Inizia con un amarcord l’operazione d’un futuro afghano ammantato della retorica del passato. Così dopo The Times, il nostrano Corriere della Sera mostra in prima pagina un Ahmad Massud bambino accanto a papà Shah, il “leone del Panshir”, prima che due falsi giornalisti, di fatto kamikaze qaedisti, lo facessero saltare in aria con la scusa di un’intervista. Si richiama il progetto attuale dell’unico maschio Massud, che ha sei sorelle, è vissuto a Londra, ha studiato nel locale King’s College, ha ottenuto un master in politica internazionale, s’è pure formato nell’Accademia militare di Sandhurst, e dopo diciott’anni è tornato nel Panshir. Si dice che parli ai tajiki delle tribù locali, ponendosi nientemeno che il sogno di diventare un leader per l’intero Afghanistan, magari presentandosi alle presidenziali del prossimo settembre. Se non ci fossero di mezzo il nome e la seconda comunità etnica del Paese, che però non va al di là del 21% della popolazione, l’iniziativa non farebbe notizia. Perché nella realtà il progetto di Massud jr appare impraticabile, non tanto perché fuori dalla cinica agenda detta da Washington, che da oltre un anno patteggia coi talebani i prossimi passi per governare le varie province afghane, ma perché proprio i trascorsi politici di Massud padre, rievocano una doppia metastasi mai risolta che tuttora affligge quella nazione assieme all’occupazione straniera: lo strapotere del tribalismo etnico e dei signori della guerra.
La figura, pur celebratissima, di Shah Massud è divisiva per quel che fece, naturalmente non solo lui, dopo la resistenza alle truppe sovietiche che nel dicembre 1979 entravano a Kabul. Se negli anni della guerriglia si guadagnò gli onori delle cronache umiliando l’Armata Rossa nella nativa valle, accompagnato peraltro da un mujaheddin che i russi temevano ancor più, il dinamitardo Abdul Haq, il mito del cosiddetto “Che Guevara islamico” fu un’invenzione della stampa internazionale. Francese soprattutto, con cui Massud aveva facilità di comunicazione per la conoscenza linguistica, ma anche italiana, basata quest’ultima sui racconti di quell’ottimo narratore che è stato Ettore Mo, proprio sul Corsera. Shan Massud, accogliente, meditativo, acculturato diventava la figura dell’islamista buono; niente a che vedere con la perversione di Hekmatyar, il rude opportunismo di Dostum, i fanatismi opposti di sunniti (Sayyaf) e sciiti (Mazari). Eppure egli stesso era un signore della guerra, che detta così appare un’ovvietà visto che era un mujaheddin, ma egualmente un uomo di potere. L’altra faccia del leone venne fuori durante la guerra civile del quadriennio 1992-96, quando i Warlords per prendere Kabul, massacravano civili a non finire. Incuranti di sangue, lutti, distruzioni, per nulla diversi dagli invasori di ogni epoca. Altro che ideali, altro che Che.
Nel corso d’un reportage di alcuni anni addietro incontrammo testimoni vecchi e meno anziani di quei giorni tremendi. Ci diceva Ubaid Ahmad, membro della locale ong Hawca che si occupa di rifugio per donne abusate “Ero bambino, ma ricordo, ricordo tutto. Di nascosto m’affacciavo fuori di casa. Lo sguardo era calamitato dall’artiglieria che cannoneggiava sul fronte opposto. Sulla montagna occidentale era posizionata quella di Massud che batteva costantemente la spianata sottostante e le alture opposte occupate da Sayyaf e Mazari... Lì vivevamo in centinaia di migliaia. L’assedio durò quattro anni, il numero dei morti non si conoscerà mai. Cifre approssimative li avvicinano a 80.000. Anni addietro, durante gli scavi compiuti nella zona del Politecnico, vennero alla luce fosse comuni dov’erano interrati i cadaveri di probabili prigionieri. Tutti passati per le armi. Da chi non è facile stabilirlo per mancanza di testimonianze certe”. I partiti e le fazioni armate erano i soliti: Jamiat di Massud, Hezb di Hekmatyar, Ittehad di Sayyaf, Hezb di Mazari. Sempre loro, i signori della morte. Per chi volesse sapere anche a ritroso, sebbene da anni la vicenda sia conosciuta, l’Afghan Indipendent Human Rights Commission produsse una “Mappa dei conflitti afghani dal 1978” che elencava nomi e responsabili di decine di migliaia di vittime dall’epoca dell’invasione sovietica sino al 2001.
Nero su bianco c’erano i nomi di cinquecento uomini ai vertici della catena di comando, fra cui il ‘compianto’ Massud, Dostum (attuale vicepresidente di Ghani), due vicepresidenti dell’era Karzai: Fahim e Khalili e altri. Il rapporto finì nel dimenticatoio, il curatore Nader Nadery, rischiò la pelle. Venne allontanato da Karzai dopo che il vicepresidente Fahim in un incontro pubblico così lo accoglieva: “Dovremmo semplicemente crivellargli la faccia con trenta colpi”. Signori della guerra vecchi e rinnovati, niente di più. Accanto alle loro storie ci piacerebbe leggere sui grandi media quelle dell’oscuro lavoro di attivisti democratici che da anni, chiedono giustizia per gli orrori trascorsi e cercano un reale domani per la massa degli oppressi. Nei giorni di permanenza a Kabul nel 2013 visitammo la sede del Saajs (Social Association Afghanistan Justice Seekers). Raccontava la presidente Weeda Ahmad: “Il Saajs è nato nel 2007, dopo una grande manifestazione che i familiari delle vittime dei Warlords tennero nella capitale. Da anni raccogliamo testimonianze dei sopravvissuti alle stragi, abbiamo iniziato a Kabul e proseguito a Herat, ampliando il lavoro nelle province di Nangarhar, Parwan, Paktiya, Balkh, Bamyan. Non è stato facile, la gente non ci conosceva e non si fidava, temevano ritorsioni. Poi l’aiuto di abitanti, come il signor Esatollah, ci ha aperto molte più porte di quanto pensassimo. La gente chiede giustizia, ma la geopolitica internazionale frena, vanificando il lavoro svolto anche in collaborazione con Onu e Unama”. La geopolitica ripropone vecchi schemi, si chiamino taliban, Massud o attori di ripetute stragi (come l’ultima rivendicata dallo Stato islamico, con 63 vittime, 200 feriti durante un banchetto matrimoniale nella comunità hazara) di cui giunge notizia mentre scriviamo...
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Hekmatyar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hekmatyar. Mostra tutti i post
31/08/2017
Afghanistan, le leggi anti-protesta
Che l’Afghanistan non sia un Paese “a democrazia crescente” è risaputo, solo la narrativa geopolitica dettata dalla Casa Bianca vuol farlo credere. Tranne poi oscillare attorno alla propria presenza armata sul territorio con un numero variabile di militari: ultimamente generali e Trump pensano di rispedirne in servizio effettivo quattromila. Così negli ultimi quindi mesi una parte della popolazione afghana, stanca di guerra interna e importata dalle missioni internazionali, aveva iniziato a protestare ricevendo in cambio le esplosioni mortali firmate Stato Islamico. Bombe rivolte anche contro i simboli dell’amministrazione Ghani, ma in varie occasioni lanciate sulle manifestazioni della comunità hazara, giudicata empia dai miliziani neri per il suo credo sciita. Di fatto l’obiettivo destabilizzante dell’Isis è, come altrove, quello di ingigantire le paure della gente inducendo sottomissione, e lanciare un messaggio anche ai talebani ‘ortodossi’ contattati dal presidente afghano per possibili accordi di cosiddetta pacificazione.
Come ambasciatore per questo piano è stato cooptato il noto signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar che è potuto rientrare nella capitale da cui mancava da molti anni. I suoi fan l’hanno accolto con tutti gli onori, ma per migliaia di famiglie Hekmatyar è il macellaio di Kabul, il fondamentalista che combattendo contro suoi simili (Massoud, Rabbani, Dostum) ha contribuito a seminare lutti fra la popolazione nel quadriennio di guerra civile di metà anni '90. Già difeso dal presidente Karzai, che ha impedito qualsiasi rivisitazione legale dei massacri antecedenti all’invasione statunitense del 2001, questo criminale è stato richiamato dall’attuale leader Ghani in appoggio al suo progetto di dialogo coi talebani che controllano molte delle 34 province.
Le alte sfere di Kabul, rapportandosi a questo business internazionale finanziato dall’Asian Development Bank, hanno optato per un passaggio della linea da nord attraverso il passo di Salang, da lì le proteste. Ma questo risveglio con cortei e sit-in, per i motivi più vari, comprese le contestazioni dell’accoglienza governativa a Hekmatyar, ora rischiano una reprimenda statale. E’ infatti in corso scrittura e riscrittura di un disegno di legge che ha l’unico scopo d’impedire manifestazioni di dissenso. Le misure vengono abilmente mascherate con l’intento di difendere da possibili attacchi terroristici chi partecipa ai sit-in; in realtà cerca di bloccare con divieti e iper responsabilizzazioni l’organizzazione degli stessi.
Oltre all’isolamento visivo delle manifestazioni dai centri abitati, il governo cerca di rendere difficoltoso ai potenziali partecipanti il raggiungimento dei luoghi d’incontro e se questa dissuasione non dovesse bastare li intimorisce con le conseguenze legali. Perché dall’entrata in vigore della legge si potrà protestare solo se si propongono alternative. Chi non le ha, non avrà diritto di azione e parola. E qualora ne avesse certe richieste potranno venire considerate “irrazionali”, come sostiene un gruppo di senatori vicini all’attuale Esecutivo. Con simili restrizioni, che s’aggiungono alle tante già esistenti cui si può sempre applicare “il divieto dei divieti” giustificato dallo stato d’emergenza, gruppi particolari etnici o religiosi (ad esempio i Sikhs afghani) non potranno più chiedere protezione a difesa del diritto di fede. Per offrire legalità alla stretta repressiva contro ogni libero pensiero e dissenso, l’ennesimo governo fantoccio di Kabul chiede di presentare un “permesso di protesta” – lo definiscono così – che sarà soggetto all’insindacabile valutazione di un organismo preposto (finora si poteva manifestare annunciando luogo e giorno del raduno). Ghani cerca di salvarsi il cammino politico silenziando ogni voce civile e patteggiando coi taliban. Ma quest’agognato accordo non gli garantisce un futuro.
Fonte
11/05/2017
Malalai Joya: “L’Afghanistan è una mucca malata di cui i predatori vogliono un pezzo”
Signora Joya, negli ultimi mesi le istituzioni afghane hanno offerto al fondamentalista Hekmatyar il ruolo di mediatore verso i talebani. Una presunta stabilizzazione passa per l’iniziativa di un signore della guerra?
Questa pacificazione è peggiore della guerra. L’unione fra governo e signori della guerra non può che essere un nocumento per le forze progressiste e per chi lavora per la pace vera. Offrendo questo ruolo a un nemico del popolo viene tradito il principio base di democrazia. Medesimo discorso attorno al concetto di pace: definire così i colloqui e i possibili accordi fra Hekmatyar e talebani significa tradire il senso stesso di pace. La situazione non è diversa dal momento in cui Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace mentre aumentava le truppe d’occupazione e le stragi di civili nel nostro Paese. Tutta la geopolitica è piena di contraddizioni, attualmente il governo Ghani definisce i taliban “fratelli dissidenti” e gli statunitensi, che continuano a foraggiare entrambi i fronti, applaudono.
Alcune voci dell’opposizione si sono levate contro l’oltraggio alle migliaia di vittime provocate da questo criminale, però strutture internazionali e grandi potenze fingono di non vedere.
Il partito della Solidarietà (Hambastagi) ha protestato a lungo contro questo ritorno, e inizialmente l’ha fatto anche la gente comune che conosce la sua lugubre fama. Tutti considerano Hekmatyar un assassino visto che ogni famiglia porta lutti provocati dalle sue bande. Il problema è la paura che quest’uomo tuttora incute, anche grazie alla totale impunità di cui gode, garantita prima che da Karzai e Ghani, da quelle strutture internazionali condizionate dalla politica americana. E’ Washington il grande protettore di questi criminali. Mantenerli in circolazione giustifica l’impegno armato della nazione statunitense che ha trasformato l’Afghanistan in un’enorme base aerea nel cuore dell’Asia. Hekmatyar provoca terrore fra la gente per quel che ha fatto e per ciò che pensa, anche se invecchiato non muta atteggiamento. Nella sua prima intervista televisiva ha minacciato i media, sostenendo che non verranno tollerate ingerenze nei disegni politici in programma. Come possono lavorare i giornalisti con un clima simile? L’operato delle Nazioni Unite non è una sorpresa. Dopo che il capo dell’Hezb-i Islami era stato cancellato dalla lista dei terroristi ho rivolto le mie proteste all’Onu, non sono stata ascoltata. Al di là delle bandiere sventolanti questa struttura non è mai stata disponibile a sostenere la popolazione del mio Paese, si rivolge solo a chi sta al potere nelle vesti più varie: signori della guerra, politici fantoccio, talebani.
Tentativi di dialogo ci furono fra il 2009 e 2010, col capo della Cia Panetta nel ruolo di regista per conto di Obama, l’iniziativa fallirà anche stavolta?
Forse sì. Ma quel che occorre smascherare di tale pantomima, perché di questo si tratta, sono due disegni. Il primo riguarda la continuità della presenza militare. Vedete che dopo l’enfasi dell’exit strategy, Pentagono e Casa Bianca rilanciano ritorni di truppe sul nostro territorio, in aggiunta a quelle che non se ne sono mai andate. Quindi c’è il discorso dei “fratelli talebani”. Considerate che fondamentalisti e taliban di ritorno sono già presenti nelle istituzioni afghane, cooptati direttamente dal presidente e dal suo staff, presiedono ministeri. Il dicastero dell’Istruzione si fa consegnare denaro dalla comunità internazionale per scuole mai realizzate oppure costruite con materiale scadente che dopo poco va in rovina. Tutti sanno e nessuno dice nulla, né prende provvedimenti. Da anni noi dell’opposizione denunciamo questo sistema mafioso, ma possiamo diventare bersagli perché nessuno ci difende, tantomeno Onu e compagnìa.
La galassia talebana è divisa e sempre più riottosa. Negli ultimi due anni certe frange dissidenti si rapportano all’Isis e la situazione appare peggiorata...
A nostro avviso ci sono vari marchi usati da coloro che da qualche tempo vengono indicati come jihadisti. Certo, si possono fare valutazioni su questa o quella componente talebana, ma si troverà che tutti hanno mani sporche di sangue, spesso sostenute e finanziate da nazioni straniere. Sta scritto nella nostra storia pluridecennale. Questi impostori possono cambiar nome, definirsi mujaheddin, warlord, taliban sino a utilizzare il brand dell’Isis, non muta il loro progetto criminale, terroristico, fondamentalista, misogeno. La natura è la stessa, mutare la denominazione di movimenti e partiti serve solo a offrire copertura al medesimo piano assassino. Da due anni lo spettro dell’Isis fa effetto, non mi stupisce che sia comparso anche nelle nostre terre dove varie potenze si scontrano tramite l’azione armata di chi si definisce resistente, ma fa solo un gioco di fazione spesso legato a potenze straniere o a chi vuole assoggettarci. Ognuno ha proprie tattiche penetrative: il Pakistan attraverso i talebani, l’Iran tramite il controllo culturale e religioso, la Cina sul piano economico, la Russia per mano di signori della guerra come l’America stessa che in più usa anche le sue truppe, oltreché la compiacenza di governi fantoccio. L’Afghanistan è come una mucca malata di cui i predatori circostanti vogliono un pezzo per i propri appetiti famelici.
Gli spazi per l’intervento politico si sono ulteriormente ristretti?
La situazione è difficile dentro e fuori dal Paese sia per la gente comune, sia per gli attivisti d’opposizione. Il terrore intimidatorio, che non è mai scomparso, sta rivivendo momenti di spiccata crudeltà. Si sono verificati episodi di uccisioni d’avvertimento, alcune persone sono scomparse e i cadaveri martoriati e mutilati sono stati recapitati ai familiari. La gente ha nuovamente paura, Hekmatyar è un incubo non solo per quel che pensa ma per com’è in quanto soggetto ossessivo e vendicativo.
La sua sicurezza personale e quella di militanti dell’opposizione come sono garantite attualmente?
Personalmente ho ricevuto nuove minacce. E’ andata così: due mesi fa sono stata convocata dall’Intelligence interna che mi ha mostrato una lettera con tanto di francobollo e timbro postale che preannunciava un attentato nei miei confronti da parte talebana. Gli agenti sostenevano di volermi offrire protezione, mentre i miei compagni commentavano: “Possiamo star certi che se verrai uccisa non saranno stati i taliban”. Ecco, lo Stato attua queste messe in scena per allontanare da sé sospetti su possibili eliminazione anche di persone note.
Lei rivela che la Commissione afghana sui diritti umani è solo l’ennesima maschera di una situazione degenerata
Spiace constatarlo, ma è così. E servirebbe che i media diffondessero queste idee.
Il panorama risulta più difficile per le stesse associazioni locali che s’interessano del sostegno a donne, orfani in quelle strutture che visitammo durante il reportage del 2013?
L’attività non si ferma, non si può fermare per i bisogni che sono tanti e per l’assenza di alternative. Senza case-rifugio orfani, donne morirebbero, le nostre strutture continuano a lavorare non solo per coscienza ma perché il rapporto di fiducia con la gente è la nostra migliore arma di difesa, oltre che di ostacolo alle violenze pubbliche e private. Questa è la nostra forma più alta di resistenza.
A politici e ong che sta incontrando nel suo tour lancia l’ennesimo appello affinché i governi europei sostengano i profughi che fuggono dall’Afghanistan, anziché appoggiare i crimini guerrafondai statunitensi responsabili di ulteriori fughe per la speranza.
E’ un tentativo, perché ben conosciamo le differenze fra governi e popolazione e distinguiamo le responsabilità. Nei Paesi occidentali esistono associazioni e attivisti amici che ci sostengono e sono ben distanti dai loro governi come da quella cooperazione, che noi definiamo ong dei signori della guerra, perché mette fondi nelle mani del governo fantoccio e dei suoi compari fondamentalisti. Mi piacerebbe che qualche governante occidentale facesse come Bashardost, ex ministro dell’economia in Afghanistan, che ruppe il cerchio e denunciò circostanze e persone corrotte e si dimise dal governo. Gli onesti, se non riescono a cambiare un sistema, dovrebbero perlomeno allontanarsi dal malaffare.
Come pure ricorda le responsabilità per l’emergenza migranti
Beh, è evidente che c’è un rapporto strettissimo fra la fuga di milioni di persone e il quadro devastante in cui costoro sono costrette a vivere. Morte per bombe e miseria, malattie, droga, disoccupazione, violenze: questo è l’orizzonte afghano, chi può scappa via. Ma questo disastro è direttamente legato alla politica imperialista e a quella dei servi locali: governi fantoccio e talebani, che non a caso cercano collaborazione dietro la regia dei loro pupari.
Fonte
Questa pacificazione è peggiore della guerra. L’unione fra governo e signori della guerra non può che essere un nocumento per le forze progressiste e per chi lavora per la pace vera. Offrendo questo ruolo a un nemico del popolo viene tradito il principio base di democrazia. Medesimo discorso attorno al concetto di pace: definire così i colloqui e i possibili accordi fra Hekmatyar e talebani significa tradire il senso stesso di pace. La situazione non è diversa dal momento in cui Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace mentre aumentava le truppe d’occupazione e le stragi di civili nel nostro Paese. Tutta la geopolitica è piena di contraddizioni, attualmente il governo Ghani definisce i taliban “fratelli dissidenti” e gli statunitensi, che continuano a foraggiare entrambi i fronti, applaudono.
Alcune voci dell’opposizione si sono levate contro l’oltraggio alle migliaia di vittime provocate da questo criminale, però strutture internazionali e grandi potenze fingono di non vedere.
Il partito della Solidarietà (Hambastagi) ha protestato a lungo contro questo ritorno, e inizialmente l’ha fatto anche la gente comune che conosce la sua lugubre fama. Tutti considerano Hekmatyar un assassino visto che ogni famiglia porta lutti provocati dalle sue bande. Il problema è la paura che quest’uomo tuttora incute, anche grazie alla totale impunità di cui gode, garantita prima che da Karzai e Ghani, da quelle strutture internazionali condizionate dalla politica americana. E’ Washington il grande protettore di questi criminali. Mantenerli in circolazione giustifica l’impegno armato della nazione statunitense che ha trasformato l’Afghanistan in un’enorme base aerea nel cuore dell’Asia. Hekmatyar provoca terrore fra la gente per quel che ha fatto e per ciò che pensa, anche se invecchiato non muta atteggiamento. Nella sua prima intervista televisiva ha minacciato i media, sostenendo che non verranno tollerate ingerenze nei disegni politici in programma. Come possono lavorare i giornalisti con un clima simile? L’operato delle Nazioni Unite non è una sorpresa. Dopo che il capo dell’Hezb-i Islami era stato cancellato dalla lista dei terroristi ho rivolto le mie proteste all’Onu, non sono stata ascoltata. Al di là delle bandiere sventolanti questa struttura non è mai stata disponibile a sostenere la popolazione del mio Paese, si rivolge solo a chi sta al potere nelle vesti più varie: signori della guerra, politici fantoccio, talebani.
Tentativi di dialogo ci furono fra il 2009 e 2010, col capo della Cia Panetta nel ruolo di regista per conto di Obama, l’iniziativa fallirà anche stavolta?
Forse sì. Ma quel che occorre smascherare di tale pantomima, perché di questo si tratta, sono due disegni. Il primo riguarda la continuità della presenza militare. Vedete che dopo l’enfasi dell’exit strategy, Pentagono e Casa Bianca rilanciano ritorni di truppe sul nostro territorio, in aggiunta a quelle che non se ne sono mai andate. Quindi c’è il discorso dei “fratelli talebani”. Considerate che fondamentalisti e taliban di ritorno sono già presenti nelle istituzioni afghane, cooptati direttamente dal presidente e dal suo staff, presiedono ministeri. Il dicastero dell’Istruzione si fa consegnare denaro dalla comunità internazionale per scuole mai realizzate oppure costruite con materiale scadente che dopo poco va in rovina. Tutti sanno e nessuno dice nulla, né prende provvedimenti. Da anni noi dell’opposizione denunciamo questo sistema mafioso, ma possiamo diventare bersagli perché nessuno ci difende, tantomeno Onu e compagnìa.
La galassia talebana è divisa e sempre più riottosa. Negli ultimi due anni certe frange dissidenti si rapportano all’Isis e la situazione appare peggiorata...
A nostro avviso ci sono vari marchi usati da coloro che da qualche tempo vengono indicati come jihadisti. Certo, si possono fare valutazioni su questa o quella componente talebana, ma si troverà che tutti hanno mani sporche di sangue, spesso sostenute e finanziate da nazioni straniere. Sta scritto nella nostra storia pluridecennale. Questi impostori possono cambiar nome, definirsi mujaheddin, warlord, taliban sino a utilizzare il brand dell’Isis, non muta il loro progetto criminale, terroristico, fondamentalista, misogeno. La natura è la stessa, mutare la denominazione di movimenti e partiti serve solo a offrire copertura al medesimo piano assassino. Da due anni lo spettro dell’Isis fa effetto, non mi stupisce che sia comparso anche nelle nostre terre dove varie potenze si scontrano tramite l’azione armata di chi si definisce resistente, ma fa solo un gioco di fazione spesso legato a potenze straniere o a chi vuole assoggettarci. Ognuno ha proprie tattiche penetrative: il Pakistan attraverso i talebani, l’Iran tramite il controllo culturale e religioso, la Cina sul piano economico, la Russia per mano di signori della guerra come l’America stessa che in più usa anche le sue truppe, oltreché la compiacenza di governi fantoccio. L’Afghanistan è come una mucca malata di cui i predatori circostanti vogliono un pezzo per i propri appetiti famelici.
Gli spazi per l’intervento politico si sono ulteriormente ristretti?
La situazione è difficile dentro e fuori dal Paese sia per la gente comune, sia per gli attivisti d’opposizione. Il terrore intimidatorio, che non è mai scomparso, sta rivivendo momenti di spiccata crudeltà. Si sono verificati episodi di uccisioni d’avvertimento, alcune persone sono scomparse e i cadaveri martoriati e mutilati sono stati recapitati ai familiari. La gente ha nuovamente paura, Hekmatyar è un incubo non solo per quel che pensa ma per com’è in quanto soggetto ossessivo e vendicativo.
La sua sicurezza personale e quella di militanti dell’opposizione come sono garantite attualmente?
Personalmente ho ricevuto nuove minacce. E’ andata così: due mesi fa sono stata convocata dall’Intelligence interna che mi ha mostrato una lettera con tanto di francobollo e timbro postale che preannunciava un attentato nei miei confronti da parte talebana. Gli agenti sostenevano di volermi offrire protezione, mentre i miei compagni commentavano: “Possiamo star certi che se verrai uccisa non saranno stati i taliban”. Ecco, lo Stato attua queste messe in scena per allontanare da sé sospetti su possibili eliminazione anche di persone note.
Lei rivela che la Commissione afghana sui diritti umani è solo l’ennesima maschera di una situazione degenerata
Spiace constatarlo, ma è così. E servirebbe che i media diffondessero queste idee.
Il panorama risulta più difficile per le stesse associazioni locali che s’interessano del sostegno a donne, orfani in quelle strutture che visitammo durante il reportage del 2013?
L’attività non si ferma, non si può fermare per i bisogni che sono tanti e per l’assenza di alternative. Senza case-rifugio orfani, donne morirebbero, le nostre strutture continuano a lavorare non solo per coscienza ma perché il rapporto di fiducia con la gente è la nostra migliore arma di difesa, oltre che di ostacolo alle violenze pubbliche e private. Questa è la nostra forma più alta di resistenza.
A politici e ong che sta incontrando nel suo tour lancia l’ennesimo appello affinché i governi europei sostengano i profughi che fuggono dall’Afghanistan, anziché appoggiare i crimini guerrafondai statunitensi responsabili di ulteriori fughe per la speranza.
E’ un tentativo, perché ben conosciamo le differenze fra governi e popolazione e distinguiamo le responsabilità. Nei Paesi occidentali esistono associazioni e attivisti amici che ci sostengono e sono ben distanti dai loro governi come da quella cooperazione, che noi definiamo ong dei signori della guerra, perché mette fondi nelle mani del governo fantoccio e dei suoi compari fondamentalisti. Mi piacerebbe che qualche governante occidentale facesse come Bashardost, ex ministro dell’economia in Afghanistan, che ruppe il cerchio e denunciò circostanze e persone corrotte e si dimise dal governo. Gli onesti, se non riescono a cambiare un sistema, dovrebbero perlomeno allontanarsi dal malaffare.
Come pure ricorda le responsabilità per l’emergenza migranti
Beh, è evidente che c’è un rapporto strettissimo fra la fuga di milioni di persone e il quadro devastante in cui costoro sono costrette a vivere. Morte per bombe e miseria, malattie, droga, disoccupazione, violenze: questo è l’orizzonte afghano, chi può scappa via. Ma questo disastro è direttamente legato alla politica imperialista e a quella dei servi locali: governi fantoccio e talebani, che non a caso cercano collaborazione dietro la regia dei loro pupari.
Fonte
29/03/2017
Galassia talebana: i taliban uzbeki
Le trasformazioni in corso in seno alla famiglia dei taliban afghani possono aiutare a comprendere le tattiche e la strategia da loro attuate nell’ultimo biennio. Un periodo in cui questi particolari signori della guerra hanno ammesso la dipartita del mitico mullah Omar, celata per due anni, si sono riuniti per eleggere un successore, si sono divisi e contrastati. Hanno trovato la quadratura del cerchio nella nomina d’un nuovo leader (Akhtar Mansour), hanno risubìto una menomazione con la sua uccisione tramite un drone, con molti sospetti su possibili fughe di notizie verso la Cia che ha commissionato quell’eliminazione. Un supporto probabilmente giunto dall’Intellegence pakistana, imbeccata dai turbanti pakistani dissidenti. Comunque il fronte talib non s’è perso d’animo. Velocemente ha nominato un nuovo capo (Haibatullah Akhundzada), proseguendo quella campagna d’attacco contro l’Afghan National Force per dimostrarne l’inconsistenza militare, smentendo coi fatti la narrazione occidentale sulla presunta normalizzazione del Paese e avanzando le proprie pretese politiche. I successivi passi di Ghani, che già dal 2015 aveva riavviato colloqui con la Shura di Quetta per una “pacificazione nazionale”, hanno cercato un’ancora nel fondamentalista Hekmatyar affinché fungesse da mediatore verso i colleghi islamisti.
Quest’ultimi, però, puntano a far pesare nell’eventuale trattativa la logica del più forte; il loro controllo del territorio è una realtà con la quale le Istituzioni che cercano il dialogo devono fare i conti. In più si nota un altro interessante fenomeno: la scomparsa dell’unicità pashtun che fra gli studenti coranici del jihad produceva un’egemonia indiscussa. In realtà per un lungo periodo quell’etnìa ha nutrito il movimento dalle roccaforti meridionali (Kandahar su tutte), ma già dalla fine dell’esperienza dell’Emirato (2001) e dall’inizio della resistenza contro l’invasione delle truppe statunitensi e della Nato la tendenza stava cambiando. Col lancio della controffensiva, sempre crescente dal 2008 e la ricostruzione delle unità combattenti da nord a sud, il fattore multietnico è diventato una condizione nuova con cui i governi fantoccio (prima Karzai, poi Ghani) devono fare i conti. Interessante è lo studio compiuto dai soliti ricercatori locali sulla situazione di alcune province del nord a fitta presenza talebana: Faryab, Sar-e Pol, Jowzjan, Balkh, Kunduz. Aree dove i governatori che dovrebbero rendere conto ai palazzi di Kabul, possono ben poco, surclassati come sono dallo spettro dei governatori fantasma, ovviamente di marca talebana.
Voce alla loro propaganda d’opposizione al governo collaborazionista con gli invasori occidentali, la offrono anche gli imam che incoraggiano le famiglie a spedire i figli nelle madrase dove istruzione e predicazione sono ampiamente favorevoli al Jihad. Per quei ragazzi il futuro ha strade obbligate, dirette verso la religione o la militanza combattente. Nei casi osservati si nota che le province sono in buona percentuale (che non scende mai sotto il 50%) controllate da milizie talebane, composte da uzbeki, tajiki, pashtun. Il reclutamento è continuo, esistono campi d’addestramento al combattimento corpo a corpo, con armi leggere e anche all’uso di esplosivi. Sul tema vengono confezionati video promozionali. Anche quando alcuni di questi governatori-ombra sono fermati e arrestati con operazioni repressive (sostenute dai marines statunitensi), il reclutamento non si blocca né diminuisce. I giovani miliziani d’etnìa uzbeka ostentano l’appartenenza e impegnano la propria fedeltà al nuovo emiro e ai suoi rappresentanti locali, una battaglia contro cui l’attuale governo ha provato a schierare anche un pezzo da novanta delle storiche guerre interne: il generale uzbeko Dostum, dal 2014 vicepresidente afghano.
Uomo sopravvissuto a ogni stagione e bandiera: nel 1980 combatté per il governo filo sovietico, venne poi foraggiato dagli Stati Uniti, durante la guerra civile (1992-96) contribuì a distruggere Kabul. Ha guerreggiato contro mujaheddin e taliban ma, come altri warlords soprattutto per se stesso, non ha disdegnato esecuzioni sommarie e fosse comuni per i prigionieri islamisti. Nonostante la non verde età (ora ha 63 anni) è tornato a usare nomea e carisma militari al fine di spezzare l’uzbekizzazione dell’insorgenza in quelle province del nord, anche con le consolidate maniere spicce, tanto che alcuni degli abusi sui civili menzionati dall’Unama nel 2015 sono ascrivibili alle sue truppe. L’amministrazione Ghani ovviamente nasconde le malefatte, figurarsi la Casa Bianca... Di fatto l’utilizzo del vecchio arnese della guerra per bande ha solo rinfocolato la sua forza e la sua boria, l’esercito afghano non ne ha tratto beneficio tecnico né d’immagine mentre le giovani generazioni uzbeke non hanno ceduto granché al fascino del vecchio combattente. Chi può fugge attraverso l’Iran verso i confini turchi e oltre, chi resta può scegliere fra i mercenari del vicepresidente o i miliziani di Akhundzada. Forse c’è diversità di trattamento economico, ma i taliban gettano sul piatto i temi della fede e una non secondaria ipoteca sul potere. A tutt’oggi quest’ultimi sembrano pagare.
Fonte
Quest’ultimi, però, puntano a far pesare nell’eventuale trattativa la logica del più forte; il loro controllo del territorio è una realtà con la quale le Istituzioni che cercano il dialogo devono fare i conti. In più si nota un altro interessante fenomeno: la scomparsa dell’unicità pashtun che fra gli studenti coranici del jihad produceva un’egemonia indiscussa. In realtà per un lungo periodo quell’etnìa ha nutrito il movimento dalle roccaforti meridionali (Kandahar su tutte), ma già dalla fine dell’esperienza dell’Emirato (2001) e dall’inizio della resistenza contro l’invasione delle truppe statunitensi e della Nato la tendenza stava cambiando. Col lancio della controffensiva, sempre crescente dal 2008 e la ricostruzione delle unità combattenti da nord a sud, il fattore multietnico è diventato una condizione nuova con cui i governi fantoccio (prima Karzai, poi Ghani) devono fare i conti. Interessante è lo studio compiuto dai soliti ricercatori locali sulla situazione di alcune province del nord a fitta presenza talebana: Faryab, Sar-e Pol, Jowzjan, Balkh, Kunduz. Aree dove i governatori che dovrebbero rendere conto ai palazzi di Kabul, possono ben poco, surclassati come sono dallo spettro dei governatori fantasma, ovviamente di marca talebana.
Voce alla loro propaganda d’opposizione al governo collaborazionista con gli invasori occidentali, la offrono anche gli imam che incoraggiano le famiglie a spedire i figli nelle madrase dove istruzione e predicazione sono ampiamente favorevoli al Jihad. Per quei ragazzi il futuro ha strade obbligate, dirette verso la religione o la militanza combattente. Nei casi osservati si nota che le province sono in buona percentuale (che non scende mai sotto il 50%) controllate da milizie talebane, composte da uzbeki, tajiki, pashtun. Il reclutamento è continuo, esistono campi d’addestramento al combattimento corpo a corpo, con armi leggere e anche all’uso di esplosivi. Sul tema vengono confezionati video promozionali. Anche quando alcuni di questi governatori-ombra sono fermati e arrestati con operazioni repressive (sostenute dai marines statunitensi), il reclutamento non si blocca né diminuisce. I giovani miliziani d’etnìa uzbeka ostentano l’appartenenza e impegnano la propria fedeltà al nuovo emiro e ai suoi rappresentanti locali, una battaglia contro cui l’attuale governo ha provato a schierare anche un pezzo da novanta delle storiche guerre interne: il generale uzbeko Dostum, dal 2014 vicepresidente afghano.
Uomo sopravvissuto a ogni stagione e bandiera: nel 1980 combatté per il governo filo sovietico, venne poi foraggiato dagli Stati Uniti, durante la guerra civile (1992-96) contribuì a distruggere Kabul. Ha guerreggiato contro mujaheddin e taliban ma, come altri warlords soprattutto per se stesso, non ha disdegnato esecuzioni sommarie e fosse comuni per i prigionieri islamisti. Nonostante la non verde età (ora ha 63 anni) è tornato a usare nomea e carisma militari al fine di spezzare l’uzbekizzazione dell’insorgenza in quelle province del nord, anche con le consolidate maniere spicce, tanto che alcuni degli abusi sui civili menzionati dall’Unama nel 2015 sono ascrivibili alle sue truppe. L’amministrazione Ghani ovviamente nasconde le malefatte, figurarsi la Casa Bianca... Di fatto l’utilizzo del vecchio arnese della guerra per bande ha solo rinfocolato la sua forza e la sua boria, l’esercito afghano non ne ha tratto beneficio tecnico né d’immagine mentre le giovani generazioni uzbeke non hanno ceduto granché al fascino del vecchio combattente. Chi può fugge attraverso l’Iran verso i confini turchi e oltre, chi resta può scegliere fra i mercenari del vicepresidente o i miliziani di Akhundzada. Forse c’è diversità di trattamento economico, ma i taliban gettano sul piatto i temi della fede e una non secondaria ipoteca sul potere. A tutt’oggi quest’ultimi sembrano pagare.
Fonte
24/02/2017
Afghanistan, jihadisti di lotta e di governo
Il caso Hekmatyar è emblematico non solo per la vociferata amnistia di cui dovrebbe godere uno dei più noti warlord mediorientali, da più parti accusato di crimini contro l’umanità, ma per il suo ingresso con tutti gli onori nel quadro istituzionale del Paese. Certo la strada dell’oblìo verso le nefandezze del recente passato della storia afghana aveva già avuto precedenti, seppure meno illustri, con l’amministrazione Karzai. Anni addietro alcuni signori della guerra come Khalili e Fahim erano stati perdonati ed elevati al rango di vicepresidenti, Sayyaf medesimo era, ed è, presente nella Loya Jirga. I criminali Rabbani e Massud furono il primo presidente, l’altro osannato come eroe. In quest’ottica, dunque, non ci sono state sostanziali trasformazioni da trent’anni a questa parte; l’ultimo esempio è Dostum, vicepresidente in carica, voluto da Ghani. Ultimamente il generale buono per ogni stagione è un po’ in difficoltà per storie di stupri compiuti da alcune sue guardie del corpo verso donne uzbeke di clan rivali ed è stato invitato dal presidente a farsi da parte. Non è detto che obbedirà, perché i suoi kalashnikov hanno un peso nei conciliaboli. Ghani lo sa: l’ha coptato per questa qualità. I boss della guerriglia hanno fatto da padroni e sono rimasti sulla breccia anche grazie alle continue ingerenze esterne nel territorio afghano compiute prima dai sovietici poi dalla Nato. Tantoché i mujaheddin, e ora i taliban, battono e ribattono sul tasto della resistenza allo straniero per sostenere le proprie azioni armate e fare proseliti fra una popolazione stremata e confusa.
Eppure le narrazioni mainstream sull’Afghanistan – magari non tutte ma quelle filogovernative sì – si sono basate su informazioni di comodo finalizzate ad avallare il disegno statunitense di esportazione di “democrazia”. Le presidenze post talebane di Karzai e Ghani, eletti e rieletti grazie a brogli elettorali, non hanno pacificato la vita interna, né migliorato le condizioni sociali, sperperando i fondi della comunità internazionale con speculazioni gestite da potentati locali, molti dei quali sono per l’appunto signori della guerra, trasformati caso per caso in signori degli affari. Quelle narrazioni non dicono che costoro occupano posti di potere e con la propria violenza e il fondamentalismo ideologico impediscono il processo di trasformazione promesso con tanto di convention e assisi organizzate per il mondo dal governo locale e dai protettori occidentali. L’inserimento istituzionale di Hekmatyar, che potrebbe fare il pontiere con la componente talebana dialogante, s’accompagna a un avvicinamento della diarchia Ghani-Abdullah al partito Hezb-e Islami, utile al piano di pacificazione. Dallo scorso autunno questo partito ha ripreso una meticolosa propaganda nelle aree dov’è storicamente radicato (Herat, Kunduz) e, chi ne segue da anni il percorso politico, pensa che giocherà con l’attuale governo uno scambio su due questioni: prigionieri e rifugiati. Tuttora un pezzo della militanza combattente di Hezb è carcerata. Secondo l’agenzia Onu che su quei territori elabora statistiche (Unama) una parte di costoro è computata come talebani. Sarebbero oltre cinquemila combattenti.
I rifugiati sono in maggioranza raccolti nel campo di Peshawar, sfuggono però a ogni censimento. Possono essere migliaia o decine di migliaia, mancano dati certi. Si conosce, invece, la presa che sulla popolazione hanno alcuni personaggi: il comandante Sarwar Faryadi, rientrato tempo addietro da oltre un decennio di carcerazione in Gran Bretagna, venne accolto con festeggiamenti all’aeroporto di Kabul. Quella struttura è controllata giorno e notte dall’Army National Afghan Forces, l’esercito che da sei anni gli Stati Uniti finanziano e addestrano con scarsissimi risultati, che in quel caso non ha mosso un dito per impedire le manifestazioni di giubilo. I corteggiamenti rivolti all’Hezb-e Islami non sono nuovi. Nel 2005 Karzai, da poco presidente, ammise il partito d’impianto fondamentalista sulla scena politica e promosse un suo membro, Hadi Arghandiwal, a ministro dell’economia. Karzai sosteneva che tale corrente fosse diversa dall’antico gruppo dell’Hezb restato fedele a Hekmatyar e alle sue smanie stragiste verso taluni gruppi etnici, gli hazara su tutti. Invece il partito islamista appare unito e durante l’anno passato, quando il piano di pacificazione è diventato di pubblico dominio, Arghandiwal ha in più circostanze dichiarato come Kekmatyar sia l’emiro del gruppo con cui vorrà lavorare. Altre entità fondamentaliste: l’Hezb-e Muttahed-e Islami-ye Afghanistan e l’Alliance of Hezb-e Islami Councils, anziché competere fra loro sono orientate a una collaborazione col gruppo storico di Hekmatyar.
Da notare che la prima delle due sigle è registrata nell’Afghanistan “democratico” della missione Isaf dal 2006 e tutte hanno ondeggiato fra Karzai e Ghani, quando costoro si facevano paladini della lotta al fondamentalismo. Perciò i posizionamenti delle fazioni islamiste radicali, in vicinanza o appoggio al governo, sono avvenuti ben prima del progetto di pacificazione che coinvolge Hekmatyar. Accadeva per ragioni di potere, per ricavarne vantaggi e benefici personali e di clan, per business nelle varie province. Ora si pensa di utilizzare la sua figura bonificandola dalle macchie criminali, che non son poche, e puntando sulla mitologia che circola attorno al suo passato. Ricordi indubbiamente funerei che possono, comunque, avere la capacità di congelare e controllare i comportamenti di altri signori della guerra, seppure col trascorrere del tempo la categoria ne abbia perso più d’uno. L’impatto di real politik che questo leader può imprimere può tornar sempre vantaggioso, sempre che età e salute lo sorreggano. Con lui, storico elemento del primo Jihad afghano contro l’invasione del Paese, si riunirebbero tessere restate finora frammentarie: controllo militare di alcune province, rapporto con l’intellighenzia islamica interna ed estera, presenza nelle istituzioni. Fattori utili per cercare d’attrarre giovani leve che sono i veri mattoni di cui ha bisogno il movimento islamista per la costruzione dell’Emirato d’Afghanistan. Entità che può risultare un’altra versione di quella inseguita dai talebani. O magari la stessa.
Fonte
Eppure le narrazioni mainstream sull’Afghanistan – magari non tutte ma quelle filogovernative sì – si sono basate su informazioni di comodo finalizzate ad avallare il disegno statunitense di esportazione di “democrazia”. Le presidenze post talebane di Karzai e Ghani, eletti e rieletti grazie a brogli elettorali, non hanno pacificato la vita interna, né migliorato le condizioni sociali, sperperando i fondi della comunità internazionale con speculazioni gestite da potentati locali, molti dei quali sono per l’appunto signori della guerra, trasformati caso per caso in signori degli affari. Quelle narrazioni non dicono che costoro occupano posti di potere e con la propria violenza e il fondamentalismo ideologico impediscono il processo di trasformazione promesso con tanto di convention e assisi organizzate per il mondo dal governo locale e dai protettori occidentali. L’inserimento istituzionale di Hekmatyar, che potrebbe fare il pontiere con la componente talebana dialogante, s’accompagna a un avvicinamento della diarchia Ghani-Abdullah al partito Hezb-e Islami, utile al piano di pacificazione. Dallo scorso autunno questo partito ha ripreso una meticolosa propaganda nelle aree dov’è storicamente radicato (Herat, Kunduz) e, chi ne segue da anni il percorso politico, pensa che giocherà con l’attuale governo uno scambio su due questioni: prigionieri e rifugiati. Tuttora un pezzo della militanza combattente di Hezb è carcerata. Secondo l’agenzia Onu che su quei territori elabora statistiche (Unama) una parte di costoro è computata come talebani. Sarebbero oltre cinquemila combattenti.
I rifugiati sono in maggioranza raccolti nel campo di Peshawar, sfuggono però a ogni censimento. Possono essere migliaia o decine di migliaia, mancano dati certi. Si conosce, invece, la presa che sulla popolazione hanno alcuni personaggi: il comandante Sarwar Faryadi, rientrato tempo addietro da oltre un decennio di carcerazione in Gran Bretagna, venne accolto con festeggiamenti all’aeroporto di Kabul. Quella struttura è controllata giorno e notte dall’Army National Afghan Forces, l’esercito che da sei anni gli Stati Uniti finanziano e addestrano con scarsissimi risultati, che in quel caso non ha mosso un dito per impedire le manifestazioni di giubilo. I corteggiamenti rivolti all’Hezb-e Islami non sono nuovi. Nel 2005 Karzai, da poco presidente, ammise il partito d’impianto fondamentalista sulla scena politica e promosse un suo membro, Hadi Arghandiwal, a ministro dell’economia. Karzai sosteneva che tale corrente fosse diversa dall’antico gruppo dell’Hezb restato fedele a Hekmatyar e alle sue smanie stragiste verso taluni gruppi etnici, gli hazara su tutti. Invece il partito islamista appare unito e durante l’anno passato, quando il piano di pacificazione è diventato di pubblico dominio, Arghandiwal ha in più circostanze dichiarato come Kekmatyar sia l’emiro del gruppo con cui vorrà lavorare. Altre entità fondamentaliste: l’Hezb-e Muttahed-e Islami-ye Afghanistan e l’Alliance of Hezb-e Islami Councils, anziché competere fra loro sono orientate a una collaborazione col gruppo storico di Hekmatyar.
Da notare che la prima delle due sigle è registrata nell’Afghanistan “democratico” della missione Isaf dal 2006 e tutte hanno ondeggiato fra Karzai e Ghani, quando costoro si facevano paladini della lotta al fondamentalismo. Perciò i posizionamenti delle fazioni islamiste radicali, in vicinanza o appoggio al governo, sono avvenuti ben prima del progetto di pacificazione che coinvolge Hekmatyar. Accadeva per ragioni di potere, per ricavarne vantaggi e benefici personali e di clan, per business nelle varie province. Ora si pensa di utilizzare la sua figura bonificandola dalle macchie criminali, che non son poche, e puntando sulla mitologia che circola attorno al suo passato. Ricordi indubbiamente funerei che possono, comunque, avere la capacità di congelare e controllare i comportamenti di altri signori della guerra, seppure col trascorrere del tempo la categoria ne abbia perso più d’uno. L’impatto di real politik che questo leader può imprimere può tornar sempre vantaggioso, sempre che età e salute lo sorreggano. Con lui, storico elemento del primo Jihad afghano contro l’invasione del Paese, si riunirebbero tessere restate finora frammentarie: controllo militare di alcune province, rapporto con l’intellighenzia islamica interna ed estera, presenza nelle istituzioni. Fattori utili per cercare d’attrarre giovani leve che sono i veri mattoni di cui ha bisogno il movimento islamista per la costruzione dell’Emirato d’Afghanistan. Entità che può risultare un’altra versione di quella inseguita dai talebani. O magari la stessa.
Fonte
21/02/2017
Kabul, sussurri e grida sul ritorno del macellaio
Procede speditamente lo sdoganamento del macellaio di Kabul e il suo ingresso nel “governo democratico” di Ghani. Dallo scorso settembre Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito islamista, uno dei più noti e sanguinari signori della guerra, era corteggiato dal presidente afghano per un piano di pacificazione nazionale. Piano che prevede di stabilire accordi coi talebani, innanzitutto per giungere a una tregua nelle province più focose dell’insorgenza (Helmand, Kandahar, Kunduz, Balch, Wardak) e strada facendo ipotizzare una divisione dei ruoli fra un governo di facciata che mantiene rapporti internazionali e i reali controllori del territorio, i miliziani col turbante, cui viene concesso un bel pezzo della gestione dell’economia dell’oppio e le tangenti per non intralciare il cosiddetto sviluppo della normalizzazione (sfruttamento del sottosuolo da parte di aziende straniere, opere come il gasdotto Tapi, più possibili servizi venturi). Così i boss politici possono vivere felici e contenti, la popolazione continuare a languire ed essere costretta a ingrassare i trafficanti di rifugiati. Alla quadratura del cerchio sta offrendo un contributo anche un organismo sempre presentato super partes: l’Onu, che ha cancellato ogni sanzione nei confronti di Hekmatyar. Il leader islamista può ora presentarsi nella capitale che martoriò a metà anni Novanta, senza il pericolo d’essere arrestato come stabiliva una sanzione emanata nel 2003 a seguito proprio d’una risoluzione Onu del 1999.
Un pericolo fittizio poiché dalla sponda governativa nessuno si sogna d’intralciare il ruolo dell’ex mujaheddin, anzi. Il suo radicamento nella politica armata locale, i trascorsi che lo rendono un’icona del jihadismo ne farebbero una pedina utile al dialogo fra amministrazione Ghani-Abdullah e insorgenza predisposto dalla regia del Pentagono. Ma gli ultimi mesi dicono anche altro. L’Hezb è un’entità a sé che solo in alcune circostanze ha condotto azioni coi Talib, inoltre l’impatto di fuoco e lo stesso reclutamento di giovani generazioni resistenti non vedono certo brillare il gruppo. Tutto gira sulla fama del vecchio ‘macellaio’, però i quadri intermedi non manifestano carisma. C’è poi stato uno scontro di propaganda fra la parte più intransigente della famiglia talebana, che snobba i colloqui governativi perché pensa di prendere il potere con le armi scalzando il governo-fantoccio, e gli emissari di Hekmatyar. Lo racconta un gruppo di ricercatori locali che sta seguendo da mesi lo sviluppo delle trattative. I turbanti hanno definito ‘insignificante’ l’Hezb, quest’ultimo li taccia di fanatismo. Comunque nelle strade della capitale gira la diceria che il grande vecchio del Jihad arriverà, ben protetto da gruppi di guardie del corpo, e si piazzerà a sud, nell’area di Chahrasyab dov’era il suo antico quartier generale. Altre voci affermano che alcuni edifici che l’amministrazione sta ristrutturando ospiteranno almeno 500 combattenti dell’Hezb che seguiranno il capo e addestreranno reparti dell’esercito.
Ma c’è chi ha valuto superfluo tutto questo darsi da fare governativo. Un mese fa la diplomazia talebana s’è mossa ed ha scritto al neo presidente Trump. Fra i punti della missiva spiccava: l’inutilità degli strascichi della guerra in corso sul territorio afghano, quello che per i talib è l’Emirato islamico dell’Afghanistan. Si aggiornava lo staff del nuovo inquilino della Casa Bianca sui reali rapporti di forza: 50% del territorio sotto il controllo dei resistenti, un altro 30% che ci finirà se la trattativa dovesse fallire e le enclavi dove vivono assediati Ghani e i suoi uomini. Visto l’andamento dei 14 anni di Enduring Freedom e Isaf Mission, si invita Trump a riflettere e trovare soluzioni alternative che vedono come realtà essi stessi e il progetto dell’Emirato, entità che si relaziona da tempo con altri Paesi dell’area. Vista la quantità e l’entità delle azioni offensive messe in atto dagli insorgenti l’argomento ha un peso non indifferente. Del resto è la stessa componente militare degli Stati Uniti ad aver ripreso, da diversi mesi, il progetto di dibattere una soluzione pacifica per quei territori. Certo vorrebbe farlo con la copertura del governo che almeno maschera l’accordo col fondamentalismo locale. Però i talebani dialoganti non desiderano mediatori, soprattutto se questi sono vecchi volponi della legge del taglione come Hekmatyar. Senza dimenticare che in famiglia i turbanti annoverano anche teste pensanti che vogliono trattare da posizioni di forza, dopo aver scacciato e umiliato i collaborazionisti locali. Un bel busillis.
Fonte
Un pericolo fittizio poiché dalla sponda governativa nessuno si sogna d’intralciare il ruolo dell’ex mujaheddin, anzi. Il suo radicamento nella politica armata locale, i trascorsi che lo rendono un’icona del jihadismo ne farebbero una pedina utile al dialogo fra amministrazione Ghani-Abdullah e insorgenza predisposto dalla regia del Pentagono. Ma gli ultimi mesi dicono anche altro. L’Hezb è un’entità a sé che solo in alcune circostanze ha condotto azioni coi Talib, inoltre l’impatto di fuoco e lo stesso reclutamento di giovani generazioni resistenti non vedono certo brillare il gruppo. Tutto gira sulla fama del vecchio ‘macellaio’, però i quadri intermedi non manifestano carisma. C’è poi stato uno scontro di propaganda fra la parte più intransigente della famiglia talebana, che snobba i colloqui governativi perché pensa di prendere il potere con le armi scalzando il governo-fantoccio, e gli emissari di Hekmatyar. Lo racconta un gruppo di ricercatori locali che sta seguendo da mesi lo sviluppo delle trattative. I turbanti hanno definito ‘insignificante’ l’Hezb, quest’ultimo li taccia di fanatismo. Comunque nelle strade della capitale gira la diceria che il grande vecchio del Jihad arriverà, ben protetto da gruppi di guardie del corpo, e si piazzerà a sud, nell’area di Chahrasyab dov’era il suo antico quartier generale. Altre voci affermano che alcuni edifici che l’amministrazione sta ristrutturando ospiteranno almeno 500 combattenti dell’Hezb che seguiranno il capo e addestreranno reparti dell’esercito.
Ma c’è chi ha valuto superfluo tutto questo darsi da fare governativo. Un mese fa la diplomazia talebana s’è mossa ed ha scritto al neo presidente Trump. Fra i punti della missiva spiccava: l’inutilità degli strascichi della guerra in corso sul territorio afghano, quello che per i talib è l’Emirato islamico dell’Afghanistan. Si aggiornava lo staff del nuovo inquilino della Casa Bianca sui reali rapporti di forza: 50% del territorio sotto il controllo dei resistenti, un altro 30% che ci finirà se la trattativa dovesse fallire e le enclavi dove vivono assediati Ghani e i suoi uomini. Visto l’andamento dei 14 anni di Enduring Freedom e Isaf Mission, si invita Trump a riflettere e trovare soluzioni alternative che vedono come realtà essi stessi e il progetto dell’Emirato, entità che si relaziona da tempo con altri Paesi dell’area. Vista la quantità e l’entità delle azioni offensive messe in atto dagli insorgenti l’argomento ha un peso non indifferente. Del resto è la stessa componente militare degli Stati Uniti ad aver ripreso, da diversi mesi, il progetto di dibattere una soluzione pacifica per quei territori. Certo vorrebbe farlo con la copertura del governo che almeno maschera l’accordo col fondamentalismo locale. Però i talebani dialoganti non desiderano mediatori, soprattutto se questi sono vecchi volponi della legge del taglione come Hekmatyar. Senza dimenticare che in famiglia i turbanti annoverano anche teste pensanti che vogliono trattare da posizioni di forza, dopo aver scacciato e umiliato i collaborazionisti locali. Un bel busillis.
Fonte
02/11/2016
L’ombra di Hekmatyar sul governo di Kabul
Il lanciatore di razzi si proietta ufficialmente in politica. In realtà dalla politica Gulbuddin Hekmatyar non è mai uscito, la sua presenza, ingombrante e inquietante, ha oltre trent’anni di storia. Da quand’era studente d’ingegneria all’università di Kabul e abbracciava ideali marx-leninisti poi riconvertiti verso un Islam, più che puro, fanatico. Così da mujaheddin antisovietico si trasformò in signore della guerra a tuttotondo fondando l’Hezb-i Islami, partito mai tramontato nell’Afghanistan resistente a due invasioni e a tutti i dopoguerra possibili, anche quelli successivi al conflitto civile degli anni Novanta. Hekmatyar il pashtun, fondamentalista tutto d’un pezzo è al tempo stesso un abile osservatore d’ogni mossa politica, qualità che gli ha permesso di sopravvivere a ogni fase che la terra dell’Hindu Kush sta conoscendo, col comune denominatore degli scontri armati, ma non solo. Non è un segreto che l’attuale leadership afghana del presidente Ghani e i suoi tutor statunitensi cerchino soluzioni patteggiate per un presente e futuro per loro ingestibili. Le cercano riaprendo il dialogo coi nemici che dal 2001 hanno ufficialmente spodestato – i talebani – scalzati solo dai palazzi di Kabul, non dal territorio nazionale. Infatti i talib controllano una grossa fetta che oscilla fra le 15 e le 27 province su trentaquattro. Hekmatyar, come altri potentati armati, in tutti questi anni ha continuato a vivere indisturbato in Afghanistan perché nessuno lo ricercava.
Poteva essere accusato di crimini di guerra, ma da chi? Dai governi locali? Da quei “missionari di pace” con le divise Nato che lì seminavano morte e commettevano altri crimini? Come altri warlords responsabili di stragi di gente comune, nessun tribunale nazionale e internazionale gli ha mai contestato nulla. Anche per Hekmatyar e altri combattenti antisovietici, è valso quel lasciapassare offerto da Cia e Pentagono, e l’assenza di moralità e autodeterminazione dei premier fantoccio, prima Karzai ora Ghani, hanno fatto il resto. Inoltre l’occupazione, con tanti o pochi militari, continua ad assegnare a ciascun elemento armato, vecchio e nuovo, il ruolo di difensore del suolo patrio, e questa è la narrazione che il capo dell’Hizb-i Islami continua a utilizzare. Nel ‘do ut des’ in corso con Ghani lo staff di Hekmatyar ricordare la propria funzione di difesa del Paese da ingerenze straniere, che nel tempo sono addirittura cresciute passando da finalità geostrategiche, comunque sempre presenti, a interessi economici legati alle scoperte del sottosuolo capaci di mandare in fibrillazione multinazionali e appetiti imperialisti sparsi per il mondo. Perciò un portavoce di quel partito, Amin Karim, in un’intervista concessa ad Al Jazeera ribadisce l’intento di voler lavorare per la libertà e l’indipendenza afghana relazionandosi al governo e non opponendosi più a esso.
Certo Karim dichiara di sentirsi “orgoglioso della resistenza all’occupazione di truppe straniere e rifiuta il concetto di democrazia diffusa coi droni”. Afferma anche che Hekmatyar non cerca contropartite, il suo obiettivo non sarebbe la ricerca del potere politico, premierato o qualche ministero. Per la cronaca ricordiamo che agli inizi degli anni Novanta, Hekmatyar era stato investito del ruolo di capo di governo, ma durò poco. I contrasti con Rabbani e altri leader lo condussero allo scontro. Sanguinosissimo. Oggi l’intento è partecipare attivamente alla politica ufficiale, presentandosi alle elezioni, perché convinto che il popolo afghano sia vicino a ideali e valori promossi dal movimento islamista. Ma se si fa riferimento al ruolo femminile, alle ragazze che non indossano l’hijab, Karim non ha dubbi: quell’abbigliamento fa parte della fede afghana. Per lui il 99% della gente unisce passato e presente, la modernità non dimentica la tradizione. Dice: “La nazione è fatta dalla gente dei villaggi mentre certi codici di vestiario non escono fuori da Kabul, di 5 non di 30 km. La mia personale opinione è che ci dev’essere libertà nel vestire, per uomini e donne, ma coi limiti del rispetto”. E sul comune sentire fra il proprio partito e i talebani in una governance islamica l’intervistato non si nasconde: “Per Hizb-i Islami si basa sul senso di giustizia, per altri sul tagliare la mano a un ladro. I percorsi sono differenti, dipende dalle situazioni. Su un punto noi e i talebani concordiamo: combattere per l’indipendenza della nazione”. Più chiaro di così.
Fonte
Poteva essere accusato di crimini di guerra, ma da chi? Dai governi locali? Da quei “missionari di pace” con le divise Nato che lì seminavano morte e commettevano altri crimini? Come altri warlords responsabili di stragi di gente comune, nessun tribunale nazionale e internazionale gli ha mai contestato nulla. Anche per Hekmatyar e altri combattenti antisovietici, è valso quel lasciapassare offerto da Cia e Pentagono, e l’assenza di moralità e autodeterminazione dei premier fantoccio, prima Karzai ora Ghani, hanno fatto il resto. Inoltre l’occupazione, con tanti o pochi militari, continua ad assegnare a ciascun elemento armato, vecchio e nuovo, il ruolo di difensore del suolo patrio, e questa è la narrazione che il capo dell’Hizb-i Islami continua a utilizzare. Nel ‘do ut des’ in corso con Ghani lo staff di Hekmatyar ricordare la propria funzione di difesa del Paese da ingerenze straniere, che nel tempo sono addirittura cresciute passando da finalità geostrategiche, comunque sempre presenti, a interessi economici legati alle scoperte del sottosuolo capaci di mandare in fibrillazione multinazionali e appetiti imperialisti sparsi per il mondo. Perciò un portavoce di quel partito, Amin Karim, in un’intervista concessa ad Al Jazeera ribadisce l’intento di voler lavorare per la libertà e l’indipendenza afghana relazionandosi al governo e non opponendosi più a esso.
Certo Karim dichiara di sentirsi “orgoglioso della resistenza all’occupazione di truppe straniere e rifiuta il concetto di democrazia diffusa coi droni”. Afferma anche che Hekmatyar non cerca contropartite, il suo obiettivo non sarebbe la ricerca del potere politico, premierato o qualche ministero. Per la cronaca ricordiamo che agli inizi degli anni Novanta, Hekmatyar era stato investito del ruolo di capo di governo, ma durò poco. I contrasti con Rabbani e altri leader lo condussero allo scontro. Sanguinosissimo. Oggi l’intento è partecipare attivamente alla politica ufficiale, presentandosi alle elezioni, perché convinto che il popolo afghano sia vicino a ideali e valori promossi dal movimento islamista. Ma se si fa riferimento al ruolo femminile, alle ragazze che non indossano l’hijab, Karim non ha dubbi: quell’abbigliamento fa parte della fede afghana. Per lui il 99% della gente unisce passato e presente, la modernità non dimentica la tradizione. Dice: “La nazione è fatta dalla gente dei villaggi mentre certi codici di vestiario non escono fuori da Kabul, di 5 non di 30 km. La mia personale opinione è che ci dev’essere libertà nel vestire, per uomini e donne, ma coi limiti del rispetto”. E sul comune sentire fra il proprio partito e i talebani in una governance islamica l’intervistato non si nasconde: “Per Hizb-i Islami si basa sul senso di giustizia, per altri sul tagliare la mano a un ladro. I percorsi sono differenti, dipende dalle situazioni. Su un punto noi e i talebani concordiamo: combattere per l’indipendenza della nazione”. Più chiaro di così.
Fonte
26/10/2016
Afghanistan – Dostum minaccia Ghani
Da ieri il presidente afghano Ghani non dormirà sonni tranquilli. Il vice che si è scelto, il signore della guerra d’origini uzbeke Rashid Dostum, ha parlato fuori dai denti e l’ha avvertito: guai a non rispettare il suo ruolo e la sua etnia. Nel farlo pubblicamente, in una conferenza stampa, ha sfoggiato tutta la prosopopea possibile, compreso l’aggressivo look del guerriero, come fosse un capitano di ventura rinascimentale. Di quella tipologia il generale ha tutti i geni. Pochi come lui possono vantare una versatilità nel trasformismo politico-militare che attraversa quarant’anni di storia afghana: due invasioni di eserciti stranieri, una sanguinosa guerra civile e ogni dopoguerra. Dostum è stato coi sovietici e coi governi “amici” voluti da Mosca e con la Cia che, dopo aver organizzato i mujaheddin contro i russi, li ha foraggiati anche contro i talebani, a loro volta sostenuti tramite gli alleati sauditi e pakistani. Tutto ciò è più che storia, diventa letteratura della storia del popolo afghano sottoposto al Grande gioco delle potenze mondiali dal XIX secolo a oggi.
Dostum è finito al fianco di Ghani, ultimo fantoccio del progetto statunitense di controllare l’Afghanistan, per garantire al presidente voluto dalla Casa Bianca un’incolumità di fronte al pericolo, nient’affatto teorico, che dopo le elezioni presidenziali del 2014 i gruppi stretti attorno alla candidatura sua e di Abdullah prendessero le armi, gli uni contro gli altri. L’exit strategy (mai compiuta del tutto) doveva concludersi e la recita della democratizzazione del Paese, cui contribuisce anche l’Unione Europea, necessitava di nuovi attori. Così i contendenti, e i signori della guerra che gli stavano attorno, trovarono il compromesso: Ghani presidente, Abdullah premier, Dostum vicepresidente, Sayyaf presente nel sottobosco parlamentare oltre che di governo. Contro questo disegno, che per reggersi non può dimenticare il pashtunwali e tutte le regole fra clan tribali, Dostum ha iniziato a scalpitare perché le etnie pashtun, cui appartiene Ghani, e tajika, riferimento familiare di Abdullah, la fanno da padrone.
Il generale uzbeko, che vive la politica dei palazzi come un noioso ingombro di cui farebbe a meno a favore delle maniere spicce e forti, non gradisce l’attuale presente con cui Ghani trama con suoi antichi nemici. Il più noto e tuttora potente è Galbuddin Hekmatyar, contro cui Dostum si scontrò apertamente nel triennio 1992-94. I reciproci cannoneggiamenti di Kabul fecero ottantamila vittime civili. Beh, con Hekmatyar, Ghani ha di recente stretto un patto di collaborazione, per l’intento non velato di utilizzarlo quale ambasciatore verso quei talebani che potrebbero stabilire colloqui di non belligeranza col governo. Una mossa che è comunque un terreno minato, perché gran parte dei clan talebani hanno invece scelto di attaccare in ogni angolo la sempre più debole amministrazione statale afghana. I talib sentono di poter imporre scelte e non sono propensi a trattare oppure lo faranno alla loro maniera. In più, a seguito dei frazionamenti già avvenuti, per non perdere militanti a favore della propaganda jihadista dell’Isis continuano ad attaccare l’esercito afghano.
Ma quest’ultimo non potrà mai opporsi adeguatamente alle milizie dei turbanti se continua a essere organizzato da personaggi come Mohammad Stanekzai. Questi è il capo dell’Intelligence insediato da Ghani e, a detta di Dostum, ha simpatie talebane tanto che la struttura che dirige fa acqua da tutte le parti. Stanekzai – tuona il vicepresidente – è l’esempio più sciagurato dei doppiogiochisti che contornano Ghani, che in fondo sono come lui: per curare interessi personali cercano di stare coi piedi su più staffe. Questi faccendieri e corrotti provocherebbero un danno doppio, mostrando ai sottoposti una totale assenza di posizioni e – afferma Dostum – senza un disegno, un’unica linea di condotta, un senso d’appartenenza chi lavora per la nazione non crede a quel che fa. Certo il pulpito da cui vengono simili riflessioni non è irreprensibile né immacolato, ma può far meditare il destinatario visto che Dostum non rinnega i percorsi di vita e li ripropone. Per ribadire il concetto, facendo riferimento a Najibullah (politico manovrato dai sovietici, prima difeso quindi abbandonato al suo destino dal signore della guerra uzbeko) ha detto: “Certe persone le ho fatte saltare in aria politicamente e militarmente”. Il futuro per Ghani diventa un incubo.
Fonte
Dostum è finito al fianco di Ghani, ultimo fantoccio del progetto statunitense di controllare l’Afghanistan, per garantire al presidente voluto dalla Casa Bianca un’incolumità di fronte al pericolo, nient’affatto teorico, che dopo le elezioni presidenziali del 2014 i gruppi stretti attorno alla candidatura sua e di Abdullah prendessero le armi, gli uni contro gli altri. L’exit strategy (mai compiuta del tutto) doveva concludersi e la recita della democratizzazione del Paese, cui contribuisce anche l’Unione Europea, necessitava di nuovi attori. Così i contendenti, e i signori della guerra che gli stavano attorno, trovarono il compromesso: Ghani presidente, Abdullah premier, Dostum vicepresidente, Sayyaf presente nel sottobosco parlamentare oltre che di governo. Contro questo disegno, che per reggersi non può dimenticare il pashtunwali e tutte le regole fra clan tribali, Dostum ha iniziato a scalpitare perché le etnie pashtun, cui appartiene Ghani, e tajika, riferimento familiare di Abdullah, la fanno da padrone.
Il generale uzbeko, che vive la politica dei palazzi come un noioso ingombro di cui farebbe a meno a favore delle maniere spicce e forti, non gradisce l’attuale presente con cui Ghani trama con suoi antichi nemici. Il più noto e tuttora potente è Galbuddin Hekmatyar, contro cui Dostum si scontrò apertamente nel triennio 1992-94. I reciproci cannoneggiamenti di Kabul fecero ottantamila vittime civili. Beh, con Hekmatyar, Ghani ha di recente stretto un patto di collaborazione, per l’intento non velato di utilizzarlo quale ambasciatore verso quei talebani che potrebbero stabilire colloqui di non belligeranza col governo. Una mossa che è comunque un terreno minato, perché gran parte dei clan talebani hanno invece scelto di attaccare in ogni angolo la sempre più debole amministrazione statale afghana. I talib sentono di poter imporre scelte e non sono propensi a trattare oppure lo faranno alla loro maniera. In più, a seguito dei frazionamenti già avvenuti, per non perdere militanti a favore della propaganda jihadista dell’Isis continuano ad attaccare l’esercito afghano.
Ma quest’ultimo non potrà mai opporsi adeguatamente alle milizie dei turbanti se continua a essere organizzato da personaggi come Mohammad Stanekzai. Questi è il capo dell’Intelligence insediato da Ghani e, a detta di Dostum, ha simpatie talebane tanto che la struttura che dirige fa acqua da tutte le parti. Stanekzai – tuona il vicepresidente – è l’esempio più sciagurato dei doppiogiochisti che contornano Ghani, che in fondo sono come lui: per curare interessi personali cercano di stare coi piedi su più staffe. Questi faccendieri e corrotti provocherebbero un danno doppio, mostrando ai sottoposti una totale assenza di posizioni e – afferma Dostum – senza un disegno, un’unica linea di condotta, un senso d’appartenenza chi lavora per la nazione non crede a quel che fa. Certo il pulpito da cui vengono simili riflessioni non è irreprensibile né immacolato, ma può far meditare il destinatario visto che Dostum non rinnega i percorsi di vita e li ripropone. Per ribadire il concetto, facendo riferimento a Najibullah (politico manovrato dai sovietici, prima difeso quindi abbandonato al suo destino dal signore della guerra uzbeko) ha detto: “Certe persone le ho fatte saltare in aria politicamente e militarmente”. Il futuro per Ghani diventa un incubo.
Fonte
23/09/2016
Ghani abbraccia il macellaio di Kabul
L’alleato fondamentalista – La navigazione governativa a vista messa in atto negli ultimi mesi dal presidente afghano Ghani approda a un primo passo verso un obiettivo, per ora rifiutato dai destinatari. Quest’obiettivo è stabilire una pacificazione coi riottosi talebani e per convincerli Ghani imbarca nientemeno che Hekmatyar, uno dei più spietati signori della guerra locali. L’ha annunciato con enfasi il rappresentante dell’Alto consiglio afghano di pace, Ahmad Gilani, seppure nell’occasione i due attori non fossero presenti. La manovra, che avrà sicuramente ricevuto l’assenso del puparo di Ghani, John Kerry, mostra il totale fallimento di emancipare l’ultimo burattino ufficiale afghano tramite un proprio esercito, enorme nei numeri (300.000 uomini) e totalmente inefficiente sul campo. Il nemico fondamentalista che, dopo 15 anni di guerra, non è stato sconfitto resta la spina nel fianco sia degli Stati Uniti, lì interessati a geostrategie e business, sia degli affari di altri grandi del mondo: Cina, India, Gran Bretagna. Allora si torna al passato, ben prima dell’11 settembre, quando a fine anni Ottanta il mondo bipolare si scontrava in quel territorio, con un’Unione Sovietica impelagata in un’invasione che la dissanguò, e gli Usa che foraggiavano la resistenza di vari gruppi mujaheddin. Fra questi l’Hezb-i Islami creato da Hekmatyar,
Una vita per la ‘guerra santa’ – Originario di Kunduz, ingegnere mancato all’università di Kabul, e inizialmente filocomunista prima di tramutare il suo credo politico a Peshawar, in quei campi profughi dove gli afghani riparavano e dove agiva e reclutava l’Intelligence pakistana, Hekmatyar è un protagonista di primo piano d’una storia lunga e intricatissima, che riassumiamo nelle vicende salienti. Le varie fazioni resistenti e vincenti contro l’invasione sovietica si ritrovarono, dopo la ritirata dell’Armata Rossa (1988), a gestire rissosamente le leve di comando. Fra i maggiori schieramenti, oltre a quello di Hekmatyar, c’erano Jamiat-I Islami di Rabbani e Massud, Ittihad-I Islami di Sayyaf. Anno dopo anno il comune governo scivolò in contrasti, fino alla contrapposizione armata durata dal 1992 al 1996, di cui fece le spese soprattutto la popolazione civile. Quella di Kabul, accusata d’essere stata acquiescente verso i russi, fu particolarmente colpita da chi voleva insediarsi in città. Il 1993 viene ricordato come l’anno nero della capitale che contò oltre diecimila morti civili. A provocarli le milizie di Rabbani e Massud insediate in città e quelle di Hekmatyar che da una collina circostante martellava coi mortai le truppe nemiche e le zone abitate dalla popolazione presa come bersaglio fisso. L’epiteto di ‘macellaio di Kabul’ viene da lì. Ma i suoi avversari non erano certamente galantuomini. Come non lo erano altri signori della guerra coinvolti: Mohaqiq, Dostum, Sayyaf, Fahim, Khalili. Nei curricula di ciascuno ci sono le tendenze più varie dal filosovietismo, al fondamentalismo islamico. Secondo i periodi sono stati nemici e alleati, risultano finanziati e armati da potenze mondiali (Usa, Urss, India, Cina) e regionali (Arabia Saudita, Pakistan, Iran), compaiono in ruoli ufficiali di governi afghani passati e attuali.
Crudele real politik – Si dirà: è la geopolitica bellezza. Quella che vede il cinismo variegato su scala macro e micro maciullare gente, ormai da quattro generazioni, cosicché dall’Afghanistan si continua a fuggire e certi afghani meditano il jihad antioccidentale portato a destinazione: Europa o America che sia. Ottantamila furono le vittime civili dei quattro anni di guerra fra le bande afghane, quasi tutti i protagonisti di quel delirio sono vivi, vegeti e potenti, tantoché i depositari del ‘modello democratico’ da innestare li vogliono al proprio fianco. Inascoltate restano le voci di un’associazione locale come il Saijs che sui massacri della guerra civile afghana ha stilato dossier che raccolgono il dolore di migliaia di familiari, inizialmente reticenti a denunciare per il terrore che tuttora questi signori incutono. Nessuna Corte Internazionale ha raccolto il loro appello, troppo deboli, troppo umili, troppo sole quelle voci per gli interessi globali. Né le figure istituzionali che la democrazia occidentale ha insediato per trasformare il Paese in una società normale, mai hanno voluto chiedere conto dei crimini commessi. Prima Karzai, ora Ghani i signori della guerra li scelgono come alleati per cercare un presente che per la gente comune continua a profilarsi nero: i Taliban imperversano e controllano più della metà delle province, il governo annaspa e cerca un accordo che costoro rifiutano perché sanno di poter puntare all’intera posta: salire al potere, come nel 1996. Mentre l’America balbetta e al più prepara un’altra guerra se Trump, come può accadere, salirà alla Casa Bianca.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)












