Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/09/2018

“Finalmente dai NO si passa alla proposta”. La vendetta dei Pigs

Un commento di Stefano Zai – Eurostop Parma al libro “PIGS, la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea” di Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola e Rita Martufi presentato domenica a Roma al convegno di Eurostop.

Il testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.

Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, che non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.
“Non da oggi, e non solo tra intellettuali marxisti, è in corso un dibattito sull’opportunità per un’area formata da paesi a struttura economico-sociale simile di realizzare l’”abbandono” o il “distacco” (“delinking”, secondo Samir Amin) da quella che Hosea Jaffe nel 1994 ha chiamato “l’azienda mondo”, identificando con questa un sistema capitalista internazionale fondato su istituzioni e organismi come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, BCE, WTO ecc.

[...] L’attenzione che oggi si registra intorno alla nostra proposta di costruire un’area mediterranea dipende proprio dal fatto che si tratta di una proposta politica che si relaziona con l’autodeterminazione di quei popoli che sono direttamente colpiti dal rafforzamento dell’Unione Europea [...].

La proposta dell’ALBA o Area Euro-Afro-Mediterranea (AR.E.A Medit) parte anche dalla considerazione che è pura retorica fuori contesto storico e socio-economico parlare in unità della classe operaia europea. Oggi il proletario italiano, quello portoghese, spagnolo, greco ed anche tunisino, algerino, egiziano e marocchino, hanno interessi e condizioni di vita completamente differenti da quelle del lavoratore tedesco, svedese, olandese, belga, britannico, che guadagnano un minimo salariale al mese relativamente molto più alto dei lavoratori dei PIIGS, e possono vantare condizioni di vita estremamente più stabili e di benessere completamente differenti dalle nostre. Inoltre, gli europei mediterranei, come pure quelli dell’est europeo, sono considerati “proletari migranti” e cioè concorrenti che possono danneggiare o minimizzare il loro standard di vita.
(nda: chi stesse già partendo con accuse di nazionalismo, si fermi un attimo e continui a leggere l’articolo fino alla fine).

Come si evince dall’estratto, una proposta contestualizzata a pieno nel quadro storico attuale, che guarda e affonda le mani nelle contraddizioni che ci troviamo di fronte, non rincuorandosi nella retorica politica ormai stantia e non reale legata alla costruzione dell’Unione Europea come luogo dei popoli o teorici recuperi democratici di una struttura di “governance”, quella della UE, che invece sta funzionando per come è stata concepita. Le tesi sostenute non sono campate per aria, ma affondano a pieno nella materialità storica in cui ci troviamo a vivere.

Prima fra tutte la necessità della rottura con la “gabbia della UE”, una struttura fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione.

I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio, nell'articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con il crollo del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’”Europa a due velocità”, “centro- periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.

Un ruolo definito dall’ortodossia neoliberale del centro nei confronti dei PIGS – attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei secondi nei confronti dei primi – che dalle tesi del libro incomincia ad essere scalzata con una proposta che guarda al “qui ed ora” dello spazio nazionale (unico spazio nel quale le classi lavoratrici, gli sfruttati, ecc. possono influire nei rapporti di forza in essere, come hanno dimostrato il referendum del 4 dicembre 2016 e le ultime elezioni politiche) e che non si tira indietro di fronte alla non veridicità della sincronicità storica che determinati eventi alternativi possano accadere simultaneamente e con le stesse caratteristiche in differenti paesi, determinando per tutti le medesime condizioni. Ma immediatamente e contestualmente rivolto ad una proposta internazionalista, sia nelle relazioni tra le classi di sfruttati degli altri paesi, sia in relazione alle “bordate” finanziarie e monetarie internazionali di cui come singolo paese si sarebbe bersaglio e da cui difficilmente se ne potrebbe uscirebbe vincitori.
“È utile ribadire che la questione dell’uscita dall’euro e dall’Unione Europea non è da noi concepita in chiave nazionalista, cioè di generica, impropria, inadeguata e dannosa sovranità nazionale ma ha una dimensione immediatamente di classe perché è un passaggio, se storicamente affrontato da una soggettività politica consapevole e capace di svolgervi una funzione, in grado di porre le basi per una inversione dei rapporti di forza lavoro-capitale nel polo imperialista europeo [...]

La creazione dell’euro è stata accompagnata dall’intensificazione del mercato unico e dalla divisione europea del lavoro, andando verso una formazione sociale su scala europea – attualmente, un quarto del PIL dei paesi dell’Europolo viene valutata per mezzo del mercato comune e la specializzazione settoriale intraeuropea si trova in una fase di deindustrializzazione accelerata della periferia dell’area. Nonostante questo processo non sia ancora stato completato, la frammentazione monetaria dell’Euro-zona è una possibilità reale, ciò che non lo è, è tornare a monete nazionali che lungi dal rappresentare una sovranità (monetaria) recuperata, non potrebbero non essere che simboli monetari di territori politicamente ed economicamente frammentati e dipendenti dall’area di influenza del capitale europeo. Se i paesi della periferia europea vogliono riprendere il controllo sull’attività produttiva, lo potranno fare solo in modo congiunto e mediante un processo di rottura con il modello delle finanze private e con lo spazio monetario asimmetrico di adesso. L’uscita dall’euro è una opzione politica più che economica e può essere un passo verso la soluzione dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche, che non sono squilibri finanziari, ma produttivi: una base industriale in declino, uno spreco enorme di forza lavoro, una concentrazione scandalosa della ricchezza e del patrimonio. Però come sfida politica generale, supera il grado di autonomia decisionale di qualsiasi paese danneggiato dalla politica che soggiace al patto originario dell’euro [...]

Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori”
La globalizzazione è ormai finita e ci troviamo in un contesto geopolitico internazionale che ritorna alla “polarizzazione”, nella quale si acuisce lo scontro fra i differenti imperialismi. Ognuno sta giocando la propria partita per accaparrarsi una fetta dell’attuale mondo, posto in cui “il vecchio muore ma il nuovo ancora non può nascere”, ed in tale scontro si va affermando quello tra Stati Uniti e Cina. Scontro imperialistico che non trova più un centro geografico come quello otto-novecentesco, ma che come riportano gli autori si da con le seguenti caratteristiche.
“Il cambiamento più grande nel XXI secolo è proprio la globalizzazione neoliberista. Che è anche un sottoprodotto del dominio anglosassone, in un contesto in cui la mondializzazione è proprio la globalizzazione del neoliberismo della cultura anglosassone, inalterata dai limiti che strette frontiere nazionali impongono alla circolazione di beni e persone e in cui la cultura e la lingua globale, l’inglese, funzionano come un procedimento per estrarre ricchezza immateriale – conoscenza – dal resto del Pianeta; e la finanziarizzazione e il dominio del dollaro nelle transazioni e nelle riserve internazionali attirano rendite finanziarie a beneficio del centro del dominio globale.

[...] a differenza delle rivalità intercapitalistiche precedenti, ora la disputa non è gestita dalle strette frontiere nazionali dei principali competitori; la disputa ora non è per imporre l’uno o l’altro progetto imperiale con un centro geografico delimitato da confini dentro i quali si accede alla cittadinanza dell’impero e al di fuori no. Il nuovo scenario ci porta indietro, in un certo qual modo, al concetto di cittadinanza dell’antica Roma: "ovunque ci sia un cittadino romano, sia presente l’impero”. Per tale ragione, ora, l’area d'influenza della Cina è, prima di tutto ed al di fuori del territorio cinese, la comunità cinese sparsa nel mondo. Questo nuovo scenario, di rivalità comunitarie più che nazionali, è stata ben intesa da una parte della classe politica dei paesi anglosassoni”.
Da qui, ulteriormente, la necessità di creare un’area “Euro-Afro-Mediterranea”, che sia ben riconoscibile e che punti a contrastare ed invertire le tendenze imperialistiche, nonché scalzare le presenti e nuove mire neo-coloniali che producono migliaia e migliaia di immigrati ed emigrati, affermando un progetto nel quale l’autodeterminazione dei popoli è la base per un’alleanza internazionalista che non ricada o scambi l’internazionalismo nel “globalismo borghese”, fatto di genti apolidi che se la prendono sistematicamente con il loro vicino più povero come causa di tutti mali.

Ci troviamo di fronte ad un progetto politico che propone un percorso di costruzione reale, ben piantato nel XXI secolo e soprattutto “affermativo”, perché finalmente ci troviamo di fronte ad una proposta. Sicuramente non esauribile in un solo testo, conscia dei problemi che pone nel progetto, che ha di fronte a sé delle sfide enormi, ma che finalmente propone e che non si fa perimetrare nello spazio politico del campo avversario, limitandosi a dire “No”, ad essere solo “Contro” o “Anti” qualcosa. Questa è l’intuizione fondamentale del libro, ovviamente pariteticamente intrecciata dal rigore scientifico della proposta stessa, analisi e dati. Lo smarcamento, nell’affermazione del progetto, per la definizione di un campo differente da quello del nemico. Il blocco sociale, se lo vogliamo definire così, a cui dobbiamo guardare e che fino ad ora solo elettoralmente ha espresso la propria rabbia per le condizioni di vita in cui si trova a dover galleggiare, ha scaricato definitivamente nel passato le élite neoliberali di centro-destra ma anche ed egualmente quelle euro-riformiste ed eurocentriche della sinistra neoliberale, ma indirettamente ha dato un segnale che non può non essere colto da tutti quei movimenti politici e sociali antagonisti che si adoperano per un cambiamento: “non ci bastano i no, perché con quelli non si mangia, occorrono progetti e proposte”.

Starà a quelli che si vogliono adoperare per un reale cambiamento mostrargli che ciò che si propone è valevole della loro attenzione perché prende realmente in considerazioni le reali condizioni di vita in cui si trovano e al contempo smonta l’ideologia della paura in cui annegano per dirgli che un percorso alternativo si può fare, non è indolore, certo, ma non è la fine della Storia come ci vogliono raccontare e che fuori dalla gabbia della Ue non c’è il nulla dello spazio siderale.

La proposta Euro-Afro-Mediterranea va in questa direzione e lo fa considerando l’aspetto economico-produttivo, quello monetario e quello geopolitico, appunto decostruendo lo spauracchio del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato.

Tra le sfide e le innumerevoli difficoltà che si trovano di fronte ad un progetto di questo tipo vi è anche quella ideologico-culturale e non solo economico-strutturale. Occorre, anche da questo punto di vista, trovare quel denominatore comune che unisca popolazioni che hanno storia e cultura profondamente ed innegabilmente differenti. Sottopelle al testo si percepisce che la risposta sta nel “mare nostrum” e nel prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”, quindi chi scrive è convinto che questo non sia un testo con un “The End” ma che termini con un “Continua...”.

Fonte

“Uscire dall’euro per rompere con la divisione del lavoro imperialista europea”

di Joaquìm Arriola, economista, docente dell’Università del Pais Vasco. Coautore di “Pigs. La vendetta dei maiali”. Relazione al convegno di Eurostop sulla presentazione del libro.

Alla fine del XX Secolo l’Unione Europea contribuiva a circa il 25% delle esportazioni mondiali di prodotti industriali, se si fa riferimento al commercio è tra gli stessi paesi dell’UE e tale percentuale è salita fino al 45%.

Parallelamente all’avvio dell’euro, l’emergere della Cina nel commercio di prodotti manifatturieri ha ridotto il peso delle esportazioni comunitarie, che hanno perso circa 5 punti percentuali. Successivamente, la crisi finanziaria del 2008 ha accelerato la crisi industriale in Europa, cosicché la presenza di prodotti industriali europei nel commercio mondiale è scesa al 18% nel 2016. Ma questa caduta congiunta nasconde profonde differenze nella composizione del settore industriale tra i paesi europei.

Quando la Spagna ha aderito all’UE nel 1986, tutti i paesi partner avevano un settore industriale manifatturiero con un peso simile o superiore al 20%, ad eccezione della Danimarca, della Francia, della Grecia e del Portogallo. Oggi gli unici che mantengono un peso superiore a un quinto del valore della produzione annuale sono la Germania e l’Irlanda, seguiti dai paesi che compongono l’officina di subappalto e quartier generale delle succursali di produzione a basso costo dell’industria tedesca: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia.

I paesi dell’UE15 (ovvero i paesi membri prima dell’espansione nell’est Europa) sono passati da possedere un peso del settore manifatturiero del 21% del PIL nel 1986 al 14% nel 2016. In Italia, l’evoluzione è stata coerente con il suo ruolo nella nuova periferia deindustrializzata dell’Europa meridionale: nel 1986 il 22% del PIL è stato generato dall’industria ed è rimasto al 20% fino al 1996. Nel 2006 è sceso al 16% e dieci anni dopo rappresenta appena il 14% del PIL.

La conseguenza è chiara: l’Italia è passata dal possedere il 16% delle esportazioni di prodotti manifatturieri nei paesi dell’Eurozona a circa il 12%, oggi. Ma la quota delle esportazioni industriali è diminuita negli stessi anni dal 10% al 5%. Al contrario, nonostante la comparsa di nuovi concorrenti asiatici nel mercato europeo, la quota della Germania è rimasta stabile al 15% -16%.

È sufficiente analizzare le proposte della Commissione Europea per una politica industriale o il piano per completare l’Unione dell’Energia, l’Unione per la Sicurezza, l’Unione dei Mercati dei Capitali, l’Unione Bancaria e un Mercato Unico Digitale, per capire che se un paese o una regione della comunità vuole proteggere e sviluppare la sua attività industriale, a meno che non abbia un’industria militare di una certa dimensione, non può aspettarsi nulla dalle iniziative della comunità. E, al contrario, la rete di ostacoli che la legislazione comunitaria stabilisce contro un obiettivo del genere impedisce effettivamente qualsiasi seria iniziativa di sviluppo produttivo dell’industria nazionale nella periferia europea, condannata a essere sempre più il laboratorio di riparazione e fornitura di pezzi (l’est) e la riserva agricola e di servizi turistici (il sud).

La politica di aggiustamento permanente stabilita nell’UE come politica unica, rappresenta un problema politico enorme per qualsiasi forza che non sia necessariamente rivoluzionaria, ma semplicemente riformista, che, senza mettere in discussione il quadro dell’accumulazione capitalista, vuole migliorare le condizioni d'inserimento del proprio paese nella divisione del lavoro internazionale ed europea. Questo perché è una politica che, lungi dal tentare di risolvere il problema dell’indebitamento pubblico e privato, mira solo a renderla “sostenibile”, cioè a impedire che raggiunga un livello tale da mettere a repentaglio la valorizzazione del capitale.

Di questo non si parla nelle proposte che sono sul tavolo dei capi di governo europei, come non si parla dell’effetto più pernicioso della moneta unica, che non ha nulla a che fare con lo squilibrio fiscale o finanziario, ma con il fatto che consente a un’economia fortemente esportatrice (Germania) di vendere a buon mercato (rispetto al tasso di cambio che avrebbe una valuta nazionale tedesca) e costringe a vendere prodotti costosi a paesi con strutture produttive fortemente importatrici (inoltre in una valuta rivalutata).

Quindi l’unica opportunità rimasta a paesi come la Spagna, il Portogallo o l’Italia – e talvolta anche la Francia – per riequilibrare il proprio conto estero è... salari più bassi. “Condannati per sempre”, perché la riduzione salariale è il miglior modo per far sì che investimenti inefficienti in termini internazionali ottengano guadagni nello spazio nazionale, cioè per accumulo e concentrazione di capitale in settori a bassa produttività.

L’importanza del commercio estero e dei tassi di cambio non può essere sottovalutata in un contesto di guerra commerciale globale come quello che sta iniziando a essere progettato. Se la guerra è un modo di fare politica con altri mezzi, l’annuncio di una guerra commerciale è anche un altro mezzo per fare politica. Resta da sapere quali siano gli obiettivi politici perseguiti dal promotore dello scontro: il governo degli Stati Uniti.

Se oltre un terzo delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono prodotti elettrici, computer, telefoni e apparecchiature elettroniche, un terzo delle esportazioni statunitensi verso la Cina sono cibo e materie prime.

Il commercio tra i due paesi è sempre più simile all’idea canonica di commercio tra un paese sviluppato che vende prodotti industriali e uno sottosviluppato che fornisce in cambio materie prime. Questa idea di specializzazione commerciale tuttavia è un errore – i principali esportatori di cibo del mondo sono per lo più paesi sviluppati – ed è in realtà sintomo di un esaurimento del cambiamento tecnologico negli Stati Uniti, che si traduce in una crescente specializzazione nella vendita di prodotti a bassa tecnologia.

La Cina è passata, negli ultimi venti anni, da esportare otto a esportare nove su dieci euro sotto forma di prodotti industriali, l’UE mantiene la stessa percentuale (otto su dieci euro), invece gli Stati Uniti hanno ridotto il peso dei prodotti manifatturieri nelle loro esportazioni di cinque punti, quindi a meno del 70%. Per ogni dollaro che la Cina esporta nel resto del mondo in prodotti high-tech realizzati da lavoratori altamente qualificati, gli Stati Uniti vendono solo sessanta centesimi e l’UE, fuori dal suo territorio, ottanta centesimi.

Il “concorrente” attuale è, essenzialmente, la Cina, dal momento che questo paese è quello che manifesta maggiormente la costante storica secondo cui quando una potenza raggiunge una posizione di dominio economico globale, il livello di vita dei suoi lavoratori presenta una crescita sostenuta. Pertanto, i salari dei lavoratori industriali cinesi sono cresciuti per oltre un decennio proporzionalmente di più all’aumento del PIL e molti milioni di persone sono già entrati nella società dei consumi del capitalismo sviluppato.

Oggi il massimo esponente dell’economia amministrata non sono gli Stati Uniti, ma la Cina.

Insieme alla Cina però, anche la Germania, controllando la nuova Europa germanizzata, quella del protezionismo agrario, si presenta come un difensore globale del libero scambio, sbandierando le teorie degli economisti anglosassoni per giustificarlo. La divisione europea del lavoro, con la formazione di periferie interne perfettamente delimitate, consente al capitale industriale tedesco di svolgere un ruolo sempre più autonomo nei confronti degli Stati Uniti.

La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive.

La novità che Trump presenta è che, per la prima volta, si ricorre a misure che implicano un riconoscimento esplicito del cambiamento d’epoca; applicare il protezionismo industriale come un nuovo strumento di politica di sviluppo e sostenerlo, non è implementato per portare avanti una concorrenza sleale (dumping o prezzi sovvenzionati) ma per la sicurezza nazionale e si collega la politica commerciale alla politica della guerra.

Pertanto, riferirsi alla situazione attuale con il termine di “guerra commerciale”, presente o potenziale, non coglie adeguatamente la sfida posta: il commercio infatti non è l’obiettivo strategico dell’azione intrapresa dall’amministrazione Trump, ma è piuttosto una parte di una strategia più ampia di rafforzamento della predominanza militare, attuata garantendosi il controllo delle materie prime di base per lo sviluppo del suo armamento.

Questa fase del processo potrebbe finire per forzare un accordo commerciale in base al quale la Cina, che ha un sistema commerciale amministrato, possa consumare più prodotti americani, riducendo così l’enorme squilibrio commerciale tra i due paesi, che dal 2012 supera i 250 miliardi di dollari annuali. La mossa successiva in questa fase, quindi, è cercare di limitare il campo di manovra commerciale cinese negli altri mercati di approvvigionamento. Un'azione iniziata qualche anno fa in Africa e che l’amministrazione statunitense sta estendendo all’America Latina.

In ogni caso, la reazione non si è fatta attendere e non è consistita tanto nell’istituzione di tariffe su varie materie prime e sulle carni importate dagli Stati Uniti, misure puramente difensive, quanto sull’azione in un altro fronte, finanziario-monetario, con la decisione di accelerare il processo di globalizzazione della moneta cinese, decidendo di pagare il petrolio in yuan e non più in dollari. Se lo scambio libero è entrato in “modalità pausa”, il sistema finanziario e monetario sta per subire un cambio di sistema operativo.

L’euro, in questo contesto, agisce solo come neomoneta tedesca, senza che il ruolo istituzionale che l’UE (cioè la Germania) vuole assumere, necessariamente in conflitto con le istituzioni legate agli Stati Uniti – il FMI e il dollaro – sia ancora delineato.

Ciò che i popoli dell’Europa meridionale e orientale devono considerare è se vogliono continuare a svolgere un ruolo subordinato agli interessi del grande capitale tedesco e globale, o se sono disposti ad assumersi i rischi della libertà.

Fonte

“I paesi della periferia europea hanno bisogno di una moneta diversa dall’euro”

Per tanti anni i pagamenti internazionali si sono effettuati prevalentemente mediante il trasferimento di dollari tra le banche private. Nonostante il dollaro non fosse già più ufficialmente oro, e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad essere la moneta internazionale di riferimento nonostante avesse perso molto del suo valore, nei suoi peggiori momenti di crisi. Ci sono autori che danno conto di questo deprezzamento verificatosi durante gli anni '70, nel contesto della cosiddetta prima crisi del petrolio, poi dell’energia e industriale, e infine economica, con la volontà dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il saldo commerciale estero statunitense, ripetutamente in rosso dal 1970.

Evoluzione negli ultimi 30 anni delle riserve monetarie globali.


Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.

Da quest’altro grafico si evince inoltre che negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa 4 abbiano subito una drastica riduzione del peso dell’industria in percentuale al PIL. Al contrario i Bric, nonostante un punto di flesso tra il 1995 e il 2005, che è comunque superiore alle percentuali degli altri paesi, registrano un notevole aumento.


Possiamo notare come, in Giappone e nell’Europa 4, ovvero i 4 motori industriali dell’Europa (un gruppo di cooperazione interregionale formato da Lombardia, Catalogna, Baden-Wurttemberg e il Rodano Alpi, Fonte: commissione europea), il valore aggiunto dell’industria mantenga un andamento costante con un punto di flesso nel 2008, mentre negli Stati Uniti sia notevolmente più elevato, ma con un punto di flesso maggiore. I Bric invece fanno registrare una crescita esponenziale dal 1988 che risente solo lievemente della crisi (rallenta la crescita infatti, ma non si interrompe come negli altri paesi).


A partire dall’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, abbiamo assistito a un rigenerato interventismo statale in tutti i paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produzione e dell’occupazione a pieno salario e pieni diritti nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario. Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno al sistema bancario, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista.

Evoluzione della composizione totale delle riserve monetarie


Nel 2010 le riserve mondiali erano composte per il 41,9% da dollari, il 37,4% da euro, il 9,4% da yen e il 11,3% da sterline. Come possiamo notare nel 2015 tutte queste valute subiscono una contrazione dovuta all’inserimento come valuta di riserva mondiale dello Yuan Cinese (Renminbi).

Se infine si applica la stessa moneta a paesi in cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’esportazione e a paesi strutturalmente importatori, la politica monetaria non è in grado di conciliare le priorità di alcuni (che necessitano di una moneta stabile così da avere accumulazione a lungo termine basata sull’esportazione) e di altri (che hanno bisogno di svalutazioni periodiche per facilitare l’aggiustamento interno). Quindi, la politica applicata difenderà gli interessi dei più forti, in questo caso dei paesi esportatori dell’Europa centrale (Germania e i suoi satelliti occidentali: Finlandia, Olanda, Austria e Belgio), rispetto a quelli dei paesi deboli della periferia mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, PIGS).


In questo grafico possiamo notare come attualmente la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale abbia un indice di produzione industriale al di sotto della media europea. Solo la Germania si trova nettamente al di sopra, mentre la Francia, pur avendo un valore minore, si avvicina alla media. Spagna, Italia e Grecia si trovano rispettivamente agli ultimi 3 posti.

La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive. Il neoliberismo è in un certo senso una procedura per cercare di prolungare nel tempo quella posizione di vantaggio ereditata dalla seconda fase della rivoluzione industriale, innanzitutto attraverso il controllo globale della finanza e della valuta mondiale, per ottenere la cattura di rendite finanziarie che compensano diminuzione dei profitti degli Stati Uniti sotto forma di eccedenze produttive.

La Germania ha trasformato la crisi bancaria in una crisi del debito pubblico, costringendo a utilizzare le tasse pubbliche per ripulire e riossigenare il sistema finanziario privato. Si è così assicurata che le entrate pubbliche delle tasse, in primis quelle gravanti sul fattore lavoro, pagassero i debiti commerciali con le banche tedesche, a costo di ridurre i servizi pubblici, le pensioni, l’occupazione e gli investimenti nei paesi del Sud Europa. Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.

Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavoratori.

Si può quindi dire che l’unificazione della politica monetaria per la messa in marcia dell’Euro sia servita a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona e a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro. Ne segue che i PIGS diventano sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomesse a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.

Si invertono, così, i comportamenti e il ruolo del ciclo espansivo keynesiano.

Paesi come quelli dell’ALBA, perfino la Cina, subiscono gli effetti del disordine contribuendo inavvertitamente e involontariamente ad alimentare il Capitale Fittizio Internazionale (XenoCapitale secondo Autori come Schmitt), fonte inesauribile di speculazione destabilizzante nei mercati internazionali.

Nel 2008, con entrata in vigore nel 2010, in America Latina è stato creato il SUCRE (Sistema Único de Compensación Regional), che introduce una moneta di conto che consente di realizzare gli scambi all’interno dell’area di riferimento senza utilizzare il dollaro.

Si tratta di una moneta virtuale, che non è previsto circoli in forma fisica. Si tratta di un meccanismo compensatorio per l’integrazione economica regionale, un sistema di pagamento che si basa sui valori politico sociali, e non finanziari della complementarietà, reciprocità, cooperazione e solidarietà, con l’obiettivo di sfruttare le risorse dei diversi paesi per attenuare gli squilibri esistenti.

Dall’introduzione nel 2009 del sistema Bitcoin, l’uso delle criptomonete si è esteso enormemente su scala globale anche grazie alla sicurezza delle transazioni e alla facilità di utilizzo.

Il PETRO venezuelano si inserisce infatti in una tendenza globale che nel 2017 ha visto Russia e Cina grandi protagoniste nella costruzione di una architettura di pagamenti, investimenti e scambi commerciali a livello regionale, verso un sistema multimonetario basato sulla triade petrolio/yuan/oro. Anche l’Iran sta progettando l’adozione di una moneta digitale realizzata con la tecnologia Blockchain. In generale, la diffusione su scala globale di monete sganciate dal dollaro come mezzi di scambio, accelera la decadenza del dollaro come divisa egemonica per il commercio estero e come mezzo per applicare sanzioni e blocchi finanziari ai danni dei paesi avversari.

Ciò che qui ci interessa è proprio la sperimentazione di progetti di politica monetaria a chiaro connotato antimperialista e di protezionismo solidale di classe, che si realizzano all’interno dei processi di transizione reali perché possibili, come quello dell’ALBA. Una transizione nell’Area Euromediterranea acquisirebbe necessariamente caratteristiche molto differenti perché differenti sono le condizioni; ma uguale sarebbe la necessità di adottare anche strumenti di politica monetaria, monete di compensazione per gli scambi commerciali, per evitare di essere “strozzati” dal grande capitale finanziario.

L’esperienza incoraggiante dell’uso del SUCRE indica quanto accertato dall’iniziativa e segna la strada sulla quale il piano per la creazione dell’Ufficio Centrale Bolivariano dei Pagamenti Internazionali (in lingua originale OCBPI ) permette di avanzare.

Un protezionismo solidale per una politica industriale di recupero delle capacità al servizio del popolo

Il problema rappresentato dall’Euro e dall’architettura finanziaria dell’Eurozona, impostata sul mantenimento dell’aggiustamento perenne, viene aggravato dall’assenza di una politica di impulso espansivo dell’economia, impensabile con i trattati comunitari vigenti, che interpretano quasi tutta la politica espansiva come interventismo nefasto del mercato nel paradiso idilliaco dell’assegnazione privata delle risorse.

A livello internazionale sempre più si affermano politiche protezionistiche e ideologie nazionaliste insieme al generalizzato e auspicato aumento della spesa militare.

La “guerra dei dazi”, divenuta esplicita a inizio 2018 e che fa esplodere il vertice G7 in Canada di giugno 2018, manifesta chiaramente questo aumento della tensione internazionale e della tendenza al protezionismo.

I paesi della periferia Europea hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario alternativo all’Euro e alla globalizzazione. Però non si può concepire un sistema del genere in un mercato unico neoliberista come è stato fatto nei Trattati Europei. Le regole di funzionamento di tale mercato impediscono una soluzione che dia stabilità al processo di accumulazione, per lo meno nel senso in cui si concepisce la “stabilità” nel capitalismo, ossia un periodo relativamente lungo di crescita in cui si incatenano cicli successivi di espansione e contrazione economica.

Quindi è la stessa pratica contro la finanza dell’impero che dimostra che proporre una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa possibile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea, che di stabilire un blocco politico-industriale propenso ad un modello di accumulazione favorevole per i lavoratori. La nuova moneta comune può essere negoziata sia all’interno che all’esterno della UE; forse, così, ci sarà una gestione ordinata della transizione produttiva, la rottura della UE, l’uscita monetaria con una equilibrata gestione dei flussi finanziari.

Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo, su questo non ci siano dilazioni, si rinomini il debito esterno ed interno con la nuova moneta SUCRE MEDITERRANEO, al tasso di cambio che i governi considerano più appropriato. Ovviamente questo rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari Europei sono i proprietari della maggior parte del debito della periferia mediterranea.

La nuova moneta comune o SUCRE MEDITERRANEO, si potrebbe negoziare sia dentro che fuori dell’Unione Europea, cosa che di per sé permetterebbe una gestione più ordinata della transizione produttiva.

L’uscita dall’Euro dovrebbe svilupparsi in modo concertato perché tra i paesi della periferia mediterranea, a nostro parere esistono quattro momenti intimamente vincolati, senza i quali il processo potrebbe risultare un fallimento. Sono i seguenti:

• stabilire un “simbolo monetario”, anche inizialmente virtuale – cripto moneta- moneta di conto e compensativa, comune all’Area Euromediterranea;

• ridenominazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica al tipo di cambio ufficiale che verrà stabilito;

• rifiuto di una parte del debito ed esigenza di una rinegoziazione dello stesso o in casi di forte dipendenza dal sistema bancario un azzeramento totale;

• nazionalizzazione delle banche e regolamentazione stretta (compresa la proibizione temporale) della fuoriuscita dei capitali.

L’idea di abbandonare la UE e uscire dall’Euro deve prevedere una fase di passaggio con l’utilizzo di una “moneta della transizione nazionale” (una sorta di ITALSUCRE Mediterraneo, richiamandosi in qualche modo anche simbolicamente nel nome alla moneta virtuale di compensazione SUCRE dell’Alleanza ALBA di Nuestra America); per poter essere considerata un’alternativa per i paesi della periferia mediterranea, bisogna evitare la debolezza di tale moneta di fronte al capitale finanziario globale, permettendo così processi di regolazione efficaci del ciclo e del cambio strutturale di questi paesi.

Il cambio della moneta non porta in sé nessun tipo di avanzamento nella correlazione delle forze a favore dei lavoratori; anzi, è il contrario. Per tale ragione, il cambio di moneta necessita allo stesso tempo – così non ci saranno ritardi – della ridenominazione del debito estero e interno nella nuova moneta, con il tasso di cambio che i governi considerano più appropriato e del ripudio di una parte sostanziale del debito, infliggendo così un costo elevato alla classe dei rentisti.

Con un’impostazione e con principi di classe, va rilanciato e rafforzato il progetto che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA Euromediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario Euromediterraneo, che guarda con grande simpatia politica e di alternativa economico-sociale in chiave antimperialista all’ALBA dell’America Latina. Un processo politico di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il SUCRE, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.

È evidente che l’uso di monete sganciate dai circuiti finanziari egemonizzati dai poli imperialisti rappresenti un importante segnale di rottura – e infatti non manca una certa isteria da parte delle grandi potenze, che pongono in essere una forma sottile ma non meno pervasiva di terrorismo tramite continui attacchi mediatici – nonché un passaggio importante per rompere l’isolamento che le sanzioni favoriscono e trovare canali alternativi, aggirare i blocchi e lavorare alla costruzione di una nuova architettura finanziaria.

Si tratta realmente di un passo importante in direzione della costruzione di un nuovo paradigma per il commercio internazionale al di fuori dei circuiti finanziari egemonizzati dalle grandi potenze imperialiste; la sfida è grande tanto quanto la risposta che è possibile attendersi dai “giganti” minacciati nella loro supremazia.

Riteniamo che l’Area Euromediterranea sia una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico di influenza mondiale, con un progetto di rottura con il capitale globale, sia per ragioni politiche che economiche.

Costruire una area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee è una alternativa possibile per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa a carattere socialista, anche in una fase di transizione possibile.

(relazione al convegno di presentazione di “Pigs. La vendetta dei maiali”)

Fonte

11/09/2018

Pigs. È l’ora della “vendetta dei maiali”

“Noi siamo roba del Sud... non abbiamo nulla a che fare con la Mitteleuropa, scusi sa, noi abbiamo un’anima”, lo Zoppo della lotteria, personaggio di uno dei libri che Tabucchi ha materializzato in Portogallo, sintetizza così un senso comune oggi crescente in quei paesi della periferia europea (i Pigs), in cui la sbornia europeista degli scorsi decenni si è ormai frantumata davanti ai pesantissimi costi sociali imposti da una UE che risponde solo agli interessi di banche, multinazionali e classi dominanti.

Eh sì, perché nei paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), e non solo, la voglia di vendetta contro Bruxelles e Berlino e i loro diktat è venuta crescendo negli anni. Al momento solo in Italia ha affidato questa “vendetta” ad un voto che ha premiato una forza reazionaria come la Lega e una forza intermittente/interclassista come il M5S. Negli altri paesi Pigs le cose stanno diversamente, così come in Francia. Ed è tempo non solo di porsi le domande sul perchè ma anche di cominciare a dare risposte.

Alla “vendetta dei maiali” cioè dei Pigs, è dedicato l’omonimo libro uscito in questi giorni per conto della Piattaforma Eurostop e curato dagli economisti Luciano Vasapollo, Rita Martufi e Joaquim Arriola. Un libro di 236 pagine in una comoda versione “pocket” delle edizioni Efesto, che recita nel sottotitolo “Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla Ue e dall’euro, costruire l’area euromediterranea". L’elaborazione originaria degli autori è stata integrata in vari capitoli dalle osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, dando vita ad una sorta di prodotto da intellettuale collettivo.

“Pigs. La vendetta dei maiali” in qualche modo attualizza e dettaglia il volume pubblicato sette anni fa “Il risveglio dei maiali”, un libro scritto a sei mani da Luciano Vasapollo, Martufi, Arriola e che poneva al centro proprio le conseguenze dell’unificazione economica e monetaria europea sui Pigs, i paesi periferici come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.

Il libro in questi anni è stato tradotto in diverse lingue, segnando uno spartiacque nel dibattito politico ed economico della sinistra in Europa, in quanto affermava una tesi dirompente, anzi una rottura del quadro esistente – l’Unione Europea/Eurozona – come presupposto per rimettere in moto un processo di emancipazione politica, economica e sociale che vedesse protagonisti i movimenti sociali, sindacali e popolari dell’area euromediterranea. Come? Puntando a uscire dall’Unione Europea/Eurozona, nazionalizzando le banche e le aziende strategiche, creando una propria moneta di scambio e costruendo una nuova e diversa area di integrazione regionale su parametri opposti a quelli ordoliberisti dei trattati istitutivi dell’Unione Europea. Veniva in qualche modo evocata l’esperienza dell’Alba latinoamericana (oggi sotto durissimo attacco da parte degli Usa) come esperienza fattuale di integrazione regionale sganciata dai diktat dell’imperialismo, del Fmi e dei mercati finanziari.

Questa tesi dello “sganciamento” è stata una delle elaborazioni più importanti – e meno comprese anzi osteggiate dalla sinistra europea – dell’economista marxista franco-egiziano Samir Amin recentemente scomparso, una elaborazione ben riconoscibile in quella degli autori del “Il risveglio dei maiali” ed ora del nuovo “Pigs. La vendetta dei maiali” uscito in questi giorni.

La materia del libro è entrata di prepotenza nell’agenda politica. Costrette dai fatti, molte delle forze della sinistra europea, sono arrivate alla conclusione che l’Unione Europea è irriformabile, alcune continuano il refrain sulla revisione o la modifica dei Trattati europei ben sapendo di evocare una indicazione destinata alla sconfitta. Ma è sulle conclusioni politiche che si va delineando una frattura – o meglio una chiarezza strategica – sulla natura dell’Unione Europea e la necessità di romperla.

Il merito di aver messo la questione sul tavolo va indubbiamente all’esperienza di France Insoumise e di Jean Luc Melenchon con il suo “Piano B”. Una tesi di rottura che ha declinato le sue conseguenze prima con la richiesta di espulsione di Syriza e Tsipras dal Partito della Sinistra Europea (respinta) e poi con l’uscita di France Insoumise dal Pse.

La nettezza di Melenchon ha visto però anche iniziative tese a costruire terreni di convergenza con forze fino ad oggi meno esplicite – o silenti – sul Piano B. Il documento di Lisbona “E ora il popolo”, sottoscritto da France Insoumise, Podemos, Bloco de Esquerda portoghese (in Italia sottoscritto da Potere al Popolo), ha alzato un po’ l’asticella dei contenuti sui quali ingaggiare una battaglia politica, democratica e popolare a tutto campo contro una Unione Europea antipopolare e antidemocratica. Ma c’è ancora parecchia strada da fare, anche perché si avvicina la scadenza delle elezioni europee di maggio 2019.

L’ipotesi di costruire un’area alternativa euromediterranea come soluzione alla fuoriuscita dall’Unione Europea e dall’Eurozona (e dalla Nato), è ormai andata oltre un dibattito accademico e tra economisti per diventare una opzione politica su cui lavorare. La Piattaforma Eurostop, ormai al suo secondo anno di esistenza, presenterà questa opzione con un convegno a Roma domenica 16 settembre, il giorno successivo alla sua assemblea annuale che discuterà invece il come agire dentro la situazione politica del paese.

Il 16 dicembre verrà presentato il libro “Pigs. La vendetta dei maiali” ma sarà anche l’occasione per aprire un confronto di merito su tutti gli aspetti economici, monetari, politici e geopolitici di una ipotesi alternativa al quadro esistente e ritenuto immodificabile.

Preparare e organizzare la “vendetta dei maiali” e una fuoriuscita di segno progressista, anticolonialista e popolare dalla gabbia dell’Unione Europea, sta diventando sempre più urgente. Per combattere e battere concretamente la falsa polarizzazione tra euroliberali ed euronazionalisti su cui le classi dominanti vorrebbero chiudere il quadro e mantenere la loro egemonia sui lavoratori e i popoli europei e del Mediterraneo.

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