Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/06/2019

La natura del PD

Se mai ce ne fosse stato bisogno gli episodi di questi giorni rappresentano un ulteriore disvelamento della natura del PD, della logica del potere che ha mosso l’intenzione della “vocazione maggioritaria” e della “governabilità”.

Altro che “la maionese impazzita” richiamata a suo tempo da Massimo D’Alema.

La questione non sta tanto nella “qualità” di vera e propria mostra delle miserie umane evidenziata dalle intercettazioni riguardanti il giro degli “aggiustatori” del CSM e delle Procure, con tutto il loro corollario di cene segrete, turpiloqui, millanterie miranti addirittura a coinvolgere il Presidente della Repubblica.

Il punto sta nella reazione che il PD ha dimostrato anche in quest’occasione, nella quale sotto l’antica spoglia di consuete malversazioni si delinea una crisi di credibilità della magistratura che rende ancor più debole il già fragile impianto del sistema politico italiano, mandando in pericolo (più ancora di quanto non lo fosse già qualche giorno addietro) la democrazia repubblicana.

Da notare, inoltre, che al centro di questa pericolosa dinamica stanno personaggi protagonisti del tentativo, a suo tempo, di modificare la natura parlamentare della Repubblica attraverso riforme costituzionali per fortuna respinte dalla maggioranza di elettrici ed elettori.

La reazione del PD è sconcertante: si permette al protagonista–principe di questa vicenda di usare la formula ambigua “dell’autosospensione” e, da notizie giornalistiche, il nuovo segretario sta cercando di fare in modo che una parte del partito coinvolta oggettivamente in questa vicenda non provochi addirittura una scissione.

Da dove deriva questa preoccupazione di Zingaretti? Dal fatto che la corrente di Lotti controlla anche tanti pezzi di partito sul territorio (citazione testuale da articoli, di giornale nei quali si sottolinea anche la divisione in correnti del gruppo parlamentare e dell’Assemblea Nazionale).

Compreso bene? Il timore è quello di perdere pezzi di cordate di potere in giro per l’Italia: perché di questo si tratta, senza nessun accenno all’enormità della questione che si sta ponendo che, ripetiamo, non è tanto quella dell’intreccio (già tante volte visto e mai affrontato) tra “questione morale” e “questione politica” ma della credibilità dell’intero sistema soprattutto sul nodo delicatissimo della divisione dei poteri.

Calenda, dal canto suo, non è capace di dire altro che “Riformare il CSM”: anche in questo caso non si avverte la profondità della situazione, i rischi per la democrazia, l’alimento ulteriore per l’antipolitica che ormai – in via di esaurimento la sbornia del M5S – sta sempre di più assumendo i tratti della cosiddetta “democrazia illiberale”.

I segnali ci sono tutti e rappresentano i frutti avvelenati della confusione tra governabilità e gestione del potere e dell’assemblaggio indiscriminato sul piano dei valori e dei contenuti che inevitabilmente sta dentro all’idea della “vocazione maggioritaria” e della dismissione del ruolo di “parte” dei partiti (altro discorso quello della politica delle alleanze, tanto per intenderci).

Il pericolo riguarda, prima di tutto, la qualità della nostra vita democratica: sarà il caso di rifletterci prima di tutto a sinistra.

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05/06/2019

Magistratura appesa a politicanti e grembiulini

Diciamo la verità. Affrontare lo scandalo Palamara-Lotti dà la sensazione di infilarsi in un tunnel di scolo per liquidi non proprio beneodoranti.

Lotti, come ricorderete, fu sottosegretario alla presidenza del consiglio con Matteo Renzi e poi ministro dello sport con Gentiloni. Ai tempi fu considerato un ministero di ripiego, perché Renzi l’avrebbe voluto insignito della delega ai servizi segreti.

La sua folgorante carriera – sembra un politicante di vecchio corso, ma ha appena 37 anni ora – subisce un colpo nel 2016, quando viene indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio in un’inchiesta condotta dai PM di Napoli, nell’ambito delle indagini sugli appalti Consip (la “centrale unica degli acquisti” per la pubblica amministrazione).

Viene anche rinviato a giudizio (per il favoreggiamento), ma Renzi non lo accantona mai. Ci deve essere un perché...

Che Lotti compaia ora nell’inchiesta contro Luca Palamara, magistrato ex presidente dell’Anm, accusato di corruzione per aver cercato di far nominare – “conto terzi” – un magistrato “amichevole” a capo della Procura di Roma (quella che l’aveva indagato), è certamente un segnale pesante sulla dissoluzione della credibilità di tutta la magistratura.

Per capirci, la scena descritta dai cronisti che hanno “letto le carte” è la seguente: in una sala d’albergo, quasi di notte, si incontrano Palamara, Lotti, Cosimo Ferri (ex magistrato, ex sottosegretario alla Giustizia con Renzi e Gentiloni, ora “solo” deputato del Pd), Corrado Cartoni, Gianluigi Morlini, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre (tutti membri togati del Csm, “organo di autogoverno della magistratura” presieduto formalmente dal Presidente della Repubblica). Odg: contare i voti a favore di Marcello Viola come Procuratore Capo di Roma, sbarrando così la strada a Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi.

I conflitti istituzionali, e i possibili reati, sono quasi infiniti. Il più evidente? Un indagato (Lotti) che contribuisce a decidere il capo dei magistrati che lo indagano.

In più: uno dei candidati alternativi, Creazzo, viene da Firenze ed ha come “colpa grave” quella di aver fatto arrestare i genitori di Matteo Renzi. Impossibile, dunque, che si accosti alla scrivania su cui passano – per competenza territoriale – gran parte delle inchieste che coinvolgono uomini politici.

Il “piano” va in porto: al Csm si vota esattamente come deciso dai congiurati.

Ma non basta. La procura di Perugia, istituzionalmente, è chiamata ad indagare su eventuali reati commessi dai magistrati romani. A capo di quell’ufficio i “congiurati” vorrebbero qualcuno disposto ad avallare fino all’indagine «informazioni compromettenti su Paolo Ielo», procuratore aggiunto a Roma, ex membro del pool “mani pulite” di Milano e autore dell’inchiesta su Mafia Capitale. Uno “sfregio” sulla credibilità di quel magistrato, è l’obbiettivo, persuaderà i colleghi a non ficcare il naso in certe faccende...

La marcia infernale attraverso tutti i dettagli riempirà – e già riempe – decine di faldoni. Un guazzabuglio in cui è impossibile addentrarsi, in mancanza delle “carte”.

Ma alcune cose sono chiare fin d’ora.

L’inchiesta è avvenuta grazie all’inserimento nel cellulare di Palamara di un “trojan” che permette di registrare tutto quel che viene detto, in qualsiasi momento della giornata. Come avere una miscospia in tasca, insomma. Un marchingegno in genere usato contro “terroristi”, narcotrafficanti, oppositori politici e sociali, ma che ormai sembra diventato il più semplice e micidiale strumento di indagine, al punto da essere impiegato senza problemi anche nelle faide interne ai gruppi di potere.

Soprattutto, risulta evidente che il “terzo potere” dello Stato, in questo paese, è assolutamente interconnesso con gli altri due, per molte vie e altrettanti legami. “Chi conta” si riconosce nei propri pari, sa che deve muoversi per collegamenti, favori da scambiare a seconda dell’incarico ricoperto o della funzione svolta.

In questo caso vengono allo scoperto le trame vicine al Pd, ma non c’è dubbio – e la storia recente lo dimostra ad abundantiam – che identici “cenacoli” avvengano in nome e per conto della destra politica, vecchia e nuova.

Non c’è insomma alcuna separazione “formale” che tenga. Politici, magistrati, imprenditori (veder spuntare il nome del presidente della Lazio, Lotito, non stupisce nessuno), giornalisti, faccendieri di ogni ordine e grado, vanno a costituire un milieu che dall’esterno appare totalmente omogeneo e nemico di chi “sta fuori dal giro”, perché “non conta”.

Viene quasi da rimpiangere i tempi bui della P2, quando la massoneria congiurava da autentico centro di comando reazionario, in stretto collegamento con la Cia e la Nato. Criminali, e dei peggiori, ma almeno con qualche motivazione geopolitica di alto livello. “Complotti seri”, insomma, in guerra per impedire la rivoluzione in Occidente, mica quacquaraquà in cerca di qualche spicciolo...

Anche i grembiulini, insomma, non sono più quelli di una volta...

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02/06/2019

Magistratura malata, nazione infetta

Ricapitolando. Il 18 dicembre 2018, la procura di Roma chiede il processo per l’ex ministro Lotti per il caso Consip. E così cominciano le trame di Lotti per scegliere il nuovo procuratore di Roma.

Luca Palamara (ex presidente dell’ANM) discuteva con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri (entrambi sottosegretari del governo Renzi) la successione a Giuseppe Pignatone.

A quel punto Palamara viene indagato ed accusato di aver ricevuto regali e benefici in cambio di favori, e di aver tentato di danneggiare chi aveva avviato un’indagine su di lui.

In breve, Palamara è sospettato di aver sviluppato rapporti inopportuni, accettando soldi e regali, con Fabrizio Centofanti, ex capo delle relazioni istituzionali di Francesco Bellavista Caltagirone, un lobbista arrestato nel febbraio 2018 per frode fiscale, considerato vicino al Partito Democratico e Amara e Calafiore sono coinvolti in un’inchiesta per corruzione e compravendita delle sentenze al Consiglio di Stato.

Secondo quello che si sa delle accuse, Palamara avrebbe ottenuto regali, viaggi e vacanze a suo beneficio e a beneficio di familiari e conoscenti che sembrerebbero essere state pagate, almeno in parte, da Centofanti: a Taormina, a Madonna di Campiglio e a Dubai.

In cambio dei regali, secondo le accuse, Palamara avrebbe favorito gli indagati con una serie di nomine o di tentate manovre negli uffici delle procure che interessavano Amara e Calafiore i quali avrebbero chiesto a Palamara di “sfregiare professionalmente” Marco Bisogni, PM di Siracusa, che indaga proprio su Amara, titolare di procedimenti che lo vedono implicato in storie di corruzione per favorire l’ENI, a sua volta alle prese con processi per i veleni che stanno facendo ammalare di cancro la popolazione che risiede nei pressi del polo petrolchimico di Priolo.

Amara è accusato di corruzione anche al Consiglio di Stato sempre per il depistaggio delle vicende giudiziarie Eni.

Insomma, sfatiamo un mito: il verminaio della magistratura non è da meno di quello della politica.

Anzi, capita molto spesso che si confondano e si sovrappongano in vorticosi sistemi di potere. Come in questo caso, che vede agire di concerto capicorrente del Csm, politici e faccendieri al soldo di grandi interessi.

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11/07/2017

Inchiesta Consip/3. Gli uomini del “Giglio magico” di Renzi

Cominciamo questa terza puntata riportando quanto scritto da il Fatto Quotidiano del 23 DICEMBRE 2016: Appalti Consip, anche Luca Lotti è indagato. E l’inchiesta passa a Pignatone. Sono probabilmente questi gli articoli che hanno portato sotto inchiesta il giornalista Marco Lillo.

Il braccio destro di Renzi, già sottosegretario alla Presidenza del consiglio, attuale ministro allo sport e aspirante alla delega sui servizi segreti con Gentiloni, è indagato a seguito delle dichiarazioni del suo amico Luigi Marroni. L’ex assessore alla sanità della Regione Toscana, promosso da Renzi a capo della Consip, nel suo esame come persona informata dei fatti, ha tirato in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana, indagato per le stesse ipotesi di reato.”

Secondo il Fatto, l’amministratore delegato Marroni sentito dai PM Henry John Woodcock, Celeste Carrano ed Enrica Parascandolo  tira in ballo nuovi nomi: “Dice di avere saputo dell’indagine dal presidente di Consip Luigi Ferrara che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. Poi aggiunge altri nomi. I più importanti sono Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, suoi amici.”

Ricapitolando i due generali e il Ministro Luca Lotti, che hanno comunque smentito, sarebbero gli autori delle soffiate ai vertici Consip, e in posizione più defilata entrano nell’inchiesta anche altri due personaggi. Scrive sempre il Fatto il 23 dicembre 2016:  “L’indagine che potrebbe essere stata danneggiata dalle presunte soffiate vede al centro Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, finanziatore nel 2012, con contributi leciti, della Fondazione di Matteo Renzi. L’inchiesta però riguarda anche, in posizione molto più defilata, un imprenditore 33enne di Scandicci di nome Carlo Russo. Russo, secondo quanto risulta al Fatto, è in stretti rapporti con Romeo e ha incontrato sia l’amministratore di Consip Luigi Marroni sia Tiziano Renzi.”

Il reato di traffico di influenze, contestato al padre dell’ex premier in concorso con altri, è stato introdotto nel codice penale nel 2012: mira a colpire anche il mediatore di un accordo corruttivo al fine di prevenire la corruzione stessa. Il ruolo del padre del segretario Pd ha attirato le attenzioni dei magistrati poiché strettamente collegato a quello del suo vecchio amico Carlo Russo, un imprenditore toscano molto vicino ad Alfredo Romeo, protagonista principale dell’inchiesta della Procura partenopea.”

Infine ultimo in ordine di apparizione come riporta il Fatto del 1° marzo 2017 “l’ex parlamentare di An Italo Bocchino, che di Romeo è consulente. Nelle carte dell’inchiesta, l’ex parlamentare viene definito “consigliere strategico” dell’imprenditore e, scrive il pm, avrebbe “capacità di accedere ad informazioni riservate anche grazie al suo trascorso di deputato e membro del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti e con perduranti contatti con sedicenti ed effettivi appartenenti all’intelligence, nonché con politici e pubblici funzionari in posizione apicale”. “Presumibilmente anche grazie alla costante attività di relazione” di Bocchino, scrive il pubblico ministero, Romeo “ha avuto contezza di indagini sul proprio conto sicuramente già dal settembre 2016″. L’ex finiano, però, non è indagato per corruzione bensì per traffico di influenze.”

Prima di aggiungere qualche considerazione finale facciamo nostri gli interrogativi posti dal Fatto nell’articolo del 23 dicembre 2016: “Marroni potrebbe anche avere travisato le frasi dei suoi interlocutori o potrebbe ricordare male. Come si spiega, però, il suo ritrovamento delle cimici dopo i colloqui con gli amici toscani? In questa storia le cose sono due: o Marroni ha capito male ed è stato molto “fortunato” a pescare le cimici o qualcuno mente.

In questa seconda ipotesi la domanda a cui dovrà rispondere il procuratore Pignatone è: perché tante persone così vicine a Renzi erano così allarmate per l’indagine sulla Consip? L’ipotizzato favoreggiamento di Lotti e dei carabinieri chi voleva favorire?”

Fin qui i fatti ad oggi conosciuti, come si usa dire in queste circostanze, aspettiamo che l’operato della magistratura faccia il suo corso ed esprima il suo giudizio, ma qualcosa possiamo già affermare: i coinvolti sono esponenti di un Governo che, come già con Monti, con Renzi e con quelli che li hanno preceduti, continua a far pagare a tutti i lavoratori i costi di un sistema corruttivo e clientelare, negando diritti, salario e stato sociale.

Sono gli stessi artefici di riforme declamate come grandi conquiste di modernità e crescita e che hanno invece prodotto precarietà e disoccupazione (il JOB ACTS), la morte dell’istruzione pubblica (con la Buona Scuola), la fine della sanità pubblica attraverso la riduzione dei finanziamenti e il boom delle assicurazioni private, l’azzardata deriva autoritaria con l’attentato alla Costituzione, neutralizzata dalla coscienza del 60% del popolo italiano il 4 dicembre scorso nel referendum. 

Infine, ma non per importanza, nella relazione sulla Spending Review – commissionata al consigliere economico di Renzi, l’israeliano Gutgeld – e presentata recentemente al Parlamento, si afferma che il “sistema Consip” non ha affatto abbassato le spese per le forniture di beni e servizi alla Pubblica amministrazione, anzi queste sono aumentate del 27% nonostante il resto della spesa pubblica sia stata brutalmente tagliata (soprattutto sui dipendenti pubblici). E allora? Di cosa ci vengono a parlare quando starnazzano sulla corruzione ma colpiscono solo i lavoratori?

03/03/2017

Il Palazzo ha la filiera corta


Le vicende giudiziarie che stanno trascinando il Pd renziano verso l’implosione, a partire dalla principiale – l’affare Consip, centrale degli acquisti per le amministrazioni pubbliche – non stupisce nessuno. La classe dirigente italiana – imprenditori e politici, funzionari e corpi militari – è un abisso da cui ogni persona onesta vorrebbe distogliere lo sguardo.

Eppure una cosa stupisce: l’asimmetria palese tra dimensioni colossali degli affari o delle ambizioni e il nanismo imbarazzante delle filiere in competizione per accaparrarseli.

In questa oscena faccenda saltano fuori faccendieri più o meno improvvisati, quasi sempre figli, padri, fratelli, amici di infanzia e di famiglia. Tutti referenti di piccoli “imprenditori” – prestanome di altrettanti amici, parenti, famigli. Vien quasi da rimpiangere la Prima Repubblica, i grandi partiti divisi da visioni del mondo strutturate, in cui gli affari sporchi erano affidati a militanti provatissimi, pronti ad immolarsi anche in carcere pur di salvaguardare gli interessi del partito (Severino Citaristi per la Dc, Primo Greganti per il Pci, ecc). Crollate le fedi, volatili le appartenenze, individualizzate le ambizioni, non resta che affidarsi alla famiglia, al giro stretto di quelli che "io ti ho creato, io ti distruggo". Come nella n'drangheta...

Solo uno spaccato sintetico per capirci qualcosa, utilizzando le cronache giudiziarie. Il “povero” Alfredo Romeo aspira all’affare della sua vita puntando all’appalto per le pulizie dei palazzi del potere situati nel centro storico di Roma. Un business da 100 milioni facili facili (con il jobs act si possono fare miracoli imprenditoriali pagando quasi nulla i lavoratori precari) dagli importati risvolti “politici”. Pulire i cessi del potere è già di per sé uno stare nelle stanze del potere, no? Una volta lì, da cosa può nascere cosa...

Cerca un contatto con il padre di Renzi tramite un ragazzotto poco più che trentenne che però conosce bene sia il padre Tiziano che lo stesso (allora) premier. Può vantare – diventa la sua dote principale, nel resoconto che sarebbe stato fatto a Luca Lotti – di essere affidabile perché capace di tenere la bocca chiusa anche se rinchiuso in carcere (come avvenne qualche anno fa, poi assolto). Quest’ultimo è sospettato – dallo stesso Romeo e dagli inquirenti – di fare “il doppio gioco”, perché c’è un concorrente (la Cofely del piemontese Bigotti) che però sarebbe vicinissimo a Denis Verdini. Con il quale lo stesso Tiziano Renzi ha una innegabile conoscenza pluridecennale (era il distributore del Giornale di Toscana, in qualche modo proprietà del Verdini ieri condannato anche per questioni connesse a quel giornale).

Usciamo da questi maleodoranti anfratti e cerchiamo di respirare – speranza vana – innalzandoci alle vette della polichetta italiana. Qui “l’affaire Consip” sta destabilizzando il percorso del congresso del Pd, voluto proprio da Renzi il più rapido e sbrigativo possibile (idee e progetti da discutere non ce ne sono, perché perder tempo...). Più passano i giorni, più consistenti pezzi della vecchia maggioranza renziana si vanno sbriciolando. Per paura che il purosangue si sia dimostrato un ronzino molto dopato (la botta della sconfitta al referendum avrebbe determinato la sua scomparsa, in un paese normale), per vaghe tentazioni egemoniche (Franceschini, più che Orlando o Emiliano), per le incertezze sul futuro (tra un sistema politico balcanizzato dal proporzionale e una ormai certa presa di controllo del paese da parte dell’Unione Europea, se le elezioni in Francia e Germania non produrranno sconquassi inimmaginabili).

Sorprende, insomma, che le prevedibili traversie giudiziarie di una filiera corta come il “giglio magico” possano esser diventate il detonatore in grado di far esplodere ciò che resta del sistema politico italiano. Se il Pd – come si ammette ormai quasi apertamente – è sul punto dell’esplosione per motivi così bassi, non esiste nessuna alternativa che possa risultare credibile ai mitici “mercati”, alla Troika e non da ultimo alla popolazione di questo paese. I Cinque Stelle non lo sono per una lunga serie di motivi, che la giunta Raggi si è incaricata di esemplificare. E comunque, una qualsiasi offerta politica che possa risultare gradita a Bruxelles o Francoforte è ipso facto invisa a un elettorato dal “vaffa” facile. Anche se nell’immediato fosse possibile presentargliela con una “narrazione” fascinosa, tempo pochi mesi e le cose si chiariscono bene...

Filiera cortissima, quella fiorentina. Un “comitato d’affari” ristretto in pochi chilometri quadrati, rivelatosi incapace di rappresentare una soluzione efficace per ciò che resta della borghesia di questo paese; incapace di qualsiasi “visione” più concreta di un acido lisergico, intellettualmente nano e concentrato unicamente sui propri interessi personali; una compagnia di ventura a chilometri zero.

Che è poi la vera cifra del “pensiero politico” diffuso in ogni ambiente di questo paese: vista corta, miope, con molti gradi di astigmatismo.

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Consip: siamo alla vigilia di un avviso di garanzia per Matteo Renzi?


Con l’arresto di Romeo lo scandalo Consip è ad una svolta decisiva. Non sappiamo, se non per indiscrezioni giornalistiche, cosa abbiano in mano i magistrati ed il garantismo vale sempre, anche se l’indiziato si chiama Tiziano Renzi, per cui vedremo quando le cose saranno più chiare. Ma c’è una frase dell’ordinanza cautelare che lascia cadere di sfuggita queste parole: “livello politico più alto”. Di che livello politico si parla? 

Qui è già coinvolto un ministro, e allora? Insomma, non prendiamoci in giro e prendiamo il toro per le corna: sta arrivando un avviso di garanzia (o peggio) a Renzi figlio?

Come lo stesso Renzi ha ricordato, all’indomani della sua sconfitta referendaria, non essendo parlamentare, non gode di immunità per l’arresto e nulla fa pensare, almeno per ora, ad una misura così grave, ma anche un semplice avviso di garanzia, nel pieno del congresso del Pd ed alla vigilia di elezioni politiche (che arriveranno al più tardi fra 10 mesi) avrebbe effetti devastanti per Renzi, per il Pd e per l’intero sistema.

Certo: sappiamo che le colpe dei padri non ricadono sui figli e non c’è motivo per venir meno a questa regola di civiltà, ma qui ci sono molti punti scabrosi da chiarire.

Tiziano Renzi smentisce di aver richiesto o ricevuto danaro e va bene: vedremo che prove ci sono, ma resta un fatto che non pare smentito, cioè che lui abbia incontrato (sembra per una cena segreta ed in una taverna) l’imprenditore Romeo. Ed allora sorge una domanda: a che titolo lo ha incontrato, visto che non pare abbia alcun incarico istituzionale?

L’uomo è molto attivo, come segnalano i numerosi procedimenti penali che lo hanno visto coinvolto anche se il più delle volte archiviato da Genova ad Arezzo, ma in che veste dispiega questo attivismo? Ha speso il nome del figlio? E il Presidente del Consiglio non ne sapeva nulla? Come si fa a crederlo? Anche nel caso in cui sia il padre sia Lotti non gliene abbiano detto nulla, per non coinvolgerlo (il che, però, fa pensare che fossero coscienti dell’inconfessabilità dell’azione) possibile che i servizi di informazione e sicurezza non lo abbiano messo sull’avviso? Poi, quando uno ha un padre così vivace ed arzillo, magari cerca di tenerlo d’occhio, o no?

Come se non bastasse, ci si aggiunge l’intervento di Michele Emiliano, governatore della Puglia e candidato alla segreteria del Pd, che dice che ricevette un sms che lo invitava a ricevere l’imprenditore Russo, ed ovviamente, da magistrato e da cittadino, ritiene suo dovere rendere testimonianza davanti all’Ag che procede. Alcuni nel Pd osservano che questo lo mette in condizione di conflitto di interessi fra il suo essere testimone (ma sarebbe più giusto dire, persona informata dei fatti) ed il suo essere rivale di Renzi nella competizione per la segreteria.

Conflitto di interessi? E perché mai? Rendere testimonianza non è un interesse ma un dovere, e sostenere il contrario significa dire che un cittadino nelle condizioni di Emiliano, dovrebbe sottrarsi ad un dovere di legge per poter concorrere alle elezioni interne ad un partito. Nel Pd hanno convinzioni giuridiche molto particolari.

Più insidiosamente, il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, rilascia una intervista alla Repubblica, per ricordare che Emiliano dovrebbe decidersi se essere iscritto ad un partito e dimettersi da magistrato o se rientrare in Magistratura, ma rinunciando alla corsa alla segreteria Pd. Nel merito, la Ferranti non ha torto, perché la legge proibisce ad un magistrato di iscriversi ad un partito senza eccezioni, deroghe o periodi interinali. Sin qui va bene, però, considerato che Emiliano è stato per 4 anni segretario regionale del partito in Puglia (e quindi iscritto) senza che nel Pd questo sollevasse alcun dubbio, la cosa suona strana ora, alla vigilia della sua deposizione. Suona un po’ come il preavviso di un’azione disciplinare in Csm e come un forte segnale di nervosismo nelle alte sfere renziane.

Personalmente consiglierei a Michele (che conosco dai tempi dell’Università, ahimè 37-8 anni fa) di dimettersi prima dalla magistratura, spezzando il giocattolo nelle mani dei suoi avversari: evitando così una procedura che lo danneggerebbe mediaticamente. Ma la cosa suona strana.

In primo luogo, Emiliano riceve la sollecitazione a ricevere un imprenditore, da un suo collega di partito, ma non ha trovato un minuto di tempo per riceverlo. Certo, l’attività di governatore è molto assorbente, ma un esterno potrebbe anche avere l’impressione che Emiliano abbia intenzionalmente evitato di riceverlo. Perché?

Poi, in secondo luogo: personalmente ricevo 15-20 sms al giorno (non so voi che mi leggete) ed immagino che il governatore di una regione ne riceva molti di più o, comunque non meno. Ovviamente, non è possibile conservarli tutti, invece Emiliano conserva quegli sms.

Conoscendo Michele, come ho detto, so che non è uomo che faccia qualcosa senza pensarci su, così casualmente ed allora, perché ha conservato quegli sms?

Mettendo in relazione le due cose (gli sms conservati e la mancata visita) sorge un sospetto: che la vicenda Consip fosse già molto chiacchierata all’interno del Pd, al punto che Emiliano pensò di non ricevere un personaggio che riteneva compromettente e conservò gli sms cautelativamente. Poi, tanto per non lasciare dubbi, risponde a chi gli chiede se non sia preoccupato della sua doppia veste di testimone e di candidato alla segreteria, che “altri candidati hanno da preoccuparsi”. E non credo parlasse di Orlando.

Credo che sia un caso che ci darà ancora molte sorprese: già un po’ più di un anno fa scrissi che se un avviso di garanzia fosse arrivato a Lotti o Carrai, il siluro sarebbe arrivato in sala macchine e mi pare che...

01/03/2017

Arrestato Alfredo Romeo. Altro piombo nelle ali di Renzi

Un arresto eccellente, si sarebbe detto una volta. E anche un arresto che mostra l’abisso in cui è precipitata una delle famiglie che hanno fatto la storia industriale italiana. Alfredo Romeo è stato arrestato questa mattina dai carabinieri e dalla guardia di Finanza in relazione ad un episodio di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Consip.

Per restare in ambito “famiglie”, si tratta di una notizia che complica notevolmente il già disagevole “ritorno del futuro”, ovvero il tentativo di Matteo Renzi di ripresentarsi sulla scena come mattatore. Tralasciamo per il momento la lunga serie di indiscrezioni – ampiamente riportata da tutti i giornali – sulle fibrillazioni interne a quello che fu la sua maggioranza dentro il Pd, con gente che scende dal suo carro senza essere sostituita da nessuno. Vediamo perché questo arresto è per lui un problema ulteriore.

Tutto nasce dalle dichiarazioni dell'alto dirigente della Consip Mario Gasparri, interrogato a dicembre dai pm di Napoli, Henry John Woodcock e Celeste Carrano. L’inchiesta è stata poi trasferita a Roma per competenza ed ha assunto, se possibile, un ritmo di marcia molto incalzante. Per esempio, scrive Repubblica, “Gli uffici di Romeo sono stati intercettati per mesi dalla procura napoletana sia con il virus Trojan sia con metodi tradizionali e perfino sui balconi di alcune stanze romane. I carabinieri del Noe hanno tra l'altro recuperato, nella discarica di Roma, i 'pizzini' strappati e poi ricomposti, con appunti che recavano tracce, secondo gli inquirenti, di dazioni di denaro, accordi illeciti e favori di varia natura”.

Colore a parte (i “pizzini” saranno stati recuperati tra i rifiuti dell’ufficio, non certo “in discarica”), sembra chiaro che “c’è ciccia”. Ed anche tanta. Consip è infatti la società – controllata dal ministero dell’economia – che centralizza gli acquisti dello Stato. Pensata per eliminare la corruzione diffusa (ogni centrale di spesa locale era facilmente avvicinabile da interessi privati anche relativamente piccoli o addirittura malavitosi), si sta rivelando invece una “centrale sicura” per i grandi corruttori, quelli che muovono società miliardarie e “competono” per appalti di quelle dimensioni. Ovviamente, per ottenerli, devono o cercano di “ungere” le rotelle giuste. Ossia funzionari di altissimo livello, nominati direttamente dal governo.

Uno di questi – Mario Gasparri, appunto – direttore della divisione Sourcing Servizi e Utility di Consip, il settore che si occupa delle gare d’appalto per l’acquisto dei servizi per tutte le amministrazioni, ha ammesso davanti ai magistrati inquirenti di aver ricevuto da Alfredo Romeo somme “consistenti” in cambio di informazioni riservate utili a fargli vincere un appalto da 700 milioni di euro nell’ambito dell’appalto più grande d’Europa: il Fm4 (facility management). La gara era stata indetta nel 2014 per l’affidamento dei servizi gestionali di uffici, università e centri di ricerca della Pubblica amministrazione. Tutto, insomma. Per un totale di 2,7 miliardi di euro da affidare “in convenzione”, corrispondenti all’11,5% del totale della spesa statale corrente.

Viene da chiedersi come potesse un impero economico fondamentalmente centrato sul business immobiliare (Romeo ha gestito per anni anche le case di proprietà del Comune di Roma, grazie a una delibera di Veltroni nel 2005) garantire “servizi” di tutt’altra natura. Ma concentriamoci sui rischi per “il futuro”, ossia Renzi.

L’inchiesta giudiziaria, andando avanti, ha messo nel mirino – per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento – Luca Lotti, l’amico personale di Renzi che nel suo governo aveva ottenuto deleghe delicatissime e che avrebbe voluto anche quella ai servizi segreti nell’esecutivo Gentiloni. Respinto con perdite, si è dovuto accontentare della nomina a ministro dello sport, che assicura comunque una notevole vicinanza alle grandi opere per possibili eventi (immaginiamo con quanta gioia debba avere accolto il “no” alle Olimpiadi 2014). Lotti avrebbe infatti avvertito l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, di essere sotto inchiesta, con i telefoni sotto controllo. Il quale ordina una verifica dei suoi uffici e scopre un bel numero di “cimici”. Interrogato, Marroni tira in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante dell’arma in Toscana.

Peggio ancora. È stato iscritto nel registro degli indagati anche Tiziano Renzi, padre dell’ex premier. Nel suo caso il reato ipotizzato è “traffico di influenze illecite”, e non sembra difficile capire di cosa si tratta, in un giro di “conoscenze” che mette in contatto continuo premier, ministri, imprenditori e generali dei carabinieri. Il contatto sbagliato, quello che lega Romeo al padre di Renzi, è Carlo Russo, giovanissimo imprenditore di Scandicci “legatissimo” a Tiziano.

A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. Se poi i cattivi pensieri vengono confermati dalle intercettazioni, dai “pizzini” stracciati e da qualche confessione... La filiera delle “conoscenze” sarebbe insomma abbastanza chiara, e avrebbe prodotto il risultato voluto: aggiudicazione dell’appalto in cambio di...

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27/12/2016

De Luca, Sala, Muraro, Marra, Lotti, Del Sette, Renzi, Raggi: mani pulite in arrivo?

14 dicembre: il governatore della Campania, Vincenzo De Luca indagato per istigazione al voto di scambio;

16 dicembre: il sindaco di Milano Beppe  Sala riceve la notizia di essere indagato per il maggiore appalto di Expo;

16 dicembre: l’assessore all’ambiente di Roma, Paola Sala ammette di essere indagata per reati ambientali (sin da luglio) e si dimette;

17 dicembre: il discusso capo del personale del comune di Roma, Raffaele Marra è arrestato per corruzione, insieme al costruttore Sergio Scarpellini;

20 dicembre: i Pm di Napoli che indagano su presunti casi di corruzione presso il Consip (centrale per gli acquisti della pubblica amministrazione italiana) trasmettono alla procura di Roma atti per i quali il comandante generale dell’arma dei carabinieri avrebbe avvisato gli indagati delle indagini sul loro conto;

21 dicembre: il ministro Luca Lotti, particolarmente vicino all’ex Presidente del consiglio Matteo Renzi, è coinvolto nel caso Consip e indagato;

22 dicembre: Scarpellini rende dichiarazioni ai magistrati che indagano per quattro ore ed è subito ammesso agli arresti domiciliari.

In meno di una settimana piovono avvisi di garanzia, arresti, interrogatori fiume... sembrano tornato i tempi di Mani Pulite.

Tutta roba poco recente: ovviamente è presto per dirlo e forse questo improvviso attivismo delle Procure subirà presto una gelata, ma notiamo una cosa bizzarra: si tratta quasi sempre di casi “stagionati” (l’indagine sulla Muraro risalirebbe a luglio e i fatti risalirebbero indietro nel tempo; l’acquisto della casa di Marra risalirebbe a diversi anni fa, e l’uomo era già nell’occhio del ciclone ai tempi della giunta Alemanno; anche il caso Consip avrebbe origini non proprio recenti, tanto che c’era una indagine sulla quale Del Sette avrebbe operato la fuga di notizie).

Dunque casi che avrebbero potuto emergere prima, ma forse i magistrati non hanno voluto essere accusati di turbare il referendum, fatto sta che è come se il 4 dicembre sia scattato il via libera e piovono sberle.

Come sempre in questi casi, si sono scatenate indiscrezioni, voci e semplici pettegolezzi: alcuni giornali fanno capire che dopo Lotti seguirebbe il padre di Renzi, poi Renzi stesso. Altri osservano la coincidenza che il caso Consip fa seguito all’emanazione della strana norma per la quale i sottoposti agenti di polizia giudiziaria sono tenuti a riferire ai loro superiori sulle indagini loro affidate, altri ancora si chiedono cosa avrà detto Scarpellini in quattro ore, tanto da ottenere subito gli arresti domiciliari. Altri ancora parlano (non si sa con quale fondamento) di telefonate intercettate fra Raggi, Marra e Frongia e si chiedono cosa dirà Marra quando sarà sentito.

Tutte voci, noi siamo garantisti e aspettiamo che emergano elementi certi, intanto però non possiamo non notare questa nuova somiglianza con il 1992-93: allora fu una ondata di inchieste giudiziarie che precedette un referendum chiave, ora sembra il contrario: un referendum che apre la strada ad una valanga giudiziaria.

Certo è presto per parlare con sicurezza, ma con Lotti sembra che il siluro sia arrivato in sala macchine e la corazzata Renzi traballa. Non si può fare a meno di ripensare a quelle parole subito dopo il referendum: “rientro senza lavoro, senza stipendio, senza immunità”. Chissà perché ha voluto ricordare “senza immunità”.

Ma se la corazzata Renzi sta male, non è che la giunta Raggi stia bene, anche per la questione della nomina del fratello di Marra. A volte l’atteggiamento del M5s verso la giunta romana mi ricorda gli “europeisti” che si ostinano a tenere in piedi la Ue e l’Euro: accanimento terapeutico su cadavere.

Cari amici attenti: se è vero che siamo ad un nuovo 1992-93 sta per venire giù tutto, attenti a non restare sotto le macerie.

23/12/2016

I lotti di Lotti. Cè del marcio nella centrale per gli appalti pubblici?

C'è un appalto gigantesco che fa gola a molti, anzi a moltissimi. E' il “Facility Managment 4”. Il nome in inglese non tragga in inganno, si tratta di una classica gara d'appalto bandita nel 2014 e che scade nel II trimestre 2017. L'appalto è per “beni e servizi per immobili”, la convenzione dura 36 mesi e il contratto di servizio tra i 4 e i 6 anni. I lotti degli immobili di enti pubblici per cui assicurare beni e servizi, sono collocati in molte regioni, dalla Val D'Aosta alla Puglia. Inclusi quelli dei Municipi del Comune di Roma.

Si tratta di 2,7 miliardi di euro di risorse pubbliche (lo 0,2% del Pil) da spendere ed il cui coordinamento è stato affidato alla mitica Consip (la centrale unica degli acquisti), una sorta di “garante” diventata un meta mito come l'Anac di Cantone.

Ma lì dove si muovono i soldi e si assegnano gli appalti per l'acquisto di beni e servizi, si precipitano con discrezione o rumore gli appetiti di molti.

Avere dall'interno una “soffiata” sull'aria che tira, sulle caratteristiche indispensabili per vincere uno o più lotti dell'appalto o sulle cose da non dire al telefono o in ufficio (perchè magari ci sono le cimici ordinate dalla magistratura) diventa così materia preziosa, talvolta da remunerare con mazzette, omaggi, scambi di favori.

Sarebbero queste “soffiate”, che diventano favoreggiamento e rivelazione di segreto, ad aver messo nei guai un membro del cerchio magico di Renzi, il piddino Luca Lotti, attualmente ministro allo Sport nel governo Gentiloni. Per ora si tratta solo di un avviso di garanzia, ma la Procura di Napoli da tempo ha avviato una indagine sulla corruzione all'interno della Consip, arrivando a piazzare cimici in alcuni uffici. “L'affare” si è ingrossato e, puntuale, è arrivata la Procura di Roma che per competenza territoriale si è avocato il ramo principale dell'indagine.

Nel filone originario – quello della Procura di Napoli – risultano indagati il dirigente della Consip Marco Gasparri e l'immobiliarista napoletano Alfredo Romeo (protagonista di una querela contro il nostro giornale e che ha come consulente l'ex parlamentare di An Italo Bocchino).

Gasparri è l'ex assessore alla sanità della Toscana, silurato dall'attuale presidente della Regione ma amico di Lotti e di Renzi, e da quest'ultimo nominato a capo della Consip come “ricompensa”. Convocato dai magistrati, Gasparri parla e chiama in causa prima il generale Saltalamacchia, capo dei Carabinieri della Legione Toscana e poi finisce indagato anche il Comandante stesso dell'Arma dei carabinieri, generale Del Sette. I due generali avrebbero saputo dell'indagine in corso e lo avevano rivelato al presidente della Consip, Luigi Ferrara.

Nei mesi scorsi, Gasparri aveva avuto il sospetto di avere delle cimici in ufficio (non gli sgradevoli insetti ma gli apparati-spia). Aveva fatto fare una bonifica che aveva dato esito positivo, ovvero le cimici c'erano davvero. Neutralizzato il problema per il presente e il futuro, restava il problema di cosa era stato detto in passato tra le mura di quell'ufficio. Chiamato a renderne conto dai magistrati di Napoli, Gasparri deve aver detto qualcosa di interessante e l'indagine ha visto partire avvisi di reato per il ministro Lotti e i generali Saltalamacchia e Delsette.

Ma la vicenda giudiziaria, nella sua fase “ricognitiva”, visto che un avviso di garanzia significa niente più di questo, ha anche seri risvolti politici sul governo.

Lotti è un ministro ed un altro ministro, quello della Difesa Pinotti, ha già detto che se ne frega delle indagini – “Non ci faremo condizionare” sembra abbia detto la ministra – ed ha fatto sapere che il generale Delsette non si tocca. Anche se a fine mandato, al generale era stata accordata un proroga di un anno del suo incarico.

Come abbiamo più volte sottolineato, detestiamo ogni vocazione giustizialista per cui un avviso di garanzia diventa immediatamente una condanna. Quello che riteniamo inaccettabile è il doppio standard. Abbiamo già visto il trattamento differenziato riservato dalla “politica” e dai mass media al sindaco di Milano, Sala (tornato al suo posto) e al sindaco di Roma, Raggi (per la quale è addirittura il giornale “La Repubblica” ad invocare un avviso di garanzia al quale far seguire invece le dimissioni). Rimane il problema per cui le mani nella marmellata, le soffiate, le “dritte” e l'accesso agli appalti/risorse pubbliche, sono sempre monopolio di cricche ben definite, spesso su base regionale. Adesso è il momento dei “toscani”, un giglio magico fiorito intorno a Renzi, per il quale la rottamazione “degli altri” è solo un pretesto per prenderne il posto.

Fonte

13/12/2016

Gentiloni strettamente sorvegliato...

Uno schiaffo in faccia al paese reale che ha seppellito sotto una valanga di NO un establishment servo di poteri sovranazionali e geneticamente masson-mafioso. Il Gentiloni One nasce come fotocopia pressoché esatta del fu Renzi Primo, con una sottolineatura addirittura esibita e decisamente sopra le righe della primazia del ducetto di Rignano sulla nuova formazione.

Come per il referendum sul memorandum in Grecia, insomma, il governo si rifiuta di “cambiare verso”, convinto che la volontà popolare non conti più nulla e che, insistendo, ci rassegneremo tutti.

Ma nell'incredibile lista di ministri che ha sfilato ieri sera al Quirinale per il rito del giuramento – quelli che volevano scassinare la Costituzione uno dietro l'altro a giurarle “fedeltà”, roba da vomito... – c'è qualcosa di più sottile che va colto subito.

Il dato principale resta quello della dominanza assoluta della Troika, che continua a privilegiare l'unico attore disponibile ad attuarne le direttive recitando in pubblico tutt'altra “narrazione”. Nonostante la batosta subita il 4 dicembre, insomma, il casting per trovare un sostituto altrettanto sfacciato non deve aver dato esiti convincenti.

E quindi la presa sul governo-bis andava mantenuta salda. Anzi, blindata. Persino una volpe esperta di relazioni interne al potere come Lucia Annunziata non ha saputo trattenere il sarcasmo nel vedere il ruolo attribuito a Maria Elena Boschi e Luca Lotti:
Nasce il Governo Gentiloni/Boschi, con guardia giurata Luca Lotti davanti all'ingresso. E l'ex Premier Renzi nel ruolo dello spirito di Rebecca, la prima moglie. […] Un uomo e una donna che dopo le dimissioni del loro leader non solo non fanno alcun passo indietro, ma acquistano ruoli più incisivi.
Converrà tenere sempre a mente quali sono questi ruoli:
Maria Elena Boschi diventa unico sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – come Gianni Letta, per capirci, al netto delle deleghe sulla intelligence, su cui torno tra poco. Luca Lotti viene promosso Ministro dello Sport (titolo fino a un certo punto trascurabile ma che gli darà possibilità di sedere nel Consiglio dei Ministri) mantenendo le due deleghe pesanti che che già aveva come sottosegretario: il Cipe, il dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica del Consiglio dei Ministri, cioè la gestione delle opere pubbliche, e le deleghe alla editoria, cioè la gestione dei fondi di aiuto di un settore così in crisi, e così determinante in politica, come quello dei media.
Tra Boschi e Lotti si somma insomma un potere di condizionamento non da poco dentro la cabina di regia del governo del paese.
Non ci vuole molto a trarne la conclusione: Gentiloni è solo un prestanome, ma considerato comunque un tantino infido (come da tradizione democristiana, del resto); quindi è sembrato necessario tenerlo sotto stretta sorveglianza, in modo da sapere in qualsiasi momento cosa pensa di fare e all'occorrenza fermarlo, condizionarlo, deviarlo. La Boschi sottosegretario unico alla presidenza del Consiglio è di fatto un vice primo ministro; non ci sarà alcuna decisione importante che possa sfuggire al suo controllo.

L'unico salvagente che il povero Gentiloni ha tenuto per sé è proprio la delega ai servizi segreti (che Renzi avrebbe voluto invece affidare alla “guardia del corpo”, Lotti. Un marziano piovuto sulla Terra si chiederebbe certamente da dove provenga tutto questo peso politico esibito da un giovanotto di appena 34 anni che non ha in curriculum null'altro che un rapporto privilegiato col “capo”. Ed è intorno alla catena di controllo su servizi e polizie che si deve essere giocato quel poco di contrasto tra il subentrante e il partente da Palazzo Chigi.

Del resto a Gentiloni si chiede di proseguire l'opera devastatrice, ma per poco tempo; quello sufficiente ad affrontare gli impegni internazionali di primavera (60° anninversario del Trattati di Roma, a marzo, e G7 a Taormina, a maggio). Nonché a prendersi la rampogna della Commissione Europea, che pretende una manovra correttiva lacrime e sangue, viste le pazze spese elettorali infilate da Renzi nella legge di stabilità 2017. C'è inoltre il nodo di una legge elettorale diversa dall'Italicum (di cui viene data per certa la bocciatura da parte della Corte Costituzionale), sia per la Camera che per il Senato, possibilmente “omogenee”. Ma il compito viene affidato ufficialmente al Parlamento, dove si moltiplicheranno gli inciuci per arrivare a una legge che garantisca una maggioranza che escluda gli ingovernabili – e dilettanteschi – “grillini”.

L'orizzonte è insomma giugno, nella testa del “caro leader” toscano. Poi alle elezioni, con lui incoronato segretario del Pd e candidato premier attraverso “primarie aperte” in cui i capi-clientela di tutta Italia porteranno valanghe di voti che con il Pd hanno un rapporto tutto “di scambio”.

Cosa può far deragliare questo treno lanciato a bomba? La mobilitazione popolare, in primo luogo. Campagna referendaria, voto e risultato hanno portato alla luce una insofferenza gigantesca e crescente verso questo establishment. E una voglia di contare che può e deve essere messa in rete, mobilitata, concentrata e diretta al raggiungimento di obiettivi non solo “difensivi” come nel caso del NO al referendum, ma soprattutto positivi, che rispondano ai bisogni sempre più evidenti di una popolazione impoverita.

Ma anche dentro il Palazzo non tutto sarà tranquillo. Questa masnada di “nominati” che affolla il Parlamento è mobile come la melma e bisognerà vedere se l'aver momentaneamente respinto l'assalto di Denis Verdini al ministero dell'istruzione (!) non costerà al povero Gentiloni qualche improvviso shock. Una volta stabilita una modalità di governo fondata sui “voti di fiducia”, è difficile tornare al tran tran degli emendamenti accettati e respinti, delle trattative sottobanco. E dunque i voti del piduista-pitreista-piquattrista potrebbero venire a mancare in qualsiasi momento.

Un'arma in più in mano a Renzi, nel caso venisse la tentazione di far arrivare questo governo alla scadenza di legislatura (febbraio 2018).

Si può capire. Un anno fuori dai giochi rischia di far scomparire lo splendore della retorica renziana dalla testa di quel 40% di “sì”. E non basteranno certo le interviste compiacenti, i tweet dalla panchina, la melassa familiare (in puro stile Silvio I°), a mantenere viva per così tanto tempo la presa sul pubblico votante...



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