Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Luca Palamara. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luca Palamara. Mostra tutti i post

25/05/2020

Crolla anche il mito della magistratura. Finalmente...

Chiunque abbia affrontato un processo, in vita sua, sa che qualsiasi sentimento può esser provato tranne l'“avere fiducia nella magistratura”. Quando capiti in mano a un giudice la prima cosa che ti chiedi è “chi è? Come la pensa? A chi dà conto di solito?”.

Se ciò accade anche ad imputati “qualsiasi”, di peso zero nella scala sociale, a maggior ragione la domanda si impone quando a finire nel “registro degli indagati” è qualcuno che conta. In quel caso la sua prima domanda diventa “per incarico di chi, questo stronzo mi indaga?”

Non parliamo poi di quando le indagini della magistratura riguardano altri magistrati. Lì si va direttamente nella guerra politica tra correnti, individui, consorterie e fratellanze (solo i militari, forse, hanno più frequentazioni dei magistrati quanto a logge massoniche...).

L’inchiesta perugina che ha puntato su Luca Palamara – ex presidente dell’Anm, ex componente togato del Csm, ex sostituto Procuratore a Roma (uno dei tanti che si è dilettato con il “caso Moro”) – scoperchia un verminaio piuttosto fetido. Che ha certamente per protagonista un “pezzo grosso” tra le toghe, ma che richiede qualche ragionamento sull’intera casta di appartenenza.

Per quanto uno possa esser bravo nel suo mestiere, infatti, è singolare la serie di incarichi accumulati in pochi anni da un 51enne in un mondo dove il potere, di solito, è solidamente in mano agli ultra-sessantenni.

Le intercettazioni tra lui, i colleghi, i politici, i giornalisti e persino gli attori (Raul Bova che chiede “protezione” contro la condanna per evasione fiscale...), sono da sole un testo da commedia dell’arte.

Ma soprattutto rivelano che la famosa “indipendenza della magistratura” esiste solo nelle parole della Costituzione, oltre che nei libri sulla “tripartizione dei poteri in democrazia”. Ma nei fatti è l’esatto contrario...

Non nel senso banale che i giudici siano “servi del capitale” (viviamo in un assetto capitalistico, ovvio che istituzionalmente non possano esser altro). Ma in quello assai più concreto per cui ogni magistrato è altamente consapevole di disporre di un potere fortissimo (decide sulla libertà e il successo di chi capita a tiro) e lo usa per motivazioni che nulla hanno a che fare con le istituzioni della Repubblica.

La carriera personale al primo posto, come confessa – sconfortato – il presidente dimissionario dell’Anm, Luca Poniz. Sottolineando come non ci sia nei fatti troppa distinzione tra “membri togati” (ossia magistrati di carriera eletti dai colleghi) e “membri laici” (di nomina politica) nel Consiglio Superiore della Magistratura, cosiddetto “organo di autogoverno della magistratura” presieduto formalmente dal Presidente della Repubblica.

“Si discute molto dei togati, ma non ci si preoccupa che negli anni la componente togata ha espresso candidati molto più vicini alla politica di quanto fosse in passato”. Traduzione semplice, ma utile: significa che le differenze sono ormai solo nei titoli universitari e nel ruolo ufficialmente ricoperto, non nel concreto operare quotidiano.

Poi, certo, ci sono sempre le eccezioni, e tutti si nascondono velocemente dietro le statue erette a Falcone e Borsellino, per poter continuare a fare i propri “magheggi”.

Establishment è del resto definizione flessibile, che abbraccia chiunque abbia un ruolo rilevante negli assetti di governance di un Paese, indipendentemente dal ruolo momentaneamente esercitato. Il passaggio da un ruolo all’altro (dalla magistratura alla politica, o alle strutture commissariali o ai vertici aziendali) è la norma, non il caso raro.

E la frequentazione continua, di tutti con tutti, è la condizione sine qua non per restare a galla, avanzare, rintuzzare i concorrenti più pericolosi, arricchirsi. Sembra un quadro di “Cafonal”, ma è molto peggio...

Le intercettazioni smentiscono che il “far politica” attraverso inchieste e sentenze sia una prerogativa delle “toghe rosse”. Le differenze tra correnti sono infatti inessenziali, e lo prova lo stesso Palamara. Il quale, mentre concerta con Flavio Lotti (ricordate? Il braccio destro di Matteo Renzi che a volte prendeva deleghe ai servizi segreti, in altre il ministero dello sport e – tutti i giorni – brigava per le nomine in magistratura), contemporaneamente briga con magistrati che per realizzare le proprie ambizioni “sentono la Lega”.

È la fogna normale della “classe dirigente” di questo disgraziato Paese. Quella melma che rende molto problematico qualsiasi progetto di radicale cambiamento sociale, perché ha maciullato competenze, etica, “professionalità”, rigore morale, senso del bene pubblico e quant’altro, ma è indispensabile per ricostruire un assetto funzionante per gli interessi collettivi.

Di questo non porta la responsabilità solo “il capitalismo” – che c’è ovunque. Accontentarsi di questa “spiegazione” lascia impotenti di fronte a una struttura (e una cultura) del Potere che affonda nello Stato sabaudo, nelle gerarchie vaticane, nei residui borbonici, nella “modernizzazione fascista” e nella “mancata epurazione” repubblicana.

Un inguacchio che fa funzionare male anche lo stesso capitalismo (a pezzi oggi per la crisi sistemica mondiale) e che minaccia di sopravvivere e condizionare qualsiasi sviluppo futuro.

Per decenni, di recente, siamo stati bombardati con il mito della magistratura e delle polizie, come se questi corpi separati fossero, per ragioni incomprensibili, immuni dal “contagio”.

Finalmente crolla. E forse si può cominciare a ragionare guardando la realtà e cercando le soluzioni. Senza più affidarsi a “santi” che sono solo un travestimento degli stessi demoni.

Fonte

24/06/2019

La vendetta del Cazzaro

di Alessandra Daniele

La Mafia aggiusta i processi. Il PD aggiustava direttamente i magistrati.

Lo scandalo delle nomine pilotate strappa al PD la nuova maschera appena indossata. E rinfocola le faide interne.

Matteo Renzi aveva promesso a Zingaretti “niente fuoco amico”. Ma Renzi è un Cazzaro. Quindi nessuno si stupisce che continui ad approfittare di ogni occasione per cercare d’impallinare il suo successore e riprendersi il partito, persino uno sputtanamento epocale come lo scandalo Lotti-CSM, che avrebbe piuttosto dovuto indurre lui e tutta la sua cosca a disintegrarsi dalla vergogna.
“S’è fatto sempre così” obiettano, come se non fosse un’aggravante.

I renziani s’illudono, ed è un peccato, perché il PD meriterebbe davvero che il Cazzaro se lo riprendesse, per distruggerlo definitivamente. La sua esistenza, e il fatto che il PD non riesca a liberarsene, fanno quasi credere all’esistenza d’una giustizia terrena. Renzi è la personificazione del Karma. È la Nemesi che il PCI-PDS-DS-PD ha meritato per aver pugnalato alle spalle i movimenti e le classi sociali che in teoria avrebbe dovuto difendere e sostenere, ed essere diventato il più zelante sicario del Capitale.

Per avere nei suoi anni al governo, con la connivenza implicita o esplicita di Berlusconi, introdotto il pacchetto Treu, e la dottrina Minniti, la legge Fornero, e il Jobs Act.

Per aver depredato, esasperato e disgustato così tanto gli italiani da ridurli a votare uno come Salvini.
Il PD merita Renzi coi suoi renziani, spocchiosi, classisti, queruli, ottusi figli di papà.

La principale caratteristica comune di tutta l’attuale classe politica, dai democratici ai populisti, dai Calenda ai Di Battista, è l’età mentale d’un marmocchio viziato. Stizzoso, petulante, vanesio e cazzaro.

Il PD merita il renzismo, e merita di non riuscire mai a liberarsene, di non riuscire a riciclarsi, a cambiare di nuovo maschera, a sopravvivere alla rovina che ha causato.

Il PD merita Renzi.

E Renzi merita il PD.

Fonte

05/06/2019

Magistratura appesa a politicanti e grembiulini

Diciamo la verità. Affrontare lo scandalo Palamara-Lotti dà la sensazione di infilarsi in un tunnel di scolo per liquidi non proprio beneodoranti.

Lotti, come ricorderete, fu sottosegretario alla presidenza del consiglio con Matteo Renzi e poi ministro dello sport con Gentiloni. Ai tempi fu considerato un ministero di ripiego, perché Renzi l’avrebbe voluto insignito della delega ai servizi segreti.

La sua folgorante carriera – sembra un politicante di vecchio corso, ma ha appena 37 anni ora – subisce un colpo nel 2016, quando viene indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio in un’inchiesta condotta dai PM di Napoli, nell’ambito delle indagini sugli appalti Consip (la “centrale unica degli acquisti” per la pubblica amministrazione).

Viene anche rinviato a giudizio (per il favoreggiamento), ma Renzi non lo accantona mai. Ci deve essere un perché...

Che Lotti compaia ora nell’inchiesta contro Luca Palamara, magistrato ex presidente dell’Anm, accusato di corruzione per aver cercato di far nominare – “conto terzi” – un magistrato “amichevole” a capo della Procura di Roma (quella che l’aveva indagato), è certamente un segnale pesante sulla dissoluzione della credibilità di tutta la magistratura.

Per capirci, la scena descritta dai cronisti che hanno “letto le carte” è la seguente: in una sala d’albergo, quasi di notte, si incontrano Palamara, Lotti, Cosimo Ferri (ex magistrato, ex sottosegretario alla Giustizia con Renzi e Gentiloni, ora “solo” deputato del Pd), Corrado Cartoni, Gianluigi Morlini, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre (tutti membri togati del Csm, “organo di autogoverno della magistratura” presieduto formalmente dal Presidente della Repubblica). Odg: contare i voti a favore di Marcello Viola come Procuratore Capo di Roma, sbarrando così la strada a Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi.

I conflitti istituzionali, e i possibili reati, sono quasi infiniti. Il più evidente? Un indagato (Lotti) che contribuisce a decidere il capo dei magistrati che lo indagano.

In più: uno dei candidati alternativi, Creazzo, viene da Firenze ed ha come “colpa grave” quella di aver fatto arrestare i genitori di Matteo Renzi. Impossibile, dunque, che si accosti alla scrivania su cui passano – per competenza territoriale – gran parte delle inchieste che coinvolgono uomini politici.

Il “piano” va in porto: al Csm si vota esattamente come deciso dai congiurati.

Ma non basta. La procura di Perugia, istituzionalmente, è chiamata ad indagare su eventuali reati commessi dai magistrati romani. A capo di quell’ufficio i “congiurati” vorrebbero qualcuno disposto ad avallare fino all’indagine «informazioni compromettenti su Paolo Ielo», procuratore aggiunto a Roma, ex membro del pool “mani pulite” di Milano e autore dell’inchiesta su Mafia Capitale. Uno “sfregio” sulla credibilità di quel magistrato, è l’obbiettivo, persuaderà i colleghi a non ficcare il naso in certe faccende...

La marcia infernale attraverso tutti i dettagli riempirà – e già riempe – decine di faldoni. Un guazzabuglio in cui è impossibile addentrarsi, in mancanza delle “carte”.

Ma alcune cose sono chiare fin d’ora.

L’inchiesta è avvenuta grazie all’inserimento nel cellulare di Palamara di un “trojan” che permette di registrare tutto quel che viene detto, in qualsiasi momento della giornata. Come avere una miscospia in tasca, insomma. Un marchingegno in genere usato contro “terroristi”, narcotrafficanti, oppositori politici e sociali, ma che ormai sembra diventato il più semplice e micidiale strumento di indagine, al punto da essere impiegato senza problemi anche nelle faide interne ai gruppi di potere.

Soprattutto, risulta evidente che il “terzo potere” dello Stato, in questo paese, è assolutamente interconnesso con gli altri due, per molte vie e altrettanti legami. “Chi conta” si riconosce nei propri pari, sa che deve muoversi per collegamenti, favori da scambiare a seconda dell’incarico ricoperto o della funzione svolta.

In questo caso vengono allo scoperto le trame vicine al Pd, ma non c’è dubbio – e la storia recente lo dimostra ad abundantiam – che identici “cenacoli” avvengano in nome e per conto della destra politica, vecchia e nuova.

Non c’è insomma alcuna separazione “formale” che tenga. Politici, magistrati, imprenditori (veder spuntare il nome del presidente della Lazio, Lotito, non stupisce nessuno), giornalisti, faccendieri di ogni ordine e grado, vanno a costituire un milieu che dall’esterno appare totalmente omogeneo e nemico di chi “sta fuori dal giro”, perché “non conta”.

Viene quasi da rimpiangere i tempi bui della P2, quando la massoneria congiurava da autentico centro di comando reazionario, in stretto collegamento con la Cia e la Nato. Criminali, e dei peggiori, ma almeno con qualche motivazione geopolitica di alto livello. “Complotti seri”, insomma, in guerra per impedire la rivoluzione in Occidente, mica quacquaraquà in cerca di qualche spicciolo...

Anche i grembiulini, insomma, non sono più quelli di una volta...

Fonte

02/06/2019

Magistratura malata, nazione infetta

Ricapitolando. Il 18 dicembre 2018, la procura di Roma chiede il processo per l’ex ministro Lotti per il caso Consip. E così cominciano le trame di Lotti per scegliere il nuovo procuratore di Roma.

Luca Palamara (ex presidente dell’ANM) discuteva con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri (entrambi sottosegretari del governo Renzi) la successione a Giuseppe Pignatone.

A quel punto Palamara viene indagato ed accusato di aver ricevuto regali e benefici in cambio di favori, e di aver tentato di danneggiare chi aveva avviato un’indagine su di lui.

In breve, Palamara è sospettato di aver sviluppato rapporti inopportuni, accettando soldi e regali, con Fabrizio Centofanti, ex capo delle relazioni istituzionali di Francesco Bellavista Caltagirone, un lobbista arrestato nel febbraio 2018 per frode fiscale, considerato vicino al Partito Democratico e Amara e Calafiore sono coinvolti in un’inchiesta per corruzione e compravendita delle sentenze al Consiglio di Stato.

Secondo quello che si sa delle accuse, Palamara avrebbe ottenuto regali, viaggi e vacanze a suo beneficio e a beneficio di familiari e conoscenti che sembrerebbero essere state pagate, almeno in parte, da Centofanti: a Taormina, a Madonna di Campiglio e a Dubai.

In cambio dei regali, secondo le accuse, Palamara avrebbe favorito gli indagati con una serie di nomine o di tentate manovre negli uffici delle procure che interessavano Amara e Calafiore i quali avrebbero chiesto a Palamara di “sfregiare professionalmente” Marco Bisogni, PM di Siracusa, che indaga proprio su Amara, titolare di procedimenti che lo vedono implicato in storie di corruzione per favorire l’ENI, a sua volta alle prese con processi per i veleni che stanno facendo ammalare di cancro la popolazione che risiede nei pressi del polo petrolchimico di Priolo.

Amara è accusato di corruzione anche al Consiglio di Stato sempre per il depistaggio delle vicende giudiziarie Eni.

Insomma, sfatiamo un mito: il verminaio della magistratura non è da meno di quello della politica.

Anzi, capita molto spesso che si confondano e si sovrappongano in vorticosi sistemi di potere. Come in questo caso, che vede agire di concerto capicorrente del Csm, politici e faccendieri al soldo di grandi interessi.

Fonte