67 anni (e almeno 20 anni di contributi), oppure tramite la pensione anticipata (evoluzione più restrittiva della storica pensione di anzianità) con almeno 42 anni e 10 mesi di carriera per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, senza requisiti anagrafici.
Al momento sembrano definitivamente messe in soffitta le velleità di creare nuove quote meno generose di quota 100 come quota 102, che avrebbero riprodotto la stessa logica di quota 100 ma con un’asticella di età anagrafica e-o contributiva più alta. Ipotesi giudicata troppo costosa dal governo e dall’INPS.
Del resto, la pressione per un ritorno alla ‘normalità’ pre-quota 100 si è fatta sempre più forte ed è risuonata dalle solite campane specializzate nel quotidiano terrorismo sulla presunta insostenibilità della spesa sociale italiana. L’ineffabile OCSE, nel suo recentissimo rapporto economico sull’Italia, lo ha scritto a chiare lettere riaffermando in serie tutti i luoghi comuni che costituiscono l’armamentario ideologico stantio del pensiero liberista in tema di pensioni: occorre “riformare necessariamente la spesa pubblica e la politica fiscale al fine di integrare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Attualmente, la spesa legata alle pensioni toglie spazio agli investimenti nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella formazione, penalizzando i giovani, molti dei quali sono disoccupati e a rischio di povertà”.
L’OCSE può dormire sonni tranquilli: l’uso dei fondi europei del Recovery Plan è esplicitamente vincolato ad una serie di condizioni capestro particolarmente stringenti, non ultime quelle che richiedono a gran voce di ridurre la spesa pensionistica. L’Italia si è, infatti, già impegnata ad “Attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica”, come si può leggere alle pagine 28 e 29 del PNRR, il documento che esplicita gli adempimenti che il nostro Paese si accinge a compiere per dimostrarsi meritevole di fiducia da parte delle istituzioni europee.
Se il sogno della Commissione Europea, dell’OCSE e del governo italiano sarebbe un ritorno duro e puro alla spietata Legge Fornero, è tuttavia evidente che l’impatto sociale dello scalone sarebbe talmente devastante da spingere parte del governo verso una soluzione negoziata di maggior gradualità.
Esclusa la scappatoia delle varie quote, si parla in questi giorni, come alternativa, di un allargamento sostanziale dell’APE sociale, da estendere ad un’ampia platea di lavori usuranti. L’APE sociale è stata introdotta dalla legge di stabilità 2017 (Legge 232-2016) e poi prorogata di anno in anno fino ad oggi, in attesa di un’ulteriore proroga. Si tratta di un anticipo pensionistico consistente in un’indennità corrisposta a partire dai 63 anni (e con almeno 36 anni di contributi) fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia o dei requisiti per la pensione anticipata. L’importo dell’indennità è pari all’entità della pensione calcolata al momento dell’accesso all’APE, se la rata pensionistica a quella data è inferiore a 1500 euro, oppure pari a 1500 euro se il calcolo della pensione risulta pari o superiore a quella soglia, facendo quindi pagare a caro prezzo l’uscita anticipata.
In sostanza, quindi, si tratta di un anticipo pensionistico con importo della pensione limitato ad un massimo di 1500 euro al mese e ristretto alla categoria dei lavori cosiddetti usuranti. Attualmente, nel novero di questi ultimi rientrano 15 tipologie di lavoro tra cui: operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici; conduttori di gru o di macchinari mobili; conciatori di pelli e di pellicce; conduttori di convogli ferroviari; conduttori di mezzi pesanti e camion; personale delle professioni sanitarie; addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza; insegnanti della scuola dell’infanzia e educatori degli asili nido; facchini, addetti allo spostamento merci e assimilati; personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia; operatori ecologici; operai dell’agricoltura; pescatori. Il governo sta lavorando all’individuazione di nuove categorie tra cui: bidelli; insegnanti di scuole elementari; tassisti; falegnami; conducenti di autobus e tranvieri; benzinai; commessi e cassieri magazzinieri, portantini e molte altre.
Per quanto l’aggiunta di categorie variegate (si parla addirittura di 207 nuove micro-categorie) possa essere ampia, si tratterebbe in ogni caso di una parte limitata dei lavoratori in via di pensionamento. Il numero medio di aventi diritto all’APE sociale dal 2017 ad oggi è stato di circa 35.000 unità all’anno, a fronte di un numero medio di nuove pensioni erogate ogni anno di 500.000: neanche l’8% del totale. È poco verosimile pensare che l’ampliamento possa includere una percentuale davvero consistente dei nuovi pensionati. Una parte maggioritaria dei lavori, ovvero tutti quelli considerati “non usuranti”, resterebbe quindi vittima dello scalone Fornero.
D’altro canto, al di là dei numeri specifici che ancora non è dato conoscere, ciò che va messo in discussione a priori è la logica sottesa al provvedimento immaginato. Ad una misura come quota 100, già di per sé del tutto insufficiente, parziale e non certo risolutiva dei problemi previdenziali dei lavoratori italiani, se ne sostituisce un’altra che si porta dietro le stesse identiche incongruenze e incompletezze di quota 100, ma limitata solo a coloro che si considerano meritevoli di un riposo anticipato per la maggior durezza della carriera lavorativa.
Ora, se è evidente che i lavori usuranti meritano una particolare considerazione sociale e tutela sotto molteplici punti di vista, non si capisce perché un qualsiasi altro lavoro svolto per 8-9-10 e più ore al giorno, a ritmi spesso estremamente stressanti e con paghe da fame per 35 o più anni non debba meritare l’agognato riposo dopo una lunghissima carriera. Ciò che va messo in radicale discussione, a ben vedere, è proprio l’idea portante che fa da base concettuale all’impianto del nostro sistema pensionistico, ossia l’idea che una maggior durata della vita debba necessariamente risolversi in un aumento del numero di anni di lavoro. Si tratta di un automatismo rafforzato e infine cristallizzato in via definitiva dalla legge Tremonti-Sacconi del 2010. Una costrizione paradossale tanto più in un sistema contributivo, in cui la pensione diminuisce al crescere del numero di anni su cui viene spalmata ed ogni anticipo pensionistico è in quanto tale penalizzato con la decurtazione dell’assegno mensile. Dietro a questo schema punitivo, naturalmente, si situa l’idea secondo cui, in un sistema economico dotato di risorse scarse, con un tasso di disoccupazione e sottoccupazione preso come dato immodificabile e “naturale”, non è possibile ampliare l’ammontare di risorse economiche da destinare alla popolazione anziana ed occorre cercare di risparmiare oggi quante più risorse possibili per non toglierle ai giovani precari già penalizzati dalla crisi economica.
In questo paradigma concettuale, se proprio debbono esservi casi che prevedano un anticipo pensionistico rispetto alla norma, ciò deve necessariamente rappresentare un’eccezione ad una regola generale e deve comunque risolversi in un danno economico per il pensionato, proprio quel danno implicito nel calcolo contributivo che fa diminuire la pensione nel momento in cui viene anticipata la sua erogazione.
In questo senso l’allargamento dell’APE sociale come surrogato di quota 100 va letta come una falsa soluzione doppiamente involutiva: in primo luogo, non risolve in alcun modo i nodi fondamentali del nostro sistema previdenziale, che consistono nella drammatica inadeguatezza del livello delle pensioni in un mondo di bassi salari e precarietà delle carriere. Un problema drammatico che quota 100 non scalfiva in alcun modo e che l’attuale proposta egualmente non scalfirebbe; in secondo luogo, restringendo drasticamente la platea degli aventi diritto derubrica l’opzione dell’anticipo pensionistico ad una via di fuga residuale soltanto per una platea ristretta, ribadendo così con forza quella che, per chi decide le sorti della politica economica e sociale del Paese, deve tornare ad essere la regola generale: pensioni sempre più lontane nell’arco della vita e sempre più ridotte nell’importo economico.
A queste soluzioni tampone bisogna opporre la generale rivisitazione del sistema previdenziale, basata su due capisaldi molto semplici: la garanzia di un livello dignitoso della pensione attesa per tutti i lavoratori e un’ampia flessibilità in uscita senza nessuna penalizzazione, né implicita né esplicita. Per farlo occorre naturalmente un ripensamento generale della logica del sistema contributivo, che non può che essere contestuale alla battaglia per la piena e buona occupazione.
Le decine di ipotesi vagliate nei mesi scorsi per porre un argine al cosiddetto ‘scalone Fornero’ sono state via via accantonate ed altre sono emerse nel dibattito. Ricordiamo che con quota 100 è stato possibile, dal 2019 al 2021, accedere alla pensione con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. Come abbiamo avuto modo di spiegare nel dettaglio, questa misura era di per sé assolutamente insufficiente e foriera di pensioni spesso da fame, a causa dell’effetto combinato del sistema contributivo e di stipendi e salari stagnanti da anni. Le cose possono, però, andare peggio. Con il ritorno alla legge Fornero a regime, i lavoratori potranno infatti andare in pensione per vecchiaia a 67 anni (e almeno 20 anni di contributi), oppure tramite la pensione anticipata (evoluzione più restrittiva della storica pensione di anzianità) con almeno 42 anni e 10 mesi di carriera per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, senza requisiti anagrafici.
Al momento sembrano definitivamente messe in soffitta le velleità di creare nuove quote meno generose di quota 100 come quota 102, che avrebbero riprodotto la stessa logica di quota 100 ma con un’asticella di età anagrafica e-o contributiva più alta. Ipotesi giudicata troppo costosa dal governo e dall’INPS.
Del resto, la pressione per un ritorno alla ‘normalità’ pre-quota 100 si è fatta sempre più forte ed è risuonata dalle solite campane specializzate nel quotidiano terrorismo sulla presunta insostenibilità della spesa sociale italiana. L’ineffabile OCSE, nel suo recentissimo rapporto economico sull’Italia, lo ha scritto a chiare lettere riaffermando in serie tutti i luoghi comuni che costituiscono l’armamentario ideologico stantio del pensiero liberista in tema di pensioni: occorre “riformare necessariamente la spesa pubblica e la politica fiscale al fine di integrare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Attualmente, la spesa legata alle pensioni toglie spazio agli investimenti nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella formazione, penalizzando i giovani, molti dei quali sono disoccupati e a rischio di povertà”.
L’OCSE può dormire sonni tranquilli: l’uso dei fondi europei del Recovery Plan è esplicitamente vincolato ad una serie di condizioni capestro particolarmente stringenti, non ultime quelle che richiedono a gran voce di ridurre la spesa pensionistica. L’Italia si è, infatti, già impegnata ad “Attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica”, come si può leggere alle pagine 28 e 29 del PNRR, il documento che esplicita gli adempimenti che il nostro Paese si accinge a compiere per dimostrarsi meritevole di fiducia da parte delle istituzioni europee.
Se il sogno della Commissione Europea, dell’OCSE e del governo italiano sarebbe un ritorno duro e puro alla spietata Legge Fornero, è tuttavia evidente che l’impatto sociale dello scalone sarebbe talmente devastante da spingere parte del governo verso una soluzione negoziata di maggior gradualità.
Esclusa la scappatoia delle varie quote, si parla in questi giorni, come alternativa, di un allargamento sostanziale dell’APE sociale, da estendere ad un’ampia platea di lavori usuranti. L’APE sociale è stata introdotta dalla legge di stabilità 2017 (Legge 232-2016) e poi prorogata di anno in anno fino ad oggi, in attesa di un’ulteriore proroga. Si tratta di un anticipo pensionistico consistente in un’indennità corrisposta a partire dai 63 anni (e con almeno 36 anni di contributi) fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia o dei requisiti per la pensione anticipata. L’importo dell’indennità è pari all’entità della pensione calcolata al momento dell’accesso all’APE, se la rata pensionistica a quella data è inferiore a 1500 euro, oppure pari a 1500 euro se il calcolo della pensione risulta pari o superiore a quella soglia, facendo quindi pagare a caro prezzo l’uscita anticipata.
In sostanza, quindi, si tratta di un anticipo pensionistico con importo della pensione limitato ad un massimo di 1500 euro al mese e ristretto alla categoria dei lavori cosiddetti usuranti. Attualmente, nel novero di questi ultimi rientrano 15 tipologie di lavoro tra cui: operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici; conduttori di gru o di macchinari mobili; conciatori di pelli e di pellicce; conduttori di convogli ferroviari; conduttori di mezzi pesanti e camion; personale delle professioni sanitarie; addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza; insegnanti della scuola dell’infanzia e educatori degli asili nido; facchini, addetti allo spostamento merci e assimilati; personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia; operatori ecologici; operai dell’agricoltura; pescatori. Il governo sta lavorando all’individuazione di nuove categorie tra cui: bidelli; insegnanti di scuole elementari; tassisti; falegnami; conducenti di autobus e tranvieri; benzinai; commessi e cassieri magazzinieri, portantini e molte altre.
Per quanto l’aggiunta di categorie variegate (si parla addirittura di 207 nuove micro-categorie) possa essere ampia, si tratterebbe in ogni caso di una parte limitata dei lavoratori in via di pensionamento. Il numero medio di aventi diritto all’APE sociale dal 2017 ad oggi è stato di circa 35.000 unità all’anno, a fronte di un numero medio di nuove pensioni erogate ogni anno di 500.000: neanche l’8% del totale. È poco verosimile pensare che l’ampliamento possa includere una percentuale davvero consistente dei nuovi pensionati. Una parte maggioritaria dei lavori, ovvero tutti quelli considerati “non usuranti”, resterebbe quindi vittima dello scalone Fornero.
D’altro canto, al di là dei numeri specifici che ancora non è dato conoscere, ciò che va messo in discussione a priori è la logica sottesa al provvedimento immaginato. Ad una misura come quota 100, già di per sé del tutto insufficiente, parziale e non certo risolutiva dei problemi previdenziali dei lavoratori italiani, se ne sostituisce un’altra che si porta dietro le stesse identiche incongruenze e incompletezze di quota 100, ma limitata solo a coloro che si considerano meritevoli di un riposo anticipato per la maggior durezza della carriera lavorativa.
Ora, se è evidente che i lavori usuranti meritano una particolare considerazione sociale e tutela sotto molteplici punti di vista, non si capisce perché un qualsiasi altro lavoro svolto per 8-9-10 e più ore al giorno, a ritmi spesso estremamente stressanti e con paghe da fame per 35 o più anni non debba meritare l’agognato riposo dopo una lunghissima carriera. Ciò che va messo in radicale discussione, a ben vedere, è proprio l’idea portante che fa da base concettuale all’impianto del nostro sistema pensionistico, ossia l’idea che una maggior durata della vita debba necessariamente risolversi in un aumento del numero di anni di lavoro. Si tratta di un automatismo rafforzato e infine cristallizzato in via definitiva dalla legge Tremonti-Sacconi del 2010. Una costrizione paradossale tanto più in un sistema contributivo, in cui la pensione diminuisce al crescere del numero di anni su cui viene spalmata ed ogni anticipo pensionistico è in quanto tale penalizzato con la decurtazione dell’assegno mensile. Dietro a questo schema punitivo, naturalmente, si situa l’idea secondo cui, in un sistema economico dotato di risorse scarse, con un tasso di disoccupazione e sottoccupazione preso come dato immodificabile e “naturale”, non è possibile ampliare l’ammontare di risorse economiche da destinare alla popolazione anziana ed occorre cercare di risparmiare oggi quante più risorse possibili per non toglierle ai giovani precari già penalizzati dalla crisi economica.
In questo paradigma concettuale, se proprio debbono esservi casi che prevedano un anticipo pensionistico rispetto alla norma, ciò deve necessariamente rappresentare un’eccezione ad una regola generale e deve comunque risolversi in un danno economico per il pensionato, proprio quel danno implicito nel calcolo contributivo che fa diminuire la pensione nel momento in cui viene anticipata la sua erogazione.
In questo senso l’allargamento dell’APE sociale come surrogato di quota 100 va letta come una falsa soluzione doppiamente involutiva: in primo luogo, non risolve in alcun modo i nodi fondamentali del nostro sistema previdenziale, che consistono nella drammatica inadeguatezza del livello delle pensioni in un mondo di bassi salari e precarietà delle carriere. Un problema drammatico che quota 100 non scalfiva in alcun modo e che l’attuale proposta egualmente non scalfirebbe; in secondo luogo, restringendo drasticamente la platea degli aventi diritto derubrica l’opzione dell’anticipo pensionistico ad una via di fuga residuale soltanto per una platea ristretta, ribadendo così con forza quella che, per chi decide le sorti della politica economica e sociale del Paese, deve tornare ad essere la regola generale: pensioni sempre più lontane nell’arco della vita e sempre più ridotte nell’importo economico.
A queste soluzioni tampone bisogna opporre la generale rivisitazione del sistema previdenziale, basata su due capisaldi molto semplici: la garanzia di un livello dignitoso della pensione attesa per tutti i lavoratori e un’ampia flessibilità in uscita senza nessuna penalizzazione, né implicita né esplicita. Per farlo occorre naturalmente un ripensamento generale della logica del sistema contributivo, che non può che essere contestuale alla battaglia per la piena e buona occupazione.
15/10/2017
Ape social. Era una presa in giro e ora si vede
In questi giorni si moltiplicano gli allarmi sull’applicazione della cosiddetta “Ape social”. Si tratta di una misura decisa oltre un anno fa dal governo Renzi, presentata come un “ritocco alla legge Fornero” che avrebbe permesso a una serie di lavoratori di andare in pensione prima dei 66 anni e 7 mesi previsti.
La realtà dei fatti si sta mostrando in questi giorni, a un anno esatto dagli annunci. Oggi, infatti, quei lavoratori stanno vedendosi respingere dall’Inps la richiesta d’accesso all’”Ape social”. Si tratta in fondo di poche persone (66.000) rispetto ai milioni inchiodati al lavoro ben oltre i termini previsti dalle leggi precedenti, ma comunque un numero ragguardevole.
I “criteri” previsti dalla norma del governo Renzi sono infatti così restrittivi che ben pochi possono rientrarvi.
Leggiamo la denuncia presentata sui siti specializzati:
Il Patronato Inca Cgil ha diffuso un rapporto nel quale parla di “eccessive rigidità imposte da Inps, in contrasto con le intenzioni del legislatore e in alcuni casi addirittura contro legge”. Pur non avendo ancora dati precisi il patronato Inca parla di numeri non irrisori e elenca alcune segnalazioni di domande respinte:
- requisito di riconoscimento dello stato di disoccupazione: chi ha lavorato anche 1 giorno con voucher dopo un periodo di disoccupazione, o con retribuzione inferiore per mantenere lo stato di disoccupazione, potrebbe perdere all’accesso all’Ape social;
- lavoratori o lavoratrici licenziati senza ammortizzatori sociali per mancanza di requisiti o per non aver presentato la domanda entro il termine;
- lavoratori con contributi esteri.
Nel nostro piccolo, che sarebbe andata in questo modo, l’avevamo scritto in tempo reale, esattamente un anno fa (L’Ape gratuita è così estesa che non la prenderà nessuno). Eravamo preveggenti? No, semplicemente ci siamo messi a leggere il testo della norma, abbiamo fatto due conti e abbiamo pubblicato il risultato.
L’unico punto che non potevano calcolare allora era il futuro impatto negativo, sui pensionandi, del voucher. Ma del resto un anno fa ancora nn se l’erano inventato…
Quel che dovrebbe fare qualsiasi giornalista medio quadratico, se ce fossero ancora. Ma è pretendere troppo da “porgitori di microfono” davanti a un ministro o portavoce.
Qui di seguito il “vecchio” articolo, illustrato con alcune delle fake news diffuse allora dal governo e dai suoi innumerevoli lecchini.
Renzi è un contafrottole e questo lo sanno tutti. Anche Berlusconi lo è e soprattutto lo era, tanto che molti lo indicicano come il suo “padrino”. Ma c’è qualcosa di radicalmente perverso nella menzogna seriale renziana: l’assenza di qualsiasi limite.
Vediamo un esempio, che è come sempre anche una dimostrazione di lecchinaggio insopportabile del giornalismo mainstream. Titola per esempio Repubblica (dando le indiscrezioni che escono dalla riunione tra il governo e i sindacati): Pensioni, Ape esteso a edili e maestre, con 35 anni di contributi.
Un lettore disattento capisce che c’è stata una “estensione” a categorie per cui – nelle balle raccontate fin qui – non era prevista la versione “social”, ovverossia “gratuita” (un governo italiano che chiama tutto con parole inglesi, già a monte, sta cercando di raggirare il prossimo).
Incuriosito, si mette a leggere l’articolo per capire quanti benefici sta regalando questo povero governo a quei disgraziati di lavoratori che si sono ritrovati a dover andare in pensione solo dopo aver compiuto 66 anni e 7 mesi, ma che ora Renzi invita a lasciare il lavoro “in anticipo” rispetto alla legge Fornero ma pur sempre qualche anno dopo di quanto aveva previsto fino a qualche anno fa.
“Per accedere all’Ape agevolata bisognerà avere almeno 30 anni di contributi se disoccupati e 35 se si è lavoratori attivi. Lo ha riferito il segretario confederale della Uil Domenico Proietti al termine dell’incontro governo-sindacati a Palazzo Chigi iniziato alle 8 di stamattina”. “Inoltre per poter accedere al “Ape social”, ovvero l’anticipo pensionistico senza penalizzazione, il tetto fissato dal governo nella legge di Bilancio è di 1.350 euro lordi”. “Il governo inserirà nella platea dell’Ape agevolata, oltre ai disoccupati, i disabili e i parenti dei disabili, anche alcune categorie di attività faticose come le maestre, gli operai edili e alcune categorie di infermieri. Inoltre saranno inclusi anche i macchinisti e gli autisti di mezzi pesanti. Il governo quindi, aggiungerà ulteriori categorie oltre quelle previste già dalla normativa sui lavori usuranti”.
Tutto chiaro? Non molto, ammettiamolo. L’elenco delle categorie “usurate” è indubbiamente più lungo, ma il requisito fondamentale è un altro: 1.350 euro mensili lordi di retribuzione con 30 anni di contributi.
Parliamo di salario netto, che ci si capisce meglio: 1.350 euro lordi significa all’incirca 1.000 euro netti. Ora dire voi qual’è quel lavoratore ultrasessantenne (intorno ai 63, diciamo, o di più) che, dopo aver lavorato per alemno 30 anni con i contratti “favolosi” in vigore prima del pacchetto Treu, la legge 30 e il Jobs Act, prende soltanto 1.000 euro netti mensili. 73413601 – golden parachute financial compensation in the business
Nella scuola sicuramente nessuno, visto che il salario d’ingresso è già più alto, figuriamoci quello dopo 30 anni. Nell’edilizia magari siamo vicini a quel livello salariale, ma è anche un mestiere dove i “buchi contributivi” (ovvero periodi di non lavoro o di lavoro nero) sono così numerosi ed estesi che difficilmente si raggiungono i 30 anni di anzianità. Ma se si ha la fortuna di averli superati, si ha anche un salario più alto... Stesso discorso per macchinisti, infermieri, autisti, ecc.
Risultato: nessun lavoratore potrà accedere all’Ape “social”. E’ come se il governo avesse stabilito che questa opportunità potesse essere concessa soltanto ai sessantenni che fanno i 100 metri il 10 secondi netti...
Un giornalista normale dovrebbe sempre chiedersi se quel che sente da un governante può essere vero o no. Magari non glielo dice in faccia, ma nel corso della scrittura dell’articolo sì.
Un giornalista vero, appunto. Ma è come chiedere che per diventare giornalisti in Italia bisogna saper fare i 100 metri in 10 secondi netti...
Fonte
La realtà dei fatti si sta mostrando in questi giorni, a un anno esatto dagli annunci. Oggi, infatti, quei lavoratori stanno vedendosi respingere dall’Inps la richiesta d’accesso all’”Ape social”. Si tratta in fondo di poche persone (66.000) rispetto ai milioni inchiodati al lavoro ben oltre i termini previsti dalle leggi precedenti, ma comunque un numero ragguardevole.
I “criteri” previsti dalla norma del governo Renzi sono infatti così restrittivi che ben pochi possono rientrarvi.
Leggiamo la denuncia presentata sui siti specializzati:
Il Patronato Inca Cgil ha diffuso un rapporto nel quale parla di “eccessive rigidità imposte da Inps, in contrasto con le intenzioni del legislatore e in alcuni casi addirittura contro legge”. Pur non avendo ancora dati precisi il patronato Inca parla di numeri non irrisori e elenca alcune segnalazioni di domande respinte:
- requisito di riconoscimento dello stato di disoccupazione: chi ha lavorato anche 1 giorno con voucher dopo un periodo di disoccupazione, o con retribuzione inferiore per mantenere lo stato di disoccupazione, potrebbe perdere all’accesso all’Ape social;
- lavoratori o lavoratrici licenziati senza ammortizzatori sociali per mancanza di requisiti o per non aver presentato la domanda entro il termine;
- lavoratori con contributi esteri.
Nel nostro piccolo, che sarebbe andata in questo modo, l’avevamo scritto in tempo reale, esattamente un anno fa (L’Ape gratuita è così estesa che non la prenderà nessuno). Eravamo preveggenti? No, semplicemente ci siamo messi a leggere il testo della norma, abbiamo fatto due conti e abbiamo pubblicato il risultato.
L’unico punto che non potevano calcolare allora era il futuro impatto negativo, sui pensionandi, del voucher. Ma del resto un anno fa ancora nn se l’erano inventato…
Quel che dovrebbe fare qualsiasi giornalista medio quadratico, se ce fossero ancora. Ma è pretendere troppo da “porgitori di microfono” davanti a un ministro o portavoce.
Qui di seguito il “vecchio” articolo, illustrato con alcune delle fake news diffuse allora dal governo e dai suoi innumerevoli lecchini.
*****
L’Ape gratuita è così estesa che non la prenderà nessuno
Renzi è un contafrottole e questo lo sanno tutti. Anche Berlusconi lo è e soprattutto lo era, tanto che molti lo indicicano come il suo “padrino”. Ma c’è qualcosa di radicalmente perverso nella menzogna seriale renziana: l’assenza di qualsiasi limite.
Vediamo un esempio, che è come sempre anche una dimostrazione di lecchinaggio insopportabile del giornalismo mainstream. Titola per esempio Repubblica (dando le indiscrezioni che escono dalla riunione tra il governo e i sindacati): Pensioni, Ape esteso a edili e maestre, con 35 anni di contributi.
Un lettore disattento capisce che c’è stata una “estensione” a categorie per cui – nelle balle raccontate fin qui – non era prevista la versione “social”, ovverossia “gratuita” (un governo italiano che chiama tutto con parole inglesi, già a monte, sta cercando di raggirare il prossimo).
Incuriosito, si mette a leggere l’articolo per capire quanti benefici sta regalando questo povero governo a quei disgraziati di lavoratori che si sono ritrovati a dover andare in pensione solo dopo aver compiuto 66 anni e 7 mesi, ma che ora Renzi invita a lasciare il lavoro “in anticipo” rispetto alla legge Fornero ma pur sempre qualche anno dopo di quanto aveva previsto fino a qualche anno fa.
“Per accedere all’Ape agevolata bisognerà avere almeno 30 anni di contributi se disoccupati e 35 se si è lavoratori attivi. Lo ha riferito il segretario confederale della Uil Domenico Proietti al termine dell’incontro governo-sindacati a Palazzo Chigi iniziato alle 8 di stamattina”. “Inoltre per poter accedere al “Ape social”, ovvero l’anticipo pensionistico senza penalizzazione, il tetto fissato dal governo nella legge di Bilancio è di 1.350 euro lordi”. “Il governo inserirà nella platea dell’Ape agevolata, oltre ai disoccupati, i disabili e i parenti dei disabili, anche alcune categorie di attività faticose come le maestre, gli operai edili e alcune categorie di infermieri. Inoltre saranno inclusi anche i macchinisti e gli autisti di mezzi pesanti. Il governo quindi, aggiungerà ulteriori categorie oltre quelle previste già dalla normativa sui lavori usuranti”.
Tutto chiaro? Non molto, ammettiamolo. L’elenco delle categorie “usurate” è indubbiamente più lungo, ma il requisito fondamentale è un altro: 1.350 euro mensili lordi di retribuzione con 30 anni di contributi.
Parliamo di salario netto, che ci si capisce meglio: 1.350 euro lordi significa all’incirca 1.000 euro netti. Ora dire voi qual’è quel lavoratore ultrasessantenne (intorno ai 63, diciamo, o di più) che, dopo aver lavorato per alemno 30 anni con i contratti “favolosi” in vigore prima del pacchetto Treu, la legge 30 e il Jobs Act, prende soltanto 1.000 euro netti mensili. 73413601 – golden parachute financial compensation in the business
Nella scuola sicuramente nessuno, visto che il salario d’ingresso è già più alto, figuriamoci quello dopo 30 anni. Nell’edilizia magari siamo vicini a quel livello salariale, ma è anche un mestiere dove i “buchi contributivi” (ovvero periodi di non lavoro o di lavoro nero) sono così numerosi ed estesi che difficilmente si raggiungono i 30 anni di anzianità. Ma se si ha la fortuna di averli superati, si ha anche un salario più alto... Stesso discorso per macchinisti, infermieri, autisti, ecc.
Risultato: nessun lavoratore potrà accedere all’Ape “social”. E’ come se il governo avesse stabilito che questa opportunità potesse essere concessa soltanto ai sessantenni che fanno i 100 metri il 10 secondi netti...
Un giornalista normale dovrebbe sempre chiedersi se quel che sente da un governante può essere vero o no. Magari non glielo dice in faccia, ma nel corso della scrittura dell’articolo sì.
Un giornalista vero, appunto. Ma è come chiedere che per diventare giornalisti in Italia bisogna saper fare i 100 metri in 10 secondi netti...
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)