Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Bonus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bonus. Mostra tutti i post

22/10/2024

Calano le nascite, il governo gioca col “bonus”

Su molti temi decisivi il governo Meloni dimostra d’essere in qualche misura vero erede del Mussolini imbroglione, quello che per impressionare l’Ospite (Hitler) faceva piazzare fondali di cartone per rendere più magnificente il panorama romano.

Potremmo parlare del tassare le banche (finita con un prestito), oppure dell’aumentare i salari (con la partita di giro della riduzione del cuneo fiscale). Ma nulla come la “crisi della natalità” dimostra che le misure governative sono solo chiacchiere e distintivo.

Gli ultimi dati sulle nuove nascite confermano un tragico andamento in atto da 60 anni (il “boom” risale ormai al 1964, con un milione e 35mila neonati). Nel 2023 i nuovi nati sono stati appena 372.820, 13mila in meno rispetto al 2022.

È matematico che un paese il cui ricambio della popolazione diminuisce di oltre il 60%, senza peraltro che si intraveda un’inversione di tendenza, nonostante i numeri non piccoli dell’immigrazione, non ha futuro. perché non sostituire le braccia e i cervelli che fisiologicamente debbono passare il testimone a qualcun altro.

Il governo si pavoneggia con il suo “bonus bebè”, 1.000 euro per ogni nuovo neonato. O meglio. Per quelle coppie che rientrano nella soglia Isee di 40 mila euro, con tutta la solita serie di “eccezioni” che rendono l’accesso al bonus una corsa ad ostacoli.

Anche i giornalisti de IlSole24Ore – il giornale di Confindustria – hanno dovuto ammettere che questa misura probabilmente non farà nascere neanche un bambino in più...

Perché, semplicemente, non sfiora neanche le cause reali del calo delle nascite.

Proviamo a citare almeno le ragioni principali.

In primo luogo quelle fisiologiche. Nelle generazioni in età riproduttiva (15-50 anni) va diminuendo la fertitilità, sia maschile che femminile. Patologie come le disfunzioni erettili o l’oligo-tanato-spermia (tra i maschi), o l’endometriosi e i danni all’utero da papillomavirus (tra le donne) sono in costante espansione.

Le cause scatenanti risiedono probabilmente nell’aumento dell’inquinamento e nell’uso di pesticidi-conservanti nella produzione alimentare, ma non ce n’è ancora la certezza scientifica perché – tra l’altro – i finanziamenti pubblici alla ricerca sono anch’essi in costante diminuzione.

In ogni caso, abbiamo avuto governi che riconoscevano l’esistenza di problemi ambientali, ma poi non facevano nulla nel timore di disturbare le imprese (quelli di centrosinistra); oppure governi che semplicemente negano che esista una serio cambiamento climatico e un inquinamento ormai letale (quelli di centrodestra). Il risultato, com’è ovvio, non cambia...

Poi ci sono gli ostacoli economici alla natalità. È persino inutile ricordare che proprio i giovani in età fertile sono quelli più penalizzati – nell’insieme – sul piano contrattuale e salariale. Coppie con contratti precari e salari bassi devono misurare con particolare attenzione ogni voce di spesa. E fare un figlio – anche soltanto uno, che è già la metà di quel che sarebbe auspicabile per garantire il “ricambio” – significa aprire una voragine nel bilancio familiare.

Quest’ultimo infatti deve certamente comprendere l’affitto o il mutuo per la casa di abitazione, le bollette per le utenze e uno o due mezzi di locomozione per andare al lavoro e il tempo libero. Sommate le varie voci di spesa nella vostra vita quotidiana e verificate da soli che già così si arriva quasi al limite del reddito disponibile, anche facendo una spesa alimentare molto accorta.

Del resto non esiste più da decenni una edilizia popolare a basso costo, né tanto meno una politica dell’abitare in grado di garantire un tetto a chi non si può permettere l’acquisto o un affitto gonfiato da fenomeni come l’overtourism. Anzi, i governi si preoccupano soprattutto di punire con pene sempre più pesanti anche forme di difesa come le occupazioni...

Ma un figlio richiede:

– pannolini in quantità industriale (anche per oltre 200 euro al mese);

– spese mediche supplementari e indispensabili (anche perché la sanità pubblica viene progressivamente ridotta ai minimi termini);

– alimentazione dedicata (latte in polvere, omogenizzati, ecc.);

– rette pesanti per l’asilo fino ai tre anni e poi le normali tasse scolastiche;

– eventuale ricorso al sitteraggio (a meno di non poter contare su nonni disponibili in un raggio accettabile di chilometri);

– eventuali iscrizioni a corsi o attività ludico-sportive (e materiali relativi).

È chiaro che servirebbe una rete di asili pubblici a bassissimo costo, così da permettere ai genitori – ma anche e soprattutto alle madri single – di andare a lavorare. Ma di questo non c’è più traccia da decenni. Anzi, si è fatto di tutto per favorire “i privati”, con costi crescenti.

Servirebbero ovviamente salari decenti, sufficienti a far fronte a impegni crescenti. Servirebbe sicurezza contrattuale a lungo termine, perché un figlio ha bisogno di tutto almeno fino ai 20 anni e anche oltre.

Di fronte a tutto ciò cosa rappresentano 1.000 euro una tantum? Forse quattro o cinque mesi di pannolini. Un fondalino di cartoncino, anche un po’ maleodorante...

Fonte

24/07/2023

Meloni, il governo della repressione di lavoratori e poveri

Nei roventi giorni dell’estate che scorre le vicende politiche e sociali del nostro paese continuano ad assumere tinte sempre più fosche ed il governo italiano non perde occasione per mostrare in modo sempre più ostentato la propria natura reazionaria e autoritaria.
 
Alla fine della scorsa settimana, il 13 e 14 luglio, doveva avere luogo lo sciopero congiunto dei lavoratori di Trenitalia e Italo. Allo stesso tempo, il 15 luglio doveva avere luogo quello dei lavoratori del trasporto aereo, in particolare per i dipendenti di ITA.

“Doveva avere” ma non “ha avuto”, o almeno non nelle forme definite e annunciate. Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, infatti, tra una sparata e l’altra sul fantomatico ponte sullo stretto ha deciso di precettare i lavoratori del settore ferroviario firmando un’ordinanza che comandava la fine dello sciopero alle ore 15:00 del giorno 13 luglio. Un’ordinanza che di fatto ha dimezzato la durata dello sciopero stesso, che inizialmente si avvicinava alla soglia massima delle 24 ore. La deriva sempre più autoritaria e reazionaria di questo governo è ancora più esemplificata dai modi in cui tutto ciò è avvenuto. Infatti, per quanto il governo possa per legge vietare uno sciopero (legge 146 del 1990) quando legato ai servizi pubblici, la comunicazione del divieto dovrebbe avvenire con almeno un anticipo di 48 ore. Così non è stato in questo caso.

La precettazione può anche avvenire a meno di 48 ore dall’inizio dello sciopero, ma solo e soltanto se sono stati effettuati tentativi di conciliazioni tra le parti. In questa circostanza, per quanto gli scioperi fossero già stati indetti da tre settimane l’8 e il 22 giugno, fino a qualche giorno prima vi era stato un totale immobilismo da parte del Governo. Tutto è cambiato però con la convocazione di una riunione da parte del Ministero con le parti coinvolte mercoledì pomeriggio. Una riunione all’ultimo, da cui, visto il poco preavviso, non è uscito nulla di fatto, ma che ha costituito il cavillo formale che ha consentito al Governo di intervenire d’imperio con la riduzione dell’orario dello sciopero con meno di 48 ore di anticipo.

Appare quindi un evidente atto di forza contro i lavoratori quello che è avvenuto mercoledì pomeriggio, un vero e proprio esercizio di potere per sperimentare con metodo autoritario un ridimensionamento del diritto allo sciopero lanciando al mondo sindacale un chiaro messaggio e creando precedenti per gli anni a venire. Del resto, è stato lo stesso ministro Salvini a dichiararsi “orgoglioso” di aver accorciato uno sciopero nascondendosi dietro alla tutela degli utenti pendolari (falsamente, poiché i pendolari vedevano le loro fasce orarie già protette e una serie di treni garantiti per le loro necessità) o, ancor peggio, dietro ad argomenti pretestuosi e ridicoli come il fatto che “ci sono 35°C”, come se gli scioperi si potessero fare solo in determinate condizioni climatiche. Lasciando peraltro intendere in modo sibillino che i disagi, reali e drammatici, dei pendolari, sperimentati quotidianamente, siano legati alle proteste sindacali e agli scioperi quando è ben noto il livello di cronica carenza, sotto-finanziamento e disorganizzazione gestionale del trasporto pubblico locale soggetto da anni a privatizzazioni e/o tagli dei servizi e degli investimenti.

D’altro canto, le ragioni per cui le sigle sindacali del settore si sono mobilitate erano e rimangono sacrosante: “un adeguato piano di assunzioni, una mitigazione dei carichi di lavoro nella programmazione dei turni degli equipaggi, favorendo la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli della vita privata, il rilancio del settore manutenzione, la centralità della rete vendita e assistenza ai passeggeri e investimenti tecnologici, crescita professionale e percorsi formativi per tutto il personale degli uffici”.

D’altro canto, la situazione lavorativa in Italia, non solo nel settore delle ferrovie e del trasporto aereo, resta drammatica e bisognosa quindi non di uno, ma di due, tre, molti scioperi. Il Report dell’OCSE sull’Occupazione 2023 parla chiaro. L’Italia è, tra i grandi paesi sviluppati, quello che ha visto crollare maggiormente i salari reali. Un calo del 7,5% tra l’inizio della pandemia e il 2022. In più, i “salari contrattati” sono anche essi diminuiti in termini reali di oltre il 6% nel 2022, e, vista l’elevata copertura della contrattazione collettiva nel nostro paese, anche questo è un fatto alquanto significativo. Come se non bastasse, per quanto il tasso di disoccupazione sia comunque calato rispetto a quello che si registrava prima della pandemia, il 7,6% registrato al maggio 2023 rimane comunque ampiamente più alto della media OCSE del 4,8%.

Nel frattempo, in questo quadro occupazionale disperato, tra decreti pro-precarizzazione e l’eliminazione del reddito di cittadinanza, a fronte del drammatico aumento dei prezzi e della conseguente diminuzione del potere di acquisto dei lavoratori, viene presentata come misura di contrasto all’impoverimento la Carta “Dedicata a Te”. Un unico contributo di 382,50€ a famiglia. Un bonus, erogato un’unica volta, dal valore alquanto ridotto e oltretutto non cumulabile con qualsiasi altra misura di inclusione sociale. Insomma, i candidati a ricevere questo intervento sono solo quelle famiglie in difficoltà economiche ma che allo stesso tempo non godevano già di altri sussidi. Come se un bonus di 380€ possa risolvere da solo una situazione così complicata. A questo va aggiunto come questa carta sia destinata alle sole famiglie composte da almeno tre elementi ovvero da due genitori e almeno un figlio piccolo a carico, mentre non potranno essere beneficiari genitori single con figli a carico. Una limitazione assurda che tiene fuori dai beneficiari nuclei familiari monoreddito spesso in situazioni di forte bisogno economico, stabilita in pieno ossequio ai vincoli dell’austerità e al dogma del “non ci sono soldi per tutti”. Un’altra beffa, peraltro, risiede nel modo in cui l’importo può effettivamente essere speso: ovvero solo per una lista ben definita di prodotti di prima necessità. Ad esempio, si potranno acquistare caffè e zucchero ma non tisane e sale, in una logica malata in cui è il Governo a dirti come e dove puoi spendere ciò che ti viene dato. Conseguenza lineare di una visione punitiva e colpevolizzante in cui il povero è povero perché non sa come e dove spendere i suoi soldi. Carta che comunque verrà disattivata nel caso non venga effettuato nessun acquisto entro il 15 settembre, perché l’eventuale volontà di iniziare ad utilizzare questo importo più avanti durante la stagione fredda non è a priori concepito.

Insomma, in una situazione economica e sociale disastrosa, il governo, non pago delle misure legislative di precarizzazione del lavoro, mostra i muscoli attaccando i diritti fondamentali dei lavoratori colpendo con arroganza e nel peggiore dei modi il diritto allo sciopero e nel contempo elargisce elemosine selettive spacciandole per lotta alla povertà.

Di fronte a tutto questo e alla faccia di chi vorrebbe silenziare la protesta sociale è sempre più necessaria l’unione di tutte le lotte dell’ampio mondo dei soggetti subalterni che da anni subiscono le conseguenze nefaste di crisi economica, disoccupazione, bassi salari e generale peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

Fonte

18/02/2023

La lotta di classe tra i padroni mette in crisi il governo Meloni

In assenza di una mobilitazione di massa di dimensioni adeguate, ci pensano i problemi economici concreti a minare l’egemonia (post?)fascista sul nostro paese.

Sembra quasi paradossale, ma il primo inciampo serio è arrivato su un terreno che appariva socialmente blindato: i costruttori edili. La decisione presa dal ministro leghista dell’economia, Giancarlo Giorgetti, ha seguito più la logica di Mario Draghi e dell’Unione Europea (ridurre il deficit previsto e quindi il debito pubblico futuro) che non quella caratteristica di tutto il centrodestra (favorire con soldi pubblici i settori sociali di riferimento).

La materia è parecchio intricata, visto che le norme che regolano il settore edilizio sono in gran parte antiche, derivanti da innumerevoli stratificazioni di provvedimenti susseguitisi nell’arco di 80 anni, ed in buona parte “nuovissime”, dopo la legge che istituiva il “superbonus” del 110% per le ristrutturazioni di case miranti a migliorarne l’efficienza energetica di almeno due “classi”.

Già Mario Draghi aveva minato questa parte della normativa, riducendo l’entità del superbonus per alcune tipologie di lavori, allo scopo di ridurre anche il carico per i conti pubblici. Generando così una marea di incertezze su quali meccanismi restavano praticabili, in un ginepraio di codicilli che inchiodavano nell’incertezza proprietari di immobili, imprese edili, banche, fiscalisti, commercialisti, geometri, Comuni.

Giorgetti, e quindi, il governo ha ora decretato lo stop totale alla cessione dei crediti e allo sconto in fattura (restano attive solo le detrazioni fiscali), anche se non sarà un blocco immediato, perché i lavori già avviati avranno ancora a disposizione la possibilità di liquidare i bonus. Il che ovviamente rischia di far fermare tutti i progetti ancora sulla carta, che però hanno messo in moto impegni, contratti, indebitamenti, fatturato prevedibile, assunzioni, ordinativi. Con altrettanto ovvie ricadute sull’occupazione e le previsioni sulla crescita del Pil. Un bel casino...

Immediate le ricadute sindacali e politiche. Con Forza Italia che minaccia di non votare il provvedimento in aula neanche con la minaccia della “fiducia” (significherebbe far cadere il governo, o comunque comprometterne pesantemente la credibilità politica a soli quattro mesi dalla nascita).

Leghisti e fascisti sono più cauti ma comunque “malpancisti”, visto che rappresentano socialmente gran parte delle categorie danneggiate dallo stop al superbonus. I “Grillini” – principali fautori del superbonus, quando erano al governo – sono ovviamente all’attacco per rivendicare la “positività” del provvedimento in termini di Pil e occupazione.

E infine i sindacati complici – CgilCislUil – che si sono improvvisamente ridestati dal coma profondo che li caratterizza da decenni, al punto da minacciare scioperi accuratamente evitati per ogni altro tipo di problemi del lavoro.

La materia è complessa, dicevamo, ma rappresenta un primo test sui problemi innumerevoli posti dalla “transizione ecologica” ed energetica. Pochi giorni fa l’Unione Europea ha approvato definitivamente una cosiddetta “direttiva green” che obbligherà a migliorare l’efficienza energetica degli immobili portandoli tutti alla classe energetica “E” entro il 2030 e a quella “D” entro il 2033.

Uno sforzo e costi enormi per paesi come il nostro, caratterizzati da un patrimonio immobiliare “storico” (la grande tradizione medioevale e rinascimentale dei centri storici), oppure semplicemente sciatto (l’autocostruzione di necessità) o speculativo (i “palazzinari” italiani non hanno nulla da invidiare a quelli turchi, alla prova-terremoto).

Per di più, la folle politica edilizia seguita negli ultimi 40 anni (annullare l’edilizia popolare, liberalizzare il mercato degli affitti, “costringere” chiunque lavorasse a comprare almeno la casa di abitazione) ha creato una situazione in cui quasi l’80% della popolazione risulta ormai proprietario almeno di un appartamento.

Lavoratori, insomma, ma “proprietari”. Un dato che ha favorito certamente anche l’identificazione di tanti di loro con la “classe media”, i suoi valori reazionari, le sue fisime “securitarie”, il suo individualismo di m...

Lavoratori, comunque, con i salari fermi a 30 anni fa, o addirittura diminuiti. Che dunque non hanno poche o nessuna possibilità di realizzare i lavori di ristrutturazione edilizia necessari a raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea. E che, non mettendosi al passo, si ritroveranno con immobili pesantemente svalutati o addirittura invendibili per legge (ci sono ancora incertezze, sul punto).

Ergo: come si fa a ristrutturare tutto questo immenso patrimonio?

La pensata grillina del superbonus sembrava un accenno alla soluzione, addirittura in anticipo sulla tempistica europea (se ne parlava da anni, in quelle sedi), ma con il “piccolo difetto” di scaricare quasi per intero il costo dell’operazione sul debito pubblico.

Non entriamo ora nei complessi calcoli richiesti dagli “effetti di ritorno” su quegli stessi conti in termini di tasse derivanti dall’aumento del fatturato delle imprese e dai salari dei nuovi occupati, e che riducono anche in modo consistente gli importi per le casse dello Stato.

Ma è certo che a breve termine sforamenti anche pesanti ci sarebbero stati. Magari non i 110 miliardi sbandierati dal ministro leghista dell’economia, ma cifre grosse sì...

Non a caso la seconda mossa decisa da Giorgetti ha riguardato il divieto per le pubbliche amministrazioni ad acquistare crediti derivanti dai bonus edilizi. In pratica, proprio per colpa delle “mine” piazzate sotto il superbonus dal governo Draghi, i Comuni – dalla Regione Sardegna a Treviso – stavano cominciando ad acquistare i crediti che le banche non ritenevano più così sicuri, in modo da garantire che le imprese potessero eseguire i lavori già contrattualizzati ma non partiti.

Anche questo, naturalmente, avrebbe aumentato il deficit pubblico, anche perché molti Comuni – che hanno subito tagli drastici nei trasferimenti dallo Stato centrale – hanno bilanci già disastrati.

Un caos esponenziale, dunque, che i fascisti di governo hanno cercato di risolvere alla loro maniera: bloccare tutto.

Sarebbe da ridere se la rivolta sociale partisse grazie alla frantumazione del “blocco sociale reazionario” e piccolo borghese. Ma la Storia fa di questi scherzi...

Fonte

16/12/2021

La truffa dei bonus

I bonus che vorrebbero lenire i dolori sociali provocati dell’aumento generalizzato delle tariffe energetiche sono un modo sfacciato di finanziare la speculazione.

Significa, in realtà, permettere loro di agire sui prezzi senza controllo; significa addirittura rendere più vantaggiosi i rincari, perché paradossalmente finanziati con i cosiddetti bonus, che altro non sono che spesa pubblica in deficit, dunque a carico del contribuente.

In altri termini, un doppio guadagno per chi sta imponendo quegli aumenti: il primo per l’aumento, il secondo per l’incentivo all’aumento.

Qual è la via?

Poiché i prezzi non vengono determinati da maggiori costi di produzione e trasporto, ma da operazioni finanziarie in Borsa, con l’intento tutto politico di contrastare la transizione alle rinnovabili, invece che atteggiamenti compassionevoli verso le fasce di reddito più deboli, una seria azione di contrasto alla speculazione energetica dovrebbe avere le due lame di una stessa forbice in:

a) fasce sociali tariffarie per il sostegno del reddito famigliare;

b) aumento delle tasse per i distributori e per i redditi da stock option borsistici degli azionisti.

In modo che il punto b finanzi il punto a. E insieme dissuadano la speculazione, così che le due lame della forbice, insieme, taglino di netto gli income fraudolenti delle grandi compagnie e l’aumento della spesa pubblica.

Questo dovrebbe fare subito un governo cui stesse a cuore il patto sociale sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

E per questo, ecco la piattaforma minima che andrebbe resa pubblica come forma di lotta sociale per la difesa delle condizioni materiali della stragrande maggioranza degli italiani.

Contro il gelo neoliberista, riscaldiamoci i cuori con la lotta alla speculazione, al sopruso dei più forti, alla servitù governativa, all’inconsistenza dei partiti e dei loro impiegati in Parlamento.

Fonte