La terza “storia per non dormire” che intendiamo raccontare è quella della Olivetti, l’azienda che per alcuni decenni consentì all’Italia di avere una presenza importante nell’industria informatica.
Negli anni Cinquanta Adriano Olivetti pose in essere un’iniziativa imprenditoriale lungimirante, inserendosi nel settore dei calcolatori elettronici quando questo genere di attività era appena sorto. L’investimento, tuttavia, si rivelò troppo oneroso per un’impresa a controllo familiare quale era la Olivetti, per di più impegnata anche in una costosa politica di espansione oltreoceano (nel 1959 rilevò l’americana Underwood). Da tale iniziativa, oltretutto, essa non fu in grado di ricavare da subito dei profitti apprezzabili, giacché gli sbocchi commerciali immediatamente reperibili per i calcolatori erano limitati dal disinteresse del governo italiano verso l’informatizzazione della pubblica amministrazione e dal ridotto numero di grandi imprese nazionali (la propensione di un’azienda a dotarsi di calcolatori dipendeva infatti dalle sue dimensioni, in ragione dell’elevato costo dei medesimi e del fatto che la loro utilità risultava tanto maggiore quanto più complessi erano i processi produttivi e amministrativi da essa gestiti).
Quando nel 1960 Adriano morì, la Olivetti versava pertanto in cattive condizioni. Questa situazione di crisi si protrasse per quattro anni, venendo poi risolta dall’intervento di una cordata che annoverava alcuni dei nomi di maggiore spicco dell’industria e della finanza nazionali (FIAT, Pirelli, la società finanziaria Centrale della famiglia Orlando, Mediobanca, IMI). La ritrovata stabilità finanziaria, tuttavia, non venne sfruttata per dare seguito alle iniziative intraprese dal defunto proprietario, in quanto il neocostituito gruppo di controllo preferì disfarsi della divisione elettronica piuttosto che immettervi ulteriori risorse. A sostenere con forza la necessità di uscire dal settore informatico fu il presidente della FIAT Vittorio Valletta, per il quale nessuna azienda italiana poteva affrontare gli investimenti necessari per operare in esso; il suo punto di vista, che pure non era supportato da alcuno studio sull’argomento, fu accettato senza obiezioni dagli altri esponenti della cordata, inclusi i rappresentanti dei due istituti finanziari pubblici (Mediobanca e IMI), i quali pertanto non apportarono alcun contributo positivo sul fronte gestionale.
(E qui mi tocca di nuovo rammentare quanto rivendicato da John Elkann in Parlamento: “Se non ci fosse Stellantis non ci sarebbe l'auto italiana, come l'informatica italiana è scomparsa dopo l'Olivetti o la chimica con la Montedison”. Chissà se qualcuno gliel'ha poi spiegato, il ruolo della sua famiglia nella scomparsa dell'informatica italiana...).
L’abbandono delle attività informatiche avvenne gradualmente, ma comunque in tempi brevi. Nel 1964 la Olivetti Divisione Elettronica venne ceduta alla General Electric. L’anno successivo, tuttavia, la casa madre presentò un innovativo calcolatore da tavolo, sviluppato dai tecnici rimasti al suo interno (anche sulla base del lavoro compiuto dalla divisione elettronica prima della sua alienazione). Esso riscosse in principio un notevole successo, ma nel volgere di pochi anni l’affermazione delle calcolatrici giapponesi, che offrivano prestazioni simili a prezzi assai inferiori, ne decretò l’uscita dal mercato. Dacché la proprietà dell’azienda non aveva nel frattempo promosso la creazione di un nuovo prodotto, avente caratteristiche superiori, il fallimento di questa nuova esperienza segnò sostanzialmente la cessazione dell’impegno della Olivetti nella progettazione di calcolatori. Parallelamente, la sua scorporata divisione elettronica andò incontro a un rapido declino, non soltanto perché era divenuta un ramo periferico di una grande azienda straniera, ma anche perché quest’ultima si rivelò incapace di gestirla proficuamente; l’intera esperienza italiana in quell’ambito subì pertanto un arresto definitivo.
La vicenda della Olivetti sino al passaggio proprietario del 1964, a ben guardare, costituisce un caso analogo a quello della Montecatini: come quest’ultima, l’azienda di Ivrea era una società dotata di grandi capacità di ricerca e innovazione, non sorrette però da un’adeguata dotazione di risorse finanziarie. La carenza di capitali, tuttavia, non può essere fatta valere per spiegare, oltre alla crisi da cui fu investita sotto la gestione della famiglia fondatrice, anche le decisioni della successiva cordata proprietaria. Ci esprimiamo in tal senso non tanto in ragione del fatto che tale cordata assommava tre nomi di primo piano dell’imprenditoria nazionale (considerazione cui si potrebbe obiettare che gli Agnelli, i Pirelli e gli Orlando dovevano comunque immettere risorse anche nelle altre società di cui erano a capo, oltre che nella neoacquisita Olivetti), quanto piuttosto perché la sua capacità d’intervento era accresciuta dalla possibilità di mobilitare cospicue risorse pubbliche (quelle detenute dalle due banche controllate dallo stato che pure erano presenti al suo interno e quelle elargite dal governo alla Centrale in forma di indennizzi per le sue attività elettriche, nazionalizzate alla fine del 1962). La cessione della divisione elettronica e la successiva mancata valorizzazione delle competenze ancora presenti in azienda stanno quindi a testimoniare, più che l’impossibilità della grande impresa privata di operare nel settore, il suo disinteresse a farlo, riconducibile a una ristrettezza di vedute che la rendeva incapace di valutare le potenzialità di crescita dell’informatica (e quindi di comprendere i ritorni economici che a lungo termine avrebbero garantito gli impieghi di danaro in tale ambito) e che più in generale la induceva a prediligere strategie di sviluppo tese a minimizzare i rischi (e quindi a contenere gli investimenti).
A determinare il cattivo esito della crisi della Olivetti, comunque, fu anche l’inazione dello stato, che non volle intervenire da protagonista nel salvataggio dell’azienda e neppure cercò di orientare le decisioni del gruppo di controllo attraverso i soggetti pubblici in esso presenti. L’indifferenza degli uomini di governo verso le sorti dell’azienda potrebbe essere spiegata semplicemente attribuendo loro la medesima incomprensione dell’importanza futura dell’informatica imputabile al ceto imprenditore e manageriale; è bene tuttavia non fermarsi alla conclusione più ovvia. Il fatto che lo stato sia intervenuto in soccorso della Olivetti, in concorso però con degli operatori privati e mantenendosi in una posizione ancillare nei riguardi di questi ultimi, contrasta difatti con l’orientamento di cui diede prova in altre occasioni nel corso del decennio, nelle quali non esitò a farsi carico direttamente del salvataggio di imprese in crisi. Appare perciò verosimile che nel frangente in esame l’atteggiamento governativo sia stato dettato non tanto dall’indifferenza verso le attività più innovative dell’azienda, quanto piuttosto dalla volontà di non interferire con il disegno degli investitori privati d’impegnarsi soltanto in quelle più tradizionali e in quel momento più redditizie (la produzione di macchine per ufficio). In breve, come già era avvenuto e continuava ad avvenire in altri comparti (come in quello chimico, da noi già preso in esame), l’iniziativa pubblica in un importante settore industriale fu condizionata e limitata dalla subalternità del potere politico a quello economico.
La trattazione delle vicissitudini della Olivetti, tuttavia, non sarebbe completa se non accennassimo anche alle supposte responsabilità statunitensi. Anni orsono, uno studioso ha interpretato il comportamento dei nuovi proprietari della Olivetti riconducendolo a pressioni che il governo USA avrebbe esercitato su di loro, pressioni che sarebbero state recepite in ragione della riconoscenza nutrita dai maggiori imprenditori italiani nei confronti di quel paese, da cui avevano ricevuto cospicui aiuti economici nella fase postbellica (cfr. Marco Pivato, Il miracolo scippato, Donzelli, 2011). L’idea che degli imprenditori, nel prendere una decisione d’importanza strategica per il futuro di una propria società, si siano fatti condizionare da sentimenti di riconoscenza anziché dai loro interessi ci sembra tuttavia assai meno verosimile della spiegazione da noi concepita, consistente nella preferenza di tali soggetti per una strategia di sviluppo connotata da bassi investimenti. Se davvero la gestione del gruppo di controllo succeduto alla famiglia Olivetti scontò un’ingerenza nordamericana, è più plausibile che questa abbia assunto la forma di una pressione esercitata sull’esecutivo, cui sarebbe stato chiesto di non adoperarsi per rilanciare l’azienda. In merito a una simile ipotesi, però, va rimarcato in primo luogo che non vi sono evidenze che tale pressione vi sia stata, in quanto la passività di Mediobanca e IMI può essere spiegata anche adducendo influenze esercitate sui politici unicamente da forze nazionali (ossia dai soci privati della cordata rilevataria), e in secondo luogo che, se essa vi fu, potrebbe comunque non avere avuto un ruolo determinante nell’orientare gli eventi, in quanto potrebbe avere agito in combinazione con le spinte interne appena menzionate.
Al governo statunitense, in verità, sono state addebitate anche responsabilità più gravi dell’interferenza nelle scelte della nuova proprietà dell’azienda: si è infatti supposto che siano stati dei suoi agenti a provocare l’incidente stradale nel quale perse la vita, poco dopo la scomparsa di Adriano Olivetti, il capo della squadra di progettisti elettronici dell’azienda (cfr. sempre Pivato e anche Meryle Secrest, Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020), e c’è chi si è spinto persino ad avanzare sospetti sulla morte dello stesso Olivetti, all’epoca imputata a una emorragia cerebrale (cfr. Secrest e anche Bruno Amoroso e Nico Perrone, Capitalismo predatore, Castelvecchi, 2014). Neppure tali ipotesi, però, risultano suffragate da elementi di prova o anche soltanto indiziari.
Questa presunta ostilità degli USA nei confronti della Olivetti è stata ricondotta a motivazioni di ordine sia economico che politico. Il governo di Washington, cioè, avrebbe agito per evitare che la Olivetti ascendesse al rango di serio concorrente dell’industria informatica statunitense, intaccandone così la posizione dominante a livello mondiale, oppure (ma si può anche pensare “e anche”) per scongiurare il rischio che tale impresa trasferisse a dei regimi socialisti le tecnologie che stava sviluppando, le quali, accrescendo enormemente la potenza di calcolo a disposizione, risultavano di grande utilità nel campo della ricerca militare. Tale trasferimento sarebbe potuto avvenire tramite la vendita dei propri prodotti oppure tramite attività di collaborazione; e a quest’ultimo riguardo va rilevato che il citato capo dei progettisti elettronici della Olivetti, l’ingegnere Mario Tchou, era italo-cinese, e che secondo un suo collega questi era stato contattato proprio dall’ambasciata cinese, in conseguenza del desiderio di quel paese di avviare propri studi nel settore informatico.
In assenza di elementi di prova, di queste teorie si può dare soltanto un giudizio inerente la loro plausibilità. La nostra opinione è che non si possa liquidarle come inverosimili, ma anche che neppure si possa dare per scontato che le possibilità di affermazione della Olivetti sul mercato internazionale fossero tali da minacciare il primato statunitense nel settore, o che paesi del blocco comunista avrebbero ricavato dall’intessitura di rapporti commerciali e di ricerca con l’azienda e i suoi uomini benefici non ottenibili altrimenti. Le potenzialità di crescita della Olivetti, infatti, a nostro avviso erano limitate all’origine dal fatto che essa non poteva contare su un committente dal peso paragonabile a quello del complesso industriale, amministrativo e militare statunitense. Quanto alla necessità dei paesi comunisti di rivolgersi ad essa per sviluppare un’industria informatica, il fatto che l’Unione Sovietica del 1960 avesse raggiunto importanti traguardi in settori tecnologicamente avanzati, quali l’aerospaziale e il nucleare, induce a ritenere non soltanto che potesse fare altrettanto in ambito informatico, ma anche che l’avesse già fatto, giacché simili realizzazioni presupponevano la disponibilità di un’elevata potenza di calcolo. Inoltre, l’URSS era disposta a condividere i frutti delle proprie ricerche con gli altri paesi comunisti: ad esempio, proprio la Cina poté contare sul supporto sovietico per lo sviluppo della propria tecnologia nucleare.
Qualunque posizione si assuma in merito a queste ipotesi, ci sembra comunque scorretta una visione che riconduca il fallimento dell’avventura informatica della Olivetti alla scomparsa di due sole figure, pur così importanti: abbiamo constatato che il passaggio dell’azienda dalle mani della famiglia al nuovo gruppo di controllo fu un evento in sé positivo, poiché la fece uscire da una situazione di crisi finanziaria, e che il suo gruppo di tecnici, pur gravemente depauperato (non soltanto a causa della morte di Tchou, ma anche in seguito alla cessione della divisione elettronica alla General Electric), riuscì a creare ancora un prodotto all’avanguardia. Tale fallimento, pertanto, scaturì essenzialmente dalla conduzione di politiche non lungimiranti da parte di soggetti nazionali, sia imprenditoriali che governativi; e dal momento che queste politiche sono riconducibili agli interessi di breve periodo dei nostri principali attori economici e alla subalternità a questi ultimi della classe di governo, altrettanto scorretta ci sembra una interpretazione di esso che faccia discendere gli eventi che lo determinarono prioritariamente o addirittura esclusivamente da manovre ordite oltreoceano. Del mancato sviluppo della fragile, ma promettente iniziativa di Adriano Olivetti va considerata perciò responsabile essenzialmente la classe dirigente nazionale.
Abbiamo scritto che il cattivo esito delle vicende narrate pose fine all’esperienza italiana nella progettazione di calcolatori. La Olivetti, tuttavia, fece ancora un tentativo di affermarsi quale costruttrice dei medesimi. Negli anni Ottanta, quando ne era divenuto proprietario Carlo De Benedetti, l’azienda si inserì con successo nel settore dei moderni personal computer. I buoni risultati conseguiti, però, si rivelarono effimeri, in quanto la concorrenza asiatica finì presto per porre fuori mercato i suoi prodotti, potendo contare su costi di produzione più bassi di quelli italiani. A tale concorrenza l’azienda d’Ivrea avrebbe potuto resistere soltanto qualora si fosse differenziata da essa sul piano della qualità dei prodotti e dei servizi ad essi collegati (in particolare, investendo nella realizzazione di programmi informatici e nell’assistenza ai clienti); ma ciò non poteva avvenire, in quanto la Olivetti operava, al pari delle rivali asiatiche, come semplice assemblatrice di componenti ideate e realizzate da altre imprese, essendo ormai venuta meno l’attività di ricerca che in passato le aveva consentito di proporre dei prodotti innovativi. Anche quel tentativo si risolse pertanto in un fallimento; e anche stavolta fu un fallimento figlio più della politica aziendale seguita che di una carenza di capitali, in quanto in quel decennio il gruppo De Benedetti fu in grado di effettuare cospicui investimenti, i quali però presero la forma non di un rafforzamento della Olivetti, bensì di acquisizioni di altre aziende, operanti in settori estranei l’uno all’altro. Evidentemente, De Benedetti preferì puntare a conseguire facili guadagni nell’immediato, sfruttando la capacità di creare ricchezza che le nuove aziende che acquisiva già avevano, piuttosto che impegnarsi nel rafforzamento di quelle di cui era già entrato in possesso. Questo atteggiamento, peraltro, negli anni Ottanta caratterizzò anche altri esponenti della nostra maggiore imprenditoria (a cominciare dagli Agnelli, i quali in quel decennio avviarono un processo di diversificazione che un po’ alla volta li avrebbe portati a disinteressarsi del settore automobilistico), sicché può essere ricondotto a più una generale tendenza del capitalismo privato italiano a rifuggire dalle strategie più impegnative (investimenti in ricerca e sviluppo, elevazione della qualità del prodotto, incremento della produttività degli impianti), benché fossero quelle suscettibili di risultare maggiormente proficue a lungo termine.
I nodi vennero al pettine all’inizio degli anni Novanta: l’Olivetti venne a trovarsi in una situazione di grave crisi finanziaria, che le impose una ristrutturazione delle proprie attività. Per sopravvivere, decise di spostarsi in un settore a bassa concorrenza quale quello della telefonia, nel quale le politiche di privatizzazione e di liberalizzazione stavano facendo sorgere inedite possibilità di azione. A metà del decennio diede vita alla Omnitel, un operatore di telefonia mobile; e nel 1997 acquisì i diritti di utilizzo della rete telefonica e telematica delle Ferrovie dello Stato, intorno alla quale creò un’azienda di telefonia fissa (Infostrada). Nel 1999 le due società furono vendute alla tedesca Mannesmann, mentre Olivetti acquisiva, ricoprendosi di debiti, Telecom Italia (e la sua controllata TIM, attiva nella telefonia mobile). Nel frattempo la proprietà dell’azienda passava da De Benedetti ad altri soggetti, i quali l’avrebbero poi ceduta a Pirelli e Benetton. Nel 2002 la Olivetti incorporò Telecom Italia, assumendo il nome di quest’ultima. Il nome Olivetti sopravvisse in una controllata del gruppo, che proseguiva la tradizionale attività di produzione di macchine per ufficio. L’azienda, comunque, aveva ormai cessato di fondare la propria esistenza sull’innovazione tecnologica: assumendo la comoda posizione di operatore telefonico, era divenuta una società dedita all’estrazione di rendite.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/04/2026
25/05/2025
Il futuro dei computer è fotonico
Per decenni, lo sviluppo delle tecnologie informatiche è stato scandito dalla
legge di Moore, che ha
previsto – e per certi versi guidato – il raddoppio della densità dei transistor
ogni due anni, alimentando la crescita esponenziale della potenza di calcolo e
la diminuzione dei costi di produzione dei chip. Tuttavia, il ritmo di
miniaturizzazione dei componenti elettronici mostra oggi segni di rallentamento,
con i limiti fisici e termici dei semiconduttori in silicio che divengono ogni
anno più stringenti.
Uno dei principali ostacoli è rappresentato dagli effetti quantistici che emergono quando le distanze tra i transistor raggiungono dimensioni di pochi nanometri. A queste scale, gli elettroni possono attraversare barriere isolanti che, secondo la fisica classica, dovrebbero essere invalicabili, causando dispersioni di corrente e malfunzionamenti dei circuiti. Inoltre, il controllo preciso dei singoli elettroni diventa sempre più difficile, compromettendo l’affidabilità dei dispositivi.
È in questo contesto che, negli ultimi anni, ha (ri)preso vita la ricerca nell’ambito della computazione fotonica (o ottica): un paradigma di calcolo alternativo che cerca di ripensare i processi fisici alla base del funzionamento dei computer. Invece di usare elettroni che si muovono all’interno di circuiti di silicio – come avviene nei computer tradizionali – la computazione fotonica utilizza fotoni, ovvero particelle (quanti) di luce.
A differenza degli elettroni, i fotoni non hanno massa, non generano calore quando viaggiano nei circuiti e possono muoversi a velocità vicine a quelle della luce. Questo significa che, in teoria, un computer fotonico potrebbe essere molto più veloce e molto più efficiente, in termini di consumi, di un computer tradizionale. In un mondo che consuma sempre più energia a scopi di calcolo, non si tratta di un dettaglio banale.
Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Per prima cosa bisogna riuscire a progettare e a produrre circuiti che riescano a indirizzare i fotoni in modo preciso, quasi fossero sentieri di luce. Inoltre, bisogna trovare il modo di fare interagire i fotoni tra loro poiché, per loro natura, essi non interagiscono come fanno invece gli elettroni nei transistor. Essendo privi di carica elettrica, i fotoni tendono a passare gli uni accanto agli altri senza “notarsi”. Questo rende molto difficile implementare la logica booleana alla base dell’informatica, la quale si fonda su una forma di controllo o modifica del comportamento di un segnale in base alla presenza di un altro (1 o 0; 0 o 1).
Per tutte queste ragioni, la computazione fotonica è più di una semplice evoluzione tecnica e rappresenta, per il momento, ancora una frontiera. Non è detto che sarà conquistata o che sarà quella definitiva, né che sostituirà in toto i modelli attuali. Ma è una delle vie più promettenti per dare risposta al bisogno – sempre più urgente – di ripensare l’infrastruttura materiale su cui si regge la civiltà digitale.
Frontiera o interregno?
L’idea di utilizzare la luce per elaborare informazioni non è nuova: se ne discute sin dagli anni Settanta. Ma è solo negli ultimi anni, sulla scorta della pressione esercitata dalla crisi della microelettronica tradizionale, che il campo ha cominciato a strutturarsi come un vero e proprio settore tecnologico, attirando finanziamenti e interesse da parte dei grandi operatori del digitale.
Una delle aziende più promettenti è Lightmatter. Fondata nel 2017 da tre studenti dell’MIT, nel 2024 ha raccolto 400 milioni di dollari in un quarto round di finanziamenti, raggiungendo una valutazione di 4,4 miliardi di dollari. I prototipi più recenti di Lightmatter combinano moduli ottici e moduli elettronici, creando sistemi di computazione ibridi in cui le interconnessioni tra i diversi dispositivi hardware sono affidate a fotoni anziché elettroni, risolvendo così alcuni problemi specifici del calcolo parallelo con benefici anche nell’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.
Un’altra startup degna di nota è Ayar Labs, con sede nella Silicon Valley. Nata come spin-off di un progetto congiunto tra il MIT e l’Università di Berkeley, Ayar Labs si è specializzata nell’integrazione di connessioni ottiche direttamente all’interno dei chip, con l’obiettivo di eliminare le limitazioni imposte dai collegamenti elettrici tradizionali.
La loro tecnologia di interconnessione ottica permette una trasmissione dati ultraveloce tra processori, acceleratori e moduli di memoria, riducendo drasticamente la latenza e il consumo energetico delle “very large scale integrations” utilizzate per il calcolo delle AI. Negli ultimi due anni, Ayar Labs ha attirato investimenti e firmato partnership strategiche con alcuni dei nomi più importanti dell’industria dei semiconduttori: da Intel a NVIDIA, da AMD a GlobalFoundries.
Ci sono poi aziende che stanno puntando direttamente al bersaglio più grosso: non una simbiosi tra hardware fotonici ed elettrici, ma veri e propri sistemi di computazione ottica al 100%. Mentre la fotonica del silicio è oggi impiegata principalmente per realizzare interconnessioni ottiche, cioè per trasportare informazioni tra moduli elettronici, il calcolo ottico punta invece a processare direttamente quei dati attraverso la luce.
Per ora, il campo resta limitato a poche operazioni matematiche molto specifiche, le quali però rappresentano oltre il 90% dei compiti di inferenza svolti da una rete neurale. In altre parole: se si riuscisse a sviluppare il calcolo ottico, si otterrebbe una soluzione hardware altamente ottimizzata per i grandi modelli linguistici e generativi, come quelli dietro a ChatGPT.
Un tentativo in questa direzione lo ha compiuto Lightelligence, un’altra startup USA nata da ambienti accademici, che nel 2021 ha presentato PACE (Photonic Arithmetic Computing Engine), un prototipo in grado di fornire – secondo le stime della stessa startup – performance fino a 100 volte superiori a quelle delle GPU più avanzate di allora. Se simili prototipi si tradurranno in realtà resta da vedere. Ma che un numero crescente di aziende e di fondi stia scommettendo sulla luce come nuovo vettore del calcolo è ormai un dato di fatto.
Tuttavia, come spesso accade con le tecnologie emergenti, l’entusiasmo della finanza si scontra con il realismo dell’industria. La sfida, infatti, non è tanto dimostrare che la computazione fotonica possa “funzionare”, quanto renderla scalabile. Integrare su un singolo chip milioni di componenti ottici, garantendo al tempo stesso precisione, compatibilità con i sistemi esistenti e bassi costi di produzione, è un’impresa che richiede una catena di fornitura tecnologica complessa e in gran parte da costruire. Di conseguenza, la computazione fotonica esiste oggi in una sorta di interregno tecnologico: troppo promettente per essere ignorata, troppo immatura per essere adottata, al di là di pochi specifici casi.
Cybersicurezza e geopolitica
Nel campo della microelettronica, decenni di ricerca hanno portato allo sviluppo di protocolli di protezione contro le forme più note di attacco informatico. Con l’avvento della computazione fotonica, questo patrimonio non può essere semplicemente trasferito. I circuiti fotonici aprono quindi scenari e vulnerabilità inedite.
Per esempio, l’interconnessione tra chip di tipo elettrico-ottico – come quella proposta da Lightmatter – moltiplica le occasioni d’attacco potenziali: ogni collegamento ibrido diventa, in teoria, una nuova porta d’accesso per attacchi altrettanto ibridi. Il fatto che i sistemi fotonici possano trasmettere dati a velocità e volumi impensabili pone inoltre ulteriori problemi, rendendo necessario ripensare da zero l’intera architettura della sicurezza informatica, sviluppando protocolli capaci di monitorare, interpretare e, se necessario, bloccare flussi di informazioni che si muovono alla velocità della luce. In questo nuovo contesto, anche i tradizionali strumenti di rilevamento – come i firewall o i sistemi anti-intrusione – rischiano di risultare inadeguati, non solo per limiti di velocità, ma anche per l’assenza di standard consolidati a cui riferirsi.
La stessa complessità dei componenti ottici rischia inoltre di impattare sull’affidabilità dei processi di testing a cui normalmente è sottoposto l’ hardware usato per la computazione. Ciò aumenta il rischio che eventuali anomalie non vengano rilevate, finendo poi per aprire falle e vulnerabilità nei sistemi in cui i componenti ottici vengono integrati.
Per tutte queste ragioni, mentre le giovani aziende del settore proseguono nella ricerca e nell’implementazione di nuovi strumenti di calcolo basati sulla fotonica, mancano ancora le cornici adeguate a inquadrare con precisione i limiti di questa nuova tecnologia. Non è ovviamente un tema da poco, specie se consideriamo che chi riuscirà a influenzare la regolamentazione della computazione fotonica influenzerà anche una porzione significativa del futuro del calcolo. Il che ci porta dritti al cuore delle implicazioni geopolitiche della questione.
Come già è accaduto per l’intelligenza artificiale e i semiconduttori avanzati, la competizione fotonica rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro sistemico tra Cina e Stati Uniti. La computazione fotonica potrebbe infatti offrire alla Cina una via di fuga tecnologica dalle restrizioni recentemente imposte dagli USA per rallentare lo sviluppo tecnologico di Pechino. Per utilizzare una formula in voga nel discorso politico-economico cinese, la fotonica potrebbe consentire di “cambiare corsia ed effettuare il sorpasso”.
Dal punto di vista cinese, due qualità della computazione fotonica appaiono particolarmente interessanti. La prima è che la produzione di hardware ottici non richiede l’utilizzo di macchinari di produzione litografici avanzati, a cui la Cina non ha accesso a causa delle restrizioni USA. La seconda è che, aumentando la velocità e l’efficienza delle interconnessioni, la computazione fotonica potrebbe in teoria permettere di sviluppare integrazioni hardware per AI avanzate senza il bisogno di utilizzare chip di ultima generazione, ugualmente sotto embargo americano.
Del tema si è interessato personalmente lo stesso Xi Jinping che, nel 2023, ha presieduto un incontro del Politburo sul tema. Vi ha partecipato anche il rettore dell’Università di Pechino, Gong Qihuang, un fisico con notevole esperienza nel campo delle applicazioni all’intelligenza artificiale della computazione fotonica (che è stata inoltre menzionata esplicitamente nel 14esimo piano quinquennale per lo sviluppo della Cina, relativo al periodo 2021-2025).
Constatato tutto questo, non sorprende che il governo americano abbia iniziato a trattare la ricerca fotonica non solo come un tema di innovazione, ma come una questione di sicurezza nazionale. Non è un caso che importanti entità della difesa americana, così come l’agenzia DARPA, abbiano intensificato negli ultimi anni gli investimenti in startup e centri di ricerca attivi sul fronte della fotonica.
Il focus non è solo sull’efficienza o sulla scalabilità, ma anche sulla resilienza: costruire sistemi ottici che siano difficili da sabotare, da intercettare, da replicare. La fotonica viene così inscritta nella più ampia strategia di contenimento tecnologico con cui gli Stati Uniti cercano di difendere la propria centralità nell’ordine digitale globale.
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Uno dei principali ostacoli è rappresentato dagli effetti quantistici che emergono quando le distanze tra i transistor raggiungono dimensioni di pochi nanometri. A queste scale, gli elettroni possono attraversare barriere isolanti che, secondo la fisica classica, dovrebbero essere invalicabili, causando dispersioni di corrente e malfunzionamenti dei circuiti. Inoltre, il controllo preciso dei singoli elettroni diventa sempre più difficile, compromettendo l’affidabilità dei dispositivi.
È in questo contesto che, negli ultimi anni, ha (ri)preso vita la ricerca nell’ambito della computazione fotonica (o ottica): un paradigma di calcolo alternativo che cerca di ripensare i processi fisici alla base del funzionamento dei computer. Invece di usare elettroni che si muovono all’interno di circuiti di silicio – come avviene nei computer tradizionali – la computazione fotonica utilizza fotoni, ovvero particelle (quanti) di luce.
A differenza degli elettroni, i fotoni non hanno massa, non generano calore quando viaggiano nei circuiti e possono muoversi a velocità vicine a quelle della luce. Questo significa che, in teoria, un computer fotonico potrebbe essere molto più veloce e molto più efficiente, in termini di consumi, di un computer tradizionale. In un mondo che consuma sempre più energia a scopi di calcolo, non si tratta di un dettaglio banale.
Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Per prima cosa bisogna riuscire a progettare e a produrre circuiti che riescano a indirizzare i fotoni in modo preciso, quasi fossero sentieri di luce. Inoltre, bisogna trovare il modo di fare interagire i fotoni tra loro poiché, per loro natura, essi non interagiscono come fanno invece gli elettroni nei transistor. Essendo privi di carica elettrica, i fotoni tendono a passare gli uni accanto agli altri senza “notarsi”. Questo rende molto difficile implementare la logica booleana alla base dell’informatica, la quale si fonda su una forma di controllo o modifica del comportamento di un segnale in base alla presenza di un altro (1 o 0; 0 o 1).
Per tutte queste ragioni, la computazione fotonica è più di una semplice evoluzione tecnica e rappresenta, per il momento, ancora una frontiera. Non è detto che sarà conquistata o che sarà quella definitiva, né che sostituirà in toto i modelli attuali. Ma è una delle vie più promettenti per dare risposta al bisogno – sempre più urgente – di ripensare l’infrastruttura materiale su cui si regge la civiltà digitale.
Frontiera o interregno?
L’idea di utilizzare la luce per elaborare informazioni non è nuova: se ne discute sin dagli anni Settanta. Ma è solo negli ultimi anni, sulla scorta della pressione esercitata dalla crisi della microelettronica tradizionale, che il campo ha cominciato a strutturarsi come un vero e proprio settore tecnologico, attirando finanziamenti e interesse da parte dei grandi operatori del digitale.
Una delle aziende più promettenti è Lightmatter. Fondata nel 2017 da tre studenti dell’MIT, nel 2024 ha raccolto 400 milioni di dollari in un quarto round di finanziamenti, raggiungendo una valutazione di 4,4 miliardi di dollari. I prototipi più recenti di Lightmatter combinano moduli ottici e moduli elettronici, creando sistemi di computazione ibridi in cui le interconnessioni tra i diversi dispositivi hardware sono affidate a fotoni anziché elettroni, risolvendo così alcuni problemi specifici del calcolo parallelo con benefici anche nell’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.
Un’altra startup degna di nota è Ayar Labs, con sede nella Silicon Valley. Nata come spin-off di un progetto congiunto tra il MIT e l’Università di Berkeley, Ayar Labs si è specializzata nell’integrazione di connessioni ottiche direttamente all’interno dei chip, con l’obiettivo di eliminare le limitazioni imposte dai collegamenti elettrici tradizionali.
La loro tecnologia di interconnessione ottica permette una trasmissione dati ultraveloce tra processori, acceleratori e moduli di memoria, riducendo drasticamente la latenza e il consumo energetico delle “very large scale integrations” utilizzate per il calcolo delle AI. Negli ultimi due anni, Ayar Labs ha attirato investimenti e firmato partnership strategiche con alcuni dei nomi più importanti dell’industria dei semiconduttori: da Intel a NVIDIA, da AMD a GlobalFoundries.
Ci sono poi aziende che stanno puntando direttamente al bersaglio più grosso: non una simbiosi tra hardware fotonici ed elettrici, ma veri e propri sistemi di computazione ottica al 100%. Mentre la fotonica del silicio è oggi impiegata principalmente per realizzare interconnessioni ottiche, cioè per trasportare informazioni tra moduli elettronici, il calcolo ottico punta invece a processare direttamente quei dati attraverso la luce.
Per ora, il campo resta limitato a poche operazioni matematiche molto specifiche, le quali però rappresentano oltre il 90% dei compiti di inferenza svolti da una rete neurale. In altre parole: se si riuscisse a sviluppare il calcolo ottico, si otterrebbe una soluzione hardware altamente ottimizzata per i grandi modelli linguistici e generativi, come quelli dietro a ChatGPT.
Un tentativo in questa direzione lo ha compiuto Lightelligence, un’altra startup USA nata da ambienti accademici, che nel 2021 ha presentato PACE (Photonic Arithmetic Computing Engine), un prototipo in grado di fornire – secondo le stime della stessa startup – performance fino a 100 volte superiori a quelle delle GPU più avanzate di allora. Se simili prototipi si tradurranno in realtà resta da vedere. Ma che un numero crescente di aziende e di fondi stia scommettendo sulla luce come nuovo vettore del calcolo è ormai un dato di fatto.
Tuttavia, come spesso accade con le tecnologie emergenti, l’entusiasmo della finanza si scontra con il realismo dell’industria. La sfida, infatti, non è tanto dimostrare che la computazione fotonica possa “funzionare”, quanto renderla scalabile. Integrare su un singolo chip milioni di componenti ottici, garantendo al tempo stesso precisione, compatibilità con i sistemi esistenti e bassi costi di produzione, è un’impresa che richiede una catena di fornitura tecnologica complessa e in gran parte da costruire. Di conseguenza, la computazione fotonica esiste oggi in una sorta di interregno tecnologico: troppo promettente per essere ignorata, troppo immatura per essere adottata, al di là di pochi specifici casi.
Cybersicurezza e geopolitica
Nel campo della microelettronica, decenni di ricerca hanno portato allo sviluppo di protocolli di protezione contro le forme più note di attacco informatico. Con l’avvento della computazione fotonica, questo patrimonio non può essere semplicemente trasferito. I circuiti fotonici aprono quindi scenari e vulnerabilità inedite.
Per esempio, l’interconnessione tra chip di tipo elettrico-ottico – come quella proposta da Lightmatter – moltiplica le occasioni d’attacco potenziali: ogni collegamento ibrido diventa, in teoria, una nuova porta d’accesso per attacchi altrettanto ibridi. Il fatto che i sistemi fotonici possano trasmettere dati a velocità e volumi impensabili pone inoltre ulteriori problemi, rendendo necessario ripensare da zero l’intera architettura della sicurezza informatica, sviluppando protocolli capaci di monitorare, interpretare e, se necessario, bloccare flussi di informazioni che si muovono alla velocità della luce. In questo nuovo contesto, anche i tradizionali strumenti di rilevamento – come i firewall o i sistemi anti-intrusione – rischiano di risultare inadeguati, non solo per limiti di velocità, ma anche per l’assenza di standard consolidati a cui riferirsi.
La stessa complessità dei componenti ottici rischia inoltre di impattare sull’affidabilità dei processi di testing a cui normalmente è sottoposto l’ hardware usato per la computazione. Ciò aumenta il rischio che eventuali anomalie non vengano rilevate, finendo poi per aprire falle e vulnerabilità nei sistemi in cui i componenti ottici vengono integrati.
Per tutte queste ragioni, mentre le giovani aziende del settore proseguono nella ricerca e nell’implementazione di nuovi strumenti di calcolo basati sulla fotonica, mancano ancora le cornici adeguate a inquadrare con precisione i limiti di questa nuova tecnologia. Non è ovviamente un tema da poco, specie se consideriamo che chi riuscirà a influenzare la regolamentazione della computazione fotonica influenzerà anche una porzione significativa del futuro del calcolo. Il che ci porta dritti al cuore delle implicazioni geopolitiche della questione.
Come già è accaduto per l’intelligenza artificiale e i semiconduttori avanzati, la competizione fotonica rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro sistemico tra Cina e Stati Uniti. La computazione fotonica potrebbe infatti offrire alla Cina una via di fuga tecnologica dalle restrizioni recentemente imposte dagli USA per rallentare lo sviluppo tecnologico di Pechino. Per utilizzare una formula in voga nel discorso politico-economico cinese, la fotonica potrebbe consentire di “cambiare corsia ed effettuare il sorpasso”.
Dal punto di vista cinese, due qualità della computazione fotonica appaiono particolarmente interessanti. La prima è che la produzione di hardware ottici non richiede l’utilizzo di macchinari di produzione litografici avanzati, a cui la Cina non ha accesso a causa delle restrizioni USA. La seconda è che, aumentando la velocità e l’efficienza delle interconnessioni, la computazione fotonica potrebbe in teoria permettere di sviluppare integrazioni hardware per AI avanzate senza il bisogno di utilizzare chip di ultima generazione, ugualmente sotto embargo americano.
Del tema si è interessato personalmente lo stesso Xi Jinping che, nel 2023, ha presieduto un incontro del Politburo sul tema. Vi ha partecipato anche il rettore dell’Università di Pechino, Gong Qihuang, un fisico con notevole esperienza nel campo delle applicazioni all’intelligenza artificiale della computazione fotonica (che è stata inoltre menzionata esplicitamente nel 14esimo piano quinquennale per lo sviluppo della Cina, relativo al periodo 2021-2025).
Constatato tutto questo, non sorprende che il governo americano abbia iniziato a trattare la ricerca fotonica non solo come un tema di innovazione, ma come una questione di sicurezza nazionale. Non è un caso che importanti entità della difesa americana, così come l’agenzia DARPA, abbiano intensificato negli ultimi anni gli investimenti in startup e centri di ricerca attivi sul fronte della fotonica.
Il focus non è solo sull’efficienza o sulla scalabilità, ma anche sulla resilienza: costruire sistemi ottici che siano difficili da sabotare, da intercettare, da replicare. La fotonica viene così inscritta nella più ampia strategia di contenimento tecnologico con cui gli Stati Uniti cercano di difendere la propria centralità nell’ordine digitale globale.
Fonte
10/04/2025
Dai sogni degli hippies all’incubo dei killer robots
“Venite signori della guerra / voi che costruite i cannoni / voi che costruite gli aereoplani di morte / voi che costruite le bombe / voi che vi nascondete dietro muri / voi che vi nascondete dietro scrivanie / voglio solo che sappiate / che posso vedere attraverso le vostre maschere”.
Bob Dylan, “Masters Of War” da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963
Bob Dylan, “Masters Of War” da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963
Qui in Italia non è così noto, ma la controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple.
Il sogno naïf di quella generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di questa utopia nel suo poema del 1967 “All watched over by machines of loving grace” che conobbe per questo una discreta fortuna.
Forse anche per questo motivo alcuni, tra cui Bill Gates, sono rimasti stupiti della recente sterzata all’estrema destra della totalità dei Gafam, ossia Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon e Microsoft.
La “svolta a destra”, però, non ha coinvolto solo la generazione degli ex-hippie. Sembra passato un millennio da quando due giovani universitari di belle speranze, Larry Page e Sergej Brin, fondavano una start-up per gestire il successo del loro algoritmo di ricerca, PageRank, che aveva dato i natali al più fortunato “motore” di ricerca su internet, Google. Allora, era il 1998, il motto scelto per la loro impresa era “Do no evil” ossia “Non fare del male”.
Chissà che cosa penserebbero oggi quegli stessi giovanotti della decisione presa, a gennaio di quest’anno, dalle loro attuali versioni imbolsite e con le borse sotto gli occhi: far cadere la clausola che impegnava l’azienda a non utilizzare i propri studi sull’intelligenza artificiale per scopi militari, aprendo così la porta allo sviluppo di killer robots, in accordo con un piano di implementazione delle armi autonome pubblicato dalla Nato già nel 2023.
Purtroppo questa decisione non fa altro che suggellare un impegno sul campo dell’azienda che va ben oltre la ricerca e sviluppo di sistemi d’arma. L’American friends service commitee (Afsc) – storica organizzazione nonviolenta americana legata ai quaccheri – accusa da tempo Google di avere responsabilità dirette nei crimini di guerra compiuti da Israele in Palestina dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Secondo un’esplosiva inchiesta della rivista israeliana +972 uscita ad agosto del 2024, Google, insieme a Microsoft (Azure) e Amazon (Amazon web services – Aws, il fornitore che vanta i legami più solidi di tutti con governo e militari israeliani), avrebbe fornito servizi cloud classici al Project nimbus, il servizio di raccolta dati del governo, utilizzato successivamente dall’esercito per individuare i bersagli militari.
Contemporaneamente, su un’altra commessa, Microsoft e Google fornivano la tecnologia di “intelligence artificiale” per il riconoscimento facciale, usata per scegliere automaticamente gli obiettivi degli attacchi che hanno causato decine di migliaia di morti civili. Diverse altre inchieste del Washington Post danno riscontro e solidità alle accuse dell’Afsc.
Purtroppo Google non è l’unica impresa del gruppo Gafam a essere impegnata in prima linea nei peggiori conflitti in atto (anche se, per ora, è l’unica ad aver licenziato i suoi dipendenti che protestavano contro queste collaborazioni). La lista è talmente lunga da eccedere lo spazio di questa rubrica: ci dovremo limitare a una attenta selezione, partendo da Meta Platforms Inc. (conglomerato che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e l’ultimo nato Threads).
In questo momento l’ufficio stampa di Meta è impegnato in un titanico sforzo per evitare che le persone leggano “Careless People”, il libro-scandalo della sua ex-dipendente Sarah Wynn-Williams che ne rivela alcuni dei segreti più inconfessabili (legati alle sue responsabilità nel massacro della minoranza Rohingya in Myanmar soprattutto) e, al contempo, per silenziare lo scandalo della cessione illegale dei dati di migliaia di utenti palestinesi della controllata WhatsApp all’Idf (l’esercito israeliano), che li ha inseriti in Lavender, una delle IA utilizzate per scegliere automaticamente chi uccidere.
In questo caso non si è trattato di killer robots, bensì di Laws ossia Lethal authonomous weapons systems, sistemi per uccidere automatizzati: morte somministrata via algoritmo, a seguito dell’utilizzo di una chat. Sappiamo infatti che le reti neurali utilizzate da Lavender hanno margini di errore nella produzione del loro output (le cosiddette “allucinazioni”: ne abbiamo parlato qui) che non scendono mai sotto il 5% e che possono arrivare ad oltre il 20%. Tale margine di errore va poi moltiplicato, giacché le nuove regole d’ingaggio dell’Idf dopo il 7 ottobre prevedono come “accettabile” la morte di venti innocenti per ogni presunto miliziano di Hamas colpito.
Ultimi nella nostra analisi, ma non certo per importanza strategica, vengono gli interessi militari di due imprese che, fino a poco tempo fa, avevano un profilo più “riservato” rispetto ai Gafam: Palantir di Peter Thiel e SpaceX di Elon Musk.
La prima è oggetto di operazioni di disinvestimento pianificato per via del suo coinvolgimento nei crimini di guerra di Israele, ma è frutto di un progetto abominevole fin dal nome: Palantir, nel mondo creato da Tolkien, è il nome delle antiche pietre capaci di mostrare il futuro che portano il saggio Saruman a impazzire e unirsi all’oscuro sire, Sauron. Infatti, l’azienda nasce con l’idea di fornire sistemi di polizia predittiva, una pseudo-scienza il cui fondamento è “solido” quanto le infami teorie del nostro Cesare Lombroso, e i risultati tutt’altro che entusiasmanti (meno dell’1% di efficacia nel caso americano). Nonostante ciò, i suoi servizi sono stati utilizzati dal governo di Israele per incarcerare cittadini palestinesi per il solo fatto di rientrare in un “profilo del terrorista” sviluppato dalla ditta in questione.
La seconda è passata alle cronache di guerra per via del servizio Starlink, una rete di satelliti di comunicazione a bassa quota, che si è rivelata strategicamente vitale in Ucraina. All’indomani dell’invasione russa, Elon Musk è stato acclamato eroe dagli ucraini perché ha fornito “gratuitamente” il servizio a Kiev, salvo poi divenire – il 10 marzo di quest’anno – il peggiore dei loro nemici sostenendo che “senza Starlink sarebbero spacciati”.
D’altronde Musk aveva già mostrato di essere un attore incontrollabile in almeno due occasioni: quando era passato all’incasso con il suo stesso governo (sostenendo di non poter continuare a finanziare l’Ucraina a tempo indeterminato), e quando aveva deciso di bloccare le comunicazioni per impedire un’escalation della guerra che considerava nefasta.
L’orrore della morte via chat si sarebbe potuto evitare. Le avvisaglie di una forte collaborazione tra Meta e l’Idf, infatti, erano nell’aria sino dal 2021, quando Meta bloccò gli account di diversi giornalisti della Striscia di Gaza, per impedirgli di far fluire informazioni verso l’esterno. Purtroppo, la società civile ha introiettato profondamente l’idea che le tecnologie dell’informazione e comunicazione siano semplici merci, strumenti a nostra disposizione. Gli esempi che abbiamo toccato mostrano in maniera lampante il contrario.
Eppure, le alternative esistono: il software libero costituisce un corpus di conoscenze collettive che possono essere utilizzate da qualsiasi gruppo per soddisfare i propri bisogni, dalla formazione (è il caso di alcune scuole del progetto Fuss, che si sono dotate di una infrastruttura per la formazione online), alla comunicazione (è il caso del sindacato Cub-Sur che si è dotato di un’intera piattaforma di comunicazione a distanza), rendendosi indipendenti delle imprese Gafam.
Ma basta allargare lo sguardo per scoprire che, nei dintorni di Barcellona, esiste una “rete internet locale” con la bellezza di cinquemila punti d’accesso su diversi chilometri quadrati di territorio, che continuerebbe a funzionare anche se la connessione verso il mondo esterno fosse tranciata di netto, in maniera simile a progetti presenti anche in Italia.
Insomma, non si tratta di “testimonianze” di singoli, magari un po’ “impallinati” e senza impatto sulla società, ma piuttosto di esempi di come problemi collettivi possano trovare soluzioni collettive.
Il passo da fare, ora, è riconoscere che la dipendenza da queste imprese, mentre queste “riconvertono” il loro business alla guerra, è un serio problema collettivo, che ci riguarda tutte e tutti.
Fonte
05/03/2014
Guerra tra lavoratori nella Silicon Valley
Ricordate i panegirici dei guru della New Economy sulle magnifiche
sorti e progressive della “classe creativa”? Erano gli anni Novanta e la
bolla speculativa dei titoli tecnologici non era ancora scoppiata. La
tesi di fondo era che, così come in passato la proprietà della terra e
il controllo sul capitale avevano consentito a due classi sociali –
latifondisti e capitalisti – di dominare l’economia,
nel futuro immediato sarebbe stato il controllo su conoscenze e
informazioni a regalare il potere a ingegneri informatici, sviluppatori,
web designer, studiosi di marketing online, fondatori di startup, ecc.
vale a dire a tutti coloro che detengono il know how necessario a
navigare nei procellosi mari dell’economia di rete.
Di quei sogni è rimasto pochino: l’economia digitale del duemila è dominata da un pugno di grandi imprese monopolistiche e i “creativi” che avrebbero dovuto soppiantarne il management – i pochi che non sono sprofondati nella disoccupazione, o che non sono costretti a sbarcare il lunario nelle catene di subfornitura delle applicazioni per Facebook, Apple e Google o, peggio, che non sono finiti a lavorare per dieci (o meno) dollari l’ora nel terziario arretrato a fianco dei migranti – non sembrano essersi issati (ad eccezione di pochissimi) ai posti di comando.
Al contrario: gli accordi trasversali fra le grandi imprese negano loro persino la libertà di cambiare posto di lavoro ogniqualvolta si presentino migliori opportunità. Come rivela infatti un articolo del New York Times è in corso una causa intentata da 64.000 programmatori contro Apple, Google e altri, i quali, da almeno cinque anni, avrebbero stretto accordi segreti per non assumere professionisti che abbiano lavorato per imprese concorrenti (così se uno lascia Google non potrà mai sperare di trovare lavoro alla Apple o viceversa) allo scopo di non “rubarsi” reciprocamente segreti. Si tratta di una pratica illegale secondo la legge americana, ma di cui sarà difficile dimostrare l’esistenza e che, anche nel caso le vittime ottenessero risarcimenti, sarà ancora più difficile sradicare.
L’interessante è che, secondo lo stesso articolo, la battaglia legale di ingegneri e programmatori non sta affatto riscuotendo la solidarietà degli altri lavoratori, i quali, al contrario, continuano a considerarli una minoranza che gode di privilegi “pagati” dalla maggioranza degli altri lavoratori. Come spiega, per esempio, un articolo dell’Huffington Post le cifre stratosferiche che finiranno nelle tasche dei 50 dipendenti di WhatsApp, la startup comprata per ben 19 miliardi di dollari da Facebook, vengono viste come uno scandalo dalle decine di migliaia di altri dipendenti di piccole e medie imprese che sbarcano il lunario per stipendi da fame nelle catene di subfornitura: alla ricchezza di pochissimi fanno da contrappunto le condizioni marginali della stragrande maggioranza dei lavoratori del settore.
Alla vecchia favola in base alla quale le diseguaglianze sono compensate dal fatto che la marea, quando sale, sale per tutti premiando le barchette al pari dei transatlantici, dopo sette anni di crisi catastrofica non crede più nessuno. E a salire è piuttosto il risentimento, come dimostrano le manifestazioni dei cittadini di San Francisco e di Seattle i quali, da qualche mese, hanno cominciato a dare l’assalto ai bus dei dipendenti di Google, Facebook e Microsoft contestando il fatto che i fondi pubblici delle loro città vengano usati per finanziare servizi privati – un risentimento alimentato anche dalla spinta inflattiva che la presenza di questi lavoratori “di lusso” provoca sui prezzi degli affitti e sul costo della vita in generale.
Come già avvenuto in passato, insomma, il conflitto di classe non oppone solo capitale e lavoro, ma anche lavoratori di serie A e lavoratori di serie B.
Fonte
Crolla l'ennesima foglia di fico dell'ultimo ventennio. Ormai c'è ben più poco da demolire, sarebbe giusto l'ora di mettersi a ricostruire qualcosa, ma come si sa, sono cazzi!
Di quei sogni è rimasto pochino: l’economia digitale del duemila è dominata da un pugno di grandi imprese monopolistiche e i “creativi” che avrebbero dovuto soppiantarne il management – i pochi che non sono sprofondati nella disoccupazione, o che non sono costretti a sbarcare il lunario nelle catene di subfornitura delle applicazioni per Facebook, Apple e Google o, peggio, che non sono finiti a lavorare per dieci (o meno) dollari l’ora nel terziario arretrato a fianco dei migranti – non sembrano essersi issati (ad eccezione di pochissimi) ai posti di comando.
Al contrario: gli accordi trasversali fra le grandi imprese negano loro persino la libertà di cambiare posto di lavoro ogniqualvolta si presentino migliori opportunità. Come rivela infatti un articolo del New York Times è in corso una causa intentata da 64.000 programmatori contro Apple, Google e altri, i quali, da almeno cinque anni, avrebbero stretto accordi segreti per non assumere professionisti che abbiano lavorato per imprese concorrenti (così se uno lascia Google non potrà mai sperare di trovare lavoro alla Apple o viceversa) allo scopo di non “rubarsi” reciprocamente segreti. Si tratta di una pratica illegale secondo la legge americana, ma di cui sarà difficile dimostrare l’esistenza e che, anche nel caso le vittime ottenessero risarcimenti, sarà ancora più difficile sradicare.
L’interessante è che, secondo lo stesso articolo, la battaglia legale di ingegneri e programmatori non sta affatto riscuotendo la solidarietà degli altri lavoratori, i quali, al contrario, continuano a considerarli una minoranza che gode di privilegi “pagati” dalla maggioranza degli altri lavoratori. Come spiega, per esempio, un articolo dell’Huffington Post le cifre stratosferiche che finiranno nelle tasche dei 50 dipendenti di WhatsApp, la startup comprata per ben 19 miliardi di dollari da Facebook, vengono viste come uno scandalo dalle decine di migliaia di altri dipendenti di piccole e medie imprese che sbarcano il lunario per stipendi da fame nelle catene di subfornitura: alla ricchezza di pochissimi fanno da contrappunto le condizioni marginali della stragrande maggioranza dei lavoratori del settore.
Alla vecchia favola in base alla quale le diseguaglianze sono compensate dal fatto che la marea, quando sale, sale per tutti premiando le barchette al pari dei transatlantici, dopo sette anni di crisi catastrofica non crede più nessuno. E a salire è piuttosto il risentimento, come dimostrano le manifestazioni dei cittadini di San Francisco e di Seattle i quali, da qualche mese, hanno cominciato a dare l’assalto ai bus dei dipendenti di Google, Facebook e Microsoft contestando il fatto che i fondi pubblici delle loro città vengano usati per finanziare servizi privati – un risentimento alimentato anche dalla spinta inflattiva che la presenza di questi lavoratori “di lusso” provoca sui prezzi degli affitti e sul costo della vita in generale.
Come già avvenuto in passato, insomma, il conflitto di classe non oppone solo capitale e lavoro, ma anche lavoratori di serie A e lavoratori di serie B.
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Crolla l'ennesima foglia di fico dell'ultimo ventennio. Ormai c'è ben più poco da demolire, sarebbe giusto l'ora di mettersi a ricostruire qualcosa, ma come si sa, sono cazzi!
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