Chi guarda ai movimenti della “politica” con la mente e gli occhiali dei decenni precedente in genere non capisce un fico secco di quel che è diventata quella roba lì. Ad esempio, se credi che un’alleanza tattica o occasionale tra grillini e PD possa essere un “argine” al neofascismo a guida salviniana, finisci a fare la guardia ai giochi altrui, come il Prc nell’Umbria.
E invece “la politica” italiana – intesa come gruppi di individui che provano ad interpretare i desideri della grande e piccola impresa, all’interno del recinto disegnato dai trattati europei – è oggi come mai prima assolutamente “gassosa”, più che “liquida”, con travasi continui da una parte all’altra perché, letteralmente, non esistono più, per questo ceto di truffatori, delle “parti” che si possano in qualche modo distinguere in modo stabile.
È questo l’unico senso concreto che si può dare al mantra grillino (e di tanti altri) per cui “non esistono più destra e sinistra”. Sono tutti al servizio di interessi diversi – da quelli giganteschi delle multinazionali o della finanza, fino a quelli dei bottegai in crisi – e si muovono cercando di “coprire” quegli interessi attraverso leggine, emendamenti, pressioni, alleanza momentanee e scambi di favori. La “grande politica”, del resto, viene decisa altrove...
Solo chi lavora o è disoccupato, pensionato, studente povero, ecc, è senza rappresentanza politica. Dunque senza “santi in paradiso”, o almeno nel palazzo. E senza strumenti per farsi valere in modo vincente.
La lunga premessa è necessaria per inquadrare “la notizia del giorno”, ossia la fuoriuscita di Matteo Renzi e una parte dei suoi dal Partito Democratico.
La mossa era nell’aria fin da quando aveva perso il referendum sulla riforma contro-costituzionale e piduista, il 4 dicembre 2016. E del resto anche i sassi sapevano, a Firenze, che il vero padrino della scalata del Matteo Primo al PD era stato l’allora berlusconiano Verdini. Giochi di massoneria (non “deviata”, proprio quella “normale”), che in Toscana ha sempre visto di sera sotto i cappucci gente che di giorno faceva parte della Dc, dei liberali, repubblicani, socialisti e buona parte dei notabili del PCI.
Caduto il Muro, le differenziazioni partitiche sono diventate meno importanti e la “mobilità” massonica assai più alta. Tanto...
Esaurita la fase del declino berlusconiano e anche quella del “riformismo democratico”, anche la posizione degli interessi catalizzati intorno ai renziani non ha più necessità di rispettare almeno formalmente il posizionamento in campi, sulla carta, “avversi”.
Guardando alle mosse di Renzi negli ultimi mesi tutto risulta abbastanza evidente.
Di fronte alla crisi del governo giallo-verde ha avuto un ruolo decisivo nello spostare il PD a favore di una nuova alleanza con i grillini, terrorizzati quanto il PD (e lui stesso) dalle elezioni anticipate. Ha potuto farlo grazie al suo unico patrimonio politico residuo: la massiccia presenza di suoi uomini e donne nei gruppi parlamentari (avendo quasi monopolizzato i candidati alle elezioni politiche del 4 marzo 2018).
Ora che il governo è formato, e tutto il PD sogna un’alleanza di lungo periodo, gestita oltretutto da posizioni di governo, stacca la spina e si mette nella posizione dell’ago della bilancia: il governo starà in piedi finché vuole lui. O meglio: finché l’insieme di interessi alle sue spalle non avrà individuato una configurazione del potere politico più rispondente.
Il resto è pura chiacchiera, com’è nel suo stile e in quello del suo gemello, l’Altro Matteo (uniti dalla famiglia Verdini, guarda caso...).
Uno “stai sereno” a Giuseppe Conte ed al governo, che suona piuttosto macabro dopo l’esperienza di Enrico Letta. Un “meglio così anche per il PD”, che riduce – portandosi via una trentina di parlamentari – da pilastro a comprimario della coalizione di governo.
Nessuno pensa che questa “svolta” produrrà davvero un “nuovo partito”. Di formazioni ce ne sono persino troppe, vista la scarsità di differenze strategiche o valoriali. È il primo di una serie di smottamenti necessari per riconfigurare “la politica italiana” su una linea organicamente “europeista” e “atlantica” sul piano internazionale e delle politiche economiche, anti-democratica su quello costituzionale e delle libertà politiche, classista su quello sociale.
Basta mettere in fila con un briciolo di freddezza le “perle” che ha seminato nell’intervista a Repubblica.
Per quanto riguarda il rapporto con quella che solo i media continuano a definire “sinistra” (ossia le origini del PD): “Mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo, anche quando ho vinto le primarie; è il riflesso condizionato di quella sinistra che si autoproclama tale e che non accetta di essere guidata da uno che non provenga dalla Ditta. Del resto, il contrappasso è semplice: io esco, nei prossimi mesi rientrano D’Alema, Bersani e Speranza. Va via un ex premier, ne torna un altro. Tutto si tiene”. L’ultima coltellata ad una formazione senza senso che l’aveva scelto – lui, ex democristiano in odor di grembiulino – come leader della veltroniana “vocazione maggioritaria”.
Per quanto riguarda gli assetti istituzionali: “sogno che Zingaretti e Di Maio si sveglino un giorno proponendo il monocameralismo, il doppio turno, un sistema in cui la sera sai chi ha vinto le elezioni. Non cambio idea”. Ossia proprio quello che Salvini, ancora domenica dal palco di Pontida, predica per poter disporre un giorno di “pieni poteri” (lui o chi per lui).
E in pratica mette il veto – disponendo della “differenza marginale” in Parlamento – su una legge elettorale integralmente proporzionale. Ci stavano cominciando a ragionare, Zingaretti e i grillini, per disegnare un processo elettorale che desse un po’ più di ruolo al Parlamento e meno alla roulette russa del maggioritario, in cui magari uno che prende meno del 30% si ritrova con tutti gli assi in mano. Ora sanno con certezza che non passerà mai, e anche con una soglia di sbarramento siderale.
La parte più interessante, ancorché falsa, sta nel dichiarare “nemico ufficiale” l’Altro Matteo: “Voglio passare i prossimi mesi a combattere il salvinismo nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. Faremo comitati ovunque”. Perché “il PD è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle”. Una constatazione, facile per chiunque...
Qui c’è il nocciolo del “progetto politico” che qualcun altro immagina per risolvere l’instabilità italiana.
Il salvinismo è una modalità troppo rozza per rappresentare in modo efficace gli interessi sia del capitale internazionale sia quelli del piccolo capitalismo in stile Nordest. Se ne è avuta la verifica con i 13 mesi di governo gialloverde, chiusi con una mossa che ancora deve trovare una spiegazione razionale convincente.
Ma aver seminato per tanto tempo così tante idiozie nel “senso comune” nazionale (razzismo, anti-europeismo senza piani alternativi, nostalgie autoritarie, bigottismo integralista, narrazioni pre moderne, ecc.) significa aver riempito di veleni un corpo sociale che va comunque governato, altrimenti impazzisce e può sfuggire di mano.
Questo non può esser fatto né con il salvinismo leghista, né con il finto “buonismo europeista” del PD o – tantomeno – le giaculatorie anti-casta dei grillini, che hanno dimostrato di non essere affatto un’alternativa di sistema.
Ergo, va “rottamato” il tripolarismo imperfetto creato da un decennio politicamente senza legami forti tra politiche di governo (eterodirette) e “popolo” che deve subirle.
La prima mossa è l’indebolimento strategico del PD e del governo appena nato, aprendo una crisi che ne segnerà probabilmente la fine. Le altre arriveranno dalla decomposizione della famiglia berlusconiana, dallo sfarinamento grillino e dalla possibile messa in discussione della leadership di Salvini nella Lega. Ovvio che il Truce non sia d’accordo e che abbia voluto una Pontida da record per fermare, o rallentare, il redde rationem.
Ma di un dj da Papeete, il grande capitale non sa che farsene, una volta usato...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/09/2019
03/03/2017
Il Palazzo ha la filiera corta
Le vicende giudiziarie che stanno trascinando il Pd renziano verso l’implosione, a partire dalla principiale – l’affare Consip, centrale degli acquisti per le amministrazioni pubbliche – non stupisce nessuno. La classe dirigente italiana – imprenditori e politici, funzionari e corpi militari – è un abisso da cui ogni persona onesta vorrebbe distogliere lo sguardo.
Eppure una cosa stupisce: l’asimmetria palese tra dimensioni colossali degli affari o delle ambizioni e il nanismo imbarazzante delle filiere in competizione per accaparrarseli.
In questa oscena faccenda saltano fuori faccendieri più o meno improvvisati, quasi sempre figli, padri, fratelli, amici di infanzia e di famiglia. Tutti referenti di piccoli “imprenditori” – prestanome di altrettanti amici, parenti, famigli. Vien quasi da rimpiangere la Prima Repubblica, i grandi partiti divisi da visioni del mondo strutturate, in cui gli affari sporchi erano affidati a militanti provatissimi, pronti ad immolarsi anche in carcere pur di salvaguardare gli interessi del partito (Severino Citaristi per la Dc, Primo Greganti per il Pci, ecc). Crollate le fedi, volatili le appartenenze, individualizzate le ambizioni, non resta che affidarsi alla famiglia, al giro stretto di quelli che "io ti ho creato, io ti distruggo". Come nella n'drangheta...
Solo uno spaccato sintetico per capirci qualcosa, utilizzando le cronache giudiziarie. Il “povero” Alfredo Romeo aspira all’affare della sua vita puntando all’appalto per le pulizie dei palazzi del potere situati nel centro storico di Roma. Un business da 100 milioni facili facili (con il jobs act si possono fare miracoli imprenditoriali pagando quasi nulla i lavoratori precari) dagli importati risvolti “politici”. Pulire i cessi del potere è già di per sé uno stare nelle stanze del potere, no? Una volta lì, da cosa può nascere cosa...
Cerca un contatto con il padre di Renzi tramite un ragazzotto poco più che trentenne che però conosce bene sia il padre Tiziano che lo stesso (allora) premier. Può vantare – diventa la sua dote principale, nel resoconto che sarebbe stato fatto a Luca Lotti – di essere affidabile perché capace di tenere la bocca chiusa anche se rinchiuso in carcere (come avvenne qualche anno fa, poi assolto). Quest’ultimo è sospettato – dallo stesso Romeo e dagli inquirenti – di fare “il doppio gioco”, perché c’è un concorrente (la Cofely del piemontese Bigotti) che però sarebbe vicinissimo a Denis Verdini. Con il quale lo stesso Tiziano Renzi ha una innegabile conoscenza pluridecennale (era il distributore del Giornale di Toscana, in qualche modo proprietà del Verdini ieri condannato anche per questioni connesse a quel giornale).
Usciamo da questi maleodoranti anfratti e cerchiamo di respirare – speranza vana – innalzandoci alle vette della polichetta italiana. Qui “l’affaire Consip” sta destabilizzando il percorso del congresso del Pd, voluto proprio da Renzi il più rapido e sbrigativo possibile (idee e progetti da discutere non ce ne sono, perché perder tempo...). Più passano i giorni, più consistenti pezzi della vecchia maggioranza renziana si vanno sbriciolando. Per paura che il purosangue si sia dimostrato un ronzino molto dopato (la botta della sconfitta al referendum avrebbe determinato la sua scomparsa, in un paese normale), per vaghe tentazioni egemoniche (Franceschini, più che Orlando o Emiliano), per le incertezze sul futuro (tra un sistema politico balcanizzato dal proporzionale e una ormai certa presa di controllo del paese da parte dell’Unione Europea, se le elezioni in Francia e Germania non produrranno sconquassi inimmaginabili).
Sorprende, insomma, che le prevedibili traversie giudiziarie di una filiera corta come il “giglio magico” possano esser diventate il detonatore in grado di far esplodere ciò che resta del sistema politico italiano. Se il Pd – come si ammette ormai quasi apertamente – è sul punto dell’esplosione per motivi così bassi, non esiste nessuna alternativa che possa risultare credibile ai mitici “mercati”, alla Troika e non da ultimo alla popolazione di questo paese. I Cinque Stelle non lo sono per una lunga serie di motivi, che la giunta Raggi si è incaricata di esemplificare. E comunque, una qualsiasi offerta politica che possa risultare gradita a Bruxelles o Francoforte è ipso facto invisa a un elettorato dal “vaffa” facile. Anche se nell’immediato fosse possibile presentargliela con una “narrazione” fascinosa, tempo pochi mesi e le cose si chiariscono bene...
Filiera cortissima, quella fiorentina. Un “comitato d’affari” ristretto in pochi chilometri quadrati, rivelatosi incapace di rappresentare una soluzione efficace per ciò che resta della borghesia di questo paese; incapace di qualsiasi “visione” più concreta di un acido lisergico, intellettualmente nano e concentrato unicamente sui propri interessi personali; una compagnia di ventura a chilometri zero.
Che è poi la vera cifra del “pensiero politico” diffuso in ogni ambiente di questo paese: vista corta, miope, con molti gradi di astigmatismo.
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Verdini condannato a 9 anni, un altro cazzotto a Renzi
Un periodaccio, per Matteo Renzi... Denis Verdini è stato condannato oggi a nove anni di reclusione. Questa la pena in primo grado decisa dal collegio del tribunale di Firenze presieduto dal giudice Mario Profeta al processo per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino. I pubblici ministeri Luca Turco e Giuseppina Mione avevano chiesto 11 anni.
Ad integrazione della condanna, anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, il che mette apertamente in discussione la sua carica di senatore della Repubblica. I 9 anni risultano dalla somma di due diversi reati: 7 per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino e 2 per truffa ai danni dello Stato per i fondi dell'editoria.
Non male per un “costituente” che aveva messo la sua esperienza al servizio della riforma costituzionale firmata Renzi e Boschi...
Ma la condanna è un vero problema per il “giglio magico” che fin qui aveva supportato in ogni passaggio il contafrottole di Rignano sull’Arno. I due anni per “ truffa ai danni dello Stato per i fondi dell'editoria” sono infatti relativi alla gestione del Giornale di Toscana, che riceveva fondi destinati ai giornali di partito o gestiti da cooperative di giornalisti pur non avendo i requisiti indispensabili. Il Giornale in questione era in realtà di proprietà di Verdini.
E che c’entra questo con Renzi? Purtroppo per lui c’entra, perché il Giornale di Toscana veniva distribuito da una società – la Chil Post – che aveva per titolare Tiziano Renzi, padre del futuro premier quando ancora la giovane promessa della politica italiana era soltanto un dipendente della stessa società. Anzi, ci fu qualche polemica quando – due settimane prima di diventare presidente della Provincia di Firenze, candidato sicuro appoggiato da Pd e cattolici – venne assunto con la qualifica di “dirigente”. Un escamotage che scaricava sullo Stato la spesa per i contributi previdenziali del giovane figlio fortunato.
truffa
Insomma, abbastanza per dire che la fulminea carriera di Matteo sia stata in qualche modo auspicata, suggerita, consigliata, dal duo Tiziano-Verdini, che sicuramente il giovane conosceva bene.
E’ nota anche l’importanza del gruppo parlamentare Ala per garantire i voti necessari a tenere in piedi il governo sempre a rischio guidato da Matteo. Ora i giochi sono diventati più complicati. Sembra scontata una richiesta di destituzione di Verdini dalla carica di senatore, anche se i tempi della legislatura sembrano abbastanza stretti per arrivare a un voto che metterebbe in fortissimo imbarazzo il governo e il Pd.
Di certo, se mai fosse stato vero che “il futuro a volte torna”, non sembra questa la volta buona...
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03/08/2016
Banche sulla graticola, tra arresti e tonfi in Borsa
I media mainstream nazionali, all’indomani dei risultati (stranamente positivi) degli stress test della Bce sul sistema bancario europeo, a fronte di una caduta verticale delle quotazioni dei rispettivi titoli in Borsa, si chiedevano “come mai gli investitori non si fidano delle banche italiane?”
Nemmeno di quelle tedesche o francesi, a dirla tutta (basta vedere gli andamenti di Commerzbank e Deutsche Bank), ma con alcune sostanziali differenze. Si sa, e lo hanno fatto capire persino a Matteo Renzi, che le banche tedesche hanno giocato un po’ troppo con i prodotti “derivati”, al punto che la sola Deutsche Bank ha pasticciato con 75.000 miliardi di simile spazzatura. Per farsi un’idea: il Pil annuale italiano viaggia intorno ai 1.600 miliardi, quello della Germania supera di poco i 3.000. Non esiste insomma alcuna possibilità di salvare DB se si verificasse – è solo questione di tempo... – un crack anche piccolo nel settore “derivati”.
Ma le banche italiane, si dice ancora, sono diverse. Non hanno grandi esposizioni sui “derivati”, al massimo un (bel) po’ di “sofferenze”, ovvero di prestiti che fanno fatica a essere restituiti.
Vero. Ma le varie inchieste giudiziarie, che hanno mandato in galera o comunque fuori dai cda un bel po’ di banchieri italici, hanno messo in luce una fogna che la dice lunga sull’impossibilità per il capitale globale di prendere in seria considerazione “gli imprenditori” e i banchieri di questo paese.
Con Banca Etruria ed altri banchette provinciali si era avuto un robusto assaggio delle relazioni pericolose tra istituti di credito, imprenditori e politica (con la famiglia Boschi in pole position, come ricorderete). L’arresto, due giorni fa, di Vincenzo Consoli (nella foto), ex padre padrone di Veneto Banca, ma che continuava a “influenzarla” anche da defenestrato, ha messo in luce meccanismi assolutamente discrezionali e del tutto estranei a qualsiasi gestione capitalista di un’impresa qualsiasi. Figuriamoci di una banca.
Lasciamo per un attimo la parola a Ilaria Sacchettoni e Fiorenza Sarzanini, due compulsatrici professionali di atti giudiziari per conto del Corriere della Sera:
Ma soprattutto si deve notare la discrezionalità assoluta con cui le “erogazioni di prestiti” venivano – e sono – concesse dalle banche italiane. Per lo meno verso un certo tipo di “clientela vip”. Sappiamo bene quanto sia complicato, specie oggi, ottenere un prestito se sei un lavoratore dipendente. Non basta più una sola busta paga, e neanche due; pretendono “garanzie” patrimoniali, fidejussioni, garanti terzi, ecc. Questo se chiedi piccole cifre, per l’acquisto di casa o – sempre più spesso – per far fronte a malattie più o meno gravi.
Al contrario, se hai un nome ben inserito nella catena del “chi conta”, non ci sono problemi. Vuoi un milione, cinque, cinquanta? Si può fare, in qualche modo li recuperemo, la fantasia della finanza è immensa...
La banalità del male in abito gessato, tra uffici dorati e corridoi infiniti. Per gli squali di più grandi proporzioni, quelli che dominano le borse mondiali, questi sono giochetti da dilettanti, banchieri da strapazzo, mezzucci da “furbetti del quartierino”. E si regolano di conseguenza...
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Nemmeno di quelle tedesche o francesi, a dirla tutta (basta vedere gli andamenti di Commerzbank e Deutsche Bank), ma con alcune sostanziali differenze. Si sa, e lo hanno fatto capire persino a Matteo Renzi, che le banche tedesche hanno giocato un po’ troppo con i prodotti “derivati”, al punto che la sola Deutsche Bank ha pasticciato con 75.000 miliardi di simile spazzatura. Per farsi un’idea: il Pil annuale italiano viaggia intorno ai 1.600 miliardi, quello della Germania supera di poco i 3.000. Non esiste insomma alcuna possibilità di salvare DB se si verificasse – è solo questione di tempo... – un crack anche piccolo nel settore “derivati”.
Ma le banche italiane, si dice ancora, sono diverse. Non hanno grandi esposizioni sui “derivati”, al massimo un (bel) po’ di “sofferenze”, ovvero di prestiti che fanno fatica a essere restituiti.
Vero. Ma le varie inchieste giudiziarie, che hanno mandato in galera o comunque fuori dai cda un bel po’ di banchieri italici, hanno messo in luce una fogna che la dice lunga sull’impossibilità per il capitale globale di prendere in seria considerazione “gli imprenditori” e i banchieri di questo paese.
Con Banca Etruria ed altri banchette provinciali si era avuto un robusto assaggio delle relazioni pericolose tra istituti di credito, imprenditori e politica (con la famiglia Boschi in pole position, come ricorderete). L’arresto, due giorni fa, di Vincenzo Consoli (nella foto), ex padre padrone di Veneto Banca, ma che continuava a “influenzarla” anche da defenestrato, ha messo in luce meccanismi assolutamente discrezionali e del tutto estranei a qualsiasi gestione capitalista di un’impresa qualsiasi. Figuriamoci di una banca.
Lasciamo per un attimo la parola a Ilaria Sacchettoni e Fiorenza Sarzanini, due compulsatrici professionali di atti giudiziari per conto del Corriere della Sera:
Una banca gestita come un feudo. Un amministratore delegato che, con la sua «presenza egemonica», accentrava «il potere decisionale e direttivo» nelle proprie mani ritagliandosi un ruolo «di assoluto predominio» rispetto al resto del board.Si noterà che le due giornaliste si dilungano molto su imprenditori di medio livello, come Vittorio Casale, mentre citano appena nomi sicuramente più allettanti come Verdini, Galan, De Benedetti, Stefanel, Zoppas, ecc. Ovvero l’elite dell’imprenditoria nazionale e un certo demi monde di faccendieri in forte odor di massoneria, “entrati in politica” con l’avvento di Berlusconi.
Veneto Banca era già compromessa nel 2013, due anni prima dell’immissione sul mercato di una nuova tranche di azioni dal valore drogato: fra le patologie diagnosticate dagli ispettori di Bankitalia spiccano – assieme all’«inefficacia dell’azione di controllo del collegio sindacale» – le carenze nelle procedure di concessione del credito «caratterizzato da elevata rischiosità nonché da eccessiva concentrazione dei finanziamenti in un unico settore quello edile/immobiliare». Vuol dire che i prestiti venivano concessi agli amici, soprattutto costruttori e immobiliaristi, senza troppe verifiche, spesso senza il minimo approfondimento. E quando arriva il fallimento, andava a fondo anche il valore patrimoniale dell’istituto.
Sono proprio i funzionari di Bankitalia a segnalare che tra i clienti «incagliati» c’è la «Pia Acqua Marcia» di Francesco Caltagirone Bellavista che, coinvolto nel crac della società titolare del porto turistico di Fiumicino, sarà arrestato a marzo 2013. Il suo gruppo, esposto con Veneto Banca per 50 milioni di euro, non ha però subito declassamenti: invece di inserirlo nell’elenco degli indesiderati il vertice dell’Istituto lo ha lasciato galleggiare fra i clienti affidabili. È la «strategia dell’opacità»: per evitare che emerga la realtà sulle maggiori perdite rispetto a quelle contabilizzate, i vertici trascurano anche di aggiornare il loro elenco dei clienti inaffidabili. Accade anche con l’immobiliarista Vittorio Casale e la sua «Operae srl» arrestato per il crac della «Hotel Dolomiti srl» titolare del famosissimo albergo Cortina D’Ampezzo esposto per ben 78 milioni di euro con l’istituto. Gli ispettori rilevano anche «il frequente rilascio di linee di credito» a mogli e figli dei consiglieri di amministrazione «talvolta in violazione del testo unico delle banche». Così al figlio di Luigi Terzoli viene concessa un’apertura di credito pari a un milione e 600mila euro. In realtà la lista dei beneficati è molto più ampia: Giuseppe Stefanel, Gianfranco Zoppas, Marco De Benedetti e Gianpiero Samorì ma anche Denis Verdini e Giancarlo Galan. Questo il passato ma il presente?
Secondo la gip Passamonti non c’è spazio per formulare un giudizio di discontinuità: «Anche la recente, mutata composizione del cda non consente di ritenere esclusi i ravvisati profili di rischiosità, soprattutto in ragione del sopravvenuto ingresso nell’organo deliberativo di alcune persone che risultano rappresentativi di due realtà associative hanno saldato gli interessi di svariati azionisti come Giovanni Schiavon e Matteo Cavalcante rispettivamente a capo di “Azionisti Veneto Banca” e “per Veneto Banca”».
Ma soprattutto si deve notare la discrezionalità assoluta con cui le “erogazioni di prestiti” venivano – e sono – concesse dalle banche italiane. Per lo meno verso un certo tipo di “clientela vip”. Sappiamo bene quanto sia complicato, specie oggi, ottenere un prestito se sei un lavoratore dipendente. Non basta più una sola busta paga, e neanche due; pretendono “garanzie” patrimoniali, fidejussioni, garanti terzi, ecc. Questo se chiedi piccole cifre, per l’acquisto di casa o – sempre più spesso – per far fronte a malattie più o meno gravi.
Al contrario, se hai un nome ben inserito nella catena del “chi conta”, non ci sono problemi. Vuoi un milione, cinque, cinquanta? Si può fare, in qualche modo li recuperemo, la fantasia della finanza è immensa...
La banalità del male in abito gessato, tra uffici dorati e corridoi infiniti. Per gli squali di più grandi proporzioni, quelli che dominano le borse mondiali, questi sono giochetti da dilettanti, banchieri da strapazzo, mezzucci da “furbetti del quartierino”. E si regolano di conseguenza...
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21/04/2016
Il garantismo da Beccaria a Verdini. Una breve storia materiale
Il discorso di Renzi al Senato, durante il dibattito sulla sfiducia al governo, dedicato alla “barbarie giustizialista” suggerisce qualche riflessione sul garantismo. O, meglio, sulla sua versione ventunesimo secolo. Tanto più che, scomparso dalla società italiana ogni tangibile riferimento al superamento del carcere, del prigionismo, del mito della pena anche il garantismo non viene più percepito nei suoi aspetti paradossali. E stiamo parlando di paradossi che investono le politiche e la concretezza quotidiana.
Prendiamo Beccaria, citato invariabilmente come alla radice di ogni garantismo per il concetto di proporzionalità della pena. Oggi sfugge e non di poco, la materialità del discorso di Beccaria. Quella che, invece, Foucault aveva fissato – in Sorvegliare e punire come ne La società punitiva – come elemento cardine della nuova economia del disciplinamento. E la parola economia non è certo, qui, spesa a caso. Per Foucault infatti, la nuova economia settecentesca del grano, quella che lui leggeva dall’analisi storiografica dell’andamento dei prezzi dei mercati parigini dell’epoca, influenza direttamente il discorso di Beccaria. Si trascura spesso l’importanza dell’economia del grano, e del raccolto, nel mondo contemporaneo. Ad esempio, nella pratica di stipulare assicurazioni sul prezzo del raccolto futuro, è alla base della nascita dei futures di borsa così come li conosciamo. Beccaria, in Foucault, influenzato da questo modo di costruire i concetti, costruisce un nuovo approccio disciplinare, un nuovo dispositivo della docilità dei corpi, che si basa su tre livelli: giuridico (la modalità di fare e pensare le leggi), disciplinare in senso stretto (cosa rendere docile e come, attraverso istituzioni concrete) e governamentale (quale rete di potere attivare, e come, nelle istituzioni disciplinari). Qualcosa di molto diverso dal Beccaria pensato come difensore nei confronti degli abusi dello stato. Perché per Foucault, Beccaria applica al disciplinamento le regole della nuova economia del grano legittimando per la pena solo i principi elementari, e universalistici, di punizione e correzione. In questo modo il sistema della penalità, così come un’agricoltura ormai razionalizzata, si libera di comportamenti anacronistici (come la gogna) e antieconomici. Ed è pronto al grande salto dell’universalizzazione: agile, economico è in grado ormai di produrre leggi, disciplinamento e governamentalità in ogni interstizio sociale. Quando si dice che economia e filosofia del diritto si guardano sul serio, insomma. Saltano inoltre due miti con l’impostazione foucaultiana su Beccaria: quello della protezione dell’individuo col garantismo, il controllo passa dalla sua fase brutale a quella della forza microfisica e diffusa del soft power, e quello della legalità. L’idea che la legge sia garanzia in quanto legge viene vista qui nella sua ottica reale: la legge disciplina quindi è in grado di attivare, altro che la libertà, una forte reticolarità universale di controllo. Tanto più è legittimata in quanto legge, tanto più controlla sul piano microfisico, tanto più è implacabile. Quando Renzi parla chiede garantismo, mettendo tra parentesi il fatto che guarda a Verdini e non certo al miglior formalismo giuridico, serve quindi una modalità di controllo, di messa a docilità, di potere gerarchico appena sterilizzato dalla norma giuridica. Ovviamente, quando si parla di garantismo, da Beccaria a Verdini è cambiato qualcosa, non solo in termini di evoluzione delle società di controllo nè, naturalmente, solo in quelli di statura dei personaggi. Stiamo parlando del passaggio da un garantismo tarato sull’economicità, sull’evoluzione della nuova economia agricola, pronto per farsi dispositivo universale di disciplinamento ad un altro genere di garantismo. Quello basato sulla tutela della mano libera delle reti di affari neotribali del liberismo. Così, la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio non vale, tanto, per l’accusato politico (la cui presunzione di innocenza viene azzerata dai media che suggeriscono immediate politiche di contenimento). Vale soprattutto per una rete di affari di cui un individuo fa parte che, in questo modo, rimane intatta quanto possibile nelle cariche istituzionali occupate, nella possibilità di commerciare, guadagnando tempo. E in un modo, quello garantista attuale, che spacca l’universalità del diritto. Mentre in Beccaria il nuovo regime disciplinare universalistico superava un sistema duale del diritto, tipico dell’Ancien Régime, il garantismo attuale, Verdini style, lo reintroduce. Perché Beccaria guardava al capitalismo nascente e il garantismo di oggi guarda a quello del mondo delle bolle finanziarie: dove le reti di potere vanno tutelate nell’esercizio, pieno di rischi di ogni tipo, delle loro azioni. Certo, essendo ancora formalmente universalistico, facendosi ancora forza del vecchio rapporto tra disciplinamento, docilità e diritti universali, il concetto di garantismo può ancora essere preso in mano da molti soggetti. Ma l’egemonia, nell’uso del concetto di garantismo, è in mano a coloro che praticano una concezione duale del diritto. Come, a livello globale, fanno i Soros che di finanza e diritto internazionale ne sanno qualcosa. E cosa dire del concetto di garantismo in senso stretto? Coniato da Fourier, lo stesso filosofo che ha direttamente ispirato la costruzione della divisione in lotti del quartiere Paolo VI di Taranto, vicino alle acciaierie: in questo senso origine del garantismo, utopia urbanistica, disastro sociale, economico e ambientale sembrano guardarsi direttamente in faccia.
Ma c’è un altro elemento al quale, nel concetto di garantismo che ha compiuto il passaggio da Beccaria a Verdini, si vogliono spezzare le dita: i media. I quali, avendo capacità di far sentire la pressione sociale, se si alleano con una pratica universalistica del diritto, non solo riproducono una società disciplinare di nuovo tipo (su questo Deleuze è una pietra miliare) ma mettono in discussione proprio il garantismo che nasconde questa concezione duale del diritto. Perché la concezione duale del diritto, in questo caso davvero erede dell’Ancien Régime, ha bisogno di discrezione non di show. Vuole governare lo spettacolo, non esserne governata. Per questo Renzi, in Senato, ha parlato di 25 anni di “barbarie giustizialista”. La barbarie, per i Renzi, è finire in tv trattati come notizia quanto il delitto di Avetrana, un gommone avvistato a Pantelleria o l’ultima carambola stradale. Ci dovrebbe essere, si sottintende, una discrezionalità del potere che i media dovrebbero rispettare. Altrimenti, come si vede, è denuncia di barbarie. Quella di Renzi è una denuncia di barbarie che teme le telecamere non i cannibali.
Ma dal 1992 ad oggi lo scontro tra settori della magistratura e del ceto politico si gioca tutto su un piano di conclamata materialità. Altro che “magistrati politicizzati”, formula berlusconiana coniata per suggerire un rapporto tra politica e lotta di fazione irrazionale. C’è un nesso politica, appalti, grandi (e piccole) opere che, dall’inizio degli anni ’90, ha incontrato l’intervento regolatore della magistratura. Ed è anche il nesso dove c’è la grande politica, tutta, le banche, le reti neotribali della negoziazione affaristica. Basta guardare alla biografia di Impregilo, per dirne una. Stiamo parlando di arterie vitali del potere italiano che, nell’ultimo quarto di secolo, ha mollato la rappresentanza sociale dedicandosi esclusivamente alla diplomazia del business-to-business. Ma tanto più questo nesso politica-appalti, ha dovuto incontrare le enormi mutazioni del settore dei lavori pubblici, tanto più si è scontrato con l’intervento regolatore della magistratura. Senza entrare in dettagli infiniti, quanto infinitamente interessanti, tanto più la politica si identifica con le esigenze del privato, facendosi sopratutto mediazione di business, tanto più lo spazio vuoto del politico è occupato dalle istituzioni, e dai poteri della regolazione, quindi della magistratura. Naturalmente la magistratura sostiene formalmente un concetto di garantismo alla Beccaria, per legittimare il rinnovarsi di un dispositivo che si vuole universalizzante, quindi esteso, di potere. Mentre il garantismo alla Renzi di filosofi ne usa pochi, usa soprattutto Verdini per sostenere una concezione, di fatto, duale del garantismo. Quella per chi è in grado di godere di immunità, avvocati, allungare i tempi dei processi e quelli per agire in discrezione. Quella che serve al potere neotribale della mediazione business-to-business all’italiana per continuare ad esistere sul settore, molto incerto ma strategico, delle grandi opere. Se dietro a Beccaria c’era la nascente economia produttiva, dietro Verdini c’è un settore di grandi appalti in tumultuosa, e incerta, trasformazione. Ad ognuno la sua base materiale.
Le difficoltà della politica, di tutte le colorazioni della sinistra, stanno nell’aver perso contatto con la materialità delle ristrutturazioni, non solo delle concezioni del diritto ma anche delle modalità di estrazione della ricchezza. Per cui si passa dall’uso delle inchieste della magistratura come surrogato di inchieste che la politica non sa più fare; dalle parole arcaiche di Tangentopoli sui processi e sulle manette, a una concezione del garantismo che non sa bene cosa sta riproducendo. Se una concezione che serve ad un nuovo disciplinamento della società, oggi giocoforza tecnologicamente innervato, oppure una che aiuta una concezione duale del diritto. Il punto è che non esistendo egemonia di una concezione, una pratica, una politica del diritto e dell’economia vediamo, a sinistra e non solo, agitarsi personaggi che recitano a soggetto. Perchè un pragmatismo politico privo di una conoscenza della natura delle nostre società porta ad impugnare oggi qualche parola di garantismo, domani qualche frase di denuncia degli abusi sui lavori pubblici e dopodomani si vedrà. Dimenticando che, proprio rimanendo al tema delle grandi opere, il garantismo invocato non è certo stato poi raccolto nei confronti delle lotte sociali, vedi caso Tav, ma soprattuto per i Verdini. In una, appunto, concezione duale del diritto e delle garanzie.
Quindi, quando si parla di garantismo, piuttosto che a Beccaria o a Filangieri – un altro che sul rapporto tra nuova scienza del disciplinamento e nascente economia capitalistica ha saputo dire molto, prima che la cultura italiana lo beatificasse – è meglio guardare a cosa, in tutto questo corpo del discorso, si intravede davvero. Ad una nuova universalizzazione del disciplinamento, dove l’assoggettamento si dà poi sempre un un piano nuovo, nel caso di chi sostiene, a spada tratta, ogni comportamento della magistratura. Oppure ad una concezione duale del diritto che, una volta tolta la retorica del potere, bada a garantire reti neotribali di potere entro una mediazione business-to-business che non vuole intralci. E’ chiaro che a sinistra qui ci sono due grandi ostacoli culturali a) la mancanza di abitudine a guardare a questi piani strategici b) la vertigine provocata da tutto ciò che non risulta traducibile in un post o in un tweet c) l’enorme difficoltà a tradurre questi problemi in termini politici e di comunicazione.
Visto poi che, in ogni caso, la versione del garantismo alla Verdini piace solo ai diretti interessati, è bene capire verso quale versione del garantismo, matura, di fatto ci si sta rivolgendo. Quella che, a suo tempo, ha trovato trionfo nell’Italia unitaria e liberale rintracciabile in una figura del primo ottocento, Gian Domenico Romagnosi. Si tratta di un autore che, per le competenze dell’epoca, riuniva diritto, garanzie individuali ed economia. Si guardi alla sua Collezione degli articoli di economia politica e statistica e civile. E’ costellata di un garantismo che invoca la libera impresa e il laissez-faire liberista. D’altronde, all’epoca, si andava verso la prima globalizzazione, la cui versione liberale italiana portò danni non da poco alle masse dell’Italia unitaria. Oggi, nella seconda globalizzazione, disorientati dalla velocità, e dalla consistenza di quanto accade, si imbracciano formule simili, culturalmente eredi di quel passato. I danni, di questa sorta di social-liberismo ovviamente, verranno messi in conto ad altri. Ci mancherebbe.
Per Senza Soste, nique la police
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Prendiamo Beccaria, citato invariabilmente come alla radice di ogni garantismo per il concetto di proporzionalità della pena. Oggi sfugge e non di poco, la materialità del discorso di Beccaria. Quella che, invece, Foucault aveva fissato – in Sorvegliare e punire come ne La società punitiva – come elemento cardine della nuova economia del disciplinamento. E la parola economia non è certo, qui, spesa a caso. Per Foucault infatti, la nuova economia settecentesca del grano, quella che lui leggeva dall’analisi storiografica dell’andamento dei prezzi dei mercati parigini dell’epoca, influenza direttamente il discorso di Beccaria. Si trascura spesso l’importanza dell’economia del grano, e del raccolto, nel mondo contemporaneo. Ad esempio, nella pratica di stipulare assicurazioni sul prezzo del raccolto futuro, è alla base della nascita dei futures di borsa così come li conosciamo. Beccaria, in Foucault, influenzato da questo modo di costruire i concetti, costruisce un nuovo approccio disciplinare, un nuovo dispositivo della docilità dei corpi, che si basa su tre livelli: giuridico (la modalità di fare e pensare le leggi), disciplinare in senso stretto (cosa rendere docile e come, attraverso istituzioni concrete) e governamentale (quale rete di potere attivare, e come, nelle istituzioni disciplinari). Qualcosa di molto diverso dal Beccaria pensato come difensore nei confronti degli abusi dello stato. Perché per Foucault, Beccaria applica al disciplinamento le regole della nuova economia del grano legittimando per la pena solo i principi elementari, e universalistici, di punizione e correzione. In questo modo il sistema della penalità, così come un’agricoltura ormai razionalizzata, si libera di comportamenti anacronistici (come la gogna) e antieconomici. Ed è pronto al grande salto dell’universalizzazione: agile, economico è in grado ormai di produrre leggi, disciplinamento e governamentalità in ogni interstizio sociale. Quando si dice che economia e filosofia del diritto si guardano sul serio, insomma. Saltano inoltre due miti con l’impostazione foucaultiana su Beccaria: quello della protezione dell’individuo col garantismo, il controllo passa dalla sua fase brutale a quella della forza microfisica e diffusa del soft power, e quello della legalità. L’idea che la legge sia garanzia in quanto legge viene vista qui nella sua ottica reale: la legge disciplina quindi è in grado di attivare, altro che la libertà, una forte reticolarità universale di controllo. Tanto più è legittimata in quanto legge, tanto più controlla sul piano microfisico, tanto più è implacabile. Quando Renzi parla chiede garantismo, mettendo tra parentesi il fatto che guarda a Verdini e non certo al miglior formalismo giuridico, serve quindi una modalità di controllo, di messa a docilità, di potere gerarchico appena sterilizzato dalla norma giuridica. Ovviamente, quando si parla di garantismo, da Beccaria a Verdini è cambiato qualcosa, non solo in termini di evoluzione delle società di controllo nè, naturalmente, solo in quelli di statura dei personaggi. Stiamo parlando del passaggio da un garantismo tarato sull’economicità, sull’evoluzione della nuova economia agricola, pronto per farsi dispositivo universale di disciplinamento ad un altro genere di garantismo. Quello basato sulla tutela della mano libera delle reti di affari neotribali del liberismo. Così, la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio non vale, tanto, per l’accusato politico (la cui presunzione di innocenza viene azzerata dai media che suggeriscono immediate politiche di contenimento). Vale soprattutto per una rete di affari di cui un individuo fa parte che, in questo modo, rimane intatta quanto possibile nelle cariche istituzionali occupate, nella possibilità di commerciare, guadagnando tempo. E in un modo, quello garantista attuale, che spacca l’universalità del diritto. Mentre in Beccaria il nuovo regime disciplinare universalistico superava un sistema duale del diritto, tipico dell’Ancien Régime, il garantismo attuale, Verdini style, lo reintroduce. Perché Beccaria guardava al capitalismo nascente e il garantismo di oggi guarda a quello del mondo delle bolle finanziarie: dove le reti di potere vanno tutelate nell’esercizio, pieno di rischi di ogni tipo, delle loro azioni. Certo, essendo ancora formalmente universalistico, facendosi ancora forza del vecchio rapporto tra disciplinamento, docilità e diritti universali, il concetto di garantismo può ancora essere preso in mano da molti soggetti. Ma l’egemonia, nell’uso del concetto di garantismo, è in mano a coloro che praticano una concezione duale del diritto. Come, a livello globale, fanno i Soros che di finanza e diritto internazionale ne sanno qualcosa. E cosa dire del concetto di garantismo in senso stretto? Coniato da Fourier, lo stesso filosofo che ha direttamente ispirato la costruzione della divisione in lotti del quartiere Paolo VI di Taranto, vicino alle acciaierie: in questo senso origine del garantismo, utopia urbanistica, disastro sociale, economico e ambientale sembrano guardarsi direttamente in faccia.
Ma c’è un altro elemento al quale, nel concetto di garantismo che ha compiuto il passaggio da Beccaria a Verdini, si vogliono spezzare le dita: i media. I quali, avendo capacità di far sentire la pressione sociale, se si alleano con una pratica universalistica del diritto, non solo riproducono una società disciplinare di nuovo tipo (su questo Deleuze è una pietra miliare) ma mettono in discussione proprio il garantismo che nasconde questa concezione duale del diritto. Perché la concezione duale del diritto, in questo caso davvero erede dell’Ancien Régime, ha bisogno di discrezione non di show. Vuole governare lo spettacolo, non esserne governata. Per questo Renzi, in Senato, ha parlato di 25 anni di “barbarie giustizialista”. La barbarie, per i Renzi, è finire in tv trattati come notizia quanto il delitto di Avetrana, un gommone avvistato a Pantelleria o l’ultima carambola stradale. Ci dovrebbe essere, si sottintende, una discrezionalità del potere che i media dovrebbero rispettare. Altrimenti, come si vede, è denuncia di barbarie. Quella di Renzi è una denuncia di barbarie che teme le telecamere non i cannibali.
Ma dal 1992 ad oggi lo scontro tra settori della magistratura e del ceto politico si gioca tutto su un piano di conclamata materialità. Altro che “magistrati politicizzati”, formula berlusconiana coniata per suggerire un rapporto tra politica e lotta di fazione irrazionale. C’è un nesso politica, appalti, grandi (e piccole) opere che, dall’inizio degli anni ’90, ha incontrato l’intervento regolatore della magistratura. Ed è anche il nesso dove c’è la grande politica, tutta, le banche, le reti neotribali della negoziazione affaristica. Basta guardare alla biografia di Impregilo, per dirne una. Stiamo parlando di arterie vitali del potere italiano che, nell’ultimo quarto di secolo, ha mollato la rappresentanza sociale dedicandosi esclusivamente alla diplomazia del business-to-business. Ma tanto più questo nesso politica-appalti, ha dovuto incontrare le enormi mutazioni del settore dei lavori pubblici, tanto più si è scontrato con l’intervento regolatore della magistratura. Senza entrare in dettagli infiniti, quanto infinitamente interessanti, tanto più la politica si identifica con le esigenze del privato, facendosi sopratutto mediazione di business, tanto più lo spazio vuoto del politico è occupato dalle istituzioni, e dai poteri della regolazione, quindi della magistratura. Naturalmente la magistratura sostiene formalmente un concetto di garantismo alla Beccaria, per legittimare il rinnovarsi di un dispositivo che si vuole universalizzante, quindi esteso, di potere. Mentre il garantismo alla Renzi di filosofi ne usa pochi, usa soprattutto Verdini per sostenere una concezione, di fatto, duale del garantismo. Quella per chi è in grado di godere di immunità, avvocati, allungare i tempi dei processi e quelli per agire in discrezione. Quella che serve al potere neotribale della mediazione business-to-business all’italiana per continuare ad esistere sul settore, molto incerto ma strategico, delle grandi opere. Se dietro a Beccaria c’era la nascente economia produttiva, dietro Verdini c’è un settore di grandi appalti in tumultuosa, e incerta, trasformazione. Ad ognuno la sua base materiale.
Le difficoltà della politica, di tutte le colorazioni della sinistra, stanno nell’aver perso contatto con la materialità delle ristrutturazioni, non solo delle concezioni del diritto ma anche delle modalità di estrazione della ricchezza. Per cui si passa dall’uso delle inchieste della magistratura come surrogato di inchieste che la politica non sa più fare; dalle parole arcaiche di Tangentopoli sui processi e sulle manette, a una concezione del garantismo che non sa bene cosa sta riproducendo. Se una concezione che serve ad un nuovo disciplinamento della società, oggi giocoforza tecnologicamente innervato, oppure una che aiuta una concezione duale del diritto. Il punto è che non esistendo egemonia di una concezione, una pratica, una politica del diritto e dell’economia vediamo, a sinistra e non solo, agitarsi personaggi che recitano a soggetto. Perchè un pragmatismo politico privo di una conoscenza della natura delle nostre società porta ad impugnare oggi qualche parola di garantismo, domani qualche frase di denuncia degli abusi sui lavori pubblici e dopodomani si vedrà. Dimenticando che, proprio rimanendo al tema delle grandi opere, il garantismo invocato non è certo stato poi raccolto nei confronti delle lotte sociali, vedi caso Tav, ma soprattuto per i Verdini. In una, appunto, concezione duale del diritto e delle garanzie.
Quindi, quando si parla di garantismo, piuttosto che a Beccaria o a Filangieri – un altro che sul rapporto tra nuova scienza del disciplinamento e nascente economia capitalistica ha saputo dire molto, prima che la cultura italiana lo beatificasse – è meglio guardare a cosa, in tutto questo corpo del discorso, si intravede davvero. Ad una nuova universalizzazione del disciplinamento, dove l’assoggettamento si dà poi sempre un un piano nuovo, nel caso di chi sostiene, a spada tratta, ogni comportamento della magistratura. Oppure ad una concezione duale del diritto che, una volta tolta la retorica del potere, bada a garantire reti neotribali di potere entro una mediazione business-to-business che non vuole intralci. E’ chiaro che a sinistra qui ci sono due grandi ostacoli culturali a) la mancanza di abitudine a guardare a questi piani strategici b) la vertigine provocata da tutto ciò che non risulta traducibile in un post o in un tweet c) l’enorme difficoltà a tradurre questi problemi in termini politici e di comunicazione.
Visto poi che, in ogni caso, la versione del garantismo alla Verdini piace solo ai diretti interessati, è bene capire verso quale versione del garantismo, matura, di fatto ci si sta rivolgendo. Quella che, a suo tempo, ha trovato trionfo nell’Italia unitaria e liberale rintracciabile in una figura del primo ottocento, Gian Domenico Romagnosi. Si tratta di un autore che, per le competenze dell’epoca, riuniva diritto, garanzie individuali ed economia. Si guardi alla sua Collezione degli articoli di economia politica e statistica e civile. E’ costellata di un garantismo che invoca la libera impresa e il laissez-faire liberista. D’altronde, all’epoca, si andava verso la prima globalizzazione, la cui versione liberale italiana portò danni non da poco alle masse dell’Italia unitaria. Oggi, nella seconda globalizzazione, disorientati dalla velocità, e dalla consistenza di quanto accade, si imbracciano formule simili, culturalmente eredi di quel passato. I danni, di questa sorta di social-liberismo ovviamente, verranno messi in conto ad altri. Ci mancherebbe.
Per Senza Soste, nique la police
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26/02/2016
Il regime renziano? un po' "verdinoso"...
La situazione è drammatica, ma non seria, diceva in un suo celebre aforisma Ennio Flaiano. Definizione che si adatta perfettamente a ciò che fa e rappresenta Renzi. Stiamo entrando in una guerra folle, stiamo precipitando in una nuova recessione economica, ma la farsa politica domina la scena.
La questione di grande rilevanza etica delle unioni civili, ma già il termine usato al posto di matrimonio apriva la via alla malafede e al trasformismo, questa questione sulla quale avrebbero dovuto misurarsi alla luce del sole gli orientamenti dei partiti e dei parlamentari, da Renzi e Alfano è stata trasformata in un un Suk parlamentare.
A pensar male si fa peccato, ma ci si prende, diceva Andreotti; ed è difficile non credere che questo non fosse dall'inizio il disegno del presidente del consiglio. Che ha usato toccanti parole sul trionfo dell'amore per suggellare la sua unione politica con Verdini. Alla quale aspirava da tempo, per sopperire alla mancanza di solidarietà di una parte dei suoi e rafforzare la solidarietà massonica tra i suoi. Se ci ricordiamo il giusto scandalo dei mass media per gli Scilipoti e i Razzi quando passarono con Berlusconi, è ancora più scandaloso l'assordante silenzio attuale su un'operazione di trasformismo ben più vasta ed inquietante. Il quotidiano ex indignato La Repubblica, ora targato Calabresi – Marchionne, balbetta e si accoda. Il Corriere, come sempre nella sua storia, sta col governo. Non parliamo poi delle TV.
E che dire poi della patetica Cirinnà, che dopo aver detto tutto e il suo contrario, si rimangia l'annunciato ritiro dalla politica E poi ci sono i molti, non tutti per fortuna, esponenti di associazioni Lgbt, che dopo aver ruggito contro i M5S ora belano a Verdini. Che alla fine sta diventando il vero padre della patria. I suoi voti sono stati decisivi per la controriforma della Costituzione e ora egli si unisce civilmente e ufficialmente con la maggioranza Renzi – Alfano. È la corruzione morale della politica eretta a sistema di governo. Berlusconi era un dilettante di fronte a Renzi. Grazie all'alunno di terza elementare che ha coniato un nuovo aggettivo sui fiori, possiamo anche noi esercitarci per definire questa materia schifosa.
Il regime renziano è "verdinoso".
Fonte
La questione di grande rilevanza etica delle unioni civili, ma già il termine usato al posto di matrimonio apriva la via alla malafede e al trasformismo, questa questione sulla quale avrebbero dovuto misurarsi alla luce del sole gli orientamenti dei partiti e dei parlamentari, da Renzi e Alfano è stata trasformata in un un Suk parlamentare.
A pensar male si fa peccato, ma ci si prende, diceva Andreotti; ed è difficile non credere che questo non fosse dall'inizio il disegno del presidente del consiglio. Che ha usato toccanti parole sul trionfo dell'amore per suggellare la sua unione politica con Verdini. Alla quale aspirava da tempo, per sopperire alla mancanza di solidarietà di una parte dei suoi e rafforzare la solidarietà massonica tra i suoi. Se ci ricordiamo il giusto scandalo dei mass media per gli Scilipoti e i Razzi quando passarono con Berlusconi, è ancora più scandaloso l'assordante silenzio attuale su un'operazione di trasformismo ben più vasta ed inquietante. Il quotidiano ex indignato La Repubblica, ora targato Calabresi – Marchionne, balbetta e si accoda. Il Corriere, come sempre nella sua storia, sta col governo. Non parliamo poi delle TV.
E che dire poi della patetica Cirinnà, che dopo aver detto tutto e il suo contrario, si rimangia l'annunciato ritiro dalla politica E poi ci sono i molti, non tutti per fortuna, esponenti di associazioni Lgbt, che dopo aver ruggito contro i M5S ora belano a Verdini. Che alla fine sta diventando il vero padre della patria. I suoi voti sono stati decisivi per la controriforma della Costituzione e ora egli si unisce civilmente e ufficialmente con la maggioranza Renzi – Alfano. È la corruzione morale della politica eretta a sistema di governo. Berlusconi era un dilettante di fronte a Renzi. Grazie all'alunno di terza elementare che ha coniato un nuovo aggettivo sui fiori, possiamo anche noi esercitarci per definire questa materia schifosa.
Il regime renziano è "verdinoso".
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25/02/2016
Fiducia su una legge che non prevede "unioni civili"
Una cosa buona, in tutta questa pantomima del ddl sulle unioni civili, c'è. Dovrebbe aver chiarito a tutti che a questo governo e a questa classe politica non interessa un beneamato nulla del “merito dei problemi”, ma soltanto dei propri equilibri interni. Si stava discutendo infatti di una legge "a costo zero", che non coinvolge nessun problema di "coperture". Anzi, di un provvedimento ben visto anche a livello continentale.
Seconda cosa positiva, Renzi esce parecchio ammaccato dalla prova di forza che aveva tentato – usare come “secondo forno” i grillini in Parlamento, per aggirare i bigottismi vescovili dei suoi alleati di malgoverno – ancora una volta al grido “andremo avanti per la nostra strada!”
In fondo al viottolo c'era il baratro e quindi ha fatto dietrofront come un democristiano della prima repubblica, disposto a far approvare un testo finale che non dice più nulla, non garantisce più alcun diritto significativo (di quelli insignificanti, ovviamente, la “sinistra Pd” ne troverà a bizzeffe), pur di poter dire che ce l'ha fatta. Il suo tweet finale, ieri sera, era patetico e plumbeo, ripetitivo fino all'ottusità: "L'accordo sulle unioni civili è un fatto storico per l'Italia. E' davvero #lavoltabuona".
La vittoria di Alfano e della triste coorte del Family day non poteva essere più piena. Non per intelligenza propria, quanto per calcolo combinatorio: una volta affermata come “normalità” che la maggioranza si forma volta per volta, sui singoli provvedimenti, senza alcuna programmaticità (al di fuori dei diktat della Troika, naturalmente; su quello non si scherza), basta avere il numero di parlamentari giusto per far raggiungere o no la maggioranza, e il gioco è fatto.
Sul carro dell'ammaccato “vincitore” è da tempo salito anche il pidue (o tre o quattro) Denis Verdini, antico amico di famiglia del premier (il padre di Matteo curava la distribuzione del giornale di proprietà di Verdini), che ora scalpita per formalizzare l'ingresso in maggioranza. Anche qui: una volta che si viene chiamati con continuità al “soccorso nero”, con i voti di fiducia, è chiaro che prima o poi bisognerà essere pagati per il servizio: qualche poltrona (ministri, sottosegretari, presidenti di commissione o di aziende ancora pubbliche), insomma, è d'obbligo. E vedrete che la "sinistra Pd" manderà giù anche questa, "antropologicamente" così ostica.
La legge Cirinnà non esiste più, ma verrà votata stasera. Con voto di fiducia, dopo tante affermazioni sulla “libertà di coscienza”. Il punto che per la destra sedicente cattolica era diventato una trincea – la stepchild adoption – è sparito; naturalmente con la “promessa” di infilarlo in un provvedimento ad hoc, che probabilmente non vedrà mai la luce (avrà gli stessi problemi di oggi, con questa composizione parlamentare).
Renzi si è così giocato un'altra fetta di consenso sociale, per quanto piccolo possa essere. Ma soprattutto ha lasciato sul terreno della ex Cirinnà una quota rilevante della sua già non immensa credibilità.
Fonte
Seconda cosa positiva, Renzi esce parecchio ammaccato dalla prova di forza che aveva tentato – usare come “secondo forno” i grillini in Parlamento, per aggirare i bigottismi vescovili dei suoi alleati di malgoverno – ancora una volta al grido “andremo avanti per la nostra strada!”
In fondo al viottolo c'era il baratro e quindi ha fatto dietrofront come un democristiano della prima repubblica, disposto a far approvare un testo finale che non dice più nulla, non garantisce più alcun diritto significativo (di quelli insignificanti, ovviamente, la “sinistra Pd” ne troverà a bizzeffe), pur di poter dire che ce l'ha fatta. Il suo tweet finale, ieri sera, era patetico e plumbeo, ripetitivo fino all'ottusità: "L'accordo sulle unioni civili è un fatto storico per l'Italia. E' davvero #lavoltabuona".
La vittoria di Alfano e della triste coorte del Family day non poteva essere più piena. Non per intelligenza propria, quanto per calcolo combinatorio: una volta affermata come “normalità” che la maggioranza si forma volta per volta, sui singoli provvedimenti, senza alcuna programmaticità (al di fuori dei diktat della Troika, naturalmente; su quello non si scherza), basta avere il numero di parlamentari giusto per far raggiungere o no la maggioranza, e il gioco è fatto.
Sul carro dell'ammaccato “vincitore” è da tempo salito anche il pidue (o tre o quattro) Denis Verdini, antico amico di famiglia del premier (il padre di Matteo curava la distribuzione del giornale di proprietà di Verdini), che ora scalpita per formalizzare l'ingresso in maggioranza. Anche qui: una volta che si viene chiamati con continuità al “soccorso nero”, con i voti di fiducia, è chiaro che prima o poi bisognerà essere pagati per il servizio: qualche poltrona (ministri, sottosegretari, presidenti di commissione o di aziende ancora pubbliche), insomma, è d'obbligo. E vedrete che la "sinistra Pd" manderà giù anche questa, "antropologicamente" così ostica.
La legge Cirinnà non esiste più, ma verrà votata stasera. Con voto di fiducia, dopo tante affermazioni sulla “libertà di coscienza”. Il punto che per la destra sedicente cattolica era diventato una trincea – la stepchild adoption – è sparito; naturalmente con la “promessa” di infilarlo in un provvedimento ad hoc, che probabilmente non vedrà mai la luce (avrà gli stessi problemi di oggi, con questa composizione parlamentare).
Renzi si è così giocato un'altra fetta di consenso sociale, per quanto piccolo possa essere. Ma soprattutto ha lasciato sul terreno della ex Cirinnà una quota rilevante della sua già non immensa credibilità.
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14/12/2015
L'abisso italiano. Problemi sistemici in mano alle famiglie Renzi-Boschi-Lotti
Brutto paese, l'Italia... Non è mai possibile fare un ragionamento serio, ogni volta che prendi un problema di dimensioni “sistemiche” – per esempio il funzionamento del sistema bancario – che immediatamente tutti ti riportano di corsa alla commedia di quartiere. Quella in cui, appunto, i massimi sistemi vengono tradotti in maschere e saltimbanchi.
Brutto paese davvero, l'Italia... Perché non fai in tempo a lamentarti di questa generale mancanza di serietà nell'analisi dei problemi generali che immediatamente, e in effetti, alcune maschere stazzonate ti ricadono tra i piedi, impedendoti di andare avanti con il ragionamento.
Detto in altro modo, il problema è questo: abbiamo un sistema che non funziona nel suo insieme e che non può essere neanche analizzato seriamente se non facciamo astrazione dalle “facce” e dai nomi dei singoli protagonisti. Ma bisogna purtroppo ammettere che certe facce e certi nomi ricorrono come una giaculatoria da prefiche, disturbando l'analisi e rendendola cronaca giallo-rosa.
Il sistema bancario italiano, dicevamo, è marcio e non può reggere il nuovo ritmo della finanza globale. Troppi piccoli istituti, troppe poltrone, troppi piccoli affari e ben pochi grandi affari. Vero è che stanno cambiando anche le regole continentali, con l'invenzione del bail-in (buona parte dei fallimenti vengono fatti pagare ad azionisti, obbligazionisti e correntisti al di sopra dei 100.000 euro), che sembra tanto virtuoso – in astratto – rispetto al consueto bail-out (salvataggio con soldi pubblici, come fatto in tutto il mondo all'indomani del fallimento di Lehmann Brothers).
Bisognerebbe affrontare seriamente il problema, cercare soluzioni efficaci anche se certamente spiacevoli per la Troika (per esempio: la nazionalizzazione), astrarre dalle vicende di cronaca, sempre troppo infime per spiegare alcunché.
E invece, senza troppa sorpresa, eccoci qui davanti a una pochade degna di Totò, ma in dialetto toscano, in cui i vizi privati sono diventati virtù pubbliche e un ristretto clan di massoni locali si ritrova con i figli ai massimi posti di responsabilità istituzionale, pronti naturalmente a qualsiasi audace operazione (chessò, un “decreto salvabanche”) per alleviare le ambasce familiari. Di colpo, sui quotidiani di questo paese, un problema enorme viene sezionato tenendo sotto mira alcune figurine piazzate lì quasi per caso, con un'inversione totale tra capacità delinquenziali e statura politica.
Il bello è che questo svilimento può comunque avere grosse conseguenze politiche, perché il presidente del consiglio appare così pesantemente coinvolto nella vicenda di Banca Etruria da lasciare l'impressione che questa buccia di banana possa rappresentare quasi un precoce inizio della fine.
Andiamo con ordine. I quotidiani che hanno portato Renzi a Palazzo Chigi quasi in trionfo, in questi giorni traboccano di notizie – più o meno evidenziate – che in qualsiasi altro paese decreterebbero la morte politica istantanea del premier “ggiòvane”. Altri quotidiani, apertamente all'opposizione, come Il Fatto, hanno aperto una campagna altrettanto impietosa di quelle che avevano condotto – insieme a molti altri – contro Berlusconi. E per intrecci straordinariamente simili, solo su scala molto più miserevole, provinciale, quasi bottegaia (nel caso di Renzi e Boschi). In fondo Berlusconi era un manager miliardario in proprio, un fondatore di imperi mediatici (con soldi fatti in modo alquanto fumoso), mentre qui stanno sulla scena degli absolute beginners che stanno già dando fondo a tutto il frasario consunto dai predecessori (“non ci faremo processare nelle piazze”, gridato ieri alla Leopolda, era slogan democristiano anni '70, incautamente gridato allora da Aldo Moro).
Le ultime novità riguardano il consolidato rapporto d'affari tra il padre di Renzi e il padre di Maria Elena Boschi – fin qui ignoto alle cronache e anche all'Agenzia delle entrate, visto che non era stato inserito nella denuncia dei redditi – in una società che solo per caso comprendeva anche l’ex presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi.
L'unico precedente noto, per cui aveva subito anche un'indagine, riguardava invece un antico rapporto d'affari tra Tiziano Renzi e Denis Verdini, con il primo a fare il distributore del giornale di proprietà del secondo (al tempo in cui Matteo era ancora un dipendente del padre).
Coincidenze, si dirà, in fondo in provincia tutti si conoscono... E sia... Ma se poi vien fuori che il povero Tiziano era riuscito a ottenere un prestito che a nessun altro, nelle stesse condizioni, sarebbe stato concesso solo perché a decidere in marito sarebbe stato un altro funzionario di banca, casualmente padre del sottosegretario alla vicepresidenza del Consiglio, al secolo Flavio Lotti, ecco che la catena di coincidenze diventa un quadro probatorio che dovrebbe far la felicità di qualsiasi giudice istruttore...
Giustamente molti ironizzano su questo “patto generazionale” decisamente meno austero di quello che si vorrebbe far ingurgitare – dalle stesse persone – all'intero paese, con i padri esodati o con pensioni da fame e figli precari che la pensione non la vedranno mai.
Certo, come “rottamazione” non sembra un granché... In fondo si faceva così anche 50 anni fa (c'è chi ricorda i casi di Piccioni, De Mita, Leone, Donat Cattin – vecchi leoni democristiani – costretti ad attivarsi per salvare i figli finiti nei guai, e pesanti). L'unica differenza è che qui gli impicci li hanno fatti – per anni – i padri, mentre i figli sono stati collocato al posto giusto appena in tempo per provare a salvarli dall'assalto dei magistrati.
Capite perché discutere di problemi sistemici delle banche italiane, in questo clima, diventa quasi un parlare da soli?
Fonte
Brutto paese davvero, l'Italia... Perché non fai in tempo a lamentarti di questa generale mancanza di serietà nell'analisi dei problemi generali che immediatamente, e in effetti, alcune maschere stazzonate ti ricadono tra i piedi, impedendoti di andare avanti con il ragionamento.
Detto in altro modo, il problema è questo: abbiamo un sistema che non funziona nel suo insieme e che non può essere neanche analizzato seriamente se non facciamo astrazione dalle “facce” e dai nomi dei singoli protagonisti. Ma bisogna purtroppo ammettere che certe facce e certi nomi ricorrono come una giaculatoria da prefiche, disturbando l'analisi e rendendola cronaca giallo-rosa.
Il sistema bancario italiano, dicevamo, è marcio e non può reggere il nuovo ritmo della finanza globale. Troppi piccoli istituti, troppe poltrone, troppi piccoli affari e ben pochi grandi affari. Vero è che stanno cambiando anche le regole continentali, con l'invenzione del bail-in (buona parte dei fallimenti vengono fatti pagare ad azionisti, obbligazionisti e correntisti al di sopra dei 100.000 euro), che sembra tanto virtuoso – in astratto – rispetto al consueto bail-out (salvataggio con soldi pubblici, come fatto in tutto il mondo all'indomani del fallimento di Lehmann Brothers).
Bisognerebbe affrontare seriamente il problema, cercare soluzioni efficaci anche se certamente spiacevoli per la Troika (per esempio: la nazionalizzazione), astrarre dalle vicende di cronaca, sempre troppo infime per spiegare alcunché.
E invece, senza troppa sorpresa, eccoci qui davanti a una pochade degna di Totò, ma in dialetto toscano, in cui i vizi privati sono diventati virtù pubbliche e un ristretto clan di massoni locali si ritrova con i figli ai massimi posti di responsabilità istituzionale, pronti naturalmente a qualsiasi audace operazione (chessò, un “decreto salvabanche”) per alleviare le ambasce familiari. Di colpo, sui quotidiani di questo paese, un problema enorme viene sezionato tenendo sotto mira alcune figurine piazzate lì quasi per caso, con un'inversione totale tra capacità delinquenziali e statura politica.
Il bello è che questo svilimento può comunque avere grosse conseguenze politiche, perché il presidente del consiglio appare così pesantemente coinvolto nella vicenda di Banca Etruria da lasciare l'impressione che questa buccia di banana possa rappresentare quasi un precoce inizio della fine.
Andiamo con ordine. I quotidiani che hanno portato Renzi a Palazzo Chigi quasi in trionfo, in questi giorni traboccano di notizie – più o meno evidenziate – che in qualsiasi altro paese decreterebbero la morte politica istantanea del premier “ggiòvane”. Altri quotidiani, apertamente all'opposizione, come Il Fatto, hanno aperto una campagna altrettanto impietosa di quelle che avevano condotto – insieme a molti altri – contro Berlusconi. E per intrecci straordinariamente simili, solo su scala molto più miserevole, provinciale, quasi bottegaia (nel caso di Renzi e Boschi). In fondo Berlusconi era un manager miliardario in proprio, un fondatore di imperi mediatici (con soldi fatti in modo alquanto fumoso), mentre qui stanno sulla scena degli absolute beginners che stanno già dando fondo a tutto il frasario consunto dai predecessori (“non ci faremo processare nelle piazze”, gridato ieri alla Leopolda, era slogan democristiano anni '70, incautamente gridato allora da Aldo Moro).
Le ultime novità riguardano il consolidato rapporto d'affari tra il padre di Renzi e il padre di Maria Elena Boschi – fin qui ignoto alle cronache e anche all'Agenzia delle entrate, visto che non era stato inserito nella denuncia dei redditi – in una società che solo per caso comprendeva anche l’ex presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi.
L'unico precedente noto, per cui aveva subito anche un'indagine, riguardava invece un antico rapporto d'affari tra Tiziano Renzi e Denis Verdini, con il primo a fare il distributore del giornale di proprietà del secondo (al tempo in cui Matteo era ancora un dipendente del padre).
Coincidenze, si dirà, in fondo in provincia tutti si conoscono... E sia... Ma se poi vien fuori che il povero Tiziano era riuscito a ottenere un prestito che a nessun altro, nelle stesse condizioni, sarebbe stato concesso solo perché a decidere in marito sarebbe stato un altro funzionario di banca, casualmente padre del sottosegretario alla vicepresidenza del Consiglio, al secolo Flavio Lotti, ecco che la catena di coincidenze diventa un quadro probatorio che dovrebbe far la felicità di qualsiasi giudice istruttore...
Giustamente molti ironizzano su questo “patto generazionale” decisamente meno austero di quello che si vorrebbe far ingurgitare – dalle stesse persone – all'intero paese, con i padri esodati o con pensioni da fame e figli precari che la pensione non la vedranno mai.
Certo, come “rottamazione” non sembra un granché... In fondo si faceva così anche 50 anni fa (c'è chi ricorda i casi di Piccioni, De Mita, Leone, Donat Cattin – vecchi leoni democristiani – costretti ad attivarsi per salvare i figli finiti nei guai, e pesanti). L'unica differenza è che qui gli impicci li hanno fatti – per anni – i padri, mentre i figli sono stati collocato al posto giusto appena in tempo per provare a salvarli dall'assalto dei magistrati.
Capite perché discutere di problemi sistemici delle banche italiane, in questo clima, diventa quasi un parlare da soli?
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16/09/2015
Ma chi sono i "costituenti" che riformano il Senato?
La riforma del Senato è diventata l'ostacolo su cui potrebbe inciampare il governo Renzi. Non crediamo che ciò accadrà, diciamo subito. Ma il modo in cui va maturando una riforma costituzionale – che decide degli assetti di lungo termine delle istituzioni e dei rapporti tra i poteri dello stato – merita qualche attenzione.
Siamo infatti abituati a considerare Renzi e i suoi robot-valletti come dei mentitori seriali, quindi indegni di attenzione a quanto vanno dicendo. È giusto, e proprio perché è giusto diventa necessario analizzare quel che fanno, non quel che dicono.
Sul merito della riforma del senato, c'è poco da aggiungere a quanto hanno già detto autorevoli costituzionalisti di diverse scuole (Zagrebelski, Villone, Ferrara, ecc). Fare del Senato un microcontenitore di nominati di secondo grado (presi dalle regioni e dai Comuni, più 5 di competenza del Presidente della Repubblica), senza più funzioni di controllo legislativo, è di fatto un'abolizione secca.
La legge elettorale chiamata “Italicum”, peraltro, svuota anche la Camera dei Deputati (così come aveva fatto il “Porcellum” calderolian-berlusconiano), confermandola come un contenitore di nominati dalle segreterie di partito (in realtà selezionati e imposti dalla consorterie organizzate in forma elettorale), quindi obbedienti in tutto e per tutto alla volontà dei capicorrente.
L'abnorme “premio di maggioranza” al partito che vince il secondo turno, infine, rende possibile un governo blindato, scelto magari solo dal 20% dei votanti (attualmente la metà degli aventi diritto). Se non è un golpe, insomma, poco ci manca.
Ma quello che vi invitiamo a considerare è anche il metodo, altrettanto immondo, in cui si “cerca la maggioranza” per far approvare la riforma del Senato allo stesso Senato.
Il Pd, ieri, si è formalmente spaccato sull'art. 2, ossia sulla non eleggibilità dei componenti il prossimo Senato. La bersaniana Denis Lo Moro ha abbandonato il tavolo di confronto interno ai piddini presenti in Commissione Affari Costituzionali, vista l'irremovibilità dei renziani a qualsiasi modifica.
A quel punto la presidente della Commissione, la renziana Anna Finocchiaro, ha deciso di “tirare dritto”, convocando per oggi la riunione dei capigruppo per portare in aula il testo senza modifiche. Così facendo ha naturalmente fatto saltare sulla sedia Pietro Grasso, presidente del Senato, che è per regolamento l'unico che ha il potere di convocare i capigruppo, anche se di norma lo fa su richiesta anche di singoli gruppi.
Una scortesia istituzionale in più, e volontaria, perché i renziani vogliono sapere se Grasso ammetterà o meno le migliaia o pochi emendamenti che mettono in discussione l'art. 2. Un pressing coatto rinforzato dalla decisione, presa dalla stessa Finocchiaro, di dichiarare “inammissibili” tutti gli emendamenti su questo punto.
Dal punto di vista regolamentare qualche ragione c'è. Un testo di legge già passato sia in Senato che alla Camera può essere modificato solo nelle parti che l'altro ramo del parlamento ha cambiato rispetto alla prima lettura. E nell'art. 2 c'è stato un solo cambiamento; l'uso della preposizione “dai” al posto di “nei”. Nulla, insomma, che possa interferire sull'eleggibilità dei senatori, stupidamente approvata in prima lettura anche dai bersaniani del Pd.
È chiaro, insomma, che dietro la spinta degli emendamenti a tutto campo, c'è un'intenzione politica non esplicitata che Renzi, a questo punto, preferisce far venire allo scoperto per decapitare definitivamente la minoranza interna. Ma così facendo deve mettere sul piatto la disponibilità a far cadere il suo stesso governo, se dovesse finire in minoranza su qualche emendamento decisivo, e accettare la sfida di nuove elezioni.
Il suo calcolo è quasi trasparente: se ci deve essere un rischio elezioni, meglio subito che tra un anno o due, quando saranno molto più visibili, socialmente, gli effetti delle sue più infami “riforme” (Jobs Act, scuola, sanità, ammortizzatori sociali, ecc). Per quanto in rapido calo, la sua immotivata popolarità (tutta dovuta a una precisa scelta dei proprietari del principali media mainstream) è ancora enormemente superiore a quella di qualsiasi possibile competitore. Unica eccezione i grillini, contro cui sarebbe in fondo facile chiamare all'”unità nazionale” di centrodestra e “democratici”.
Ma cadere, per quanto con molti salvagente, è sempre un rischio. Quindi va berlusconianamente cercando di comprarsi più senatori possibile, sia nella minoranza Pd che tra le opposizioni ufficiali (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, ecc).
Ed è qui che il metodo si trasforma in sostanza politica e costituzionale.
Per esempio: il leghista Calderoli avrebbe potuto decidere di ritirare gli emendamenti leghisti presentati in commissione. Un gesto di “cortesia” parlamentare intinto nel veleno, perché avrebbe costretto i renziani ad affrontare il voto in Commissione, dove non hanno i numeri. Sarebbe stato un punto a favore dell'opposizione di destra al governo. Ma Calderoli non l'ha fatto. E sembra logico dedurre che il motivo sta in uno scambio poco onorevole per tutti: oggi il Senato deve decidere se metterlo in stato d'accusa per le offese all’ex ministro Cecile Kyenge (che chiamò “orango”). Basta che il Pd decida di votare contro e lo scambio è fatto. Calderoli la passa liscia e qualche voto leghista a favore (o non contrario) del testo renziano si può trovare...
Stesse scene su altri fronti, dove la “strana coppia” di fiorentini in odor di loggia (Verdini, peraltro finito sotto inchiesta per la P4, e Luca Lotti, neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio), va sondando disponibilità individuali e/o di gruppo. Lo scambio, in questi altri casi, riguarda la possibilità di trovare posto nelle future liste blindate per la Camera oppure la certezza di venir rispescati magari a livello regionale.
Oppure c'è la possibilità di scansare una autorizzazione all'arresto. Come nel caso di Giovanni Biliardi, senatore Ncd. La Giunta per le autorizzazioni ha già dato il suo parere favorevole all'ingabbiamento, ma la relatrice Pezzopane non avrebbe ancora depositato la relazione "tecnica". Quindi, se l'arrestando darà il voto suo e di qualche amico a favore della riforma, il Pd potrebbe contraccambiare – come già fatto per Azzollini – votando in aula il “no” alle manette.
Pratiche ignobili certo non nuove nei corridoi parlamentari. Ma in ballo stavolta non c'è una leggina sul finanziamento di una fondazione che “interessa” un boss locale, né una sul finanziamento dei partiti. Si sta parlando di poteri costituzionali, di “equilibri” tra questi poteri. Che si possa procedere a maggioranza semplice (invece che “qualificata”, ovvero due terzi dei senatori) è già uno sfregio. Che lo si faccia contando su una manciata di corrotti, minacciati, “scambisti”, dà la cifra autentica della moralità di questa banda al governo.
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Siamo infatti abituati a considerare Renzi e i suoi robot-valletti come dei mentitori seriali, quindi indegni di attenzione a quanto vanno dicendo. È giusto, e proprio perché è giusto diventa necessario analizzare quel che fanno, non quel che dicono.
Sul merito della riforma del senato, c'è poco da aggiungere a quanto hanno già detto autorevoli costituzionalisti di diverse scuole (Zagrebelski, Villone, Ferrara, ecc). Fare del Senato un microcontenitore di nominati di secondo grado (presi dalle regioni e dai Comuni, più 5 di competenza del Presidente della Repubblica), senza più funzioni di controllo legislativo, è di fatto un'abolizione secca.
La legge elettorale chiamata “Italicum”, peraltro, svuota anche la Camera dei Deputati (così come aveva fatto il “Porcellum” calderolian-berlusconiano), confermandola come un contenitore di nominati dalle segreterie di partito (in realtà selezionati e imposti dalla consorterie organizzate in forma elettorale), quindi obbedienti in tutto e per tutto alla volontà dei capicorrente.
L'abnorme “premio di maggioranza” al partito che vince il secondo turno, infine, rende possibile un governo blindato, scelto magari solo dal 20% dei votanti (attualmente la metà degli aventi diritto). Se non è un golpe, insomma, poco ci manca.
Ma quello che vi invitiamo a considerare è anche il metodo, altrettanto immondo, in cui si “cerca la maggioranza” per far approvare la riforma del Senato allo stesso Senato.
Il Pd, ieri, si è formalmente spaccato sull'art. 2, ossia sulla non eleggibilità dei componenti il prossimo Senato. La bersaniana Denis Lo Moro ha abbandonato il tavolo di confronto interno ai piddini presenti in Commissione Affari Costituzionali, vista l'irremovibilità dei renziani a qualsiasi modifica.
A quel punto la presidente della Commissione, la renziana Anna Finocchiaro, ha deciso di “tirare dritto”, convocando per oggi la riunione dei capigruppo per portare in aula il testo senza modifiche. Così facendo ha naturalmente fatto saltare sulla sedia Pietro Grasso, presidente del Senato, che è per regolamento l'unico che ha il potere di convocare i capigruppo, anche se di norma lo fa su richiesta anche di singoli gruppi.
Una scortesia istituzionale in più, e volontaria, perché i renziani vogliono sapere se Grasso ammetterà o meno le migliaia o pochi emendamenti che mettono in discussione l'art. 2. Un pressing coatto rinforzato dalla decisione, presa dalla stessa Finocchiaro, di dichiarare “inammissibili” tutti gli emendamenti su questo punto.
Dal punto di vista regolamentare qualche ragione c'è. Un testo di legge già passato sia in Senato che alla Camera può essere modificato solo nelle parti che l'altro ramo del parlamento ha cambiato rispetto alla prima lettura. E nell'art. 2 c'è stato un solo cambiamento; l'uso della preposizione “dai” al posto di “nei”. Nulla, insomma, che possa interferire sull'eleggibilità dei senatori, stupidamente approvata in prima lettura anche dai bersaniani del Pd.
È chiaro, insomma, che dietro la spinta degli emendamenti a tutto campo, c'è un'intenzione politica non esplicitata che Renzi, a questo punto, preferisce far venire allo scoperto per decapitare definitivamente la minoranza interna. Ma così facendo deve mettere sul piatto la disponibilità a far cadere il suo stesso governo, se dovesse finire in minoranza su qualche emendamento decisivo, e accettare la sfida di nuove elezioni.
Il suo calcolo è quasi trasparente: se ci deve essere un rischio elezioni, meglio subito che tra un anno o due, quando saranno molto più visibili, socialmente, gli effetti delle sue più infami “riforme” (Jobs Act, scuola, sanità, ammortizzatori sociali, ecc). Per quanto in rapido calo, la sua immotivata popolarità (tutta dovuta a una precisa scelta dei proprietari del principali media mainstream) è ancora enormemente superiore a quella di qualsiasi possibile competitore. Unica eccezione i grillini, contro cui sarebbe in fondo facile chiamare all'”unità nazionale” di centrodestra e “democratici”.
Ma cadere, per quanto con molti salvagente, è sempre un rischio. Quindi va berlusconianamente cercando di comprarsi più senatori possibile, sia nella minoranza Pd che tra le opposizioni ufficiali (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, ecc).
Ed è qui che il metodo si trasforma in sostanza politica e costituzionale.
Per esempio: il leghista Calderoli avrebbe potuto decidere di ritirare gli emendamenti leghisti presentati in commissione. Un gesto di “cortesia” parlamentare intinto nel veleno, perché avrebbe costretto i renziani ad affrontare il voto in Commissione, dove non hanno i numeri. Sarebbe stato un punto a favore dell'opposizione di destra al governo. Ma Calderoli non l'ha fatto. E sembra logico dedurre che il motivo sta in uno scambio poco onorevole per tutti: oggi il Senato deve decidere se metterlo in stato d'accusa per le offese all’ex ministro Cecile Kyenge (che chiamò “orango”). Basta che il Pd decida di votare contro e lo scambio è fatto. Calderoli la passa liscia e qualche voto leghista a favore (o non contrario) del testo renziano si può trovare...
Stesse scene su altri fronti, dove la “strana coppia” di fiorentini in odor di loggia (Verdini, peraltro finito sotto inchiesta per la P4, e Luca Lotti, neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio), va sondando disponibilità individuali e/o di gruppo. Lo scambio, in questi altri casi, riguarda la possibilità di trovare posto nelle future liste blindate per la Camera oppure la certezza di venir rispescati magari a livello regionale.
Oppure c'è la possibilità di scansare una autorizzazione all'arresto. Come nel caso di Giovanni Biliardi, senatore Ncd. La Giunta per le autorizzazioni ha già dato il suo parere favorevole all'ingabbiamento, ma la relatrice Pezzopane non avrebbe ancora depositato la relazione "tecnica". Quindi, se l'arrestando darà il voto suo e di qualche amico a favore della riforma, il Pd potrebbe contraccambiare – come già fatto per Azzollini – votando in aula il “no” alle manette.
Pratiche ignobili certo non nuove nei corridoi parlamentari. Ma in ballo stavolta non c'è una leggina sul finanziamento di una fondazione che “interessa” un boss locale, né una sul finanziamento dei partiti. Si sta parlando di poteri costituzionali, di “equilibri” tra questi poteri. Che si possa procedere a maggioranza semplice (invece che “qualificata”, ovvero due terzi dei senatori) è già uno sfregio. Che lo si faccia contando su una manciata di corrotti, minacciati, “scambisti”, dà la cifra autentica della moralità di questa banda al governo.
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03/08/2015
Temo che Renzi stia preparando il suo contrattacco
Non so se Renzi riuscirà ad attuare il suo piano fiscale. Per ora pare che l’ “Europa” (termine che deve essere un sinonimo di “capitale iperfinanziario”) gli si sta mettendo di traverso, però la partita è solo all’inizio.
C’è chi ha “consigliato” a Renzi di iniziare non dalle tasse sulla casa ma da quelle sul lavoro. E Renzi potrebbe benissimo invertire l’ordine degli interventi, anche se, in verità, la casa rappresenta un flusso fiscale più facilmente sostituibile, a meno che la riduzione delle tasse sul lavoro non sia una cosa del tutto ridicola che resterebbe senza effetti.
Comunque la partita è appena iniziata ed anche un veto europeo potrebbe essere speso dal nostro Tamarro come argomento propagandistico (“vorrei ma non me lo fanno fare”) e non è detto che non gli renda qualcosa in consensi.
Per ora i sondaggi (per quel che valgono i sondaggi... lo sappiamo) segnano ancora un Pd in discesa e una incredulità verso le promesse renziane che supera il 50%. Questo però è abbastanza logico: lo studio dei comportamenti elettorali insegna che, nei sei mesi successivi alle elezioni, l’elettorato continua a seguire la traiettoria percepita dal risultato.
Chiarisco meglio: non importa se un partito ha in effetti aumentato o diminuito i voti e quanto, ma se il suo risultato è stato visto come un successo o un insuccesso. Ad esempio, nel 1979 i radicali ebbero una buona affermazione (per quei tempi) con il 3,4% che in sé era un successo, ma la sensazione di vittoria fu sensibilmente smorzata dal fatto che tutti i sondaggi prevedevano un 5%, per cui quel 3,4 fu un po’ una delusione, anche se, una settimana dopo, alle europee, aggiunse ancora uno 0,3%. Qualcosa di simile è successo a Sel fra il 2011 ed il 2012, con sondaggi che la davano al 7-8% ma che poi erano smentiti dalle amministrative in cui non superava mai il 5% e poi dalle politiche in cui, pur rientrando in parlamento, ottenne un deludente 3,2%.
Il M5S l’anno scorso, nelle europee, ottenne un risultato in sé non disastroso (calando di 3 punti e mezzo rispetto ad un anno prima) ma psicologicamente la cosa fu percepita come una pesante sconfitta per le forti aspettative di vittoria della vigilia. Vice versa, nelle amministrative di questo anno il M5S si è attestato intorno al 15% medio, che significa una flessione molto più dura dell’anno scorso, ma il risultato è stato accolto come un successo del movimento, perché si dava per scontata la minore capacità di raccolta elettorale nel test delle amministrative, da sempre sfavorevole ad esso. Ed, infatti i sondaggi lo danno in forte ripresa, addirittura oltre il 25% di due anni fa.
Il Pd ha subito una sconfitta secca percepita come tale, per cui il riflesso sull’elettorato è di segno negativo e lo sarà ancora per alcuni mesi, esattamente come l’anno scorso, dopo il 41% delle europee, i sondaggi segnalavano un Pd in crescita sino al 46% ancora a novembre.
Dunque, questa attuale contrazione nei sondaggi è del tutto fisiologica. Ma non vuol dire che automaticamente si ripeterà nelle votazioni del prossimo anno. Molto dipende dalla capacità di iniziativa di Renzi che è una bestia (ne sono convinto), ma è una bestia che ha fiuto e non è uno che resta con le mani in mano, che gli mangino in testa, come un Bersani qualsiasi. Questa delle tasse è la prima mossa.
Poi c’è un altro segnale da non sottovalutare, in se non significativo, ma che potrebbe avere conseguenze che vanno ben al di là della modesta entità delle forze (o debolezze) in questione: la decisione di Alfano di sciogliere Ncd per confluire nelle schiere renziane, a quanto pare seguito anche dai casiniani. Messi insieme, non fanno neppure il 4% e, presumibilmente anche i verdiniani non portano molto di più. Eppure questa mossa può dare effetti molto superiori alle premesse. Questa trasmigrazione di “massa” (si fa per dire) nel campo del centro sinistra mette nell’angolo i vari Passera, Fitto, Marchini, Spacca ecc, e quindi liquida, prima di nascere, ogni ipotesi di un centro o centro destra “pulito”. Di conseguenza, lascia Salvini come unico avversario in pista del Pd. Resuscita Berlusconi come ago della bilancia a destra fra alleanza subalterna alla Lega o polo alternativo ad essa. Pone le premesse per un duello Salvini - Renzi e con esso, della probabile vittoria del tamarro fiorentino. Come vedete conseguenze che vanno molto oltre quel miserando 4-5% che forse (forse) mettono insieme tutti questi transfughi.
Ripeto, attenzione a non sottovalutare Renzi: non è intelligente ma è astuto, non diamolo per spacciato prima del tempo.
Fonte
Mi auguro con tutto il cuore che quella melma maleodorante percolata dal Popolo della libertà (madonna che insulto di nome!...) confluisca effettivamente nel PD.
A quel punto nessun ex nostalgico della falce e martello (forse mai stata tale) avrebbe più scuse per continuare ad accasare il suo voto e peggio ancora la propria militanza in una simile cloaca.
C’è chi ha “consigliato” a Renzi di iniziare non dalle tasse sulla casa ma da quelle sul lavoro. E Renzi potrebbe benissimo invertire l’ordine degli interventi, anche se, in verità, la casa rappresenta un flusso fiscale più facilmente sostituibile, a meno che la riduzione delle tasse sul lavoro non sia una cosa del tutto ridicola che resterebbe senza effetti.
Comunque la partita è appena iniziata ed anche un veto europeo potrebbe essere speso dal nostro Tamarro come argomento propagandistico (“vorrei ma non me lo fanno fare”) e non è detto che non gli renda qualcosa in consensi.
Per ora i sondaggi (per quel che valgono i sondaggi... lo sappiamo) segnano ancora un Pd in discesa e una incredulità verso le promesse renziane che supera il 50%. Questo però è abbastanza logico: lo studio dei comportamenti elettorali insegna che, nei sei mesi successivi alle elezioni, l’elettorato continua a seguire la traiettoria percepita dal risultato.
Chiarisco meglio: non importa se un partito ha in effetti aumentato o diminuito i voti e quanto, ma se il suo risultato è stato visto come un successo o un insuccesso. Ad esempio, nel 1979 i radicali ebbero una buona affermazione (per quei tempi) con il 3,4% che in sé era un successo, ma la sensazione di vittoria fu sensibilmente smorzata dal fatto che tutti i sondaggi prevedevano un 5%, per cui quel 3,4 fu un po’ una delusione, anche se, una settimana dopo, alle europee, aggiunse ancora uno 0,3%. Qualcosa di simile è successo a Sel fra il 2011 ed il 2012, con sondaggi che la davano al 7-8% ma che poi erano smentiti dalle amministrative in cui non superava mai il 5% e poi dalle politiche in cui, pur rientrando in parlamento, ottenne un deludente 3,2%.
Il M5S l’anno scorso, nelle europee, ottenne un risultato in sé non disastroso (calando di 3 punti e mezzo rispetto ad un anno prima) ma psicologicamente la cosa fu percepita come una pesante sconfitta per le forti aspettative di vittoria della vigilia. Vice versa, nelle amministrative di questo anno il M5S si è attestato intorno al 15% medio, che significa una flessione molto più dura dell’anno scorso, ma il risultato è stato accolto come un successo del movimento, perché si dava per scontata la minore capacità di raccolta elettorale nel test delle amministrative, da sempre sfavorevole ad esso. Ed, infatti i sondaggi lo danno in forte ripresa, addirittura oltre il 25% di due anni fa.
Il Pd ha subito una sconfitta secca percepita come tale, per cui il riflesso sull’elettorato è di segno negativo e lo sarà ancora per alcuni mesi, esattamente come l’anno scorso, dopo il 41% delle europee, i sondaggi segnalavano un Pd in crescita sino al 46% ancora a novembre.
Dunque, questa attuale contrazione nei sondaggi è del tutto fisiologica. Ma non vuol dire che automaticamente si ripeterà nelle votazioni del prossimo anno. Molto dipende dalla capacità di iniziativa di Renzi che è una bestia (ne sono convinto), ma è una bestia che ha fiuto e non è uno che resta con le mani in mano, che gli mangino in testa, come un Bersani qualsiasi. Questa delle tasse è la prima mossa.
Poi c’è un altro segnale da non sottovalutare, in se non significativo, ma che potrebbe avere conseguenze che vanno ben al di là della modesta entità delle forze (o debolezze) in questione: la decisione di Alfano di sciogliere Ncd per confluire nelle schiere renziane, a quanto pare seguito anche dai casiniani. Messi insieme, non fanno neppure il 4% e, presumibilmente anche i verdiniani non portano molto di più. Eppure questa mossa può dare effetti molto superiori alle premesse. Questa trasmigrazione di “massa” (si fa per dire) nel campo del centro sinistra mette nell’angolo i vari Passera, Fitto, Marchini, Spacca ecc, e quindi liquida, prima di nascere, ogni ipotesi di un centro o centro destra “pulito”. Di conseguenza, lascia Salvini come unico avversario in pista del Pd. Resuscita Berlusconi come ago della bilancia a destra fra alleanza subalterna alla Lega o polo alternativo ad essa. Pone le premesse per un duello Salvini - Renzi e con esso, della probabile vittoria del tamarro fiorentino. Come vedete conseguenze che vanno molto oltre quel miserando 4-5% che forse (forse) mettono insieme tutti questi transfughi.
Ripeto, attenzione a non sottovalutare Renzi: non è intelligente ma è astuto, non diamolo per spacciato prima del tempo.
Fonte
Mi auguro con tutto il cuore che quella melma maleodorante percolata dal Popolo della libertà (madonna che insulto di nome!...) confluisca effettivamente nel PD.
A quel punto nessun ex nostalgico della falce e martello (forse mai stata tale) avrebbe più scuse per continuare ad accasare il suo voto e peggio ancora la propria militanza in una simile cloaca.
26/07/2015
Il "partito della nazione" prende forma. Tosco-massonica
La politica, in Italia, è ridotta a uno sceneggiato in mano a pessimi scrittori di battute. Gente che non regge la distanza superiore a uno sketch. Fa sorridere, qualche volta; incazzare, sempre; pensare, mai.
Due sottoscene si vanno sviluppando contemporaneamente, sulla destra e sulla presunta sinistra del Pd, per arrivare alla stessa conclusione: “il partito della nazione”.
A destra lo strappo sembra clamoroso solo a chi crede che ci siano “parti” differenti e non solo varianti dello stesso copione. Denis Verdini, grande cucitore di Forza Italia fin dalle origini, massone toscano con una lunga serie di inchieste sul groppone (su tutte spicca il rinvio a giudizio per la loggia massonica denominata P3, l'evoluzione post-giudiziaria della più nota P2, insieme a personaggi di spicco come l’ex sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, oggi in carcere per camorra e dintorni), ha “rotto” con Berlusconi e si appresta a confluire nel Pd o comunque a fare liste collegate o altri imbrogli a seconda della legge elettorale con cui si andrà alle urne. Probabilmente già l'anno prossimo. Nel frattempo gli garantirà al Senato quella maggioranza che si va logorando giorno dopo giorno.
Il rapporto tra i due è piuttosto antico, tanto che Verdini passa per essere stato il vero “scopritore” del talento recitativo di Matteo Renzi. Merito pare dei rapporti d'affari con il padre, titolare della società di distribuzione - fallita nel 2013 - del giornale che Verdini controllava (il Giornale della Toscana, inserto locale del più noto foglio milanese).
Che oggi il talent scout si riunisca con la sua scoperta non dovrebbe sembrare dunque una gran sorpresa. Del resto, nel rinvio a giudizio per la P3, a Verdini vengono contestati i reati di associazione a delinquere finalizzata a episodi di corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito; come corollario strumentale di un'associazione finalizzata a “condizionare gli organi dello Stato”. Più si è vicini a Palazzo Chigi, meglio si condiziona, no?
Sembra molto indicativo il fatto che il loquacissimo guitto di Pontassieve – ieri ha tonitruato contro i sindacati per lo sciopero in Alitalia e la chiusura di Pompei – non abbia trovato il modo di pronunciare verbo su un “apparentamento” che in altri tempi sarebbe suonata come una provocazione. Quindi è tutto vero, specie perché Verdini ha “svelato i suoi piani” dopo una cena con Luca Lotti, altro membro di rilevo del “giglio magico” nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
La cupola di Firenze, a questo punto della storia, chiude la fase del “marciare divisi, colpire uniti” e apre quella della falange che tutto vuol spianare.
Fin qui tutto normale. Un po' raccapricciante, ma quasi scontato.
I problemi ridicoli vengono come sempre dalla presunta “sinistra”. Gli ex diessini sono in via di espulsione progressiva dal Pd. Civati, Fassina & co. verranno prima o poi raggiunti anche da Bersani, D'Alema e compagnia cantando. In un “partito” ridotto a comitato elettorale di fedelissimi per loro non ci sarà mai più posto. Tantomeno in lista per il Parlamento. È anche facile: per qualcuno si agiterà l'immenso numero di legislature già alle spalle, per altri le critiche rivolte al caro leader, ecc.
Questa lenta cessione di ex nomi forti sta naturalmente eccitando gli animi dei “tessitori di contenitori”, ovvero di tutti quei residui “macinati fini” che possono sperare di restare nel giro delle poltrone istituzionali solo accorpandosi stretti stretti, senza badare più di tanto alle ragioni per cui ci si associa. Stavolta, per di più, ci potrebbe essere anche il supporto della maggioranza Cgil, che Renzi intende spazzare via quanto i dissidenti interni.
In linea teorica, un rassemblement che potrebbe aspirare all'8-10%, forse anche più, se si alzano i toni e c'è qualche scontro sociale importante.
Ma con quali prospettive? Per natura, storia e convinzioni personali, tutti costoro vogliono dar vita a una “sinistra di governo”, che non si accontenta di stare all'opposizione come (o con) i grillini. Quindi?
Quindi non resta che l'antica pratica del berciare criticamente contro Renzi in attesa della data elettorale, in vista della quale si farà un listone collegato al Pd per massimizzare le speranze e le poltrone.
La stessa strategia di Verdini sul lato opposto. Per arrivare allo stesso tavolo.
Ma come! In compagnia della P3 e dei cosentiniani? Lo spauracchio Berlusconi non c'è più. Forse quello di Salvini, al momento, non appare altrettanto sostanzioso. Ma vedrete, più si avvicineranno le elezioni, più comincerà il mantra “uniamoci per non far vincere i razzisti della Lega”. Che razzisti certamente sono, e ben intrisi di fascisti, ma non hanno nessuna possibilità di emergere oltre una certa – e minoritaria – soglia.
L'alternativa, per loro, è addirittura tragica: Renzi che li manda tutti a quel paese, rifiuta di prenderli a bordo (magari come parabordo) e li lascia soli a vedersela col quorum. Una condizione in cui soltanto un'idea politica forte e una presenza di massa articolata può consentire, a fatica, l'emersione al di sopra della "linea dei cespugli".
Già completamente dimenticata la regola apparsa prepotentemente con la vicenda greca: chiunque governi un paese farà soltanto quel che la Troika decide. E null'altro. A meno di non avere un credibile “piano B”, capace di portarti fuori da quella gabbia senza restare completamente dissanguati. Ce li vedete voi Civati e Vendola, oppure Fassina e D'Alema, preparare “piani strategici” per vincere la guerra con la Merkel e Draghi?
Quindi perché qualcuno dovrebbe votarli?
Fonte
Due sottoscene si vanno sviluppando contemporaneamente, sulla destra e sulla presunta sinistra del Pd, per arrivare alla stessa conclusione: “il partito della nazione”.
A destra lo strappo sembra clamoroso solo a chi crede che ci siano “parti” differenti e non solo varianti dello stesso copione. Denis Verdini, grande cucitore di Forza Italia fin dalle origini, massone toscano con una lunga serie di inchieste sul groppone (su tutte spicca il rinvio a giudizio per la loggia massonica denominata P3, l'evoluzione post-giudiziaria della più nota P2, insieme a personaggi di spicco come l’ex sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, oggi in carcere per camorra e dintorni), ha “rotto” con Berlusconi e si appresta a confluire nel Pd o comunque a fare liste collegate o altri imbrogli a seconda della legge elettorale con cui si andrà alle urne. Probabilmente già l'anno prossimo. Nel frattempo gli garantirà al Senato quella maggioranza che si va logorando giorno dopo giorno.
Il rapporto tra i due è piuttosto antico, tanto che Verdini passa per essere stato il vero “scopritore” del talento recitativo di Matteo Renzi. Merito pare dei rapporti d'affari con il padre, titolare della società di distribuzione - fallita nel 2013 - del giornale che Verdini controllava (il Giornale della Toscana, inserto locale del più noto foglio milanese).
Che oggi il talent scout si riunisca con la sua scoperta non dovrebbe sembrare dunque una gran sorpresa. Del resto, nel rinvio a giudizio per la P3, a Verdini vengono contestati i reati di associazione a delinquere finalizzata a episodi di corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito; come corollario strumentale di un'associazione finalizzata a “condizionare gli organi dello Stato”. Più si è vicini a Palazzo Chigi, meglio si condiziona, no?
Sembra molto indicativo il fatto che il loquacissimo guitto di Pontassieve – ieri ha tonitruato contro i sindacati per lo sciopero in Alitalia e la chiusura di Pompei – non abbia trovato il modo di pronunciare verbo su un “apparentamento” che in altri tempi sarebbe suonata come una provocazione. Quindi è tutto vero, specie perché Verdini ha “svelato i suoi piani” dopo una cena con Luca Lotti, altro membro di rilevo del “giglio magico” nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
La cupola di Firenze, a questo punto della storia, chiude la fase del “marciare divisi, colpire uniti” e apre quella della falange che tutto vuol spianare.
Fin qui tutto normale. Un po' raccapricciante, ma quasi scontato.
I problemi ridicoli vengono come sempre dalla presunta “sinistra”. Gli ex diessini sono in via di espulsione progressiva dal Pd. Civati, Fassina & co. verranno prima o poi raggiunti anche da Bersani, D'Alema e compagnia cantando. In un “partito” ridotto a comitato elettorale di fedelissimi per loro non ci sarà mai più posto. Tantomeno in lista per il Parlamento. È anche facile: per qualcuno si agiterà l'immenso numero di legislature già alle spalle, per altri le critiche rivolte al caro leader, ecc.
Questa lenta cessione di ex nomi forti sta naturalmente eccitando gli animi dei “tessitori di contenitori”, ovvero di tutti quei residui “macinati fini” che possono sperare di restare nel giro delle poltrone istituzionali solo accorpandosi stretti stretti, senza badare più di tanto alle ragioni per cui ci si associa. Stavolta, per di più, ci potrebbe essere anche il supporto della maggioranza Cgil, che Renzi intende spazzare via quanto i dissidenti interni.
In linea teorica, un rassemblement che potrebbe aspirare all'8-10%, forse anche più, se si alzano i toni e c'è qualche scontro sociale importante.
Ma con quali prospettive? Per natura, storia e convinzioni personali, tutti costoro vogliono dar vita a una “sinistra di governo”, che non si accontenta di stare all'opposizione come (o con) i grillini. Quindi?
Quindi non resta che l'antica pratica del berciare criticamente contro Renzi in attesa della data elettorale, in vista della quale si farà un listone collegato al Pd per massimizzare le speranze e le poltrone.
La stessa strategia di Verdini sul lato opposto. Per arrivare allo stesso tavolo.
Ma come! In compagnia della P3 e dei cosentiniani? Lo spauracchio Berlusconi non c'è più. Forse quello di Salvini, al momento, non appare altrettanto sostanzioso. Ma vedrete, più si avvicineranno le elezioni, più comincerà il mantra “uniamoci per non far vincere i razzisti della Lega”. Che razzisti certamente sono, e ben intrisi di fascisti, ma non hanno nessuna possibilità di emergere oltre una certa – e minoritaria – soglia.
L'alternativa, per loro, è addirittura tragica: Renzi che li manda tutti a quel paese, rifiuta di prenderli a bordo (magari come parabordo) e li lascia soli a vedersela col quorum. Una condizione in cui soltanto un'idea politica forte e una presenza di massa articolata può consentire, a fatica, l'emersione al di sopra della "linea dei cespugli".
Già completamente dimenticata la regola apparsa prepotentemente con la vicenda greca: chiunque governi un paese farà soltanto quel che la Troika decide. E null'altro. A meno di non avere un credibile “piano B”, capace di portarti fuori da quella gabbia senza restare completamente dissanguati. Ce li vedete voi Civati e Vendola, oppure Fassina e D'Alema, preparare “piani strategici” per vincere la guerra con la Merkel e Draghi?
Quindi perché qualcuno dovrebbe votarli?
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20/07/2015
"Meno tasse per tutti", di nuovo...
Renzi sente odore di elezioni anticipate. E si prepara. Berlusconianamente, com'è nella sua ideologia e nel suo stile, ma senza i soldi del maestro.
Si prepara infatti ad assorbire il bacino classico di Forza Italia assumendone – oltre alla compagnia di ventura capitanata dal suo scopritore, Denis Verdini – i temi tipici, a cominciare dal “meno tasse per tutti”.
Il calendario renziano pubblicato su Facebok (su twitter non ci entrava) è un tripudio di narcisismo e promesse: "2014. Primo atto del governo: 80 euro al mese a dieci milioni di italiani. 2015. Eliminazione della componente Costo del lavoro da Irap. 2016. Via IMU e Tasi sulla prima casa. 2017. Giù Ires. 2018. Irpef e pensioni minime. Questo è il nostro percorso: 50 miliardi di euro di riduzione tasse in cinque anni".
E per far breccia tra i suoi, sconcertati dalla botta delle amministrative e dal calo continuo nei sondaggi, riscrive l'immagine del Pd: "Uno shock fiscale che rottama l'idea del Pd come partito delle tasse. E che vuole restituire fiducia agli italiani e competitività all'Italia". Di fatto, chi ha votato per il Pd turandosi il naso pur di “sconfiggere Berlusconi” in realtà ha contribuito a far dominare meglio il suo erede.
La prima e più logica obiezioni a questo fiume di promesse è quella contabile (che verrà per esempio opposta dalla Commissione Europea, secondo le regole dei recenti trattati, già in sede di Documento di economia e finanza, preparatorio alla “legge di stabilità”): come fai a coprire quei 50 miliardi di minori entrate?
Una cosa è promettere in un comizio interno di farlo "sempre mantenendo il rispetto dei parametri di Maastricht e del 3%, per una questione di serietà con i mercati e con l'Europa". Un'altra in sede di revisione dei conti con i funzionari inviati dalla Troika, che di certo non guardano alle promesse ma ai numeri “certi”.
Che Renzi stia già pensando alle elezioni è testimoniato dall'insistenza sul tema più sentito dai “ceti medi” (in senso molto lato), ovvero da tutti i proprietari della casa di abitazione; all'incirca il 70% dei nuclei familiari. La domanda contabile è quindi anche una domanda politica sulla data delle elezioni, perché nella sua promessa le tasse sulla prima casa dovrebbero essere cancellate già dal 2016. Quindi il provvedimento dovrebbe essere già stato inscritto nel Def (e non lo è stato), o comunque essere infilato da qui a ottobre nella “legge di stabilità”. Troika permettendo.
Se ne può insomma dedurre facilmente che a primavera prossima si potrebbe andare ad elezioni anticipate, con Renzi convinto di poter prevalere grazie all'effetto-ossigeno garantito dall'abolizione dell'Imu sulla prima casa.
Le altre promesse per il 2016, riguardano invece le imprese agricole e quelle industriali (Imu agricola e tassa sui cosiddetti “imbullonati”).
Ma se è così, le promesse per gli anni a venire (“intervento Ires e Irap e nel 2018 interventi sugli scaglioni Irpef e sulle pensioni") stanno nel regno dei cieli o nelle favole per gonzi.
Lo scambio immediato, chiesto soprattutto a Verdini & co., è sulle “riforme”, perché al Senato la maggioranza è ogni giorno meno sicura. E qui il calendario fino alla fine dell'anno sembra davvero fitto: "La riforma della Pubblica amministrazione entro il 7 agosto avrà la lettura definitiva in Senato. Nel mese di settembre dobbiamo chiudere al Senato la riforma costituzionale, prima della legge di stabilità". Sulle unioni civili "la discussione può essere fatta insieme al gruppo della Camera in modo che alla Camera la lettura sia confermativa e si possa definitivamente approvare entro l'anno la legge sulle unioni civili. Abbiamo 20 miliardi di euro per investimenti nelle infrastrutture che non stiamo spendendo: da qui al 31 dicembre 2016 andranno spesi fino all'ultimo centesimo". E infine una parola buona anche per la classe operaia: "Venerdì 24 a Palazzo Chigi gli operai di Whirlpool entreranno a firmare l'accordo che salverà quella azienda". Del resto era anche l'unico caso industriale su cui, come si dice, aveva messo la faccia definendo “un'operazione fantastica” la vendita dell'ex Indesit agli americani, che subito dopo avevano presentato un piano di tagli e chiusure di stabilimenti...
Il tentativo è quello di occupare più caselle possibile nel mosaico sociale, per trarre il massimo possibile ovunque. Siamo certi che molto scricchiolerà nei prossimi mesi, rendendo il suol “calendario di promesse” qualcosa meno di un pezzo di carta.
Fonte
Si prepara infatti ad assorbire il bacino classico di Forza Italia assumendone – oltre alla compagnia di ventura capitanata dal suo scopritore, Denis Verdini – i temi tipici, a cominciare dal “meno tasse per tutti”.
Il calendario renziano pubblicato su Facebok (su twitter non ci entrava) è un tripudio di narcisismo e promesse: "2014. Primo atto del governo: 80 euro al mese a dieci milioni di italiani. 2015. Eliminazione della componente Costo del lavoro da Irap. 2016. Via IMU e Tasi sulla prima casa. 2017. Giù Ires. 2018. Irpef e pensioni minime. Questo è il nostro percorso: 50 miliardi di euro di riduzione tasse in cinque anni".
E per far breccia tra i suoi, sconcertati dalla botta delle amministrative e dal calo continuo nei sondaggi, riscrive l'immagine del Pd: "Uno shock fiscale che rottama l'idea del Pd come partito delle tasse. E che vuole restituire fiducia agli italiani e competitività all'Italia". Di fatto, chi ha votato per il Pd turandosi il naso pur di “sconfiggere Berlusconi” in realtà ha contribuito a far dominare meglio il suo erede.
La prima e più logica obiezioni a questo fiume di promesse è quella contabile (che verrà per esempio opposta dalla Commissione Europea, secondo le regole dei recenti trattati, già in sede di Documento di economia e finanza, preparatorio alla “legge di stabilità”): come fai a coprire quei 50 miliardi di minori entrate?
Una cosa è promettere in un comizio interno di farlo "sempre mantenendo il rispetto dei parametri di Maastricht e del 3%, per una questione di serietà con i mercati e con l'Europa". Un'altra in sede di revisione dei conti con i funzionari inviati dalla Troika, che di certo non guardano alle promesse ma ai numeri “certi”.
Che Renzi stia già pensando alle elezioni è testimoniato dall'insistenza sul tema più sentito dai “ceti medi” (in senso molto lato), ovvero da tutti i proprietari della casa di abitazione; all'incirca il 70% dei nuclei familiari. La domanda contabile è quindi anche una domanda politica sulla data delle elezioni, perché nella sua promessa le tasse sulla prima casa dovrebbero essere cancellate già dal 2016. Quindi il provvedimento dovrebbe essere già stato inscritto nel Def (e non lo è stato), o comunque essere infilato da qui a ottobre nella “legge di stabilità”. Troika permettendo.
Se ne può insomma dedurre facilmente che a primavera prossima si potrebbe andare ad elezioni anticipate, con Renzi convinto di poter prevalere grazie all'effetto-ossigeno garantito dall'abolizione dell'Imu sulla prima casa.
Le altre promesse per il 2016, riguardano invece le imprese agricole e quelle industriali (Imu agricola e tassa sui cosiddetti “imbullonati”).
Ma se è così, le promesse per gli anni a venire (“intervento Ires e Irap e nel 2018 interventi sugli scaglioni Irpef e sulle pensioni") stanno nel regno dei cieli o nelle favole per gonzi.
Lo scambio immediato, chiesto soprattutto a Verdini & co., è sulle “riforme”, perché al Senato la maggioranza è ogni giorno meno sicura. E qui il calendario fino alla fine dell'anno sembra davvero fitto: "La riforma della Pubblica amministrazione entro il 7 agosto avrà la lettura definitiva in Senato. Nel mese di settembre dobbiamo chiudere al Senato la riforma costituzionale, prima della legge di stabilità". Sulle unioni civili "la discussione può essere fatta insieme al gruppo della Camera in modo che alla Camera la lettura sia confermativa e si possa definitivamente approvare entro l'anno la legge sulle unioni civili. Abbiamo 20 miliardi di euro per investimenti nelle infrastrutture che non stiamo spendendo: da qui al 31 dicembre 2016 andranno spesi fino all'ultimo centesimo". E infine una parola buona anche per la classe operaia: "Venerdì 24 a Palazzo Chigi gli operai di Whirlpool entreranno a firmare l'accordo che salverà quella azienda". Del resto era anche l'unico caso industriale su cui, come si dice, aveva messo la faccia definendo “un'operazione fantastica” la vendita dell'ex Indesit agli americani, che subito dopo avevano presentato un piano di tagli e chiusure di stabilimenti...
Il tentativo è quello di occupare più caselle possibile nel mosaico sociale, per trarre il massimo possibile ovunque. Siamo certi che molto scricchiolerà nei prossimi mesi, rendendo il suol “calendario di promesse” qualcosa meno di un pezzo di carta.
Fonte
06/05/2014
La fraseologia renziana. Anatomia della manipolazione
Non sono d’accordo con chi dice che Renzi è solo un “pallonaro”, che è puro chiacchiericcio e fanfaronate. Parole in libertà e via dicendo. Sottolineo il “solo”. E’ soprattutto, se vogliamo dare priorità, un prosecutore con altri mezzi e forme di quel che ci viene imposto da vent’anni a questa parte (ad avere memoria corta). Da Berlusconi a Letta, a Monti. Mettendo in pratica quel vademecum che ci accompagna fin dalla fine degli anni ’70 che è il programma “democratico” della buonanima di Gelli. La soluzione politica alla finanziarizzazione del capitale.
Sì, Pelù ha visto giusto!
Non si hanno le prove provate, ma certo i sospetti delle sue radici (quelle di Renzi) non mancano. Renzi è amicone di Verdini, e i rapporti fra questi e la loggia massonica P2 certo non mancano. Il padre di Renzi (anche se da lui smentito; ma ne trovate uno della P2 che conferma?) era un massone noto negli ambienti fiorentini. Ma quel che conta è quel che fa, sta facendo, ha intenzione di fare nel campo delle “riforme” istituzionali, nel campo del diritto dei lavoratori, sul fronte del sindacalismo (o di quel che ne rimane), ecc ecc. Al di la di quel che si dice, contano i fatti e le analogie fra questi e quel programma in cui era già scritto quel che era necessario fare.
Il fare è lo stesso, ma sono le forme e il dire che identificano il personaggio.
Prendo ad esempio una interviste, delle mille che il Premier rilascia. Quella a Cazzullo sul Corriere (http://adf.ly/ljhR5).
Voglio solo far notare come a delle domande con dei contenuti concreti si risponde sempre con frasi roboanti, con immagini accattivanti, affermazioni ideologiche ma che non hanno nessun rapporto con la domanda.
Infatti ad ogni domanda il refrain è il medesimo. Si naviga su lidi e sponde che toccano la fantasia, l’immaginario collettivo accattivante e rassicurante. Pieno di incognite, di sacrifici, sì, ma alla fine il bene vincerà sul male.
Diciamo anche, che sul fronte sindacale ha gioco facile. Sa di giocare facile, di avere di fronte un avversario debole e sfiancato, e con molti cadaveri nell’armadio e quindi gli affondi toccano un terreno fragile e debole. Questo d’altra parte lo ha capito anche il grillismo. Attaccare il ceto dirigente del sindacato (chi avrebbe il coraggio di difenderli? Quali argomenti portare a loro difesa?) associandolo al sindacalismo tout court è gioco facile. Colpendo gli uni si affonda il concetto stesso di sindacato. E la vittoria è assicurata.
Ma il massimo, la perla si raggiunge quando fa riferimento a Grillo e alla sua scampagnata a Piombino.
E la fraseologia, la fenomenologia, quello che appare nel personaggio Renzi, è il contenuto che sottende.
Fonte
Sì, Pelù ha visto giusto!
Non si hanno le prove provate, ma certo i sospetti delle sue radici (quelle di Renzi) non mancano. Renzi è amicone di Verdini, e i rapporti fra questi e la loggia massonica P2 certo non mancano. Il padre di Renzi (anche se da lui smentito; ma ne trovate uno della P2 che conferma?) era un massone noto negli ambienti fiorentini. Ma quel che conta è quel che fa, sta facendo, ha intenzione di fare nel campo delle “riforme” istituzionali, nel campo del diritto dei lavoratori, sul fronte del sindacalismo (o di quel che ne rimane), ecc ecc. Al di la di quel che si dice, contano i fatti e le analogie fra questi e quel programma in cui era già scritto quel che era necessario fare.
Il fare è lo stesso, ma sono le forme e il dire che identificano il personaggio.
Prendo ad esempio una interviste, delle mille che il Premier rilascia. Quella a Cazzullo sul Corriere (http://adf.ly/ljhR5).
Voglio solo far notare come a delle domande con dei contenuti concreti si risponde sempre con frasi roboanti, con immagini accattivanti, affermazioni ideologiche ma che non hanno nessun rapporto con la domanda.
Infatti ad ogni domanda il refrain è il medesimo. Si naviga su lidi e sponde che toccano la fantasia, l’immaginario collettivo accattivante e rassicurante. Pieno di incognite, di sacrifici, sì, ma alla fine il bene vincerà sul male.
“L’Italia ha tutte le carte in regola per essere un leader nel mondo e il leader in Europa; ma per farlo deve cambiare. Non basta cambiare il Senato o le Province o i poteri delle Regioni; ma se ci riusciamo, se la politica dimostra che può riformare se stessa, allora abbiamo l’autorevolezza morale per cambiare gli intoccabili»Afferma cioè che cambiare le istituzioni non serve in concreto, ma solo per consentire di cambiare il concreto, il reale, ma in un secondo tempo. Infatti il risultato delle riforme consente di diminuire il numero e rendere docili i rimanenti referenti e presunti tali all’interno delle istituzioni ormai democratici solo come aggettivo determinativo e non certo qualificativo.
“Non dico che dobbiamo cambiare tutto, ma che dobbiamo cambiare tutti. Sono qui per cambiare il Palazzo; non accetteremo che il Palazzo cambi noi. Non diventeremo “buoni” al punto da modificare il nostro dna».Non dichiara apertamente come, la qualità del cambiamento, ma solo annuncia il cambiamento. E in questo da spago e cibo all’ondata populistica dell’antipolitica, ma condita in salsa reazionaria con un pizzico di decisionismo da “macho”. Il don Chisciotte che sfida il mostro.
“In America il Jobs Act di Obama ha portato la disoccupazione sotto il 7%; noi siamo al 13, e tra i giovani al 42. Dobbiamo fare di tutto per consentire a chi vuole creare lavoro di farlo. Le resistenza del sindacato sono rispettabili, non comprensibili”.Qui si ha uno sillogismo da manuale del populismo. Si associa fuori da ogni contesto, fuori da ogni riferimento storico, economico e politico un nome evocativo Jobs Act come se questo da solo possa portare a quei numeri da miracolo economico (senza scendere nei dettagli di quei numeri, della reale portata e consistenza. Numeri che non sono lontanamente paragonabili visto i criteri di misurazione lontane mille miglia). Per poi affondare il colpo mortale. Qui numeri non sono raggiungibili per colpa dei sindacati (o di quella parte di sindacato che resiste, ma solo a parole. Il sindacalismo come metafora per indicare tutto ciò che resiste al cambiamento. Una spolverata di grillismo tanto per accattivare anche le simpatie di qualche “scontento” di quel movimento).
"Sogno un sindacato che, nel momento in cui cerchiamo di semplificare le regole, dia una mano e non metta i bastoni tra le ruote. Non vogliamo fare tutto da soli, sulla riforma della pubblica amministrazione aspettiamo anche le loro idee; ma vogliamo che a un certo punto si decida, altrimenti non è politica, è chiacchiericcio. Non vorrei che la polemica derivasse dal fatto che si dimezza il monte ore dei permessi sindacali e che i sindacati saranno obbligati a mettere on line ogni centesimo di spesa. Non i bilanci, che spesso sono illeggibili; ogni centesimo."Il riferimento al mantra dei democrat al sogno americano o a quello di Martin Luter King è evidente. Non si accetta o meglio non si pone la possibilità di una visione alternativa. O il cambiamento (quello da lui proposto) o morte. E anche qui la tecnica del piazzista è messa in pratica in tutta la sua potenza. Ebbe a dire una volta Berlusconi (suo padre putativo e di merende) che quando si invita una bella donna ad uscire non si pone la richiesta sotto forma di domanda, si esclude la possibilità di scelta. Questa è relegata solo al quando, non al se. Non si lascia la possibilità di scelta (accettare o non accettare, ma solo quando se alle 20 o alle 21) Qui è lo stesso. Non si pone nemmeno la possibilità che vi possa essere un modo di cambiare diverso da quello che lui propone, ma solo se accettare il suo cambiamento oppure si vuole la status quo.
Diciamo anche, che sul fronte sindacale ha gioco facile. Sa di giocare facile, di avere di fronte un avversario debole e sfiancato, e con molti cadaveri nell’armadio e quindi gli affondi toccano un terreno fragile e debole. Questo d’altra parte lo ha capito anche il grillismo. Attaccare il ceto dirigente del sindacato (chi avrebbe il coraggio di difenderli? Quali argomenti portare a loro difesa?) associandolo al sindacalismo tout court è gioco facile. Colpendo gli uni si affonda il concetto stesso di sindacato. E la vittoria è assicurata.
Ma il massimo, la perla si raggiunge quando fa riferimento a Grillo e alla sua scampagnata a Piombino.
È andato (riferendosi a Grillo) in un’azienda che sta morendo, dove hanno appena spento l’altoforno, a strumentalizzare un dramma con il solo obiettivo di prendere voti e attaccare i sindacati. Ma le persone che vogliono bene ai lavoratori non si comportano così; cercano di salvare i posti di lavoro. Noi abbiamo messo su Piombino più di 200 milioni, riconoscendo come interlocutore unico il presidente della Toscana, che in passato su di me aveva espresso opinioni non particolarmente esaltanti. Non ho attaccato i sindacati su Piombino: li ho coinvolti.Al di la del caso specifico, qui riprende un pensiero dominante fin dai tempi della Fornero e di Sacconi, ma anche prima con Treu, Biagi ecc ecc. Quando si rifanno non ai lavoratori, ma al lavoro. Non si salvano i lavoratori, persone in carne ed ossa, ma i posti di lavoro, l’impresa, la roba. Infatti Renzi non parla, nel suo provvedimento, di Work, ma di Job. Non di una attività lavorativa che produce reddito, specifica, individuata, che accompagna la persona e che lo aiuta a vivere la sua vita e quella della sua famiglia. Ma un lavoro qualunque esso sia, quantunque duri, di qualunque qualità esso sia, precario, spot. La vita delle persone deve essere fondata nella strenua ricerca di un lavoro, la sua massima attività si incarna nella spasmodica ricerca di una fonte di reddito, qualunque esso sia. Cultura, tempo libero, svago, ozio, tempo per la riproduzione, non sono più a dimensione uomo, ma che dico, nemmeno hanno una dimensione, perché sopraffatte e tutto dedicato alla ricerca del lavoro.
E la fraseologia, la fenomenologia, quello che appare nel personaggio Renzi, è il contenuto che sottende.
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