Il ddl Calderoli è diventato legge nonostante il diffuso grido di allarme per gli effetti distruttivi sull’uguaglianza dei diritti ed eversivi dell’unità della Repubblica.
Il 20 giugno, i Comitati e il Tavolo No AD hanno diffidato formalmente il Governo a non compiere alcun atto per l’applicazione di tale legge in quanto palesemente incostituzionale: al regionalismo cooperativo e solidaristico del 1948 voluto dalle Madri e dai Padri Costituenti, viene sostituito un regionalismo competitivo ed egoistico estraneo allo spirito e alla lettera della Costituzione.
Nella Diffida viene evidenziato che la legge contraddice gli artt. 2, 3 e 5 della Costituzione (solidarietà, uguaglianza, unità ed indivisibilità della Repubblica), come rilevato anche dalle osservazioni critiche pervenute dalla grande maggioranza di costituzionalisti, economisti, enti, istituzioni ed associazioni, auditi nel corso dell’iter parlamentare. L’aperto dissenso di cittadine e cittadini, concretizzato in manifestazioni di protesta organizzate su tutto il territorio nazionale, si è sommato all’appello incessante della CEI apertamente critica sul provvedimento ed ai rilievi di enti quali Ufficio Parlamentare di Bilancio, Banca d’Italia, Commissione Europea e Confindustria.
I Comitati e il Tavolo NO AD hanno intimato al Governo di rendere pubblico tempestivamente ogni atto di esecuzione di tale legge, anche solo preparatorio od istruttorio, in apposita sezione Web del Ministero delle Autonomie affinché ogni cittadino, ogni formazione sociale e le stesse Regioni siano messe in grado di seguire e contestare tempestivamente le fasi della denegata attuazione.
A nostro parere, le intese differenziate saranno illegittime, perché la legge prevede intese singole ed impedisce di conoscere il quadro complessivo dai possibili effetti devastanti sull’ordinamento della Repubblica (rapporti caotici e asimmetrici tra Stato, Regioni, Enti Locali e Città Metropolitane, parcellizzazione della Pubblica Amministrazione). Le singole regioni possono essere contro interessate rispetto all’intesa raggiunta da altre, e così per interi territori del paese.
“Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” non potranno essere disposte senza che i livelli essenziali delle prestazioni siano determinati e finanziati: i Lep inoltre dovrebbero essere utilizzati per realizzare una parità effettiva di diritti civili e sociali fra i diversi territori, con l’abbandono definitivo del criterio discriminante della spesa storica.
Vanno cassate le pre-intese a suo tempo sottoscritte con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna anche perché sproporzionate e velleitarie.
L’approvazione della legge apre una nuova fase di lotta contro questo disegno criminoso capace di spezzare l’Italia in tanti staterelli. Sarà una lotta sempre più dura in tutte le sedi, comprese quelle giudiziarie e di responsabilità politica ed amministrativa.
La diffida è stata notificata alla Presidente del Consiglio dei Ministri ed al Ministro Calderoli quale responsabile del procedimento di attuazione della legge. È stata inviata per opportuna conoscenza ai Presidenti ed ai Consigli Regionali di tutte le Regioni, alle Associazioni del Comuni e delle Province nonché alla cortese attenzione del Presidente della Repubblica quale supremo garante dell’unità nazionale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2024
L’assist ‘inatteso’ di Sabino Cassese all’autonomia differenziata
Il giudice emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese, nel corso di un’intervista andata in onda nel corso della trasmissione di Rai3, In mezz’ora, si è espresso così sul disegno di legge del governo di autonomia differenziata:
“Le regioni che hanno più muscoli nelle gambe correranno, quelle che ne hanno di meno andranno più lentamente ma questo potrà essere uno stimolo per le regioni che vanno più lentamente per esercitare i propri muscoli”.
In altre parole: chi può, fa, chi non può “si alleni i muscoli”, ovvero, basta con la solidarietà nazionale e via al darwinismo regionale. E così il già martoriato e sempre più ignorato Mezzogiorno sprofonderà definitivamente e sarà consegnato, una volta per tutte, a mafia, camorra e ‘ndrangheta.
I 13 miliardi stanziati con la legge di bilancio 2024 per il famigerato “ponte sullo stretto” hanno dato già un segnale netto in questa direzione.
Se sarà approvato definitivamente il disegno di legge sull'“autonomia differenziata” del ministro Calderoli (già passato al Senato il 22 gennaio scorso), grazie alla clausola che l’operazione dovrà essere portata avanti “senza oneri aggiuntivi” per lo Stato (ovvero, a costo zero), ogni Regione dovrà arrangiarsi con i propri fondi con buona pace della Costituzione che – all’articolo 5 – prevede che i diritti sociali (sanità, istruzione, ecc.) debbano essere uguali ed accessibili su tutto il territorio nazionale.
Si tratta dei Livelli Essenziali delle Prestazione (LEP) eppure previsti dall’articolo 117 del novellato titolo V della Costituzione secondo il quale “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
In buona sostanza, con il nuovo titolo V, venne affidata allo Stato e alle regioni la competenza “concorrente” su una lunga serie di materie ma, a condizione che venissero “determinati i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.
Il ministro leghista per gli Affari regionali Calderoli dice di voler dare attuazione a quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione ai sensi del quale – sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata – possono essere attribuite alle regioni a statuto ordinario, che ne facciano richiesta, forme e condizioni particolari di autonomia in 23 materie.
Si va dalla Salute all’Istruzione, dallo Sport all’Ambiente, passando per Energia, Trasporti, Cultura e Commercio Estero. Ed al tal fine, il disegno di legge “Autonomia differenziata” prevede la possibilità, da parte delle stesse regioni, di trattenere il gettito fiscale legato alle erogazioni del servizi per l’utilizzo di quelle risorse sul proprio territorio.
Ma il disegno di Legge Calderoli non ha sciolto il suo nodo principale: le funzioni autonome doverebbero essere attribuite solo dopo aver determinato proprio i LEP, ovvero il livello minimo di servizi da rendere al cittadino in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale.
I fautori della norma sostengono che per evitare squilibri economici fra le regioni che aderiscono all’autonomia e quelle che non lo fanno il disegno di legge introduce “misure perequative”.
Altro che: se il disegno di legge venisse approvato definitivamente, il ruolo delle Regioni, sia ordinarie che autonome (ex art.116 comma 3 Cost.) si ridurrebbe a quello di “agenti regionali” dello smantellamento del SSN e della Privatizzazione della Sanità.
Lo si deduce abbastanza facilmente proprio nella parte del DL Calderoli che riguarda i LEP: l’art. Art. 9 esclude “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”; l’art. 4 comma li vincola nei “limiti delle risorse rese disponibili nella legge di bilancio”.
Del tutto privo di sostanza, infine, l’emendamento di Fratelli d’Italia che, sempre all’art. 4, inserisce il “vincolo dell’incremento delle risorse sull’intero territorio nazionale”. Quali risorse e come se ne determirebbe l’incremento, non è dato sapere.
E a pagarne le spese sarebbe, innanzitutto, il nostro Servizio Sanitario Nazionale già gravemente eroso da un massiccio processo di privatizzazione e finanziarizzazione.
Ne sono conferma il “combinato disposto” tra la Legge Bilancio 2024, il decreto milleproroghe 2024, e lo stesso DDL n. 615-A Calderoli, così come modificato in Commissione Affari Costituzionali e in Aula in Senato.
La legge di Bilancio 2024, infatti, ha stanziato per il Fondo Sanitario Nazionale circa 131 Miliardi di euro; inferiore di 10 miliardi a fronte dei 141 Mld, stimabili senza incrementi, rispetto all’anno 2022 per effetto dell’inflazione cumulativa pari al 9%.
Con gli stessi criteri la spesa privata diretta sarebbe di 43,5 Mld, ben 3,5 superiore a quella del 2022. In qualsiasi caso è evidente che, nel 2024, il FSN sarà ancor più insufficiente a finanziare il SSN, e non sarà certo la ulteriore sua frammentazione in 21 Servizi Sanitari Regionali a risolvere questo problema.
Eppure, a luglio dell’anno scorso, il gruppo dei “big” chiamati dal governo a far parte del “Comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, preliminari per l’Autonomia differenziata”, presieduto proprio da Sabino Cassese e di cui facevano parte Giuliano Amato, Franco Gallo (ex presidente del Consiglio di Stato), Alessandro Pajno e l’ex ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini (ex Pci-Pds-Pd, cui dobbiamo la famigerata legge 59/1997 che fece da battistrada alla catastrofica riforma del titolo V della Costituzione), si era dimesso in blocco dal Comitato in ragione dei dubbi sollevati sui costi legati ai LEP, cioè i livelli essenziali delle prestazioni indispensabili per garantire in tutto il territorio nazionale i «diritti civili e sociali» tutelati dalla Costituzione.
E lo aveva fatto con una lettera aperta in cui era scritto, nero su bianco, che servivano assolutamente dei “correttivi su come impostare e finanziare i Livelli essenziali delle prestazioni”. La risposta, come abbiamo visto, è stata soltanto ed esclusivamente, una risposta di facciata con l’emendamento di Fratelli d’Italia in cui si fa riferimento ad astratti ed indeterminati “criteri equitativi“.
Ecco perché l’endorsement di ieri di Sabino Cassese alla riforma Calderoli ci appare come una inspiegabile giravolta del professore.
Certo, a ben vedere, anche la “riforma costituzionale” voluta da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi – poi bocciata dal referedum confermativo del 2015 – aveva incassato il pieno sostegno di Cassese, oltre che dall’altro insigne dinosauro, Giuliano Amato, sopravvissuto a tre Repubbliche.
Insomma, in quanto a condiscendenza nei confronti dei “riformatori” di turno, il professore aveva già evidenziato una spiccata propensione.
In ogni caso, c’è solo da darsi da fare perché questo abominio dell’autonomia differenziata faccia la stessa fine della riforma di revisione della Costituzione “Renzi-Boschi” insieme all’altra porcata del “premierato”.
Il combinato disposto delle due cose sarebbe un vero disastro per un paese già devastato da decenni di malgoverno regionale, da privatizzazioni selvagge e dagli attacchi feroci degli ultimi anni a sanità, istruzione e servizi al cittadino (ovvero, a quel poco che ancora rimane in piedi del nostro Welfare e della prima parte della Costituzione) oltre a spingere verso il pericoloso piano inclinato di un’ulteriore torsione autoritaria ed antidemocratica.
Fonte
“Le regioni che hanno più muscoli nelle gambe correranno, quelle che ne hanno di meno andranno più lentamente ma questo potrà essere uno stimolo per le regioni che vanno più lentamente per esercitare i propri muscoli”.
In altre parole: chi può, fa, chi non può “si alleni i muscoli”, ovvero, basta con la solidarietà nazionale e via al darwinismo regionale. E così il già martoriato e sempre più ignorato Mezzogiorno sprofonderà definitivamente e sarà consegnato, una volta per tutte, a mafia, camorra e ‘ndrangheta.
I 13 miliardi stanziati con la legge di bilancio 2024 per il famigerato “ponte sullo stretto” hanno dato già un segnale netto in questa direzione.
Se sarà approvato definitivamente il disegno di legge sull'“autonomia differenziata” del ministro Calderoli (già passato al Senato il 22 gennaio scorso), grazie alla clausola che l’operazione dovrà essere portata avanti “senza oneri aggiuntivi” per lo Stato (ovvero, a costo zero), ogni Regione dovrà arrangiarsi con i propri fondi con buona pace della Costituzione che – all’articolo 5 – prevede che i diritti sociali (sanità, istruzione, ecc.) debbano essere uguali ed accessibili su tutto il territorio nazionale.
Si tratta dei Livelli Essenziali delle Prestazione (LEP) eppure previsti dall’articolo 117 del novellato titolo V della Costituzione secondo il quale “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
In buona sostanza, con il nuovo titolo V, venne affidata allo Stato e alle regioni la competenza “concorrente” su una lunga serie di materie ma, a condizione che venissero “determinati i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.
Il ministro leghista per gli Affari regionali Calderoli dice di voler dare attuazione a quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione ai sensi del quale – sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata – possono essere attribuite alle regioni a statuto ordinario, che ne facciano richiesta, forme e condizioni particolari di autonomia in 23 materie.
Si va dalla Salute all’Istruzione, dallo Sport all’Ambiente, passando per Energia, Trasporti, Cultura e Commercio Estero. Ed al tal fine, il disegno di legge “Autonomia differenziata” prevede la possibilità, da parte delle stesse regioni, di trattenere il gettito fiscale legato alle erogazioni del servizi per l’utilizzo di quelle risorse sul proprio territorio.
Ma il disegno di Legge Calderoli non ha sciolto il suo nodo principale: le funzioni autonome doverebbero essere attribuite solo dopo aver determinato proprio i LEP, ovvero il livello minimo di servizi da rendere al cittadino in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale.
I fautori della norma sostengono che per evitare squilibri economici fra le regioni che aderiscono all’autonomia e quelle che non lo fanno il disegno di legge introduce “misure perequative”.
Altro che: se il disegno di legge venisse approvato definitivamente, il ruolo delle Regioni, sia ordinarie che autonome (ex art.116 comma 3 Cost.) si ridurrebbe a quello di “agenti regionali” dello smantellamento del SSN e della Privatizzazione della Sanità.
Lo si deduce abbastanza facilmente proprio nella parte del DL Calderoli che riguarda i LEP: l’art. Art. 9 esclude “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”; l’art. 4 comma li vincola nei “limiti delle risorse rese disponibili nella legge di bilancio”.
Del tutto privo di sostanza, infine, l’emendamento di Fratelli d’Italia che, sempre all’art. 4, inserisce il “vincolo dell’incremento delle risorse sull’intero territorio nazionale”. Quali risorse e come se ne determirebbe l’incremento, non è dato sapere.
E a pagarne le spese sarebbe, innanzitutto, il nostro Servizio Sanitario Nazionale già gravemente eroso da un massiccio processo di privatizzazione e finanziarizzazione.
Ne sono conferma il “combinato disposto” tra la Legge Bilancio 2024, il decreto milleproroghe 2024, e lo stesso DDL n. 615-A Calderoli, così come modificato in Commissione Affari Costituzionali e in Aula in Senato.
La legge di Bilancio 2024, infatti, ha stanziato per il Fondo Sanitario Nazionale circa 131 Miliardi di euro; inferiore di 10 miliardi a fronte dei 141 Mld, stimabili senza incrementi, rispetto all’anno 2022 per effetto dell’inflazione cumulativa pari al 9%.
Con gli stessi criteri la spesa privata diretta sarebbe di 43,5 Mld, ben 3,5 superiore a quella del 2022. In qualsiasi caso è evidente che, nel 2024, il FSN sarà ancor più insufficiente a finanziare il SSN, e non sarà certo la ulteriore sua frammentazione in 21 Servizi Sanitari Regionali a risolvere questo problema.
Eppure, a luglio dell’anno scorso, il gruppo dei “big” chiamati dal governo a far parte del “Comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, preliminari per l’Autonomia differenziata”, presieduto proprio da Sabino Cassese e di cui facevano parte Giuliano Amato, Franco Gallo (ex presidente del Consiglio di Stato), Alessandro Pajno e l’ex ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini (ex Pci-Pds-Pd, cui dobbiamo la famigerata legge 59/1997 che fece da battistrada alla catastrofica riforma del titolo V della Costituzione), si era dimesso in blocco dal Comitato in ragione dei dubbi sollevati sui costi legati ai LEP, cioè i livelli essenziali delle prestazioni indispensabili per garantire in tutto il territorio nazionale i «diritti civili e sociali» tutelati dalla Costituzione.
E lo aveva fatto con una lettera aperta in cui era scritto, nero su bianco, che servivano assolutamente dei “correttivi su come impostare e finanziare i Livelli essenziali delle prestazioni”. La risposta, come abbiamo visto, è stata soltanto ed esclusivamente, una risposta di facciata con l’emendamento di Fratelli d’Italia in cui si fa riferimento ad astratti ed indeterminati “criteri equitativi“.
Ecco perché l’endorsement di ieri di Sabino Cassese alla riforma Calderoli ci appare come una inspiegabile giravolta del professore.
Certo, a ben vedere, anche la “riforma costituzionale” voluta da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi – poi bocciata dal referedum confermativo del 2015 – aveva incassato il pieno sostegno di Cassese, oltre che dall’altro insigne dinosauro, Giuliano Amato, sopravvissuto a tre Repubbliche.
Insomma, in quanto a condiscendenza nei confronti dei “riformatori” di turno, il professore aveva già evidenziato una spiccata propensione.
In ogni caso, c’è solo da darsi da fare perché questo abominio dell’autonomia differenziata faccia la stessa fine della riforma di revisione della Costituzione “Renzi-Boschi” insieme all’altra porcata del “premierato”.
Il combinato disposto delle due cose sarebbe un vero disastro per un paese già devastato da decenni di malgoverno regionale, da privatizzazioni selvagge e dagli attacchi feroci degli ultimi anni a sanità, istruzione e servizi al cittadino (ovvero, a quel poco che ancora rimane in piedi del nostro Welfare e della prima parte della Costituzione) oltre a spingere verso il pericoloso piano inclinato di un’ulteriore torsione autoritaria ed antidemocratica.
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03/02/2023
Autonomia differenziata. “È il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale”
La Fondazione Gimbe ha pubblicato un report che ripercorre la storia del regionalismo differenziato e analizza il Disegno di Legge approvato a Palazzo Chigi valutandone l’impatto sul Sistema Sanitario Nazionale (SSN) facendo una desolante fotografia dell’entità delle diseguaglianze regionali sull’adempimento dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) e sulla mobilità sanitaria, che ogni anno drena risorse (e pazienti) dal Centro-Sud alle regioni del Nord.
Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta non ha dubbi: “l’attuazione delle maggiori autonomie nella tutela della salute darà il colpo di grazia al SSN, aumenterà le diseguaglianze regionali e legittimerà normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute”.
Dall’analisi delle richieste di maggiore autonomia avanzate da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto nell’ambito “tutela della salute” emergono alcune considerazioni generali, suffragate da quasi 2.000 stakeholder (ovvero i “portatori di interessi”) della sanità in occasione della indagine promossa dalla Fondazione.
Alcune forme di autonomia rischiano di sovvertire gli strumenti di governance del SSN aumentando le diseguaglianze nell’offerta dei servizi: sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione, sistema di governance delle aziende e degli enti del Servizio Sanitario Regionale, determinazione del numero di borse di studio per specialisti e medici di famiglia.
L’abolizione dei tetti di spesa per il personale sanitario e l’istituzione di contratti di formazione-lavoro per anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro di specialisti e medici di famiglia rappresentano oggi strumenti fondamentali per fronteggiare la grave carenza di personale sanitario che andrebbero estesi a tutte le Regioni, sostiene Fondazione Gimbe nel suo rapporto.
Non solo. Una maggiore autonomia in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi “darebbe il via a sistemi assicurativo-mutualistici regionali sganciati dalla, seppur frammentata, normativa nazionale. Inoltre, la richiesta del Veneto di contrattazione integrativa regionale per i dipendenti del SSN, oltre all’autonomia in materia di gestione del personale e di regolamentazione dell’attività libero-professionale, rischia di concretizzare una concorrenza tra Regioni con “migrazione” di personale dal Sud al Nord, ponendo una pietra tombale sulla contrattazione collettiva nazionale e sul ruolo dei sindacati”.
“La richiesta di maggiori autonomie – continua Nino Cartabellotta – viene proprio dalle Regioni che fanno registrare le migliori performance nazionali in sanità”. Lo mostra la “fotografia” sugli adempimenti al mantenimento dei Lea relative al decennio 2010-2019.
Le tre Regioni che hanno richiesto maggiori autonomie si collocano infatti nei primi 5 posti della classifica, rispettivamente Emilia Romagna (1a), Veneto (3a) e Lombardia (5a), mentre nelle prime 10 posizioni non c’è nessuna Regione del Sud e solo 2 del Centro (Umbria e Marche).
L’analisi della mobilità sanitaria conferma la forte capacità attrattiva delle Regioni del Nord (il famoso “turismo sanitario”) dove la gente va a farsi operare provenendo dal resto del paese. A questa asimmetria corrisponde quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, visto che nel decennio 2010-2019, ben tredici Regioni, quasi tutte del Centro Sud, hanno accumulato un saldo negativo pari a 14 miliardi di euro.
Tra i primi quattro posti per saldo positivo si trovano sempre le tre Regioni che hanno richiesto le maggiori autonomie: Lombardia (+€ 6,18 miliardi), Emilia-Romagna (+€ 3,35 miliardi), Toscana (+€ 1,34 miliardi), Veneto (+€ 1,14 miliardi). Al contrario, le cinque Regioni con saldi negativi superiori a € 1 miliardo sono tutte al Centro-Sud: Campania (-€ 2,94 miliardi), Calabria (-€ 2,71 miliardi), Lazio (-€ 2,19 miliardi), Sicilia (-€ 2 miliardi) e Puglia (-€ 1,84 miliardi).
Cresceranno le disuguaglianze già esistenti
“Questi dati – continua Cartabellotta – confermano che persistono inaccettabili diseguaglianze tra i 21 sistemi sanitari regionali, in particolare un gap strutturale Nord-Sud che compromette l’equità di accesso ai servizi e alimenta un’imponente mobilità sanitaria in direzione Sud-Nord”. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità, richieste proprio dalle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione, non potrà che amplificare le diseguaglianze.
Per queste ragioni la Fondazione Gimbe propone in primo luogo “di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. In subordine, chiede che l’eventuale attuazione del regionalismo differenziato in sanità venga gestita con estremo equilibrio, colmando innanzitutto il gap strutturale tra Nord e Sud del Paese, modificando i criteri di riparto del Fabbisogno Sanitario Nazionale e aumentando le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni”.
Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta non ha dubbi: “l’attuazione delle maggiori autonomie nella tutela della salute darà il colpo di grazia al SSN, aumenterà le diseguaglianze regionali e legittimerà normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute”.
Dall’analisi delle richieste di maggiore autonomia avanzate da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto nell’ambito “tutela della salute” emergono alcune considerazioni generali, suffragate da quasi 2.000 stakeholder (ovvero i “portatori di interessi”) della sanità in occasione della indagine promossa dalla Fondazione.
Alcune forme di autonomia rischiano di sovvertire gli strumenti di governance del SSN aumentando le diseguaglianze nell’offerta dei servizi: sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione, sistema di governance delle aziende e degli enti del Servizio Sanitario Regionale, determinazione del numero di borse di studio per specialisti e medici di famiglia.
L’abolizione dei tetti di spesa per il personale sanitario e l’istituzione di contratti di formazione-lavoro per anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro di specialisti e medici di famiglia rappresentano oggi strumenti fondamentali per fronteggiare la grave carenza di personale sanitario che andrebbero estesi a tutte le Regioni, sostiene Fondazione Gimbe nel suo rapporto.
Non solo. Una maggiore autonomia in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi “darebbe il via a sistemi assicurativo-mutualistici regionali sganciati dalla, seppur frammentata, normativa nazionale. Inoltre, la richiesta del Veneto di contrattazione integrativa regionale per i dipendenti del SSN, oltre all’autonomia in materia di gestione del personale e di regolamentazione dell’attività libero-professionale, rischia di concretizzare una concorrenza tra Regioni con “migrazione” di personale dal Sud al Nord, ponendo una pietra tombale sulla contrattazione collettiva nazionale e sul ruolo dei sindacati”.
“La richiesta di maggiori autonomie – continua Nino Cartabellotta – viene proprio dalle Regioni che fanno registrare le migliori performance nazionali in sanità”. Lo mostra la “fotografia” sugli adempimenti al mantenimento dei Lea relative al decennio 2010-2019.
Le tre Regioni che hanno richiesto maggiori autonomie si collocano infatti nei primi 5 posti della classifica, rispettivamente Emilia Romagna (1a), Veneto (3a) e Lombardia (5a), mentre nelle prime 10 posizioni non c’è nessuna Regione del Sud e solo 2 del Centro (Umbria e Marche).
L’analisi della mobilità sanitaria conferma la forte capacità attrattiva delle Regioni del Nord (il famoso “turismo sanitario”) dove la gente va a farsi operare provenendo dal resto del paese. A questa asimmetria corrisponde quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, visto che nel decennio 2010-2019, ben tredici Regioni, quasi tutte del Centro Sud, hanno accumulato un saldo negativo pari a 14 miliardi di euro.
Tra i primi quattro posti per saldo positivo si trovano sempre le tre Regioni che hanno richiesto le maggiori autonomie: Lombardia (+€ 6,18 miliardi), Emilia-Romagna (+€ 3,35 miliardi), Toscana (+€ 1,34 miliardi), Veneto (+€ 1,14 miliardi). Al contrario, le cinque Regioni con saldi negativi superiori a € 1 miliardo sono tutte al Centro-Sud: Campania (-€ 2,94 miliardi), Calabria (-€ 2,71 miliardi), Lazio (-€ 2,19 miliardi), Sicilia (-€ 2 miliardi) e Puglia (-€ 1,84 miliardi).
Cresceranno le disuguaglianze già esistenti
“Questi dati – continua Cartabellotta – confermano che persistono inaccettabili diseguaglianze tra i 21 sistemi sanitari regionali, in particolare un gap strutturale Nord-Sud che compromette l’equità di accesso ai servizi e alimenta un’imponente mobilità sanitaria in direzione Sud-Nord”. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità, richieste proprio dalle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione, non potrà che amplificare le diseguaglianze.
Per queste ragioni la Fondazione Gimbe propone in primo luogo “di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. In subordine, chiede che l’eventuale attuazione del regionalismo differenziato in sanità venga gestita con estremo equilibrio, colmando innanzitutto il gap strutturale tra Nord e Sud del Paese, modificando i criteri di riparto del Fabbisogno Sanitario Nazionale e aumentando le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni”.
*****
L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri di ieri del DDL sull’Autonomia differenziata segna un salto di qualità concreto mai visto sulla strada della divisione del Paese, della rimessa in causa dei diritti universali uguali per tutti e tutte, dell’esistenza della Repubblica per come è uscita dalla Liberazione e per come è definita nei principi fondamentali della Costituzione.
Dopo anni di discussioni, ipotesi, pre-intese, progetti messi avanti ma mai realizzati, siamo ora di fronte ad un’accelerazione che pone tutte le forze politiche e sindacali che hanno a cuore l’unità della Repubblica e la difesa dei valori costituzionali di fronte ad una nuova responsabilità.
La Meloni e Fratelli d’Italia – la forza politica che, a partire dal suo stesso nome, basa la propria esistenza e il proprio programma su precise rivendicazioni di carattere nazionalistico – hanno abbassato la testa e, pur di mantenere integri gli equilibri del Governo e procedere, con tutti gli alleati, verso il proprio progetto di presidenzialismo – hanno consentito Il passaggio del ddl Calderoli, tenendo così fede allo scambio concordato in campagna elettorale.
Da parte sua, il ministro Calderoli ha portato avanti una questione delicatissima – che riguarda l’attribuzione della potestà legislativa esclusiva alle regioni su ben 23 materie, e quindi la violazione palese del principio di uguaglianza tra cittadine e cittadini di questo Paese sulla base del certificato di residenza, e quindi l’aumento esponenziale delle diseguaglianze – in tempi rapidissimi, per tirare la volata al proprio partito – la Lega – alle imminenti elezioni regionali della Lombardia.
Fratelli d’Italia, la Lega, Forza Italia, per calcoli politici elettoralistici e per convinzione, hanno dunque oggi detto chiaramente che intendono andare fino in fondo.
Se qualcuno si illudeva fino a ieri che attraverso il dialogo, facendo leva sulle contraddizioni delle forze di governo, cercando di “limitare i danni”, il governo si potesse fermare, oggi ha la risposta.
E tuttavia, questo governo osa approvare il DDL proprio mentre nel Paese, finalmente, le voci si levano contro l’AD, la gente comincia a prendere coscienza del pericolo – anche se in modo ancora insufficiente – mentre diversi costituzionalisti, esponenti del mondo dell’economia, della cultura, della scienza, dell’arte, del giornalismo lanciano l’allarme.
Benché possa contare sui voti della maggioranza, questo scellerato progetto può essere fermato, ma non certo solo in Parlamento: solo una mobilitazione di massa, che porti in piazza centinaia di migliaia di cittadine e cittadini, può imporre il ritiro di questo DDL, lo stop al governo.
Noi che fin dal 2019 abbiamo lanciato l’allarme, ribadiamo con forza ciò che ci ha portato ad unirci a tante forze associative, politiche e sindacali nel Tavolo NOAD: è responsabilità delle organizzazioni sindacali e politiche, ognuno per la forza che ha e può mettere in campo, unirsi e organizzare questa mobilitazione, fare di tutto per il ritiro del DDL, prima che sia troppo tardi.
Noi ci appelliamo a tutti e tutte: il dibattito che finalmente si è aperto nel Paese crea le condizioni per costruire questa mobilitazione, ma non c’è un minuto da perdere: uniamoci per costruirla, organizziamoci affinché sia la più forte possibile!
Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, 2 febbraio 2023
Nota. Sorprendentemente oggi, Stefano Bonaccini, dopo aver per quattro anni richiesto a gran voce (unendosi al coro di Zaia e Fontana) autonomia su 16 materie per la propria regione; dopo aver concordato intese sostanzialmente sovrapponibili insieme alle regioni leghiste; dopo aver rifiutato di esaminare in commissione consiliare ER la petizione popolare firmata da 3500 cittadine/i, con la quale si chiedeva il ritiro della pre-intesa; essendo quindi ancora oggi il firmatario di una delle tre preintese già concordate e pur rivendicando tuttora la validità di quelle preintese, si è scoperto improvvisamente contrario, dichiarando il ddl Calderoli: “Irricevibile. Pronti alla mobilitazione”.
Noi diciamo a Stefano Bonaccini: non è tardi per cambiare idea, persino per chiedere scusa, anche per le responsabilità enormi che il PD ha, dalla riforma del Titolo V ad oggi. Ma dopo quanto è successo oggi in Consiglio dei ministri, non è più il momento delle parole, né si può continuare a parlare di una presunta “altra AD possibile”, la cui evocazione continua non ha fatto altro che contribuire a portarci al punto gravissimo di oggi.
L’Ad che abbiamo di fronte è questa, quella di Calderoli: si può solo dire sì o no e organizzarsi di conseguenza. Tertium non datur.
Esecutivo nazionale NO AD
dei Comitati contro qualunque autonomia differenziata,
per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti.
Web: perilritirodiqualunqueautonomi
email: comitatinoad@gmail.com
Fb: ControOgniAutonomiaDifferenzia
ADERISCONO AL TAVOLO NOAD:
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19/01/2023
Autonomia differenziata. Un mostro da fermare che spacca anche il governo
La destra ha vinto le elezioni, ma governa solo fin dove le competenze vere – politica economica ed estera, vincoli internazionali, ecc. – sono fuori dalla portata di un governo “nazionale” con sbandierate velleità “nazionaliste”. O addirittura “regionaliste”.
La diversità di interessi tra i settori di borghesia che ognuno dei tre partiti dell’esecutivo rappresenta moltiplica le occasioni di conflitto interno per quanto riguarda i pochi temi su cui si può esercitare la normale “sovrana scelta politica”.
A parte le questioni solo “ideologico-culturali” (una certa visione muscolare dell’”ordine pubblico”, manifestata con il decreto anti-rave, oppure sull’alzabandiera a scuola, l’abolizione de facto del reato di tortura, e cose simili), dove ogni pirla può sbizzarrirsi in proposte di “soluzioni ad capocchiam”, lo scontro vero si concentra inevitabilmente là dove c’è un po’ di “ciccia”.
Ovvero un po’ di soldi da gestire. Immediatamente o negli anni futuri.
E quindi la cosiddetta “autonomia differenziata” – cavallo di battaglia della Lega e a suo tempo anche del PD (sponda Bonaccini) – sta diventando, giorno dopo giorno, uno degli ostacoli più alti tra le zampe del governo.
Al punto che il solitamente cauto Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, tra i più vicini a Giorgia Meloni, si è esibito in un’intervista – per di più al “grillino” Fatto Quotidiano – per avvertire che l’accelerazione sulla presentazione della “bozza Calderoli” è un rischio troppo grosso: «L’architettura dello Stato va si migliorata ma non si può sbagliare, pena il collasso».
Salvini e i suoi premono perché il governo approvi subito il testo, da presentare poi alle Camere, per avere uno straccio di “vittoria” da sbandierare alle elezioni regionali tra poco più di venti giorni. Per la precisione: alle elezioni in Lombardia...
Ma qui gli interessi politici già divergono, perché i “meloniani” hanno le roccaforti più consistenti nel centrosud, e dunque lo stesso testo potrebbe creare grossi mal di pancia nel Lazio (l’altra regione che va alle urne).
Interessi miserabili a parte, ci sono però quelli “di classe” e di lungo periodo che premono pro o contro una definizione “eccessiva” (per le tolleranza interne al governo) dell’autonomia differenziata.
Gli stessi giornali di area esplicitano con grande attenzione i “punti critici” del disegno elaborato da Calderoli. Per esempio la questione dei “livelli essenziali di prestazione” (Lep) che le diverse sanità regionali dovranno fornire ai cittadini. Il testo leghista, furbescamente, afferma che dovranno essere solo “definiti” e non anche “garantiti”.
Non ci vuole uno scienziato per capire che si tratta di due cose piuttosto differenti: da un lato un “diritto teorico” ad essere curati bene, almeno fino ad un certo punto, dall’altro un diritto esigibile. Ossia qualcosa che è dovere dello Stato e delle singole Regioni assicurare a chiunque.
In generale sono in discussione – con formule egualmente vaghe – le competenze regionali in materia di scuola, oltre che di sanità.
C’è chi sottolinea come, oltretutto, questa bozza (nell’articolo 11) non solo non disconosce le vecchie e devastanti pretese fissate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (che pure la nuova legge dice di voler superare), ma li riporta in vita.
«Le disposizioni della presente legge», dice infatti l’articolo 11, «si applicano, in relazione ai rispettivi livelli di avanzamento formalizzato, anche agli atti di iniziativa delle Regioni presentati al governo e concordati con il medesimo prima della data di entrata in vigore della presente legge».
Di fatto, se i presidenti di quelle Regioni volessero “fare come avevano già deciso”... potrebbero farlo, ignorando il nuovo assetto.
Peggio ancora quando si parla di budget. Negli articoli 4 e 6, si parla di trasferimento di persone e risorse dallo Stato alle Regioni. Ed era questo il vero cuore delle richieste del Nord leghista (e piddino).
In pratica,il conteggio delle risorse da trasferire dovrebbe essere fatto sulla base dei “costi storici”, da quanto speso cioè dallo Stato nella Regione. E nel Nord storicamente lo Stato ha speso di più. Fine delle chiacchiere...
Qualsiasi norma sulle risorse, insomma, non sarà valida se nelle intese ci sarà scritta una cosa diversa. Le “intese” delle Regioni, in questo modo, vengono messe “al di sopra” delle legge, rendendola del tutto inutile.
Basta così? Ancora no. Le stesse risorse per finanziare le misure previste dalle “intese” dovrebbero essere finanziate con “cessioni di tributi erariali maturati nel territorio”. In pratica: le regioni più ricche si tengono le entrate delle tasse (ovviamente più alte, visto che producono più ricchezza) e al diavolo quelle povere.
Come voleva già a suo tempo Bossi, insomma.
Ce n’è abbastanza per mettere in piedi un bel po’ di contrasto popolare. E quindi ancora per mettere altri ostacoli sul percorso di questa banda di scriteriati che si definisce “governo”...
Fonte
La diversità di interessi tra i settori di borghesia che ognuno dei tre partiti dell’esecutivo rappresenta moltiplica le occasioni di conflitto interno per quanto riguarda i pochi temi su cui si può esercitare la normale “sovrana scelta politica”.
A parte le questioni solo “ideologico-culturali” (una certa visione muscolare dell’”ordine pubblico”, manifestata con il decreto anti-rave, oppure sull’alzabandiera a scuola, l’abolizione de facto del reato di tortura, e cose simili), dove ogni pirla può sbizzarrirsi in proposte di “soluzioni ad capocchiam”, lo scontro vero si concentra inevitabilmente là dove c’è un po’ di “ciccia”.
Ovvero un po’ di soldi da gestire. Immediatamente o negli anni futuri.
E quindi la cosiddetta “autonomia differenziata” – cavallo di battaglia della Lega e a suo tempo anche del PD (sponda Bonaccini) – sta diventando, giorno dopo giorno, uno degli ostacoli più alti tra le zampe del governo.
Al punto che il solitamente cauto Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, tra i più vicini a Giorgia Meloni, si è esibito in un’intervista – per di più al “grillino” Fatto Quotidiano – per avvertire che l’accelerazione sulla presentazione della “bozza Calderoli” è un rischio troppo grosso: «L’architettura dello Stato va si migliorata ma non si può sbagliare, pena il collasso».
Salvini e i suoi premono perché il governo approvi subito il testo, da presentare poi alle Camere, per avere uno straccio di “vittoria” da sbandierare alle elezioni regionali tra poco più di venti giorni. Per la precisione: alle elezioni in Lombardia...
Ma qui gli interessi politici già divergono, perché i “meloniani” hanno le roccaforti più consistenti nel centrosud, e dunque lo stesso testo potrebbe creare grossi mal di pancia nel Lazio (l’altra regione che va alle urne).
Interessi miserabili a parte, ci sono però quelli “di classe” e di lungo periodo che premono pro o contro una definizione “eccessiva” (per le tolleranza interne al governo) dell’autonomia differenziata.
Gli stessi giornali di area esplicitano con grande attenzione i “punti critici” del disegno elaborato da Calderoli. Per esempio la questione dei “livelli essenziali di prestazione” (Lep) che le diverse sanità regionali dovranno fornire ai cittadini. Il testo leghista, furbescamente, afferma che dovranno essere solo “definiti” e non anche “garantiti”.
Non ci vuole uno scienziato per capire che si tratta di due cose piuttosto differenti: da un lato un “diritto teorico” ad essere curati bene, almeno fino ad un certo punto, dall’altro un diritto esigibile. Ossia qualcosa che è dovere dello Stato e delle singole Regioni assicurare a chiunque.
In generale sono in discussione – con formule egualmente vaghe – le competenze regionali in materia di scuola, oltre che di sanità.
C’è chi sottolinea come, oltretutto, questa bozza (nell’articolo 11) non solo non disconosce le vecchie e devastanti pretese fissate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (che pure la nuova legge dice di voler superare), ma li riporta in vita.
«Le disposizioni della presente legge», dice infatti l’articolo 11, «si applicano, in relazione ai rispettivi livelli di avanzamento formalizzato, anche agli atti di iniziativa delle Regioni presentati al governo e concordati con il medesimo prima della data di entrata in vigore della presente legge».
Di fatto, se i presidenti di quelle Regioni volessero “fare come avevano già deciso”... potrebbero farlo, ignorando il nuovo assetto.
Peggio ancora quando si parla di budget. Negli articoli 4 e 6, si parla di trasferimento di persone e risorse dallo Stato alle Regioni. Ed era questo il vero cuore delle richieste del Nord leghista (e piddino).
In pratica,il conteggio delle risorse da trasferire dovrebbe essere fatto sulla base dei “costi storici”, da quanto speso cioè dallo Stato nella Regione. E nel Nord storicamente lo Stato ha speso di più. Fine delle chiacchiere...
Qualsiasi norma sulle risorse, insomma, non sarà valida se nelle intese ci sarà scritta una cosa diversa. Le “intese” delle Regioni, in questo modo, vengono messe “al di sopra” delle legge, rendendola del tutto inutile.
Basta così? Ancora no. Le stesse risorse per finanziare le misure previste dalle “intese” dovrebbero essere finanziate con “cessioni di tributi erariali maturati nel territorio”. In pratica: le regioni più ricche si tengono le entrate delle tasse (ovviamente più alte, visto che producono più ricchezza) e al diavolo quelle povere.
Come voleva già a suo tempo Bossi, insomma.
Ce n’è abbastanza per mettere in piedi un bel po’ di contrasto popolare. E quindi ancora per mettere altri ostacoli sul percorso di questa banda di scriteriati che si definisce “governo”...
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14/08/2019
Sotto la “guerra per il voto”, un rimpasto da peracottari
“Mio dio, cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?”. Il popolo italiano deve avere molte colpe se la punizione divina si materializza con la pagliacciata parlamentare di ieri.
Per non farla lunga, ci concentriamo sul solo Matteo Salvini, che ha dimostrato una volta per tutte – almeno ai nostri occhi – una logica da venditore di tappeti e un animo da peracottaro.
Si doveva discutere, ricordiamo, la data per discutere sulla mozione di sfiducia contro il presidente del consiglio Giuseppe Conte (se ne parlerà il 20 agosto). Ed era già ridicola questa situazione, nata da una mossa proprio della Lega che – invece di ritirare la propria delegazione di ministri, Salvini compreso, aprendo davvero la fine del governo – aveva scelto di “parlamentarizzare la crisi” pur dicendo in pubblico di volere il voto subito, anzi, ieri...
“Parlamentarizzare” significa gestirla secondo Costituzione e regolamenti di Camera e Senato, con tutti i trucchi, gli ostacoli, le furbizie, i bizantinismi del caso. Una cosa da preistoria della politica, che per dei “rinnovatori” dovrebbe essere tabù.
Entrando in Senato il Truce confermava che “mai” avrebbe “ritirato i ministri della Lega dal governo”. Il che, quindi, significa che non voleva affatto farlo cadere per le vie brevi. Dunque il gioco è ed era un altro, fin dall’inizio.
Poi, nel suo discorso in aula ha spiegato che per lui andava bene il “percorso” proposto da Di Maio: prima il voto definitivo sulla “riduzione dei parlamentari e poi elezioni anticipate”.
E qui il peracottaro ha provato a trasformare una disfatta (parlamentare) in rilancio della palla nel campo avversario: l’avete detto voi che si poteva fare, per me va bene...
Il problema – chiarissimo a chi sa due cosette di Costituzione – è che se diventa definitiva una “riforma costituzionale” che riguarda il Parlamento (e il numero dei parlamentari è indicato nella Carta) si aprono una serie di scadenze obbligate, anch’esse previste, persino nella durata, dalla legge fondamentale dello Stato.
Lo sanno persino i leghisti che dicono: “Una volta approvata la riforma, viene pubblicata in Gazzetta ufficiale e devono trascorrere, in base all’articolo 138 della Costituzione, tre mesi per le eventuali richieste di referendum, in quanto la riforma non è stata approvata dai due terzi”. Se nessuno chiede lo svolgimento del referendum, spiega il più ferrato di loro in materia, Calderoli, dopo i tre mesi, devono “trascorrere 10 giorni per la promulgazione e quindi 60 giorni per la ridefinizione dei collegi. E si arriverebbe a metà febbraio del 2020. Da quel momento in poi, si può andare a votare con la riduzione del taglio dei parlamentari e il nuovo Parlamento così ridefinito”. Aggiungiamoci per dovere di completezza i due mesi di campagna elettorale...
Di conseguenza, una volta ridotta la rappresentanza parlamentare (per risparmiare qualche decina di milioni su oltre 2.300 miliardi di debito pubblico), non si possono indire elezioni politiche generali fino al prossimo giugno.
A meno di non pensare che si possa eleggere prima un Parlamento incostituzionale e magari subito dopo delegittimato dall’eventuale esito referendario.
Conclusione: accettando il “percorso” indicato dai grillini, Salvini accetta anche di rinviare il voto a data da destinarsi, negando con i fatti quel che continua a sparare a beneficio di telecamere. Logica da piazzista e attendibilità zero, per un contapalle che ha scoperto di aver sbagliato clamorosamente tutti i conti e cerca una via d’uscita basandosi su un solo, vero, punto di forza: la carica di ministro dell’interno che usa per dettare ora dopo ora l’agenda politica e i titoli di giornale.
Ultima ciliegina sulla torta, dà un’intervista al Corriere in cui, negando tutto il resto, dice di pensare a un governo leghista con Giancarlo Giorgetti – “una persona di cui il mondo si fida” – ministro dell’Economia per fare “una manovra importante e coraggiosa”.
La traduzione è semplice. “Voglio un rimpasto con Toninelli, Trenta e Tria fuori e i miei uomini al loro posto”. “Tenetemi, sennò faccio un casino”. La minaccia del voto subito per intascare qualcosa...
Tutto qui.
Basterebbe non dargli quel che chiede per aprire la via della caduta per il peracottato travestito da Truce. Ma qui entra in gioco la maledizione divina, quella che ha consegnato il paese alla peggiore classe politica della galassia.
Vivere all’inferno, nel girone dei peracottari, senza nemmeno la dignità della tragedia.
P.s. Sullo sfondo la tragedia vera. La conflittualità internazionale che cresce, la guerra dei dazi e delle monete, le pressioni di Trump per allineare la UE alle sue scelte anti-Iran, Cina, Russia e Venezuela, il ritorno in pianta stabile del colonialismo... Uno sfondo in cui, con questa gentaglia, agiremo come sempre da servi e comprimari, fingendo d’essere protagonisti perché “abbiamo una storia gloriosa” e tanti fondali di cartone…
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13/07/2016
Il fondamentalismo occidentale
Emmanuel Chidi Namdi il fondamentalismo e la morte li ha trovati sulle dolci colline marchigiane. Terra bella, gente laboriosa, l’artigianato diventato industria, provincia sì, ma solidale. Almeno un tempo. Che i tempi cambiando prendano altre facce e altre strade l’ha scritto col sangue un fermano doc, così almeno si ritiene Amedeo Mancini, allevatore di tori, picchiatore di curve calcistiche di tendenze fascistoidi e ora omicida. Perché di omicidio deve rispondere quest’uomo che le cronache locali e i fatti segnalano come un razzista avvezzo a offendere gli immigrati africani. “Li chiamava scimmie forse perché si sentiva di razza ariana” ha affermato don Vinicio, un prete che nella Comunità di Capodarco aveva accolto Emmanuel e la compagna Chimiary, diventata sua moglie. Proprio la donna era stata l’oggetto degli insulti di Mancini che l’aveva apostrofata “scimmia”, da lì il diverbio col marito accorso a chiedere spiegazioni e la conseguente rissa fra Amedeo e un amico contrapposti a Emmanuel. Il duo italiano ha avuto la meglio e ha finito il malcapitato a colpi di paletto, recuperato in un cantiere stradale, e calci alla nuca. Potrebbe apparire l’ennesima storia d’ordinaria follìa, ma non lo è. In primo luogo perché quando la follìa si ripete e diventa ordinario comportamento rappresenta una malattia, radicata come un cancro che corrode l’organismo sociale. Poi perché la nostra società civile e politica, anno dopo anno si sta infettando del male oscuro del razzismo, di quella xenofobia cieca che, ahinoi, dilaga nel corpaccione svilito dell’Occidente. Che nella sua, non copiosa, parte pensante cerca alibi oppure prova a interrogarsi sul fenomeno. La prima sfera è sempre più diffusa, mena immediatamente le mani fino alle conseguenze irreparabili, come dimostra questa tragedia; quindi minimalizza i fatti, rimuove, afferma che la colpa è della vittima. La parte pensante, che pur s’interroga, non attacca mai completamente le vergogne della mentalità di sopraffazione. E questa si ripete e ormai si riproduce in troppi luoghi. Da oltre un ventennio ha trovato un’enclave speciale in tanti gruppi della tifoseria calcistica, tollerati dal sistema sportivo e dai governi nazionali nonostante leggi spesso inapplicate e misure evase. E un dramma altrettanto opprimente e pericoloso sono le enclavi più illustri, tivù e Parlamento, dove i rivalutatori del fascismo (ah, gli intellettuali del revisionismo storico) e certi onorevoli della Repubblica diffondono nostalgie di regime e odio razziale. Fra il signor Mancini e l’ex presidente del Senato Calderoli la differenza sono le botte assassine, che non è roba da poco. Però l’idea della “scimmia africana” rivolta rispettivamente alla moglie di Emmanuel e alla ministra Kyenge è la medesima. E non crediamo di esagerare.
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08/07/2016
Il razzismo dei parlamentari crea “l’acqua” degli assassini
Pare che l’avvocato dell’assassino razzista di Fermo lo abbia giustificato, affermando come anche i politici usino il linguaggio razzista. È vero: Calderoli chiamò orango la ex ministra Kyenge, e il Pd lo ha salvato.
Nel 2015 al Senato giunse la richiesta di autorizzazione a procedere per razzismo contro il senatore della Lega Nord. Ben 81 parlamentari del PD, quasi tutti, ed anche tre senatori di Sel, votarono per salvare Calderoli che poi ricambiò il favore ritirando molti dei suoi emendamenti presentati su leggi del governo. Questo schifo dimostra che viene dal palazzo la tolleranza contro il razzismo.
Dare della scimmia ad un altro essere umano è l’atto abbietto e violento di un razzista che colpisce tutta la nostra umanità. Dovrebbe essere combattuto e punito con tutto il rigore possibile, come teoricamente già prevede la legge. Invece finora si è reagito col politicamente corretto, con le battute di spirito, con atteggiamenti che alla fine hanno reso questo linguaggio nazista alla stregua di qualsiasi altro insulto. Anzi per Calderoli si è detto – dal Senato – che dare dell’orango ad una donna è normale critica politica. Poi c’è la vita quotidiana, dal calcio al lavoro, alla stessa scuola, dove gli insulti razzisti non ricevono quel disprezzo e quella condanna e quelle punizioni che dovrebbero avere. Voglio qui ricordare il terribile comitato di mamme di S.Colombano, a Brescia, che sono state ricevute in pompa magna dal Prefetto perché chiedevano che i loro figli non vedessero – ripeto: vedessero – i pochi profughi ospitati in paese.
E che dire poi della tolleranza contro tutte le forme di esplicito e dichiarato neofascismo? Che violano la legge e la Costituzione, ma che invece vengono permesse e a volte persino protette dalle pubbliche autorità. Sul Garda pochi giorni fa c’è stato un raduno internazionale di nazisti, lasciato tranquillo dalle pubbliche autorità.
Bisogna allora ricordare che i fascisti e i razzisti sono illegali in Italia, la legge non consente né di dire scimmia né di fare il saluto romano. Ma oggi chi ha questi comportamenti non paga nulla. Anzi, chi contesta i raduni fascisti e razzisti si prende le cariche e le denunce della polizia.
Un vecchio slogan degli anni 70, particolarmente sentito dopo la strage fascista di Brescia, diceva: “MSI fuorilegge abbasso la DC che lo protegge!” Queste parole vanno riprese ed attualizzate, contro le memorie condivise e tutte le forme di legittimazione del fascismo e del razzismo che hanno percorso la classe politica italiana negli ultimi decenni.
Nessuna tolleranza per i razzisti e i fascisti e nessuna giustificazione per chi nel palazzo tradisce la Costituzione Repubblicana.
Fonte
Nel 2015 al Senato giunse la richiesta di autorizzazione a procedere per razzismo contro il senatore della Lega Nord. Ben 81 parlamentari del PD, quasi tutti, ed anche tre senatori di Sel, votarono per salvare Calderoli che poi ricambiò il favore ritirando molti dei suoi emendamenti presentati su leggi del governo. Questo schifo dimostra che viene dal palazzo la tolleranza contro il razzismo.
Dare della scimmia ad un altro essere umano è l’atto abbietto e violento di un razzista che colpisce tutta la nostra umanità. Dovrebbe essere combattuto e punito con tutto il rigore possibile, come teoricamente già prevede la legge. Invece finora si è reagito col politicamente corretto, con le battute di spirito, con atteggiamenti che alla fine hanno reso questo linguaggio nazista alla stregua di qualsiasi altro insulto. Anzi per Calderoli si è detto – dal Senato – che dare dell’orango ad una donna è normale critica politica. Poi c’è la vita quotidiana, dal calcio al lavoro, alla stessa scuola, dove gli insulti razzisti non ricevono quel disprezzo e quella condanna e quelle punizioni che dovrebbero avere. Voglio qui ricordare il terribile comitato di mamme di S.Colombano, a Brescia, che sono state ricevute in pompa magna dal Prefetto perché chiedevano che i loro figli non vedessero – ripeto: vedessero – i pochi profughi ospitati in paese.
E che dire poi della tolleranza contro tutte le forme di esplicito e dichiarato neofascismo? Che violano la legge e la Costituzione, ma che invece vengono permesse e a volte persino protette dalle pubbliche autorità. Sul Garda pochi giorni fa c’è stato un raduno internazionale di nazisti, lasciato tranquillo dalle pubbliche autorità.
Bisogna allora ricordare che i fascisti e i razzisti sono illegali in Italia, la legge non consente né di dire scimmia né di fare il saluto romano. Ma oggi chi ha questi comportamenti non paga nulla. Anzi, chi contesta i raduni fascisti e razzisti si prende le cariche e le denunce della polizia.
Un vecchio slogan degli anni 70, particolarmente sentito dopo la strage fascista di Brescia, diceva: “MSI fuorilegge abbasso la DC che lo protegge!” Queste parole vanno riprese ed attualizzate, contro le memorie condivise e tutte le forme di legittimazione del fascismo e del razzismo che hanno percorso la classe politica italiana negli ultimi decenni.
Nessuna tolleranza per i razzisti e i fascisti e nessuna giustificazione per chi nel palazzo tradisce la Costituzione Repubblicana.
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30/09/2015
Calderoli il milionario. La Lega il miglior alleato di Renzi
Non per tediarvi, ma alcuni passaggi parlamentari sono molto più chiari di quanto la propaganda partitica vorrebbe far credere.
Partiamo da un fatto, avvenuto ieri in Senato. Il presidente Pietro Grasso ha definito "irricevibili" i circa 75 milioni di emendamenti presentati dal senatore della Lega Nord Roberto Calderoli. Esaminare "l'abnorme numero" ha detto Grasso, potrebbe "bloccare i lavori parlamentari per un tempo incalcolabile".
Un breve esercizio contabile, concedendo a ogni emendamento almeno il tempo di una lettura approssimativa - diciamo un minuto - ci dice che sarebbero serviti 143 anni. Senza dormire mai. Più che logico, dunque, che questa massa di spazzatura creata - come confessato dagli stessi leghisti - grazie a un software che riproduce migliaia di volte lo stesso testo, cambiando una virgola qua o una parola là, sia stata considerata degna del macero.
Nel bruciare i rifiuti, però, come sempre, si produce un danno. Di fatto, per la prima volta o quasi, degli emendamenti vengono cancellati senza alcun esame preventivo. O senza che venissero ritirati da chi li aveva presentati.
Un gesto d'autorità, privo di motivazioni di merito, che stabilisce un precedente pericoloso. In linea per nulla teorica, infatti, qualsiasi futuro presidente della Camera - visto che la riforma in discussione al Senato abolisce il bicameralismo svuotando di funzioni il Senato stesso - potrebbe fare la stessa cosa, adducendo naturalmente motivazioni diverse ma altrettanto "soggettive". La funzione stessa dell'opposizione parlamentare verrebbe a quel punto ridotta a semplice presenza da spettatore.
E' evidente che c'è un banale baco nel regolamento parlamentare. Sarebbe bastato un limite razionale al numero di emendamenti presentabile da un qualsiasi "onorevole senatore" e il problema non si sarebbe mai presentato. Fin qui il baco non era stato sfruttato in modo così ridicolo da nessuno. Ogni parlamentare produceva le sue obiezioni, sotto forma di emendamenti ai disegni di legge o decreti, limitandosi a quelli dotati di senso. Magari anche solo a fini ostruzionistici - è perfettamente legittimo - ma facendo leva su un argomento di merito.
Nel corso della cosiddetta "seconda repubblica" (la minuscola è intenzionale) c'è stato però uno slittamento progressivo verso lo svuotamento delle funzioni del parlamentare e quindi del Parlamento stesso. Basti ricordare che questi parlamentari sono tutti - nessuno escluso - nominati dalle segreterie di partito in base alla legge elettorale chiamata "porcellum". E qui ritorna ancora una volta il nome di Calderoli...
Buttare lì milioni di frasi inutili che nessuno leggerà mai è un modo di facilitare il compito di chi vuol rendere il Parlamento un "bivacco di manipoli". Fin troppo facile, per un Renzi o una Boschi qualsiasi, dipingere gli oppositori come dei rompiscatole a prescindere. Così come è stato fin troppo facile, sulla questione migranti, far assumere al governo il ruolo di "diga ragionevole" contrapposta alle "bestie" che propongono di affondare i barconi in mare.
Calderoli e la Lega, dunque, si rivelano come il miglior alleato che Renzi potesse avere in Parlamento, come e più del "taxi Verdini" che sta traghettando mezzo squadrone berlusconiano tra le fila dei renziani duri e puri. Con la benedizione beffarda dell'ex Caimano (non lo chiama più così neanche Nanni Moretti...).
Fonte
Partiamo da un fatto, avvenuto ieri in Senato. Il presidente Pietro Grasso ha definito "irricevibili" i circa 75 milioni di emendamenti presentati dal senatore della Lega Nord Roberto Calderoli. Esaminare "l'abnorme numero" ha detto Grasso, potrebbe "bloccare i lavori parlamentari per un tempo incalcolabile".
Un breve esercizio contabile, concedendo a ogni emendamento almeno il tempo di una lettura approssimativa - diciamo un minuto - ci dice che sarebbero serviti 143 anni. Senza dormire mai. Più che logico, dunque, che questa massa di spazzatura creata - come confessato dagli stessi leghisti - grazie a un software che riproduce migliaia di volte lo stesso testo, cambiando una virgola qua o una parola là, sia stata considerata degna del macero.
Nel bruciare i rifiuti, però, come sempre, si produce un danno. Di fatto, per la prima volta o quasi, degli emendamenti vengono cancellati senza alcun esame preventivo. O senza che venissero ritirati da chi li aveva presentati.
Un gesto d'autorità, privo di motivazioni di merito, che stabilisce un precedente pericoloso. In linea per nulla teorica, infatti, qualsiasi futuro presidente della Camera - visto che la riforma in discussione al Senato abolisce il bicameralismo svuotando di funzioni il Senato stesso - potrebbe fare la stessa cosa, adducendo naturalmente motivazioni diverse ma altrettanto "soggettive". La funzione stessa dell'opposizione parlamentare verrebbe a quel punto ridotta a semplice presenza da spettatore.
E' evidente che c'è un banale baco nel regolamento parlamentare. Sarebbe bastato un limite razionale al numero di emendamenti presentabile da un qualsiasi "onorevole senatore" e il problema non si sarebbe mai presentato. Fin qui il baco non era stato sfruttato in modo così ridicolo da nessuno. Ogni parlamentare produceva le sue obiezioni, sotto forma di emendamenti ai disegni di legge o decreti, limitandosi a quelli dotati di senso. Magari anche solo a fini ostruzionistici - è perfettamente legittimo - ma facendo leva su un argomento di merito.
Nel corso della cosiddetta "seconda repubblica" (la minuscola è intenzionale) c'è stato però uno slittamento progressivo verso lo svuotamento delle funzioni del parlamentare e quindi del Parlamento stesso. Basti ricordare che questi parlamentari sono tutti - nessuno escluso - nominati dalle segreterie di partito in base alla legge elettorale chiamata "porcellum". E qui ritorna ancora una volta il nome di Calderoli...
Buttare lì milioni di frasi inutili che nessuno leggerà mai è un modo di facilitare il compito di chi vuol rendere il Parlamento un "bivacco di manipoli". Fin troppo facile, per un Renzi o una Boschi qualsiasi, dipingere gli oppositori come dei rompiscatole a prescindere. Così come è stato fin troppo facile, sulla questione migranti, far assumere al governo il ruolo di "diga ragionevole" contrapposta alle "bestie" che propongono di affondare i barconi in mare.
Calderoli e la Lega, dunque, si rivelano come il miglior alleato che Renzi potesse avere in Parlamento, come e più del "taxi Verdini" che sta traghettando mezzo squadrone berlusconiano tra le fila dei renziani duri e puri. Con la benedizione beffarda dell'ex Caimano (non lo chiama più così neanche Nanni Moretti...).
Fonte
16/09/2015
Ma chi sono i "costituenti" che riformano il Senato?
La riforma del Senato è diventata l'ostacolo su cui potrebbe inciampare il governo Renzi. Non crediamo che ciò accadrà, diciamo subito. Ma il modo in cui va maturando una riforma costituzionale – che decide degli assetti di lungo termine delle istituzioni e dei rapporti tra i poteri dello stato – merita qualche attenzione.
Siamo infatti abituati a considerare Renzi e i suoi robot-valletti come dei mentitori seriali, quindi indegni di attenzione a quanto vanno dicendo. È giusto, e proprio perché è giusto diventa necessario analizzare quel che fanno, non quel che dicono.
Sul merito della riforma del senato, c'è poco da aggiungere a quanto hanno già detto autorevoli costituzionalisti di diverse scuole (Zagrebelski, Villone, Ferrara, ecc). Fare del Senato un microcontenitore di nominati di secondo grado (presi dalle regioni e dai Comuni, più 5 di competenza del Presidente della Repubblica), senza più funzioni di controllo legislativo, è di fatto un'abolizione secca.
La legge elettorale chiamata “Italicum”, peraltro, svuota anche la Camera dei Deputati (così come aveva fatto il “Porcellum” calderolian-berlusconiano), confermandola come un contenitore di nominati dalle segreterie di partito (in realtà selezionati e imposti dalla consorterie organizzate in forma elettorale), quindi obbedienti in tutto e per tutto alla volontà dei capicorrente.
L'abnorme “premio di maggioranza” al partito che vince il secondo turno, infine, rende possibile un governo blindato, scelto magari solo dal 20% dei votanti (attualmente la metà degli aventi diritto). Se non è un golpe, insomma, poco ci manca.
Ma quello che vi invitiamo a considerare è anche il metodo, altrettanto immondo, in cui si “cerca la maggioranza” per far approvare la riforma del Senato allo stesso Senato.
Il Pd, ieri, si è formalmente spaccato sull'art. 2, ossia sulla non eleggibilità dei componenti il prossimo Senato. La bersaniana Denis Lo Moro ha abbandonato il tavolo di confronto interno ai piddini presenti in Commissione Affari Costituzionali, vista l'irremovibilità dei renziani a qualsiasi modifica.
A quel punto la presidente della Commissione, la renziana Anna Finocchiaro, ha deciso di “tirare dritto”, convocando per oggi la riunione dei capigruppo per portare in aula il testo senza modifiche. Così facendo ha naturalmente fatto saltare sulla sedia Pietro Grasso, presidente del Senato, che è per regolamento l'unico che ha il potere di convocare i capigruppo, anche se di norma lo fa su richiesta anche di singoli gruppi.
Una scortesia istituzionale in più, e volontaria, perché i renziani vogliono sapere se Grasso ammetterà o meno le migliaia o pochi emendamenti che mettono in discussione l'art. 2. Un pressing coatto rinforzato dalla decisione, presa dalla stessa Finocchiaro, di dichiarare “inammissibili” tutti gli emendamenti su questo punto.
Dal punto di vista regolamentare qualche ragione c'è. Un testo di legge già passato sia in Senato che alla Camera può essere modificato solo nelle parti che l'altro ramo del parlamento ha cambiato rispetto alla prima lettura. E nell'art. 2 c'è stato un solo cambiamento; l'uso della preposizione “dai” al posto di “nei”. Nulla, insomma, che possa interferire sull'eleggibilità dei senatori, stupidamente approvata in prima lettura anche dai bersaniani del Pd.
È chiaro, insomma, che dietro la spinta degli emendamenti a tutto campo, c'è un'intenzione politica non esplicitata che Renzi, a questo punto, preferisce far venire allo scoperto per decapitare definitivamente la minoranza interna. Ma così facendo deve mettere sul piatto la disponibilità a far cadere il suo stesso governo, se dovesse finire in minoranza su qualche emendamento decisivo, e accettare la sfida di nuove elezioni.
Il suo calcolo è quasi trasparente: se ci deve essere un rischio elezioni, meglio subito che tra un anno o due, quando saranno molto più visibili, socialmente, gli effetti delle sue più infami “riforme” (Jobs Act, scuola, sanità, ammortizzatori sociali, ecc). Per quanto in rapido calo, la sua immotivata popolarità (tutta dovuta a una precisa scelta dei proprietari del principali media mainstream) è ancora enormemente superiore a quella di qualsiasi possibile competitore. Unica eccezione i grillini, contro cui sarebbe in fondo facile chiamare all'”unità nazionale” di centrodestra e “democratici”.
Ma cadere, per quanto con molti salvagente, è sempre un rischio. Quindi va berlusconianamente cercando di comprarsi più senatori possibile, sia nella minoranza Pd che tra le opposizioni ufficiali (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, ecc).
Ed è qui che il metodo si trasforma in sostanza politica e costituzionale.
Per esempio: il leghista Calderoli avrebbe potuto decidere di ritirare gli emendamenti leghisti presentati in commissione. Un gesto di “cortesia” parlamentare intinto nel veleno, perché avrebbe costretto i renziani ad affrontare il voto in Commissione, dove non hanno i numeri. Sarebbe stato un punto a favore dell'opposizione di destra al governo. Ma Calderoli non l'ha fatto. E sembra logico dedurre che il motivo sta in uno scambio poco onorevole per tutti: oggi il Senato deve decidere se metterlo in stato d'accusa per le offese all’ex ministro Cecile Kyenge (che chiamò “orango”). Basta che il Pd decida di votare contro e lo scambio è fatto. Calderoli la passa liscia e qualche voto leghista a favore (o non contrario) del testo renziano si può trovare...
Stesse scene su altri fronti, dove la “strana coppia” di fiorentini in odor di loggia (Verdini, peraltro finito sotto inchiesta per la P4, e Luca Lotti, neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio), va sondando disponibilità individuali e/o di gruppo. Lo scambio, in questi altri casi, riguarda la possibilità di trovare posto nelle future liste blindate per la Camera oppure la certezza di venir rispescati magari a livello regionale.
Oppure c'è la possibilità di scansare una autorizzazione all'arresto. Come nel caso di Giovanni Biliardi, senatore Ncd. La Giunta per le autorizzazioni ha già dato il suo parere favorevole all'ingabbiamento, ma la relatrice Pezzopane non avrebbe ancora depositato la relazione "tecnica". Quindi, se l'arrestando darà il voto suo e di qualche amico a favore della riforma, il Pd potrebbe contraccambiare – come già fatto per Azzollini – votando in aula il “no” alle manette.
Pratiche ignobili certo non nuove nei corridoi parlamentari. Ma in ballo stavolta non c'è una leggina sul finanziamento di una fondazione che “interessa” un boss locale, né una sul finanziamento dei partiti. Si sta parlando di poteri costituzionali, di “equilibri” tra questi poteri. Che si possa procedere a maggioranza semplice (invece che “qualificata”, ovvero due terzi dei senatori) è già uno sfregio. Che lo si faccia contando su una manciata di corrotti, minacciati, “scambisti”, dà la cifra autentica della moralità di questa banda al governo.
Fonte
Siamo infatti abituati a considerare Renzi e i suoi robot-valletti come dei mentitori seriali, quindi indegni di attenzione a quanto vanno dicendo. È giusto, e proprio perché è giusto diventa necessario analizzare quel che fanno, non quel che dicono.
Sul merito della riforma del senato, c'è poco da aggiungere a quanto hanno già detto autorevoli costituzionalisti di diverse scuole (Zagrebelski, Villone, Ferrara, ecc). Fare del Senato un microcontenitore di nominati di secondo grado (presi dalle regioni e dai Comuni, più 5 di competenza del Presidente della Repubblica), senza più funzioni di controllo legislativo, è di fatto un'abolizione secca.
La legge elettorale chiamata “Italicum”, peraltro, svuota anche la Camera dei Deputati (così come aveva fatto il “Porcellum” calderolian-berlusconiano), confermandola come un contenitore di nominati dalle segreterie di partito (in realtà selezionati e imposti dalla consorterie organizzate in forma elettorale), quindi obbedienti in tutto e per tutto alla volontà dei capicorrente.
L'abnorme “premio di maggioranza” al partito che vince il secondo turno, infine, rende possibile un governo blindato, scelto magari solo dal 20% dei votanti (attualmente la metà degli aventi diritto). Se non è un golpe, insomma, poco ci manca.
Ma quello che vi invitiamo a considerare è anche il metodo, altrettanto immondo, in cui si “cerca la maggioranza” per far approvare la riforma del Senato allo stesso Senato.
Il Pd, ieri, si è formalmente spaccato sull'art. 2, ossia sulla non eleggibilità dei componenti il prossimo Senato. La bersaniana Denis Lo Moro ha abbandonato il tavolo di confronto interno ai piddini presenti in Commissione Affari Costituzionali, vista l'irremovibilità dei renziani a qualsiasi modifica.
A quel punto la presidente della Commissione, la renziana Anna Finocchiaro, ha deciso di “tirare dritto”, convocando per oggi la riunione dei capigruppo per portare in aula il testo senza modifiche. Così facendo ha naturalmente fatto saltare sulla sedia Pietro Grasso, presidente del Senato, che è per regolamento l'unico che ha il potere di convocare i capigruppo, anche se di norma lo fa su richiesta anche di singoli gruppi.
Una scortesia istituzionale in più, e volontaria, perché i renziani vogliono sapere se Grasso ammetterà o meno le migliaia o pochi emendamenti che mettono in discussione l'art. 2. Un pressing coatto rinforzato dalla decisione, presa dalla stessa Finocchiaro, di dichiarare “inammissibili” tutti gli emendamenti su questo punto.
Dal punto di vista regolamentare qualche ragione c'è. Un testo di legge già passato sia in Senato che alla Camera può essere modificato solo nelle parti che l'altro ramo del parlamento ha cambiato rispetto alla prima lettura. E nell'art. 2 c'è stato un solo cambiamento; l'uso della preposizione “dai” al posto di “nei”. Nulla, insomma, che possa interferire sull'eleggibilità dei senatori, stupidamente approvata in prima lettura anche dai bersaniani del Pd.
È chiaro, insomma, che dietro la spinta degli emendamenti a tutto campo, c'è un'intenzione politica non esplicitata che Renzi, a questo punto, preferisce far venire allo scoperto per decapitare definitivamente la minoranza interna. Ma così facendo deve mettere sul piatto la disponibilità a far cadere il suo stesso governo, se dovesse finire in minoranza su qualche emendamento decisivo, e accettare la sfida di nuove elezioni.
Il suo calcolo è quasi trasparente: se ci deve essere un rischio elezioni, meglio subito che tra un anno o due, quando saranno molto più visibili, socialmente, gli effetti delle sue più infami “riforme” (Jobs Act, scuola, sanità, ammortizzatori sociali, ecc). Per quanto in rapido calo, la sua immotivata popolarità (tutta dovuta a una precisa scelta dei proprietari del principali media mainstream) è ancora enormemente superiore a quella di qualsiasi possibile competitore. Unica eccezione i grillini, contro cui sarebbe in fondo facile chiamare all'”unità nazionale” di centrodestra e “democratici”.
Ma cadere, per quanto con molti salvagente, è sempre un rischio. Quindi va berlusconianamente cercando di comprarsi più senatori possibile, sia nella minoranza Pd che tra le opposizioni ufficiali (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, ecc).
Ed è qui che il metodo si trasforma in sostanza politica e costituzionale.
Per esempio: il leghista Calderoli avrebbe potuto decidere di ritirare gli emendamenti leghisti presentati in commissione. Un gesto di “cortesia” parlamentare intinto nel veleno, perché avrebbe costretto i renziani ad affrontare il voto in Commissione, dove non hanno i numeri. Sarebbe stato un punto a favore dell'opposizione di destra al governo. Ma Calderoli non l'ha fatto. E sembra logico dedurre che il motivo sta in uno scambio poco onorevole per tutti: oggi il Senato deve decidere se metterlo in stato d'accusa per le offese all’ex ministro Cecile Kyenge (che chiamò “orango”). Basta che il Pd decida di votare contro e lo scambio è fatto. Calderoli la passa liscia e qualche voto leghista a favore (o non contrario) del testo renziano si può trovare...
Stesse scene su altri fronti, dove la “strana coppia” di fiorentini in odor di loggia (Verdini, peraltro finito sotto inchiesta per la P4, e Luca Lotti, neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio), va sondando disponibilità individuali e/o di gruppo. Lo scambio, in questi altri casi, riguarda la possibilità di trovare posto nelle future liste blindate per la Camera oppure la certezza di venir rispescati magari a livello regionale.
Oppure c'è la possibilità di scansare una autorizzazione all'arresto. Come nel caso di Giovanni Biliardi, senatore Ncd. La Giunta per le autorizzazioni ha già dato il suo parere favorevole all'ingabbiamento, ma la relatrice Pezzopane non avrebbe ancora depositato la relazione "tecnica". Quindi, se l'arrestando darà il voto suo e di qualche amico a favore della riforma, il Pd potrebbe contraccambiare – come già fatto per Azzollini – votando in aula il “no” alle manette.
Pratiche ignobili certo non nuove nei corridoi parlamentari. Ma in ballo stavolta non c'è una leggina sul finanziamento di una fondazione che “interessa” un boss locale, né una sul finanziamento dei partiti. Si sta parlando di poteri costituzionali, di “equilibri” tra questi poteri. Che si possa procedere a maggioranza semplice (invece che “qualificata”, ovvero due terzi dei senatori) è già uno sfregio. Che lo si faccia contando su una manciata di corrotti, minacciati, “scambisti”, dà la cifra autentica della moralità di questa banda al governo.
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