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14/08/2019

Sotto la “guerra per il voto”, un rimpasto da peracottari


“Mio dio, cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?”. Il popolo italiano deve avere molte colpe se la punizione divina si materializza con la pagliacciata parlamentare di ieri.

Per non farla lunga, ci concentriamo sul solo Matteo Salvini, che ha dimostrato una volta per tutte – almeno ai nostri occhi – una logica da venditore di tappeti e un animo da peracottaro.

Si doveva discutere, ricordiamo, la data per discutere sulla mozione di sfiducia contro il presidente del consiglio Giuseppe Conte (se ne parlerà il 20 agosto). Ed era già ridicola questa situazione, nata da una mossa proprio della Lega che – invece di ritirare la propria delegazione di ministri, Salvini compreso, aprendo davvero la fine del governo – aveva scelto di “parlamentarizzare la crisi” pur dicendo in pubblico di volere il voto subito, anzi, ieri...

“Parlamentarizzare” significa gestirla secondo Costituzione e regolamenti di Camera e Senato, con tutti i trucchi, gli ostacoli, le furbizie, i bizantinismi del caso. Una cosa da preistoria della politica, che per dei “rinnovatori” dovrebbe essere tabù.

Entrando in Senato il Truce confermava che “mai” avrebbe “ritirato i ministri della Lega dal governo”. Il che, quindi, significa che non voleva affatto farlo cadere per le vie brevi. Dunque il gioco è ed era un altro, fin dall’inizio.

Poi, nel suo discorso in aula ha spiegato che per lui andava bene il “percorso” proposto da Di Maio: prima il voto definitivo sulla “riduzione dei parlamentari e poi elezioni anticipate”.

E qui il peracottaro ha provato a trasformare una disfatta (parlamentare) in rilancio della palla nel campo avversario: l’avete detto voi che si poteva fare, per me va bene...

Il problema – chiarissimo a chi sa due cosette di Costituzione – è che se diventa definitiva una “riforma costituzionale” che riguarda il Parlamento (e il numero dei parlamentari è indicato nella Carta) si aprono una serie di scadenze obbligate, anch’esse previste, persino nella durata, dalla legge fondamentale dello Stato.

Lo sanno persino i leghisti che dicono: “Una volta approvata la riforma, viene pubblicata in Gazzetta ufficiale e devono trascorrere, in base all’articolo 138 della Costituzione, tre mesi per le eventuali richieste di referendum, in quanto la riforma non è stata approvata dai due terzi”. Se nessuno chiede lo svolgimento del referendum, spiega il più ferrato di loro in materia, Calderoli, dopo i tre mesi, devono “trascorrere 10 giorni per la promulgazione e quindi 60 giorni per la ridefinizione dei collegi. E si arriverebbe a metà febbraio del 2020. Da quel momento in poi, si può andare a votare con la riduzione del taglio dei parlamentari e il nuovo Parlamento così ridefinito”. Aggiungiamoci per dovere di completezza i due mesi di campagna elettorale...

Di conseguenza, una volta ridotta la rappresentanza parlamentare (per risparmiare qualche decina di milioni su oltre 2.300 miliardi di debito pubblico), non si possono indire elezioni politiche generali fino al prossimo giugno.

A meno di non pensare che si possa eleggere prima un Parlamento incostituzionale e magari subito dopo delegittimato dall’eventuale esito referendario.

Conclusione: accettando il “percorso” indicato dai grillini, Salvini accetta anche di rinviare il voto a data da destinarsi, negando con i fatti quel che continua a sparare a beneficio di telecamere. Logica da piazzista e attendibilità zero, per un contapalle che ha scoperto di aver sbagliato clamorosamente tutti i conti e cerca una via d’uscita basandosi su un solo, vero, punto di forza: la carica di ministro dell’interno che usa per dettare ora dopo ora l’agenda politica e i titoli di giornale.

Ultima ciliegina sulla torta, dà un’intervista al Corriere in cui, negando tutto il resto, dice di pensare a un governo leghista con Giancarlo Giorgetti – “una persona di cui il mondo si fida” – ministro dell’Economia per fare “una manovra importante e coraggiosa”.

La traduzione è semplice. “Voglio un rimpasto con Toninelli, Trenta e Tria fuori e i miei uomini al loro posto”. “Tenetemi, sennò faccio un casino”. La minaccia del voto subito per intascare qualcosa...

Tutto qui.

Basterebbe non dargli quel che chiede per aprire la via della caduta per il peracottato travestito da Truce. Ma qui entra in gioco la maledizione divina, quella che ha consegnato il paese alla peggiore classe politica della galassia.

Vivere all’inferno, nel girone dei peracottari, senza nemmeno la dignità della tragedia.

P.s. Sullo sfondo la tragedia vera. La conflittualità internazionale che cresce, la guerra dei dazi e delle monete, le pressioni di Trump per allineare la UE alle sue scelte anti-Iran, Cina, Russia e Venezuela, il ritorno in pianta stabile del colonialismo... Uno sfondo in cui, con questa gentaglia, agiremo come sempre da servi e comprimari, fingendo d’essere protagonisti perché “abbiamo una storia gloriosa” e tanti fondali di cartone…

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