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23/08/2019

Il capitalismo occidentale nel buco di Jackson



Proviamo a spostare il cervello dalle miserie politiche italiche e guardare dall’alto l’evoluzione della situazione mondiale, perlomeno a livello economico.

Le variabili sono molte, ma non infinite:

– la Germania è quasi ufficialmente in recessione e rischia di portarsi rapidamente dietro buona parte dell’economia europea;

– l’“inversione dei tassi” sui titoli di Stato statunitensi annuncia – di solito – una prossima recessione negli Usa;

– la hard Brexit provocherà a breve turbolenze forse sopravvalutate, forse no;

– anche la Cina non ha il ritmo di sviluppo dei decenni passati, nonostante aumenti salariali, tagli delle tasse e stimoli fiscali di ogni tipo (oltre ad una capacità di investimento che nessun altro al mondo possiede oggi), che stanno ingigantendo il mercato interno.

Di fronte a questo scenario poco allegro, che comincia a ricordare la seconda metà del primo decennio dei Duemila, non esiste un “governo” unitario del mondo. Qualsiasi iniziativa possa venir presa, non sarà una strategia unitaria (“keynesiana”, si diceva una volta). E quindi ogni tentativo messo in atto da singoli paesi e da singole macro-aree continentali – come la svalutazione della moneta o la guerra dei dazi – è destinato a rimanere inefficace a causa delle scontate reazioni dei concorrenti. I rapporti di forza non sono del resto più quelli, incomparabili, di venti o trenta anni fa.

Anche perché l’unico strumento a disposizione è da oltre un decennio la sola politica monetaria (manovra sui tassi di interesse, quantitative easing, misure sempre meno “convenzionali”, ecc.), che ha ampiamente dimostrato di poter evitare esplosioni devastanti, ma non di far ripartire l’economia reale. Con controindicazioni comunque gravi, come l’aumento del peso della finanza speculativa che ha un ruolo rilevante proprio nel riprodurre sempre uguale il meccanismo della crisi.

In questo quadro hanno iniziato a riunirsi ieri i principali banchieri centrali del mondo – quelli che governano le monete nazionali o comunitarie, non i banchieri privati – a Jackson Hole (“il buco di Jackson”), sperduta località vacanziera sulle Montagne Rocciose, negli Stati Uniti.

Ma mai come quest’anno questa riunione riserva ben poche sorprese. Si sa già, con dichiarazioni ufficiali, che tutti procederanno da qui alle prossime settimane a tagli dei tassi di interesse, acquisto di titoli di stato, facilitazioni nei prestiti al circuito bancario.

Le uniche incertezze riguardano le dimensioni di queste misure espansive nell’immediato, ma si sa anche per esperienza che, se dovessero risultare lì per lì poco efficaci, ne seguiranno certamente di più colossali e spregiudicate.

In realtà l’unica vera incertezza, sul piano della cronaca, è la dimensione del prossimo taglio ai tassi di interesse Usa. Donald Trump insulta ogni giorno il “suo” presidente della Federal Reserve, pretendendo una sforbiciata di almeno un punto percentuale; mentre Jerome Powell – che ha appena tagliato dello 0,25% – preferirebbe probabilmente una maggiore gradualità (un altro quarto, al massimo mezzo punto), già alla prossima riunione della Fed (17-18 settembre).

La posizione di Trump riflette quella di Wall Street, che da tempo vede salire senza ragione le quotazioni azionarie, spinte anche da massicci riacquisti di azioni proprie da parte delle società multinazionali (l’utilizzo che le stesse compagnie hanno fatto dei grandi stimoli fiscali di Trump). Solo un taglio radicale del costo del denaro, accompagnato magari da quantitative easing, può evitare un regresso molto doloroso al primo inciampo (annunciato dal rallentamento dell’economia, dai segnali di possibile recessione e soprattutto dagli effetti della “guerra dei dazi” con Cina e Germania).

Non a caso, lo stesso Trump ha dovuto rinviare di altri tre mesi l’avvio di nuova serie di dazi anti-cinesi, ed anche il divieto di acquisto di tecnologie Huawei. Banalmente, l’attuale economia Usa non è in grado di reggere questo choc. O almeno non è in grado di garantire una “crescita” accettabile in vista delle prossime elezioni presidenziali (novembre 2020)...

Soprattutto, senza un drastico calo del costo del denaro rischia di esplodere la bolla dei bond “illiquidi” (significa che non trovano compratori, ossia carta straccia), che sono ovviamente titoli emessi da società private. Una bomba simile, ma parecchio più potente per dimensione finanziaria, ai mutui subprime che diedero il via al grande crash del 2007-2008.

L’economia di carta, in altre parole, chiede altra carta, senza più alcun realistico rapporto con il “sottostante”, ossia l’economia reale, la produzione di beni o servizi.

Le banche centrali, per evitare le esplosioni annunciate, si apprestano ad accontentare ancora una volta la speculazione, consapevoli che ad ogni nuova tappa di questo processo ingigantisce il problema. È un loop da cui nessuno sa più come uscire.

In questo gioco, oltretutto, rischia moltissimo il normale circuito delle banche private che, nella calma piatta dei tassi zero, non trovano più occasioni di investimento redditizio.

I titoli di Stato più sicuri – ad esempio quelli tedeschi – sono ormai quasi sempre “sotto zero”. Ossia chi li compra sa che ci rimetterà qualcosa, perché il prezzo che paga oggi non sarà restituito a scadenza o nel momento di una vendita anticipata. Persino i titoli a 30 anni (scadenza nel 2049!) sono ormai in questa condizione.

Un’asta di Bund trentennali da 2 miliardi, infatti, ha ricevuto offerte per soli 800 milioni. Una cosa che accade solo per i titoli di paesi sull’orlo del default (che invece offrono rendimenti alti, ovviamente con il rischio di non essere ripagati affatto). La ragione l’abbiamo già spiegata dettagliatamente, e descrive con precisione i “molti pesi, molte misure” che vigono al di sotto dell’apparente “neutralità” delle regole scritte nei trattati europei.

In pratica, i Bund tedeschi sottozero permettono alla Germania (e all’Olanda) di rifinanziare il proprio debito pubblico senza spendere un euro, anzi, guadagnandone un po’, al contrario dei paesi che devono sottostare alle regole. Tanto che ora stanno progettando titoli a scadenze ancora più lunghe – 50 e 100 anni – come fossero bruscolini.

Perché? Perché il quantitative easing che la Bce sta per varare – non può più ridurre i tassi di interesse, fermi a zero da anni; e anche quelli sui depositi (-0,4%) non sono estensibili più di tanto – comprenderà obbligatoriamente un acquisto di titoli di Stato privilegiando quelli con rating più alto. Ossia quelli dei paesi del Grande Nord europeo, allargando ancora di più la forbice con i paesi mediterranei, presi per la gola contemporaneamente dai “mercati” e dall’austerità UE.

Solidarietà niente, ovviamente, “tra partner europei”.

Il che, relativamente in piccolo, ci rimanda al problema della crisi planetaria. Se l’unica arma in mano ai decisori tecnico-politici è la leva monetaria; se la finanza speculativa è inamovibile dal suo trono, con la pretesa di “redditività” velocissima, a ritmi e rendimenti impossibili per qualsiasi impresa dell’economia reale; se tutti i governi, anche quelli più potenti, sono di fatto impotenti di fronte a questa situazione... vuol dire che “il sistema” capitalistico è completamente incartato. In senso figurato ed effettivo: la carta finanziaria ha bisogno di altra carta, all’infinito, non di riversare i propri profitti nella “crescita economica”.

Il che significa: la produzione di ricchezza reale è di fatto ferma, nel migliore dei casi, a livello globale. Il modo di produzione non rispetta più il suo principio motore (l’accumulazione) e procede unicamente sulla via immaginaria della creazione di denaro per mezzo di denaro. E questo avviene tanto da parte delle banche centrali che dai creatori di criptomonete (dai Bitcoin alla Libra di Facebook).

La massa totale di profitto, in questo schema, non cresce in misura apprezzabile (e il tasso di profitto arretra da decenni).

La lotta è fra chi riesce ad aggiudicarsene in misura crescente e chi invece lo va perdendo. Le diseguaglianze sociali, di conseguenza, non possono che aumentare, travolgendo i vecchi “ceti medi” in tutto l’Occidente e concentrando il capitale in sempre meno mani in una competizione degna di highlander.

Di più. In questa condizione, l’approccio neoliberista chiamato trickle down (brutalmente: fate arricchire i ricchi, dalla loro tavola cadrà qualche briciola anche per i meno ricchi) non è più sostenibile, neanche per via di propaganda.

Non paradossalmente, infatti, quell’approccio sarebbe applicabile in parte allo sviluppo cinese (l’enorme arricchimento e crescita delle imprese, private e pubbliche, ha infine riconosciuto la necessità di rafforzare il mercato interno, facendo aumentare clamorosamente i salari e i redditi familiari), ma non più all’Occidente capitalistico.

Si dice “crisi di egemonia”. Indica la fine di un’epoca.

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