L’estate 2026 verrà ricordata tra le più calde mai regitsrate (per Europa e Italia un record assoluto) ed è solo il preludio ad un fenomeno meteorologico planetario (El Niño) che, secondo le previsioni degli scienziati, sarà il più intenso degli ultimi mille anni.
Si stima che provocherà gravi perturbazioni nelle catene di approvvigionamento globali e condizioni meteorologiche devastanti, rischiando di “spingere 50 milioni di persone verso una condizione di grave insicurezza alimentare”.
Eppure, i media mainstream continuano a non collegare questi eventi al cambiamento climatico. Il fenomeno è sempre più evidente e ormai un paradosso anche di fronte a eventi catastrofici come quelli accaduti in Nepal, o nelle nostre stesse regioni.
Nonostante i titoli sul caldo estremo, la maggior parte dei servizi giornalistici non ha fatto alcun riferimento al cambiamento climatico, né alle 57 aziende di combustibili fossili responsabili dell’80% delle emissioni globali di carbonio dal 2016 a oggi, né alle industrie che ne rendono possibile l’attività, come quella della comunicazione.
È l’opera migliore, quella più meschina e viscida, è quella realizzata dal marketing delle grandi compagnie petrolifere. Mentre i colossi del petrolio realizzavano profitti per 93 miliardi di dollari in soli tre mesi (di extra profitti non se ne parla anzi, noialtri li eleviamo a eroi) grazie alla guerra in Iran (per non parlare di ciò che accadde col gas appena si aprì il fronte ucraino) le loro agenzie continuavano ad applicare la strategia di occultamento creativo.
Le campagne pubblicitarie odierne presentano petrolio e gas come risorse indispensabili per la sicurezza energetica e la stabilità economica, proprio mentre la domanda di questi combustibili sta rallentando e solare e fotovoltaico hanno coperto insieme la quota maggiore (27%) della crescita della domanda globale di energia.
In pratica abbiamo le soluzioni necessarie, ma l’industria dei combustibili fossili alimenta paura e insicurezza per ritardare le azioni.
Al riguardo, è uscito il rapporto periodico di Clean Creatives (che contiene un database pubblico) che mappa e documenta i legami commerciali tra le grandi aziende dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) e le agenzie globali di pubbliche relazioni (PR) e pubblicità.
L’obiettivo dell’iniziativa è smascherare il supporto reputazionale e di marketing che l’industria dei combustibili fossili riceve da parte del settore creativo. Secondo Clean Creatives, le compagnie petrolifere e del gas non operano da sole per ripulire la propria immagine pubblica, ma si affidano ad agenzie che creano campagne di “greenwashing” e copertura strategica.
La portata dei dati è impressionante. Il rapporto infatti, raccoglie migliaia di contratti documentati a livello globale (provenienti da registri pubblici, candidature a premi di settore e portfolio creativi) che coinvolgono centinaia di agenzie di public relations e pubblicità e decine di grandi gruppi di holding internazionali.
La piattaforma permette di cercare in modo trasparente, agenzie, clienti e singoli contratti per verificare chi lavora con i colossi dell’energia. Introduce anche dei riconoscimenti satirici (F-Badges) per evidenziare comportamenti specifici delle agenzie, come collaborazioni di lunga data, contratti multipli o la partecipazione a campagne di greenwashing premiate nei festival della creatività.
Il progetto non si limita a denunciare ma punta a spingere i professionisti della comunicazione, i leader delle agenzie e i brand famosi a rifiutare contratti con il settore fossile, invitandoli a firmare un impegno formale (The Pledge) per orientare la creatività verso un futuro sostenibile.
Il report di Clean Creatives punta il dito sia contro i grandi committenti (le aziende energetiche) sia contro le holding e le agenzie di comunicazione che gestiscono i loro contratti.
Perché mentre noi guardiamo la Marini che cade, Spalletti che litiga o un politico che mente, mentre riceviamo notizie su questi fatti senza che nessuno mai dica quali sono le cause (lo fanno volutamente), ci facciamo condizionare pure da gente che continua a spingerci verso “quella” forma di consumo e che pian piano ci spinge ai limiti fisiologici del nostro corpo.
E se una volta l’estate era gioia e divertimento, adesso è reclusione e sgomento. Pensateci.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/10/2026
Dopo un'estate bollente arriva il super Nino
06/09/2026
Un Niño “super” mai visto: sarà un dicembre a più 4ºc
di Luca Mercalli
Ci credereste che l’oceano Pacifico è inclinato, con circa 60-80 cm di dislivello tra l’Australia e il Cile? Il motivo sta nel soffio regolare degli alisei da est verso ovest, che spingono e accumulano l’acqua calda superficiale dell’oceano verso occidente, creando per reazione un risucchio di acque fredde profonde provenienti dall’Antartide che si diffondono lungo la costa del Sud America tramite la corrente di Humboldt.
Le acque fredde sono ben ossigenate e pescose, ma i pescatori dell’Ecuador e del Perù, già secoli fa, notarono che a intervalli di alcuni anni l’oceano si riscaldava e la pesca diminuiva drasticamente gettandoli in miseria. Poiché il picco del riscaldamento oceanico si verificava verso Natale, gli diedero nome “El Niño” riferendosi al Bambin Gesù.
Il motivo di questa anomalia termica oceanica di origine naturale è stato identificato in una inversione della Circolazione di Walker. Si tratta di una cella atmosferica tropicale che unisce una bassa pressione semi-permanente sull’Indonesia, dove l’aria umida sale e genera continui temporali, a un’alta pressione dominante tra Perù e Cile settentrionale, dove regna una severa siccità (è qui il deserto di Atacama).
Questa differenza di pressione viene compensata da intensi venti alisei che spingono l’acqua calda verso ovest, mantenendo l’assetto oceanico normale o più freddo, chiamato “La Niña”.
Ogni 3-7 anni, l’alta pressione del Pacifico orientale si indebolisce, gli alisei si attenuano e l’acqua calda dall’Oceania rifluisce verso il Sud America eliminando il dislivello oceanico e attivando una fase “El Niño”.
Gli effetti di questa anomalia sono sia un riscaldamento del Pianeta, data l’immensa estensione del Pacifico tropicale, sia un accentuarsi degli eventi estremi sulle regioni direttamente interessate: siccità in Australia e Indonesia, piogge alluvionali in Perù e Cile.
Satelliti e boe oceanografiche tengono costantemente sotto controllo questi parametri e ci avvertono in anticipo quando La Niña sta per essere sostituita da El Niño. Ed è ciò che ormai dalla primavera del 2026 si sta evidenziando con sempre maggior vigore: sia per estensione, sia per velocità del riscaldamento questo evento sembra il più intenso da almeno mille anni, cioè da quando esistono ricostruzioni condotte attraverso documenti storici e analisi dei coralli che registrano le variazioni di temperatura dell’acqua.
Si è così coniata la definizione di “Super El Niño” che ha spinto l’organizzazione Meteorologica Mondiale a diramare un allarme sulle conseguenze che il fenomeno, atteso al suo culmine in dicembre con oltre 4 °C di riscaldamento delle acque rispetto al normale, potrà indurre almeno fino a febbraio 2027.
Abbiamo detto che siccità più pronunciate e quindi più incendi potranno interessare Australia e Indonesia, mentre le alluvioni potranno flagellare Perù e Cile. Difficilmente questo genere di eventi atmosferici si spingerà fino all’Europa, troppo lontana e dominata dalle dinamiche dell’oceano Atlantico.
Quindi se quest’autunno avremo alluvioni sul Mediterraneo, si tratterà di eventi non attribuibili al Niño, resi semmai più intensi dall’enorme calore accumulato dal Mare Nostrum in questa estate 2026, la più calda da almeno 270 anni anche in Italia.
Invece il segnale di anomalia termica indotto dal Pacifico bollente si diffonderà su tutto il Pianeta, sommandosi al già incalzante aumento dovuto al riscaldamento globale e rischiando dunque di sfondare nuovi record assoluti di temperatura media globale sia nel 2026, sia nel 2027.
Infatti i precedenti record sono avvenuti quasi sempre in annate di Niño, come nel 2024, che non era nemmeno uno dei più intensi. In questo caso anche l’Italia ha elevate probabilità di sperimentare sia un autunno sia un inverno più caldi del normale, come indica il Centro europeo di previsioni meteo a medio termine (Ecmwf).
Celeste Saulo, segretaria generale dell’organizzazione Meteorologica mondiale con sede a Ginevra, ha detto che “questo eccezionale El Niño richiede un’eccezionale preparazione. Mai negli oltre 50 anni di attività della Wmo abbiamo lanciato una tale mobilitazione nei confronti dei Servizi meteorologici nazionali che saranno in prima linea per salvare vite umane e gestire al meglio i disastri climatici che toccheranno agricoltura, salute, risorse idriche ed energetiche. Non abbiamo tempo da perdere”.
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04/09/2026
Emergenza climatica: “Il pianeta si trova ormai in acque inesplorate”
L’allarme è stato amplificato e diffuso dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “El Niño si sta intensificando sotto i nostri occhi, la scienza non lascia spazio a dubbi: il Pianeta si trova in acque inesplorate e queste acque si stanno riscaldando. Le temperature continuano a salire e il Mondo è minacciato da condizioni meteorologiche estreme”. A questo punto diventa impossibile sottovalutare o, peggio ancora, negare l’allarme sui cambiamenti climatici globali.
Che El Niño quest’anno sarebbe stato più forte lo si sapeva da tempo, ma ieri gli esperti dell’Onu hanno assicurato di avere ormai in mano stime più che accurate, e che il fenomeno raggiungerà una forza mai registrata prima.
L’agenzia delle Nazioni Unite prevede una probabilità prossima al 100% che El Niño, alimentato da temperature eccezionalmente elevate delle acque dell’Oceano Pacifico, persisterà fino a febbraio 2027.
Questo fattore ha già avuto ripercussioni preoccupanti quest’anno sulle materie prime agricole delle aree tropicali, contribuendo a una grave crisi alimentare nell’America Centrale.
“Se questa traiettoria continuerà – ha detto la segretaria generale della Wmo, Celeste Saulo – potrebbe essere più forte di qualsiasi evento osservato dall’inizio del nostro monitoraggio. Letteralmente fuori scala”. Un Niño molto intenso può modificare significativamente i regimi delle precipitazioni e delle temperature in tutto il Mondo e favorire eventi meteorologici estremi, come tifoni e inondazioni da un lato, o una pesante siccità dall’altro.
Il rapporto della WMO spiega che El Niño è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente calde nel Pacifico centrale e orientale. Il nome deriva dai pescatori e marinai peruviani che notarono una corrente calda, associata a una riduzione delle catture di pesce, e la chiamarono El Niño (“il Cristo Bambino”), probabilmente perché diventava tipicamente evidente intorno a Natale. Al contrario, un evento come La Niña è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente fresche nella stessa regione e da un’intensificazione dei venti superficiali predominanti da est a ovest.
Nell’Oceano Pacifico, temperature oceaniche più calde del normale di solito indicano condizioni El Niño, che si verificano quando i venti alisei da est diventano più deboli. Temperature più fresche del normale di solito indicano condizioni di La Niña, quando i venti da est diventano più forti. Durante la fase Neutrale, le temperature oceaniche nel Pacifico tropicale rimangono vicine alla norma.
La transizione tra queste fasi estreme avviene tipicamente ogni due o sette anni. Sia El Niño che La Niña iniziano generalmente a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiungono la loro intensità massima tra novembre e febbraio.
Gli effetti di ogni evento El Niño/La Niña variano a seconda dell’intensità, della durata, del periodo dell’anno in cui si sviluppa e di come interagisce con altre modalità di variabilità climatica (come il Dipolo dell’Oceano Indiano). Non tutte le regioni del Mondo sono colpite e, anche all’interno di una regione, gli impatti possono essere diversi. Anche quando l’ENSO (cioè le fasi opposte di un modello climatico naturale) è neutrale, possono comunque verificarsi condizioni meteorologiche estreme.
L’aggiornamento WMO El Niño/La Niña pubblicato a settembre 2026 ha confermato quasi il 100% di probabilità che El Niño persista tra settembre e novembre 2026 e poi tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Le previsioni indicano, quindi, un ulteriore rafforzamento di El Niño nei prossimi mesi, con l’evento che si rafforzerà prima di raggiungere il picco verso la fine dell’anno.
L’aggiornamento mensile sul clima stagionale globale della WMO, pubblicato il 3 settembre, conferma che un forte El Niño continua a intensificarsi costantemente e si prevede che dominerà i modelli climatici globali tra settembre e novembre 2026, aumentando la probabilità di temperature superiori alla norma in gran parte del mondo e causando cambiamenti significativi nei modelli di precipitazione. Unito a oceani globali eccezionalmente caldi e alla probabilità di un dipolo positivo nell’Oceano Indiano, si prevede che El Niño influenzerà i modelli meteorologici in molte parti del Mondo nei prossimi mesi.
I negazionisti dei cambiamenti climatici continueranno a fare danni al Pianeta e all’umanità, soprattutto quando si trovano ai posti di comando nei luoghi decisionali. La supremazia della logica del business su tutti gli altri aspetti vuole liquidare tutto nella normale amministrazione, ma non è più così. Non riescono e non vogliono immaginare soluzioni diverse dalle uniche che hanno in mente e che hanno attuato per decenni, ma per questo stanno conducendo il Pianeta all'infarto ecologico e sono responsabili di danni permanenti, in alcuni casi forse irreparabili.
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