Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2019

Googlers in rivolta, tra delusione e sindacato


Ci sono episodi che, seppur di portata minore, indicano in maniera nitida la crisi di egemonia delle grandi borghesie imperialiste, in particolare quella americana che, sul piano esterno, subisce i colpi derivati dalla fine della globalizzazione e quindi del proprio dominio unipolare; mentre su quello interno essa stessa “divorzia” dal sistema di valori attraverso cui ha costruito l’ideologia (intesa come falsa coscienza) del proprio dominio.

Parliamo della crisi in corso da più di anno fra Google e quella che è l’intellighenzia liberale per eccellenza di tutto il mondo, ovvero i suoi ingegneri nella Silicon Valley.

Nell’ambito dell’ideologia della “fine della storia”, propinataci dai think tank d’oltreoceano dopo la caduta del muro di Berlino, la Silicon Valley è venuta assumendo un ruolo speciale come “fine per eccellenza”, verso cui dovrebbe tendere tutto il mondo.

È lì, infatti, che vigerebbero e sarebbero praticate la democrazia assoluta, la meritocrazia assoluta, l’uguaglianza e orizzontalità assolute fra razze, generi, tendenze sessuali e individuali e, soprattutto, la prosperità economica. Insomma, la summa della capacità del capitalismo di dipingersi come progressivo.

Per inciso, anche alcune frange dei “movimenti” sono state influenzate dall’onda lunga di questa ideologia, soprattutto nella concezione del web come spazio liscio, senza asperità, in cui è possibile praticare la democrazia orizzontale e, più in generale, nella fiducia nel potenziale di per sé emancipatorio delle tecnologie digitali, purché accompagnate da un reddito universale.

Estrema conseguenza di questa ideologia è il dipingere la suddetta “intellighenzia tecnica” come classe rivoluzionaria del futuro (do you remember il “cognitariato”), mentre in realtà si tratta, nella maggioranza dei casi, di imprenditori che “arrotondano” i propri già cospicui stipendi da lavoratori dipendenti con i profitti derivati da partecipazioni azionarie e startup.

Questa “Gerusalemme terrestre” del capitalismo, in cui i lavoratori partecipano ai profitti sarebbe, ovviamente, risultato non della “meritocrazia”, bensì della catena del valore del silicio e dei materiali che andranno a sostituirlo; la quale catena, spesso, semina guerre e povertà in giro per il mondo. Per citare solo l’ultima: è tra le concause del colpo di stato in Bolivia (per il litio e non solo).

Fatte queste dovute premesse, veniamo a Google. Da più di un anno è in corso uno scontro fra la dirigenza del colosso dei servizi su internet e i propri ingegneri. Definito “walkout”, che ha portato a varie manifestazioni di questi ultimi all’esterno delle sedi aziendali nella Baia di San Francisco e ad una raffica di licenziamenti, dimissioni di esponenti anche storici che vi lavoravano da più di 10 anni, quindi durante tutto il periodo del boom dell’azienda.

I motivi del dissenso sono emblematici:
a) l’insabbiamento di alcuni casi interni di violenza sessuale, in cui i colpevoli sono stati sono stati fatti uscire prima della “tempesta mediatica” dietro laute buonuscite;
b) l’intenzione dell’azienda di fornire dei servizi alle agenzie federali addette al controllo del confine col Messico (che dovrebbero servire a bloccare l’immigrazione);
c) l’accettazione delle politiche di funzionamento e ricerca imposte dal Governo Cinese per accedere al mercato della Repubblica Popolare, che vanno a rimpiazzare quelle che gli ingegneri stessi, “democraticamente”, in accordo con i dirigenti, hanno contribuito a formulare, e che restano valide per il resto del mondo (cosa che loro dipingono come “accettazione della censura operata dalla dittatura”).

I primi due, dunque, sono motivi che potremmo definire “di civiltà”, hanno a che fare con il regresso di valori dovuto alla stagnazione secolare in cui siamo immersi. Il terzo è invece inerente all’insofferenza rispetto alla scoperta che il mondo cambia e i “padroni del mondo” non sono più solo gli statunitensi, ma anche altri.

Entrambe le situazioni sono figlie, come detto, della fase discendente dell’imperialismo USA.

In ogni caso, dopo le dimostrazioni all’esterno delle sedi, i padroni di Google, con grande sorpresa dei manifestanti, hanno progressivamente dismesso i panni democratici per dimostrare una mentalità che si avvicina a quella dei padroni delle ferriere dell’Ottocento.

I consueti meeting per decidere democraticamente le politiche aziendali, che i fondatori Larry Page e Sergey Brin tenevano anche personalmente con gli ingegneri, sono stati cancellati. Sono cominciati i demansionamenti, i licenziamenti e tutte le ritorsioni che le aziende utilizzano ordinariamente contro i normali dipendenti “dissidenti”.

Ad esempio, Kathryn Spiers, incaricata di produrre per gli altri dipendenti dei popup testuali sul browser in cui si ricordano le politiche di sicurezza cui attenersi, è stata licenziata in 3 ore perché uno dei messaggi postati era il seguente: “I googlers [i dipendenti di Google] hanno il diritto di partecipare ad attività [sindacali] concertate protette”. La motivazione ufficiale riportata dall’azienda è che la dipendente avrebbe violato i suoi privilegi di accesso ai sistemi aziendali.

La diretta interessata, dal canto suo ha spiegato: ”Ho postato quel messaggio a seguito della notizia dell’ingaggio da parte di Google della società di consulenza anti-sindacale IRI, così come quella del licenziamento di quattro miei colleghi per essersi organizzati. Ho pensato che fosse un buon momento per ricordare ad alcuni dei miei colleghi i loro diritti”.

“La mia attitudine a lottare per ciò che è giusto mi è costata il lavoro dei miei sogni in Google, un posto in cui ho sognato di lavorare da quando ero in prima media. Ma il mio licenziamento non ha solo portato via il mio lavoro: mi ha anche portato l’amara consapevolezza che il dissenso – critiche fondamentali, non solo di tipo superficiale – non è il benvenuto in Google. Google ha affermato a lungo di essere aperta alle critiche, ma in realtà, la società teme di essere chiamata a rendere conto della sicurezza, la protezione e la privacy dei propri utenti e della propria forza lavoro”, ha proseguito.

Le due principali organizzatrici delle manifestazioni, Claire Stapleton e Meredith Witthaker, si sono dimesse volontariamente. La prima ha spiegato le sue ragioni in articolo, significativamente intitolato: “Google mi amava, finché non ho puntato il dito su ciò che faceva schifo”.

“Non ho semplicemente investito nel mito di Google, ho contribuito a scriverlo. Il mio primo lavoro era alle comunicazioni interne, e lì, essendo l’autrice delle mail che esaltavano la cultura e i valori di Google e modificavano il blog delle notizie interne, mi sentivo chiamato ad una funzione più alta: Google pullulava di specialità ed era mio solenne dovere riportare quella particolarità in tutti coloro che erano responsabili di essa – I Googlers”.

Questo è uno dei principali spunti ideologici offerti dalla Claire Stapleton, che spiega anche i motivi di merito delle sue dimissioni. “Il tono della direzione si è raffreddato. Sono state implementate nuove norme che sono state uno schiaffo in faccia alla cultura aperta di Google. Entro pochi mesi dal Walkout, c’erano nuove ‘linee guida della comunità’ intese a limitare le persone che discutevano di politica sui gruppi interni e accedevano a documenti ‘necessari per conoscere’ – come quelli che, nel 2018, hanno rivelato che Google stava facendo un’offerta per un contratto militare e sviluppando un motore di ricerca censurato per la Cina – è stato commesso un reato violento. (Il progetto del motore di ricerca cinese, nome in codice Project Dragonfly, da allora è stato terminato). E stava cominciando a venir fuori che il supporto formale dei dirigenti per il Walkout non fosse poi così genuino: la stampa ha riferito che a novembre, giorni dopo il Walkout, hanno silenziosamente presentato una petizione al National Labor Relations Board per limitare le tutele legali per i lavoratori attivisti”.

Per concludere: gli effetti della competizione globale colpiscono la graniticità degli apparati ideologici della borghesia imperialista ai più alti livelli. In questo caso anche un’intellighenzia tecnica, la quale, nei casi “peggiori” e minoritari è composta da esponenti dell’aristocrazia salariale più elevata al mondo – dal punto di vista economico e per il livello di identificazione nell’”ideologia dell’impresa” – è fatta oggetto di vessazioni degne delle piccole fabbriche di provincia ed è costretta a rispolverare un lessico di tipo sindacale e a far riferimento alla necessità di organizzarsi collettivamente in tal senso.

Questi risvolti e queste contraddizioni di classe nel campo della borghesia devono dar forza alla nostra battaglia affinché segmenti di lavoratori anche istruiti, ma con prospettive non corrispondenti alle loro ambizioni dirigenziali, vengano spogliati dall’ideologia dell’impresa che in maniera totalitaria cerca di informali di sé sin dalle scuole e dalle Università, pur non essendovene quasi più i presupposti materiali.

La via maestra sembra ancora, come sempre, sviluppare la coscienza di classe!

Fonte

Che dire, Clash with reality! 

20/07/2018

La “vecchia talpa” nella Silicon Valley


In questi tempi, dopo oltre venti anni “senza ideologie” – perché ne è rimasta una sola, il pensiero unico liberista – il bisogno di dare un senso alle cose che ci accadono e a quelle che facciamo ogni giorno si presenta prepotente dai luoghi più inaspettati.

Come un fiore nel deserto, basta un angolo d’ombra e una goccia d’acqua trattenuta dalla sabbia, perché sbocci.

Sintomi, certo. Piccoli, indubbiamente. Ma continui, inattesi, illuminanti. Non possiamo vivere nel cono di luce artificiale segnato dal profitto come unico fine e dall’arricchimento come scopo della vita. Anche perché quelli che si arricchiscono sono proporzionalmente sempre meno e “i perdenti” sempre di più. E anche quelli partiti con le migliori intenzioni di “competere duramente” si accorgono – sempre più spesso – di non trovare soddisfazione in questa lotta belluina senza senso.

Il bisogno di una visione, di una lettura organica del mondo (di una weltanschauung, o “concezione del mondo”), emerge con forza là dove si incontrano una massa senza futuro, diritti, reddito dignitoso, e una intellettualità anche solo minimamente critica. Nasce insomma dall’incontro tra chi ha bisogno di cambiare urgentemente la propria esistenza quotidiana, e quindi ha bisogno anche di capire come farlo, e quanti – per motivi professionali, cultura, studi, letture, riflessioni – sono in grado di fornire anche solo brandelli di informazione strutturata che ricostruiscono i legami tra fenomeni apparentemente sconnessi e quindi conferiscono un senso alla realtà, non più vista come singoli frammenti.

Quello che sorprende sempre i micro-intellettuali del potere costituito – gli analisti ed editorialisti dei media mainstream – è che questo incontro ripropone sempre elementi di visione, contenuti politici, forme organizzative, programmi e rivendicazioni tipiche del movimento operaio storico. In termini e forme adeguate ai tempi, naturalmente, ma contenutisticamente identiche. La talpa continua a scavare, insomma, anche quando la “soggettività organizzata” – come negli Stati Uniti – è stata più volte spianata, sconfitta, dissolta in mille rivoli litigiosi e inconcludenti.

Questo articolo di Massimo Gaggi, che vorrebbe essere ironico ma non ci riesce, mostrando al contrario una forte preoccupazione, “si stupisce” per la nascita di organizzazioni sindacali chiaramente di orientamento “socialista” addirittura nel tempio della cosiddetta new economy. La mitica Silicon Valley dei Bill Gates, dei “ragazzi di Cupertino” (Apple), dei fantastici inventori di algoritmi per Google, Facebook, Instagran, Twitter, mostra da qualche tempo un fervore conflittuale certo non stradaiolo, ma acutamente critico.

Il presunto paradosso è che queste “imprese altamente innovative” (ed è vero, se si guarda ai prodotti) sono dirette da manager magari giovanissimi, ma con la mentalità degli antichi padroni delle ferriere. Non è “colpa” loro, è il funzionamento del capitale che li ha fatti così, selezionandoli tra i più vivaci quanto a intelligenza e i più morti quanto a rigore morale, rispetto delle persone, capacità autocritiche. Se uno ha presente la faccia di Zuckerberg durante una delle sue cento audizioni in cui è chiamato a render conto delle infamie commesse dalla sua azienda (per il caso Cambridge Analytica, per esempio) non fa fatica a capire di che stiamo parlando.

Si può anche definire – come fa Gaggi – “scarsa sensibilità sociale dei capi delle imprese di big tech”, ma la sostanza non cambia: la crescita delle disuguaglianze reddituali e sociali innescata da un quarto di secolo di liberismo senza freni, lavoro senza diritti, compressione salariale, sta generando la sua conseguenza logica. Chiamatela come volete – Gaggi si ferma a “polarizzazione politica” – ma sempre di conflitto si tratta.

Per cambiare modello sociale e modo di produzione, non solo i commi di qualche contratto di lavoro.

E’ una buona notizia. Anche per Potere al Popolo, non vi pare?


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Se Marx resuscita nella Silicon Valley

Favorita dalla scarsa sensibilità sociale dei capi delle imprese di big tech, la polarizzazione politica che scuote l’America rischia di raggiungere anche le sue aziende più preziose

di Massimo Gaggi (Corriere della Sera, 19/7/2018)

Sepolto in Europa, Karl Marx resuscita nella Silicon Valley? Ipotesi bizzarra, ma qualche indizio c’è e del resto, in America come in Europa, di cose bizzarre in politica ne stiamo vedendo parecchie, tra colpi di spugna sul concetto di Occidente e il riemergere di movimenti fascisti. Distratti dal ribellismo anti-establishment esploso nella destra americana, abbiamo prestato poca attenzione alle rivolte spuntate lungo la West Coast tra le imprese dell’alta tecnologia. Abbiamo registrato l’incredulità dei dipendenti dopo l’elezione di Trump e il malessere per la scoperta del ruolo involontariamente svolto dai social media. E abbiamo raccontato le tensioni sociali legate alla crescita delle diseguaglianze economiche che hanno scavato fossati profondi a San Francisco e in Silicon Valley tra vincitori e vinti della rivoluzione tecnologica.

Fino a una curiosa rinascita dei sindacati, tornati come organizzatori dei lavoratori più deboli: quelli che si occupano di manutenzione, trasporti, alimentazione e sicurezza del personale delle sedi dei giganti di big tech. Poi sono cominciate le crisi di coscienza e i pentimenti di ingegneri e altri dipendenti di queste imprese che hanno preso a interrogarsi sulle implicazioni etiche di quello che stavano facendo soprattutto riguardo al rispetto della privacy dei cittadini-utenti e le interferenze nei loro meccanismi decisionali. Davanti alla scarsa reattività delle imprese, dipendenti fin lì politicamente non impegnati, sono diventati attivisti pronti ad accusare le loro aziende di maschilismo o di connivenza coi militari e le polizie anti-immigrati ai quali cedono il loro software.

Questi movimenti, che hanno continuato a moltiplicarsi ovunque, da Google ad Amazon (ora le rivolte a Salesforce e a Microsoft contro la cessione di servizi all’Amministrazione delle frontiere e all’Ice, i cacciatori di clandestini), hanno ancora dimensioni limitate, ma si stanno consolidando sotto l’ombrello ideologico di due organizzazioni: la Tech Workers Coalition e la Dsa (Democratic Socialists of America), come racconta anche la rivista Fast Company.

Dentro c’è di tutto, anche la sinistra radicale che vuole eliminare le corporation private sostituendole con società statali o cooperative di dipendenti. Favorita dalla scarsa sensibilità sociale dei capi delle imprese di big tech, la polarizzazione politica che scuote l’America rischia di raggiungere anche le sue aziende più preziose.

Fonte

05/08/2016

Le aziende usano Pokémon Go per catturarci tutti


Dai campi minati in Bosnia alle basi militari dell’Indonesia, dai musei dell’olocausto all’ambasciata dove si è rifugiato Julian Assange, sembra che i Pokémon siano ovunque. Mentre Pokémon Go dilaga in tutto il mondo, le autorità religiose saudite hanno rinnovato la fatwa emessa nel 2001 contro il celebre marchio; il governo giapponese ha diffuso un pacchetto di norme di sicurezza da rispettare in vista del lancio ufficiale del gioco nel paese. La realtà digitale non aveva mai raggiunto un simile grado di integrazione nel mondo reale.

Il gioco è entrato addirittura nella campagna elettorale statunitense: Hillary Clinton ha sostenuto di non sapere “chi ha creato Pokémon Go... Però non sarebbe male convincerli a creare Pokémon Go... a votare!”. In realtà, Hillary Clinton sa benissimo chi ha creato Pokémon Go. Sono stati i suoi amici nella Silicon valley.

Come spiegare il successo di Pokémon Go? Forse basta seguire i soldi. La realtà aumentata non è una novità: le forze armate e i vari sistemi di navigazione se ne servono da anni. A rendere innovativo Pokémon Go è il fatto che, per la prima volta, è diventata una tecnologia di massa. Si tratta di un’autentica svolta, che cambierà profondamente il nostro modo di percepire e sperimentare la realtà. Anzi, che cambierà la realtà stessa.

Il successo della Silicon valley non si deve al talento, ma agli acquisti

La realtà aumentata, in un certo senso, è addirittura più interessante della realtà virtuale, perché non sostituisce un mondo simulato al mondo reale, ma costituisce una sofisticata combinazione di entrambi. La realtà aumentata, infatti, integra tanto il digitale nel reale (utilizzando la fotocamera dei nostri smartphone per trasferire i Pokémon digitali nel mondo fisico) quanto il reale nel digitale (facendo entrare i nostri corpi fisici in una realtà simulata).

Pokémon Go è stato creato da Niantic, il cui amministratore delegato, John Hanke, è tra i fondatori di Keyhole, una pionieristica azienda di sviluppo software specializzata nell’elaborazione grafica di dati geospaziali che ha spianato la strada a Google Maps e Google Earth. Nel 2004, Google ha acquisito sia Keyhole sia Niantic. Senza Google, dunque, Pokémon Go non sarebbe possibile. E anche se è stato oggetto di forti critiche (e provvedimenti legislativi) per ragioni di privacy e sicurezza, è proprio in Google Glass che si può ravvisare il primo successo commerciale dell’azienda ad aver avuto un ruolo nella realizzazione del sogno della realtà aumentata.

Una relazione simbiotica

Ecco perché la finta ingenuità della battuta di Hillary Clinton su Pokémon Go è importante. La candidata democratica alla Casa Bianca non può non sapere che a occuparsi della parte digitale della sua campagna elettorale, tramite una startup che si chiama The Groundwork, è l’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt. Né può ignorare che Schmidt è da poco alla guida del comitato per l’innovazione del Pentagono, o che, tra gennaio 2009 e ottobre 2015, i massimi dirigenti e rappresentanti di Google si sono riuniti alla Casa Bianca ben 427 volte. È chiaro che tra il dipartimento di stato americano e la Silicon valley esiste una relazione simbiotica. Ma perché la cosa ci dovrebbe preoccupare?

Non serve domandarsi quale sia l’ideologia della Silicon valley: basta leggere Zero to one: notes on startups, or how to _b__uild the future_  (Da zero a uno: I segreti delle startup, ovvero come si costruisce il futuro) di Peter Thiel. L’autore, membro della cosiddetta PayPal Mafia e proprietario di Palantir, dice chiaramente che “la concorrenza è un retaggio del passato”, e che il capitalismo monopolistico non costituisce una patologia né un’eccezione, ma è il presupposto di ogni azienda di successo. Google ne incarna uno degli esempi migliori: quasi tutte le sue “innovazioni” (da Google Maps a YouTube) sono frutto di un’acquisizione.

Un altro caso fortunato, citato proprio da Thiel, è quello di Tesla Motors: “La tecnologia di Tesla è così valida che vi fanno affidamento anche altre case automobilistiche: Daimler usa batterie Tesla, Mercedes-Benz una trasmissione Tesla, Toyota un suo motore. General Motors ha perfino creato un’unità operativa per monitorare le prossime mosse di Tesla. Il maggior successo tecnologico di Tesla Motors, tuttavia, non risiede in una componente specifica, ma nella sua capacità di integrare molte componenti diverse in un unico prodotto superiore”.

È la miglior descrizione possibile del capitalismo monopolistico. Il successo della Silicon valley non si deve al talento, ma agli acquisti: se Google, Facebook, Apple o Palantir sono riuscite a creare monopoli tanto potenti e pervasivi, è stato proprio grazie ad acquisizioni del genere.

Fisico, digitale, immortale

Pokémon Go segna un ulteriore progresso in tal senso, perché la penetrazione della Silicon valley negli aspetti più intimi della nostra vita attraverso i social network e le nuove tecnologie ha raggiunto un livello tale da aver integrato la nostra realtà fisica in quella digitale. Non ci vorrà molto prima che fisico e digitale diventino indistinguibili: ecco allora che si sarà realizzata l’idea che stava alla base di Google Glass.

Per comprendere la portata della svolta rappresentata da Pokémon Go, tuttavia, è necessario tener conto del processo di “colonizzazione totale” avviato dalla Silicon valley tramite “l’internet delle cose” (completa integrazione in rete dei mezzi che guidiamo, delle case che abitiamo e degli strumenti che usiamo), le “città intelligenti” (acquisizione, da parte della Silicon valley, delle infrastrutture cittadine), i social network (Facebook, Twitter, Instagram), Google, le innovazioni nei trasporti (i droni, Tesla Motors eccetera), “big data”, la sorveglianza totale, l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e, ultima ma non meno importante, l’immortalità (il sogno della Silicon valley di farci mettere online il cervello e vivere per sempre).

Tutti questi settori attirano grossi investimenti e generano profonde innovazioni, trasformando a tal punto la nostra realtà da integrare presto ogni aspetto della nostra vita in una grande “rete” digitale globale che, per la prima volta nella storia dell’umanità, sta già rendendo possibile la creazione di un “cervello globale” costantemente interconnesso.

Il problema non è la tecnologia né l’innovazione. Il problema è il capitalismo monopolistico: il fatto che tutto questo potere sia concentrato nelle mani di poche aziende della Silicon valley, che non fanno mistero di voler creare “un mondo meraviglioso” in cui la tecnologia sia a esclusivo servizio del profitto. Mentre siamo tutti indaffarati a giocare a Pokémon, le aziende seguono il motto del gioco: “Acchiappateli tutti!”. A cadere in una rete inevitabile di consumismo tecnologico, però, stavolta siamo noi.

Fonte

05/03/2014

Guerra tra lavoratori nella Silicon Valley

Ricordate i panegirici dei guru della New Economy sulle magnifiche sorti e progressive della “classe creativa”? Erano gli anni Novanta e la bolla speculativa dei titoli tecnologici non era ancora scoppiata. La tesi di fondo era che, così come in passato la proprietà della terra e il controllo sul capitale avevano consentito a due classi sociali – latifondisti e capitalisti – di dominare l’economia, nel futuro immediato sarebbe stato il controllo su conoscenze e informazioni a regalare il potere a ingegneri informatici, sviluppatori, web designer, studiosi di marketing online, fondatori di startup, ecc. vale a dire a tutti coloro che detengono il know how necessario a navigare nei procellosi mari dell’economia di rete.

Di quei sogni è rimasto pochino: l’economia digitale del duemila è dominata da un pugno di grandi imprese monopolistiche e i “creativi” che avrebbero dovuto soppiantarne il management – i pochi che non sono sprofondati nella disoccupazione, o che non sono costretti a sbarcare il lunario nelle catene di subfornitura delle applicazioni per Facebook, Apple e Google o, peggio, che non sono finiti a lavorare per dieci (o meno) dollari l’ora nel terziario arretrato a fianco dei migranti – non sembrano essersi issati (ad eccezione di pochissimi) ai posti di comando.

Al contrario: gli accordi trasversali fra le grandi imprese negano loro persino la libertà di cambiare posto di lavoro ogniqualvolta si presentino migliori opportunità. Come rivela infatti un articolo del New York Times è in corso una causa intentata da 64.000 programmatori contro Apple, Google e altri, i quali, da almeno cinque anni, avrebbero stretto accordi segreti per non assumere professionisti che abbiano lavorato per imprese concorrenti (così se uno lascia Google non potrà mai sperare di trovare lavoro alla Apple o viceversa) allo scopo di non “rubarsi” reciprocamente segreti. Si tratta di una pratica illegale secondo la legge americana, ma di cui sarà difficile dimostrare l’esistenza e che, anche nel caso le vittime ottenessero risarcimenti, sarà ancora più difficile sradicare.

L’interessante è che, secondo lo stesso articolo, la battaglia legale di ingegneri e programmatori non sta affatto riscuotendo la solidarietà degli altri lavoratori, i quali, al contrario, continuano a considerarli una minoranza che gode di privilegi “pagati” dalla maggioranza degli altri lavoratori. Come spiega, per esempio, un articolo dell’Huffington Post le cifre stratosferiche che finiranno nelle tasche dei 50 dipendenti di WhatsApp, la startup comprata per ben 19 miliardi di dollari da Facebook, vengono viste come uno scandalo dalle decine di migliaia di altri dipendenti di piccole e medie imprese che sbarcano il lunario per stipendi da fame nelle catene di subfornitura: alla ricchezza di pochissimi fanno da contrappunto le condizioni marginali della stragrande maggioranza dei lavoratori del settore.

Alla vecchia favola in base alla quale le diseguaglianze sono compensate dal fatto che la marea, quando sale, sale per tutti premiando le barchette al pari dei transatlantici, dopo sette anni di crisi catastrofica non crede più nessuno. E a salire è piuttosto il risentimento, come dimostrano le manifestazioni dei cittadini di San Francisco e di Seattle i quali, da qualche mese, hanno cominciato a dare l’assalto ai bus dei dipendenti di Google, Facebook e Microsoft contestando il fatto che i fondi pubblici delle loro città vengano usati per finanziare servizi privati – un risentimento alimentato anche dalla spinta inflattiva che la presenza di questi lavoratori “di lusso”  provoca sui prezzi degli affitti e sul costo della vita in generale.

Come già avvenuto in passato, insomma, il conflitto di classe non oppone solo capitale e lavoro, ma anche lavoratori di serie A e lavoratori di serie B.

Fonte

Crolla l'ennesima foglia di fico dell'ultimo ventennio. Ormai c'è ben più poco da demolire, sarebbe giusto l'ora di mettersi a ricostruire qualcosa, ma come si sa, sono cazzi!