Abbiamo scritto più volte che i fatti hanno la testa dura e che la realtà muove le cose più di mille ragionamenti.
L’impatto dell’emergenza pandemica del coronavirus sugli assetti europei (oltre che su quelli mondiali) sta riscrivendo furiosamente geografie politiche e regole economiche. Non tanto e non solo nell’affrontare adesso l’emergenza quanto nel disegnarne gli scenari futuri.
Tra questi ce n’è almeno uno sul quale le spinte oggettive e quelle soggettive devono rapidamente arrivare alla sintesi possibile, anzi, necessaria.
In questi anni abbiamo portato dentro il dibattito pubblico una tesi a nostro avviso credibile, anche se era apparsa difficilmente praticabile nell’immediato: la rottura con l’Unione Europea e la costruzione di una area alternativa euromediterranea.
Una tesi che partiva dalla più volte constata irriformabilità degli apparati istituzionali e di comando costruiti in questi ventotto anni sull’Europa e dalla necessità di un sganciamento da quella che abbiamo definito una gabbia per i popoli europei.
I fatti di queste settimane stanno dimostrando che questa tesi aveva ed ha una sua profonda ragione d’essere.
Non solo. Essa rappresenta la cornice generale per rimettere in campo una prospettiva di profondo cambiamento sul piano politico, economico, sociale, internazionale. Con una differenza rispetto anche a solo qualche mese fa: questa percezione oggi è immensamente più forte nel senso comune, sia nei settori popolari sia in alcuni ambiti di classe dirigente.
La polarizzazione di interessi tra il “core” dell’Unione Europea di oggi – la Germania e i paesi nordici – ed i paesi euromediterranei, è stata resa ancora più contundente di quanto lo fosse stata al tempo della sanguinosa austerity imposta alla Grecia, o dell’invenzione dell’acronimo “Pigs” per definire, in modo apertamente spregiativo, questi paesi (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, ma anche qualcun altro).
La divaricazione ormai è evidente su tutto: dai vincoli di bilancio ai coronabond, dagli strumenti di stabilità (Mes) agli aiuti di Stato alle imprese. Per alcuni paesi le deroghe a questi vincoli sono temporanee e i costi da restituire, per altri si tratta di strappi tesi a ridefinire completamente il senso della convergenza tra vari paesi, sulla base delle nuove priorità imposte dall’emergenza pandemica e dalla pesantissima recessione economica.
Il premier Conte insiste sugli eurobond, di fatto come finanziamenti a fondo perduto, e la proposta viene sostenuta anche da paesi come Francia, Spagna e Portogallo, mentre Germania e Olanda hanno posto il veto.
È una spaccatura nitida, storica, strategica. Fondata su interessi materiali, non su ideologie “comunitarie” o “sovraniste”. Per i secondi è uno scenario inimmaginabile, per i primi una necessità impellente.
Ma anche sul piano delle priorità economiche, oggi – sia in basso sia in alto – nel senso comune si va affermando un diverso approccio: sulla centralità della sanità pubblica prima privatizzata e smantellata, sul ruolo dello Stato nell’economia, sui danni della deindustrializzazione e della subalternità alle filiere produttive internazionali.
Insomma gli argomenti opposti rispetto a quanto considerato “desiderabile” nel linguaggio ordoliberista e liberale degli ultimi trenta anni.
In secondo luogo, questa situazione dimostra due cose importanti: tutti i paesi hanno consapevolezza che da soli non possono farcela, ma molti si rendono ormai conto che i “compagni di strada” possono essere diversi da quelli avuti fino ad oggi. Soprattutto quando sono soliti abbandonarti nel momento del bisogno – o cogliere l’occasione per spremerti meglio – come la Germania o gli Stati Uniti.
È uno scenario che può mettere in campo nuove alleanze internazionali e che scuote i vecchi dogmi euroatlantici, strappando loro il velo che li faceva considerare un destino ineluttabile, immodificabile, addirittura “progressivo”. È la realtà della crisi a costringere persino alcune élite occidentali a pensare ad altre soluzioni...
È indubbio che il protagonismo della Cina giochi un ruolo decisivo. Prima con il progetto della Nuova Via della Seta, adesso con la capacità di essere riferimento mondiale su come si affronta l’emergenza pandemica, sia sul piano sanitario sia quello economico.
La Cina ha raggiunto e poi oscurato la primazìa statunitense sulle sorti dei propri partner storici. Non solo. L’arrivo di tempestivi aiuti dalla Russia, da Cuba, addirittura dall’Albania, ha messo tutti di fronte a bandiere e messaggi del tutto impossibili da immaginare fino ad un mese fa.
Ma ha messo anche a disposizione interlocuzioni economiche prima condizionate o contrastate dalla subalternità alle vecchie alleanze (sanzioni Usa e Ue, dazi, accordi obbligati ma svantaggiosi con il mondo euroatlantico etc.).
Dunque se l’ipotesi di un’area euromediterranea alternativa, sulla base di complicità col sistema dominante o per l’atavica subalternità politica della “sinistra”, prima è stata rimossa dal dibattito e dall’agenda politica, oggi se ne palesano tutte le condizioni per essere al centro del campo. Contribuisce a disegnare un orizzonte per il cambiamento possibile e va creando le condizioni per quello necessario – che a nostro avviso rimane il socialismo, anche nel XXI Secolo.
Solo “le condizioni”, ovviamente. L’arrivarci dipende da tutti noi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/12/2018
“Si è tolta sovranità al Parlamento e al popolo italiano”. La denuncia di Vasapollo a “Linea Notte”
“Non contro l’Europa, bensì contro questa Unione Europea”. Si può riassumere così la posizione di Luciano Vasapollo, professore di Politica Economica presso La Sapienza di Roma ed esponente autorevole della sinistra sindacale e politica, ospite della trasmissione TG3 Linea Notte.
Interrogato relativamente alla questione legge di Bilancio di questi giorni il professore ha affermato: “è anomalo che si tolga sovranità al parlamento italiano, e quindi al popolo italiano”. Di ieri la decisione della Commissione Europea di non avviare la procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. Nei giorni scorsi l’esecutivo aveva presentato a Bruxelles una modifica alla finanziaria, tagli per 10 miliardi e deficit giù al 2,04% dal 2,4% inizialmente avanzato. Più che i decimali, per Vasapollo, la decurtazione dettata da Bruxelles riguarda la sovranità popolare.
“Dietro alle manovre finanziarie ci sono i bisogni delle persone. Bisogna ripristinare un’Europa in cui le politiche economiche si rivolgano ai bisogni dei cittadini. La politica deve dettare tempi e modalità dell’economia, non viceversa”, ha denunciato il professore.
Nel corso della trasmissione, Vasapollo ha presentato il suo libro “PIGS la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea”. Al di là del titolo provocatorio (PIGS come acronimo di Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), ha spiegato il professore, questo libro nasce sulla base del movimento di una minoranza composta da accademici, intellettuali, sindacati e movimenti sociali che, negli scorsi anni, si è mossa in Europa per contrastare la “dittatura dell’Euro”, cioè del denaro e del profitto, e il “vuoto di democrazia” attuale.
“Dietro le manovre economiche – ha affermato Vasapollo – c’è un vero e proprio massacro sociale, dai precari alla classe media, per il bene della finanza”. “Pensiamo che i Paesi dell’area mediterranea, che sono i più complementari tra di loro e che subiscono maggiormente questa crisi, possano mettere in moto cittadini e movimenti sociali e dei lavoratori per una spinta al cambiamento e, perché no, un’alternativa all’Unione Europea”.
Fonte
Interrogato relativamente alla questione legge di Bilancio di questi giorni il professore ha affermato: “è anomalo che si tolga sovranità al parlamento italiano, e quindi al popolo italiano”. Di ieri la decisione della Commissione Europea di non avviare la procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. Nei giorni scorsi l’esecutivo aveva presentato a Bruxelles una modifica alla finanziaria, tagli per 10 miliardi e deficit giù al 2,04% dal 2,4% inizialmente avanzato. Più che i decimali, per Vasapollo, la decurtazione dettata da Bruxelles riguarda la sovranità popolare.
“Dietro alle manovre finanziarie ci sono i bisogni delle persone. Bisogna ripristinare un’Europa in cui le politiche economiche si rivolgano ai bisogni dei cittadini. La politica deve dettare tempi e modalità dell’economia, non viceversa”, ha denunciato il professore.
Nel corso della trasmissione, Vasapollo ha presentato il suo libro “PIGS la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea”. Al di là del titolo provocatorio (PIGS come acronimo di Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), ha spiegato il professore, questo libro nasce sulla base del movimento di una minoranza composta da accademici, intellettuali, sindacati e movimenti sociali che, negli scorsi anni, si è mossa in Europa per contrastare la “dittatura dell’Euro”, cioè del denaro e del profitto, e il “vuoto di democrazia” attuale.
“Dietro le manovre economiche – ha affermato Vasapollo – c’è un vero e proprio massacro sociale, dai precari alla classe media, per il bene della finanza”. “Pensiamo che i Paesi dell’area mediterranea, che sono i più complementari tra di loro e che subiscono maggiormente questa crisi, possano mettere in moto cittadini e movimenti sociali e dei lavoratori per una spinta al cambiamento e, perché no, un’alternativa all’Unione Europea”.
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17/12/2018
Gilet Gialli, i nuovi Tsipras italiani e l’Alba Mediterranea
Intervista a Luciano Vasapollo, economista, docente dell’Università di Roma “La Sapienza”.
Professore, da economista come giudica la decisione del governo italiano di ridurre dal 2,4 al 2,04 il deficit di bilancio nella trattativa in corso con l’Unione Europea?
Ormai la competizione economica, finanziaria e commerciale inter-imperialista è sempre più brutale. La guerra dei dazi lo dimostra e lo dimostra per l’ennesima volta le presunte trattative, che trattative non sono mai, con l’Unione Europea. Non ci sono margini. Loro ordinano e i paesi eseguono. La trattativa finisce sempre come con Tsipras. E’ accaduto anche con questo governo italiano, che sarà costretto a rivedere tutto quello che aveva promesso in campagna elettorale e con il noto “contratto” con cui era nato l’esecutivo. Non sarà più quota 100 ma quota 105 come già si inizia a dire e il reddito da cittadinanza universale come promesso diventerà un reddito “miserabile”, una carità.
Come giudica, in particolare, le ultime dichiarazioni di Salvini?
Salvini è una versione incattivata di Renzi. I due Mattei sono uguali: tutte le proposte repressive e economiche sono identiche. Rilancio delle privatizzazioni, un neo-liberismo sfrenato a vantaggio delle grandi corporazioni e un capitalismo aggressivo che sta producendo intorno ai derivati una immensa bolla speculativa pronta ad esplodere da un momento all’altro. Su questo il Pd di Renzi e la Lega di Salvini la pensano allo stesso modo. Il Pd ha insegnato i termini della repressione dei movimenti sociali attraverso Minniti e Salvini in continuità sta sgomberando e arrestando con le accuse di “associazioni a delinquere” gli occupanti a Milano e a Roma. Non accettiamo la criminalizzazione delle lotte. E’ la stessa cosa da tanto tempo. Vengo da lontano è un film che abbiamo già visto, dall’epoca di Cossiga (il Salvini attuale) e Pecchioli (il Minniti attuale). Non ci siamo mai arresi e non lo faremo certo oggi.
Mentre Moscovici bocciava anche la nuova proposta molto al ribasso dell’Italia, quasi in contemporanea, ci faceva sapere che per la Francia va bene sforare il deficit con le nuove misure proposte da Macron perché – all’Alberto Sordi nel Marchese del Grillo – “la Francia è diversa”...
Non bisognava essere dei nuovi Tsipras. E lo dice chi, attraverso le continue lotte del sindacato si può arrivare alle trattative se le condizioni di forza lo permettono. Non siamo contrari alle trattative, ma quando ci sono le condizioni. Bisogna essere sempre pronti a rovesciare il tavolo quando i margini non esistono. L’Unione Europea è un mostro di neo-liberismo che si basa sulle concezioni di austerità della Germania e la moneta, l’euro, è la rappresentazione del marco e delle fobie sull’inflazione di Berlino. Ecco in questo quadro ci sono stati due paesi che da Maastricht ad oggi hanno dimostrato agli altri non solo che loro delle regole possono fare quello che vogliono, ma che le stesse regole valgono solo per i paesi più deboli. Sulle parole e il comportamento di Moscovici permettetemi due annotazioni che reputo importanti. La prima è che l’Italia non è la Grecia. E’ la terza economia della zona euro, un paese importante, fondamentale e vitale per tutto l’impianto. Il cedimento sul 2,4% è grave anche dal punto di vista simbolico, è il segnale di resa verso tutti quei paesi che invece l’Italia avrebbe potuto attrarre in una lotta contro i dogmi folli imposti da questo regime. La seconda riguarda i media. Sono rimasto davvero allibito da professore universitario da un articolo di Repubblica che titolava: “Rapporto deficit / pil, ecco perché la Francia può permettersi di sforare e l’Italia no“. Non una parola chiaramente sulle truffe ormai assodate e note a tutti della Francia sulla pelle dei paesi africani legati al Franco Cfa – con cui Parigi frega letteralmente sul suo debito e sui parametri europei – ma quello che è più grave è che si alterano le lezioni del primo anno di politica economica. E’ un’economia in crisi che deve fare un deficit maggiore per rilanciarsi, non una “sana”. Ma non è certo un caso che, con la linea degli editorialisti di Repubblica, la sinistra in Italia sia morta e sepolta.
Che senso ha ancora, come ha fatto Salvini recentemente ma come fanno anche in molti della cosiddetta sinistra antagonista, parlare di “riformare da dentro” l’Unione Europea?
Il concetto che vorrei fosse chiaro è che in queste presunte trattative, per i popoli del Sud Europa non ci sono più margini. Chi, da Salvini alla sinistra antagonista, propone ancora “la riforma” o è in malafede o non persegue gli interessi del popolo, o tutte e due le cose insieme.
Ed è per questo che si stanno intensificando i lavori da parte nostra per la realizzazione del progetto dell’“Alba Mediterranea”. I nostri contatti con l’Unione Popolare in Grecia, con France Insoumise di Melenchon per un’uscita di classe, un’uscita di popolo attraverso la democrazia popolare si stanno intensificando. All’ipocrisia del regime neo-liberista dell’Unione Europea e della zona euro responsabile della distruzione dei diritti, delle Costituzioni e del Welfare di intere popolazioni bisogna rispondere con la cooperazione tra i popoli attraverso i principi di solidarietà, compensazione e rispetto assoluto della sovranità – che è sovranità politica, monetaria, fiscale, alimentare e energetica – indipendenza e autodeterminazione. Questo è il progetto dell’Alba Mediterranea.
Abbiamo appreso che Potere al Popolo parteciperà in Francia alle nuove lotte dei Gilet gialli. E’ un seme di questa uscita di classe?
Potere al Popolo è un fronte unitario, per l’alternativa a sinistra di classe e quindi sta dove si muovono gli interessi della massa degli sfruttati. Perché quando il popolo lotta e si ribella Potere al Popolo è presente. Ci potrebbero essere anche persone di estrema destra, qualche incappucciato di estrema destra. Da sempre, e ripeto ne ho viste tante nella mia storia politica, i servizi segreti e fascisti si infiltrano nelle manifestazioni. Ma io voglio che sia chiaro un punto: quali settori della popolazione francese stanno manifestando, quali sono in lotta da settimane? Precari, disoccupati, migranti e classe media impoverita. Quella classe media che prima con 1300-1500 euro faceva una vita dignitosa e che ora il neo-liberismo dell’Unione Europea ha trasformato in nuovi poveri. Noi saremo con tutti loro.
Voglio essere ancora più chiaro. La classe media che non arriva a fine mese è la nuova povertà, è il nuovo proletariato. Il piccolo imprenditore che lavora 12-13 ore al giorno e non arriva a fine mese, ma resta in piedi perché ha intere famiglie di suoi lavoratori che sopravvivono grazie a lui è la nuova povertà, il nuovo proletariato. Fa parte di quel blocco sociale, per usare un termine gramsciano, di ribellione che non ha ancora una coscienza di classe. Ma la rivolta organizzata dai Gilet gialli dimostra che qualcosa si sta muovendo e Potere al Popolo per tutte queste ragioni sarà in piazza con loro.
La Piattaforma dei Gilet gialli non lo dice apertamente ma chiaramente la realizzazione di quegli obiettivi prevede in modo esplicito e chiaro la rottura con zona euro e Unione Europea. Allo stato attuale, può un paese da solo staccare la spina dal regime di Bruxelles, Berlino e Francoforte?
Chiaramente dipende dalla grandezza e forza del paese in termini economici e politici. La rottura di Francia e Italia comporta il giorno dopo la fine di tutto. Io però su questo punto vorrei ritornare al nostro progetto che prevede una condivisione dei paesi mediterranei (sponda Sud e Sponda Nord) per l’organizzazione del Piano B che risulta inevitabile. Posso dirvi che France Insoumise di Melenchon, di fatto oggi il primo partito in Francia, sta valutando sempre più attentamente con noi quest’opzione. Ho avuto uno scambio molto interessante la settimana scorsa alla Sapienza con una importante dirigente del partito e mi ha confermato che France Insoumise fa si parte del cosiddetto Patto di Lisbona (anche con Podemos), ma che all’opzione A – riforma dell’Unione Europea – non crede più e che per il Piano B sono concordi nell’opzione Mediterranea 5 + 5 (5 paesi della sponda sud e 5 della sponda Nord).
In Francia la rivolta continua. Ma in Italia?
In Italia anche. Come Potere al Popolo e Usb, saremo in piazza domani (oggi per chi legge), sabato 15 dicembre, dalle ore 14.00 a Piazza della Repubblica, per la manifestazione “Get up, Stand Up! Stand up for your rights”, magari con un gilet giallo. Si tratta di una risposta di massa unitaria, di tutti i lavoratori di qualsiasi colore di pelle siano. Non solo perché il “decreto sicurezza” è un’infamia che grida vendetta, ma se in un paese è “legale” sfruttare manodopera pagata due-tre euro l’ora, facendola dormire in baraccamenti che esistono da anni, sotto gli occhi di polizie locali, nazionali e internazionali, allora nessun lavoratore può sentirsi sicuro di non esser spinto anche rapidamente nella stessa condizione. Saremo a Parigi e saremo a Roma perché dentro quest’Unione Europea lo scenario è chiaro e la lotta è comune. Sappiamo da che parte sta Salvini, è la stessa parte di Minniti e di Renzi. La domanda però che ci poniamo è: da che parte sta Di Maio?
Fonte
Professore, da economista come giudica la decisione del governo italiano di ridurre dal 2,4 al 2,04 il deficit di bilancio nella trattativa in corso con l’Unione Europea?
Ormai la competizione economica, finanziaria e commerciale inter-imperialista è sempre più brutale. La guerra dei dazi lo dimostra e lo dimostra per l’ennesima volta le presunte trattative, che trattative non sono mai, con l’Unione Europea. Non ci sono margini. Loro ordinano e i paesi eseguono. La trattativa finisce sempre come con Tsipras. E’ accaduto anche con questo governo italiano, che sarà costretto a rivedere tutto quello che aveva promesso in campagna elettorale e con il noto “contratto” con cui era nato l’esecutivo. Non sarà più quota 100 ma quota 105 come già si inizia a dire e il reddito da cittadinanza universale come promesso diventerà un reddito “miserabile”, una carità.
Come giudica, in particolare, le ultime dichiarazioni di Salvini?
Salvini è una versione incattivata di Renzi. I due Mattei sono uguali: tutte le proposte repressive e economiche sono identiche. Rilancio delle privatizzazioni, un neo-liberismo sfrenato a vantaggio delle grandi corporazioni e un capitalismo aggressivo che sta producendo intorno ai derivati una immensa bolla speculativa pronta ad esplodere da un momento all’altro. Su questo il Pd di Renzi e la Lega di Salvini la pensano allo stesso modo. Il Pd ha insegnato i termini della repressione dei movimenti sociali attraverso Minniti e Salvini in continuità sta sgomberando e arrestando con le accuse di “associazioni a delinquere” gli occupanti a Milano e a Roma. Non accettiamo la criminalizzazione delle lotte. E’ la stessa cosa da tanto tempo. Vengo da lontano è un film che abbiamo già visto, dall’epoca di Cossiga (il Salvini attuale) e Pecchioli (il Minniti attuale). Non ci siamo mai arresi e non lo faremo certo oggi.
Mentre Moscovici bocciava anche la nuova proposta molto al ribasso dell’Italia, quasi in contemporanea, ci faceva sapere che per la Francia va bene sforare il deficit con le nuove misure proposte da Macron perché – all’Alberto Sordi nel Marchese del Grillo – “la Francia è diversa”...
Non bisognava essere dei nuovi Tsipras. E lo dice chi, attraverso le continue lotte del sindacato si può arrivare alle trattative se le condizioni di forza lo permettono. Non siamo contrari alle trattative, ma quando ci sono le condizioni. Bisogna essere sempre pronti a rovesciare il tavolo quando i margini non esistono. L’Unione Europea è un mostro di neo-liberismo che si basa sulle concezioni di austerità della Germania e la moneta, l’euro, è la rappresentazione del marco e delle fobie sull’inflazione di Berlino. Ecco in questo quadro ci sono stati due paesi che da Maastricht ad oggi hanno dimostrato agli altri non solo che loro delle regole possono fare quello che vogliono, ma che le stesse regole valgono solo per i paesi più deboli. Sulle parole e il comportamento di Moscovici permettetemi due annotazioni che reputo importanti. La prima è che l’Italia non è la Grecia. E’ la terza economia della zona euro, un paese importante, fondamentale e vitale per tutto l’impianto. Il cedimento sul 2,4% è grave anche dal punto di vista simbolico, è il segnale di resa verso tutti quei paesi che invece l’Italia avrebbe potuto attrarre in una lotta contro i dogmi folli imposti da questo regime. La seconda riguarda i media. Sono rimasto davvero allibito da professore universitario da un articolo di Repubblica che titolava: “Rapporto deficit / pil, ecco perché la Francia può permettersi di sforare e l’Italia no“. Non una parola chiaramente sulle truffe ormai assodate e note a tutti della Francia sulla pelle dei paesi africani legati al Franco Cfa – con cui Parigi frega letteralmente sul suo debito e sui parametri europei – ma quello che è più grave è che si alterano le lezioni del primo anno di politica economica. E’ un’economia in crisi che deve fare un deficit maggiore per rilanciarsi, non una “sana”. Ma non è certo un caso che, con la linea degli editorialisti di Repubblica, la sinistra in Italia sia morta e sepolta.
Che senso ha ancora, come ha fatto Salvini recentemente ma come fanno anche in molti della cosiddetta sinistra antagonista, parlare di “riformare da dentro” l’Unione Europea?
Il concetto che vorrei fosse chiaro è che in queste presunte trattative, per i popoli del Sud Europa non ci sono più margini. Chi, da Salvini alla sinistra antagonista, propone ancora “la riforma” o è in malafede o non persegue gli interessi del popolo, o tutte e due le cose insieme.
Ed è per questo che si stanno intensificando i lavori da parte nostra per la realizzazione del progetto dell’“Alba Mediterranea”. I nostri contatti con l’Unione Popolare in Grecia, con France Insoumise di Melenchon per un’uscita di classe, un’uscita di popolo attraverso la democrazia popolare si stanno intensificando. All’ipocrisia del regime neo-liberista dell’Unione Europea e della zona euro responsabile della distruzione dei diritti, delle Costituzioni e del Welfare di intere popolazioni bisogna rispondere con la cooperazione tra i popoli attraverso i principi di solidarietà, compensazione e rispetto assoluto della sovranità – che è sovranità politica, monetaria, fiscale, alimentare e energetica – indipendenza e autodeterminazione. Questo è il progetto dell’Alba Mediterranea.
Abbiamo appreso che Potere al Popolo parteciperà in Francia alle nuove lotte dei Gilet gialli. E’ un seme di questa uscita di classe?
Potere al Popolo è un fronte unitario, per l’alternativa a sinistra di classe e quindi sta dove si muovono gli interessi della massa degli sfruttati. Perché quando il popolo lotta e si ribella Potere al Popolo è presente. Ci potrebbero essere anche persone di estrema destra, qualche incappucciato di estrema destra. Da sempre, e ripeto ne ho viste tante nella mia storia politica, i servizi segreti e fascisti si infiltrano nelle manifestazioni. Ma io voglio che sia chiaro un punto: quali settori della popolazione francese stanno manifestando, quali sono in lotta da settimane? Precari, disoccupati, migranti e classe media impoverita. Quella classe media che prima con 1300-1500 euro faceva una vita dignitosa e che ora il neo-liberismo dell’Unione Europea ha trasformato in nuovi poveri. Noi saremo con tutti loro.
Voglio essere ancora più chiaro. La classe media che non arriva a fine mese è la nuova povertà, è il nuovo proletariato. Il piccolo imprenditore che lavora 12-13 ore al giorno e non arriva a fine mese, ma resta in piedi perché ha intere famiglie di suoi lavoratori che sopravvivono grazie a lui è la nuova povertà, il nuovo proletariato. Fa parte di quel blocco sociale, per usare un termine gramsciano, di ribellione che non ha ancora una coscienza di classe. Ma la rivolta organizzata dai Gilet gialli dimostra che qualcosa si sta muovendo e Potere al Popolo per tutte queste ragioni sarà in piazza con loro.
La Piattaforma dei Gilet gialli non lo dice apertamente ma chiaramente la realizzazione di quegli obiettivi prevede in modo esplicito e chiaro la rottura con zona euro e Unione Europea. Allo stato attuale, può un paese da solo staccare la spina dal regime di Bruxelles, Berlino e Francoforte?
Chiaramente dipende dalla grandezza e forza del paese in termini economici e politici. La rottura di Francia e Italia comporta il giorno dopo la fine di tutto. Io però su questo punto vorrei ritornare al nostro progetto che prevede una condivisione dei paesi mediterranei (sponda Sud e Sponda Nord) per l’organizzazione del Piano B che risulta inevitabile. Posso dirvi che France Insoumise di Melenchon, di fatto oggi il primo partito in Francia, sta valutando sempre più attentamente con noi quest’opzione. Ho avuto uno scambio molto interessante la settimana scorsa alla Sapienza con una importante dirigente del partito e mi ha confermato che France Insoumise fa si parte del cosiddetto Patto di Lisbona (anche con Podemos), ma che all’opzione A – riforma dell’Unione Europea – non crede più e che per il Piano B sono concordi nell’opzione Mediterranea 5 + 5 (5 paesi della sponda sud e 5 della sponda Nord).
In Francia la rivolta continua. Ma in Italia?
In Italia anche. Come Potere al Popolo e Usb, saremo in piazza domani (oggi per chi legge), sabato 15 dicembre, dalle ore 14.00 a Piazza della Repubblica, per la manifestazione “Get up, Stand Up! Stand up for your rights”, magari con un gilet giallo. Si tratta di una risposta di massa unitaria, di tutti i lavoratori di qualsiasi colore di pelle siano. Non solo perché il “decreto sicurezza” è un’infamia che grida vendetta, ma se in un paese è “legale” sfruttare manodopera pagata due-tre euro l’ora, facendola dormire in baraccamenti che esistono da anni, sotto gli occhi di polizie locali, nazionali e internazionali, allora nessun lavoratore può sentirsi sicuro di non esser spinto anche rapidamente nella stessa condizione. Saremo a Parigi e saremo a Roma perché dentro quest’Unione Europea lo scenario è chiaro e la lotta è comune. Sappiamo da che parte sta Salvini, è la stessa parte di Minniti e di Renzi. La domanda però che ci poniamo è: da che parte sta Di Maio?
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17/10/2018
Il neoliberismo produce miseria e povertà. E' ora di nazionalizzare. Intervista al professor Luciano Vasapollo
di Fabrizio Verde
Finalmente in Italia si torna a discutere di nazionalizzazioni. A determinare il ritorno d’attualità di questo argomento cruciale per l’economia di una nazione hanno sicuramente contribuito le polemiche suscitate dal tragico crollo del Ponte Morandi a Genova. Evento che ha palesato il fallimento totale della privatizzazione delle autostrade italiane. Assurte a simbolo del fallimento di una strategia politica ultra-ventennale.
È datato 1993 infatti, all’epoca c’era il governo Amato, l’avvio della strategia che ha portato lo Stato a ritirarsi dall’economia. In ossequio ai dettami del neoliberismo. Dove tutto deve essere lasciato alla gestione della cosiddetta mano invisibile del mercato. Il fallimento di una siffatta teoria economica è sotto gli occhi di tutti. Con un’Italia in piena devastazione economica e sociale.
Di un tema centrale e ineludibile, quale le nazionalizzazioni, per qualunque forza politica voglia risollevare le sorti del paese e le condizioni di vita della classe operaia e delle larghe messe popolari abbiamo deciso di discuterne con Luciano Vasapollo, direttore scientifico del Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali del sindacato USB; professore di Analisi Dati di Economia Applicata alla «Sapienza» Università di Roma, Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi; e professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba); autore del libro “Pigs. La vendetta dei maiali”, insieme a J.Ariolla, R.Martufi – che segue Pigs. Il Risveglio dei maiali – in cui si approfondisce la discussione sulla necessità della rottura della gabbia dell’Unione Europea e si avanza una proposta politica che allude ad un area alternativa Euro/Mediterranea sganciata dai dispositivi di dominio, rapina e sudditanza della borghesia continentale europea.
INTERVISTA
Professore, la parola nazionalizzazione è tornata al centro del dibattito pubblico dopo che per un lungo periodo questa è sembrata una bestemmia. Quali obiettivi si propongono quelle forze politiche che daranno vita alla manifestazione incentrata proprio sulle nazionalizzazioni il prossimo 20 di ottobre a Roma?
Al centro degli obiettivi di questo appuntamento di mobilitazione c'è il rilancio della parola d'ordine – un vero e proprio programma di medio periodo – della Nazionalizzazione dei settori strategici della produzione.
C'è voluta la catastrofe di questa estate del ponte Morandi a Genova per riportare all'ordine del giorno – del dibattito pubblico e dell'agenda politica – l'autentico disastro sociale prodotto dalla lunga stagione di privatizzazioni, dismissioni, esternalizzazioni e depauperamento del patrimonio industriale ed infrastrutturale del nostro paese. Una sequenza che ha pesantemente segnato il corso economico del capitalismo italiano almeno negli ultimi 25 anni provocando non solo una deregolamentazione del lavoro e dei diritti ma anche un peggioramento della quantità e della qualità dell'offerta dei servizi pubblici ed essenziali.
Infatti – volendo periodizzare questa fase di ristrutturazione del Sistema/Italia – possiamo datare dal periodo di vigenza del governo Amato (1993) l'avvio della lunga serie di privatizzazioni che hanno modificato il volto e la struttura del capitalismo tricolore unitamente al complesso delle relazioni produttive, economiche e normative dell'Azienda/Italia.
Abbiamo vissuto una intera fase della storia economica in cui soggetti finanziari famigerati come Société Générale, Rothschild, Crédit Suisse, JP Morgan, Goldman Sachs (ossia la cupola dei poteri forti del capitalismo internazionale) hanno fatto ‘il bello ed il cattivo tempo’ cannibalizzando la struttura industriale italiana, dettando le condizioni della sua svendita, le conseguenti politiche anti-operaie da applicare verso i lavoratori interessati da questi processi ed imponendo la linea di condotta da seguire la quale – seppur con approcci differenziati – è stata supinamente accettata ed applicata dal susseguirsi dei vari esecutivi di governo nel corso di questi decenni.
Del resto il consumarsi di alcune vicende simbolo degli ultimi anni – Alitalia, Ferrovie, Sip/Telecom ed Ilva in primis – hanno riproposto uno scenario economico in cui vige, unicamente, la logica del profitto a tutti i costi, l'abbandono di ogni parvenza di clausola sociale, l'assenza di una qualsivoglia forma di programmazione con una idea di sviluppo generale utile per la collettività ed il trionfo del feroce totem ultraliberista della “centralità del mercato”.
Il tutto è avvenuto in una congiuntura politica dove i processi di centralizzazione e concentrazione dei settori più forti della borghesia continentale (annidati attorno al nocciolo duro dell'Unione Europea) hanno favorito e spinto le dinamiche di spoliazione, ridimensionamento e declassamento dell'economia del nostro paese in direzione di una generale svalorizzazione della forza lavoro e della sua qualità salariale, normativa e professionale. Un processo scientificamente pianificato che è stato funzionale alla nuova divisione del lavoro e delle sue filiere lungo tutta la Eurozona in un contesto oggettivo di accelerazione di tutti i fattori della competizione internazionale tra blocchi e potenze globali.
Come siamo arrivati a questo punto?
Il conflitto sociale e la forza del movimento operaio crescevano e quando l'ammortizzatore dello Stato sociale e delle nazionalizzazioni non sono più serviti, il grande capitale nazionale e transnazionale, e quindi anche gli Stati Uniti, hanno giocato in Italia l'arma del terrorismo e del fascismo. Ricordiamo la stagione delle stragi impunite, i tentativi di colpo di Stato. Non c'è un capitalismo buono e uno cattivo. Il capitalismo usa i suoi strumenti in funzione dei rapporti di forza. Quando i rapporti di forza erano positivi per i lavoratori il capitale ha dovuto concedere le nazionalizzazioni e lo Stato sociale. Una volta sconfitto il movimento operaio ha operato una ‘normalizzazione’ cancellando tutte le conquiste strappate attraverso decenni di lotta.
In questo scenario quale è stato il ruolo dell’Unione Europea, una costruzione basata sul neoliberismo?
Il ruolo dell’Unione Europea è quello definito dall’ortodossia neoliberale. L’UE non è nata come luogo dei popoli o per assicurare ai popoli una maggiore democrazia. Questa sta funzionando esattamente per come è stata concepita. La struttura di quella che possiamo definire la gabbia europea è fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione. I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio nell'articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con la caduta del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’“Europa a due velocità”, “centro - periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.
Una situazione che ha visto i paesi PIGS particolarmente penalizzati.
I paesi cosiddetti PIGS sono stati massacrati attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei paesi periferici nei confronti dei paesi del centro. La vicenda greca in tal senso è paradigmatica.
Professore, affrontiamo un tema caldo e spesso agitato come uno spauracchio: l’Italia dovrebbe uscire dall’euro?
È utile ribadire che la questione dell’uscita dall’euro e dall’Unione Europea non è da noi concepita in chiave nazionalista, cioè di generica, impropria, inadeguata e dannosa sovranità nazionale ma ha una dimensione immediatamente di classe perché è un passaggio, se storicamente affrontato da una soggettività politica consapevole e capace di svolgervi una funzione, in grado di porre le basi per una inversione dei rapporti di forza lavoro-capitale nel polo imperialista europeo.
La creazione dell’euro è stata accompagnata dall’intensificazione del mercato unico e dalla divisione europea del lavoro, andando verso una formazione sociale su scala europea – attualmente, un quarto del PIL dei paesi dell’Europolo viene valutata per mezzo del mercato comune e la specializzazione settoriale intraeuropea si trova in una fase di deindustrializzazione accelerata della periferia dell’area. Nonostante questo processo non sia ancora stato completato, la frammentazione monetaria dell’Euro-zona è una possibilità reale, ciò che non lo è, è tornare a monete nazionali che lungi dal rappresentare una sovranità (monetaria) recuperata, non potrebbero non essere che simboli monetari di territori politicamente ed economicamente frammentati e dipendenti dall’area di influenza del capitale europeo. Se i paesi della periferia europea vogliono riprendere il controllo sull’attività produttiva, lo potranno fare solo in modo congiunto e mediante un processo di rottura con il modello delle finanze private e con lo spazio monetario asimmetrico di adesso. L’uscita dall’euro è una opzione politica più che economica e può essere un passo verso la soluzione dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche, che non sono squilibri finanziari, ma produttivi: una base industriale in declino, uno spreco enorme di forza lavoro, una concentrazione scandalosa della ricchezza e del patrimonio. Però come sfida politica generale, supera il grado di autonomia decisionale di qualsiasi paese danneggiato dalla politica che soggiace al patto originario dell’euro.
Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori.
Quindi c’è vita oltre l’euro e l’Unione Europea...
Riveste, a questo proposito, particolare importanza – per i suoi auspicabili risvolti politico/pratici nei confronti delle lotte popolari e dei movimenti sociali – il Programma di Alternativa di sistema: uscire dalla UE, dall'Euro, costruire l'Area Euromediterranea, recentemente adottato dalla Piattaforma Sociale Eurostop, il quale individua nelle lotte per imporre la Nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia un punto programmatico serio e costitutivo per quell'indispensabile accumulo delle forze e strutturazione di un nuovo movimento operaio e popolare in grado di imporre un’altra economia ed una nuova configurazione geo/politica dei popoli del Mediterraneo.
Non bisogna aver paura d’immaginare di valicare il limite dell’esistente. Quindi la necessità di costruire l'Area Euromediterranea per smontare la paura del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato a reti unificate da un’informazione in malafede e spesso ignorante. Per contrastare, inoltre, ed invertire nonché scalzare le presenti e nuove mire neo-coloniali che producono migliaia e migliaia di immigrati ed emigrati, affermando un progetto nel quale l’autodeterminazione dei popoli è la base per un’alleanza internazionalista che non ricada o scambi l’internazionalismo nel globalismo borghese, fatto di genti apolidi che se la prendono sistematicamente con il loro vicino più povero come causa di tutti mali.
Per chiudere vorrei chiederle un giudizio sull’attuale governo che ha compiuto alcuni timidi passi in discontinuità con il passato.
Il nostro governo è molto contraddittorio. Dal punto di vista sociale si propongono le nazionalizzazioni, anche di settori strategici e di società come Alitalia. Noi sosteniamo queste nazionalizzazioni. Per questo motivo sabato 20 saremo in piazza per incalzare il governo su questo tema strategico per l’economia italiana. A noi non interessa nulla se siano Di Maio o il Movimento 5 Stelle a proporre le nazionalizzazioni. Le esigiamo come misura necessaria a risollevare le sorti economiche dell’Italia e della popolazione piegata da oltre vent’anni di neoliberismo sfrenato. Così come siamo favorevoli allo sforamento dell’assurdo vincolo di bilancio imposto da Bruxelles per implementare il reddito di cittadinanza ed abolire la legge Fornero. Vigileremo affinché il governo operi per migliorare le condizioni di vita della classe lavoratrice e della popolazione italiana.
Dall'altra parte invece ci sono ministri e forze di governo eversive, non solo sovversive. Che non hanno a cuore le sorti del paese né buone relazioni internazionali. In primis la Lega con le sue politiche razziste e xenofobe.
Altro esempio è costituito dalla recente partecipazione del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, a una riunione con altri 14 ministri delle finanze di diversi paesi satelliti di Washington convocata dal Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Terner Mnuchin, per discutere del Venezuela. Un’ingerenza inaccettabile negli affari interni di Caracas. Giovanni Tria, indicato come parte di quell’area ‘grigia’ del governo cosiddetto giallo-verde, che risponde direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, altro non ha fatto che schierare l’Italia contro un paese sovrano che tra mille difficoltà cerca di superare una difficile congiuntura economica, e vincere una guerra economica senza quartiere scatenata da quella che è, al momento, la prima potenza mondiale. Confermando che il governo di Roma è quantomeno schiacciato sulle posizioni guerrafondaie di Donald Trump.
Fatemi dire, infine, che questo paese non ha opposizione. Perché il PD è il primo colpevole di tutte le leggi liberticide, le privatizzazioni e le concessioni alle multinazionali. Pensiamo alle cosiddette liberalizzazioni promosse da Pierluigi Bersani. I criminali bombardamenti effettuati contro la Serbia quando a capo del governo italiano c’era Massimo D’Alema. Questi dirigenti, che hanno svenduto e distrutto la sinistra italiana, hanno spalancato le porte del paese alla Troika. Non hanno alcun legame con la classe operaia e lavoratrice, perché rispondono solamente agli interessi di determinati settori del capitale internazionale.
Questo è un paese che attualmente è senza governo ed opposizione. L'unica opposizione è quella delle strade, l'opposizione è quella dei pochissimi mass-media liberi e indipendenti, e quella di sindacati come l'USB, dei movimenti sociali e di forze come Potere al Popolo che cercano di organizzarsi e darsi una prospettiva. Una prospettiva che insieme a Eurostop e altri movimenti indichiamo nell’uscita da Euro e NATO, per la creazione di un’ALBA Euromediterranea, che abbia come modello l’esperienza latinoamericana. Quindi nazionalizzazioni, sviluppo autodeterminato e democrazia economica a carattere socialista.
Fonte
Finalmente in Italia si torna a discutere di nazionalizzazioni. A determinare il ritorno d’attualità di questo argomento cruciale per l’economia di una nazione hanno sicuramente contribuito le polemiche suscitate dal tragico crollo del Ponte Morandi a Genova. Evento che ha palesato il fallimento totale della privatizzazione delle autostrade italiane. Assurte a simbolo del fallimento di una strategia politica ultra-ventennale.
È datato 1993 infatti, all’epoca c’era il governo Amato, l’avvio della strategia che ha portato lo Stato a ritirarsi dall’economia. In ossequio ai dettami del neoliberismo. Dove tutto deve essere lasciato alla gestione della cosiddetta mano invisibile del mercato. Il fallimento di una siffatta teoria economica è sotto gli occhi di tutti. Con un’Italia in piena devastazione economica e sociale.
Di un tema centrale e ineludibile, quale le nazionalizzazioni, per qualunque forza politica voglia risollevare le sorti del paese e le condizioni di vita della classe operaia e delle larghe messe popolari abbiamo deciso di discuterne con Luciano Vasapollo, direttore scientifico del Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali del sindacato USB; professore di Analisi Dati di Economia Applicata alla «Sapienza» Università di Roma, Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi; e professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba); autore del libro “Pigs. La vendetta dei maiali”, insieme a J.Ariolla, R.Martufi – che segue Pigs. Il Risveglio dei maiali – in cui si approfondisce la discussione sulla necessità della rottura della gabbia dell’Unione Europea e si avanza una proposta politica che allude ad un area alternativa Euro/Mediterranea sganciata dai dispositivi di dominio, rapina e sudditanza della borghesia continentale europea.
INTERVISTA
Professore, la parola nazionalizzazione è tornata al centro del dibattito pubblico dopo che per un lungo periodo questa è sembrata una bestemmia. Quali obiettivi si propongono quelle forze politiche che daranno vita alla manifestazione incentrata proprio sulle nazionalizzazioni il prossimo 20 di ottobre a Roma?
Al centro degli obiettivi di questo appuntamento di mobilitazione c'è il rilancio della parola d'ordine – un vero e proprio programma di medio periodo – della Nazionalizzazione dei settori strategici della produzione.
C'è voluta la catastrofe di questa estate del ponte Morandi a Genova per riportare all'ordine del giorno – del dibattito pubblico e dell'agenda politica – l'autentico disastro sociale prodotto dalla lunga stagione di privatizzazioni, dismissioni, esternalizzazioni e depauperamento del patrimonio industriale ed infrastrutturale del nostro paese. Una sequenza che ha pesantemente segnato il corso economico del capitalismo italiano almeno negli ultimi 25 anni provocando non solo una deregolamentazione del lavoro e dei diritti ma anche un peggioramento della quantità e della qualità dell'offerta dei servizi pubblici ed essenziali.
Infatti – volendo periodizzare questa fase di ristrutturazione del Sistema/Italia – possiamo datare dal periodo di vigenza del governo Amato (1993) l'avvio della lunga serie di privatizzazioni che hanno modificato il volto e la struttura del capitalismo tricolore unitamente al complesso delle relazioni produttive, economiche e normative dell'Azienda/Italia.
Abbiamo vissuto una intera fase della storia economica in cui soggetti finanziari famigerati come Société Générale, Rothschild, Crédit Suisse, JP Morgan, Goldman Sachs (ossia la cupola dei poteri forti del capitalismo internazionale) hanno fatto ‘il bello ed il cattivo tempo’ cannibalizzando la struttura industriale italiana, dettando le condizioni della sua svendita, le conseguenti politiche anti-operaie da applicare verso i lavoratori interessati da questi processi ed imponendo la linea di condotta da seguire la quale – seppur con approcci differenziati – è stata supinamente accettata ed applicata dal susseguirsi dei vari esecutivi di governo nel corso di questi decenni.
Del resto il consumarsi di alcune vicende simbolo degli ultimi anni – Alitalia, Ferrovie, Sip/Telecom ed Ilva in primis – hanno riproposto uno scenario economico in cui vige, unicamente, la logica del profitto a tutti i costi, l'abbandono di ogni parvenza di clausola sociale, l'assenza di una qualsivoglia forma di programmazione con una idea di sviluppo generale utile per la collettività ed il trionfo del feroce totem ultraliberista della “centralità del mercato”.
Il tutto è avvenuto in una congiuntura politica dove i processi di centralizzazione e concentrazione dei settori più forti della borghesia continentale (annidati attorno al nocciolo duro dell'Unione Europea) hanno favorito e spinto le dinamiche di spoliazione, ridimensionamento e declassamento dell'economia del nostro paese in direzione di una generale svalorizzazione della forza lavoro e della sua qualità salariale, normativa e professionale. Un processo scientificamente pianificato che è stato funzionale alla nuova divisione del lavoro e delle sue filiere lungo tutta la Eurozona in un contesto oggettivo di accelerazione di tutti i fattori della competizione internazionale tra blocchi e potenze globali.
Come siamo arrivati a questo punto?
Il conflitto sociale e la forza del movimento operaio crescevano e quando l'ammortizzatore dello Stato sociale e delle nazionalizzazioni non sono più serviti, il grande capitale nazionale e transnazionale, e quindi anche gli Stati Uniti, hanno giocato in Italia l'arma del terrorismo e del fascismo. Ricordiamo la stagione delle stragi impunite, i tentativi di colpo di Stato. Non c'è un capitalismo buono e uno cattivo. Il capitalismo usa i suoi strumenti in funzione dei rapporti di forza. Quando i rapporti di forza erano positivi per i lavoratori il capitale ha dovuto concedere le nazionalizzazioni e lo Stato sociale. Una volta sconfitto il movimento operaio ha operato una ‘normalizzazione’ cancellando tutte le conquiste strappate attraverso decenni di lotta.
In questo scenario quale è stato il ruolo dell’Unione Europea, una costruzione basata sul neoliberismo?
Il ruolo dell’Unione Europea è quello definito dall’ortodossia neoliberale. L’UE non è nata come luogo dei popoli o per assicurare ai popoli una maggiore democrazia. Questa sta funzionando esattamente per come è stata concepita. La struttura di quella che possiamo definire la gabbia europea è fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione. I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio nell'articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con la caduta del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’“Europa a due velocità”, “centro - periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.
Una situazione che ha visto i paesi PIGS particolarmente penalizzati.
I paesi cosiddetti PIGS sono stati massacrati attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei paesi periferici nei confronti dei paesi del centro. La vicenda greca in tal senso è paradigmatica.
Professore, affrontiamo un tema caldo e spesso agitato come uno spauracchio: l’Italia dovrebbe uscire dall’euro?
È utile ribadire che la questione dell’uscita dall’euro e dall’Unione Europea non è da noi concepita in chiave nazionalista, cioè di generica, impropria, inadeguata e dannosa sovranità nazionale ma ha una dimensione immediatamente di classe perché è un passaggio, se storicamente affrontato da una soggettività politica consapevole e capace di svolgervi una funzione, in grado di porre le basi per una inversione dei rapporti di forza lavoro-capitale nel polo imperialista europeo.
La creazione dell’euro è stata accompagnata dall’intensificazione del mercato unico e dalla divisione europea del lavoro, andando verso una formazione sociale su scala europea – attualmente, un quarto del PIL dei paesi dell’Europolo viene valutata per mezzo del mercato comune e la specializzazione settoriale intraeuropea si trova in una fase di deindustrializzazione accelerata della periferia dell’area. Nonostante questo processo non sia ancora stato completato, la frammentazione monetaria dell’Euro-zona è una possibilità reale, ciò che non lo è, è tornare a monete nazionali che lungi dal rappresentare una sovranità (monetaria) recuperata, non potrebbero non essere che simboli monetari di territori politicamente ed economicamente frammentati e dipendenti dall’area di influenza del capitale europeo. Se i paesi della periferia europea vogliono riprendere il controllo sull’attività produttiva, lo potranno fare solo in modo congiunto e mediante un processo di rottura con il modello delle finanze private e con lo spazio monetario asimmetrico di adesso. L’uscita dall’euro è una opzione politica più che economica e può essere un passo verso la soluzione dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche, che non sono squilibri finanziari, ma produttivi: una base industriale in declino, uno spreco enorme di forza lavoro, una concentrazione scandalosa della ricchezza e del patrimonio. Però come sfida politica generale, supera il grado di autonomia decisionale di qualsiasi paese danneggiato dalla politica che soggiace al patto originario dell’euro.
Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori.
Quindi c’è vita oltre l’euro e l’Unione Europea...
Riveste, a questo proposito, particolare importanza – per i suoi auspicabili risvolti politico/pratici nei confronti delle lotte popolari e dei movimenti sociali – il Programma di Alternativa di sistema: uscire dalla UE, dall'Euro, costruire l'Area Euromediterranea, recentemente adottato dalla Piattaforma Sociale Eurostop, il quale individua nelle lotte per imporre la Nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia un punto programmatico serio e costitutivo per quell'indispensabile accumulo delle forze e strutturazione di un nuovo movimento operaio e popolare in grado di imporre un’altra economia ed una nuova configurazione geo/politica dei popoli del Mediterraneo.
Non bisogna aver paura d’immaginare di valicare il limite dell’esistente. Quindi la necessità di costruire l'Area Euromediterranea per smontare la paura del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato a reti unificate da un’informazione in malafede e spesso ignorante. Per contrastare, inoltre, ed invertire nonché scalzare le presenti e nuove mire neo-coloniali che producono migliaia e migliaia di immigrati ed emigrati, affermando un progetto nel quale l’autodeterminazione dei popoli è la base per un’alleanza internazionalista che non ricada o scambi l’internazionalismo nel globalismo borghese, fatto di genti apolidi che se la prendono sistematicamente con il loro vicino più povero come causa di tutti mali.
Per chiudere vorrei chiederle un giudizio sull’attuale governo che ha compiuto alcuni timidi passi in discontinuità con il passato.
Il nostro governo è molto contraddittorio. Dal punto di vista sociale si propongono le nazionalizzazioni, anche di settori strategici e di società come Alitalia. Noi sosteniamo queste nazionalizzazioni. Per questo motivo sabato 20 saremo in piazza per incalzare il governo su questo tema strategico per l’economia italiana. A noi non interessa nulla se siano Di Maio o il Movimento 5 Stelle a proporre le nazionalizzazioni. Le esigiamo come misura necessaria a risollevare le sorti economiche dell’Italia e della popolazione piegata da oltre vent’anni di neoliberismo sfrenato. Così come siamo favorevoli allo sforamento dell’assurdo vincolo di bilancio imposto da Bruxelles per implementare il reddito di cittadinanza ed abolire la legge Fornero. Vigileremo affinché il governo operi per migliorare le condizioni di vita della classe lavoratrice e della popolazione italiana.
Dall'altra parte invece ci sono ministri e forze di governo eversive, non solo sovversive. Che non hanno a cuore le sorti del paese né buone relazioni internazionali. In primis la Lega con le sue politiche razziste e xenofobe.
Altro esempio è costituito dalla recente partecipazione del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, a una riunione con altri 14 ministri delle finanze di diversi paesi satelliti di Washington convocata dal Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Terner Mnuchin, per discutere del Venezuela. Un’ingerenza inaccettabile negli affari interni di Caracas. Giovanni Tria, indicato come parte di quell’area ‘grigia’ del governo cosiddetto giallo-verde, che risponde direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, altro non ha fatto che schierare l’Italia contro un paese sovrano che tra mille difficoltà cerca di superare una difficile congiuntura economica, e vincere una guerra economica senza quartiere scatenata da quella che è, al momento, la prima potenza mondiale. Confermando che il governo di Roma è quantomeno schiacciato sulle posizioni guerrafondaie di Donald Trump.
Fatemi dire, infine, che questo paese non ha opposizione. Perché il PD è il primo colpevole di tutte le leggi liberticide, le privatizzazioni e le concessioni alle multinazionali. Pensiamo alle cosiddette liberalizzazioni promosse da Pierluigi Bersani. I criminali bombardamenti effettuati contro la Serbia quando a capo del governo italiano c’era Massimo D’Alema. Questi dirigenti, che hanno svenduto e distrutto la sinistra italiana, hanno spalancato le porte del paese alla Troika. Non hanno alcun legame con la classe operaia e lavoratrice, perché rispondono solamente agli interessi di determinati settori del capitale internazionale.
Questo è un paese che attualmente è senza governo ed opposizione. L'unica opposizione è quella delle strade, l'opposizione è quella dei pochissimi mass-media liberi e indipendenti, e quella di sindacati come l'USB, dei movimenti sociali e di forze come Potere al Popolo che cercano di organizzarsi e darsi una prospettiva. Una prospettiva che insieme a Eurostop e altri movimenti indichiamo nell’uscita da Euro e NATO, per la creazione di un’ALBA Euromediterranea, che abbia come modello l’esperienza latinoamericana. Quindi nazionalizzazioni, sviluppo autodeterminato e democrazia economica a carattere socialista.
Fonte
23/09/2018
“Finalmente dai NO si passa alla proposta”. La vendetta dei Pigs
Un commento di Stefano Zai – Eurostop Parma al libro “PIGS, la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea” di Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola e Rita Martufi presentato domenica a Roma al convegno di Eurostop.
Il testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.
Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, che non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.
Come si evince dall’estratto, una proposta contestualizzata a pieno nel quadro storico attuale, che guarda e affonda le mani nelle contraddizioni che ci troviamo di fronte, non rincuorandosi nella retorica politica ormai stantia e non reale legata alla costruzione dell’Unione Europea come luogo dei popoli o teorici recuperi democratici di una struttura di “governance”, quella della UE, che invece sta funzionando per come è stata concepita. Le tesi sostenute non sono campate per aria, ma affondano a pieno nella materialità storica in cui ci troviamo a vivere.
Prima fra tutte la necessità della rottura con la “gabbia della UE”, una struttura fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione.
I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio, nell'articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con il crollo del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’”Europa a due velocità”, “centro- periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.
Un ruolo definito dall’ortodossia neoliberale del centro nei confronti dei PIGS – attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei secondi nei confronti dei primi – che dalle tesi del libro incomincia ad essere scalzata con una proposta che guarda al “qui ed ora” dello spazio nazionale (unico spazio nel quale le classi lavoratrici, gli sfruttati, ecc. possono influire nei rapporti di forza in essere, come hanno dimostrato il referendum del 4 dicembre 2016 e le ultime elezioni politiche) e che non si tira indietro di fronte alla non veridicità della sincronicità storica che determinati eventi alternativi possano accadere simultaneamente e con le stesse caratteristiche in differenti paesi, determinando per tutti le medesime condizioni. Ma immediatamente e contestualmente rivolto ad una proposta internazionalista, sia nelle relazioni tra le classi di sfruttati degli altri paesi, sia in relazione alle “bordate” finanziarie e monetarie internazionali di cui come singolo paese si sarebbe bersaglio e da cui difficilmente se ne potrebbe uscirebbe vincitori.
Ci troviamo di fronte ad un progetto politico che propone un percorso di costruzione reale, ben piantato nel XXI secolo e soprattutto “affermativo”, perché finalmente ci troviamo di fronte ad una proposta. Sicuramente non esauribile in un solo testo, conscia dei problemi che pone nel progetto, che ha di fronte a sé delle sfide enormi, ma che finalmente propone e che non si fa perimetrare nello spazio politico del campo avversario, limitandosi a dire “No”, ad essere solo “Contro” o “Anti” qualcosa. Questa è l’intuizione fondamentale del libro, ovviamente pariteticamente intrecciata dal rigore scientifico della proposta stessa, analisi e dati. Lo smarcamento, nell’affermazione del progetto, per la definizione di un campo differente da quello del nemico. Il blocco sociale, se lo vogliamo definire così, a cui dobbiamo guardare e che fino ad ora solo elettoralmente ha espresso la propria rabbia per le condizioni di vita in cui si trova a dover galleggiare, ha scaricato definitivamente nel passato le élite neoliberali di centro-destra ma anche ed egualmente quelle euro-riformiste ed eurocentriche della sinistra neoliberale, ma indirettamente ha dato un segnale che non può non essere colto da tutti quei movimenti politici e sociali antagonisti che si adoperano per un cambiamento: “non ci bastano i no, perché con quelli non si mangia, occorrono progetti e proposte”.
Starà a quelli che si vogliono adoperare per un reale cambiamento mostrargli che ciò che si propone è valevole della loro attenzione perché prende realmente in considerazioni le reali condizioni di vita in cui si trovano e al contempo smonta l’ideologia della paura in cui annegano per dirgli che un percorso alternativo si può fare, non è indolore, certo, ma non è la fine della Storia come ci vogliono raccontare e che fuori dalla gabbia della Ue non c’è il nulla dello spazio siderale.
La proposta Euro-Afro-Mediterranea va in questa direzione e lo fa considerando l’aspetto economico-produttivo, quello monetario e quello geopolitico, appunto decostruendo lo spauracchio del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato.
Tra le sfide e le innumerevoli difficoltà che si trovano di fronte ad un progetto di questo tipo vi è anche quella ideologico-culturale e non solo economico-strutturale. Occorre, anche da questo punto di vista, trovare quel denominatore comune che unisca popolazioni che hanno storia e cultura profondamente ed innegabilmente differenti. Sottopelle al testo si percepisce che la risposta sta nel “mare nostrum” e nel prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”, quindi chi scrive è convinto che questo non sia un testo con un “The End” ma che termini con un “Continua...”.
Fonte
Il testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.
Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, che non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.
“Non da oggi, e non solo tra intellettuali marxisti, è in corso un dibattito sull’opportunità per un’area formata da paesi a struttura economico-sociale simile di realizzare l’”abbandono” o il “distacco” (“delinking”, secondo Samir Amin) da quella che Hosea Jaffe nel 1994 ha chiamato “l’azienda mondo”, identificando con questa un sistema capitalista internazionale fondato su istituzioni e organismi come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, BCE, WTO ecc.(nda: chi stesse già partendo con accuse di nazionalismo, si fermi un attimo e continui a leggere l’articolo fino alla fine).
[...] L’attenzione che oggi si registra intorno alla nostra proposta di costruire un’area mediterranea dipende proprio dal fatto che si tratta di una proposta politica che si relaziona con l’autodeterminazione di quei popoli che sono direttamente colpiti dal rafforzamento dell’Unione Europea [...].
La proposta dell’ALBA o Area Euro-Afro-Mediterranea (AR.E.A Medit) parte anche dalla considerazione che è pura retorica fuori contesto storico e socio-economico parlare in unità della classe operaia europea. Oggi il proletario italiano, quello portoghese, spagnolo, greco ed anche tunisino, algerino, egiziano e marocchino, hanno interessi e condizioni di vita completamente differenti da quelle del lavoratore tedesco, svedese, olandese, belga, britannico, che guadagnano un minimo salariale al mese relativamente molto più alto dei lavoratori dei PIIGS, e possono vantare condizioni di vita estremamente più stabili e di benessere completamente differenti dalle nostre. Inoltre, gli europei mediterranei, come pure quelli dell’est europeo, sono considerati “proletari migranti” e cioè concorrenti che possono danneggiare o minimizzare il loro standard di vita.
Come si evince dall’estratto, una proposta contestualizzata a pieno nel quadro storico attuale, che guarda e affonda le mani nelle contraddizioni che ci troviamo di fronte, non rincuorandosi nella retorica politica ormai stantia e non reale legata alla costruzione dell’Unione Europea come luogo dei popoli o teorici recuperi democratici di una struttura di “governance”, quella della UE, che invece sta funzionando per come è stata concepita. Le tesi sostenute non sono campate per aria, ma affondano a pieno nella materialità storica in cui ci troviamo a vivere.
Prima fra tutte la necessità della rottura con la “gabbia della UE”, una struttura fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione.
I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio, nell'articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con il crollo del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’”Europa a due velocità”, “centro- periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.
Un ruolo definito dall’ortodossia neoliberale del centro nei confronti dei PIGS – attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei secondi nei confronti dei primi – che dalle tesi del libro incomincia ad essere scalzata con una proposta che guarda al “qui ed ora” dello spazio nazionale (unico spazio nel quale le classi lavoratrici, gli sfruttati, ecc. possono influire nei rapporti di forza in essere, come hanno dimostrato il referendum del 4 dicembre 2016 e le ultime elezioni politiche) e che non si tira indietro di fronte alla non veridicità della sincronicità storica che determinati eventi alternativi possano accadere simultaneamente e con le stesse caratteristiche in differenti paesi, determinando per tutti le medesime condizioni. Ma immediatamente e contestualmente rivolto ad una proposta internazionalista, sia nelle relazioni tra le classi di sfruttati degli altri paesi, sia in relazione alle “bordate” finanziarie e monetarie internazionali di cui come singolo paese si sarebbe bersaglio e da cui difficilmente se ne potrebbe uscirebbe vincitori.
“È utile ribadire che la questione dell’uscita dall’euro e dall’Unione Europea non è da noi concepita in chiave nazionalista, cioè di generica, impropria, inadeguata e dannosa sovranità nazionale ma ha una dimensione immediatamente di classe perché è un passaggio, se storicamente affrontato da una soggettività politica consapevole e capace di svolgervi una funzione, in grado di porre le basi per una inversione dei rapporti di forza lavoro-capitale nel polo imperialista europeo [...]La globalizzazione è ormai finita e ci troviamo in un contesto geopolitico internazionale che ritorna alla “polarizzazione”, nella quale si acuisce lo scontro fra i differenti imperialismi. Ognuno sta giocando la propria partita per accaparrarsi una fetta dell’attuale mondo, posto in cui “il vecchio muore ma il nuovo ancora non può nascere”, ed in tale scontro si va affermando quello tra Stati Uniti e Cina. Scontro imperialistico che non trova più un centro geografico come quello otto-novecentesco, ma che come riportano gli autori si da con le seguenti caratteristiche.
La creazione dell’euro è stata accompagnata dall’intensificazione del mercato unico e dalla divisione europea del lavoro, andando verso una formazione sociale su scala europea – attualmente, un quarto del PIL dei paesi dell’Europolo viene valutata per mezzo del mercato comune e la specializzazione settoriale intraeuropea si trova in una fase di deindustrializzazione accelerata della periferia dell’area. Nonostante questo processo non sia ancora stato completato, la frammentazione monetaria dell’Euro-zona è una possibilità reale, ciò che non lo è, è tornare a monete nazionali che lungi dal rappresentare una sovranità (monetaria) recuperata, non potrebbero non essere che simboli monetari di territori politicamente ed economicamente frammentati e dipendenti dall’area di influenza del capitale europeo. Se i paesi della periferia europea vogliono riprendere il controllo sull’attività produttiva, lo potranno fare solo in modo congiunto e mediante un processo di rottura con il modello delle finanze private e con lo spazio monetario asimmetrico di adesso. L’uscita dall’euro è una opzione politica più che economica e può essere un passo verso la soluzione dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche, che non sono squilibri finanziari, ma produttivi: una base industriale in declino, uno spreco enorme di forza lavoro, una concentrazione scandalosa della ricchezza e del patrimonio. Però come sfida politica generale, supera il grado di autonomia decisionale di qualsiasi paese danneggiato dalla politica che soggiace al patto originario dell’euro [...]
Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori”
“Il cambiamento più grande nel XXI secolo è proprio la globalizzazione neoliberista. Che è anche un sottoprodotto del dominio anglosassone, in un contesto in cui la mondializzazione è proprio la globalizzazione del neoliberismo della cultura anglosassone, inalterata dai limiti che strette frontiere nazionali impongono alla circolazione di beni e persone e in cui la cultura e la lingua globale, l’inglese, funzionano come un procedimento per estrarre ricchezza immateriale – conoscenza – dal resto del Pianeta; e la finanziarizzazione e il dominio del dollaro nelle transazioni e nelle riserve internazionali attirano rendite finanziarie a beneficio del centro del dominio globale.Da qui, ulteriormente, la necessità di creare un’area “Euro-Afro-Mediterranea”, che sia ben riconoscibile e che punti a contrastare ed invertire le tendenze imperialistiche, nonché scalzare le presenti e nuove mire neo-coloniali che producono migliaia e migliaia di immigrati ed emigrati, affermando un progetto nel quale l’autodeterminazione dei popoli è la base per un’alleanza internazionalista che non ricada o scambi l’internazionalismo nel “globalismo borghese”, fatto di genti apolidi che se la prendono sistematicamente con il loro vicino più povero come causa di tutti mali.
[...] a differenza delle rivalità intercapitalistiche precedenti, ora la disputa non è gestita dalle strette frontiere nazionali dei principali competitori; la disputa ora non è per imporre l’uno o l’altro progetto imperiale con un centro geografico delimitato da confini dentro i quali si accede alla cittadinanza dell’impero e al di fuori no. Il nuovo scenario ci porta indietro, in un certo qual modo, al concetto di cittadinanza dell’antica Roma: "ovunque ci sia un cittadino romano, sia presente l’impero”. Per tale ragione, ora, l’area d'influenza della Cina è, prima di tutto ed al di fuori del territorio cinese, la comunità cinese sparsa nel mondo. Questo nuovo scenario, di rivalità comunitarie più che nazionali, è stata ben intesa da una parte della classe politica dei paesi anglosassoni”.
Ci troviamo di fronte ad un progetto politico che propone un percorso di costruzione reale, ben piantato nel XXI secolo e soprattutto “affermativo”, perché finalmente ci troviamo di fronte ad una proposta. Sicuramente non esauribile in un solo testo, conscia dei problemi che pone nel progetto, che ha di fronte a sé delle sfide enormi, ma che finalmente propone e che non si fa perimetrare nello spazio politico del campo avversario, limitandosi a dire “No”, ad essere solo “Contro” o “Anti” qualcosa. Questa è l’intuizione fondamentale del libro, ovviamente pariteticamente intrecciata dal rigore scientifico della proposta stessa, analisi e dati. Lo smarcamento, nell’affermazione del progetto, per la definizione di un campo differente da quello del nemico. Il blocco sociale, se lo vogliamo definire così, a cui dobbiamo guardare e che fino ad ora solo elettoralmente ha espresso la propria rabbia per le condizioni di vita in cui si trova a dover galleggiare, ha scaricato definitivamente nel passato le élite neoliberali di centro-destra ma anche ed egualmente quelle euro-riformiste ed eurocentriche della sinistra neoliberale, ma indirettamente ha dato un segnale che non può non essere colto da tutti quei movimenti politici e sociali antagonisti che si adoperano per un cambiamento: “non ci bastano i no, perché con quelli non si mangia, occorrono progetti e proposte”.
Starà a quelli che si vogliono adoperare per un reale cambiamento mostrargli che ciò che si propone è valevole della loro attenzione perché prende realmente in considerazioni le reali condizioni di vita in cui si trovano e al contempo smonta l’ideologia della paura in cui annegano per dirgli che un percorso alternativo si può fare, non è indolore, certo, ma non è la fine della Storia come ci vogliono raccontare e che fuori dalla gabbia della Ue non c’è il nulla dello spazio siderale.
La proposta Euro-Afro-Mediterranea va in questa direzione e lo fa considerando l’aspetto economico-produttivo, quello monetario e quello geopolitico, appunto decostruendo lo spauracchio del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato.
Tra le sfide e le innumerevoli difficoltà che si trovano di fronte ad un progetto di questo tipo vi è anche quella ideologico-culturale e non solo economico-strutturale. Occorre, anche da questo punto di vista, trovare quel denominatore comune che unisca popolazioni che hanno storia e cultura profondamente ed innegabilmente differenti. Sottopelle al testo si percepisce che la risposta sta nel “mare nostrum” e nel prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”, quindi chi scrive è convinto che questo non sia un testo con un “The End” ma che termini con un “Continua...”.
Fonte
“I paesi della periferia europea hanno bisogno di una moneta diversa dall’euro”
Per tanti anni i pagamenti internazionali si sono effettuati prevalentemente mediante il trasferimento di dollari tra le banche private. Nonostante il dollaro non fosse già più ufficialmente oro, e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad essere la moneta internazionale di riferimento nonostante avesse perso molto del suo valore, nei suoi peggiori momenti di crisi. Ci sono autori che danno conto di questo deprezzamento verificatosi durante gli anni '70, nel contesto della cosiddetta prima crisi del petrolio, poi dell’energia e industriale, e infine economica, con la volontà dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il saldo commerciale estero statunitense, ripetutamente in rosso dal 1970.
Evoluzione negli ultimi 30 anni delle riserve monetarie globali.
Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.
Da quest’altro grafico si evince inoltre che negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa 4 abbiano subito una drastica riduzione del peso dell’industria in percentuale al PIL. Al contrario i Bric, nonostante un punto di flesso tra il 1995 e il 2005, che è comunque superiore alle percentuali degli altri paesi, registrano un notevole aumento.
Possiamo notare come, in Giappone e nell’Europa 4, ovvero i 4 motori industriali dell’Europa (un gruppo di cooperazione interregionale formato da Lombardia, Catalogna, Baden-Wurttemberg e il Rodano Alpi, Fonte: commissione europea), il valore aggiunto dell’industria mantenga un andamento costante con un punto di flesso nel 2008, mentre negli Stati Uniti sia notevolmente più elevato, ma con un punto di flesso maggiore. I Bric invece fanno registrare una crescita esponenziale dal 1988 che risente solo lievemente della crisi (rallenta la crescita infatti, ma non si interrompe come negli altri paesi).
A partire dall’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, abbiamo assistito a un rigenerato interventismo statale in tutti i paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produzione e dell’occupazione a pieno salario e pieni diritti nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario. Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno al sistema bancario, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista.
Evoluzione della composizione totale delle riserve monetarie
Nel 2010 le riserve mondiali erano composte per il 41,9% da dollari, il 37,4% da euro, il 9,4% da yen e il 11,3% da sterline. Come possiamo notare nel 2015 tutte queste valute subiscono una contrazione dovuta all’inserimento come valuta di riserva mondiale dello Yuan Cinese (Renminbi).
Se infine si applica la stessa moneta a paesi in cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’esportazione e a paesi strutturalmente importatori, la politica monetaria non è in grado di conciliare le priorità di alcuni (che necessitano di una moneta stabile così da avere accumulazione a lungo termine basata sull’esportazione) e di altri (che hanno bisogno di svalutazioni periodiche per facilitare l’aggiustamento interno). Quindi, la politica applicata difenderà gli interessi dei più forti, in questo caso dei paesi esportatori dell’Europa centrale (Germania e i suoi satelliti occidentali: Finlandia, Olanda, Austria e Belgio), rispetto a quelli dei paesi deboli della periferia mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, PIGS).
In questo grafico possiamo notare come attualmente la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale abbia un indice di produzione industriale al di sotto della media europea. Solo la Germania si trova nettamente al di sopra, mentre la Francia, pur avendo un valore minore, si avvicina alla media. Spagna, Italia e Grecia si trovano rispettivamente agli ultimi 3 posti.
La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive. Il neoliberismo è in un certo senso una procedura per cercare di prolungare nel tempo quella posizione di vantaggio ereditata dalla seconda fase della rivoluzione industriale, innanzitutto attraverso il controllo globale della finanza e della valuta mondiale, per ottenere la cattura di rendite finanziarie che compensano diminuzione dei profitti degli Stati Uniti sotto forma di eccedenze produttive.
La Germania ha trasformato la crisi bancaria in una crisi del debito pubblico, costringendo a utilizzare le tasse pubbliche per ripulire e riossigenare il sistema finanziario privato. Si è così assicurata che le entrate pubbliche delle tasse, in primis quelle gravanti sul fattore lavoro, pagassero i debiti commerciali con le banche tedesche, a costo di ridurre i servizi pubblici, le pensioni, l’occupazione e gli investimenti nei paesi del Sud Europa. Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavoratori.
Si può quindi dire che l’unificazione della politica monetaria per la messa in marcia dell’Euro sia servita a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona e a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro. Ne segue che i PIGS diventano sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomesse a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.
Si invertono, così, i comportamenti e il ruolo del ciclo espansivo keynesiano.
Paesi come quelli dell’ALBA, perfino la Cina, subiscono gli effetti del disordine contribuendo inavvertitamente e involontariamente ad alimentare il Capitale Fittizio Internazionale (XenoCapitale secondo Autori come Schmitt), fonte inesauribile di speculazione destabilizzante nei mercati internazionali.
Nel 2008, con entrata in vigore nel 2010, in America Latina è stato creato il SUCRE (Sistema Único de Compensación Regional), che introduce una moneta di conto che consente di realizzare gli scambi all’interno dell’area di riferimento senza utilizzare il dollaro.
Si tratta di una moneta virtuale, che non è previsto circoli in forma fisica. Si tratta di un meccanismo compensatorio per l’integrazione economica regionale, un sistema di pagamento che si basa sui valori politico sociali, e non finanziari della complementarietà, reciprocità, cooperazione e solidarietà, con l’obiettivo di sfruttare le risorse dei diversi paesi per attenuare gli squilibri esistenti.
Dall’introduzione nel 2009 del sistema Bitcoin, l’uso delle criptomonete si è esteso enormemente su scala globale anche grazie alla sicurezza delle transazioni e alla facilità di utilizzo.
Il PETRO venezuelano si inserisce infatti in una tendenza globale che nel 2017 ha visto Russia e Cina grandi protagoniste nella costruzione di una architettura di pagamenti, investimenti e scambi commerciali a livello regionale, verso un sistema multimonetario basato sulla triade petrolio/yuan/oro. Anche l’Iran sta progettando l’adozione di una moneta digitale realizzata con la tecnologia Blockchain. In generale, la diffusione su scala globale di monete sganciate dal dollaro come mezzi di scambio, accelera la decadenza del dollaro come divisa egemonica per il commercio estero e come mezzo per applicare sanzioni e blocchi finanziari ai danni dei paesi avversari.
Ciò che qui ci interessa è proprio la sperimentazione di progetti di politica monetaria a chiaro connotato antimperialista e di protezionismo solidale di classe, che si realizzano all’interno dei processi di transizione reali perché possibili, come quello dell’ALBA. Una transizione nell’Area Euromediterranea acquisirebbe necessariamente caratteristiche molto differenti perché differenti sono le condizioni; ma uguale sarebbe la necessità di adottare anche strumenti di politica monetaria, monete di compensazione per gli scambi commerciali, per evitare di essere “strozzati” dal grande capitale finanziario.
L’esperienza incoraggiante dell’uso del SUCRE indica quanto accertato dall’iniziativa e segna la strada sulla quale il piano per la creazione dell’Ufficio Centrale Bolivariano dei Pagamenti Internazionali (in lingua originale OCBPI ) permette di avanzare.
Un protezionismo solidale per una politica industriale di recupero delle capacità al servizio del popolo
Il problema rappresentato dall’Euro e dall’architettura finanziaria dell’Eurozona, impostata sul mantenimento dell’aggiustamento perenne, viene aggravato dall’assenza di una politica di impulso espansivo dell’economia, impensabile con i trattati comunitari vigenti, che interpretano quasi tutta la politica espansiva come interventismo nefasto del mercato nel paradiso idilliaco dell’assegnazione privata delle risorse.
A livello internazionale sempre più si affermano politiche protezionistiche e ideologie nazionaliste insieme al generalizzato e auspicato aumento della spesa militare.
La “guerra dei dazi”, divenuta esplicita a inizio 2018 e che fa esplodere il vertice G7 in Canada di giugno 2018, manifesta chiaramente questo aumento della tensione internazionale e della tendenza al protezionismo.
I paesi della periferia Europea hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario alternativo all’Euro e alla globalizzazione. Però non si può concepire un sistema del genere in un mercato unico neoliberista come è stato fatto nei Trattati Europei. Le regole di funzionamento di tale mercato impediscono una soluzione che dia stabilità al processo di accumulazione, per lo meno nel senso in cui si concepisce la “stabilità” nel capitalismo, ossia un periodo relativamente lungo di crescita in cui si incatenano cicli successivi di espansione e contrazione economica.
Quindi è la stessa pratica contro la finanza dell’impero che dimostra che proporre una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa possibile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea, che di stabilire un blocco politico-industriale propenso ad un modello di accumulazione favorevole per i lavoratori. La nuova moneta comune può essere negoziata sia all’interno che all’esterno della UE; forse, così, ci sarà una gestione ordinata della transizione produttiva, la rottura della UE, l’uscita monetaria con una equilibrata gestione dei flussi finanziari.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo, su questo non ci siano dilazioni, si rinomini il debito esterno ed interno con la nuova moneta SUCRE MEDITERRANEO, al tasso di cambio che i governi considerano più appropriato. Ovviamente questo rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari Europei sono i proprietari della maggior parte del debito della periferia mediterranea.
La nuova moneta comune o SUCRE MEDITERRANEO, si potrebbe negoziare sia dentro che fuori dell’Unione Europea, cosa che di per sé permetterebbe una gestione più ordinata della transizione produttiva.
L’uscita dall’Euro dovrebbe svilupparsi in modo concertato perché tra i paesi della periferia mediterranea, a nostro parere esistono quattro momenti intimamente vincolati, senza i quali il processo potrebbe risultare un fallimento. Sono i seguenti:
• stabilire un “simbolo monetario”, anche inizialmente virtuale – cripto moneta- moneta di conto e compensativa, comune all’Area Euromediterranea;
• ridenominazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica al tipo di cambio ufficiale che verrà stabilito;
• rifiuto di una parte del debito ed esigenza di una rinegoziazione dello stesso o in casi di forte dipendenza dal sistema bancario un azzeramento totale;
• nazionalizzazione delle banche e regolamentazione stretta (compresa la proibizione temporale) della fuoriuscita dei capitali.
L’idea di abbandonare la UE e uscire dall’Euro deve prevedere una fase di passaggio con l’utilizzo di una “moneta della transizione nazionale” (una sorta di ITALSUCRE Mediterraneo, richiamandosi in qualche modo anche simbolicamente nel nome alla moneta virtuale di compensazione SUCRE dell’Alleanza ALBA di Nuestra America); per poter essere considerata un’alternativa per i paesi della periferia mediterranea, bisogna evitare la debolezza di tale moneta di fronte al capitale finanziario globale, permettendo così processi di regolazione efficaci del ciclo e del cambio strutturale di questi paesi.
Il cambio della moneta non porta in sé nessun tipo di avanzamento nella correlazione delle forze a favore dei lavoratori; anzi, è il contrario. Per tale ragione, il cambio di moneta necessita allo stesso tempo – così non ci saranno ritardi – della ridenominazione del debito estero e interno nella nuova moneta, con il tasso di cambio che i governi considerano più appropriato e del ripudio di una parte sostanziale del debito, infliggendo così un costo elevato alla classe dei rentisti.
Con un’impostazione e con principi di classe, va rilanciato e rafforzato il progetto che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA Euromediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario Euromediterraneo, che guarda con grande simpatia politica e di alternativa economico-sociale in chiave antimperialista all’ALBA dell’America Latina. Un processo politico di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il SUCRE, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.
È evidente che l’uso di monete sganciate dai circuiti finanziari egemonizzati dai poli imperialisti rappresenti un importante segnale di rottura – e infatti non manca una certa isteria da parte delle grandi potenze, che pongono in essere una forma sottile ma non meno pervasiva di terrorismo tramite continui attacchi mediatici – nonché un passaggio importante per rompere l’isolamento che le sanzioni favoriscono e trovare canali alternativi, aggirare i blocchi e lavorare alla costruzione di una nuova architettura finanziaria.
Si tratta realmente di un passo importante in direzione della costruzione di un nuovo paradigma per il commercio internazionale al di fuori dei circuiti finanziari egemonizzati dalle grandi potenze imperialiste; la sfida è grande tanto quanto la risposta che è possibile attendersi dai “giganti” minacciati nella loro supremazia.
Riteniamo che l’Area Euromediterranea sia una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico di influenza mondiale, con un progetto di rottura con il capitale globale, sia per ragioni politiche che economiche.
Costruire una area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee è una alternativa possibile per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa a carattere socialista, anche in una fase di transizione possibile.
(relazione al convegno di presentazione di “Pigs. La vendetta dei maiali”)
Fonte
Evoluzione negli ultimi 30 anni delle riserve monetarie globali.
Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.
Da quest’altro grafico si evince inoltre che negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa 4 abbiano subito una drastica riduzione del peso dell’industria in percentuale al PIL. Al contrario i Bric, nonostante un punto di flesso tra il 1995 e il 2005, che è comunque superiore alle percentuali degli altri paesi, registrano un notevole aumento.
Possiamo notare come, in Giappone e nell’Europa 4, ovvero i 4 motori industriali dell’Europa (un gruppo di cooperazione interregionale formato da Lombardia, Catalogna, Baden-Wurttemberg e il Rodano Alpi, Fonte: commissione europea), il valore aggiunto dell’industria mantenga un andamento costante con un punto di flesso nel 2008, mentre negli Stati Uniti sia notevolmente più elevato, ma con un punto di flesso maggiore. I Bric invece fanno registrare una crescita esponenziale dal 1988 che risente solo lievemente della crisi (rallenta la crescita infatti, ma non si interrompe come negli altri paesi).
A partire dall’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, abbiamo assistito a un rigenerato interventismo statale in tutti i paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produzione e dell’occupazione a pieno salario e pieni diritti nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario. Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno al sistema bancario, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista.
Evoluzione della composizione totale delle riserve monetarie
Nel 2010 le riserve mondiali erano composte per il 41,9% da dollari, il 37,4% da euro, il 9,4% da yen e il 11,3% da sterline. Come possiamo notare nel 2015 tutte queste valute subiscono una contrazione dovuta all’inserimento come valuta di riserva mondiale dello Yuan Cinese (Renminbi).
Se infine si applica la stessa moneta a paesi in cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’esportazione e a paesi strutturalmente importatori, la politica monetaria non è in grado di conciliare le priorità di alcuni (che necessitano di una moneta stabile così da avere accumulazione a lungo termine basata sull’esportazione) e di altri (che hanno bisogno di svalutazioni periodiche per facilitare l’aggiustamento interno). Quindi, la politica applicata difenderà gli interessi dei più forti, in questo caso dei paesi esportatori dell’Europa centrale (Germania e i suoi satelliti occidentali: Finlandia, Olanda, Austria e Belgio), rispetto a quelli dei paesi deboli della periferia mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, PIGS).
In questo grafico possiamo notare come attualmente la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale abbia un indice di produzione industriale al di sotto della media europea. Solo la Germania si trova nettamente al di sopra, mentre la Francia, pur avendo un valore minore, si avvicina alla media. Spagna, Italia e Grecia si trovano rispettivamente agli ultimi 3 posti.
La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive. Il neoliberismo è in un certo senso una procedura per cercare di prolungare nel tempo quella posizione di vantaggio ereditata dalla seconda fase della rivoluzione industriale, innanzitutto attraverso il controllo globale della finanza e della valuta mondiale, per ottenere la cattura di rendite finanziarie che compensano diminuzione dei profitti degli Stati Uniti sotto forma di eccedenze produttive.
La Germania ha trasformato la crisi bancaria in una crisi del debito pubblico, costringendo a utilizzare le tasse pubbliche per ripulire e riossigenare il sistema finanziario privato. Si è così assicurata che le entrate pubbliche delle tasse, in primis quelle gravanti sul fattore lavoro, pagassero i debiti commerciali con le banche tedesche, a costo di ridurre i servizi pubblici, le pensioni, l’occupazione e gli investimenti nei paesi del Sud Europa. Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavoratori.
Si può quindi dire che l’unificazione della politica monetaria per la messa in marcia dell’Euro sia servita a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona e a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro. Ne segue che i PIGS diventano sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomesse a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.
Si invertono, così, i comportamenti e il ruolo del ciclo espansivo keynesiano.
Paesi come quelli dell’ALBA, perfino la Cina, subiscono gli effetti del disordine contribuendo inavvertitamente e involontariamente ad alimentare il Capitale Fittizio Internazionale (XenoCapitale secondo Autori come Schmitt), fonte inesauribile di speculazione destabilizzante nei mercati internazionali.
Nel 2008, con entrata in vigore nel 2010, in America Latina è stato creato il SUCRE (Sistema Único de Compensación Regional), che introduce una moneta di conto che consente di realizzare gli scambi all’interno dell’area di riferimento senza utilizzare il dollaro.
Si tratta di una moneta virtuale, che non è previsto circoli in forma fisica. Si tratta di un meccanismo compensatorio per l’integrazione economica regionale, un sistema di pagamento che si basa sui valori politico sociali, e non finanziari della complementarietà, reciprocità, cooperazione e solidarietà, con l’obiettivo di sfruttare le risorse dei diversi paesi per attenuare gli squilibri esistenti.
Dall’introduzione nel 2009 del sistema Bitcoin, l’uso delle criptomonete si è esteso enormemente su scala globale anche grazie alla sicurezza delle transazioni e alla facilità di utilizzo.
Il PETRO venezuelano si inserisce infatti in una tendenza globale che nel 2017 ha visto Russia e Cina grandi protagoniste nella costruzione di una architettura di pagamenti, investimenti e scambi commerciali a livello regionale, verso un sistema multimonetario basato sulla triade petrolio/yuan/oro. Anche l’Iran sta progettando l’adozione di una moneta digitale realizzata con la tecnologia Blockchain. In generale, la diffusione su scala globale di monete sganciate dal dollaro come mezzi di scambio, accelera la decadenza del dollaro come divisa egemonica per il commercio estero e come mezzo per applicare sanzioni e blocchi finanziari ai danni dei paesi avversari.
Ciò che qui ci interessa è proprio la sperimentazione di progetti di politica monetaria a chiaro connotato antimperialista e di protezionismo solidale di classe, che si realizzano all’interno dei processi di transizione reali perché possibili, come quello dell’ALBA. Una transizione nell’Area Euromediterranea acquisirebbe necessariamente caratteristiche molto differenti perché differenti sono le condizioni; ma uguale sarebbe la necessità di adottare anche strumenti di politica monetaria, monete di compensazione per gli scambi commerciali, per evitare di essere “strozzati” dal grande capitale finanziario.
L’esperienza incoraggiante dell’uso del SUCRE indica quanto accertato dall’iniziativa e segna la strada sulla quale il piano per la creazione dell’Ufficio Centrale Bolivariano dei Pagamenti Internazionali (in lingua originale OCBPI ) permette di avanzare.
Un protezionismo solidale per una politica industriale di recupero delle capacità al servizio del popolo
Il problema rappresentato dall’Euro e dall’architettura finanziaria dell’Eurozona, impostata sul mantenimento dell’aggiustamento perenne, viene aggravato dall’assenza di una politica di impulso espansivo dell’economia, impensabile con i trattati comunitari vigenti, che interpretano quasi tutta la politica espansiva come interventismo nefasto del mercato nel paradiso idilliaco dell’assegnazione privata delle risorse.
A livello internazionale sempre più si affermano politiche protezionistiche e ideologie nazionaliste insieme al generalizzato e auspicato aumento della spesa militare.
La “guerra dei dazi”, divenuta esplicita a inizio 2018 e che fa esplodere il vertice G7 in Canada di giugno 2018, manifesta chiaramente questo aumento della tensione internazionale e della tendenza al protezionismo.
I paesi della periferia Europea hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario alternativo all’Euro e alla globalizzazione. Però non si può concepire un sistema del genere in un mercato unico neoliberista come è stato fatto nei Trattati Europei. Le regole di funzionamento di tale mercato impediscono una soluzione che dia stabilità al processo di accumulazione, per lo meno nel senso in cui si concepisce la “stabilità” nel capitalismo, ossia un periodo relativamente lungo di crescita in cui si incatenano cicli successivi di espansione e contrazione economica.
Quindi è la stessa pratica contro la finanza dell’impero che dimostra che proporre una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa possibile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea, che di stabilire un blocco politico-industriale propenso ad un modello di accumulazione favorevole per i lavoratori. La nuova moneta comune può essere negoziata sia all’interno che all’esterno della UE; forse, così, ci sarà una gestione ordinata della transizione produttiva, la rottura della UE, l’uscita monetaria con una equilibrata gestione dei flussi finanziari.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo, su questo non ci siano dilazioni, si rinomini il debito esterno ed interno con la nuova moneta SUCRE MEDITERRANEO, al tasso di cambio che i governi considerano più appropriato. Ovviamente questo rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari Europei sono i proprietari della maggior parte del debito della periferia mediterranea.
La nuova moneta comune o SUCRE MEDITERRANEO, si potrebbe negoziare sia dentro che fuori dell’Unione Europea, cosa che di per sé permetterebbe una gestione più ordinata della transizione produttiva.
L’uscita dall’Euro dovrebbe svilupparsi in modo concertato perché tra i paesi della periferia mediterranea, a nostro parere esistono quattro momenti intimamente vincolati, senza i quali il processo potrebbe risultare un fallimento. Sono i seguenti:
• stabilire un “simbolo monetario”, anche inizialmente virtuale – cripto moneta- moneta di conto e compensativa, comune all’Area Euromediterranea;
• ridenominazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica al tipo di cambio ufficiale che verrà stabilito;
• rifiuto di una parte del debito ed esigenza di una rinegoziazione dello stesso o in casi di forte dipendenza dal sistema bancario un azzeramento totale;
• nazionalizzazione delle banche e regolamentazione stretta (compresa la proibizione temporale) della fuoriuscita dei capitali.
L’idea di abbandonare la UE e uscire dall’Euro deve prevedere una fase di passaggio con l’utilizzo di una “moneta della transizione nazionale” (una sorta di ITALSUCRE Mediterraneo, richiamandosi in qualche modo anche simbolicamente nel nome alla moneta virtuale di compensazione SUCRE dell’Alleanza ALBA di Nuestra America); per poter essere considerata un’alternativa per i paesi della periferia mediterranea, bisogna evitare la debolezza di tale moneta di fronte al capitale finanziario globale, permettendo così processi di regolazione efficaci del ciclo e del cambio strutturale di questi paesi.
Il cambio della moneta non porta in sé nessun tipo di avanzamento nella correlazione delle forze a favore dei lavoratori; anzi, è il contrario. Per tale ragione, il cambio di moneta necessita allo stesso tempo – così non ci saranno ritardi – della ridenominazione del debito estero e interno nella nuova moneta, con il tasso di cambio che i governi considerano più appropriato e del ripudio di una parte sostanziale del debito, infliggendo così un costo elevato alla classe dei rentisti.
Con un’impostazione e con principi di classe, va rilanciato e rafforzato il progetto che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA Euromediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario Euromediterraneo, che guarda con grande simpatia politica e di alternativa economico-sociale in chiave antimperialista all’ALBA dell’America Latina. Un processo politico di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il SUCRE, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.
È evidente che l’uso di monete sganciate dai circuiti finanziari egemonizzati dai poli imperialisti rappresenti un importante segnale di rottura – e infatti non manca una certa isteria da parte delle grandi potenze, che pongono in essere una forma sottile ma non meno pervasiva di terrorismo tramite continui attacchi mediatici – nonché un passaggio importante per rompere l’isolamento che le sanzioni favoriscono e trovare canali alternativi, aggirare i blocchi e lavorare alla costruzione di una nuova architettura finanziaria.
Si tratta realmente di un passo importante in direzione della costruzione di un nuovo paradigma per il commercio internazionale al di fuori dei circuiti finanziari egemonizzati dalle grandi potenze imperialiste; la sfida è grande tanto quanto la risposta che è possibile attendersi dai “giganti” minacciati nella loro supremazia.
Riteniamo che l’Area Euromediterranea sia una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico di influenza mondiale, con un progetto di rottura con il capitale globale, sia per ragioni politiche che economiche.
Costruire una area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee è una alternativa possibile per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa a carattere socialista, anche in una fase di transizione possibile.
(relazione al convegno di presentazione di “Pigs. La vendetta dei maiali”)
Fonte
11/09/2018
Pigs. È l’ora della “vendetta dei maiali”
“Noi siamo roba del Sud... non abbiamo nulla a che fare con la Mitteleuropa, scusi sa, noi abbiamo un’anima”, lo Zoppo della lotteria, personaggio di uno dei libri che Tabucchi ha materializzato in Portogallo, sintetizza così un senso comune oggi crescente in quei paesi della periferia europea (i Pigs), in cui la sbornia europeista degli scorsi decenni si è ormai frantumata davanti ai pesantissimi costi sociali imposti da una UE che risponde solo agli interessi di banche, multinazionali e classi dominanti.
Eh sì, perché nei paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), e non solo, la voglia di vendetta contro Bruxelles e Berlino e i loro diktat è venuta crescendo negli anni. Al momento solo in Italia ha affidato questa “vendetta” ad un voto che ha premiato una forza reazionaria come la Lega e una forza intermittente/interclassista come il M5S. Negli altri paesi Pigs le cose stanno diversamente, così come in Francia. Ed è tempo non solo di porsi le domande sul perchè ma anche di cominciare a dare risposte.
Alla “vendetta dei maiali” cioè dei Pigs, è dedicato l’omonimo libro uscito in questi giorni per conto della Piattaforma Eurostop e curato dagli economisti Luciano Vasapollo, Rita Martufi e Joaquim Arriola. Un libro di 236 pagine in una comoda versione “pocket” delle edizioni Efesto, che recita nel sottotitolo “Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla Ue e dall’euro, costruire l’area euromediterranea". L’elaborazione originaria degli autori è stata integrata in vari capitoli dalle osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, dando vita ad una sorta di prodotto da intellettuale collettivo.
“Pigs. La vendetta dei maiali” in qualche modo attualizza e dettaglia il volume pubblicato sette anni fa “Il risveglio dei maiali”, un libro scritto a sei mani da Luciano Vasapollo, Martufi, Arriola e che poneva al centro proprio le conseguenze dell’unificazione economica e monetaria europea sui Pigs, i paesi periferici come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.
Il libro in questi anni è stato tradotto in diverse lingue, segnando uno spartiacque nel dibattito politico ed economico della sinistra in Europa, in quanto affermava una tesi dirompente, anzi una rottura del quadro esistente – l’Unione Europea/Eurozona – come presupposto per rimettere in moto un processo di emancipazione politica, economica e sociale che vedesse protagonisti i movimenti sociali, sindacali e popolari dell’area euromediterranea. Come? Puntando a uscire dall’Unione Europea/Eurozona, nazionalizzando le banche e le aziende strategiche, creando una propria moneta di scambio e costruendo una nuova e diversa area di integrazione regionale su parametri opposti a quelli ordoliberisti dei trattati istitutivi dell’Unione Europea. Veniva in qualche modo evocata l’esperienza dell’Alba latinoamericana (oggi sotto durissimo attacco da parte degli Usa) come esperienza fattuale di integrazione regionale sganciata dai diktat dell’imperialismo, del Fmi e dei mercati finanziari.
Questa tesi dello “sganciamento” è stata una delle elaborazioni più importanti – e meno comprese anzi osteggiate dalla sinistra europea – dell’economista marxista franco-egiziano Samir Amin recentemente scomparso, una elaborazione ben riconoscibile in quella degli autori del “Il risveglio dei maiali” ed ora del nuovo “Pigs. La vendetta dei maiali” uscito in questi giorni.
La materia del libro è entrata di prepotenza nell’agenda politica. Costrette dai fatti, molte delle forze della sinistra europea, sono arrivate alla conclusione che l’Unione Europea è irriformabile, alcune continuano il refrain sulla revisione o la modifica dei Trattati europei ben sapendo di evocare una indicazione destinata alla sconfitta. Ma è sulle conclusioni politiche che si va delineando una frattura – o meglio una chiarezza strategica – sulla natura dell’Unione Europea e la necessità di romperla.
Il merito di aver messo la questione sul tavolo va indubbiamente all’esperienza di France Insoumise e di Jean Luc Melenchon con il suo “Piano B”. Una tesi di rottura che ha declinato le sue conseguenze prima con la richiesta di espulsione di Syriza e Tsipras dal Partito della Sinistra Europea (respinta) e poi con l’uscita di France Insoumise dal Pse.
La nettezza di Melenchon ha visto però anche iniziative tese a costruire terreni di convergenza con forze fino ad oggi meno esplicite – o silenti – sul Piano B. Il documento di Lisbona “E ora il popolo”, sottoscritto da France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerda portoghese (in Italia sottoscritto da Potere al Popolo), ha alzato un po’ l’asticella dei contenuti sui quali ingaggiare una battaglia politica, democratica e popolare a tutto campo contro una Unione Europea antipopolare e antidemocratica. Ma c’è ancora parecchia strada da fare, anche perché si avvicina la scadenza delle elezioni europee di maggio 2019.
L’ipotesi di costruire un’area alternativa euromediterranea come soluzione alla fuoriuscita dall’Unione Europea e dall’Eurozona (e dalla Nato), è ormai andata oltre un dibattito accademico e tra economisti per diventare una opzione politica su cui lavorare. La Piattaforma Eurostop, ormai al suo secondo anno di esistenza, presenterà questa opzione con un convegno a Roma domenica 16 settembre, il giorno successivo alla sua assemblea annuale che discuterà invece il come agire dentro la situazione politica del paese.
Il 16 dicembre verrà presentato il libro “Pigs. La vendetta dei maiali” ma sarà anche l’occasione per aprire un confronto di merito su tutti gli aspetti economici, monetari, politici e geopolitici di una ipotesi alternativa al quadro esistente e ritenuto immodificabile.
Preparare e organizzare la “vendetta dei maiali” e una fuoriuscita di segno progressista, anticolonialista e popolare dalla gabbia dell’Unione Europea, sta diventando sempre più urgente. Per combattere e battere concretamente la falsa polarizzazione tra euroliberali ed euronazionalisti su cui le classi dominanti vorrebbero chiudere il quadro e mantenere la loro egemonia sui lavoratori e i popoli europei e del Mediterraneo.
Fonte
Eh sì, perché nei paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), e non solo, la voglia di vendetta contro Bruxelles e Berlino e i loro diktat è venuta crescendo negli anni. Al momento solo in Italia ha affidato questa “vendetta” ad un voto che ha premiato una forza reazionaria come la Lega e una forza intermittente/interclassista come il M5S. Negli altri paesi Pigs le cose stanno diversamente, così come in Francia. Ed è tempo non solo di porsi le domande sul perchè ma anche di cominciare a dare risposte.
Alla “vendetta dei maiali” cioè dei Pigs, è dedicato l’omonimo libro uscito in questi giorni per conto della Piattaforma Eurostop e curato dagli economisti Luciano Vasapollo, Rita Martufi e Joaquim Arriola. Un libro di 236 pagine in una comoda versione “pocket” delle edizioni Efesto, che recita nel sottotitolo “Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla Ue e dall’euro, costruire l’area euromediterranea". L’elaborazione originaria degli autori è stata integrata in vari capitoli dalle osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, dando vita ad una sorta di prodotto da intellettuale collettivo.
“Pigs. La vendetta dei maiali” in qualche modo attualizza e dettaglia il volume pubblicato sette anni fa “Il risveglio dei maiali”, un libro scritto a sei mani da Luciano Vasapollo, Martufi, Arriola e che poneva al centro proprio le conseguenze dell’unificazione economica e monetaria europea sui Pigs, i paesi periferici come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.
Il libro in questi anni è stato tradotto in diverse lingue, segnando uno spartiacque nel dibattito politico ed economico della sinistra in Europa, in quanto affermava una tesi dirompente, anzi una rottura del quadro esistente – l’Unione Europea/Eurozona – come presupposto per rimettere in moto un processo di emancipazione politica, economica e sociale che vedesse protagonisti i movimenti sociali, sindacali e popolari dell’area euromediterranea. Come? Puntando a uscire dall’Unione Europea/Eurozona, nazionalizzando le banche e le aziende strategiche, creando una propria moneta di scambio e costruendo una nuova e diversa area di integrazione regionale su parametri opposti a quelli ordoliberisti dei trattati istitutivi dell’Unione Europea. Veniva in qualche modo evocata l’esperienza dell’Alba latinoamericana (oggi sotto durissimo attacco da parte degli Usa) come esperienza fattuale di integrazione regionale sganciata dai diktat dell’imperialismo, del Fmi e dei mercati finanziari.
Questa tesi dello “sganciamento” è stata una delle elaborazioni più importanti – e meno comprese anzi osteggiate dalla sinistra europea – dell’economista marxista franco-egiziano Samir Amin recentemente scomparso, una elaborazione ben riconoscibile in quella degli autori del “Il risveglio dei maiali” ed ora del nuovo “Pigs. La vendetta dei maiali” uscito in questi giorni.
La materia del libro è entrata di prepotenza nell’agenda politica. Costrette dai fatti, molte delle forze della sinistra europea, sono arrivate alla conclusione che l’Unione Europea è irriformabile, alcune continuano il refrain sulla revisione o la modifica dei Trattati europei ben sapendo di evocare una indicazione destinata alla sconfitta. Ma è sulle conclusioni politiche che si va delineando una frattura – o meglio una chiarezza strategica – sulla natura dell’Unione Europea e la necessità di romperla.
Il merito di aver messo la questione sul tavolo va indubbiamente all’esperienza di France Insoumise e di Jean Luc Melenchon con il suo “Piano B”. Una tesi di rottura che ha declinato le sue conseguenze prima con la richiesta di espulsione di Syriza e Tsipras dal Partito della Sinistra Europea (respinta) e poi con l’uscita di France Insoumise dal Pse.
La nettezza di Melenchon ha visto però anche iniziative tese a costruire terreni di convergenza con forze fino ad oggi meno esplicite – o silenti – sul Piano B. Il documento di Lisbona “E ora il popolo”, sottoscritto da France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerda portoghese (in Italia sottoscritto da Potere al Popolo), ha alzato un po’ l’asticella dei contenuti sui quali ingaggiare una battaglia politica, democratica e popolare a tutto campo contro una Unione Europea antipopolare e antidemocratica. Ma c’è ancora parecchia strada da fare, anche perché si avvicina la scadenza delle elezioni europee di maggio 2019.
L’ipotesi di costruire un’area alternativa euromediterranea come soluzione alla fuoriuscita dall’Unione Europea e dall’Eurozona (e dalla Nato), è ormai andata oltre un dibattito accademico e tra economisti per diventare una opzione politica su cui lavorare. La Piattaforma Eurostop, ormai al suo secondo anno di esistenza, presenterà questa opzione con un convegno a Roma domenica 16 settembre, il giorno successivo alla sua assemblea annuale che discuterà invece il come agire dentro la situazione politica del paese.
Il 16 dicembre verrà presentato il libro “Pigs. La vendetta dei maiali” ma sarà anche l’occasione per aprire un confronto di merito su tutti gli aspetti economici, monetari, politici e geopolitici di una ipotesi alternativa al quadro esistente e ritenuto immodificabile.
Preparare e organizzare la “vendetta dei maiali” e una fuoriuscita di segno progressista, anticolonialista e popolare dalla gabbia dell’Unione Europea, sta diventando sempre più urgente. Per combattere e battere concretamente la falsa polarizzazione tra euroliberali ed euronazionalisti su cui le classi dominanti vorrebbero chiudere il quadro e mantenere la loro egemonia sui lavoratori e i popoli europei e del Mediterraneo.
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27/08/2018
Dittatura del capitale o democrazia economica socialista?
«Siamo di fronte a due modelli di sviluppo che si scontrano»
di Fabrizio Verde
Prima che l’intera attenzione mediatica e dell’opinione pubblica fosse fagocitata dal caso della nave della Guardia Costiera italiana ‘Diciotti’ ferma nel porto di Catania con 117 migranti a bordo, nel paese si era acceso un sano dibattito sull’opportunità delle nazionalizzazioni. Tema emerso perché settori dell’autodefinito governo del cambiamento avevano avanzato l’ipotesi di revocare la concessione delle autostrade alla società controllata dalla famiglia Benetton in seguito al crollo del ponte Morandi a Genova. I settori liberal liberisti sono immediatamente insorti. Agitando anche, a sproposito, lo spauracchio Venezuela. Insomma, nulla di nuovo per un paese dove il circuito mainstream utilizza quotidianamente fake news per deformare la realtà e cercare di conformarla ai propri interessi. Un classico esempio di post-verità.
Per questo abbiamo deciso di sentire un parere autorevole. Quello del professor Luciano Vasapollo, professore di Analisi Dati di Economia Applicata alla «Sapienza» Università di Roma, Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi; e professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba)
INTERVISTA
Professore, dopo l’immane tragedia di Genova, potrebbe tornare una stagione di nazionalizzazioni?
Siamo ancora una volta di fronte a due modelli di sviluppo che si scontrano. Uno è lo sviluppo quantitativo basato sullo sviluppismo, quindi solo sul profitto. Questo crea danni all’uomo e all’ambiente. I danni si misurano nella maniera in cui vediamo. Facciamo l’esempio del ponte di Genova: si tratta di una strage di Stato. Mi assumo la responsabilità piena di questa forte dichiarazione. Una strage compiuta da quello Stato che ha appoggiato le aziende e le multinazionali come Benetton che hanno agito come in quel famoso film ‘Prendi i soldi e scappa’. Perché la rete autostradale è stata costruita con le nostre tasse. Su questa rete ci sarebbe molto da dire, visto che l’Italia è una grande nave nel Mediterraneo dove ad esempio il trasporto delle merci si potrebbe fare via mare. Invece si è sventrato il paese con il sistema autostradale, già dagli anni 50’ con la Democrazia Cristiana, per permettere alla Fiat e all’Iveco, tramite il trasporto su gomma, di far soldi.
Questo sistema dell'assistenzialismo alle imprese partito negli anni 50' con i governi di centrodestra e centrosinistra. L'unica parentesi positiva è stata quelle delle nazionalizzazioni quando in Italia per cercare di creare un ammortizzatore sociale contro lo sviluppo e l'avanzamento del movimento operaio, c'è stata una redistribuzione del reddito e della ricchezza. Pensiamo al fatto che oltre al lieve rialzo dei salari diretti e indiretti vi fu l'importante conquista dello Stato sociale, con la forza del movimento dei lavoratori. Scuola e sanità gratuita. Insomma, tutto lo Stato sociale.
Parallelamente a questo si è messo in funzione tutto un sistema 'irizzato', quindi un sistema bancario fortemente pubblico, tutto il sistema energetico con l'ENI, le telecomunicazioni e i trasporti. Questo passaggio molto importante non vorrei si dimenticasse perché le nazionalizzazioni hanno funzionato nel nostro paese. Le nazionalizzazioni hanno reso dei servizi efficienti.
Poi cosa è accaduto?
Poi è successo che il conflitto sociale e la forza del movimento operaio crescevano e quando l'ammortizzatore dello Stato sociale e delle nazionalizzazioni non sono più serviti, il grande capitale nazionale e transnazionale, e quindi anche gli Stati Uniti, hanno giocato in Italia l'arma del terrorismo e del fascismo. Ricordiamo la stagione delle stragi impunite, i tentativi di colpo di Stato. Non c'è un capitalismo buono e uno cattivo. Il capitalismo usa i suoi strumenti in funzione dei rapporti di forza. Quando i rapporti di forza erano positivi per i lavoratori il capitale ha dovuto concedere le nazionalizzazioni e lo Stato sociale, poi ha tentato l'arma repressiva.
Quello che è avvenuto a Genova dimostra che lo sviluppismo quantitativo questo provoca. Essenzialmente il profitto e la logica che è stata imputata a Berlusconi, ma che di Berlusconi non è, perché gli artefici primari sono quelli che hanno voluto l'ingresso nell'Unione Europea, quindi tutta la diaspora dopo il Partito Comunista. I governi Prodi, D'Alema e i successivi. I Democratici di Sinistra, il Partito Democratico e via discorrendo. Che hanno la responsabilità di aver portato il paese al massacro sociale all'interno dell'Unione Europea.
Qual è la logica che sottende le privatizzazioni?
Socializzare le perdite e privatizzare i ricavi. Così è stato fatto anche con il sistema autostradale. Costruito con le nostre tasse, dopodiché la gestione è stata data alle multinazionali. Estranee al settore. Il loro settore produttivo era quello dell'abbigliamento. Invece Benetton, come tanti altri, vede la rendita. C'è differenza tra rendita e profitto. Non c'è più bisogno di rischiare per fare profitto, ma la rendita. Io mi metto al casello, ho una rendita di posizione, chiunque passa di lì mi paga, altrimenti per fare il tratto di strada di un'ora ci mette quattro ore. Quindi una rendita assicurata. Le responsabilità non sono solo esclusivamente dei democristiani o di Berlusconi, il PD ha delle responsabilità enormi perché tutte le concessioni fatte, tutti i processi di privatizzazione e liberalizzazione portano la targa Bersani. A me sinceramente veniva da ridere quando in campagna elettorale si diceva: esiste un partito di estrema sinistra, che supera a sinistra il PD sull'asse Bersani-D'Alema. Quest'ultimo è stato il presidente del consiglio e il ministro che ha massacrato per gli interessi delle multinazionali del petrolio. Per portare sull'Adriatico i canali, le condutture, per aprire le strade alle grandi multinazionali energetiche. D'Alema ha la responsabilità del bombardamento, del massacro e del genocidio del popolo jugoslavo. Bersani porta lo scettro del re delle privatizzazioni in questo paese. Perché a un certo punto tutte le imprese nazionalizzate le si rendono di proposito non efficienti - dalle Poste ad Alitalia - per poi procedere con le privatizzazioni.
Quali sono le alternative?
Questo è un modello. L'altro modello è quello che vediamo in Venezuela. Con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti. Un modello in cui abbiamo uno sviluppo non quantitativo, ma qualitativo, perché al centro si mette la persona. I governi di Chavez e Maduro invece di dare l'82% delle rendite petrolifere alle multinazionali del petrolio e lasciare il 18% al paese, mette a disposizione del Venezuela l'85% delle rendite. Per le infrastrutture e gli investimenti sociali. Per una scuola gratuita, per dare al popolo un'abitazione, il lavoro, un sistema fognario, l'energia elettrica. Alle multinazionali resta solo il 15%. Nessuna multinazionale, ENI compresa, decide di andare via dal Venezuela, pertanto significa che quelle di cui godevano erano super-rendite. Questo è un sistema di qualità. Basato sulla democrazia economica e basato sulla democrazia redistributiva. Quella che noi chiamiamo democrazia socialista dove attraverso le missioni sociali si è cercato di dare una dignità, un'identità e uno sviluppo autocentrato. Vedete, sviluppismo quantitativo da una parte, invece tentativo di avere uno sviluppo autodeterminato, a democrazia economica partecipativa dall'altra. Uno sviluppo autocentrato con le decisioni popolari e la democrazia popolare.
In Italia si è creato un clima da stadio dove vi sono due tifoserie che si affrontano.
Non sono un tifoso di calcio. Insegno politica economica internazionale. Rivendico di essere un marxista. Dove il marxismo non è soltanto una collocazione politica, ma un metodo scientifico. Poi sono un dirigente politico, culturale e sindacale. Per cui faccio riferimento a quelli che sono i programmi e le iniziative portate dalle organizzazioni alle quali faccio riferimento e mi onoro di appartenere: dal Cestes dell'USB affiliata alla Federazione Sindacale Mondiale fino alla Rete dei Comunisti e poi di quella che è una rete di intellettuali e artisti, marxisti e progressisti, che ho fondato insieme a molti altri dietro direttiva di Chavez e Fidel Castro nel 2004.
Ora davanti alla scelta di uno sviluppo autodeterminato a democrazia socialista non è che i capitalisti ti regalano qualcosa. Pertanto l'attacco al Venezuela è un attacco pesantissimo. Perché dobbiamo ricordare che il Venezuela è il 5° produttore di petrolio ma il 1° paese con le maggiori riserve di idrocarburi. Quindi conquistare il Venezuela vuol dire conquistare il petrolio. Rimettere le mani sull'America Latina, dove con tanti colpi di Stato più o meno bianchi, come contro Dilma Rousseff e Lula in Brasile, o quello in Paraguay, si sta cercando in una fase di guerra espansionistica economica, quindi di crisi capitalistica, di rimettere le mani sulla regione. Quindi i provvedimenti presi da Maduro sono i provvedimenti minimi che avrebbe dovuto prendere per uscire dalla crisi. Quindi quella che viene chiamata svalutazione del Bolivar, o l'ancoraggio del Bolivar al Petro, significa cercare semplicemente di sottrarsi alla speculazione sui mercati di cambio. Perché c'è una speculazione, una guerra economica che è la guerra commerciale, poi c'è una guerra finanziaria internazionale, poi una guerra monetaria sui mercati di cambio. Contro il Venezuela è stato scatenato tutto questo fino all'attentato a Maduro. Fascisti e narcotrafficanti contro la Rivoluzione Bolivariana. Per sottrarsi a tutto questo si prova innanzitutto a legare la moneta alle riserve di petrolio e non al dollaro o l'euro, quindi alla speculazione e gli attacchi dell'imperialismo statunitense e di quello dell'Unione Europea. Guidato da governi di centrosinistra dove il PD è fonte principale.
Ha fatto riferimento alle misure implementare da Maduro in Venezuela per far fronte alla guerra economica e le dure sanzioni statunitensi. Riusciranno queste a risollevare l’economia venezuelana?
Abbiamo la possibilità con delle manovre di uscire fuori dalla tenaglia della speculazione internazionale. Non sarà facile. I provvedimenti presi da Maduro sono quelli giusti. Provvedimenti anti-inflattivi, per la redistribuzione del reddito e delle merci, per rendere il commercio più autodeterminato, legare la moneta alla criptovaluta Petro invece che al dollaro o l'euro. Ma se la speculazione internazionale ti attacca in un momento in cui le rivoluzioni e i paesi progressisti sono una minoranza senza appoggi internazionali, ovviamente diventa difficile trovare una soluzione.
Pertanto a chi afferma, come Casini, che chi vuole le nazionalizzazioni in Italia vuol dire che vuole rendere il paese come il Venezuela, dico che ha ragione. Noi che difendiamo non da tifosi, ma da politici che hanno a cuore le sorti del paese e del popolo, vogliamo processi di nazionalizzazione in Italia proprio come in Venezuela. Perché l'unico modello razionale è quello di democrazia economica a carattere socialista con la pianificazione, e non il cosiddetto liberoscambio che è il regno estremo del profitto.
Intanto continua imperterrita la disinformazione a reti unificate contro il Venezuela.
Approfitto di questa considerazione anche per rispondere a chi ha pubblicato delle foto dove viene mostrato che per acquistare beni di prima necessità come un pollo vi è bisogno di una montagna di denaro, che questa si chiama inflazione. Il problema non è tanto quanto denaro ci vuole per comprare un pollo, ma la capacità d'acquisto. E la capacità d'acquisto è intaccata dalla guerra economica che vuole l'oligarchia venezuelana e le forze reazionarie, imperialiste e delle multinazionali. Addirittura si è speculato contro il Venezuela con il terremoto. In Venezuela vi è stato un sisma di potenza 7,3 che per fortuna non ha prodotto vittime. Ho letto e sentito che si è affermato come il terremoto abbia colpito un paese già ridotto alla fame e piegato a causa della dittatura del governo Maduro. Dove c'è un problema umanitario. Nessuno guarda dentro casa sua.
Appunto. In Italia?
Il nostro governo è molto contraddittorio. Dal punto di vista sociale si propongono le nazionalizzazioni, anche di settori strategici e industrie decotte come l'Ilva. Noi sosteniamo questa nazionalizzazione. Dall'altra parte invece ci sono ministri e forze di governo eversive, non solo sovversive. Che non hanno a cuore le sorti del paese né buone relazioni internazionali. Pensate ad esempio alla nave ferma a Catania dove si stanno commettendo reati contro il diritto internazionale e addirittura la nostra Costituzione. Abbiamo settori di governo che si muovono in chiave anticostituzionale. Se lo facesse un cittadino qualunque sarebbe già accusato e forse già arrestato. Vedete quant'è contraddittoria questa fase. Il problema è scegliere da che parte stare.
Intanto noi de l’AntiDiplomatico insieme ad altri siamo oggetto di una campagna infamante.
L'AntiDiplomatico e riviste storiche del movimento operaio italiano che io difendo come Marx XXI, Socialismo 2000, Contropiano, vengono attaccati e infamati con l'accusa di rossobrunismo, di essere fascisti, perché vogliono le nazionalizzazioni, uscire dall'euro. Io penso che Contropiano, un giornale storico della sinistra di classe come Marx XXI e lo stesso l'AntiDiplomatico dimostrano tutti i giorni da che parte stare.
Noi proponiamo - parlo per me e l’area a cui faccio riferimento - un'uscita dall'euro che non è certo quella di Salvini, Casapound o Alba Dorata. Noi individuiamo nella borghesia transnazionale europea il nemico. Il massacro sociale voluto dai governi di centrodestra e centrosinistra. Noi vogliamo uscire dalla gabbia dell'Unione Europea e dell'Euro da sinistra. Con un'alleanza delle forze popolari, di classe, dell'area mediterranea e non solo per dare uno sviluppo autodeterminato. Se questo significa seguire esempi come Cuba o il Venezuela dicessero quel che vogliono. Noi vogliamo sottrarci alla macchina del profitto dell'Unione Europea e delle multinazionali. Quindi nulla a che fare con l'uscita da destra. Davanti all'imperialismo di Stati Uniti e alla guerra non strizziamo l'occhio a nessuno, ma c'è una nuova geopolitica dove paesi come l'Iran, la Russia, la Cina, il Sudafrica giocano il loro ruolo nello scacchiere internazionale. Nessuno pensa che la Russia di Putin sia l'Unione Sovietica o che la Cina sia il sol dell'avvenire, però dobbiamo tener conto che gli Stati Uniti e l'Unione Europea non hanno più la leadership internazionale perché devono fare i conti con questi paesi. Paesi sotto sanzione ed embargo come il Venezuela e Cuba fanno bene ad avere scambi commerciali con soci, non alleati politici, come i cinesi, i russi, l'India e il Brasile.
Poi per favore non si venga a parlare a noi di antifascismo. La nostra storia politica parla per noi, sin dagli anni '60. Abbiamo dimostrato che uno dei nostri valori primari è l'antifascismo militante. Inoltre tra i fascisti sarebbero da annoverare non solo quelli che utilizzano la simbologia fascista, ma bensì chi si muove e opera da fascista, come alcuni settori del governo. Per cui prima di parlare si guardasse alla contraddizione interna del governo tra i partiti che vogliono le nazionalizzazioni e altri che invece vogliono il razzismo, l'estremismo e il fascismo.
Quale opposizione per questo governo?
Fatemi dire che questo paese non ha opposizione. Perché il PD è il primo colpevole di tutte le leggi liberticide, le privatizzazioni e le concessioni alle multinazionali. Questo è un paese che attualmente è senza governo ed opposizione. L'unica opposizione è quella delle strade, l'opposizione è quella dei pochissimi mass-media liberi e indipendenti, e quella di sindacati come l'USB, dei movimenti sociali e di forze come Potere al Popolo che cercano di organizzarsi e darsi una prospettiva. Una prospettiva che insieme a Eurostop e altri movimenti indichiamo nell’uscita da Euro e NATO, per la creazione di un’ALBA euromediterranea, che abbia come modello l’esperienza latinoamericana. Quindi nazionalizzazioni, sviluppo autodeterminato e democrazia economica a carattere socialista.
Fonte
di Fabrizio Verde
Prima che l’intera attenzione mediatica e dell’opinione pubblica fosse fagocitata dal caso della nave della Guardia Costiera italiana ‘Diciotti’ ferma nel porto di Catania con 117 migranti a bordo, nel paese si era acceso un sano dibattito sull’opportunità delle nazionalizzazioni. Tema emerso perché settori dell’autodefinito governo del cambiamento avevano avanzato l’ipotesi di revocare la concessione delle autostrade alla società controllata dalla famiglia Benetton in seguito al crollo del ponte Morandi a Genova. I settori liberal liberisti sono immediatamente insorti. Agitando anche, a sproposito, lo spauracchio Venezuela. Insomma, nulla di nuovo per un paese dove il circuito mainstream utilizza quotidianamente fake news per deformare la realtà e cercare di conformarla ai propri interessi. Un classico esempio di post-verità.
Per questo abbiamo deciso di sentire un parere autorevole. Quello del professor Luciano Vasapollo, professore di Analisi Dati di Economia Applicata alla «Sapienza» Università di Roma, Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi; e professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba)
INTERVISTA
Professore, dopo l’immane tragedia di Genova, potrebbe tornare una stagione di nazionalizzazioni?
Siamo ancora una volta di fronte a due modelli di sviluppo che si scontrano. Uno è lo sviluppo quantitativo basato sullo sviluppismo, quindi solo sul profitto. Questo crea danni all’uomo e all’ambiente. I danni si misurano nella maniera in cui vediamo. Facciamo l’esempio del ponte di Genova: si tratta di una strage di Stato. Mi assumo la responsabilità piena di questa forte dichiarazione. Una strage compiuta da quello Stato che ha appoggiato le aziende e le multinazionali come Benetton che hanno agito come in quel famoso film ‘Prendi i soldi e scappa’. Perché la rete autostradale è stata costruita con le nostre tasse. Su questa rete ci sarebbe molto da dire, visto che l’Italia è una grande nave nel Mediterraneo dove ad esempio il trasporto delle merci si potrebbe fare via mare. Invece si è sventrato il paese con il sistema autostradale, già dagli anni 50’ con la Democrazia Cristiana, per permettere alla Fiat e all’Iveco, tramite il trasporto su gomma, di far soldi.
Questo sistema dell'assistenzialismo alle imprese partito negli anni 50' con i governi di centrodestra e centrosinistra. L'unica parentesi positiva è stata quelle delle nazionalizzazioni quando in Italia per cercare di creare un ammortizzatore sociale contro lo sviluppo e l'avanzamento del movimento operaio, c'è stata una redistribuzione del reddito e della ricchezza. Pensiamo al fatto che oltre al lieve rialzo dei salari diretti e indiretti vi fu l'importante conquista dello Stato sociale, con la forza del movimento dei lavoratori. Scuola e sanità gratuita. Insomma, tutto lo Stato sociale.
Parallelamente a questo si è messo in funzione tutto un sistema 'irizzato', quindi un sistema bancario fortemente pubblico, tutto il sistema energetico con l'ENI, le telecomunicazioni e i trasporti. Questo passaggio molto importante non vorrei si dimenticasse perché le nazionalizzazioni hanno funzionato nel nostro paese. Le nazionalizzazioni hanno reso dei servizi efficienti.
Poi cosa è accaduto?
Poi è successo che il conflitto sociale e la forza del movimento operaio crescevano e quando l'ammortizzatore dello Stato sociale e delle nazionalizzazioni non sono più serviti, il grande capitale nazionale e transnazionale, e quindi anche gli Stati Uniti, hanno giocato in Italia l'arma del terrorismo e del fascismo. Ricordiamo la stagione delle stragi impunite, i tentativi di colpo di Stato. Non c'è un capitalismo buono e uno cattivo. Il capitalismo usa i suoi strumenti in funzione dei rapporti di forza. Quando i rapporti di forza erano positivi per i lavoratori il capitale ha dovuto concedere le nazionalizzazioni e lo Stato sociale, poi ha tentato l'arma repressiva.
Quello che è avvenuto a Genova dimostra che lo sviluppismo quantitativo questo provoca. Essenzialmente il profitto e la logica che è stata imputata a Berlusconi, ma che di Berlusconi non è, perché gli artefici primari sono quelli che hanno voluto l'ingresso nell'Unione Europea, quindi tutta la diaspora dopo il Partito Comunista. I governi Prodi, D'Alema e i successivi. I Democratici di Sinistra, il Partito Democratico e via discorrendo. Che hanno la responsabilità di aver portato il paese al massacro sociale all'interno dell'Unione Europea.
Qual è la logica che sottende le privatizzazioni?
Socializzare le perdite e privatizzare i ricavi. Così è stato fatto anche con il sistema autostradale. Costruito con le nostre tasse, dopodiché la gestione è stata data alle multinazionali. Estranee al settore. Il loro settore produttivo era quello dell'abbigliamento. Invece Benetton, come tanti altri, vede la rendita. C'è differenza tra rendita e profitto. Non c'è più bisogno di rischiare per fare profitto, ma la rendita. Io mi metto al casello, ho una rendita di posizione, chiunque passa di lì mi paga, altrimenti per fare il tratto di strada di un'ora ci mette quattro ore. Quindi una rendita assicurata. Le responsabilità non sono solo esclusivamente dei democristiani o di Berlusconi, il PD ha delle responsabilità enormi perché tutte le concessioni fatte, tutti i processi di privatizzazione e liberalizzazione portano la targa Bersani. A me sinceramente veniva da ridere quando in campagna elettorale si diceva: esiste un partito di estrema sinistra, che supera a sinistra il PD sull'asse Bersani-D'Alema. Quest'ultimo è stato il presidente del consiglio e il ministro che ha massacrato per gli interessi delle multinazionali del petrolio. Per portare sull'Adriatico i canali, le condutture, per aprire le strade alle grandi multinazionali energetiche. D'Alema ha la responsabilità del bombardamento, del massacro e del genocidio del popolo jugoslavo. Bersani porta lo scettro del re delle privatizzazioni in questo paese. Perché a un certo punto tutte le imprese nazionalizzate le si rendono di proposito non efficienti - dalle Poste ad Alitalia - per poi procedere con le privatizzazioni.
Quali sono le alternative?
Questo è un modello. L'altro modello è quello che vediamo in Venezuela. Con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti. Un modello in cui abbiamo uno sviluppo non quantitativo, ma qualitativo, perché al centro si mette la persona. I governi di Chavez e Maduro invece di dare l'82% delle rendite petrolifere alle multinazionali del petrolio e lasciare il 18% al paese, mette a disposizione del Venezuela l'85% delle rendite. Per le infrastrutture e gli investimenti sociali. Per una scuola gratuita, per dare al popolo un'abitazione, il lavoro, un sistema fognario, l'energia elettrica. Alle multinazionali resta solo il 15%. Nessuna multinazionale, ENI compresa, decide di andare via dal Venezuela, pertanto significa che quelle di cui godevano erano super-rendite. Questo è un sistema di qualità. Basato sulla democrazia economica e basato sulla democrazia redistributiva. Quella che noi chiamiamo democrazia socialista dove attraverso le missioni sociali si è cercato di dare una dignità, un'identità e uno sviluppo autocentrato. Vedete, sviluppismo quantitativo da una parte, invece tentativo di avere uno sviluppo autodeterminato, a democrazia economica partecipativa dall'altra. Uno sviluppo autocentrato con le decisioni popolari e la democrazia popolare.
In Italia si è creato un clima da stadio dove vi sono due tifoserie che si affrontano.
Non sono un tifoso di calcio. Insegno politica economica internazionale. Rivendico di essere un marxista. Dove il marxismo non è soltanto una collocazione politica, ma un metodo scientifico. Poi sono un dirigente politico, culturale e sindacale. Per cui faccio riferimento a quelli che sono i programmi e le iniziative portate dalle organizzazioni alle quali faccio riferimento e mi onoro di appartenere: dal Cestes dell'USB affiliata alla Federazione Sindacale Mondiale fino alla Rete dei Comunisti e poi di quella che è una rete di intellettuali e artisti, marxisti e progressisti, che ho fondato insieme a molti altri dietro direttiva di Chavez e Fidel Castro nel 2004.
Ora davanti alla scelta di uno sviluppo autodeterminato a democrazia socialista non è che i capitalisti ti regalano qualcosa. Pertanto l'attacco al Venezuela è un attacco pesantissimo. Perché dobbiamo ricordare che il Venezuela è il 5° produttore di petrolio ma il 1° paese con le maggiori riserve di idrocarburi. Quindi conquistare il Venezuela vuol dire conquistare il petrolio. Rimettere le mani sull'America Latina, dove con tanti colpi di Stato più o meno bianchi, come contro Dilma Rousseff e Lula in Brasile, o quello in Paraguay, si sta cercando in una fase di guerra espansionistica economica, quindi di crisi capitalistica, di rimettere le mani sulla regione. Quindi i provvedimenti presi da Maduro sono i provvedimenti minimi che avrebbe dovuto prendere per uscire dalla crisi. Quindi quella che viene chiamata svalutazione del Bolivar, o l'ancoraggio del Bolivar al Petro, significa cercare semplicemente di sottrarsi alla speculazione sui mercati di cambio. Perché c'è una speculazione, una guerra economica che è la guerra commerciale, poi c'è una guerra finanziaria internazionale, poi una guerra monetaria sui mercati di cambio. Contro il Venezuela è stato scatenato tutto questo fino all'attentato a Maduro. Fascisti e narcotrafficanti contro la Rivoluzione Bolivariana. Per sottrarsi a tutto questo si prova innanzitutto a legare la moneta alle riserve di petrolio e non al dollaro o l'euro, quindi alla speculazione e gli attacchi dell'imperialismo statunitense e di quello dell'Unione Europea. Guidato da governi di centrosinistra dove il PD è fonte principale.
Ha fatto riferimento alle misure implementare da Maduro in Venezuela per far fronte alla guerra economica e le dure sanzioni statunitensi. Riusciranno queste a risollevare l’economia venezuelana?
Abbiamo la possibilità con delle manovre di uscire fuori dalla tenaglia della speculazione internazionale. Non sarà facile. I provvedimenti presi da Maduro sono quelli giusti. Provvedimenti anti-inflattivi, per la redistribuzione del reddito e delle merci, per rendere il commercio più autodeterminato, legare la moneta alla criptovaluta Petro invece che al dollaro o l'euro. Ma se la speculazione internazionale ti attacca in un momento in cui le rivoluzioni e i paesi progressisti sono una minoranza senza appoggi internazionali, ovviamente diventa difficile trovare una soluzione.
Pertanto a chi afferma, come Casini, che chi vuole le nazionalizzazioni in Italia vuol dire che vuole rendere il paese come il Venezuela, dico che ha ragione. Noi che difendiamo non da tifosi, ma da politici che hanno a cuore le sorti del paese e del popolo, vogliamo processi di nazionalizzazione in Italia proprio come in Venezuela. Perché l'unico modello razionale è quello di democrazia economica a carattere socialista con la pianificazione, e non il cosiddetto liberoscambio che è il regno estremo del profitto.
Intanto continua imperterrita la disinformazione a reti unificate contro il Venezuela.
Approfitto di questa considerazione anche per rispondere a chi ha pubblicato delle foto dove viene mostrato che per acquistare beni di prima necessità come un pollo vi è bisogno di una montagna di denaro, che questa si chiama inflazione. Il problema non è tanto quanto denaro ci vuole per comprare un pollo, ma la capacità d'acquisto. E la capacità d'acquisto è intaccata dalla guerra economica che vuole l'oligarchia venezuelana e le forze reazionarie, imperialiste e delle multinazionali. Addirittura si è speculato contro il Venezuela con il terremoto. In Venezuela vi è stato un sisma di potenza 7,3 che per fortuna non ha prodotto vittime. Ho letto e sentito che si è affermato come il terremoto abbia colpito un paese già ridotto alla fame e piegato a causa della dittatura del governo Maduro. Dove c'è un problema umanitario. Nessuno guarda dentro casa sua.
Appunto. In Italia?
Il nostro governo è molto contraddittorio. Dal punto di vista sociale si propongono le nazionalizzazioni, anche di settori strategici e industrie decotte come l'Ilva. Noi sosteniamo questa nazionalizzazione. Dall'altra parte invece ci sono ministri e forze di governo eversive, non solo sovversive. Che non hanno a cuore le sorti del paese né buone relazioni internazionali. Pensate ad esempio alla nave ferma a Catania dove si stanno commettendo reati contro il diritto internazionale e addirittura la nostra Costituzione. Abbiamo settori di governo che si muovono in chiave anticostituzionale. Se lo facesse un cittadino qualunque sarebbe già accusato e forse già arrestato. Vedete quant'è contraddittoria questa fase. Il problema è scegliere da che parte stare.
Intanto noi de l’AntiDiplomatico insieme ad altri siamo oggetto di una campagna infamante.
L'AntiDiplomatico e riviste storiche del movimento operaio italiano che io difendo come Marx XXI, Socialismo 2000, Contropiano, vengono attaccati e infamati con l'accusa di rossobrunismo, di essere fascisti, perché vogliono le nazionalizzazioni, uscire dall'euro. Io penso che Contropiano, un giornale storico della sinistra di classe come Marx XXI e lo stesso l'AntiDiplomatico dimostrano tutti i giorni da che parte stare.
Noi proponiamo - parlo per me e l’area a cui faccio riferimento - un'uscita dall'euro che non è certo quella di Salvini, Casapound o Alba Dorata. Noi individuiamo nella borghesia transnazionale europea il nemico. Il massacro sociale voluto dai governi di centrodestra e centrosinistra. Noi vogliamo uscire dalla gabbia dell'Unione Europea e dell'Euro da sinistra. Con un'alleanza delle forze popolari, di classe, dell'area mediterranea e non solo per dare uno sviluppo autodeterminato. Se questo significa seguire esempi come Cuba o il Venezuela dicessero quel che vogliono. Noi vogliamo sottrarci alla macchina del profitto dell'Unione Europea e delle multinazionali. Quindi nulla a che fare con l'uscita da destra. Davanti all'imperialismo di Stati Uniti e alla guerra non strizziamo l'occhio a nessuno, ma c'è una nuova geopolitica dove paesi come l'Iran, la Russia, la Cina, il Sudafrica giocano il loro ruolo nello scacchiere internazionale. Nessuno pensa che la Russia di Putin sia l'Unione Sovietica o che la Cina sia il sol dell'avvenire, però dobbiamo tener conto che gli Stati Uniti e l'Unione Europea non hanno più la leadership internazionale perché devono fare i conti con questi paesi. Paesi sotto sanzione ed embargo come il Venezuela e Cuba fanno bene ad avere scambi commerciali con soci, non alleati politici, come i cinesi, i russi, l'India e il Brasile.
Poi per favore non si venga a parlare a noi di antifascismo. La nostra storia politica parla per noi, sin dagli anni '60. Abbiamo dimostrato che uno dei nostri valori primari è l'antifascismo militante. Inoltre tra i fascisti sarebbero da annoverare non solo quelli che utilizzano la simbologia fascista, ma bensì chi si muove e opera da fascista, come alcuni settori del governo. Per cui prima di parlare si guardasse alla contraddizione interna del governo tra i partiti che vogliono le nazionalizzazioni e altri che invece vogliono il razzismo, l'estremismo e il fascismo.
Quale opposizione per questo governo?
Fatemi dire che questo paese non ha opposizione. Perché il PD è il primo colpevole di tutte le leggi liberticide, le privatizzazioni e le concessioni alle multinazionali. Questo è un paese che attualmente è senza governo ed opposizione. L'unica opposizione è quella delle strade, l'opposizione è quella dei pochissimi mass-media liberi e indipendenti, e quella di sindacati come l'USB, dei movimenti sociali e di forze come Potere al Popolo che cercano di organizzarsi e darsi una prospettiva. Una prospettiva che insieme a Eurostop e altri movimenti indichiamo nell’uscita da Euro e NATO, per la creazione di un’ALBA euromediterranea, che abbia come modello l’esperienza latinoamericana. Quindi nazionalizzazioni, sviluppo autodeterminato e democrazia economica a carattere socialista.
Fonte
02/06/2018
“Potere al Popolo deve assumere una posizione più coraggiosa per la rottura dei Trattati europei”
Non intendo fare analisi perché cinque minuti sono pochi e occorre andare al merito delle questioni che oggi dobbiamo discutere. Non faccio analisi anche perché la situazione che ormai tutti abbiamo davanti agli occhi è chiarissima: così come accaduto in Grecia nel 2015 oggi sta accadendo nell’Italia del 2018, anche se, ovviamente, con forze soggettive in campo completamente diverse. Lì c’era il governo di Syriza, qui un possibile governo M5S/Lega. Ma il problema che si è prodotto è il medesimo: la gabbia dei diktat e dei trattati europei si chiude e non vengono concessi spazi di negoziazione. Ma se la gabbia si chiude che conclusioni dobbiamo trarne?
Non solo si profilano problemi di contrasto costituzionale tra i dettami dei trattati istitutivi dell’Unione Europea e la Costituzione repubblicana del nostro paese, ma si palesa uno scenario fin troppo nitido per cui rompere la gabbia dei trattati istitutivi della Ue – e dunque dell’Unione Europea istituita dai trattati, su questo non si sono più giochi di parole – diventa inevitabile per qualsiasi ipotesi alternativa al quadro esistente. Se Potere al Popolo ottenesse il 51% dei voti e mandasse uno di noi a negoziare a Bruxelles con gli apparati della Ue, si troverebbe esattamente di fronte agli stessi problemi della Grecia di Tispras e del governo lega/stellato.
A nostro avviso, come compagni che hanno dato vita alla Piattaforma Eurostop e partecipano convintamente all’esperienza di Potere al Popolo, occorre che Potere al Popolo assuma una posizione più nitida e coraggiosa su tale questione.
La richiesta di rottura unilaterale con l’Unione Europea richiama, per alcuni aspetti, l’elaborazione – del tutto incompresa e osteggiata a sinistra – del “delinking” dell’economista marxista Samir Amin prodotta negli anni ’80, in cui indicava lo sganciamento dal mercato mondiale (e dello sviluppo autocentrato) dei paesi più deboli come unica strada per la sopravvivenza.
Riteniamo che Potere al Popolo non possa attestarsi al di sotto della proposta del “Piano B” che dichiara l’Unione Europea e i suoi trattati irriformabili. Quindi predispone ogni paese alla fuoriuscita, anche unilaterale lì dove si rende possibile, e alla costruzione di una nuova area di integrazione regionale – sganciata dai parametri di Maastricht e dai vincoli introdotti successivamente dalla Ue – che molti, in Francia e non solo, indicano in un’area alternativa euromediterranea, tra l’altro unica soluzione “non coloniale” per una gestione cooperativa e dignitosa del problema emigrazione/immigrazione dalla sponda sud del Mediterraneo e dall’Africa. In tal senso la fuoriuscita dalla Nato e una politica estera di neutralità e non colonialista diventano inevitabili.
Concludo invitando Potere al Popolo ad assumere la campagna per la richiesta di un referendum popolare sui Trattati europei come perno per mettere in primo piano la sovranità popolare e la democrazia sulle decisioni strategiche di un paese.
Dunque Piano B, rottura con la Ue/Eurozona e richiesta di referendum ci consentirebbero di cogliere in pieno le contraddizioni che si stanno manifestando dentro quel pezzo di società che ha affidato al M5S (in misura assai minore alla Lega) il suo voto di protesta contro le oligarchie di Bruxelles e l’arroganza delle elite dominanti. E’ un bel pezzo del nostro blocco sociale che invece di guardare – e trovare – a sinistra le risposte che cerca le ha affidate ad altri.
Intervento di Sergio Cararo al tavolo su “Europa, migrazione, internazionalismo” nell’assemblea nazionale di Potere al Popolo tenutasi a Napoli il 26/27 maggio.
Fonte
Non solo si profilano problemi di contrasto costituzionale tra i dettami dei trattati istitutivi dell’Unione Europea e la Costituzione repubblicana del nostro paese, ma si palesa uno scenario fin troppo nitido per cui rompere la gabbia dei trattati istitutivi della Ue – e dunque dell’Unione Europea istituita dai trattati, su questo non si sono più giochi di parole – diventa inevitabile per qualsiasi ipotesi alternativa al quadro esistente. Se Potere al Popolo ottenesse il 51% dei voti e mandasse uno di noi a negoziare a Bruxelles con gli apparati della Ue, si troverebbe esattamente di fronte agli stessi problemi della Grecia di Tispras e del governo lega/stellato.
A nostro avviso, come compagni che hanno dato vita alla Piattaforma Eurostop e partecipano convintamente all’esperienza di Potere al Popolo, occorre che Potere al Popolo assuma una posizione più nitida e coraggiosa su tale questione.
La richiesta di rottura unilaterale con l’Unione Europea richiama, per alcuni aspetti, l’elaborazione – del tutto incompresa e osteggiata a sinistra – del “delinking” dell’economista marxista Samir Amin prodotta negli anni ’80, in cui indicava lo sganciamento dal mercato mondiale (e dello sviluppo autocentrato) dei paesi più deboli come unica strada per la sopravvivenza.
Riteniamo che Potere al Popolo non possa attestarsi al di sotto della proposta del “Piano B” che dichiara l’Unione Europea e i suoi trattati irriformabili. Quindi predispone ogni paese alla fuoriuscita, anche unilaterale lì dove si rende possibile, e alla costruzione di una nuova area di integrazione regionale – sganciata dai parametri di Maastricht e dai vincoli introdotti successivamente dalla Ue – che molti, in Francia e non solo, indicano in un’area alternativa euromediterranea, tra l’altro unica soluzione “non coloniale” per una gestione cooperativa e dignitosa del problema emigrazione/immigrazione dalla sponda sud del Mediterraneo e dall’Africa. In tal senso la fuoriuscita dalla Nato e una politica estera di neutralità e non colonialista diventano inevitabili.
Concludo invitando Potere al Popolo ad assumere la campagna per la richiesta di un referendum popolare sui Trattati europei come perno per mettere in primo piano la sovranità popolare e la democrazia sulle decisioni strategiche di un paese.
Dunque Piano B, rottura con la Ue/Eurozona e richiesta di referendum ci consentirebbero di cogliere in pieno le contraddizioni che si stanno manifestando dentro quel pezzo di società che ha affidato al M5S (in misura assai minore alla Lega) il suo voto di protesta contro le oligarchie di Bruxelles e l’arroganza delle elite dominanti. E’ un bel pezzo del nostro blocco sociale che invece di guardare – e trovare – a sinistra le risposte che cerca le ha affidate ad altri.
Intervento di Sergio Cararo al tavolo su “Europa, migrazione, internazionalismo” nell’assemblea nazionale di Potere al Popolo tenutasi a Napoli il 26/27 maggio.
Fonte
26/05/2018
Anche in Euskadi si discute dell’exit strategy dall’Unione Europea
A Bilbao e in altri centri dei Paesi Baschi, l’organizzazione Askapena, storica realtà internazionalista del movimento della sinistra indipendentista basca, ha organizzato alcune conferenze pubbliche sul tema della rottura con l’Unione Europea. A questo ciclo di conferenze partecipano anche due compagni della Piattaforma Eurostop italiana.
Ieri a Romo, un quartiere di Getxo, nella zona di Bilbao, in una sala del Centro di Cultura Basco sono accorse una cinquantina di persone, soprattutto giovani, per ascoltare e discutere di un’alternativa reale alla vita sotto l’UE. L’argomento centrale ruotava intorno al fascismo, le sue forme e il suo sviluppo in Europa. C’è stato il racconto della guerra in Donbass da un compagno che l’ha vissuta direttamente, presente nella casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio di 4 anni fa quando venne bruciata dai fascisti e morirono decine di persone. Sono intervenute una compagna dei movimenti femministi e una compagna tedesca della rete di Blockoccupy e i compagni di Eurostop. C’è stato confronto rispetto all’impianto strategico che i popoli in lotta e le organizzazioni popolari devono assumere: l’Europa come spazio politico transnazionale dei movimenti e delle città solidali o rottura della gabbia UE con la prospettiva di creare un’area di solidarietà che si opponga all’imperialismo dei blocchi in competizione? Sia i compagni di Askapena quanto il pubblico hanno potuto notare la differenza qualitativa delle proposte in campo. La proposta della rottura della Ue e dell’area alternativa euromediterranea avanzata da Eurostop ha riscosso indubbiamente molto interesse.
Il giro di conferenze avviene in preparazione di una festa popolare del movimento indipendentista basco il prossimo 2 giugno nel contesto del lancio da parte di Askapena della campagna per l’uscita di Euskal Herria dall’Unione Europea.
Fonte
Ieri a Romo, un quartiere di Getxo, nella zona di Bilbao, in una sala del Centro di Cultura Basco sono accorse una cinquantina di persone, soprattutto giovani, per ascoltare e discutere di un’alternativa reale alla vita sotto l’UE. L’argomento centrale ruotava intorno al fascismo, le sue forme e il suo sviluppo in Europa. C’è stato il racconto della guerra in Donbass da un compagno che l’ha vissuta direttamente, presente nella casa dei sindacati a Odessa il 2 maggio di 4 anni fa quando venne bruciata dai fascisti e morirono decine di persone. Sono intervenute una compagna dei movimenti femministi e una compagna tedesca della rete di Blockoccupy e i compagni di Eurostop. C’è stato confronto rispetto all’impianto strategico che i popoli in lotta e le organizzazioni popolari devono assumere: l’Europa come spazio politico transnazionale dei movimenti e delle città solidali o rottura della gabbia UE con la prospettiva di creare un’area di solidarietà che si opponga all’imperialismo dei blocchi in competizione? Sia i compagni di Askapena quanto il pubblico hanno potuto notare la differenza qualitativa delle proposte in campo. La proposta della rottura della Ue e dell’area alternativa euromediterranea avanzata da Eurostop ha riscosso indubbiamente molto interesse.
Il giro di conferenze avviene in preparazione di una festa popolare del movimento indipendentista basco il prossimo 2 giugno nel contesto del lancio da parte di Askapena della campagna per l’uscita di Euskal Herria dall’Unione Europea.
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