Solo un mese e mezzo fa sembrava che l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado fosse il più grave degli attentati a principi e istituti fondamentali del diritto penale e della stessa Costituzione.
Sotto l’attacco congiunto del Governo, della sua maggioranza parlamentare, di frange molto pubblicizzate e politicamente assai incisive della magistratura e di alcuni media fortemente connotati in chiave giustizialista, la riposta dell’avvocatura penalistica, degli studiosi del diritto e del processo penale nonché di alcune singole testate giornalistiche provava ad organizzare una resistenza a tutela di un principio sacrosanto: porre un limite temporale al potere punitivo statuale (altrimenti strabordante) e, dunque, alla durata in(de)finita del processo penale.
A distanza di una manciata di settimane, in piena turbolenza da Covid-19, quella battaglia sembra addirittura una quisquilia, se paragonata a quanto si prospetta nel futuro prossimo in materia di giustizia penale.
La crisi generalizzata (in ogni ambito della società), aggravata in maniera sensibile dalla pandemia, rischia di travolgere principi e istituti fondamentali del diritto processuale penale.
Si è partiti con i primi interventi normativi che hanno introdotto, in casi specifici, la possibilità di celebrare alcune fasi del procedimento penale da remoto: ad es. udienze di convalida, interrogatori di garanzia, udienze con detenuti dinanzi al Tribunale di Sorveglianza.
Tale modalità di celebrazione del processo comporta di fatto una scomposizione dell’unità fisica dell’aula quale luogo di confronto dialettico e compresenza di più soggetti: l’indagato o l’imputato collegati da una caserma o da un istituto carcerario, l’avvocato dal proprio studio (abitazione) o dalla caserma col proprio assistito, il giudice e il P.M. in un’aula vuota.
Questa particolare procedura, giustificata per far fronte a specifiche esigenze di urgenza processuale, per il periodo emergenziale che va dall’8 marzo all’11 maggio di quest’anno, rischia di essere applicata ad un orizzonte temporale più ampio e, soprattutto, estesa a qualsiasi altro momento processuale, finanche con l’imputato libero, persino al momento topico del processo accusatorio: il contraddittorio.
È di ieri, infatti, la notizia che la Commissione Bilancio ha respinto le richieste di apportare modifiche in sede di conversione del D.L. “Cura Italia” in ordine alle modalità di svolgimento da remoto delle attività giudiziarie: per cui anche l’attività istruttoria e le conclusioni delle parti dovrebbero tenersi dal riquadro di una telecamera.
Da alcuni fronti della magistratura (soprattutto inquirente) strombazzano sirene che invitano a rendere ordinarie le predette modalità di celebrazione del processo.
Al Csm i rappresentanti del gruppo del Dott. Davigo (tra i più insofferenti al processo accusatorio) hanno sostenuto che tali misure, messe a regime, consentirebbero di «semplificare e sburocratizzare l’attività giudiziaria, sperimentare nuove modalità operative, avere nuovi approcci ai problemi».
Nel mito dell’efficienza, si prova a distruggere il processo penale così come lo conosciamo oggi (già pesantemente manomesso da numerosi interventi di “giurisprudenza creativa”).
Il testo dell’art. 83 del D.L. “Cura Italia”, nella versione modificata che dovrebbe essere convertita in legge, dovrebbe consentire proprio questo, quantomeno per i prossimi mesi.
Al netto delle problematiche infinite e non di poco conto che genereranno le piattaforme informatiche per i collegamenti tramite internet, il primo cardine dell’attuale processo ad essere violentato sarà quello dell’oralità: «... si ha “oralità” in senso pieno soltanto quando coloro che ascoltano possono porre domande ed ottenere risposte a viva voce dal dichiarante»1.
La vera ed effettiva oralità si consuma solo con la compresenza di tutte le parti, dei difensori, dell’esaminato, dell’imputato e del giudice in uno stesso luogo fisico. La percezione diretta del testimone, l’inflessione della sua voce e la gestualità, il disagio o l’imbarazzo2, la possibilità di evitare che nel corso di un’udienza non abbia accesso agli atti di indagine, non comunichi con alcuna delle parti o con i difensori (eventualmente presenti) o consulenti tecnici, non assista agli esami degli altri o veda, oda o sia altrimenti informato di ciò che si fa nell’aula di udienza (art. 149 disp. att. c.p.p.): tutto ciò si renderà completamente impossibile.
Preservare la genuinità delle dichiarazioni ed evitare qualsiasi tipo di interferenza o eventuale pressione da parte di soggetti terzi o ad opera di forze dell’ordine. Anche questo non sarà garantito.
Tutto il percorso faticoso di costruzione della verità nel contraddittorio tra le parti viene irrimediabilmente alterato. Un ritorno indiretto, di fatto, al modello inquisitorio.
E che ne sarà del segreto della camera di consiglio, con un giudicante magari collegato da casa o da qualsiasi altro luogo? Chi garantirà la giusta meditazione, la immediatezza della decisione, la serenità che dovrebbe vigere nel momento decisionale?
Partendo da simili interrogativi, l’Unione delle Camere Penali Italiane (associazione che accorpa migliaia di avvocati penalisti sull’intero territorio nazionale) si è schierata fermamente contro le paventate ipotesi di processo penale da remoto, pur avanzando proposte concrete per consentire una ripresa dell’attività giudiziaria senza mortificare il ruolo della Difesa e, quindi, l’interesse dell’imputato a subire un giusto processo.
Anche Magistratura Democratica si è di recente pronunciata sul tema con le seguenti osservazioni:
«... riteniamo necessario ribadire che una volta cessata la situazione di emergenza – e mettendo in conto come anche per la giustizia, al pari di altri settori della vita del paese, si tratterà di un processo graduale – occorrerà tornare alla “normalità” e, con essa, alla pienezza di tutte quelle regole processuali che non sono affatto neutre, perché previste dal legislatore in funzione dell’effettività del diritto di difesa e del ruolo di garanzia della giurisdizione. […] Nel momento in cui si deve valutare la legittimità dell’operato della PG è necessario che l’arrestato sia a contatto fisico con il giudice chiamato a decidere, in una posizione anche soggettiva di non condizionamento, che gli consenta un esercizio pieno del diritto di difesa; una posizione, questa, oggettivamente non garantita dalla condizione di stretto contatto con chi ha eseguito l’arresto o il fermo»3.
La smaterializzazione dell’avvocato, il suo distanziamento dall’aula, la separazione fisica tra parti e tra difensore e suo assistito, comporta necessariamente la liquefazione del diritto di difendersi effettivamente nel contraddittorio tra le parti.
Si finisce così per svilire – almeno in un’ottica garantista – la giustificazione principale del diritto penale e del suo processo: la difesa del più debole. Il debole che assume una pluralità di declinazioni: «nel momento del reato è la parte offesa, nel momento del processo è l’imputato e in quello dell’esecuzione penale è il reo»4.
Contro le ragioni del giustizialismo imperante anche in una parte della sinistra, è necessario animare una nuova stagione del garantismo penale, ricordando che vittime privilegiate del potere punitivo dello Stato sono – immancabilmente – le “classi pericolose”.
Biagio Borretti avvocato penalista – membro della Commissione di Garanzia di Potere al Popolo!
Note:
1 P. TONINI, C. CONTI, Il diritto delle prove penali, Milano, Giuffrè, 2^ ed., 2014, pag. 134.
2 «L’attenzione del giudice può essere riportata sulla deposizione di un soggetto della cui sincerità si dubita, anche a mezzo dell’enfasi posta dalla voce su una parola o su una frase; o di una adeguata pausa tra la risposta poco credibile e la domanda successiva, o dal rallentamento nella sequenza delle domande, ovvero da un progressivo inarcamento delle sopracciglia; o dal battere di un dito o di una matita sui denti incisivi;… o da tutti o da alcuni tra questi segnali messi assieme» (D. CARPONI SCHITTAR, La persuasione del giudice attraverso gli esami e i controesami, Milano, Giuffrè, 1998, pag. 37).
3 www.magistraturademocratica.it/comunicato/i-rischi-dell-udienza-telematica_3065.php.
4 L. FERRAJOLI, Il paradigma garantista. Filosofia e critica del diritto penale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2014, pag. 203.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/04/2020
18/05/2016
Questione morale e garantismo a due velocità
In Italia c'è una questione morale che investe il mondo della politica. Questo si apprende leggendo, in questi ultimi giorni, le pagine delle maggiori testate giornalistiche nazionali.
L'ultimo arresto, scattato martedì 3 maggio – misura cautelare che ha portato il sindaco del PD di Lodi e il suo avvocato in carcere con l'accusa di presunta turbativa d'asta – ha risvegliato le coscienze zelanti di qualche giornalista nostrano, pronto ad immergere la pennina nel calamaio e vergare le dovute frasi di rito: troppi si buttano in politica per fare malaffare.
Apriti cielo. Davvero? Noi non ce ne eravamo ancora accorti...
L'arresto del sindaco lodigiano, braccio destro di Guerini (vicesegretario del PD) e assessore all'ambiente durante i suoi due mandati a guida del comune lombardo, ha dato il via ad un nuovo imbarazzante atto in cui politici, giornalisti e opinionisti hanno solcato il palcoscenico mediatico per svolgere diligentemente il loro ruolo di comparse nella vicenda giudiziaria del giorno.
Ognuno ha giocato la sua partita: da Matteo Salvini che ha attaccato il PD, dimentico delle ruberie che il suo stesso partito ha condotto per anni nella regione lombarda; fino a Matteo Renzi che si è visto costretto a rilanciare la patata bollente a tutto l'arco istituzionale e che ha dichiarato che in Italia esiste un problema di integrità morale che coinvolge tutti i soggetti collettivi che ricoprono un ruolo protagonista nella vita politica nazionale.
I giornalisti stessi, a seconda della testata di riferimento e dell'elettorato a cui si rivolgono, dopo la dovuta premessa sull'esistenza di una trasversale “questione morale”, si sono divisi tra chi ha scritto righe apologetiche nei confronti della magistratura vista come deus ex machina che perseguita i politici/ladri e si erge ad ultimo argine contro il malaffare (nel patetico stile dell'antiberlusconismo che fu) e in chi, invece, si è ridipinto una verginità garantista scoprendo finalmente – nel momento del bisogno e dopo anni di campagne giustizialiste contro militanti e movimenti sociali – che, nonostante tutto, esistono tre gradi di giudizio prima di essere dichiarati colpevoli.
Sulla base di quanto letto in questi giorni, dal nostro punto di vista, emergono due questioni principali: un ordine del discorso, diffuso e trasversale, che condensa nel ragionamento intorno alla “questione morale” un sentimento legalitario svincolato da qualsiasi visione del mondo e sua interpretazione valoriale e un garantismo a due velocità che giornalisti e opinionisti invocano a seconda dello status sociale, economico e politico dell'indagato.
Procediamo con ordine e partiamo dalla prima. Come precedentemente accennato in questi giorni si è elevato quasi unanimemente e in coro l'assunto di partenza che ha dato il là alle molte pagine di inchiostro che sono state scritte sull'arresto del sindaco di Lodi. Sia chi si è scagliato a testa bassa contro il malaffare della politica (comprensibilmente!), sia chi si è arroccato in arzigogolati “ma”, “però”, “in fin dei conti” – giustificando la turbativa d'asta come finalizzata al bene della comunità, sostenendo la ricostruzione dei fatti data dagli indagati stessi – ha dovuto partire con l'incipit doveroso in cui si riconosce l'esistenza di tale “questione morale” più o meno trasversale a tutta la politica istituzionale.
Elemento che noi stessi non vogliamo negare o trascurare, anzi! Ma detto questo ci sembra un discorso svuotato di un elemento basilare (anche quando omesso in buona fede): molti di coloro che si fanno paladini della necessità di una nuova morale fondante che sappia ri-vivificare (dal loro angolo prospettico e per i loro progetti) le speranze nella politica del palazzo, scacciano dai loro ragionamenti ogni punto di vista partigiano che “puzzi” di parzialità, che parta dalla contrapposizione degli interessi in campo in una società divisa in classi e dal loro rispecchiamento valoriale. Perciò riducono il discorso a mero rispetto della legge senza, nei fatti, slegarsi da atteggiamenti, comportamenti, punti di vista e progetti politici condotti pure nel pieno rispetto della normativa vigente, ma che sono a tutti gli effetti pilastri fondanti di un codice etico, comportamentale, politico che legittima lo stato di cose esistenti.
Se già per Marx i governi e i parlamenti erano i comitati d'affari della grande borghesia, oggi tale sudditanza si è approfondita, rimarcando il primato dell'economia sulla politica: la politica come momento mediatore tra gli interessi economici contrapposti è andata scomparendo negli anni.
La politica per il grande capitale è diventata la politica esercitata senza mediazione dal grande capitale. Perciò, oggi ancor più che un tempo, la politica che accetta le regole del gioco liberal-democratico – tanto quella condotta nel rispetto della legge, quanto quella condotta contro la normativa vigente – è la politica che gioca alle regole del capitale e diventa necessariamente, con sfumature diverse, la politica al servizio del capitale.
Ugualmente, il piano di ragionamento condotto dagli stessi giornalisti e opinion-maker che richiedono una politica sana, pulita, moralmente rifondata, costruiscono un senso comune neutro che fonda la sua avversione verso la classe dominante come odio verso la “casta”, vista come un tappo di marciume e illegalismo che blocca gli sviluppi positivi e auspicabili che questo sistema potrebbe garantire.
Se dal nostro punto di vista questo ragionamento può offrire, se opportunamente colti, spazi politici di contro-soggettivazione, dobbiamo essere allo stesso tempo consci che ogni contraddizione può essere leva del conflitto sociale se e solo se si agisce in essa per farla esplodere.
La “questione morale” o diventa campo di contesa di moralità contrapposte, di valori diametralmente diversi e in netta contrapposizione, oppure rischia di diventare motore di legittimazione e di whitewashing per un fittizio quanto impossibile “capitalismo dal volto umano”.
La seconda questione che è emersa con forza in questi giorni è il garantismo a due velocità che vige in questo paese. “La Repubblica” si è scagliata contro i forcaioli che chiedevano la testa del sindaco di Lodi riscoprendo una verve garantista che raramente si nota quando salgono all'onore della cronaca notizie di militanti arrestati perché protagonisti delle lotte sociali che portano avanti da nord a sud dello stivale. Il segretario provinciale del PD di Lodi ha definito Simone Uggetti una persona onesta e la sezione locale del PD ha diffuso una nota in cui si dice che, nonostante tutto, il sindaco non ha rubato soldi pubblici, ma potrebbe aver truccato un'asta per assegnare le piscine a cielo aperto della città ad una azienda sportiva – una compartecipata del comune – per fare il bene della collettività.
Alcune persone vicine al PD lodigiano hanno commentato la vicenda scrivendo su facebook che, anche se il sindaco dovesse aver sbagliato, dietro a queste notizie esistono drammi personali da non trascurare, una persona ed una famiglia da rispettare.
Siamo ben felici di questa svolta garantista del PD e della sua velina ufficiosa – La Repubblica –; saremmo stati altrettanto felici di vedere un atteggiamento simile anche un anno fa quando, in una perquisizione preventiva a danno di alcuni compagni di Milano nei giorni precedenti al corteo nazionale NO EXPO, venne sequestrata una bottiglia di succo di frutta vuota, fatta poi passare dalle forze dell'ordine per una molotov fatta e finita.
Saremmo stati ben lieti di vedere un atteggiamento simile anche questo 25 aprile quando, a Torino, i genitori e i familiari di 28 ragazzi sottoposti a misure cautelari per la loro militanza nel movimento NO TAV e per la loro opposizione fattiva alle presenze fasciste nelle loro università, hanno dovuto conquistare la possibilità di leggere una lettera dal palco del jazz festival dopo essersi scontrati con l'arroganza del PD locale e della questura.
In questi casi non abbiamo visto nessuna attenzione e nessun rispetto per le persone degli inquisiti e dei loro familiari.
Non abbiamo visto in questi casi – e mai ne vedremo in eventi analoghi – una simile premura da parte di giornalisti e politici di spicco; anzi siamo abituati a vedere sbattuti sui giornali locali e nazionali i volti, i nomi e persino gli aneddoti biografici dei tanti e tante che quotidianamente pagano un prezzo salatissimo per le proprie scelte di vita e di lotta.
Non siamo avvezzi al piagnisteo e non ci stupiamo di tali atteggiamenti: quando bisogna colpire chi collettivamente si organizza sul terreno del conflitto sociale, tutta la politica di palazzo, le procure, le questure e i media ufficiali sanno mettere da parte gli interessi particolari che, in alcuni casi e in alcuni momenti, possono anche confliggere uno contro l'altro e si costituiscono in blocco a difesa dello status quo.
Questa non è sicuramente una novità, ma la nostra capacità deve essere quella di rendere palese il garantismo a due velocità esercitato dai lacchè di chi comanda: legittimo e doveroso con i forti, superfluo e trascurabile con tutti gli altri.
Fonte
L'ultimo arresto, scattato martedì 3 maggio – misura cautelare che ha portato il sindaco del PD di Lodi e il suo avvocato in carcere con l'accusa di presunta turbativa d'asta – ha risvegliato le coscienze zelanti di qualche giornalista nostrano, pronto ad immergere la pennina nel calamaio e vergare le dovute frasi di rito: troppi si buttano in politica per fare malaffare.
Apriti cielo. Davvero? Noi non ce ne eravamo ancora accorti...
L'arresto del sindaco lodigiano, braccio destro di Guerini (vicesegretario del PD) e assessore all'ambiente durante i suoi due mandati a guida del comune lombardo, ha dato il via ad un nuovo imbarazzante atto in cui politici, giornalisti e opinionisti hanno solcato il palcoscenico mediatico per svolgere diligentemente il loro ruolo di comparse nella vicenda giudiziaria del giorno.
Ognuno ha giocato la sua partita: da Matteo Salvini che ha attaccato il PD, dimentico delle ruberie che il suo stesso partito ha condotto per anni nella regione lombarda; fino a Matteo Renzi che si è visto costretto a rilanciare la patata bollente a tutto l'arco istituzionale e che ha dichiarato che in Italia esiste un problema di integrità morale che coinvolge tutti i soggetti collettivi che ricoprono un ruolo protagonista nella vita politica nazionale.
I giornalisti stessi, a seconda della testata di riferimento e dell'elettorato a cui si rivolgono, dopo la dovuta premessa sull'esistenza di una trasversale “questione morale”, si sono divisi tra chi ha scritto righe apologetiche nei confronti della magistratura vista come deus ex machina che perseguita i politici/ladri e si erge ad ultimo argine contro il malaffare (nel patetico stile dell'antiberlusconismo che fu) e in chi, invece, si è ridipinto una verginità garantista scoprendo finalmente – nel momento del bisogno e dopo anni di campagne giustizialiste contro militanti e movimenti sociali – che, nonostante tutto, esistono tre gradi di giudizio prima di essere dichiarati colpevoli.
Sulla base di quanto letto in questi giorni, dal nostro punto di vista, emergono due questioni principali: un ordine del discorso, diffuso e trasversale, che condensa nel ragionamento intorno alla “questione morale” un sentimento legalitario svincolato da qualsiasi visione del mondo e sua interpretazione valoriale e un garantismo a due velocità che giornalisti e opinionisti invocano a seconda dello status sociale, economico e politico dell'indagato.
Procediamo con ordine e partiamo dalla prima. Come precedentemente accennato in questi giorni si è elevato quasi unanimemente e in coro l'assunto di partenza che ha dato il là alle molte pagine di inchiostro che sono state scritte sull'arresto del sindaco di Lodi. Sia chi si è scagliato a testa bassa contro il malaffare della politica (comprensibilmente!), sia chi si è arroccato in arzigogolati “ma”, “però”, “in fin dei conti” – giustificando la turbativa d'asta come finalizzata al bene della comunità, sostenendo la ricostruzione dei fatti data dagli indagati stessi – ha dovuto partire con l'incipit doveroso in cui si riconosce l'esistenza di tale “questione morale” più o meno trasversale a tutta la politica istituzionale.
Elemento che noi stessi non vogliamo negare o trascurare, anzi! Ma detto questo ci sembra un discorso svuotato di un elemento basilare (anche quando omesso in buona fede): molti di coloro che si fanno paladini della necessità di una nuova morale fondante che sappia ri-vivificare (dal loro angolo prospettico e per i loro progetti) le speranze nella politica del palazzo, scacciano dai loro ragionamenti ogni punto di vista partigiano che “puzzi” di parzialità, che parta dalla contrapposizione degli interessi in campo in una società divisa in classi e dal loro rispecchiamento valoriale. Perciò riducono il discorso a mero rispetto della legge senza, nei fatti, slegarsi da atteggiamenti, comportamenti, punti di vista e progetti politici condotti pure nel pieno rispetto della normativa vigente, ma che sono a tutti gli effetti pilastri fondanti di un codice etico, comportamentale, politico che legittima lo stato di cose esistenti.
Se già per Marx i governi e i parlamenti erano i comitati d'affari della grande borghesia, oggi tale sudditanza si è approfondita, rimarcando il primato dell'economia sulla politica: la politica come momento mediatore tra gli interessi economici contrapposti è andata scomparendo negli anni.
La politica per il grande capitale è diventata la politica esercitata senza mediazione dal grande capitale. Perciò, oggi ancor più che un tempo, la politica che accetta le regole del gioco liberal-democratico – tanto quella condotta nel rispetto della legge, quanto quella condotta contro la normativa vigente – è la politica che gioca alle regole del capitale e diventa necessariamente, con sfumature diverse, la politica al servizio del capitale.
Ugualmente, il piano di ragionamento condotto dagli stessi giornalisti e opinion-maker che richiedono una politica sana, pulita, moralmente rifondata, costruiscono un senso comune neutro che fonda la sua avversione verso la classe dominante come odio verso la “casta”, vista come un tappo di marciume e illegalismo che blocca gli sviluppi positivi e auspicabili che questo sistema potrebbe garantire.
Se dal nostro punto di vista questo ragionamento può offrire, se opportunamente colti, spazi politici di contro-soggettivazione, dobbiamo essere allo stesso tempo consci che ogni contraddizione può essere leva del conflitto sociale se e solo se si agisce in essa per farla esplodere.
La “questione morale” o diventa campo di contesa di moralità contrapposte, di valori diametralmente diversi e in netta contrapposizione, oppure rischia di diventare motore di legittimazione e di whitewashing per un fittizio quanto impossibile “capitalismo dal volto umano”.
La seconda questione che è emersa con forza in questi giorni è il garantismo a due velocità che vige in questo paese. “La Repubblica” si è scagliata contro i forcaioli che chiedevano la testa del sindaco di Lodi riscoprendo una verve garantista che raramente si nota quando salgono all'onore della cronaca notizie di militanti arrestati perché protagonisti delle lotte sociali che portano avanti da nord a sud dello stivale. Il segretario provinciale del PD di Lodi ha definito Simone Uggetti una persona onesta e la sezione locale del PD ha diffuso una nota in cui si dice che, nonostante tutto, il sindaco non ha rubato soldi pubblici, ma potrebbe aver truccato un'asta per assegnare le piscine a cielo aperto della città ad una azienda sportiva – una compartecipata del comune – per fare il bene della collettività.
Alcune persone vicine al PD lodigiano hanno commentato la vicenda scrivendo su facebook che, anche se il sindaco dovesse aver sbagliato, dietro a queste notizie esistono drammi personali da non trascurare, una persona ed una famiglia da rispettare.
Siamo ben felici di questa svolta garantista del PD e della sua velina ufficiosa – La Repubblica –; saremmo stati altrettanto felici di vedere un atteggiamento simile anche un anno fa quando, in una perquisizione preventiva a danno di alcuni compagni di Milano nei giorni precedenti al corteo nazionale NO EXPO, venne sequestrata una bottiglia di succo di frutta vuota, fatta poi passare dalle forze dell'ordine per una molotov fatta e finita.
Saremmo stati ben lieti di vedere un atteggiamento simile anche questo 25 aprile quando, a Torino, i genitori e i familiari di 28 ragazzi sottoposti a misure cautelari per la loro militanza nel movimento NO TAV e per la loro opposizione fattiva alle presenze fasciste nelle loro università, hanno dovuto conquistare la possibilità di leggere una lettera dal palco del jazz festival dopo essersi scontrati con l'arroganza del PD locale e della questura.
In questi casi non abbiamo visto nessuna attenzione e nessun rispetto per le persone degli inquisiti e dei loro familiari.
Non abbiamo visto in questi casi – e mai ne vedremo in eventi analoghi – una simile premura da parte di giornalisti e politici di spicco; anzi siamo abituati a vedere sbattuti sui giornali locali e nazionali i volti, i nomi e persino gli aneddoti biografici dei tanti e tante che quotidianamente pagano un prezzo salatissimo per le proprie scelte di vita e di lotta.
Non siamo avvezzi al piagnisteo e non ci stupiamo di tali atteggiamenti: quando bisogna colpire chi collettivamente si organizza sul terreno del conflitto sociale, tutta la politica di palazzo, le procure, le questure e i media ufficiali sanno mettere da parte gli interessi particolari che, in alcuni casi e in alcuni momenti, possono anche confliggere uno contro l'altro e si costituiscono in blocco a difesa dello status quo.
Questa non è sicuramente una novità, ma la nostra capacità deve essere quella di rendere palese il garantismo a due velocità esercitato dai lacchè di chi comanda: legittimo e doveroso con i forti, superfluo e trascurabile con tutti gli altri.
Fonte
21/04/2016
Il garantismo da Beccaria a Verdini. Una breve storia materiale
Il discorso di Renzi al Senato, durante il dibattito sulla sfiducia al governo, dedicato alla “barbarie giustizialista” suggerisce qualche riflessione sul garantismo. O, meglio, sulla sua versione ventunesimo secolo. Tanto più che, scomparso dalla società italiana ogni tangibile riferimento al superamento del carcere, del prigionismo, del mito della pena anche il garantismo non viene più percepito nei suoi aspetti paradossali. E stiamo parlando di paradossi che investono le politiche e la concretezza quotidiana.
Prendiamo Beccaria, citato invariabilmente come alla radice di ogni garantismo per il concetto di proporzionalità della pena. Oggi sfugge e non di poco, la materialità del discorso di Beccaria. Quella che, invece, Foucault aveva fissato – in Sorvegliare e punire come ne La società punitiva – come elemento cardine della nuova economia del disciplinamento. E la parola economia non è certo, qui, spesa a caso. Per Foucault infatti, la nuova economia settecentesca del grano, quella che lui leggeva dall’analisi storiografica dell’andamento dei prezzi dei mercati parigini dell’epoca, influenza direttamente il discorso di Beccaria. Si trascura spesso l’importanza dell’economia del grano, e del raccolto, nel mondo contemporaneo. Ad esempio, nella pratica di stipulare assicurazioni sul prezzo del raccolto futuro, è alla base della nascita dei futures di borsa così come li conosciamo. Beccaria, in Foucault, influenzato da questo modo di costruire i concetti, costruisce un nuovo approccio disciplinare, un nuovo dispositivo della docilità dei corpi, che si basa su tre livelli: giuridico (la modalità di fare e pensare le leggi), disciplinare in senso stretto (cosa rendere docile e come, attraverso istituzioni concrete) e governamentale (quale rete di potere attivare, e come, nelle istituzioni disciplinari). Qualcosa di molto diverso dal Beccaria pensato come difensore nei confronti degli abusi dello stato. Perché per Foucault, Beccaria applica al disciplinamento le regole della nuova economia del grano legittimando per la pena solo i principi elementari, e universalistici, di punizione e correzione. In questo modo il sistema della penalità, così come un’agricoltura ormai razionalizzata, si libera di comportamenti anacronistici (come la gogna) e antieconomici. Ed è pronto al grande salto dell’universalizzazione: agile, economico è in grado ormai di produrre leggi, disciplinamento e governamentalità in ogni interstizio sociale. Quando si dice che economia e filosofia del diritto si guardano sul serio, insomma. Saltano inoltre due miti con l’impostazione foucaultiana su Beccaria: quello della protezione dell’individuo col garantismo, il controllo passa dalla sua fase brutale a quella della forza microfisica e diffusa del soft power, e quello della legalità. L’idea che la legge sia garanzia in quanto legge viene vista qui nella sua ottica reale: la legge disciplina quindi è in grado di attivare, altro che la libertà, una forte reticolarità universale di controllo. Tanto più è legittimata in quanto legge, tanto più controlla sul piano microfisico, tanto più è implacabile. Quando Renzi parla chiede garantismo, mettendo tra parentesi il fatto che guarda a Verdini e non certo al miglior formalismo giuridico, serve quindi una modalità di controllo, di messa a docilità, di potere gerarchico appena sterilizzato dalla norma giuridica. Ovviamente, quando si parla di garantismo, da Beccaria a Verdini è cambiato qualcosa, non solo in termini di evoluzione delle società di controllo nè, naturalmente, solo in quelli di statura dei personaggi. Stiamo parlando del passaggio da un garantismo tarato sull’economicità, sull’evoluzione della nuova economia agricola, pronto per farsi dispositivo universale di disciplinamento ad un altro genere di garantismo. Quello basato sulla tutela della mano libera delle reti di affari neotribali del liberismo. Così, la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio non vale, tanto, per l’accusato politico (la cui presunzione di innocenza viene azzerata dai media che suggeriscono immediate politiche di contenimento). Vale soprattutto per una rete di affari di cui un individuo fa parte che, in questo modo, rimane intatta quanto possibile nelle cariche istituzionali occupate, nella possibilità di commerciare, guadagnando tempo. E in un modo, quello garantista attuale, che spacca l’universalità del diritto. Mentre in Beccaria il nuovo regime disciplinare universalistico superava un sistema duale del diritto, tipico dell’Ancien Régime, il garantismo attuale, Verdini style, lo reintroduce. Perché Beccaria guardava al capitalismo nascente e il garantismo di oggi guarda a quello del mondo delle bolle finanziarie: dove le reti di potere vanno tutelate nell’esercizio, pieno di rischi di ogni tipo, delle loro azioni. Certo, essendo ancora formalmente universalistico, facendosi ancora forza del vecchio rapporto tra disciplinamento, docilità e diritti universali, il concetto di garantismo può ancora essere preso in mano da molti soggetti. Ma l’egemonia, nell’uso del concetto di garantismo, è in mano a coloro che praticano una concezione duale del diritto. Come, a livello globale, fanno i Soros che di finanza e diritto internazionale ne sanno qualcosa. E cosa dire del concetto di garantismo in senso stretto? Coniato da Fourier, lo stesso filosofo che ha direttamente ispirato la costruzione della divisione in lotti del quartiere Paolo VI di Taranto, vicino alle acciaierie: in questo senso origine del garantismo, utopia urbanistica, disastro sociale, economico e ambientale sembrano guardarsi direttamente in faccia.
Ma c’è un altro elemento al quale, nel concetto di garantismo che ha compiuto il passaggio da Beccaria a Verdini, si vogliono spezzare le dita: i media. I quali, avendo capacità di far sentire la pressione sociale, se si alleano con una pratica universalistica del diritto, non solo riproducono una società disciplinare di nuovo tipo (su questo Deleuze è una pietra miliare) ma mettono in discussione proprio il garantismo che nasconde questa concezione duale del diritto. Perché la concezione duale del diritto, in questo caso davvero erede dell’Ancien Régime, ha bisogno di discrezione non di show. Vuole governare lo spettacolo, non esserne governata. Per questo Renzi, in Senato, ha parlato di 25 anni di “barbarie giustizialista”. La barbarie, per i Renzi, è finire in tv trattati come notizia quanto il delitto di Avetrana, un gommone avvistato a Pantelleria o l’ultima carambola stradale. Ci dovrebbe essere, si sottintende, una discrezionalità del potere che i media dovrebbero rispettare. Altrimenti, come si vede, è denuncia di barbarie. Quella di Renzi è una denuncia di barbarie che teme le telecamere non i cannibali.
Ma dal 1992 ad oggi lo scontro tra settori della magistratura e del ceto politico si gioca tutto su un piano di conclamata materialità. Altro che “magistrati politicizzati”, formula berlusconiana coniata per suggerire un rapporto tra politica e lotta di fazione irrazionale. C’è un nesso politica, appalti, grandi (e piccole) opere che, dall’inizio degli anni ’90, ha incontrato l’intervento regolatore della magistratura. Ed è anche il nesso dove c’è la grande politica, tutta, le banche, le reti neotribali della negoziazione affaristica. Basta guardare alla biografia di Impregilo, per dirne una. Stiamo parlando di arterie vitali del potere italiano che, nell’ultimo quarto di secolo, ha mollato la rappresentanza sociale dedicandosi esclusivamente alla diplomazia del business-to-business. Ma tanto più questo nesso politica-appalti, ha dovuto incontrare le enormi mutazioni del settore dei lavori pubblici, tanto più si è scontrato con l’intervento regolatore della magistratura. Senza entrare in dettagli infiniti, quanto infinitamente interessanti, tanto più la politica si identifica con le esigenze del privato, facendosi sopratutto mediazione di business, tanto più lo spazio vuoto del politico è occupato dalle istituzioni, e dai poteri della regolazione, quindi della magistratura. Naturalmente la magistratura sostiene formalmente un concetto di garantismo alla Beccaria, per legittimare il rinnovarsi di un dispositivo che si vuole universalizzante, quindi esteso, di potere. Mentre il garantismo alla Renzi di filosofi ne usa pochi, usa soprattutto Verdini per sostenere una concezione, di fatto, duale del garantismo. Quella per chi è in grado di godere di immunità, avvocati, allungare i tempi dei processi e quelli per agire in discrezione. Quella che serve al potere neotribale della mediazione business-to-business all’italiana per continuare ad esistere sul settore, molto incerto ma strategico, delle grandi opere. Se dietro a Beccaria c’era la nascente economia produttiva, dietro Verdini c’è un settore di grandi appalti in tumultuosa, e incerta, trasformazione. Ad ognuno la sua base materiale.
Le difficoltà della politica, di tutte le colorazioni della sinistra, stanno nell’aver perso contatto con la materialità delle ristrutturazioni, non solo delle concezioni del diritto ma anche delle modalità di estrazione della ricchezza. Per cui si passa dall’uso delle inchieste della magistratura come surrogato di inchieste che la politica non sa più fare; dalle parole arcaiche di Tangentopoli sui processi e sulle manette, a una concezione del garantismo che non sa bene cosa sta riproducendo. Se una concezione che serve ad un nuovo disciplinamento della società, oggi giocoforza tecnologicamente innervato, oppure una che aiuta una concezione duale del diritto. Il punto è che non esistendo egemonia di una concezione, una pratica, una politica del diritto e dell’economia vediamo, a sinistra e non solo, agitarsi personaggi che recitano a soggetto. Perchè un pragmatismo politico privo di una conoscenza della natura delle nostre società porta ad impugnare oggi qualche parola di garantismo, domani qualche frase di denuncia degli abusi sui lavori pubblici e dopodomani si vedrà. Dimenticando che, proprio rimanendo al tema delle grandi opere, il garantismo invocato non è certo stato poi raccolto nei confronti delle lotte sociali, vedi caso Tav, ma soprattuto per i Verdini. In una, appunto, concezione duale del diritto e delle garanzie.
Quindi, quando si parla di garantismo, piuttosto che a Beccaria o a Filangieri – un altro che sul rapporto tra nuova scienza del disciplinamento e nascente economia capitalistica ha saputo dire molto, prima che la cultura italiana lo beatificasse – è meglio guardare a cosa, in tutto questo corpo del discorso, si intravede davvero. Ad una nuova universalizzazione del disciplinamento, dove l’assoggettamento si dà poi sempre un un piano nuovo, nel caso di chi sostiene, a spada tratta, ogni comportamento della magistratura. Oppure ad una concezione duale del diritto che, una volta tolta la retorica del potere, bada a garantire reti neotribali di potere entro una mediazione business-to-business che non vuole intralci. E’ chiaro che a sinistra qui ci sono due grandi ostacoli culturali a) la mancanza di abitudine a guardare a questi piani strategici b) la vertigine provocata da tutto ciò che non risulta traducibile in un post o in un tweet c) l’enorme difficoltà a tradurre questi problemi in termini politici e di comunicazione.
Visto poi che, in ogni caso, la versione del garantismo alla Verdini piace solo ai diretti interessati, è bene capire verso quale versione del garantismo, matura, di fatto ci si sta rivolgendo. Quella che, a suo tempo, ha trovato trionfo nell’Italia unitaria e liberale rintracciabile in una figura del primo ottocento, Gian Domenico Romagnosi. Si tratta di un autore che, per le competenze dell’epoca, riuniva diritto, garanzie individuali ed economia. Si guardi alla sua Collezione degli articoli di economia politica e statistica e civile. E’ costellata di un garantismo che invoca la libera impresa e il laissez-faire liberista. D’altronde, all’epoca, si andava verso la prima globalizzazione, la cui versione liberale italiana portò danni non da poco alle masse dell’Italia unitaria. Oggi, nella seconda globalizzazione, disorientati dalla velocità, e dalla consistenza di quanto accade, si imbracciano formule simili, culturalmente eredi di quel passato. I danni, di questa sorta di social-liberismo ovviamente, verranno messi in conto ad altri. Ci mancherebbe.
Per Senza Soste, nique la police
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Prendiamo Beccaria, citato invariabilmente come alla radice di ogni garantismo per il concetto di proporzionalità della pena. Oggi sfugge e non di poco, la materialità del discorso di Beccaria. Quella che, invece, Foucault aveva fissato – in Sorvegliare e punire come ne La società punitiva – come elemento cardine della nuova economia del disciplinamento. E la parola economia non è certo, qui, spesa a caso. Per Foucault infatti, la nuova economia settecentesca del grano, quella che lui leggeva dall’analisi storiografica dell’andamento dei prezzi dei mercati parigini dell’epoca, influenza direttamente il discorso di Beccaria. Si trascura spesso l’importanza dell’economia del grano, e del raccolto, nel mondo contemporaneo. Ad esempio, nella pratica di stipulare assicurazioni sul prezzo del raccolto futuro, è alla base della nascita dei futures di borsa così come li conosciamo. Beccaria, in Foucault, influenzato da questo modo di costruire i concetti, costruisce un nuovo approccio disciplinare, un nuovo dispositivo della docilità dei corpi, che si basa su tre livelli: giuridico (la modalità di fare e pensare le leggi), disciplinare in senso stretto (cosa rendere docile e come, attraverso istituzioni concrete) e governamentale (quale rete di potere attivare, e come, nelle istituzioni disciplinari). Qualcosa di molto diverso dal Beccaria pensato come difensore nei confronti degli abusi dello stato. Perché per Foucault, Beccaria applica al disciplinamento le regole della nuova economia del grano legittimando per la pena solo i principi elementari, e universalistici, di punizione e correzione. In questo modo il sistema della penalità, così come un’agricoltura ormai razionalizzata, si libera di comportamenti anacronistici (come la gogna) e antieconomici. Ed è pronto al grande salto dell’universalizzazione: agile, economico è in grado ormai di produrre leggi, disciplinamento e governamentalità in ogni interstizio sociale. Quando si dice che economia e filosofia del diritto si guardano sul serio, insomma. Saltano inoltre due miti con l’impostazione foucaultiana su Beccaria: quello della protezione dell’individuo col garantismo, il controllo passa dalla sua fase brutale a quella della forza microfisica e diffusa del soft power, e quello della legalità. L’idea che la legge sia garanzia in quanto legge viene vista qui nella sua ottica reale: la legge disciplina quindi è in grado di attivare, altro che la libertà, una forte reticolarità universale di controllo. Tanto più è legittimata in quanto legge, tanto più controlla sul piano microfisico, tanto più è implacabile. Quando Renzi parla chiede garantismo, mettendo tra parentesi il fatto che guarda a Verdini e non certo al miglior formalismo giuridico, serve quindi una modalità di controllo, di messa a docilità, di potere gerarchico appena sterilizzato dalla norma giuridica. Ovviamente, quando si parla di garantismo, da Beccaria a Verdini è cambiato qualcosa, non solo in termini di evoluzione delle società di controllo nè, naturalmente, solo in quelli di statura dei personaggi. Stiamo parlando del passaggio da un garantismo tarato sull’economicità, sull’evoluzione della nuova economia agricola, pronto per farsi dispositivo universale di disciplinamento ad un altro genere di garantismo. Quello basato sulla tutela della mano libera delle reti di affari neotribali del liberismo. Così, la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio non vale, tanto, per l’accusato politico (la cui presunzione di innocenza viene azzerata dai media che suggeriscono immediate politiche di contenimento). Vale soprattutto per una rete di affari di cui un individuo fa parte che, in questo modo, rimane intatta quanto possibile nelle cariche istituzionali occupate, nella possibilità di commerciare, guadagnando tempo. E in un modo, quello garantista attuale, che spacca l’universalità del diritto. Mentre in Beccaria il nuovo regime disciplinare universalistico superava un sistema duale del diritto, tipico dell’Ancien Régime, il garantismo attuale, Verdini style, lo reintroduce. Perché Beccaria guardava al capitalismo nascente e il garantismo di oggi guarda a quello del mondo delle bolle finanziarie: dove le reti di potere vanno tutelate nell’esercizio, pieno di rischi di ogni tipo, delle loro azioni. Certo, essendo ancora formalmente universalistico, facendosi ancora forza del vecchio rapporto tra disciplinamento, docilità e diritti universali, il concetto di garantismo può ancora essere preso in mano da molti soggetti. Ma l’egemonia, nell’uso del concetto di garantismo, è in mano a coloro che praticano una concezione duale del diritto. Come, a livello globale, fanno i Soros che di finanza e diritto internazionale ne sanno qualcosa. E cosa dire del concetto di garantismo in senso stretto? Coniato da Fourier, lo stesso filosofo che ha direttamente ispirato la costruzione della divisione in lotti del quartiere Paolo VI di Taranto, vicino alle acciaierie: in questo senso origine del garantismo, utopia urbanistica, disastro sociale, economico e ambientale sembrano guardarsi direttamente in faccia.
Ma c’è un altro elemento al quale, nel concetto di garantismo che ha compiuto il passaggio da Beccaria a Verdini, si vogliono spezzare le dita: i media. I quali, avendo capacità di far sentire la pressione sociale, se si alleano con una pratica universalistica del diritto, non solo riproducono una società disciplinare di nuovo tipo (su questo Deleuze è una pietra miliare) ma mettono in discussione proprio il garantismo che nasconde questa concezione duale del diritto. Perché la concezione duale del diritto, in questo caso davvero erede dell’Ancien Régime, ha bisogno di discrezione non di show. Vuole governare lo spettacolo, non esserne governata. Per questo Renzi, in Senato, ha parlato di 25 anni di “barbarie giustizialista”. La barbarie, per i Renzi, è finire in tv trattati come notizia quanto il delitto di Avetrana, un gommone avvistato a Pantelleria o l’ultima carambola stradale. Ci dovrebbe essere, si sottintende, una discrezionalità del potere che i media dovrebbero rispettare. Altrimenti, come si vede, è denuncia di barbarie. Quella di Renzi è una denuncia di barbarie che teme le telecamere non i cannibali.
Ma dal 1992 ad oggi lo scontro tra settori della magistratura e del ceto politico si gioca tutto su un piano di conclamata materialità. Altro che “magistrati politicizzati”, formula berlusconiana coniata per suggerire un rapporto tra politica e lotta di fazione irrazionale. C’è un nesso politica, appalti, grandi (e piccole) opere che, dall’inizio degli anni ’90, ha incontrato l’intervento regolatore della magistratura. Ed è anche il nesso dove c’è la grande politica, tutta, le banche, le reti neotribali della negoziazione affaristica. Basta guardare alla biografia di Impregilo, per dirne una. Stiamo parlando di arterie vitali del potere italiano che, nell’ultimo quarto di secolo, ha mollato la rappresentanza sociale dedicandosi esclusivamente alla diplomazia del business-to-business. Ma tanto più questo nesso politica-appalti, ha dovuto incontrare le enormi mutazioni del settore dei lavori pubblici, tanto più si è scontrato con l’intervento regolatore della magistratura. Senza entrare in dettagli infiniti, quanto infinitamente interessanti, tanto più la politica si identifica con le esigenze del privato, facendosi sopratutto mediazione di business, tanto più lo spazio vuoto del politico è occupato dalle istituzioni, e dai poteri della regolazione, quindi della magistratura. Naturalmente la magistratura sostiene formalmente un concetto di garantismo alla Beccaria, per legittimare il rinnovarsi di un dispositivo che si vuole universalizzante, quindi esteso, di potere. Mentre il garantismo alla Renzi di filosofi ne usa pochi, usa soprattutto Verdini per sostenere una concezione, di fatto, duale del garantismo. Quella per chi è in grado di godere di immunità, avvocati, allungare i tempi dei processi e quelli per agire in discrezione. Quella che serve al potere neotribale della mediazione business-to-business all’italiana per continuare ad esistere sul settore, molto incerto ma strategico, delle grandi opere. Se dietro a Beccaria c’era la nascente economia produttiva, dietro Verdini c’è un settore di grandi appalti in tumultuosa, e incerta, trasformazione. Ad ognuno la sua base materiale.
Le difficoltà della politica, di tutte le colorazioni della sinistra, stanno nell’aver perso contatto con la materialità delle ristrutturazioni, non solo delle concezioni del diritto ma anche delle modalità di estrazione della ricchezza. Per cui si passa dall’uso delle inchieste della magistratura come surrogato di inchieste che la politica non sa più fare; dalle parole arcaiche di Tangentopoli sui processi e sulle manette, a una concezione del garantismo che non sa bene cosa sta riproducendo. Se una concezione che serve ad un nuovo disciplinamento della società, oggi giocoforza tecnologicamente innervato, oppure una che aiuta una concezione duale del diritto. Il punto è che non esistendo egemonia di una concezione, una pratica, una politica del diritto e dell’economia vediamo, a sinistra e non solo, agitarsi personaggi che recitano a soggetto. Perchè un pragmatismo politico privo di una conoscenza della natura delle nostre società porta ad impugnare oggi qualche parola di garantismo, domani qualche frase di denuncia degli abusi sui lavori pubblici e dopodomani si vedrà. Dimenticando che, proprio rimanendo al tema delle grandi opere, il garantismo invocato non è certo stato poi raccolto nei confronti delle lotte sociali, vedi caso Tav, ma soprattuto per i Verdini. In una, appunto, concezione duale del diritto e delle garanzie.
Quindi, quando si parla di garantismo, piuttosto che a Beccaria o a Filangieri – un altro che sul rapporto tra nuova scienza del disciplinamento e nascente economia capitalistica ha saputo dire molto, prima che la cultura italiana lo beatificasse – è meglio guardare a cosa, in tutto questo corpo del discorso, si intravede davvero. Ad una nuova universalizzazione del disciplinamento, dove l’assoggettamento si dà poi sempre un un piano nuovo, nel caso di chi sostiene, a spada tratta, ogni comportamento della magistratura. Oppure ad una concezione duale del diritto che, una volta tolta la retorica del potere, bada a garantire reti neotribali di potere entro una mediazione business-to-business che non vuole intralci. E’ chiaro che a sinistra qui ci sono due grandi ostacoli culturali a) la mancanza di abitudine a guardare a questi piani strategici b) la vertigine provocata da tutto ciò che non risulta traducibile in un post o in un tweet c) l’enorme difficoltà a tradurre questi problemi in termini politici e di comunicazione.
Visto poi che, in ogni caso, la versione del garantismo alla Verdini piace solo ai diretti interessati, è bene capire verso quale versione del garantismo, matura, di fatto ci si sta rivolgendo. Quella che, a suo tempo, ha trovato trionfo nell’Italia unitaria e liberale rintracciabile in una figura del primo ottocento, Gian Domenico Romagnosi. Si tratta di un autore che, per le competenze dell’epoca, riuniva diritto, garanzie individuali ed economia. Si guardi alla sua Collezione degli articoli di economia politica e statistica e civile. E’ costellata di un garantismo che invoca la libera impresa e il laissez-faire liberista. D’altronde, all’epoca, si andava verso la prima globalizzazione, la cui versione liberale italiana portò danni non da poco alle masse dell’Italia unitaria. Oggi, nella seconda globalizzazione, disorientati dalla velocità, e dalla consistenza di quanto accade, si imbracciano formule simili, culturalmente eredi di quel passato. I danni, di questa sorta di social-liberismo ovviamente, verranno messi in conto ad altri. Ci mancherebbe.
Per Senza Soste, nique la police
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07/04/2015
Il caso D’Alema-Cpl di Ischia
Con il caso D’Alema si sta scoperchiando il pentolone delle cooperative che da tempo immemore non sono più tali ma, di fatto, società di capitali travestite, per pagare meno tasse e godere di altri privilegi. Nella faccenda ci sono diversi profili che affronteremo separatamente in altri pezzi come il ruolo delle cooperative ed il finanziamento della politica, qui ci interessa parlare dei rapporti fra politica e magistratura.
Diciamo subito che il caso in questione non ci convince molto sul piano giuridico. Non sono sospettabile di simpatie per Massimo D’Alema che incontrai la prima volta nel 1982, quando era segretario del Pci pugliese e, devo dire, che non mi entusiasmò sin dall’inizio e nei 33 anni successivi mi è piaciuto ancora meno. Dunque, lungi da me l’idea di farmi difensore di “baffino”, ma in questa storia è tirato dentro piuttosto gratuitamente.
Riflettiamoci un po’: sappiamo che la Cpl-Concordia (il nome già dispone bene...) è sotto inchiesta per aver distribuito tangenti a diversi politici in cambio di appalti, questo stando alle dichiarazioni di Francesco Simone, il manager pentito. Benissimo, sin qui non possiamo che compiacerci del fatto che venga fuori un altro caso di corruzione per il quale auspichiamo, se le accuse verranno provate, il massimo della severità per corrotti e corruttori.
Ma veniamo a D’Alema: sempre secondo Simone la cooperativa Ischitana ha versato 87.000 euro alla fondazione Italiani-Europei, ha comperato alcune centinaia di copie di un libro di D’Alema e 2.000 bottiglie di vino della sua impresa vinicola. Ma non si dice se e in che caso questo sia il pagamento di una tangente per un qualche illecito favore ricevuto.
Il reato dove è? Una catena cooperativa veneto-emiliana della distribuzione ha acquistato 60.000 copie del libro di Landini, da offrire gratis ai suoi clienti: che facciamo, incriminiamo anche Landini o chi gli ha comperato il libro? Anche il versamento alla fondazione fa parte della prassi corrente, anzi diciamoci sinceramente che i politici si sono dati le fondazione proprio per raccogliere sottoscrizioni. Magari questo è un costume indecente che a me non piace affatto, ma allo stato non è proibito da alcuna legge. Il vino? Ecco questo potrebbe essere un motivo per irrogare almeno 4 anni di reclusione a D’Alema, ma perché è un vino tragico che ho assaggiato qualche anno fa in Puglia: secondo me lui fissa troppo intensamente le bottiglie ed il vino va in aceto. Ma cosa c’entra questo con una inchiesta per corruzione? I versamenti e gli acquisti sono stati fatti in cambio di qualche favore? Bisogna dire quale e dimostrarlo.
Questa cosa è uscita giustificata dal solito argomento del “contesto”. Il Pm Henry John Woodcock che guida l’indagine (vecchio allievo di un’altra indimenticata gloria della magistratura inquirente come Arcibaldo Miller di cui è stato uditore) ha fatto altre celebri inchieste come il Somaliagate, Vallettopoli, lo scandalo Lega, il caso Savoia, il caso P4, non tutte di esito felicissimo. Nel cosiddetto Vip Gate finirono inquisiti Franco Marini, Nicola Latorre, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Toni Renis, Anna La Rosa ed altre 72 persone.
Altra inchiesta criticatissima che non ha portato ad alcuna condanna.
D’accordo, la mia considerazione della magistratura giudicante è tale da non farmi pensare automaticamente che le inchieste in questione fossero tutte sbagliate o infondate, ma qualche dubbio sorge. E’ decisamente imbarazzante trovarsi a “difendere” degli inquisiti della cui innocenza il dubbio non ci assale (“con quella faccia?” direbbe Totò), però il garantismo penale non possiamo mettercelo sotto i piedi e qui dobbiamo capire che fine fa il segreto istruttorio. A questo punto, tanto vale abolirlo e fare le inchieste direttamente in redazione, almeno l’imputato potrebbe difendersi. E’ ovvio che si tratta di un paradosso, ma se il segreto deve esserci a tutela dell’inchiesta (mica possiamo far sapere ad un imputato che gli stiamo mettendo il telefono sotto controllo o lo stiamo facendo pedinare o che dopodomani gli perquisiremo casa), però deve esserci anche a tutela dei diritti dell’indagato. Ed a maggior ragione di chi indagato non è.
Ma ci sono notizie di interesse pubblico, mi direte. Certamente è così, ma è bene che l’istruttoria faccia il suo corso e poi alla fine si veda tutto. Diversamente l’inquisito è esposto ad una sorta di gogna preventiva senza possibilità di difendersi e questo non va bene neanche se l’imputato si chiami Berlusconi, Renzi, Bossi o il mostro della Salaria. Non possiamo far dipendere il nostro garantismo dal coefficiente di antipatia che ci ispira l’inquisito.
Ho paura che questo modo di fare per così dire, un po’ leggero, finisca per fornire ottimi argomenti a chi vuole una riforma della giustizia pensata per fermare le inchieste scomode. Un po’ di prudenza non guasterebbe.
Poi c’è il problema delle intercettazioni di cui si fa ormai abbondante uso. Nulla da ridire sul fatto che gli inquirenti cerchino prove anche in questo modo, anzi benvengano, però, poi, le intercettazioni che non sono materia di processo penale le togliamo di mezzo, vero?
Mi pare invece che ci sia un uso sconsiderato delle intercettazioni che finisce per dare una mano a quelli che vogliono il “giro di vite” su magistrati e giornalisti.
Il problema più serio mi sembra un altro: sarà una mia impressione ma sento un odore di Tangentopoli in arrivo. Ho la netta sensazione che la magistratura si stia preparando ad una maxi retata e non è una cosa che mi rallegra, ma ne riparleremo.
Fonte
Diciamo subito che il caso in questione non ci convince molto sul piano giuridico. Non sono sospettabile di simpatie per Massimo D’Alema che incontrai la prima volta nel 1982, quando era segretario del Pci pugliese e, devo dire, che non mi entusiasmò sin dall’inizio e nei 33 anni successivi mi è piaciuto ancora meno. Dunque, lungi da me l’idea di farmi difensore di “baffino”, ma in questa storia è tirato dentro piuttosto gratuitamente.
Riflettiamoci un po’: sappiamo che la Cpl-Concordia (il nome già dispone bene...) è sotto inchiesta per aver distribuito tangenti a diversi politici in cambio di appalti, questo stando alle dichiarazioni di Francesco Simone, il manager pentito. Benissimo, sin qui non possiamo che compiacerci del fatto che venga fuori un altro caso di corruzione per il quale auspichiamo, se le accuse verranno provate, il massimo della severità per corrotti e corruttori.
Ma veniamo a D’Alema: sempre secondo Simone la cooperativa Ischitana ha versato 87.000 euro alla fondazione Italiani-Europei, ha comperato alcune centinaia di copie di un libro di D’Alema e 2.000 bottiglie di vino della sua impresa vinicola. Ma non si dice se e in che caso questo sia il pagamento di una tangente per un qualche illecito favore ricevuto.
Il reato dove è? Una catena cooperativa veneto-emiliana della distribuzione ha acquistato 60.000 copie del libro di Landini, da offrire gratis ai suoi clienti: che facciamo, incriminiamo anche Landini o chi gli ha comperato il libro? Anche il versamento alla fondazione fa parte della prassi corrente, anzi diciamoci sinceramente che i politici si sono dati le fondazione proprio per raccogliere sottoscrizioni. Magari questo è un costume indecente che a me non piace affatto, ma allo stato non è proibito da alcuna legge. Il vino? Ecco questo potrebbe essere un motivo per irrogare almeno 4 anni di reclusione a D’Alema, ma perché è un vino tragico che ho assaggiato qualche anno fa in Puglia: secondo me lui fissa troppo intensamente le bottiglie ed il vino va in aceto. Ma cosa c’entra questo con una inchiesta per corruzione? I versamenti e gli acquisti sono stati fatti in cambio di qualche favore? Bisogna dire quale e dimostrarlo.
Questa cosa è uscita giustificata dal solito argomento del “contesto”. Il Pm Henry John Woodcock che guida l’indagine (vecchio allievo di un’altra indimenticata gloria della magistratura inquirente come Arcibaldo Miller di cui è stato uditore) ha fatto altre celebri inchieste come il Somaliagate, Vallettopoli, lo scandalo Lega, il caso Savoia, il caso P4, non tutte di esito felicissimo. Nel cosiddetto Vip Gate finirono inquisiti Franco Marini, Nicola Latorre, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Toni Renis, Anna La Rosa ed altre 72 persone.
Altra inchiesta criticatissima che non ha portato ad alcuna condanna.
D’accordo, la mia considerazione della magistratura giudicante è tale da non farmi pensare automaticamente che le inchieste in questione fossero tutte sbagliate o infondate, ma qualche dubbio sorge. E’ decisamente imbarazzante trovarsi a “difendere” degli inquisiti della cui innocenza il dubbio non ci assale (“con quella faccia?” direbbe Totò), però il garantismo penale non possiamo mettercelo sotto i piedi e qui dobbiamo capire che fine fa il segreto istruttorio. A questo punto, tanto vale abolirlo e fare le inchieste direttamente in redazione, almeno l’imputato potrebbe difendersi. E’ ovvio che si tratta di un paradosso, ma se il segreto deve esserci a tutela dell’inchiesta (mica possiamo far sapere ad un imputato che gli stiamo mettendo il telefono sotto controllo o lo stiamo facendo pedinare o che dopodomani gli perquisiremo casa), però deve esserci anche a tutela dei diritti dell’indagato. Ed a maggior ragione di chi indagato non è.
Ma ci sono notizie di interesse pubblico, mi direte. Certamente è così, ma è bene che l’istruttoria faccia il suo corso e poi alla fine si veda tutto. Diversamente l’inquisito è esposto ad una sorta di gogna preventiva senza possibilità di difendersi e questo non va bene neanche se l’imputato si chiami Berlusconi, Renzi, Bossi o il mostro della Salaria. Non possiamo far dipendere il nostro garantismo dal coefficiente di antipatia che ci ispira l’inquisito.
Ho paura che questo modo di fare per così dire, un po’ leggero, finisca per fornire ottimi argomenti a chi vuole una riforma della giustizia pensata per fermare le inchieste scomode. Un po’ di prudenza non guasterebbe.
Poi c’è il problema delle intercettazioni di cui si fa ormai abbondante uso. Nulla da ridire sul fatto che gli inquirenti cerchino prove anche in questo modo, anzi benvengano, però, poi, le intercettazioni che non sono materia di processo penale le togliamo di mezzo, vero?
Mi pare invece che ci sia un uso sconsiderato delle intercettazioni che finisce per dare una mano a quelli che vogliono il “giro di vite” su magistrati e giornalisti.
Il problema più serio mi sembra un altro: sarà una mia impressione ma sento un odore di Tangentopoli in arrivo. Ho la netta sensazione che la magistratura si stia preparando ad una maxi retata e non è una cosa che mi rallegra, ma ne riparleremo.
Fonte
24/06/2014
L’ultima battaglia di Bianca la rossa. È mancata Bianca Guidetti Serra
Ci stringiamo tutti alla famiglia di Bianca e ai compagni di mille lotte che l'hanno conosciuta e apprezzata, per l'affetto che metteva in ogni suo rapporto umano, per il rispetto immenso con cui sapeva avvicinarsi anche a chi la pensava in modo diverso.
Bianca Guidetti Serra è stata un esempio vivente di come si vive da comunista dentro una serie di stagioni sempre diverse, spesso durissime, senza mai perdere né la bussola né la fiducia nel cambiamento.
Come avvocato, non possiamo che indicarla ad esempio di cosa sia il "garantismo", termine insozzato negli ultimi venti anni da berlusconiani d'ogni risma e "creativi" del giornalismo presunto progressista.
Garantismo come affermazione dei valori costituzionali, difesa dei più deboli (e gli imputati che lei ha assistito non sono mai stati di quelli col libretto degli assegni sempre a disposizione), rispetto delle persone prima ancora che delle regole, contro ogni "sospensione del diritto" in nome dell'"efficacia" della repressione.
Qui di seguito riportiamo il commosso saluto che a lei, torinese e "valsusina naturale", ha rivolto il TgValSusa.
Bianca Guidetti Serra è stata un esempio vivente di come si vive da comunista dentro una serie di stagioni sempre diverse, spesso durissime, senza mai perdere né la bussola né la fiducia nel cambiamento.
Come avvocato, non possiamo che indicarla ad esempio di cosa sia il "garantismo", termine insozzato negli ultimi venti anni da berlusconiani d'ogni risma e "creativi" del giornalismo presunto progressista.
Garantismo come affermazione dei valori costituzionali, difesa dei più deboli (e gli imputati che lei ha assistito non sono mai stati di quelli col libretto degli assegni sempre a disposizione), rispetto delle persone prima ancora che delle regole, contro ogni "sospensione del diritto" in nome dell'"efficacia" della repressione.
Qui di seguito riportiamo il commosso saluto che a lei, torinese e "valsusina naturale", ha rivolto il TgValSusa.
*****
| Bianca (la seconda da sinistra), di fianco al futuro marito, Alberto Salmoni (il primo a sinistra). Con Primo Levi in pantaloni scuri. |
Stamane Torino ha perso una grande donna, figura centrale della giustizia e della politica per molti anni. A darne notizia il figlio Fabrizio Salmoni.
Bianca Guidetti Serra è stata l'avvocata dei deboli, delle minoranze, degli sfruttati, ha difeso operai, studenti, e minorenni che hanno subito abusi, ha lavorato per ottenere leggi moderne sull'adozione. È mancata stamane, alle 8:30, dopo una lunga malattia a 95 anni nella sua casa di Torino che era stata anche il suo studio legale. Lo comunica il figlio Fabrizio Salmoni con la moglie Cecilia e la figlia Loretta Lisa.
Al di là delle sue brevi esperienze istituzionali (deputata indipendente per Democrazia Proletaria 1987-90*; consigliere comunale indipendente con Dp 1985-87; poi ancora con il Pds 1990-99), Bianca è stata una grande avvocata anche quando si è trattato di confrontarsi con i poteri forti: fu parte civile con i sindacati contro la Fiat per le schedature illegali dei dipendenti (unica, storica condanna penale della Fiat); fu difensore del Direttore del giornale Lotta continua Pio Baldelli contro il commissario Calabresi e fu parte civile nel processo contro i Frati Celestini di Prato, imputati di maltrattamenti nei confronti dei bambini a loro affidati. La ricordiamo anche per altri processi storici (banda Cavallero, banda XXII Ottobre, Brigate Rosse, Ipca di Ciriè, Eternit di Casale Monferrato) ma la gente la ricorderà soprattutto per la miriade di processi in difesa di militanti politici degli anni Sessanta-Settanta.
All’avvocatura era approdata nel 1947, dopo la Resistenza che l’aveva vista staffetta partigiana in Val di Susa e in Val Chisone; impegnata ad aiutare, con Ada Gobetti amici e conoscenti ebrei, considerati di “nazionalità nemica” dalla Repubblica Sociale italiana; e ancora come organizzatrice dei Gruppi di Difesa della Donna a Torino.
Quando sui muri di Torino apparvero i primi manifesti antisemiti, Bianca – con la più giovane sorella Carla (che avrebbe poi sposato Paolo Spriano), con Alberto Salmoni (che sarebbe, in seguito, diventato suo marito) e altri giovani – si mise metodicamente a strapparli. Forse in questa determinazione (che la polizia, per fortuna dei ragazzi, considerò soltanto un atto di vandalismo) giocò l’amicizia con Primo Levi. (Anpi)
Iscritta al Pci dal 1943, ne uscì nel 1956 a seguito dei fatti d’Ungheria e si dedicò quindi completamente all’attività professionale, pur sempre nell’ambito della più ampia sinistra italiana, da indipendente: si occupa con determinazione del diritto di famiglia e della tutela dei più deboli, dei minori e dei carcerati; è presente nelle fabbriche torinesi per assistere gli operai per conto della Camera del lavoro; negli anni Settanta combatte la battaglia contro le schedature politiche degli operai alla Fiat.
Nel maggio del 2009 intervistata dal quotidiano «La Stampa» in occasione dei suoi 90 anni, le fu chiesto quale significato ebbe il processo, che la vide protagonista come parte civile, sulle schedature scoperte dall’allora pretore Guariniello – processo che si concluse con l’assoluzione degli imputati:
Io credo che un significato l’abbia avuto: quello di non accettare un sistema iniquo senza protestare. Era una storia di abusi. Che giustificava la volontà di ribellarsi. Dopo di allora nessuno poté più pensare di trattare così gli operai. («La Stampa»)
Nel 1987 si dimise da consigliere per presentarsi, sempre come indipendente nelle fila di Dp, alle elezioni per la Camera dei Deputati. In Parlamento prese parte ai lavori delle Commissioni giustizia e antimafia. Nel 1990, insieme a Medicina Democratica e all’Associazione Esposti Amianto (AEA) partecipò alla presentazione, come prima firmataria, di una proposta di legge per la messa al bando dell’amianto, approvata poi nel 1992 (“Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”, Legge n. 257 del 27 marzo 1992).
Aveva smesso di esercitare nei primi anni Novanta per le prime difficoltà fisiche, poi nel 1997 il primo ictus ne aveva definitivamente interrotto l’attività.
Il suo impegno nel campo del diritto ci dice che, in coerenza con le sue scelte di sempre e con la sua indole combattiva, oggi la vedremmo certamente dare battaglia in Tribunale in difesa dei valsusini e di chiunque subisce gli abusi del Potere. Per questo, e in omaggio alla sua vita, siamo sicuri che saranno in molti a volerla andare a salutare per l’ultima volta. Si attendono nelle prossime ore informazioni più dettagliate sulle sue esequie.
La redazione di TG Vallesusa si stringe con affetto attorno all’amico e collega Fabrizio Salmoni in questo momento di dolore per la perdita della mamma Bianca.
* Diede le dimissioni da parlamentare dopo poco più di due anni per incompatibilità personale con quel tipo di lavoro.
Bibliografia di Bianca Guidetti Serra:
Il paese dei celestini (con Francesco Santanera), Einaudi, Torino 1973
Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (II vol.), Einaudi, Torino 1977
Le schedature Fiat, Rosenberg & Sellier, Torino 1984
Storie di giustizia, ingiustizia e galera, Linea d’Ombra 1994
Da segnalare la sua biografia autorizzata: Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Einaudi, Torino 2009.
Fonte
Bianca Guidetti Serra è stata l'avvocata dei deboli, delle minoranze, degli sfruttati, ha difeso operai, studenti, e minorenni che hanno subito abusi, ha lavorato per ottenere leggi moderne sull'adozione. È mancata stamane, alle 8:30, dopo una lunga malattia a 95 anni nella sua casa di Torino che era stata anche il suo studio legale. Lo comunica il figlio Fabrizio Salmoni con la moglie Cecilia e la figlia Loretta Lisa.
Al di là delle sue brevi esperienze istituzionali (deputata indipendente per Democrazia Proletaria 1987-90*; consigliere comunale indipendente con Dp 1985-87; poi ancora con il Pds 1990-99), Bianca è stata una grande avvocata anche quando si è trattato di confrontarsi con i poteri forti: fu parte civile con i sindacati contro la Fiat per le schedature illegali dei dipendenti (unica, storica condanna penale della Fiat); fu difensore del Direttore del giornale Lotta continua Pio Baldelli contro il commissario Calabresi e fu parte civile nel processo contro i Frati Celestini di Prato, imputati di maltrattamenti nei confronti dei bambini a loro affidati. La ricordiamo anche per altri processi storici (banda Cavallero, banda XXII Ottobre, Brigate Rosse, Ipca di Ciriè, Eternit di Casale Monferrato) ma la gente la ricorderà soprattutto per la miriade di processi in difesa di militanti politici degli anni Sessanta-Settanta.
All’avvocatura era approdata nel 1947, dopo la Resistenza che l’aveva vista staffetta partigiana in Val di Susa e in Val Chisone; impegnata ad aiutare, con Ada Gobetti amici e conoscenti ebrei, considerati di “nazionalità nemica” dalla Repubblica Sociale italiana; e ancora come organizzatrice dei Gruppi di Difesa della Donna a Torino.
Quando sui muri di Torino apparvero i primi manifesti antisemiti, Bianca – con la più giovane sorella Carla (che avrebbe poi sposato Paolo Spriano), con Alberto Salmoni (che sarebbe, in seguito, diventato suo marito) e altri giovani – si mise metodicamente a strapparli. Forse in questa determinazione (che la polizia, per fortuna dei ragazzi, considerò soltanto un atto di vandalismo) giocò l’amicizia con Primo Levi. (Anpi)
Iscritta al Pci dal 1943, ne uscì nel 1956 a seguito dei fatti d’Ungheria e si dedicò quindi completamente all’attività professionale, pur sempre nell’ambito della più ampia sinistra italiana, da indipendente: si occupa con determinazione del diritto di famiglia e della tutela dei più deboli, dei minori e dei carcerati; è presente nelle fabbriche torinesi per assistere gli operai per conto della Camera del lavoro; negli anni Settanta combatte la battaglia contro le schedature politiche degli operai alla Fiat.
Nel maggio del 2009 intervistata dal quotidiano «La Stampa» in occasione dei suoi 90 anni, le fu chiesto quale significato ebbe il processo, che la vide protagonista come parte civile, sulle schedature scoperte dall’allora pretore Guariniello – processo che si concluse con l’assoluzione degli imputati:
Io credo che un significato l’abbia avuto: quello di non accettare un sistema iniquo senza protestare. Era una storia di abusi. Che giustificava la volontà di ribellarsi. Dopo di allora nessuno poté più pensare di trattare così gli operai. («La Stampa»)
Nel 1987 si dimise da consigliere per presentarsi, sempre come indipendente nelle fila di Dp, alle elezioni per la Camera dei Deputati. In Parlamento prese parte ai lavori delle Commissioni giustizia e antimafia. Nel 1990, insieme a Medicina Democratica e all’Associazione Esposti Amianto (AEA) partecipò alla presentazione, come prima firmataria, di una proposta di legge per la messa al bando dell’amianto, approvata poi nel 1992 (“Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”, Legge n. 257 del 27 marzo 1992).
Aveva smesso di esercitare nei primi anni Novanta per le prime difficoltà fisiche, poi nel 1997 il primo ictus ne aveva definitivamente interrotto l’attività.
Il suo impegno nel campo del diritto ci dice che, in coerenza con le sue scelte di sempre e con la sua indole combattiva, oggi la vedremmo certamente dare battaglia in Tribunale in difesa dei valsusini e di chiunque subisce gli abusi del Potere. Per questo, e in omaggio alla sua vita, siamo sicuri che saranno in molti a volerla andare a salutare per l’ultima volta. Si attendono nelle prossime ore informazioni più dettagliate sulle sue esequie.
La redazione di TG Vallesusa si stringe con affetto attorno all’amico e collega Fabrizio Salmoni in questo momento di dolore per la perdita della mamma Bianca.
* Diede le dimissioni da parlamentare dopo poco più di due anni per incompatibilità personale con quel tipo di lavoro.
Bibliografia di Bianca Guidetti Serra:
Il paese dei celestini (con Francesco Santanera), Einaudi, Torino 1973
Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile (II vol.), Einaudi, Torino 1977
Le schedature Fiat, Rosenberg & Sellier, Torino 1984
Storie di giustizia, ingiustizia e galera, Linea d’Ombra 1994
Da segnalare la sua biografia autorizzata: Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Einaudi, Torino 2009.
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