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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/01/2024

La realtà parallela di Report

A Milano ci sarebbe una mafia a tre teste con la santa alleanza tra Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta utilizzando il capoluogo lombardo e zone limitrofe come una sorta di “laboratorio”.

Era la tesi della procura che il giudice delle indagini preliminari Tommaso Pena nel novembre scorso aveva bocciato rigettando 140 richieste di misure cautelari su 154 (una sorta di record probabilmente non solo italiano) per associazione mafiosa.

Se questa prospettazione ritenuta infondata abbiamo visto l’altro ieri sera su RaiTre nella trasmissione Report un’intera puntata come se invece fosse tutto vero. La decisione del gip è stata ricordata solo con un brevissimo accenno di poche parole per dedicare tutto lo spazio alla “straordinaria scoperta fatta dai carabinieri e dalla procura”.

Sigfrido Ranucci non ha avuto neanche la bontà di ricordare che la procura di Milano pur avendo presentato ricorso al Tribunale del Riesame contro la decisione del gip Perna ha limitato l’impugnazione alla posizione di 70 indagati, la metà di quanti voleva sanzionare in origine.

Insomma anche da parte dell’organo dell’accusa c’è stata l’ammissione di un flop quantomeno parziale. In attesa dell’appuntamento del Riesame che non è stato ancora fissato.

Report si comporta come se il network criminale fosse stato ritenuto consolidato. Nel ricorso la procura accusava il gip di aver fatto “copia e incolla” con il parere di un avvocato espresso in tutt’altra circostanza fuori dall’inchiesta. Il gip avrebbe ignorato e smentito “le più eterogenee evidenze investigative processuali dell’ultimo ventennio”.

I giornali solitamente a sostegno della procura operavano un massacro mediatico del giudice. Doveva intervenire il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia con un comunicato per sottolineare che il controllo del gip “lungi dall’essere classificato come una patologia evidenzia il principio dell’autonomia della valutazione giurisprudenziale”.

Ma di tutto questo nella puntata di Report non si parla. E in questa vicenda è stato del tutto assente il Csm sempre pronto ad aprire pratiche a tutela quando i magistrati vengono criticati dai politici. Ma quando ricevono attacchi dai colleghi e dai giornali va tutto bene.

Report insomma si ripete. Non ha mai preso atto che la storia della trattativa Stato-mafia era del tutto infondata secondo la Cassazione non perdendo occasione di riproporla.

Come del resto non tiene conto degli esiti processuali del ‘caso Moro’ dove si esclude che le Brigate Rosse fossero state eterodirette e avessero avuto complici occulti...

Fonte

La puntata di Report sul caso Moro, ecco le prove del contatto di Ranucci con Pazienza

di Paolo Persichetti

Oggi siamo in grado di rivelare ulteriori dettagli sul contatto tra Sigfrido Ranucci e Francesco Pazienza nelle settimane precedenti la messa in onda della puntata di Report dedicata alle presunte verità sempre tenute nascoste sul sequestro Moro. Ci scusiamo per l’attesa che ha creato un certo suspense sulla vicenda e che alcuni hanno interpretato frettolosamente come la prova che noi stessimo bluffando, senza avere in mano nulla. Non siamo abituati a mentire, tanto meno a tentare azzardi. Semplicemente attendevamo che Ranucci e Pazienza dicessero la loro, lasciandogli il tempo di spiegare i fatti e le eventuali ragioni.

Ma Ranucci si è ben guardato dal farlo accusandomi di aver scritto falsità, omettendo la circostanza del contatto avuto con Pazienza. Mentre Pazienza ha sostenuto di non aver mai sentito Ranucci e di aver agito autonomamente contattando il giornalista Lovatelli Ravarino, ritenuto depositario di informazioni sulla vicenda Moro, in particolare sul ritrovamento del cadavere dello statista Dc in via Caetani, informazioni che Ravarino peraltro smentisce categoricamente di possedere. La nostra inchiesta, in effetti, nasce proprio da un commento che Cristiano Lovatelli Ravarino aveva fatto sotto un mio articolo su Report postato su Fb (qui l’articolo).

Il commento di Ravarino

Lo scambio watsapp tra Pazienza e Ravarino

Ne parliamo con Paolo Morando, giornalista e saggista, autore di numerosi volumi sulla strage di piazza Fontana, la storia di Cefis, la strage di Peteano e quella di Bologna.

Conosco Paolo da quasi due anni. Abbiamo condotto insieme alcune inchieste, in particolare sul carteggio Sismi-Olp, le cosiddette «carte di Giovannone» (leggi qui).

Allora com’è andata?

«Ancora domenica mattina ho letto anch’io quel commento su Facebook di Lovatelli Ravarino. E quel riferimento a un contatto tra Pazienza e Ranucci mi ha incuriosito. Mi sono allora procurato il numero di Pazienza, che non avevo, e gli ho mandato un messaggio via whatsapp».

Che ora era?

«Le 14:14».

E che cosa gli hai scritto?

«Te lo leggo: “La contatto perché avrei bisogno di chiederle una cosa a proposito della puntata di Report sul caso Moro, che andrà in onda stasera. Posso chiamarla? Grazie”. Mi ha risposto un minuto dopo: “Mi chiami pure”».

E poi?

«Siamo stati al telefono una decina di minuti. È stato cordiale e affabile. Mi ha detto di conoscere benissimo Lovatelli Ravarino, ma che non era del tutto esatto quello che aveva scritto su Facebook».

Cioè?

«Le sue esatte parole, le ho riascoltate, sono state: “Quando a un certo momento ho saputo che Ranucci stava preparando questo numero che va stasera su Moro, ho detto a Ranucci: guarda che c’è uno che io conosco eccetera che mi ha raccontato un sacco di storie, perché hanno lasciato l’automobile lì, il palazzo, eccetera. Lui mi ha detto: vabbè dammi il suo numero di telefono. Non so perché Ranucci non abbia ritenuto opportuno chiamarlo o verificare, questi sono problemi dei giornalisti, non so perché”».

Gli hai chiesto altro?

«Sì, in che rapporti era con Ranucci. E lui mi ha detto: “Con Ranucci siamo in questi rapporti: all’inizio Ranucci praticamente scrisse una stronzata su Gelli e compagnia cantante e io gli mandai la prova documentale che io con Gelli non c’entravo assolutamente niente, anzi, e lui fece una dichiarazione Ansa in cui diceva che la trasmissione di gennaio scorso, eccetera, effettivamente aveva detto cose che non sono esatte e compagnia cantante, da quel momento siamo diventati sempre un po’ più amici perché ogni tanto ci sentiamo per vedere se io sappia o meno cose e compagnia cantante”. Poi gli ho chiesto che cosa si aspettava dalla puntata di Report che sarebbe andata in onda in serata».

Che cosa ti ha detto?

«Ha risposto così: “Non faccio mai domande ai giornalisti, non so che taglio daranno, ma mi ha detto che ci saranno dei fatti nuovi eccetera”. E poi ha aggiunto: “Secondo me Moro lo hanno ammazzato le Brigate rosse”». Poi abbiamo chiacchierato ancora un po’, divagando: mi ha parlato di sue vicende giudiziarie con magistrati di Bologna. Infine ci siamo salutati».

Poi però hai sentito anche Ranucci.

«Sì, il giorno dopo. Prima volevo vedere la puntata di Report. Lunedì mattina ho contattato l’autore del servizio, Paolo Mondani, che un po’ conoscevo. Gli ho scritto così: “Vorrei chiedere a Ranucci una cosa un po’ delicata sulla puntata di ieri, ma ne parlerei prima con te (anche perché di Ranucci non ho alcun numero)”. Era poco dopo mezzogiorno. Mi ha risposto che mi avrebbe richiamato dopo pranzo. E così ha fatto».

Che cosa vi siete detti?

«Gli ho spiegato la cosa, era molto sorpreso. Mi ha detto di non aver mai sentito il nome di questo Lovatelli Ravarino e che mai Ranucci gliene aveva parlato. E mi ha appunto girato il suo numero, consigliandomi di parlarne con lui. A quel punto ho mandato un messaggio a Ranucci».

Che cosa gli hai scritto?

«Gli ho citato il commento su Facebook di Lovatelli Ravarino, aggiungendo che la cosa mi aveva colpito e invitandolo, se credeva, a richiamarmi. Dopo un po’ mi ha risposto che era falso, che non aveva chiesto aiuto a Pazienza e che Mondani si era mosso in assoluta autonomia. Erano le 16.15. Subito dopo mi ha richiamato».

E che cosa ti ha detto?

«A proposito di Lovatelli Ravarino, anche qui riascolto le sue esatte parole: “Io posso pure smentirlo ma penso di dargli più pubblicità, oltretutto io Pazienza lo conosco bene perché gli abbiamo fatto il culo tre quattro volte, quindi figurati, non è quello il tema. Pure Pazienza, che tra parentesi me l’ha girato prima questo messaggio, dice che non è vero, non so che dirti”. E poi: “Ma figurati se io posso contattare Pazienza, io Pazienza l’ho solamente sentito per dirgli è vero o no che tu frequentavi palazzo via Massimi, punto, perché c’era una voce che diceva che stava a palazzo via Massimi, non l’ho contattato per altre cose, figurati, Pazienza è sempre Pazienza”».

Altro?

«È stata una telefonata breve. Alla fine mi ha detto: “Se vuoi ti do pure il numero di Pazienza, senti Pazienza, te lo smentirà pure lui”. E gli ho detto che lo avevo già».

Ranucci afferma quindi di avere sentito Pazienza. Perché non ne hai scritto? «Perché te ne stavi già occupando tu e volevo vedere come andava a finire. Comunque, da quello che mi ha detto Ranucci, non è chiaro se si è trattato di una telefonata o di un messaggio, e neppure chi abbia contattato chi. Io peraltro non glielo ho chiesto. Con il “Domani” abbiamo invece preferito occuparci nel merito della puntata di Report sul caso Moro, in particolare dell’intervista a Signorile: l’articolo è uscito oggi».

Ricapitolando

Ranucci ammette di aver sentito Pazienza durante la preparazione dell’inchiesta per chiedergli se era vero che frequentasse palazzo via Massimi, «perché c’era una voce che diceva che stava a palazzo via Massimi». Va detto per inciso che si tratta di una novità assoluta, mai sentita prima d’ora. Ranucci aggiunge che lo conosce da tempo, confermando quanto detto da Pazienza e che questi gli aveva già girato «il messaggio», non sappiamo se intendesse il commento di Ravarino sul mia pagina fb o lo screenshot dello scambio whatsapp che aveva avuto con lo stesso Ravarino. In ogni caso la circostanza conferma la facilità e celerità dei loro contatti, dando ragione alle parole di Pazienza sui loro rapporti pregressi, risalenti a oltre due anni prima, dopo una puntata di Report ch lo aveva tirato in ballo. Pazienza aggiunge, dopo aver saputo della puntata su Moro, di avergli offerto aiuto e in effetti contatta Ravarino. Ranucci nega. Nei giorni scorsi Pazienza ha aggiunto di essere stato la fonte di numerosi scoop fatti dalla Rai in questi ultimi tempi (leggi qui). «Pazienza sarà sempre Pazienza», come dice Ranucci, però non basta una semplice battuta per chiarire questa vicenda. Ci vuole quella trasparenza che fino ad ora è mancata.

Fonte

10/01/2024

Report e il caso Moro, il silenzio di Ranucci e le rivelazioni di Pazienza

Ho posto ieri a Sigfrido Ranucci delle domande molto semplici a cui ha ritenuto di non dover rispondere convinto che la precedente smentita fornita all’Adnkronos fosse più che sufficiente.

La bugia di Ranucci

Ranucci sostiene che «La puntata gli è arrivata chiusa» è che il programma sia «stato realizzato in piena autonomia dal collega Paolo Mondani», senza alcun intervento da parte sua. Ranucci glissa sulla questione essenziale: non dice se c’è stato un contatto tra lui e Pazienza durante la preparazione del servizio, dice di non sapere chi sia Lovatelli Ravarino ma non smentisce il rapporto con Pazienza. Omette imbarazzato la vicenda e sposta il discorso altrove.

«Se abbiamo ricalcato la Commissione Moro 2 non possiamo aver depistato»

Siccome tra le critiche ricevute c’è chi gli ha fatto notare che non c’erano grandi novità nella inchiesta andata in onda, poiché questa «ricalca molto il lavoro della seconda commissione Moro», Ranucci ne ha concluso che non può «esserci stato alcun depistaggio». Lasciando intendere che il lavoro della commissione Moro 2 presieduta da Giuseppe Fioroni abbia dimostrato delle verità storicamente valide e incontestabili e non abbia fatto, come è accaduto, molta confusione, tanti errori, numerosi falsi, ignorando persino le conclusioni delle nuove perizie svolte dalla polizia scientifica e dal Ris dei carabinieri con l’ausilio delle più moderne tecniche forensi.

Ranucci si mostra impreparato sul tema poiché la Moro 2 non ha prodotto alcuna relazione conclusiva sulle indagini svolte, ma ha pubblicato tre relazioni annuali di natura provvisoria che riportavano l’andamento dei lavori. Tanto che uno dei suoi consulenti, l’allora magistrato ancora in attività Guido Salvini, profondamente frustrato per la chiusura anticipata della legislatura e la fine dei lavori della commissione, è riuscito a strappare un incarico ad personam dalla commissione antimafia istituita nella legislatura successiva per portare avanti il suo personale teorema, ripreso pedissequamente da Report (leggi qui).

Le verità contrapposte dei commissari della Moro 2

La mancata conclusione dei lavori con una relazione conclusiva, come già avvenne per la Pellegrino, ha spinto i diversi membri che vi hanno preso parte a pubblicare considerazioni personali in libri e interviste in forte contrasto tra loro (come per altro già avviene tra le varie pubblicazioni dietrologiche che si smentiscono reciprocamente) e che riassumiamo in tre sostanziali posizioni:

1. La linea Fornaro-Gotor, ricalcata da Report che in sostanza rilancia la tesi di una interferenza diretta delle forze atlantiche sulla vicenda (Usa-Nato-Inglesi-Israele-P2-Massoneria-Vaticano-Ior-‘Ndrangheta). Narrazione tanto cara all’ex senatore Flamigni ed elaborata per conto del Pci. Tesi che vorrebbe Moro rapito e ucciso per impedire una svolta democratica e progressista nella politica dell’Italia, «l’alleanza rivoluzionaria tra Dc-Pci» come l’ha definita Ranucci.

2. La linea Fioroni-Grassi del tutto ignorata da Report che invece attribuiva le interferenze nel sequestro all’asse geopolitico opposto, ovvero i Paesi del campo socialista (Urss-Rdt-Cecoslovacchia-Bulgaria-Vaticano-Nicaragua con tanto di palestinesi e Libia di Gheddafi con il Lodo Moro sullo sfondo).

3. La posizione condotta dall’allora onorevole Lavagno che ha criticato il metodo approssimativo, per tesi precostituite, portato avanti dalla commissione che ignorava sistematicamente le smentite interessata unicamente a dimostrare i propri pregiudizi complottisti.

L’invenzione della verità ufficiale e la menzogna del patto di omertà

Va detto che le due linee complottiste convenivano su un punto comune, ovvero che esistesse una fantomatica «verità ufficiale» espressa – a loro dire – nelle sentenze giudiziarie (4 processi con relativi gradi di giudizio più 5 inchieste) sommate al «memoriale» dei dissociati-collaboranti Morucci-Faranda, eletto a ricostruzione unica della vicenda, presentato come il frutto di un accordo, un patto di omertà reciproca tra Stato e Br, tra Dc e brigatisti tutti senza distinzione di sorta (in proposito leggi qui).

Si tratta dello schema narrativo costruito negli ultimi anni sulla vicenda e che anche Report ha riprodotto senza particolare originalità. Un schema che consente di presentarsi come i disvelatori di una menzogna pattuita, coloro che fanno riemergere una verità occultata. L’invenzione del «patto», la tesi che i brigatisti abbiano sempre sostenuto un verità che fosse sovrapponibile con la versione delle istituzioni è la prima grande falsificazione di questa narrazione sul sequestro Moro.

Chi conosce l’immensa mole documentale che riguarda la vicenda, chi ha letto le varie sentenze, sa – per esempio – che esse sono in contrasto tra loro, che ci sono errori e inesattezze nelle ricostruzioni dovute alle carenze informative e di indagine che si sono colmate nel tempo, ma mai del tutto, grazie alle successive inchieste e processi. Basti pensare alla dinamica dell’agguato di via Fani descritta nel primo processo e agli accertamenti successivi che l’hanno in parte corretta. O ancora, al numero spropositato di condannati per la partecipazione al sequestro che non corrisponde al numero ben minore dei reali partecipanti, o alle condanne per un fatto mai accaduto, come il tentato omicidio contro il testimone Alessandro Marini, un mentitore seriale alla fine smentito anche dalla Moro 2.

Un memoriale eletto a verità ufficiale

Non esiste una verità ufficiale monolitica, come al tempo stesso il cosiddetto memoriale Morucci-Faranda costruito attraverso il collage delle varie deposizioni fornite durante l’istruttoria e poi nei vari gradi di giudizio, con l’aggiunta finale dei nomi lì dove in precedenza erano stati indicati solo dei numeri (per ottenere ulteriori vantaggi nel trattamento penitenziario), rappresenta la ricostruzione di Morucci e Faranda non delle Brigate rosse, i cui partecipanti al sequestro hanno fornito nel tempo, attraverso libri, interviste, alcuni anche in sede processuale, la loro versione dei fatti. Una poliedricità testimoniale raccolta e ristudiata recentemente da diversi ricercatori che Report si è ben guardata dal consultare. La parola degli storici come quella dei protagonisti ancora in vita, brigatisti da una parte, poliziotti, carabinieri e giudici dall’altra, è l’unica assente nell’inchiesta.

Le versione di Pazienza

L’Adnkronos ha ascoltato anche Francesco Pazienza che ha smentito di esser stato contattato da Ranucci in occasione della inchiesta in preparazione su Report: «Avevo saputo solo – spiega – che (Report ndr.) doveva fare un servizio su Moro». 
Come lo avrebbe saputo non lo dice e sarebbe utile saperlo, visto che non lavora in Rai. Pazienza spiega di essersi mosso autonomamente, rivolgendosi a Lovatelli Ravarino per chiedergli notizie su una vicenda collegata al sequestro per «dare una mano». Nello scambio whatsapp con Lovatelli Ravarino, documentato dallo screenshot (vedi qui), scrive però «Ti contatterà Sigfrido Ranucci se mi dai l’ok per dargli il tuo numero». Lovatelli lo autorizza.

Le rivelazioni di Dark Side

Non vorremmo essere troppo puntigliosi ma l’espressione «Ti contatterà» lascia intendere che ci sia stato un pregresso accordo con Ranucci o comunque l’intenzione di contattarlo immediatamente. Di questo parleremo meglio in una prossima puntata, per ora limitiamoci ad una grossa novità emersa ieri nel corso di una nuova intervista a Pazienza trasmessa sul sito di Dark Side, un format complottista che si occupa della «storia segreta d’Italia», curato da Gianluca Zanella, agente letterario che ha promosso il libro, La versione di Pazienza, scritto da Pazienza stesso, e si occupava di inchieste sul Giornale.it insieme al suo amico Marcello Altamura, giornalista su Cronache di Napoli e in passato sul Giornale, autore di un libro su Maradona e di uno su Senzani. Nel corso della intervista, Pazienza ribadisce quanto già detto all’Adnkronos sul rapporto nato «un paio di anni fa» con Ranucci. Ma dal minuto 4 possiamo sentire (clicca qui):
«Conosco Ranucci da due anni e mezzo perché Ranucci scrisse alcune imprecisioni su di me, io gli dimostrai che quello che aveva detto era assolutamente contrario alla verità con documenti alla mano e lui molto onestamente rilasciò una dichiarazione Ansa in cui diceva chiaramente che era incorso in una imprecisione nei miei confronti. Da quel momento è nato un rapporto amichevole con Ranucci, è tutto qui né più né meno […] Adesso io non faccio la lista ma ci sono alcuni enormi scoop fatti dalla Rai che sono stati fatti grazie a me».
Zanella non incalza Pazienza, non gli pone subito la domanda giusta: quali sarebbero questi scoop e per quali trasmissioni della Rai li avrebbe forniti?

Ricapitoliamo

Pazienza conosce Ranucci da due anni e mezzo, si sono sentiti più volte. Ranucci è il conduttore di Report dal 2017 e vicedirettore di Rai Tre dal 2020.

Credo che tutti i cittadini che pagano il canone Rai vorrebbero sapere quale sia la natura dei rapporti che intercorre tra Ranucci e Pazienza e quali scoop egli ha fornito alla Rai o a Report?

Fonte

08/01/2024

Depistaggi e depistatori, Sigfrido Ranucci ha chiesto l’aiuto di Francesco Pazienza per realizzare la puntata di Report sul sequestro Moro

Rivelazioni – Per denunciare un depistaggio è opportuno rivolgersi a un depistatore di professione, condannato per questo dalla giustizia? Per denunciare il presunto ruolo avuto da Servizi segreti occidentali, insieme a massonerie e consorterie varie, è normale chiedere l’aiuto di colui che è ritenuto una delle figure apicali del cosiddetto «Sismi parallelo», stretto collaboratore del generale Santovito, capo del Sismi ufficiale?

Sarebbe come se la pecora chiedesse al lupo di scoprire chi ha mangiato i suoi agnellini. Ebbene, è proprio quello che ha fatto Sigfrido Ranucci per confezionare la puntata di Report sul sequestro Moro, andata in onda ieri sera dopo un impressionante battage pubblicitario sulle verità nascoste e finalmente rivelate.

Francesco Pazienza interviene per «dare una mano» a Report

Siamo venuti in possesso di uno scambio whatsapp tra Francesco Pazienza e Cristiano Lovatelli Ravarino, giornalista italoamericano, avvenuto nella fase preparatoria della trasmissione. Pazienza, in un inglese alquanto incerto, chiede a Ravarino se può aiutarlo «con particolari mai svelati riguardanti la tragedia di Moro?». Si tratta – prosegue – «di una nuova ricostruzione del rapimento e della morte da parte della televisione italiana. Mi hai accennato ad alcuni particolari riguardanti il luogo di Roma dove era stato ritrovato il corpo di Moro».

Pazienza fa riferimento alla parentela di Ravarino con la nobile famiglia Caetani, via nella quale venne fatto trovare Moro all’interno della Renault 4 la mattina del 9 maggio 1978, ed è situato palazzo Caetani.

A quel punto Ravarino chiede se «è un collega giornalista americano che ti sta intervistando?» e Pazienza risponde: «No, Rai e non mi sta intervistando. Se posso cerco sempre di dare una mano», quindi informa Ravarino: «Ti contatterà Sigfrido Ranucci se mi dai l’ok per dargli il tuo numero». Ravarino accetta anche se alla fine non è stato coinvolto nella trasmissione. Ma il punto, diremmo lo scandalo, la vergogna, la presa in giro per tutti gli ascoltatori e utenti della televisione pubblica, è il coinvolgimento di Pazienza nella costruzione dell'inchiesta. Una inaspettata circostanza che spiega a quale mondo gli autori di Report si sono abbeverati per raccontare i presunti segreti del sequestro Moro. Un mondo di depistatori, fatto di agenti informali dei Servizi, di relazioni ambigue e poco trasparenti, abituati ad agire nell’ombra, dietro le quinte e che secondo i giornalisti di Report avrebbero il dono di fare luce su vicende come il sequestro dello statista democristiano. Singolare paradosso per una trasmissione a tesi che ripropina la versione, ormai screditata, del ruolo giocato nella vicenda dai servizi americani-inglesi-mossad-massoneria-P2-’ndarngheta-fino al commissariato di Montemario per bloccare «l’accordo rivoluzionario tra DC e Pci», come ha detto in trasmissione lo stesso Ranucci.

Un po’ come chiedere al leone di raccontare la storia della gazzella, tramanda un vecchio proverbio africano.

Una contraddizione inquietante che solleva dubbi sulla genuinità degli intenti e sulla correttezza del lavoro svolto. Potremmo fermarci qui senza aggiungere altro, perché l’ingombrante figura di Francesco Pazienza è già molto, anzi troppo.

Una discarica della dietrologia

Su quello che ci ha propinato la puntata di ieri sera, una sorta di discarica dell’ultima dietrologia raccolta tra i rifiuti della commissione Moro 2 e la relazione del magistrato Guido Salvini presentata nella scorsa legislatura per la commissione antimafia, in realtà si è già scritto e detto molto negli anni passati. Ripercorrere ogni questione, punto per punto, richiederebbe lo spazio di uno o più libri già scritti e pubblicati, per questo rinvio ai lavori di Clementi, Satta, Lo Foco, Armeni, e ai miei, nonché alle molte pagine di questo blog dedicate a queste vicende, dove le fake news propinate sono state smontate e chiarite ampiamente.

La memoria scivolosa di Claudio Signorile

Ieri sera il succo della trasmissione ruotava attorno alla testimonianza dell’ex segretario del partito socialista Claudio Signorile, personaggio dalla memoria scivolosa che ha cambiato più volte versione nel tempo, arricchendola di particolari mai citati in precedenza e anticipando ogni volta gli orari dell’incontro con Cossiga, la mattina del 9 maggio 1978 al Viminale, e l’arrivo della telefonata che l’avvertiva del ritrovamento del corpo di Moro (leggi qui). Davanti alla corte d’assise del primo processo Moro, quando i fatti non erano lontani e la memoria fresca, Signorile non accennò mai all’episodio. La sua versione è sostanzialmente cambiata tre anni dopo la morte dell’ex presidente della Repubblica (2010), l’unico che poteva smentirlo, e le dichiarazioni di uno degli artificieri chiamati il 9 maggio in via Caetani per aprire la Renault 4. Modificando nel 2013, a distanza di decenni, la sua versione, l’artificiere sostenne che Cossiga sarebbe arrivato sul luogo prima della telefonata dei brigatisti che annunciavano la riconsegna del corpo. Vitantonio Raso, questo il suo nome, dopo una inchiesta che verificò l’inattendibilità della sua nuova versione venne indagato per calunnia e depistaggio dalla magistratura. L’episodio riaccese l’incerta memoria di un Signorile attempato e senile che, dimenticando la ragione politica per cui era andato da Cossiga quella mattina, ovvero perorare la trattativa proprio il giorno in cui Fanfani aveva promesso di dire qualcosa durante i lavori della Direzione democristiana, cosa che non fece tacendo, accusa l’allora ministro dell’Interno di aver saputo in anticipo della morte di Moro e di essere per questo in qualche modo coinvolto nella sua uccisione, non più per mano brigatista o solo brigatista, ma di altre forze, i servizi inglesi, che sarebbero subentrati.

De relato, morti che parlano o non possono replicare

La tecnica narrativa impiegata nella puntata e ripresa dai lavori di noti dietrologi e ipercomplottisti è interamente costruita su congetture, ipotesi, periodi ipotetici della irrealtà, de relato di secondo o terzo grado, che hanno come fonte originaria dei defunti, morti che parlano come per la vicenda di via dei Massimi, uno degli ultimi topos della dietrologia, che tanto ha ossessionato i lavori della commissione Moro 2 presieduta dal Giuseppe Fioroni. Un pallino, in realtà, di alcuni suoi consulenti, come il colonnello dei carabinieri Giraudo e il giudice Salvini, abili nel far parlare i defunti, come il portiere del palazzo che avrebbe raccolto le confidenze dell’altro defunto, il generale D’Ascia (sembra un’agenzia funebre), militare del genio, fonte della guardia di finanza con il compito di monitorare una palazzina frequentata dal cardinale Marcinkus (implicato nello scandalo dello Ior) e da altri prelati vaticani e diplomatici. Surreale la testimonianza dei figli del portiere presentata durante la trasmissione.

In questa sua veste, D’Ascia, o meglio i suoi de relato riferiti al portiere e riportati dai figli, avrebbero dato sfoggio alla sua mitomania attirando l’attenzione su una giornalista, corrispondente dei più importanti settimanali tedeschi e della televisione pubblica, che aveva avuto una figlia con il parlamentare del Pdup Lucio Magri, ed era amica di Franco Piperno. Le accuse mosse contro la donna dalla commissione Moro 2 hanno dato luogo ad una querela (leggi qui) contro uno dei suoi membri, Gero Grassi, è oggi sono approdate alla corte europea di Strasburgo, dove è stato depositato un ricorso contro lo Stato italiano (leggi qui). Abbiamo così saputo che Marcinkus amava banchettare in giardino con carni arrostiste sul barbecue e che la prima prigione di Moro sarebbe stata una dépendance abusiva situata sul balcone dell’alloggio dell’ambasciatore dello Scia di Persia, che non era l’Iran di Komeini. In una città super blindata, Moro non sarebbe mai approdato in via Montalcini ma avrebbe trascorso una vacanza nella villa degli Odescalchi a Palo Laziale, passeggiando sulla sabbia che gli rimase nel risvolto dei pantaloni, quindi ricondotto lungo la via Aurelia, dove ogni chilometro c’era un posto di blocco con nido di mitragliatrici, avrebbe transitato per il ghetto per poi essere ucciso in un deposito di via della Chiesa nuova. Anche qui rivelazione ricavata dai de relato di due morti: De Lutiis e Vincenzo Parisi, ex capo della Polizia e del Sisde.

Un pezzo da «Blob» è stata invece la lunga testimonianza dell’anonimo travisato nel buio di una stanza, una sorta di teste della corona presentato come un poliziotto esperto a cui venivano fatte raccontare circostanze inverificabili o già note, perché riportate nelle relazioni annuali della Cm2. Insomma un giornalismo che non ha nemmeno il coraggio di presentare le sue fonti in chiaro, accettando il principio della verificabilità. Ne è venuto fuori un racconto obliquo, opaco, immerso nella melma acquitrinosa e malarica del complottismo. E chissà alla fine cosa penserà il povero Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari della vittime della strage di Bologna, per essere intervenuto in una trasmissione che ha visto tra i collaboratori anche Francesco Pazienza, condannato per il depistaggio sulla strage.

Fonte

22/12/2018

“Si è tolta sovranità al Parlamento e al popolo italiano”. La denuncia di Vasapollo a “Linea Notte”

“Non contro l’Europa, bensì contro questa Unione Europea”. Si può riassumere così la posizione di Luciano Vasapollo, professore di Politica Economica presso La Sapienza di Roma ed esponente autorevole della sinistra sindacale e politica, ospite della trasmissione TG3 Linea Notte.

Interrogato relativamente alla questione legge di Bilancio di questi giorni il professore ha affermato: “è anomalo che si tolga sovranità al parlamento italiano, e quindi al popolo italiano”. Di ieri la decisione della Commissione Europea di non avviare la procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. Nei giorni scorsi l’esecutivo aveva presentato a Bruxelles una modifica alla finanziaria, tagli per 10 miliardi e deficit giù al 2,04% dal 2,4% inizialmente avanzato. Più che i decimali, per Vasapollo, la decurtazione dettata da Bruxelles riguarda la sovranità popolare.

“Dietro alle manovre finanziarie ci sono i bisogni delle persone. Bisogna ripristinare un’Europa in cui le politiche economiche si rivolgano ai bisogni dei cittadini. La politica deve dettare tempi e modalità dell’economia, non viceversa”, ha denunciato il professore.

Nel corso della trasmissione, Vasapollo ha presentato il suo libro “PIGS la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea”. Al di là del titolo provocatorio (PIGS come acronimo di Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), ha spiegato il professore, questo libro nasce sulla base del movimento di una minoranza composta da accademici, intellettuali, sindacati e movimenti sociali che, negli scorsi anni, si è mossa in Europa per contrastare la “dittatura dell’Euro”, cioè del denaro e del profitto, e il “vuoto di democrazia” attuale.

“Dietro le manovre economiche – ha affermato Vasapollo – c’è un vero e proprio massacro sociale, dai precari alla classe media, per il bene della finanza”. “Pensiamo che i Paesi dell’area mediterranea, che sono i più complementari tra di loro e che subiscono maggiormente questa crisi, possano mettere in moto cittadini e movimenti sociali e dei lavoratori per una spinta al cambiamento e, perché no, un’alternativa all’Unione Europea”.

Fonte

31/03/2016

La scala Mercalli sconvolge gli ideologi di regime

Dopo Fiorella Mannoia, tocca a Luca Mercalli, meteorologo e ambientalista, approdato alla Rai dove conduce una trasmissione (Scala Mercalli), in seguito al successo della sua presenza dalle parti di Fabio Fazio.

Mercalli è uno scienziato che ha facilità divulgativa, uno insomma abituato a studiare prima di profferire opinioni, ma anche determinatissimo nel profferirla sulla base di dati incontrovertibili. Ma ha anche la dote di saper dire cose complicate in linguaggio ordinario, accompagnando i numeri con immagini verbali e non, filmati, documentari, ecc.

Una fortuna per il servizio pubblico, diciamolo subito, da sempre afflitto dalla penosa alternativa tra intrattenimento instupidente o dotte trasmissioni per addetti ai lavori in orario notturno.

Bene, come viene trattato uno scienziato prestato alla tv? Come un nemico di classe, naturalmente. E a condurre l’attacco sono alcuni ideologi di professione – giornalisti, commentatori tv, parlamentari di quarta fila ignoti persino ai loro inconsapevoli elettori (con “Porcellum” votavi una lista decisa da altri) – che non arrossiscono neanche un attimo nell’accusare lo scienziato di fare “ideologia”. Eccezziunale veramente...

In questo attacco non poteva restare indietro Aldo Grasso, passato ormai definitivamente dal ruolo lieve di critico televisivo a combattente con l’elmetto contro i “nemici dell’Occidente”. Non pago di aver scritto oscenamente contro Fiorella Mannoia, ha fatto il bis con il buon Luca. Guai a parlar male dei combustibili fossili (petrolio, carbone, gas), guai a far sentire nello spettatore l’urgenza di cambiare modello di sviluppo (alla faccia degli impegni sull’ambiente presi al vertice di Parigi, solo tre mesi fa).

Peggio ancora se il Mercalli si mette a parlare, in tv, dell’inutilità della Tav tra Torino e Lione, magari con un servizio documentato che accompagna dati scientifici e opinioni dei valsusini, naturalmente contrari.

Immediata la reazione del senatore Pd Stefano Esposito (sì, quello dei falsi attentati contro se stesso e piazzato teoricamente come assessore ai trasporti da Ignazio Marino, e via favoleggiando), che insieme ai “colleghi” Camilla Fabbri e Fabrizio Verducci ha presentato nientepopodimeno che un’interrogazione in Commissione Vigilanza della Rai “per chiedere chiarimenti sulla trasmissione di RaiTre... in cui si è parlato della tratta Torino-Lione e che ha dedicato ben 22 minuti di propaganda ai No Tav”.

Involontariamente, certo, questi signori si incaricano di mostrare concretamente cosa sarà il regime in costruzione, benedetto dall’Unione Europea, dalla Nato e dalla finanza multinazionale. In nome, ci mancherebbe, della “libertà di opinione”...

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12/04/2015

Se anche Gramellini si spaventa per il programma "dovete morire"

Capita, il sabato sera, che ci si dimentichi di spegnere la televisione alla fine del telegiornale. E capita dunque di ritrovarsi ad un certo punto davanti al cicaleccio semiserio tra Fabio Fazio e Massimo Gramellini. Un duetto il più delle volte insopportabile per chiunque si trovi ad affrontare una vita aspra e complicata, perché è predominante - in quell'ammiccare reciproco tra i due conduttori - l'impressione che ci parlino del mondo come se l'unico punto di vista plausibile, accettabile, ammissibile, sia il loro. Cioè quello di una fetta alquanto ristretta di "borghesia delle professioni", quella che ha raggiunto il successo e un più che discreto benessere.

Ma capita anche che la realtà sociale si faccia spazio e "buchi", non tanto lo schermo, quanto il velo di buonsenso perbenista steso su ogni problema rilevante, in genere strizzato a questioncella morale.

E' capitato ieri sera, quando Gramellini, riferendo delle dimissioni dal lavoro di un professionista semi-anziano (un 55enne), viste dal punto di osservazione del suo dirigente 34enne, ha scoperto che viviamo tutti in un sistema di fatto inumano (non ha usato questa parola, certo). Quell'uomo, infatti, si era dimesso non si sa bene per quale ragione contingente, ma perché da lungo tempo trovava intollerabile essere "diretto" da uno che poteva essere suo figlio. Non ci è stato detto, ma è lecito supporlo, se il dimissionario ritenesse di non esser poi meno bravo del suo giovane "capo"; o anche se quest'ultimo non sia il massimo quanto a relazioni umane con un "sottoposto" più in là con gli anni; o se l'azienda, in qualche misura, abbia esercitato sul dimissionario una pressione costante, stimolando "competitività" tra colleghi, fino a creare il punto di rottura.

Comunque sia, in Gramellini è suonato un campanello d'allarme. Dove andremo a finire se dei bravi professionisti della mia età vengono costretti a licenziarsi, e quindi a finire rapidamente sul lastrico, scendendo in poche settimane decine di gradini nella scala sociale? E' chiaro, ha spiegato al pubblico, che "dobbiamo cambiare il sistema", oggi "tarato sulle energie di un giovane" e dare quindi una chance di occupabilità anche agli ultra-cinquantenni; che, da buon vicedirettore de La Stampa, certo "non possiamo mandare in pensione e pagargliela, augurando loro che vivano cent'anni".

Sorvoliamo sui luoghi comuni della contrapposizione giovani-anziani, sullo scarto compensativo tra "più energie" e "più esperienza", che pure hanno una loro validità universale. Il punto centrale dell'argomentare gramelliniano è stato "o cambiamo sistema oppure si arriva all'eliminazione fisica degli anziani". Dimostrino o no "vent'anni di meno", come spera Fazio di se stesso.

Non posso che essere soddisfatto dell'approdo di Gramellini. E' da qualche anno che, analizzando le "riforme strutturali" che dominano l'agenda di tutti i governi europei, sotto la spinta della Troika o anche autonomamente, sempre più gente arriva a scoprire che la logica di quelle "riforme" è soltanto una: "dovete morire prima", "non sappiamo che farcene di tutta questa gente, di qualunque età, che pretende di campare senza che ci sia una necessità - per il capitale - di metterli al lavoro" (vedi anche qui).

In verità, non è la prima volta che Gramellini arriva a questa conclusione. Ma stavolta ha avvertito il brivido nella sua propria schiena. In fondo, in qualsiasi redazione giornalistica mainstream la proprietà "spinge" per un ricambio generazionale, giocando sull'eccesso di benefit e livelli contrattuali dei "vecchi" giornalisti più o meno famosi e la fame di giovani aspiranti redattori, disposti a tutto pur di "entrare". La maggior parte dei candidati resta fuori la porta, condannato a una precarietà a cottimo pagata nulla (5 o 10 euro a pezzo non ripagano neanche il costo delle telefonare fatte per stendere un articolo con qualche informazione non copia-incollata da internet). Ma qualcuno entra, investe il suo tempo e le sue energie per stare fisicamente in redazione e occupare posti, anche da caporedattore, magari sfruttando il deserto delle redazioni d'estate.

Il "sistema da cambiare", per un vicedirettore de La Stampa, non può che essere quello delle "regole", legislative e/o contrattuali, non certo il modo di produzione con tutti i suoi annessi. Così, invece di rivolgere la sua attenzione critica verso la proprietà - casualmente la famiglia Agnelli, che ha delegato tutto ad un certo Sergio Marchionne - occhieggia a impossibili modifiche legislative favorevoli ai lavoratori più anziani.

Il campanello d'allarme è scattato tardi, mi sento di poter dire. Anche la "borghesia delle professioni", che nel suo insieme sta ancora plaudendo all'austerità espansiva, al pareggio di bilancio, al jobs act, all'innalzamento dell'età pensionabile e quant'altro arriva - di orrendo - dai think tank della Troika, si sta accorgendo che il baratro è ora vicino ai suoi piedi.

Ma non può far altro che elevare un gridolino indignato verso un "sistema" che si appresta a farli fuori nel fiore degli anni. Come un operaio qualsiasi...

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