Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2026

Bleach, la tempesta dei Nirvana che si abbatte su Seattle

Nel 1989, il Pacific Northwest non era ancora l’ombelico del mondo musicale, bensì un calderone ribollente di distorsioni sature e nichilismo estetico. È in questo brodo primordiale che i Nirvana immergono il loro esordio, “Bleach” (Sub Pop Records). Più che un manifesto generazionale – epica che li travolgerà solo negli anni a venire – l’opera si impone immediatamente come un referto medico di alienazione suburbana tradotto in frequenze telluriche. Registrato ai Reciprocal Recording Studios sotto la spietata scure pragmatica di Jack Endino (costo dell’operazione: i proverbiali 606 dollari e 17 centesimi), il disco è una lastra a raggi X che rivela un ibrido mutante: l’oscurità plumbea dei Black Sabbath che collassa sulle scarnificazioni hardcore dei Black Flag. Eppure, sotto la coltre di fuzz ronzanti, pulsa un’insospettabile geometria compositiva.

L’ouverture è affidata a “Blew”, il cui insostenibile peso specifico nasce da un clamoroso cortocircuito tecnico tramutatosi in epifania sonica. Convinti di aver allentato l’accordatura in un canonico Drop D per appesantire il groove, Kurt Cobain e Krist Novoselic sprofondano in realtà in un abisso tonale ben più oscuro, un Drop C tombale. Il risultato è un muro acustico asfissiante, dove il basso, saturo e limaccioso, fagocita la chitarra in una tenebra opprimente, appena arginata dal drumming di Chad Channing, abilissimo nel destreggiarsi sui controtempi per non annegare nel caos.

Questa viscosità fangosa si rapprende nelle strutture claustrofobiche di “Floyd The Barber”. Costruito su una strisciante discesa cromatica e sull’uso sistematico del tritono – la dissonanza per antonomasia, il diabolus in musica – il brano evoca un senso di minaccia psicologica imminente. L’impianto strumentale si fa specchio deformante del cantato gutturale e contratto di Cobain, il quale sembra lottare fisicamente contro la sua stessa gabbia armonica.

Tuttavia, è in “About A Girl” che emerge la vera anomalia strutturale, il germe che ridefinirà le coordinate del decennio a venire. Capolavoro di illuminazione jangle-pop di matrice smaccatamente beatlesiana, seppur mimetizzata sotto ruvidi strati di distorsione, il brano svela un autore già padrone assoluto delle dinamiche percettive. La strofa si regge su un tintinnante, ipnotico pendolo armonico (Mi minore/ Sol maggiore), per poi deflagrare in un chorus sorretto da blocchi granitici e compatti di power chords. È la risoluzione melodica perfetta che squarcia il rumore bianco, la prova inoppugnabile che dietro la facciata decisa e spietata si celava un genio cristallino e già estremamente fragile. Una simile dicotomia tra noise e architettura torna a dominare “School”. Un riff minimale – due sole note stirate verso il basso come un gemito agonizzante – si innesta chirurgicamente sulle sincopi della grancassa. È la creazione sapiente di un vuoto pneumatico, l’anticamera tensiva di un inciso liricamente scarno ma dalla potenza ritmica sismica e devastante.

Quando la tracklist spinge l’acceleratore, come nell’assalto frontale di “Negative Creep”, l’anima hardcore riprende il sopravvento. Sfruttando nuovamente la fangosità dell’accordatura ribassata, il brano è un martellamento ossessivo, trainato da un downpicking (la pennata all’ingiù) meccanico e spietato. Qui è la tecnica vocale a sublimare l’estetica del dolore: Cobain spinge le corde vocali oltre la soglia del punto di rottura, ricorrendo a un fry screaming lacerante che scortica il tessuto connettivo della traccia, pur mantenendo, con inquietante lucidità, l’intonazione portante.

Riascoltato a decenni di distanza (e al netto della riedizione Geffen del 1992, pensata per capitalizzare l’onda anomala di “Nevermind”), “Bleach” si erge come una statua rocciosa profondamente fisica e ostile. È un’opera orgogliosamente priva dei riverberi lussuosi e della compressione patinata che verranno; un lavoro visceralmente grezzo, registrato su un asfittico banco a otto piste che costringe gli strumenti a una lotta darwiniana per lo spazio vitale nello spettro sonoro. Eppure, in questa brutale scarnificazione, l’album possiede una coerenza interna impossibile da scalfire: è il reperto fondamentale per comprendere come il punk potesse essere destrutturato, appesantito e infine piegato, quasi contro la sua stessa volontà, alle regole di una nuova e disperata melodia. Non solo un tassello seminale del grunge, ma il testamento artistico che rese questo disco l’album Sub Pop più venduto di tutti i tempi.

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14/11/2025

USA - Seattle come New York, vince una “socialista”

A quanto pare il “socialismo democratico” è un virus che sta contagiando le metropoli statunitensi, contraddicendo la sbornia “Maga” che sembra espressione delle campagne e del “profondo Sud” con nostalgie confederate.

La “socialista” Katie Wilson ha infatti sconfitto l’ormai ex sindaco di Seattle, Bruce Harrell, anche lui come Andrew Cuomo sostenuto dall’establishment del partito democratico, nella corsa a sindaco della città. Stiamo parlando della “capitale economica” dello Stato di Washington, sul Pacifico, porta di ingresso di quella Silicon Valley che pareva passata dai sogni “libertari” alle paranoie “transumanistiche” più reazionarie di amministratori delegati come Peter Thiel, di Palantir (è arrivato a descrivere Greta Thunberg come “l’Anticristo”).

E invece ecco venir fuori dalla città del grunge (patria di Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden, ecc.) un’altra figura che scompagna il quadro politico fin troppo ossificato tra nazi-trumpiani e inguardabili cariatidi della conservazione (“dem” o “repubblicani perbene”, le stesse persone).

L’ex sindaco Harrell ha ammesso la sconfitta solo stamattina, quando il distacco nello scrutinio, comunque abbastanza ridotto, è diventato inammissibile per chiedere il riconteggio dei voti. Lo stato di Washington prescrive infatti un riconteggio automatico solo quando il margine di voti è inferiore a 2.000 e a meno della metà di una percentuale del “numero totale di voti espressi per entrambi i candidati”.

A quel punto Harrell ha anche cambiato radicalmente atteggiamento nei confronti della Wilson, affermando che sebbene le due campagne offrissero visioni diverse per governare la città, i loro valori rimanevano gli stessi. “L’amministrazione Wilson avrà nuove idee, avrà una nuova visione. Avendo vinto le elezioni, se lo sono guadagnato. Dobbiamo ascoltare i giovani elettori”. Se non puoi batterli, cerca un’alleanza... 

Del resto, gli unici “risultati” che aveva potuto vantare la sua amministrazione, anche secondo i giornali locali, erano quelli di un conservatore: una diminuzione della criminalità, un aumento delle assunzioni nella polizia e la fine della supervisione federale del Dipartimento di Polizia (sotto l’offensiva di Trump contro le amministrazioni “dem”).

Proprio come a New York, la Wilson aveva sconfitto Harrell in un affollato ballottaggio per le primarie “dem”. Harrell aveva comunque finanziamenti potenti, mentre la Wilson solo le donazioni popolari. Sembrava perciò una battaglia persa in partenza, e invece la voglia di “stato sociale” ha prevalso.

L’elezione della Wilson segna la seconda vittoria progressista dopo le elezioni nella Grande Mela, solo martedì scorso.

La Wilson aveva incentrato la sua campagna sull’accessibilità economica – evidenziando le sue stesse difficoltà nel vivere quotidianamente a Seattle. Ha proposto una tassa sui profitti per aumentare le entrate (demonizzata da Harrell), protezioni più forti per gli affittuari e il miglioramento del trasporto pubblico.

Quel messaggio ha trovato risonanza in una città dove l’alloggio è diventato fuori portata per molti cittadini.

“C’è una disconnessione tra ciò che i giovani stanno vivendo nella vita di tutti i giorni oggi”, ha detto ancora Fincher. “Penso che ci sia una spaccatura nel Partito Democratico su questo, che stiamo cercando di capire”.

La Wilson si è anche impegnata a fare di più per affrontare il problema dei senzatetto, inclusa l’accelerazione della disponibilità di alloggi di emergenza, ed è stata molto critica con Harrell che appoggiava lo sgombero degli accampamenti di tende dagli spazi pubblici di Seattle (una realtà di molte metropoli Usa, dove sui marciapiedi vanno crescendo autentici “villaggi” di homeless).

Anche lei in passato – come Mamdani – aveva chiesto tagli ai fondi della polizia, ma in questa campagna ha cambiato tattica, promettendo più programmi sociali, “non di polizia”.

L’insuccesso del “dem” Harrel è un colpo per i “moderati”, che lo consideravano un prototipo del “Democratico” per riorganizzare il partito dopo i deludenti risultati del 2024. Ma proprio l’appoggio dei “Ceo” della Silicon Valley si è rivelato per lui “il bacio della morte”.

“Quella foto dei dirigenti tech all’inaugurazione della sua campagna è qualcosa che si è cristallizzato nella mente degli elettori”, ha detto Dean Nielsen, uno stratega democratico di lunga data che sosteneva Harrell. “È diventata in qualche modo emblematica di ciò che sta accadendo nella gara: un sindaco dell’establishment che è supportato da molte di quelle stesse persone che sono ferocemente contrarie a questa visione di cambiamento sistemico”.

La Wilson in effetti non aveva mai ricoperto una carica elettiva ed è co-fondatrice della Transit Riders Union, un gruppo di pressione per il miglioramento del trasporto pubblico.

“Abbiamo sfidato un potente titolare che si aspettava di navigare tranquillamente verso la rielezione. Abbiamo affrontato più soldi di PAC aziendali di quanti ne siano mai stati spesi per attaccare un candidato in un’elezione di Seattle. Abbiamo costruito un movimento alimentato dalle persone, radicato nella speranza per il futuro della nostra città”, ha scritto stamani in un post su X, “E abbiamo vinto”.

Quanto al confronto tra la sua piattaforma e quella del neo-sindaco di New York, la Wilson ha ammesso che “Penso che ci siano molte forze simili al lavoro in questo momento. La mia carriera è stata davvero incentrata sul rimettere i soldi nelle tasche dei lavoratori... Ho deciso di lanciarmi in questa gara perché mi sono resa conto che eravamo in un momento in cui le persone comuni sentono il costo elevato di tutto, dall’affitto all’asilo nido al cibo alla benzina”.

La sua campagna, ha detto, rifletteva un crescente spostamento verso il progressismo in atto in tutti gli Stati Uniti come reazione ai fallimenti dei Democratici nello sconfiggere Donald Trump un anno fa.

Come abbiamo intravisto con la vittoria di Mamdani a New York, “È una rottura rivoluzionaria? Non diciamo cazzate, please... È una rottura irreversibile? Idem. È una risposta ancora molto acerba all’impoverimento di massa, e dunque alla dimensione sociale del declino statunitense come potenza egemone sul mondo. È il ‘sentore’, non ancora la piena consapevolezza, che ‘socialismo’ – in accezioni tanto diverse quante sono le teste, da quelle e da queste parti – è l’unica possibilità di uscire dalla corsa verso il baratro”

Poi, certo, servirà qualcosa di molto più radicale. Ma la talpa sta ora scavando con molto impegno...

Note: tutte le foto inserite nel testo testimoniano alcuni dei tanti “villaggi di tende” di Seattle.

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12/06/2020

USA - A Seattle manifestanti armati dichiarano “zona liberata”. Assaltata stazione polizia in California


C’è un salto di qualità nelle manifestazioni contro la polizia e contro l’amministrazione presidenziale Usa, a seguito dell’uccisione dell’afroamericano George Floyd.

A Seattle i manifestanti hanno barricato gli ingressi a Capitol Hill, il distretto commerciale di Seattle, occupato la stazione di polizia locale e proclamato una “zona autonoma” ed ora la presidiano in armi.

La Zona autonoma di Capitol Hill” (“Chaz”), è stata proclamata dopo il ritiro delle forze di polizia locali su ordine del sindaco di Seattle, Jenny Durkan dei democrats.

La zona autonoma è stata proclamata dai manifestanti “uno spazio di proprietà dei cittadini di Seattle”, e una “comune libera dalla polizia”. La polizia di Seattle ha abbandonato il Distretto orientale lunedì notte, dopo giorni di proteste.

I media statunitensi danno versioni contrastanti su quanto accade nella zona autonoma di Seattle. Per alcuni si stanno verificando atti di coercizione verso i commercianti. Altri media, come la “Cnn” e “New York Times”, descrivono invece un’atmosfera “di protesta pacifica, parte di comune, con comizio, distribuzioni gratuite di cibo, musica dal vivo, orti comunitari e proiezioni notturne di film”, in una atmosfera da “festa di quartiere”. La polizia di Seattle, che ha assecondato l’ordine del sindaco abbandonando il quartiere, ha avvertito che nella zona i tempi di risposta alle chiamate di emergenza sono triplicati. Nelle scorse ore alcuni agenti sono entrati a “Chaz” per rivolgere un appello pacifico ai manifestanti: il loro ingresso ha innescato tensioni tra gli occupanti: alcuni hanno chiesto di consentire l’accesso agli agenti, altri si sono mobilitati per impedirlo.

Il presidente Usa, Donald Trump, ha commentato la situazione su Twitter, chiedendo al sindaco di Seattle di ristabilire l’ordine e la sicurezza “subito”, prima che sia lo Stato federale a dover intervenire. Per tutta risposta, il sindaco Durkan ha replicato, sempre su Twitter, “invitando” Trump a “garantire la sicurezza di tutti tornando nel suo bunker”.

Sulla stessa costa ma molto più a sud, si registra un assalto “solitario” alla stazione di polizia di Paso Robles, che secondo le autorità è stata una vera e propria “imboscata”.

Diversi agenti di Polizia sono rimasti feriti nella giornata di ieri nel corso di diversi scontri a fuoco con l’uomo sospettato dell’imboscata alla stazione di polizia di Paso Robles, nella contea di San Luis Obispo, in California, durante la quale un agente era rimasto gravemente ferito alla testa.

Il sospettato, identificato come Mason James Lira, di 26 anni, è stato braccato dalle forze dell’ordine, dopo l’attacco alla caserma. Un primo agente di polizia coinvolto nella ricerca del sospettato è stato ferito in uno scontro a fuoco. Più tardi Lira è stato nuovamente individuato dalla polizia, che ha ingaggiato un secondo conflitto a fuoco, culminato nel ferimento di diversi agenti e nell’uccisione dell’uomo armato.

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22/03/2017

Spin Doctors - Pocket Full of Kryptonite

Come partire da un album e finire a scrivere confusamente di tutt'altro...

Anzi nemmeno da un album, ma da un singolo, perché se esiste un gruppo cui è rimasta appiccicata una sola immagine, questi sono proprio gli Spin Doctors e l'immagine in questione è quella di Two princes, pezzo così espressivo da imporsi come istantanea fondante ed esemplificativa di quel che avrebbero voluto rappresentare ed essere gli anni '90.

Per chi scrive il maggior interesse che il disco riscuote è esattamente su questo versante.

Trovo, infatti, che sia limitato discutere della qualità musicale degli Spin Doctors, perché è sufficiente un orecchio minimamente avvezzo all'ascolto per assumere che il quartetto di New York ci sapeva fare coi propri strumenti, compresa l'ugola particolarmente "agile" di Chris Barron.

In più, la formazione vantava un gusto genuinamente pop che gli consentiva di unire con semplicità riff classic rock alla CCR, soli ruvidi che pescano dal grunge – ai tempi una genialata visto che il Seattle sound sfondava proprio nel 1991 –, ritmiche di basso sciolte come nel miglior funky, e schemi di batteria che conducono l'ascoltatore a tenere il tempo dei brani senza nemmeno rendersene conto.

Insomma tanta roba, soprattutto in un panorama musicale che nel decennio precedente s'era appiattito su schitarrate al fulmicotóne e tappeti di doppia cassa sempre più sterili.

La sostanza dunque c'era, e per i canoni preconfezionati della musica odierna "fa strano" verificare che i quattro non balzarono direttamente in vetta alle classifiche, ma spinsero i propri pezzi alla vecchia maniera, battendo con assiduità locali newyorchesi e non, fino a sbancare platealmente solo nel 1993 con la pubblicazione del singolo citato in apertura.

Gli Spin Doctors alla fine piazzarono ben 5 milioni di copie nel solo mercato USA, ma non riusciranno più a bissare un successo simile, scivolando lentamente in un dimenticatoio artistico da cui non mi pare li abbia risollevati nemmeno il recente ritorno titolato If the River Was Whiskey.

Archiviata la descrizione sonora è il momento di spendere due parole su quello che in precedenza ho definito come il versante di maggior interesse dell'album: l'aspetto iconografico a livello socio-culturale.

A mia memoria gli anni '90, quelli degli USA che si consacrano impero imponendo in ogni angolo del globo il modo di produzione capitalista, sono identificabili con una manciata di pezzi e tra questi, quello che meglio incarna la cosiddetta "fine della storia" è proprio Two Princes perché sintesi della cultura statunitense declinata in chiave "gioia infinita" – non a caso ai tempi qualcuno definì la musica del gruppo come happy rock –.

Per dirla col politico, insomma, troviamo la messa in musica di quella cultura liberal - liberista che scandì il decennio dei Clinton, impritando l'ultimo quarto di secolo occidentale non solo a livello di narrazione delle élite dominanti, ma anche per quel che riguarda l'universo antagonista.

Non è infatti difficile riscontrare nell'estetica e attitudine degli Spin Doctors una sorta di prototipazione di quello che un decennio dopo verrà chiamato movimento no-global, derivazione ripulita dalle istanze e pratiche più radicali che erano appartenute al suo immediato predecessore nato a Seattle.

A sostegno della mia personale lettura d'interdipendenza tra musica e società i riscontri temporali e geografici sono d'aiuto.

Se infatti non è peregrino il collegamento Spin Doctors - narrazione liberal - Grande Mela, non è da meno quello tra l'altra faccia del decennio statunitense ovvero Grunge - movimento di contestazione - Seattle su cui varrebbe la pena intavolare digressioni a se stanti che non troverebbero adeguato spazio in questo testo, anche perché alla fine, a parlarci della propria natura sono proprio gli stessi Spin Doctors a partire dalla definizione del nome che portano.

02/12/2014

1 dicembre 1999: rivolta a Seattle

Tra la fine di Novembre e l'inizio di Dicembre del 1999 si doveva svolgere a Seattle il WTO Millennium Summit, farsa autocelebrativa del neoliberismo più becero; da subito raggiunsero la città decine di migliaia di persone con il dichiarato obbiettivo di non far svolgere il vertice.

L'apparato repressivo messo in piedi per l'occasione era impressionante, migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa supportati dai mezzi blindati della guardia nazionale; inoltre era stata imposto il divieto assoluto di entrare nella zona dove si sarebbe svolto il summit ed era stata vietata la vendita in tutto lo stato di Washington di maschere antigas.

La mattina del 30 novembre i manifestanti, partiti con due cortei contemporaneamente da nord e da sud della zona rossa, riuscirono a circondarla impedendo ai delegati di raggiungere la zona del summit. Così facendo, riuscirono a tagliare in due lo schieramento della polizia che in parte era schierata all'interno della zona rossa tagliandoli fuori dalla linea dei rifornimenti.

Durante i cortei partirono diverse azioni volte a sanzionare i simboli del capitalismo: furono distrutte banche, sedi di multinazionali, negozi di lusso.

La polizia, per cercare di rompere i blocchi, attaccò i manifestanti con cariche, gas lacrimogeno e spray urticante in diversi punti della città non riuscendo comunque, se non in parte, a disperdere l'accerchiamento della zona rossa.

L'episodio più grave si svolse la sera del 30 Novembre nel quartiere di Capitol Hill, dove la polizia caricò con proiettili di gomma e granate stordenti scatenando poi la caccia all'uomo.

Gli scontri durarono anche il giorno succesivo fino a quando la polizia riuscì a rompere il blocco dei manifestanti da sud permettendo ai delegati di arrivare al centro conferenze dove si doveva svolgere il summit.

Il bilancio degli scontri fu di oltre 600 arresti e centinaia di feriti tra i manifestanti.

Le giornate di Seattle vengono generalmente riconosciute come quelle che diedero il via al ciclo di mobilitazioni contro i vertici internazionali.

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