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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2017

Yemen - A sud si chiede la secessione, la coalizione saudita è un'armata Brancaleone

di Roberto Prinzi
 
Migliaia di yemeniti sono scesi in piazza ieri ad Aden per protestare contro i licenziamenti del governatore della città Aidarous al-Zubaidi e del ministro Hani ali bin Braik, decisi, lo scorso 27 aprile, dal presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi. Nel corso della protesta – i cui numeri sono stati giudicati da alcuni commentatori inferiori alle attese – i manifestanti hanno chiesto all’ex governatore di formare una “nuova leadership nazionale che possa rappresentare il Sud”.

La motivazione dietro la mossa di Hadi è semplice: al-Zubaidi e Hani Bin Braik – protagonisti nelle battaglie anti-houthi ad Aden e nei territori meridionali – sono troppo vicino ai secessionisti del Sud e agli Emirati Arabi Uniti (EAU) e pertanto rappresentano un pericolo per il “nuovo” Yemen che nascerà una volta rimossi i ribelli sciiti. Una dichiarazione che può lasciar basiti a prima vista dato che l’EAU è tra i principali sostenitori della coalizione a guida saudita che combatte proprio per Hadi e fa parte di una commissione di coordinamento con il governo yemenita formata a Riyadh con la benedizione di re Salman.

Ma la meraviglia iniziale deve cedere subito il passo ad un’analisi più attenta degli obiettivi delle forze presenti in campo. Il legame conflittuale tra il presidente yemenita in esilio e Abu Dhabi va avanti infatti da tempo. Il primo, accusa il secondo di violare la sovranità del Paese e di offrire appoggio politico ai secessionisti meridionali che aspirano a riportare in vita quel che fu tra il 1971 e il 1990 lo Yemen del sud. Due giorni fa il portale Middle East Eye ha riferito che il presidente Hadi ha accusato personalmente Mohammed bin Zayed (il principe ereditario di Abu Dhabi e comandante supremo delle forze armate emiratine) di comportarsi in Yemen come un occupante piuttosto che come un liberatore. Secondo fonti vicine ad Hadi citate sempre dal sito statunitense, la rottura era stata sancita alla fine di febbraio quando il presidente era volato negli Emirati per poter appianare le differenze con l’alleato. In particolare sul controllo dell’aeroporto della “capitale provvisoria” Aden, una questione fondamentale sia per lo spostamento e il rifornimento delle truppe emiratine che per lo stesso presidente che vive in esilio.

L’incontro, raccontano però le fonti, sarebbe andato malissimo: durato solo 10 minuti in una stanza laterale del palazzo (non come negli incontri ufficiali), sarebbe finito con uno scambio violento di accuse con Hadi che avrebbe dato dell’occupante a bin Zayed mandandolo su tutte le furie. A ricomporre la rottura tra i due “alleati” ci avrebbero provato in almeno due occasioni i sauditi. Ma, più brava con le sciabole contro infedeli, spacciatori e “stregoni” che nelle arti discorsive, Riyadh non è riuscita nel suo intento di calmare le acque: il licenziamento dei due uomini filo-emiratini ne è la prova più evidente.

Al di là delle indiscrezioni e dei racconti di fonti (di parte) che possono contenere al loro interno molti elementi romanzeschi, il dato certo è che l’alleanza saudita anti-youthi sia un’armata raffazzonata, formata da gruppi molti diversi, con intenzioni, piani e visioni politiche ancora più differenti riguardo al futuro del Paese, quando lo Yemen sarà “liberato”. Queste divergenze, un tempo attutite dai facili entusiasmi illusori della “guerra lampo” anti-houthi venduta da Riyadh ai suoi alleati, appaiono sempre più evidenti man mano che passa il tempo e il territorio yemenita si sta trasformando in un sanguinoso (e costoso) pantano. E così, nella situazione di totale stallo politico-militare, con il blocco sunnita che non riesce a sfondare a nord e a riconquistare la capitale Sana’a, appare sempre più evidente come ciascun gruppo provi a studiare nuove strade (o meglio, ad imboccare le vecchie) per accaparrarsi quel che resta della torta yemenita. Ecco, dunque, che la “leadership nazionale” sudista richiesta ieri a gran voce ad al-Zubaydi – sebbene appaia per ora un tentativo piuttosto velleitario di raggiungere l’agognata secessione – è una spia di un malessere profondo e reale che serpeggia nella coalizione Brancaleone benedetta da Riyadh. In questo scenario, bisogna capire come si muoverà al-Qa’eda che dalla guerra yemenita ha ricavato enormi vantaggi territoriali (e non solo quelli).

Qualche giorno fa Qasim al-Rimi, il super ricercato leader del ramo yemenita dell’organizzazione jihadista (Aqap), ha di fatto confermato per la prima volta ciò che tutti (anche in Occidente) sapevano da tempo, ma che pochi, per imbarazzo, avrebbero osato dire: i suoi uomini hanno combattuto “spesso” a fianco delle fazioni governative yemenite contro i ribelli houthi. Non sappiamo cosa al-Rimi abbia voluto dire con quel “affianco” (con che modalità e dove?) ma il dato importante è che l’Aqap (“il ramo più pericoloso di al-Qaeda” secondo gli Usa), i Fratelli musulmani locali, i salafiti, Hadi e i suoi mecenati in Arabia Saudita e negli Emirati collaborano insieme da almeno due anni (da quando è iniziata la mattanza nel Paese).

Questo elemento, tuttora taciuto colpevolmente dai media mainstream, è imbarazzante prima di tutto per gli Stati Uniti d’America che da anni, in modo tragicamente ironico, bombardano le postazioni qa’ediste (uccidendo qui e lì civili per cui non piange la comunità internazionale). Né figura migliore fa la stessa Europa che appoggia il governo Hadi in ossequioso rispetto per Riyadh. Con le dovute differenze, una situazione del genere ricorda in qualche modo quanto accade in Siria dove l’Occidente ha di fatto sdoganato i qa’edisti di al-Nusra e le sue sorelle quando servono contro i nemici di turno (lì al-Asad, qui houthi), salvo poi ricordarsi che sono spietati “terroristi” quando presunti suoi affiliati o gli stessi barbuti che hanno combattuto in Siria mietono vittime nel territorio “civilizzato” europeo.

Lontana dai trastulli ambigui della diplomazia internazionale, sul terreno le forze jihadiste stanno approfittando della lotta anti-houthi per estendere la loro legge dell’orrore: Aqap si è di fatti allargata nei territori del sud del Paese arrivando addirittura a conquistare Mukalla, la capitale della provincia di Hadramawt (anche se poi l’ha persa l’anno successivo).

E così, mentre l’armata Brancaleone si divide internamente e la politica resta al palo ad aspettare chi sa cosa ormai, nel Paese i combattimenti continuano a mietere vittime. Non passa una settimana che un rappresentante di una ong locale o internazionale non denunci la catastrofe umanitaria in corso nello Yemen. L’ultimo, in ordine di tempo, è Jan Egeland, il direttore del Norwegian Refugee Council: “Siamo di fronte ad una carestia di proporzioni bibliche – ha detto mercoledì usando parole durissime per il fallimento degli “uomini con la pistola e il potere in Yemen, nelle capitali della regione e in quelle internazionali” di porre fine a “questa crisi prodotta dall’uomo”. “Tutti i nostri sforzi attraverso il Programma alimentare mondiale hanno raggiunto solo 3,1 milioni di persone dei 7 che sono sul punto di morire di fame. Ciò significa che altri 4 milioni non hanno avuto niente ad aprile”. Le conclusioni si possono facilmente trarre da sole.

Fonte

25/01/2017

Yemen - Forze di Hadi conquistano Mokha

Le forze alleate del presidente in esilio Hadi sono riuscite ieri a conquistare la città di Mokha (sul Mar Rosso) dopo violenti scontri con i ribelli sciiti houthi. A rivelare la notizia è stato il Brigadiere Generale Ahmed Seif al-Yafai nel corso di una conferenza stampa. L’avanzata in città è molto importante dal punto di vista strategico: l’obiettivo della coalizione a guida saudita che sostiene Hadi è “liberare” l’intera costa occidentale (compresi i porti di Hodeida e as-Saleef) dove arrivano cibo e beni di prima necessità per le regioni settentrionali del Paese (controllate dagli houthi) e dove, afferma Riyadh, giungerebbero per i ribelli anche le armi iraniane. Se si riuscissero a interrompere i rifornimenti via mare, sostiene Riyadh, gli houthi sarebbero isolati dal mondo: la coalizione ha infatti già imposto una no-fly zone che di fatto rende inutilizzabile l’aeroporto della capitale Sana’a ancora sotto il controllo delle forze sciite.
 
Le forze armate di Hadi e i combattenti di “Resistenza del sud”, aiutati dai bombardamenti della coalizione e da un piccolo contingente di truppe e di carri armati degli Emirati Arabi Uniti, hanno lanciato l’offensiva lunga la costa occidentale del Paese lo scorso 7 gennaio. Oltre a impedire i rifornimenti alle regioni settentrionali yemenite controllate dai ribelli, la campagna militare nell’area mira anche a proteggere lo stretto di Bab al-Mandeb dove transitano circa 4 milioni di barili di petrolio al giorno diretti verso Europa, Stati Uniti e Asia. Gli scontri in questa zona tra houthi (sostenuti dai sostenitori dell’ex presidente Saleh) e i lealisti di Hadi sono stati molti volenti: soltanto tra sabato e domenica, infatti, 66 combattenti sono stati uccisi (52 i morti tra i ribelli).

I progressi militari della coalizione giungevano nelle stesse ore in cui l’inviato Onu per lo Yemen, Ismail Ould Shaykh Ahmed, terminava la sua visita ufficiale nel Paese. Durante la sua missione diplomatica, l’alto funzionario internazionale ha incontrato a nord i ministri dell’esecutivo ribelle (non riconosciuto internazionalmente) e ha visitato a sud Aden, la “capitale” temporanea di Hadi.

“Entrambe le parti devono porre fine alla violenza in modo da alleviare le sofferenze del popolo yemenita e aprire la strada ad un negoziato di pace” ha dichiarato Shaykh Ahmed. Quello di cui abbiamo bisogno in questa fase – ha poi aggiunto – non sono solo parole, ma impegno e risultati”. Una mancata pacificazione, ha infatti spiegato, causerà “altri morti e un ulteriore peggioramento della situazione economica e umanitaria”.

Secondo un ufficiale del governo di Aden citato dall’Ap, la visita dell’inviato Onu all’esecutivo ribelle ha fatto infuriare Hadi perché ha di fatto legittimato un organismo non riconosciuto dalla comunità internazionale. Hadi, sostiene la fonte, si sta impegnando a rimettere in moto il processo di pace sponsorizzato dagli Usa che prevede la formazione di un governo di unità nazionale con i ribelli.

L’ufficiale, che si è espresso in condizione di anonimato perché non autorizzato a parlare, ha detto però che il presidente yemenita in esilio accetterà un accordo di pacificazione solo se si baserà sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu (ritiro dei ribelli dalle città conquistate e la consegna di tutte le armi in loro possesso) rigettando qualunque altra soluzione che non contenga questa condizione.

Ieri, intanto, l’organizzazione non governativa Save the Children ha esortato il governo britannico a fare maggiori pressioni sull’Arabia Saudita affinché vengano difesi i diritti dei bambini yemeniti. “Riyadh sta utilizzando sistemi aerospaziali britannici e ha ricevuto licenze per un valore di 3 miliardi di sterline per equipaggiamento militare. E’ uno dei principali alleati del Regno Unito, ma tuttavia ha fatto poco per difendere i bambini” ha denunciato il direttore dell’organizzazione, Kevin Watkins. “E’ giunta l’ora che [Londra] alzi la sua voce in campo diplomatico e ribadisca come le nazioni che bombardano indiscriminatamente scuole e che conducono assedi umanitari privando i bambini di medicine e cibo stanno agendo al di fuori dei valori che proteggono la politica estera del Regno Unito”.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, 7.400 persone sono state uccise in Yemen da quando è iniziata la guerra civile (marzo 2015). Il dato delle vittime potrebbe essere però ben più elevato: un portavoce dell’Onu ha infatti dichiarato che sono morte più di 10.000 persone.

Fonte

03/12/2016

Yemen - Gli Houti formano un governo di "salvezza nazionale"

I ribelli houthi e i loro alleati rappresentati dal partito del “Congresso del popolo” dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh hanno dichiarato ieri sera di aver formato un governo di «salvezza nazionale» nella capitale Sana’a.
 
Ad annunciare la formazione del nuovo esecutivo è stato il Consiglio politico supremo, l’organismo con cui i ribelli già amministrano le aree del Paese sotto il loro controllo. «La riunione [del Consiglio] ha sottolineato come il governo, formato nelle difficili condizioni in cui versa lo stato, si propone come obiettivo quello di mettere ordine internamente e di contrapporsi all’aggressione [della coalizione]» si legge in una nota ufficiale riportata dall’agenzia di stampa Saba vicina agli houthi.

Immediato è stato il commento dei loro rivali di Aden. «Questa mossa segna il disprezzo [degli houthi] non solo per il popolo yemenita, ma anche per la comunità internazionale» ha detto Rajeh Badi, portavoce del governo del presidente Hadi. «Da più di un anno e mezzo dal colpo di stato degli houthi, nessuno ha mai riconosciuto le entità [politiche] che hanno formato» ha poi aggiunto.

L’annuncio di un secondo governo in Yemen – l’altro è quello nella città meridionale di Aden, riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto militarmente dalla coalizione sunnita a guida saudita – aggrava le tensioni esistenti nel Paese allontanando le possibilità di giungere ad un accordo di pace. Un processo di pacificazione che gli houthi continuano a non escludere nonostante il comunicato di ieri del Consiglio supremo. I ribelli, infatti, sostengono di aver accettato in più occasioni il piano di pace dell’inviato Onu Shaykh Ahmed (governo di unità nazionale, loro ritiro dalle aree occupate e consegna delle armi) a condizione che il presidente in esilio Hadi, figura considerata da loro troppo vicina ai sauditi, si faccia da parte.

Tuttavia, l’atto politico compiuto ieri sembra andare in direzione del tutto contraria al proseguimento del dialogo per una soluzione pacifica e contraddice le speranze delle Nazioni Unite che auspicano da tempo un governo di unità nazionale che includa sia i ribelli sia il campo che orbita attorno ad Hadi.

E se l’annuncio di ieri non lascia ben sperare per il futuro di un Paese già sull’orlo del baratro (oltre 10.000 morti, più di 3 milioni di rifugiati interni e la gran maggioranza della popolazione malnutrita), non stemperano sicuramente gli animi i ripetuti massacri ad opera della coalizione. Soltanto nella giornata di sabato, per esempio, un raid aereo del blocco sunnita ha ucciso almeno 13 civili vicino al porto della città occidentale di Hodeida. Secondo fonti mediche dell’ospedale ath-Thawra, nell’attacco sono morti anche donne e bambini.

Sabato, inoltre, è stato anche il giorno in cui il presidente Hadi è ritornato nella sua «capitale temporanea» di Aden (ci resterà però solo per per pochi giorni). La visita del presidente giunge ad un anno dal suo ultimo viaggio in città e due mesi dopo che il premier Ahmed bin Dagher e sette ministri si sono lì stabiliti. Numeri che già da soli fanno ben capire il fallimento della coalizione: dopo 20 mesi di guerra, il blocco sunnita che appoggia Hadi non è ancora riuscito a rendere sicuro il cuore del governo yemenita. Troppo spesso, infatti, Aden è teatro dei devastanti attacchi compiuti dal ramo locale di al-Qa’eda e da gruppi affiliati all’autoproclamato Stato Islamico.

I combattimenti tra i due schieramenti (e rispettivi alleati) continuano anche in altre aree del Paese. I ribelli hanno attaccato in questi giorni la città di Midi sul mar Rosso e vicina al confine saudita uccidendo sei soldati e ferendone 14. Negli scontri hanno perso la vita anche due combattenti houthi. Una battaglia violenta si registra anche ad est dove le forze governative hanno lanciato una incursione dalla provincia saudita di Najran e sono riuscite a conquistare il punto di controllo di Baqaa. Pesante il tributo di sangue: 18 ribelli e 6 filo-governativi sono rimasti uccisi nel corso delle violenze. In una nota, inoltre, l’esercito yemenita ha fatto sapere ieri di aver neutralizzato nelle ultime 24 ore 50 combattenti dello schieramento rivale nei pressi della provincia di Hajja, vicina al confine saudita.

Domenica, intanto, è tornato nella regione l’inviato Onu Shaykh Ahmed per provare a riattivare un moribondo (e finora fallimentare) processo di pace. Ahmed visiterà l’Arabia Saudita, lo Yemen e l’Oman cercando di giungere ad una mediazione tra le parti in lotta. Secondo gli osservatori internazionali, la missione diplomatica dell’alto funzionario internazionale ha poche possibilità di aver successo visto il profondo divario tra le proposte avanzate dalle Nazioni Unite e quelle del governo yemenita e dei suoi alleati arabi. A pesare è anche l’assenza di una chiara posizione da parte degli Stati Uniti durante l’attuale periodo di transizione politica dovuto all’imminente fine del secondo mandato presidenziale di Obama.

Non sono poi incoraggianti per Ahmed i risultati finora raggiunti: l’ultimo cessate il fuoco è collassato lo scorso agosto, mentre un cessate-il-fuoco di 48 ore, dichiarato dalla coalizione e mai completamente rispettato, è terminato lo scorso lunedì.

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18/11/2016

Yemen - Hadi boccia Kerry, la Russia chiama Trump

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

L’autunno mediorientale è sempre più caldo. Alle controffensive anti-Isis si sovrappone l’ombra del neo eletto presidente Usa, figura quasi criptica per chi vuole immaginare il futuro della regione. Per districarsi conviene partire dalla presunta periferia del Medio Oriente, lo Yemen e la sua guerra silenziosa: ieri avrebbe dovuto iniziare una tregua tra ribelli Houthi e coalizione a guida saudita dopo l’accordo raggiunto dal segretario di Stato Kerry. Ma le armi non si sono zittite. Al contrario, hanno risuonato uccidendo 54 persone in scontri tra Houthi e pro-governativi e raid della coalizione a Marib, Sa’ana e Taiz.

A far collassare un accordo suggellato dagli Stati Uniti è il governo yemenita che da due giorni insiste: il piano – tregua e negoziato per un esecutivo di unità nazionale entro l’anno – è unilaterale, ha detto di nuovo ieri il ministro degli Esteri al-Mekhlafi, e mai sottoposto al presidente Hadi (che con l’eventuale dialogo sponsorizzato dall’Onu verrebbe definitivamente messo da parte). Quindi, è il succo del messaggio, il governo in auto-esilio non aderisce.

Un colpo alla credibilità dell’amministrazione Obama che sperava di chiudere il secondo mandato con un risultato positivo in un teatro di guerra che ha direttamente incendiato. Non commenta l’Arabia Saudita, primattore della guerra e burattinaio del presidente Hadi. Improbabile che il governo yemenita, debole e lontano, decida da sé. Forse il no a Kerry è un’abile mossa saudita per proseguire la guerra ed inviare un messaggio a Washington, a cui Riyadh non nasconde il fastidio per il riavvicinamento a Teheran e l’indebolimento del proprio ruolo in Siria.

Un ruolo che verrebbe meno se il Trump presidente proseguisse sulla via disegnata dal Trump candidato: dialogo con Mosca e Damasco in chiave anti-Isis e revisione degli aiuti alle opposizioni. La fine dei progetti sauditi per la Siria. Due giorni fa è stato il presidente Assad, in un’intervista alla tv portoghese Rtp, a dare voce alle speranze sulla nuova Casa Bianca: Trump potrebbe diventare «un alleato di fatto». Tanto che ieri il vice ministro degli Esteri russo Bodganov ha parlato di contatti già attivi con il neo presidente e Damasco di essere «pronta ad aprire canali di comunicazione». Ma Assad si chiede anche se «potrà rispettare le promesse fatte», un dubbio figlio delle alleanze regionali che la nuova amministrazione non potrà spazzar via, a partire da Israele e Turchia che sulla Siria hanno visioni molto diverse dalla Russia.

Intanto ad Aleppo, dopo un mese a “bassa intensità” – comunque caratterizzato dall’offensiva delle opposizioni, la risposta del governo e decine di vittime – gli scontri sono ripresi. Con la Russia che colpisce Idlib (ieri i caccia hanno ucciso 30 miliziani dell’ex al-Nusra, ma dicono fonti locali anche 19 civili), nella capitale del nord è Damasco ad agire: sarebbero 80 i morti nei quartieri est in due giorni, secondo attivisti che riportano anche del bombardamento di tre cliniche.

Aleppo resta preda di tutti: opposizioni e governo premono riducendo alla fame la popolazione e usandola come scudo umano utile a sostenere la propria propaganda. Le narrative belliche sono le sole ad accomunare gli attori in campo in Siria come in Iraq dove prosegue la battaglia per Mosul, tra atrocità e divisioni. Ieri le milizie sciite hanno riconquistato l’aeroporto di Tal Afar, a ovest della città, sede di una base militare e luogo strategico per chiudere il cerchio sull’Isis. E per mostrarsi forze legittime, hanno consegnato alle truppe governative 16 villaggi intorno a Tal Afar liberati dall’Isis.

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28/10/2016

Yemen - Onu Contro Arabia Saudita: chiesta la cacciata di Hadi

di Chiara Cruciati

Le carte della guerra yemenita si scompigliano: le operazioni militari continuano mentre una nuova road map mette in crisi la strategia saudita. Di dettagli se ne hanno pochi, ma emerge quello principale: il principale alleato dell’Arabia Saudita, il presidente Hadi, va messo da parte. Figura troppo divisiva, secondo le Nazioni Unite. E anche secondo gli Emirati Arabi: il paese, tra i protagonisti della coalizione anti-Houthi a guida saudita, ha accolto la proposta dell’inviato Onu Ismail Ould Cheikh Ahmed.

Il piano è stato sottoposto due giorni fa sia al movimento Houthi che al partito dell’ex presidente Saleh. Prevedrebbe il ritiro dei ribelli dalla capitale Sana’a, l’abbandono delle armi (quanto già stabilito dalla risoluzione Onu 2216 del 2015 e accettata in via di principio dagli Houthi) e la formazione di un nuovo governo di unità senza Hadi. Il presidente e il suo vice-presidente, Ali Muslim al-Ahram (non particolarmente ben visto dal movimento ribelle che lo accusa da tempo di corruzione) dovrebbero cedere i propri poteri, in attesa della scelta di un primo ministro che formi l’esecutivo. Ad Hadi resterebbe solo un ruolo simbolico.

Hadi si dice sorpreso: non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione, commenta la sua amministrazione. Parla però uno dei funzionari dell’ufficio del presidente, Abdullah al-Alimi: “Enfatizziamo la nostra convinzione che tutte le proposte sono destinate a fallire se prevedono un golpe, la madre di tutte le calamità”. Riyadh non commenta. Il castello di carte saudita rischia di crollare: la risoluzione Onu 2216, all’epoca, riconosceva Hadi presidente legittimo, dichiarazione che ha fatto molto comodo all’impunità saudita in 19 mesi di campagna militare violentissima.

La risposta, forse, sta nella proposta che Riyadh insieme al Qatar ha mosso all’Algeria perché partecipi ad operazioni di peacekeeping in Yemen. Una formula poco chiara che sarebbe volta a coinvolgere un paese che nel 2015, all’inizio dell’offensiva “Tempesta Decisiva”, rifiutò di inviare le proprie truppe a sostegno della coalizione anti-Houthi. Per ora non ci sono reazioni ufficiali, ma la strategia regionale di Algeri fa pensare ad un rifiuto.

E la guerra continua. Il conflitto che ha già ucciso 10mila persone, sfollato 3 milioni di civili e portato alla fame l’80% della popolazione, si arricchisce ogni giorno di nuovi elementi che indeboliscono alla base ogni accordo di pace. Dopotutto, si tratta di una guerra globale, per procura, che vede il fronte sunnita impegnato nella limitazione di quello sciita. L’Arabia Saudita, assillata da seri problemi economici e da una riduzione del proprio ruolo politico e militare in Medio Oriente a seguito dell’accordo sul nucleare iraniano e della guerra civile siriana che non riesce a vincere, si è tuffata in Yemen sperando di ricavarne nuova influenza.

E mentre un missile balistico lanciato dagli Houthi, dice l’Arabia Saudita, sarebbe stato lanciato verso la Mecca nella notte di ieri, in mezzo finiscono anche gli Stati Uniti che nelle ultime settimane hanno agito direttamente nel conflitto. Dopo aver bombardato dei radar in mano agli Houthi lungo la costa occidentale, navi da guerra statunitensi hanno intercettato mercoledì quattro navi iraniane dirette in Yemen. Secondo il vice ammiraglio Donegan, trasportavano armi (migliaia di fucili da assalto e per cecchini e missili anti-carro) da consegnare ai ribelli, un’accusa che Teheran smentisce da mesi.

A monte sta il ruolo statunitense nel paese, dipinto come modello della guerra a distanza Usa. La guerra con i droni con la potente filiale di al Qaeda nella Penisola Arabica, lanciata dall’allora presidente Bush all’indomani dell’11 settembre, è stata ampliata a dismisura dal suo successore Obama.

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