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15/08/2019

Georgij Žukov: “Li abbiamo liberati e loro non ce lo perdoneranno mai”


Il 1 agosto si è celebrato il 75° di una data per i polacchi tragica e gloriosa: l’inizio dell’insurrezione di Varsavia, sanguinosamente soffocata in due mesi dai nazisti. Il 1 settembre, si ricorderà l’80° di una data altrettanto tragica per la Polonia e per il mondo intero: l’invasione nazista del paese e l’inizio della Seconda guerra mondiale.

Accomuna le due date un assioma, una costante, cara particolarmente a Varsavia, ma in generale a buona parte del mondo occidentale e anche a certa “sinistra”: la malvagità sovietica e, specificamente, la perfidia di Stalin, assetato di sangue polacco, tanto da imporre all’Armata Rossa di “rimanere a guardare”, mentre i nazisti reprimevano l’insurrezione dei patrioti polacchi, dopo che, cinque anni prima, si era accordato con Hitler per “spartirsi” la povera Polonia, secondo il ritornello della storiografia liberale, per cui il via alla guerra sarebbe stato dato dal cosiddetto patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939.

Mettere in dubbio tale assioma (di regola, vi si associa anche l’altro: la responsabilità del NKVD, e non dei nazisti, nella fucilazione di alcune migliaia di ufficiali polacchi nell’area delle alture Kozi, presso Katyn. Ma su ciò, un’altra volta) veicolato anche, purtroppo, da pubblicazioni altrimenti onorevoli, equivale a guadagnarsi epiteti indecenti, formulati non ai livelli buzzurri di “zecche rosse”, ma con liberal-melliflue “argomentazioni anti-totalitarie”.

Ma non ci dilunghiamo; anche perché il 1 settembre è alle porte e a Varsavia, invitati dal governo polacco per le celebrazioni, ci saranno tutti, ma proprio tutti: sia che abbiano in qualche modo combattuto contro il Terzo Reich, sia che abbiano collaborato con esso e ne abbiano condiviso le atrocità, in Europa, in Africa, in Estremo oriente, o ne siano i discendenti, più o meno legittimi.

A non ricevere l’invito sono i discendenti – anch’essi, dopo il 1991, più o meno legittimi – di coloro che il Terzo Reich l’hanno annientato, i discendenti di quei combattenti dell’Armata Rossa (di una parte, perlomeno, come vedremo) che al prezzo di oltre dieci milioni di morti arrivarono a Berlino, passando anche per Varsavia; i discendenti di quei dodici milioni di civili sterminati da SS e Wehrmacht in una guerra di annientamento totale.

Non ci saranno (a tutt’oggi, non se ne ha notizia) rappresentanti ufficiali della Federazione Russa, perché, a Varsavia, quell’assioma di cui sopra è legge e la sua messa in dubbio è passibile di codice penale e anche perché, oltretutto, se non proprio il 1 settembre 1939, tre settimane più tardi, l’Armata Rossa ebbe l’ardire di liberare Bielorussia e Ucraina occidentali dall’occupazione polacca avviata nel 1920 dai fascisti di Józef Piłsudski e ristabilire così i propri confini, addirittura più a est di quanto previsto dalla Linea Curzon del 1919.

Ci saranno invece, a Varsavia, i Paesi baltici che, quanto a complicità coi nazisti, ne ebbero da vendere e quanto a odierne celebrazioni naziste non prendono lezioni da nessuno; idem per l’Ucraina golpista e gli odierni discepoli di OUN-UPA; ci saranno i Paesi NATO e UE; ci saranno anche rappresentanti di Armenia, Azerbajdžan, Bielorussia, Georgia, Moldavia che pure, in buona parte, ingrossavano le file dell’odiata Armata Rossa.

Ci saranno i tedeschi, quelli sì: pare anzi che proprio a Danzica, da cui partì l’aggressione nazista, siano già in programma spettacoli e danze polacco-tedesche (sollevando, per il vero, persino l’indignazione del Ministro della difesa Mariusz Błaszczak: non certo un comunista): forse in ricordo di quel patto del 1934 tra Hitler e Piłsudski che aprì la strada ad altri e più pericolosi patti delle “democrazie” col regime nazista.

Per dire: nel 1938, appena un giorno dopo Monaco, allorché l’Occidente cedette a Hitler la Cecoslovacchia, anche la Polonia se ne prese il suo pezzetto, insieme al territorio di Vilnius, sotto minaccia di occupare l’intera Lituania. Fu infatti proprio nel periodo più acuto della cosiddetta “crisi dei Sudeti” hitleriana, che i polacchi approfittarono per presentare il loro ultimatum su Těšín e poi invadere l’area della Ćeszyński Ślůnsk (Slesia di Cieszyn) cecoslovacca.

È forse il caso di ricordare come, nella prima metà degli anni ’30, proprio la Polonia rappresentasse la Germania hitleriana alla Lega delle Nazioni; come proprio Varsavia avesse di fatto minato le trattative anglo-franco-sovietiche, minacciando di dichiarare guerra all’URSS, se l’Armata Rossa avesse tentato di attraversare il territorio polacco per soccorrere la Cecoslovacchia.

Dunque: “È stata la Polonia una vittima della Seconda guerra mondiale?” si chiede golos mordora; “è accaduto che sì, lo è stata; ma solo perché sfumarono i piani aggressivi della sua dirigenza, che non riuscì ad accordarsi con la Germania, insieme alla quale voleva ‘panovat’ su tutta l’Europa orientale”. Un piano di dominio Międzymorze”, dal Baltico al mar Nero che, si deve dire, era stato solo momentaneamente accantonato e cui oggi Varsavia non fa mistero di smaniare.

Per quanto riguarda la Russia eltsiniana, scrive ancora golos mordora, era d’uso addossare ogni colpa possibile all’URSS e dunque anche quella che, per l’Occidente, è una “verità” indiscussa: che Mosca abbia preso parte alla spartizione della Polonia nel 1939, in quanto aggressore e alleato dei nazisti.

Ma “le truppe sovietiche iniziarono le operazioni quando la Polonia, di fatto, non esisteva più. Tradita dagli alleati inglesi e francesi, il Paese cadde, il governo fuggì vilmente in Romania; la guerra era di fatto conclusa”.

Anticipando di quattro anni il “metodo Savoia”, il Presidente Władysław Raczkiewicz scappò infatti in Romania (e poi a Parigi e infine a Londra) il giorno stesso dell’inizio della guerra; il 5 settembre fuggì il governo e il 7 settembre il Comandante in capo delle forze armate Edward Rydz-Śmigły.

E invece, con l’avanzata dell’Armata Rossa, la popolazione dei territori a est della Linea Curzon, in gran parte ucraini e bielorussi, “prese a sollevarsi in rivolte anti-polacche”. Niente “spartizione” sovietica della Polonia, dunque. Al contrario: nel rapporto indirizzato nel 1938 a Berlino dallo Stato maggiore polacco, è scritto che “Lo smembramento della Russia è alla base della politica polacca a est”.

E, nel gennaio 1939, il Ministro degli esteri polacco Józef Beck – puntando alla coincidenza di interessi orientali tra Polonia e Terzo Reich, aveva rifiutato le proposte sovietiche e cecoslovacche di un’alleanza anti-hitleriana – informa l’omologo tedesco, Joachim von Ribbentrop, che Varsavia rivendicherà l’Ucraina sovietica e l’accesso al Mar Nero, mentre il Comando militare polacco già preparava il piano di guerra “Est” contro l’URSS.

Quest’ultima, perso l’unico alleato nella regione, la Cecoslovacchia, ormai smembrata, e temendo un’alleanza franco-anglo-americano-tedesca e l’aggressione nazista, tentò di tutto per rimandare la guerra il più a lungo possibile; i sovietici sapevano che solo a conclusione della terza pjatiletka, nel 1942, l’URSS sarebbe stata in grado di resistere a un’aggressione; lo sapeva anche Hitler, che perciò si affrettò ad attaccare l’Urss nel 1941.

Furono queste le premesse del patto di non aggressione con la Germania dell’agosto ’39. Sino alla metà del mese, allorché Francia e Gran Bretagna, dopo un’inconcludente tira e molla, manifestarono chiaramente la propria non volontà di un’intesa anti-nazista con l’URSS, Mosca aveva puntato proprio a quell’accordo trilaterale: fin dall’aprile precedente, il Cremlino aveva proposto a Londra e Parigi di concludere un patto di assistenza reciproca. Nonostante l’impegno sovietico, infatti, tanto la Polonia che i Paesi baltici avevano a più riprese rifiutato di consentire che l’Armata Rossa attraversasse i loro territori per soccorrere la Cecoslovacchia.

Così, il 23 agosto, Mosca firmò con la Germania un patto di non aggressione per la durata di dieci anni, che, nel preambolo, richiamava l’accordo di neutralità del 1926, oltre a un protocollo segreto aggiuntivo in cui, per parte sovietica, si manifestava “interesse” alle aree ucraine e bielorusse annesse da Varsavia nel 1920, oltre che alla Bessarabia, la cui annessione nello stesso anno da parte rumena, l’URSS non aveva mai riconosciuto.

Il punto 2 del protocollo diceva che “in caso di riorganizzazione politico-territoriale delle aree incluse nello Stato polacco, il confine delle sfere di interesse di Germania e URSS passerà approssimativamente lungo la linea dei fiumi Pisa, Narev, Vistola e San” .

L’insurrezione di Varsavia

Cinque anni dopo, nell’estate del ’44, quando, con l’operazione “Bagration”, l’Armata Rossa liberava il proprio territorio e respingeva i tedeschi verso Polonia orientale e Paesi baltici, per alleggerire la pressione tedesca sugli Alleati sbarcati in Normandia, a Varsavia si decise per proprio conto: il 1 agosto la Armia Krajowa (AK: Esercito patrio), agli ordini del “governo” polacco in esilio a Londra, lanciava l’insurrezione contro i nazisti.

Nel gennaio 1944 il comando dell’AK si era impegnato ad appoggiare le forze sovietiche, una volta entrate queste in territorio polacco; ora, il comandante dell’AK, Tadeusz Komorowski, fissata l’insurrezione alle 17 del 1 agosto, invia un radiogramma a Londra: “Dato che abbiamo iniziato la battaglia per Varsavia, chiediamo che i Sovietici ci aiutino con un immediato attacco dall’esterno”.

Il 2 agosto, Londra trasmette il messaggio a Mosca e questa risponde il 5 agosto: “impossibile immaginare come possano prendere Varsavia pochi reparti della cosiddetta Armia Krajowa, privi di artiglieria, aviazione, carri armati, mentre i tedeschi schierano cinque divisioni corazzate”, oltretutto, in un’azione non concordata con i comandi militari sovietici, i cui piani prevedevano l’inizio delle operazioni non prima del 25 agosto, aggirando Varsavia a nord e sud, per evitarne la distruzione.

Da parte sua, il comando tedesco disponeva da tempo di informazioni secondo cui l’insurrezione sarebbe scoppiata proprio il 1 agosto; così che, già dal 26 luglio, nell’area della città erano state fatte affluire altre divisioni SS, polizei, volontari ucraini e forze supplementari da Olanda, Italia, Romania.

Nonostante gli insorti contassero circa 35.000 uomini e i tedeschi meno di 20.000, i primi disponevano solo di armi leggere e munizioni per due-tre giorni. Il 4 agosto i tedeschi iniziarono a soffocare i primi focolai di resistenza, con carri armati e lanciafiamme; la capitolazione degli insorti fu firmata il 2 ottobre.

Nei 63 giorni della rivolta, furono uccisi 10.000 insorti, 17.000 catturati e 7.000 dispersi; morirono circa 150.000 civili; l’85% della città fu rasa al suolo e circa 520.000 abitanti furono espulsi dalla città; 87.000 persone furono avviate ai lavori forzati in Germania e 70.000 ai campi di concentramento.

Ovviamente, l’AK riversò ogni responsabilità per l’insuccesso sul “tradimento dei russi”, non considerando le drammatiche condizioni in cui si trovavano in quel momento le armate sovietiche del 1° Fronte bielorusso di Konstantin Rokossovskij, completamente esaurite per le battaglie con cui avevano coperto 600 km fino alla Vistola, lasciandosi molto addietro i rifornimenti con derrate e munizioni: solo tra agosto e la prima metà di settembre, persero quasi 170.000 uomini (di cui il 20% nella battaglia per il rione Praga di Varsavia), e le truppe del 1° Fronte ucraino solo in agosto persero quasi 123.000 uomini. Perdite aumentate ulteriormente nella seconda metà di settembre e in ottobre, durante le battaglie a nord di Varsavia per conquistare e mantenere le posizioni in vista dell’offensiva del gennaio ’45.

Senza mezzi termini, Iosif Stalin definì il comando dell’AK e il governo polacco in esilio “un gruppo di criminali, che hanno lanciato l’avventura di Varsavia per impadronirsi del potere, gettando molte persone quasi disarmate contro cannoni, carri armati e aerei tedeschi”.

Dmitrij Petrov, su gazeta.ru, ricorda come già “dal luglio precedente si fosse insediato a Lublino il Comitato polacco di liberazione nazionale (Polski Komitet Wyzwolenia Narodowego: PKWN), pro-sovietico”. Comitato con cui però rifiutava di entrare in coalizione la delegazione del Governo in esilio a Londra, che si trovava in quei giorni a Mosca, per discutere il ristabilimento dei vecchi confini polacchi degli anni ’20.

D’altronde, che l’AK non fosse interamente composta di eroi, sembra ora accennarlo anche il chiacchierato pubblicista polacco Piotr Zychowicz – autore di titoli, tanto per inquadrare il personaggio, quali “La follia del 1944, o come i polacchi fecero un regalo a Stalin organizzando l’insurrezione di Varsavia ”,“ Il patto Piłsudski-Lenin, o come i polacchi salvarono il bolscevismo e persero la possibilità di creare un impero ” – che pone domande quantomeno provocatorie, riguardo ai massacri di polacchi della Volinija perpetrati dai banderisti ucraini di OUN-UPA nel 1943, senza che l’AK, rappresentata come “l’esercito più grande e potente di tutta l’Europa occupata” (si parla di 300-380.000 uomini) facesse nulla per impedirli.

Perché? La ragione, secondo Zychowicz, è che l’AK non intendeva scontrarsi con l’UPA, per concentrare tutti gli sforzi in vista non solo dell’insurrezione di Varsavia, ma, come ricorda Sergej Širokoljubov su colonelcassad, soprattutto per prendere il potere in tutta la Polonia prima dell’arrivo dell’Armata Rossa.

L’obiettivo del governo polacco emigrato e del comando dell’AK era il ripristino dello stato polacco nei confini del 1939, che includevano parti di Ucraina e di Bielorussia.

E, come osserva la storica Nina Vasileva su stat.mil.ru, l’AK intendeva tenersi pronta all’azione contro quelle forze politiche polacche che erano in opposizione al governo in esilio e che erano orientate politicamente e militarmente verso l’URSS. Proclamando una tattica attendista, il governo emigrato si opponeva alla guerra partigiana in Polonia, dipingendo le esortazioni alla lotta come una “dannosa agitazione del Comintern” e una “diversione sovietica”.

Mentre questa era l’attività dell’AK in Polonia, altri due eserciti polacchi venivano organizzati in URSS. Uno, nel 1943, la divisione di fanteria “Tadeusz Kościuszko”, al comando di Zygmunt Berling, che sarà poi la prima unità dell’Esercito polacco (Pierwsza Armia Wojska Polskiego), che combatté sul fronte orientale. L’altro, agli ordini di Vladislav Anders, costituito principalmente di ufficiali polacchi internati in URSS nel 1939, non volendo combattere a fianco dell’Armata Rossa, fu lasciato partire per il Medio Oriente, si unì in Nord Africa all’8° Armata britannica e prese parte anche alla battaglia di Montecassino.

Sull’altro versante, per consolidare le forze della sinistra sulla base della piattaforma politica del Partito dei lavoratori polacco, il 1° gennaio 1944 si era costituita la Krajowa Rada Narodowa (Consiglio Nazionale di Stato), quale organo del fronte democratico nazionale, che decise di riunire gruppi partigiani, distaccamenti armati e forze militari della sinistra nell’Armia Ludowa, che tuttavia, nell’estate del ’44, non contava più di 50-60.000 uomini.

Ora, scrive ancora Nina Vasileva, dopo la sospensione delle relazioni diplomatiche sovietico-polacche, nel marzo del ’43, nel gennaio successivo l’URSS si dichiarò disponibile a riprendere il dialogo con il governo emigrato, chiedendo l’abbandono, da parte di quest’ultimo, della politica antisovietica, il ristabilimento delle relazioni con il campo democratico in Polonia e il riconoscimento del confine polacco-sovietico lungo la Linea Curzon.

Tutte condizioni respinte dal governo in esilio, che a sua volta chiese di stabilire una linea di demarcazione ad est di Vilnius e L’vov. Winston Churchill tentò di convincere il Primo ministro in esilio, Stanisław Mikołajczyk, a riconoscere la Linea Curzon: il 22 febbraio 1944, alla Camera dei Comuni, dichiarò che “solo gli eserciti sovietici, che hanno perso milioni di uomini, distruggendo la macchina da guerra tedesca, possono liberare la Polonia”.

Londra dichiarò inoltre che ogni aiuto a Varsavia sarebbe stato impossibile, sia che si trattasse di bombardamenti, o del trasferimento di aerei polacchi o di una brigata paracadutata e precisò che il territorio polacco era incluso nella zona di operazioni sovietica. Ciononostante, l’AK decise l’insurrezione.

Mentre l’Armata Rossa avanzava attraverso l’Ucraina occidentale, la Bielorussia occidentale e la Lituania, il comando di AK proibì ai propri uomini di entrare nelle unità delle forze polacche formate in URSS. Già durante i combattimenti per Kovel, nel marzo del 1944, era stato chiaro che le direttive del comando dell’AK erano contrarie alle necessità del fronte e il comando sovietico aveva deciso di interrompere qualsiasi interazione con l’Armia Kajowa.

Il 7 luglio, distaccamenti dell’AK tentarono di impadronirsi di Vilnius prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, perdendo circa 500 uomini, finché la città non fu liberata il 13 luglio dalle truppe del 3° Fronte bielorusso.

Lo stesso accadde il 23 luglio con L’vov, che fu poi liberata il 27 luglio dai reparti del 1° Fronte ucraino. Il 14 luglio 1944, il Comando supremo dell’URSS emanò una direttiva ai comandi dei tre Fronti bielorussi e del 1° Fronte ucraino, sul disarmo delle forze polacche che obbedivano al governo di Londra.

Tra il 17 e il 20 luglio 1944, le truppe sovietiche, insieme a unità del Ludowe Wojsko Polskie, entrarono in territorio polacco; il 24 luglio fu liberata Lublino, 170 km a est di Varsavia.

In vista della capitolazione del 2 ottobre, il comando sovietico aveva proposto a quello dell’AK che i suoi uomini, con la copertura di artiglieria e aerei sovietici, riparassero sulla riva destra della Vistola; ma essi preferirono arrendersi ai tedeschi, a differenza della maggior parte degli uomini dell’Armia Ludowa (Esercito popolare) facente capo al Consiglio Nazionale di Stato polacco, che non si arresero, ma lasciarono Varsavia e si unirono alle unità partigiane in Polonia.

A dir poco curioso anche il fatto che mentre si preparava l’ordine d’insurrezione, Stanisław Mikołajczyk si trovasse a Mosca. Secondo i verbali dei colloqui del 3 e 9 agosto, tra Stalin e Mikołajczyk, questi non chiese l’assistenza dell’Armata Rossa per un attacco dall’esterno della città e il coordinamento delle operazioni tra insorti e truppe sovietiche. Mikołajczyk chiese solo che venissero paracadutate armi e alimenti e Stalin acconsentì.

Il 13 agosto, in un dispaccio della Tass, si affermava che il governo polacco di Londra non aveva fatto alcun tentativo di informare in anticipo il Comando militare sovietico e coordinare qualsiasi azione su Varsavia.

Il 16 agosto, Stalin scriveva a Churchill: “Dopo una conversazione col signor Mikołajczyk, ho ordinato al Comando dell’Armata Rossa di intensificare i lanci di armi su Varsavia. Ora, dopo aver studiato più attentamente la questione, mi sono convinto che si tratti di un’avventura sconsiderata e terribile, che costerà enormi e inutili perdite. Ciò non sarebbe accaduto se il Comando sovietico fosse stato informato in anticipo dell’inizio dell’insurrezione e i polacchi avessero mantenuto contatti con esso. Nella situazione creatasi, il Comando sovietico è giunto alla conclusione di doversi dissociare dall’avventura di Varsavia, dato che non può assumersi alcuna responsabilità, diretta o indiretta, per l’azione”.

In ogni caso, l’aviazione dell’Armata Rossa paracadutò armi su Varsavia, ma con scarso successo, data la consistente forza tedesca. Per la verità, non ebbero maggiore successo nemmeno gli aiuti paracadutati dall’aviazione anglo-americana che, lanciati da 4.000 metri, finirono per lo più in mano tedesca. Comunque, nel solo periodo 13 settembre-1 ottobre, l’aviazione del 1° Fronte bielorusso effettuò su Varsavia 1.361 incursioni di bombardamento e mitragliamento e 2.435 voli, paracadutando armi e altro materiale.

Di fatto, le ripetute controffensive tedesche, le cui forze erano passate da 5 a 12 divisioni, impedirono la liberazione di Varsavia per il 25 agosto, come programmato nell’incontro del 8 agosto a Mosca tra Žukov e Mikołajczyk. Per di più, il comando sovietico non era più in grado di dirottare altre riserve verso il 1° Fronte bielorusso di Rokossovskij, ora che i 2° e 3° Fronti ucraini dirigevano già verso i Balcani.

Solo il 13 settembre il 1° Fronte bielorusso riuscì a liberare il rione Praga di Varsavia, sulla riva orientale della Vistola, potendo così organizzare massicci rifornimenti per gli insorti.

Il 12 novembre, però, le armate del 1° Fronte bielorusso furono addirittura costrette a passare alla difensiva e riusciranno a riprendere l’avanzata solo nel gennaio ’45: il 17 gennaio, l’onore di entrare a Varsavia fu concesso alla 1° armata del Ludowe Wojsko Polskie al comando del generale Stanisław Popławski.

Il 15 novembre 1944, incontrandosi con una delegazione polacca guidata dal generale Spychalski, Stalin aveva spiegato perché la mancanza di accordi preliminari e di coordinamento tra insorti e Armata Rossa avesse portato a conseguenze così tragiche: “Non ci hanno interpellati ... non si sono consultati con noi. Se lo avessero fatto, non avremmo consigliato di insorgere. L’Armata Rossa, che nel corso della sua offensiva ha conquistato più di una grande città, non ha mai preso grandi città come Varsavia con un colpo frontale ... Varsavia non andava presa frontalmente, dato che si trova sull’alta riva sinistra della Vistola. Prendere frontalmente Varsavia significa distruggere la città con l’artiglieria e provocare perdite inutili. Si era qui creata una situazione simile a quella di Kiev... Non abbiamo preso Kiev frontalmente. L’abbiamo aggirata. Volevamo prendere anche Varsavia con una manovra di aggiramento, ma per tale operazione avevamo bisogno di una seria preparazione. Era necessario riunire almeno 40 divisioni, un sacco di munizioni... Occorreva tempo. Ecco perché l’Armata Rossa ha un po’ temporeggiato in vista delle mura di Varsavia”.

“I combattimenti per liberare la Polonia durarono da metà estate 1944 fino alla primavera del 1945” conclude Nina Vasileva; “i morti dell’Armata Rossa in territorio polacco (entro gli odierni confini) ammontarono a 600.212 uomini; le perdite totali nel corso di tutte le operazioni strategiche di quel periodo superarono i 2 milioni”.

Ecco perché, il 1 settembre a Varsavia, la Russia, considerata a torto o a ragione erede giuridica dell’URSS, non ci sarà.

Come disse Georgij Žukov a Konstantin Rokossovskij subito dopo la presa di Berlino: “Noi li abbiamo liberati e questo loro non ce lo perdoneranno mai”.

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