di Luca Mercalli
Ci credereste che l’oceano Pacifico è inclinato, con circa 60-80 cm di dislivello tra l’Australia e il Cile? Il motivo sta nel soffio regolare degli alisei da est verso ovest, che spingono e accumulano l’acqua calda superficiale dell’oceano verso occidente, creando per reazione un risucchio di acque fredde profonde provenienti dall’Antartide che si diffondono lungo la costa del Sud America tramite la corrente di Humboldt.
Le acque fredde sono ben ossigenate e pescose, ma i pescatori dell’Ecuador e del Perù, già secoli fa, notarono che a intervalli di alcuni anni l’oceano si riscaldava e la pesca diminuiva drasticamente gettandoli in miseria. Poiché il picco del riscaldamento oceanico si verificava verso Natale, gli diedero nome “El Niño” riferendosi al Bambin Gesù.
Il motivo di questa anomalia termica oceanica di origine naturale è stato identificato in una inversione della Circolazione di Walker. Si tratta di una cella atmosferica tropicale che unisce una bassa pressione semi-permanente sull’Indonesia, dove l’aria umida sale e genera continui temporali, a un’alta pressione dominante tra Perù e Cile settentrionale, dove regna una severa siccità (è qui il deserto di Atacama).
Questa differenza di pressione viene compensata da intensi venti alisei che spingono l’acqua calda verso ovest, mantenendo l’assetto oceanico normale o più freddo, chiamato “La Niña”.
Ogni 3-7 anni, l’alta pressione del Pacifico orientale si indebolisce, gli alisei si attenuano e l’acqua calda dall’Oceania rifluisce verso il Sud America eliminando il dislivello oceanico e attivando una fase “El Niño”.
Gli effetti di questa anomalia sono sia un riscaldamento del Pianeta, data l’immensa estensione del Pacifico tropicale, sia un accentuarsi degli eventi estremi sulle regioni direttamente interessate: siccità in Australia e Indonesia, piogge alluvionali in Perù e Cile.
Satelliti e boe oceanografiche tengono costantemente sotto controllo questi parametri e ci avvertono in anticipo quando La Niña sta per essere sostituita da El Niño. Ed è ciò che ormai dalla primavera del 2026 si sta evidenziando con sempre maggior vigore: sia per estensione, sia per velocità del riscaldamento questo evento sembra il più intenso da almeno mille anni, cioè da quando esistono ricostruzioni condotte attraverso documenti storici e analisi dei coralli che registrano le variazioni di temperatura dell’acqua.
Si è così coniata la definizione di “Super El Niño” che ha spinto l’organizzazione Meteorologica Mondiale a diramare un allarme sulle conseguenze che il fenomeno, atteso al suo culmine in dicembre con oltre 4 °C di riscaldamento delle acque rispetto al normale, potrà indurre almeno fino a febbraio 2027.
Abbiamo detto che siccità più pronunciate e quindi più incendi potranno interessare Australia e Indonesia, mentre le alluvioni potranno flagellare Perù e Cile. Difficilmente questo genere di eventi atmosferici si spingerà fino all’Europa, troppo lontana e dominata dalle dinamiche dell’oceano Atlantico.
Quindi se quest’autunno avremo alluvioni sul Mediterraneo, si tratterà di eventi non attribuibili al Niño, resi semmai più intensi dall’enorme calore accumulato dal Mare Nostrum in questa estate 2026, la più calda da almeno 270 anni anche in Italia.
Invece il segnale di anomalia termica indotto dal Pacifico bollente si diffonderà su tutto il Pianeta, sommandosi al già incalzante aumento dovuto al riscaldamento globale e rischiando dunque di sfondare nuovi record assoluti di temperatura media globale sia nel 2026, sia nel 2027.
Infatti i precedenti record sono avvenuti quasi sempre in annate di Niño, come nel 2024, che non era nemmeno uno dei più intensi. In questo caso anche l’Italia ha elevate probabilità di sperimentare sia un autunno sia un inverno più caldi del normale, come indica il Centro europeo di previsioni meteo a medio termine (Ecmwf).
Celeste Saulo, segretaria generale dell’organizzazione Meteorologica mondiale con sede a Ginevra, ha detto che “questo eccezionale El Niño richiede un’eccezionale preparazione. Mai negli oltre 50 anni di attività della Wmo abbiamo lanciato una tale mobilitazione nei confronti dei Servizi meteorologici nazionali che saranno in prima linea per salvare vite umane e gestire al meglio i disastri climatici che toccheranno agricoltura, salute, risorse idriche ed energetiche. Non abbiamo tempo da perdere”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/09/2026
Un Niño “super” mai visto: sarà un dicembre a più 4ºc
08/08/2026
“Temperature minime al mare altissime, ecco perché succede e perché conviene andarci a maggio o giugno”
Perché le temperature minime vicino al mare sono altissime e rendono impossibile dormire? Facile da spiegare: il mare è un gigantesco volano termico, impiega molto tempo a scaldarsi, però una volta che è caldo resta tale per mesi. E visto che i mari si stanno progressivamente scaldando, anche in profondità (il Mediterraneo secondo i dati satellitari Copernicus è circa tre gradi sopra media) l’energia presente nell’acqua è smisurata. Se il mare arriva a 30 gradi, le minime nelle zone costiere sono elevatissime”. Luca Mercalli, climatologo e presidente dell’associazione Società Meteorologica Italiana, ragiona su una delle tante anomalie di questa estate. Sottolineandone le conseguenze sulla salute: “La differenza tra 20 e 27 gradi in una temperatura minima notturna per il corpo umano è abissale. Paradossalmente, sarebbe meglio non andare al mare d’estate, e andarci a maggio e giugno, quando le acque sono ancora fresche in seguito all’inverno”.
Dopo mesi di silenzio sul clima, ora i media lanciano un
allarme all’insegna del panico: sarà l’estate più fresca della nostra
vita, andrà sempre peggio. È così?
I toni apocalittici nascono quando viene data un’assurda enfasi sui
fatti di cronaca, che possono essere limitati a giorni specifici, ma poi
si dimenticano in fretta. Invece i veri elementi di preoccupazione
devono essere continui e strutturali, ciò che viviamo è il sintomo di
una crisi climatica che diventerà sempre peggiore nei prossimi anni e
durerà secoli. Per questo serve una programmazione a lungo termine,
perché queste estati sono ormai la norma.
Questa estate sarà più calda di quella del 2003?
Molto probabilmente sì, anche se dobbiamo aspettare la fine di agosto
per avere i dati completi. In ogni caso si gioca la posizione con quella
del 2003, del 2022 e del 2026. Per avere un’idea del livello di
anomalia statistica, pensiamo che per l’estate del 2003 il tempo di
ritorno stimato senza crisi climatica era di mille anni. Ora invece è la
terza in poco più di vent’anni.
El Nino non c’entra, ancora?
No, non c’entra, per ora si sta rinforzando e crescendo di intensità
sull’oceano Pacifico, basti pensare alle alluvioni in Cile, in una zona
normalmente arida. Ma qui da noi al momento la causa dell’anomalia
termica è solo il riscaldamento globale, che genera una maggiore
espansione dell’anticiclone del Sahara, dove d’altronde pochi giorni fa
c’erano 50 gradi. El Nino culminerà a fine anno.
Dal suo osservatorio nota maggiore preoccupazione nelle persone?
Sicuramente le persone sono più scioccate e sentono sulla loro pelle il
peso di queste anomalie, ma molti stanno cercando fughe psicologiche: ho
visto aumentare messaggi di persone che mi chiedono se il caldo sia
legato, ad esempio, al gran numero di satelliti, al cambiamento di
inclinazione dell’asse terrestre o altre cause bislacche. È come se si
cercassero alibi invece che accettare la causa più logica, il
riscaldamento globale, una responsabilità collettiva legata al consumo
di energia fossile, alla deforestazione, agli allevamenti intensivi,
ovvero ai 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente che emettiamo in
un anno nella nostra atmosfera.
Ciò che è accaduto quest’estate era prevedibile dai modelli?
Sostanzialmente non c’è alcuna sorpresa scientifica, siamo nella parte
alta delle simulazioni che avevano una forchetta di incertezza, secondo
cui la media globale poteva aumentare di due o di quattro gradi a fine
secolo. Ricordo che se in Francia ci sono stati scostamenti giornalieri
anche di dieci e passa gradi questo deriva dal fatto che i modelli
indicano una media globale annua che include tutto il pianeta, dai
deserti agli oceani. Poi ci sono i picchi locali e temporanei.
Quello che dobbiamo fare è arcinoto, giusto?
Ma certo, lo sappiamo da oltre trent’anni, lo dice l’accordo di Parigi, è
contenuto dentro tutti i rapporti delle Nazioni Unite e degli enti di
ricerca internazionali. L’Europa è andata molto bene avanti con il Green
Deal, modello di sostenibilità all’avanguardia. Peccato che il
pacchetto di misure sia stato considerato un fastidio per l’economia, ad
esempio dal nostro governo, per cui sono state date deroghe che
spostano le date del raggiungimento degli obiettivi, si fa di tutto per
rallentarne l’applicazione. Per non parlare dello smantellamento
sistematico di ogni protezione ambientale fatto da Donald Trump, che è
uscito dall’Accordo di Parigi. Io però non mi capacito soprattutto di
una cosa.
Quale?
Come mai il mondo della finanza e dell’economia non si muovano: qualche
giorno fa su “Le Monde” c’era scritto che il caldo e gli incendi che
hanno avuto in Francia in questi mesi costeranno dai 3 ai 6 miliardi di euro e che
per questo non riusciranno a rispettare la diminuzione del debito
pubblico.
Cosa auspica per questo inverno?
Che davvero si continui a parlare di clima una volta passato il caldo,
anche perché poi tornerà. E che si smetta di guardare al caldo come
qualcosa che scende fatalmente dal cielo. Infine, che si parli anche del
legame tra caldo e bollette. Ma insomma, noi spendiamo 50 miliardi di
euro all’anno per comprare energie fossili dagli sceicchi così come
dagli Stati Uniti: proviamo a pensare se tutti questi soldi restassero
in Italia e venissero impiegati per fare energie rinnovabili, sarebbe un
volano per l’economia italiana. Come facciamo a non vedere
l’opportunità? Come possiamo accettare di pagare miliardi a paesi terzi
diventando anche ricattabili?
In conclusione?
Vorrei dare un messaggio costruttivo: non è vero che non possiamo più
fare niente. Possiamo almeno evitare di peggiorare, ecco, questo sì, il
clima resterà compromesso per secoli e forse millenni, ma possiamo
fermare un aumento di temperatura pericoloso per la specie umana.
Piantando alberi?
Piantare alberi è importantissimo ma non è la soluzione decisiva. Alberi
in città possono abbassare le temperature di due gradi, poniamo da 40 a
38. Forse occorre depenalizzare la responsabilità degli amministratori
per gli alberi non malati caduti durante temporali sempre più intensi,
altrimenti continueranno a tagliarli senza pietà. Ma il problema del
caldo e del clima è molto più complesso e vasto. Occorre che questa
complessità sia compresa da tutti, dagli amministratori come dai
cittadini. Occorre mettere tutti i saperi al servizio di questo
gigantesco problema esistenziale: non servono solo i climatologi, ma
pure i giuristi, gli ingegneri, perfino i filosofi!
05/07/2026
20/05/2023
Piogge e alluvioni: le statistiche non valgono
È incredibile che nella stessa regione convivano due anomalie climatiche opposte di portata secolare: a oriente la Romagna in ginocchio per le alluvioni, a occidente il Piacentino e l’adiacente Alessandrino ancora all’asciutto da oltre 17 mesi. Un segno evidente dell’estremizzazione degli eventi meteo.
Gli oltre 250 mm di pioggia caduti in due giorni sull’Appennino romagnolo a seguito del ciclone “Minerva” sono già di per sé un valore eccezionale, che in un clima del passato avremmo visto verificarsi non più di una volta in almeno 50-100 anni. Invece in soli 15 giorni abbiamo visto ripetersi il fenomeno ben due volte includendo le inondazioni del 2-3 maggio, con un totale di precipitazioni che supera ormai i 500 mm in alcune località appenniniche, quanto cade in un intero anno ad Aosta.
Di fronte a queste quantità d’acqua nulla può resistere: è vero che il territorio è cementificato, e ciò aumenta la vulnerabilità ai danni, ma i suoli già saturi non hanno retto al secondo imponente nubifragio e i livelli fluviali hanno spesso superato la scala misurabile dagli idrometri battendo i massimi storici: ARPAE, l’Agenzia meteo regionale, segnala che l’Idice e il Santerno hanno toccato colmi di piena inediti, rispettivamente superiori a 14,38 e 14,87 metri. A poca distanza pure il fiume Misa, oggetto della pesantissima alluvione di Senigallia del 15 settembre 2022, a soli otto mesi ne ha subita una seconda appena meno importante.
Sta saltando la statistica pluviometrica del passato, il nuovo assetto climatico si conferma come via via più estremo, o troppo o troppo poco, in accordo con quanto i modelli di simulazione climatica prevedono inascoltati da trent’anni. E nel weekend una nuova intensa perturbazione investirà il Piemonte con piogge che spegneranno la peggior siccità da due secoli, passando da un estremo all’altro in poche ore.
Fonte
20/11/2018
Un altro buon motivo per il No: il tunnel danneggerà il clima
Lo sostengono i ricercatori Jonas Westin e Per Kågeson del Royal Institute of Technology di Stoccolma nell’analisi Can high speed rail offset its embedded emissions? affinché il bilancio di carbonio sia favorevole al clima le linee ferroviarie ad Alta velocità “non possono contemplare l’estensivo uso di tunnel”.
Se il bilancio monetario costi-benefici della Torino-Lione già vacilla, del bilancio di carbonio non si parla mai. Il tunnel bisogna costruirlo, per oltre dieci anni le talpe succhieranno megawatt, il cemento assorbirà energia e produrrà emissioni, l’armamento e i dispositivi di sicurezza richiederanno tonnellate di acciaio e di cavi di rame, i camion e le ruspe per spostare migliaia di metri cubi di roccia andranno a gasolio. Poi c’è l’impianto di raffreddamento che a opera conclusa funzionerà in permanenza, poiché all’interno del tunnel la temperatura sarà attorno a 50°C, ostile alla vita.
Quando il primo treno passerà su quella linea non si vedrà alcun vantaggio ambientale, in quanto per parecchi anni, ammesso che venga effettivamente usata a pieno carico come da previsioni per ora sulla carta, il risparmio delle emissioni dovrà ripagare il debito di quelle rilasciate in fase di cantiere e di esercizio. Ammesso dunque che sia possibile, una prima riduzione netta delle emissioni potrebbe avvenire non prima del 2040. Il clima però è già in estrema crisi adesso e l’ultimo rapporto IPCC dice chiaramente che le emissioni vanno ridotte subito, altrimenti nel 2040 avremo già superato la soglia di sicurezza del riscaldamento globale di 1,5°C. La cura del ferro della Torino-Lione è quindi strana, prima richiede un’intossicazione sicura del malato, poi promette di disintossicarlo quando sarà già moribondo.
Non è meglio cambiare cura? Usare i miliardi di euro ad essa destinati per una riduzione delle emissioni con effetti certi e immediati, come collocare più pannelli solari sui tetti degli italiani, cambiare gli infissi alle case colabrodo, aumentare la coibentazione, installare pompe di calore, tutte azioni che danno lavoro a decine di migliaia di artigiani e non ci fanno attendere vent’anni per ottenere effetti positivi sull’ambiente.
La cura del ferro Torino-Lione potrebbe essere peggiore del male che vorrebbe curare. Per fare valide previsioni e stabilire se la pubblicità verde della grande opera sia ingannevole o meno, occorre un bilancio di carbonio certificato da un ente terzo, come l’Istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale che mantiene il catasto nazionale delle emissioni climalteranti e potrebbe verificare se nell’ambito dell’Accordo di Parigi siglato anche dall’Italia il super tunnel Torino-Lione sia coerente o perdente.
C’è poi quell’ora di viaggio sul Tgv Milano-Parigi che si potrebbe recuperare subito grazie a un accordo tra ferrovie francesi e italiane. Per ragioni di incompatibilità tra dispositivi di sicurezza, il treno francese, una volta arrivato a Torino via tunnel del Frejus, invece di instradarsi sulla linea ad Alta velocità per Milano continua da anni a transitare sulla vecchia linea regionale via Vercelli e Novara.
Se i francesi sostituissero il loro vecchio Tgv con un treno più moderno la tratta Parigi-Milano si abbrevierebbe subito di quasi un’ora. Come mai la gente non scende in piazza per questo significativo risultato che non incide sulle casse dello stato e non deve attendere decenni per entrare in servizio?
E infine, dopo le iniezioni di retorica a buon mercato inneggianti a progresso, crescita, investimenti, lavoro che passeranno tutti e solo da questo buco sotto il massiccio dell’Ambin, proviamo a fare un passo più analitico verso gli scenari futuri. Che piaccia o no, le risorse naturali planetarie diminuiscono e i rifiuti aumentano, così l’Unione Europea ha saggiamente scelto la strategia dell’economia circolare, per minimizzare l’uso di materie prime, costruire oggetti più durevoli e riparabili, contrastare l’usa-e-getta, riciclare i materiali a fine vita. In un tale contesto, l’idea di una continua espansione del trasporto merci invocata dai promotori della Torino-Lione e da un’altra parte della burocrazia europea appare in aperto conflitto con i limiti fisici planetari.
Occorre uscire dal tunnel per aprire lo sguardo alla realtà, molto più complessa, problematica e inedita, e le cui soluzioni sono immensamente più articolate di un buco nella roccia, ostinatamente perseguito per ragioni che non appaiono razionalmente difendibili.
Fonte
28/07/2017
Clima, siccità e acqua razionata: ecco perchè
di Marco Bersani – tratto da ilmanifesto.it
Dentro l’Italia che brucia, dentro l’agricoltura sfiancata dalla siccità, nel disastro ambientale del lago di Bracciano e del possibile razionamento dell’acqua a Roma Capitale, spiace dover dire ancora una volta «i movimenti l’avevano detto». Ma, per quanto frustrante, è la pura verità. Le dichiarazioni dei politici ai telegiornali, le dissertazioni degli opinionisti nei talk show, le roboanti tabelle degli amministratori delegati delle società privatizzate di gestione dell’acqua si inseguono tra loro, compiendo una consapevole rimozione su un nodo di fondo: l’acqua, bene comune naturale, essenziale alla sopravvivenza delle persone, non può essere gestito, se non tenendo conto dell’interesse generale e della conservazione del bene per le generazioni future.
Siamo da tempo immersi nella drammaticità di cambiamenti climatici in corso, le cui conseguenze peseranno per decenni a venire, eppure periodicamente ci si stupisce del fatto che le stagioni non siano più quelle di una volta e il binomio siccità/alluvioni non sia più un evento straordinario, bensì una nuova normalità con cui dover fare i conti e che solo con adeguata prevenzione può essere affrontata. Con buona pace degli sviluppisti, l’acqua è una risorsa limitata e la natura ha tempi di rigenerazione che non possono essere accelerati: per questo, quando i nodi vengono al pettine, non è possibile affidarne la soluzione al libero conflitto degli interessi particolari e meno che mai agli interessi privatistici di chi dell’acqua ha fatto il nuovo business su cui riprendere l’accumulazione finanziaria. Il fatto è che il modello liberista ha modificato i concetti di spazio e tempo: allargando esponenzialmente il primo, fino a voler fare del pianeta un unico grande mercato, e riducendo esponenzialmente il secondo, fino a farlo coincidere con gli indici di Borsa del giorno successivo.
Occorre aver chiaro come su queste basi nessuna soluzione sia possibile. L’acqua non può essere gestita dal mercato e il mercato dev’essere escluso dall’acqua: questo hanno detto oltre 27 milioni di cittadini nel referendum del giugno 2011 e la mancata attuazione di quella decisione sovrana pesa come un macigno tanto sui drammatici accadimenti di questi giorni, quanto sulla crisi della democrazia, oggi segnata da una crescente disaffezione popolare. In venti anni di privatizzazioni della gestione dell’acqua, gli investimenti sono crollati a un terzo di quelli fatti dalle precedenti società municipalizzate, la qualità del lavoro e dei servizi offerti è nettamente peggiorata e le tariffe sono aumentate senza soluzione di continuità. In compenso, sono saliti esponenzialmente i dividendi degli azionisti, cui tutti gli utili vengono destinati, anziché essere reinvestiti nel miglioramento di infrastrutture a dir poco obsolete.
E’ possibile invertire la rotta? Certo che sì, a patto che tornino al centro l’interesse generale e il diritto al futuro per tutte e tutti. Un intervento pubblico sul dissesto idrogeologico dei nostri territori e un piano per il riammodernamento delle reti idriche costerebbero complessivamente 15 miliardi e produrrebbero 200.000 posti di lavoro pulito e socialmente utile. «Non ci sono i soldi», ripete il mantra liberista, ma intanto sono 17 i miliardi messi a disposizione per regalare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al colosso IntesaSampaolo, che produrrà 4000 esuberi. Da qualsiasi punto la si voglia affrontare, è un problema di volontà politica: possiamo continuare a tollerare che siano i vincoli finanziari dell’Unione Europea e la trappola del debito a determinare le scelte politiche collettive o vogliamo mettere finalmente il diritto alla vita, alla dignità e al futuro al primo posto?
Nello specifico: cosa aspetta il Parlamento a legiferare contro il consumo di suolo, per un grande piano di intervento sul dissesto idrogeologico e di intervento sulle infrastrutture idriche? Cosa aspetta per rendere operativa la volontà popolare espressa nei referendum per l’acqua del giugno 2011, sottraendo la gestione dell’acqua e dei beni comuni dalle leggi del mercato? E ancora: quanto tempo dovrà passare prima che la sindaca di Roma avvii in forma partecipativa la ripubblicizzazione del servizio idrico, togliendolo dagli interessi dei Caltagirone e di Suez? O che la Regione Lazio approvi i decreti attuativi di una legge d’iniziativa popolare approvata ormai tre anni or sono? Questi sono i fatti che possono determinare la necessaria inversione di rotta, il resto sono lacrime di coccodrillo o l’ennesima attestazione di complicità con gli interessi finanziari in gioco.
25 luglio 2017
di Luca Mercalli – tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it/
Siamo un Paese ostile alla prevenzione. Solo quando l’emergenza ci mette con le spalle al muro affrontiamo la realtà, spesso pure con solidarietà e fantasia, ma appena passato il dolore acuto torniamo in uno stato di indifferente apatia di indolente fatalismo fino alla crisi successiva. E che con l’acqua di crisi ci sia da attendersene continuamente lo si sa almeno dall’epoca degli antichi egizi: siccità e alluvioni costellano le cronache di ogni civiltà. Solo che per millenni si è preso ciò che il cielo dispensava, subendolo e attribuendolo a castigo divino, mentre da un paio di secoli la scienza ha compreso le dinamiche idrologiche e con l’aiuto di meteorologia, climatologia, geomorfologia e idraulica oggi dispone di una capacità previsionale utile a prepararsi al futuro. Ammesso che questo sapere venga utilizzato e non messo in un cassetto, limitandosi a predare i beni comuni con improvvisazione, pigrizia, sovrasfruttamento. Ed è così che in Italia vuoi quando si contano i morti nel fango delle inondazioni, vuoi quando si cercano affannose soluzioni alla penuria d’acqua, il copione è sempre lo stesso: un po’ di cronaca vera “ha avuto paura?”, “rinuncerà all’idromassaggio?”, “mai successo a memoria d’uomo!”, seguita da banali polemiche, ricerca del responsabile diretto da additare alla magistratura (nel tentativo di trovare cause semplici a problemi complessi), e qualche analisi più vasta del problema. Tre giorni, poi tutto finisce e si torna al solito chiacchiericcio politico di fondo che spesso poco ha a che fare con le questioni davvero strategiche per il nostro futuro.
E invece è proprio sulle analisi più ampie dei problemi che tocca soffermarsi, approfondire, pianificare, legiferare, agire. Quando parliamo di acqua, risolta l’emergenza dei soccorsi, tutto si basa su un’accurata preparazione in tempo di pace: formazione della cittadinanza, che ignora completamente tanto i manuali di protezione civile quanto le basi del ciclo dell’acqua, più importante delle oscillazioni del Pil, e lavoro capillare sulle infrastrutture idriche. Sappiamo bene che gli acquedotti d’Italia fanno acqua da tutti i tubi: 38 per cento sono le perdite medie nazionali secondo Istat, ma a Milano sono il 16 per cento, a Roma il 43, a Bari il 50, a Potenza il 64 per cento. E copiare da chi fa meglio, no eh?
Ci sono società di servizi idrici come quella di Torino che da anni si preoccupano dei cambiamenti climatici e investono in infrastrutture idrauliche di accumulo, ben sapendo che dovranno servirsene nei prossimi anni, via via che la temperatura e le siccità aumenteranno. Sono tutte cose scritte anche nella Strategia di Adattamento ai Cambiamenti Climatici del Ministero dell’Ambiente, abbiamo i dati, abbiamo le competenze, abbiamo anche esempi di eccellenza già funzionanti, dobbiamo solo applicarli in un quadro coerente e univoco su tutto il territorio nazionale. Invece ciò non avviene, anche perché molti servizi tecnici nazionali di antica data, che avevano doveri e capacità per armonizzare la gestione dell’acqua sono stati sistematicamente smantellati, riaperti sotto altro nome, richiusi, frammentati, a colpi di leggi e decreti sempre più ravvicinati che hanno generato una giungla burocratica, una polverizzazione di responsabilità e spesso una valanga di deresponsabilizzazione, nonché un’oggettiva difficoltà a mettere insieme monitoraggio e previsione meteoidrologica, pianificazione degli usi a scala di bacino, protezione civile, urbanistica e uso del suolo. Un terreno però fertilissimo per l’appalto e il subappalto esterno, che non viene più seguito direttamente dal tecnico governativo con una visione a lungo termine, ma delegato a un esecutore che non ha certo a cuore il futuro dell’umanità, bensì la massimizzazione del suo profitto immediato.
Abbiamo bisogno di tornare alla concretezza delle azioni e al buon senso della pianificazione di lungo periodo, visto che gli scenari climatici impongono una rivisitazione dell’esistente: manutenzione delle reti idriche, adeguamento degli invasi, che sono in gran parte vecchi di un secolo, costruzione di nuove dighe laddove sia possibile, uscendo dalla logica della grande opera colonizzatrice imposta dall’esterno ma entrando nel campo della negoziazione condivisa con il territorio, semplificazione burocratica, diffusione dei contratti di fiume, alfabetizzazione dei cittadini sull’uso prudente e parsimonioso dell’acqua, almeno nei periodi di scarsità. Non sono originale, lo so. Tutte cose già dette e scritte in mille occasioni. Ma forse un po’ di sete in capitale potrà essere utile per occuparsi con lungimiranza di quel bene liquido che tutti diamo per scontato ma che quando manca fa precipitare la qualità della vita a livelli intollerabili. Ci risentiamo in autunno, sicuramente pioverà, la siccità sarà un ricordo e commenteremo l’alluvione!
25 luglio 2017
Fonte
04/07/2016
Floating Piers, delirio galleggiante
Persone che parlano di un’esperienza sublime, di emozioni forti, di incredibili sensazioni provate nel camminare su un telo di plastica posato su taniche vuote sopra le acque di un lago prealpino reso infrequentabile dalla folla. Le cronache sono del tipo: “Il popolo dei Piers non indietreggia di un millimetro. Non si lascia scoraggiare dalle code per salire su un treno, su una navetta o su un battello, né dal sole che trasforma la passerella – e i piazzali di Sulzano – in forni a microonde, tanto che ieri al tramonto sono tornati in azione gli idranti per rinfrescare la folla in attesa. La parola d’ordine è una sola: camminare su The Floating Piers, costi quel che costi” (da bresciaoggi.it).
Una situazione che, spogliata di tutto il costrutto mediatico-modaiolo che gli si è appiccicato sopra, è in realtà riconducibile a una semplice gita in battello: si cammina sulle acque e si ondeggia tra tante persone!
Si tratta un ennesimo evento di massa emblematico dei tempi che viviamo e della totale indifferenza alle conseguenze delle proprie azioni, ovvero il fatto che sia mancata qualsiasi riflessione sulla responsabilità ambientale di quest’opera d’arte (sebbene qualche critico abbia almeno voluto definirla una pagliacciata sul piano estetico e di costume).
Dal sito ufficiale dell’artista, assumiamo i dati tecnici:
https://it.wikipedia.org/wiki/The_Floating_Piers http://www.thefloatingpiers.com/manufacturing http://www.thefloatingpiers.com/press/
Vediamo le criticità ambientali:
– riciclo plastiche: il polietilene è relativamente facile da riciclare, i cubi verranno dunque ritirati dall’acqua e avviati a recupero, ma con trasporto dove? Il tessuto poliammidico, in parte sporcato e usurato, sarà meno facile da riciclare: di tutta questa filiera sarebbe importante disporre da parte dell’artista e delle autorità di igiene urbana locale una dettagliata e trasparente documentazione! Non sia mai che finisca tutto nel vicino inceneritore di Brescia...?
– l’edonismo dissipativo, volgare e superficiale, attira assai di più che la contemplazione della biosfera, la nostra casa da cui tutto dipende! Chi, di questo milione di bipedi vociante su un palcoscenico naturale trasfigurato per l’esibizionismo di massa, si è domandato qualcosa su questo povero lago prealpino? Quanto è profondo, quanta acqua contiene, che relazioni ha con la società e con la storia, è un ambiente sano o compromesso? Come reagisce ai cambiamenti climatici?
– la Natura è sostituibile con l’artificio e si arriva a privilegiare il falso che assomiglia al vero (che viceversa viene distrutto). Afferma Christo: “Il telo color oro, cangiante, vuole rappresentare la spiaggia: la gente deve pensare di essere su una spiaggia in riva al mare, e camminarci sopra”.
– l’arte dovrebbe essere veicolo di riflessione sulla contemporaneità, qui Christo rivela invece la sua senescente visione di un mondo sintetico ormai incompatibile con i processi biogeochimici.
“I want people to ask themselves how they live, what they are doing— if today was your last on earth, what will you leave behind?” Nino Sarabutra, 2013 http://www.ninosarabutra.com/exhibition_WhatWillYouLeaveBehind.html
Dunque, tutti gioiosamente avanti verso il baratro...
Fonte
31/03/2016
La scala Mercalli sconvolge gli ideologi di regime
Mercalli è uno scienziato che ha facilità divulgativa, uno insomma abituato a studiare prima di profferire opinioni, ma anche determinatissimo nel profferirla sulla base di dati incontrovertibili. Ma ha anche la dote di saper dire cose complicate in linguaggio ordinario, accompagnando i numeri con immagini verbali e non, filmati, documentari, ecc.
Una fortuna per il servizio pubblico, diciamolo subito, da sempre afflitto dalla penosa alternativa tra intrattenimento instupidente o dotte trasmissioni per addetti ai lavori in orario notturno.
Bene, come viene trattato uno scienziato prestato alla tv? Come un nemico di classe, naturalmente. E a condurre l’attacco sono alcuni ideologi di professione – giornalisti, commentatori tv, parlamentari di quarta fila ignoti persino ai loro inconsapevoli elettori (con “Porcellum” votavi una lista decisa da altri) – che non arrossiscono neanche un attimo nell’accusare lo scienziato di fare “ideologia”. Eccezziunale veramente...
In questo attacco non poteva restare indietro Aldo Grasso, passato ormai definitivamente dal ruolo lieve di critico televisivo a combattente con l’elmetto contro i “nemici dell’Occidente”. Non pago di aver scritto oscenamente contro Fiorella Mannoia, ha fatto il bis con il buon Luca. Guai a parlar male dei combustibili fossili (petrolio, carbone, gas), guai a far sentire nello spettatore l’urgenza di cambiare modello di sviluppo (alla faccia degli impegni sull’ambiente presi al vertice di Parigi, solo tre mesi fa).
Peggio ancora se il Mercalli si mette a parlare, in tv, dell’inutilità della Tav tra Torino e Lione, magari con un servizio documentato che accompagna dati scientifici e opinioni dei valsusini, naturalmente contrari.
Immediata la reazione del senatore Pd Stefano Esposito (sì, quello dei falsi attentati contro se stesso e piazzato teoricamente come assessore ai trasporti da Ignazio Marino, e via favoleggiando), che insieme ai “colleghi” Camilla Fabbri e Fabrizio Verducci ha presentato nientepopodimeno che un’interrogazione in Commissione Vigilanza della Rai “per chiedere chiarimenti sulla trasmissione di RaiTre... in cui si è parlato della tratta Torino-Lione e che ha dedicato ben 22 minuti di propaganda ai No Tav”.
Involontariamente, certo, questi signori si incaricano di mostrare concretamente cosa sarà il regime in costruzione, benedetto dall’Unione Europea, dalla Nato e dalla finanza multinazionale. In nome, ci mancherebbe, della “libertà di opinione”...
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