Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2019

Googlers in rivolta, tra delusione e sindacato


Ci sono episodi che, seppur di portata minore, indicano in maniera nitida la crisi di egemonia delle grandi borghesie imperialiste, in particolare quella americana che, sul piano esterno, subisce i colpi derivati dalla fine della globalizzazione e quindi del proprio dominio unipolare; mentre su quello interno essa stessa “divorzia” dal sistema di valori attraverso cui ha costruito l’ideologia (intesa come falsa coscienza) del proprio dominio.

Parliamo della crisi in corso da più di anno fra Google e quella che è l’intellighenzia liberale per eccellenza di tutto il mondo, ovvero i suoi ingegneri nella Silicon Valley.

Nell’ambito dell’ideologia della “fine della storia”, propinataci dai think tank d’oltreoceano dopo la caduta del muro di Berlino, la Silicon Valley è venuta assumendo un ruolo speciale come “fine per eccellenza”, verso cui dovrebbe tendere tutto il mondo.

È lì, infatti, che vigerebbero e sarebbero praticate la democrazia assoluta, la meritocrazia assoluta, l’uguaglianza e orizzontalità assolute fra razze, generi, tendenze sessuali e individuali e, soprattutto, la prosperità economica. Insomma, la summa della capacità del capitalismo di dipingersi come progressivo.

Per inciso, anche alcune frange dei “movimenti” sono state influenzate dall’onda lunga di questa ideologia, soprattutto nella concezione del web come spazio liscio, senza asperità, in cui è possibile praticare la democrazia orizzontale e, più in generale, nella fiducia nel potenziale di per sé emancipatorio delle tecnologie digitali, purché accompagnate da un reddito universale.

Estrema conseguenza di questa ideologia è il dipingere la suddetta “intellighenzia tecnica” come classe rivoluzionaria del futuro (do you remember il “cognitariato”), mentre in realtà si tratta, nella maggioranza dei casi, di imprenditori che “arrotondano” i propri già cospicui stipendi da lavoratori dipendenti con i profitti derivati da partecipazioni azionarie e startup.

Questa “Gerusalemme terrestre” del capitalismo, in cui i lavoratori partecipano ai profitti sarebbe, ovviamente, risultato non della “meritocrazia”, bensì della catena del valore del silicio e dei materiali che andranno a sostituirlo; la quale catena, spesso, semina guerre e povertà in giro per il mondo. Per citare solo l’ultima: è tra le concause del colpo di stato in Bolivia (per il litio e non solo).

Fatte queste dovute premesse, veniamo a Google. Da più di un anno è in corso uno scontro fra la dirigenza del colosso dei servizi su internet e i propri ingegneri. Definito “walkout”, che ha portato a varie manifestazioni di questi ultimi all’esterno delle sedi aziendali nella Baia di San Francisco e ad una raffica di licenziamenti, dimissioni di esponenti anche storici che vi lavoravano da più di 10 anni, quindi durante tutto il periodo del boom dell’azienda.

I motivi del dissenso sono emblematici:
a) l’insabbiamento di alcuni casi interni di violenza sessuale, in cui i colpevoli sono stati sono stati fatti uscire prima della “tempesta mediatica” dietro laute buonuscite;
b) l’intenzione dell’azienda di fornire dei servizi alle agenzie federali addette al controllo del confine col Messico (che dovrebbero servire a bloccare l’immigrazione);
c) l’accettazione delle politiche di funzionamento e ricerca imposte dal Governo Cinese per accedere al mercato della Repubblica Popolare, che vanno a rimpiazzare quelle che gli ingegneri stessi, “democraticamente”, in accordo con i dirigenti, hanno contribuito a formulare, e che restano valide per il resto del mondo (cosa che loro dipingono come “accettazione della censura operata dalla dittatura”).

I primi due, dunque, sono motivi che potremmo definire “di civiltà”, hanno a che fare con il regresso di valori dovuto alla stagnazione secolare in cui siamo immersi. Il terzo è invece inerente all’insofferenza rispetto alla scoperta che il mondo cambia e i “padroni del mondo” non sono più solo gli statunitensi, ma anche altri.

Entrambe le situazioni sono figlie, come detto, della fase discendente dell’imperialismo USA.

In ogni caso, dopo le dimostrazioni all’esterno delle sedi, i padroni di Google, con grande sorpresa dei manifestanti, hanno progressivamente dismesso i panni democratici per dimostrare una mentalità che si avvicina a quella dei padroni delle ferriere dell’Ottocento.

I consueti meeting per decidere democraticamente le politiche aziendali, che i fondatori Larry Page e Sergey Brin tenevano anche personalmente con gli ingegneri, sono stati cancellati. Sono cominciati i demansionamenti, i licenziamenti e tutte le ritorsioni che le aziende utilizzano ordinariamente contro i normali dipendenti “dissidenti”.

Ad esempio, Kathryn Spiers, incaricata di produrre per gli altri dipendenti dei popup testuali sul browser in cui si ricordano le politiche di sicurezza cui attenersi, è stata licenziata in 3 ore perché uno dei messaggi postati era il seguente: “I googlers [i dipendenti di Google] hanno il diritto di partecipare ad attività [sindacali] concertate protette”. La motivazione ufficiale riportata dall’azienda è che la dipendente avrebbe violato i suoi privilegi di accesso ai sistemi aziendali.

La diretta interessata, dal canto suo ha spiegato: ”Ho postato quel messaggio a seguito della notizia dell’ingaggio da parte di Google della società di consulenza anti-sindacale IRI, così come quella del licenziamento di quattro miei colleghi per essersi organizzati. Ho pensato che fosse un buon momento per ricordare ad alcuni dei miei colleghi i loro diritti”.

“La mia attitudine a lottare per ciò che è giusto mi è costata il lavoro dei miei sogni in Google, un posto in cui ho sognato di lavorare da quando ero in prima media. Ma il mio licenziamento non ha solo portato via il mio lavoro: mi ha anche portato l’amara consapevolezza che il dissenso – critiche fondamentali, non solo di tipo superficiale – non è il benvenuto in Google. Google ha affermato a lungo di essere aperta alle critiche, ma in realtà, la società teme di essere chiamata a rendere conto della sicurezza, la protezione e la privacy dei propri utenti e della propria forza lavoro”, ha proseguito.

Le due principali organizzatrici delle manifestazioni, Claire Stapleton e Meredith Witthaker, si sono dimesse volontariamente. La prima ha spiegato le sue ragioni in articolo, significativamente intitolato: “Google mi amava, finché non ho puntato il dito su ciò che faceva schifo”.

“Non ho semplicemente investito nel mito di Google, ho contribuito a scriverlo. Il mio primo lavoro era alle comunicazioni interne, e lì, essendo l’autrice delle mail che esaltavano la cultura e i valori di Google e modificavano il blog delle notizie interne, mi sentivo chiamato ad una funzione più alta: Google pullulava di specialità ed era mio solenne dovere riportare quella particolarità in tutti coloro che erano responsabili di essa – I Googlers”.

Questo è uno dei principali spunti ideologici offerti dalla Claire Stapleton, che spiega anche i motivi di merito delle sue dimissioni. “Il tono della direzione si è raffreddato. Sono state implementate nuove norme che sono state uno schiaffo in faccia alla cultura aperta di Google. Entro pochi mesi dal Walkout, c’erano nuove ‘linee guida della comunità’ intese a limitare le persone che discutevano di politica sui gruppi interni e accedevano a documenti ‘necessari per conoscere’ – come quelli che, nel 2018, hanno rivelato che Google stava facendo un’offerta per un contratto militare e sviluppando un motore di ricerca censurato per la Cina – è stato commesso un reato violento. (Il progetto del motore di ricerca cinese, nome in codice Project Dragonfly, da allora è stato terminato). E stava cominciando a venir fuori che il supporto formale dei dirigenti per il Walkout non fosse poi così genuino: la stampa ha riferito che a novembre, giorni dopo il Walkout, hanno silenziosamente presentato una petizione al National Labor Relations Board per limitare le tutele legali per i lavoratori attivisti”.

Per concludere: gli effetti della competizione globale colpiscono la graniticità degli apparati ideologici della borghesia imperialista ai più alti livelli. In questo caso anche un’intellighenzia tecnica, la quale, nei casi “peggiori” e minoritari è composta da esponenti dell’aristocrazia salariale più elevata al mondo – dal punto di vista economico e per il livello di identificazione nell’”ideologia dell’impresa” – è fatta oggetto di vessazioni degne delle piccole fabbriche di provincia ed è costretta a rispolverare un lessico di tipo sindacale e a far riferimento alla necessità di organizzarsi collettivamente in tal senso.

Questi risvolti e queste contraddizioni di classe nel campo della borghesia devono dar forza alla nostra battaglia affinché segmenti di lavoratori anche istruiti, ma con prospettive non corrispondenti alle loro ambizioni dirigenziali, vengano spogliati dall’ideologia dell’impresa che in maniera totalitaria cerca di informali di sé sin dalle scuole e dalle Università, pur non essendovene quasi più i presupposti materiali.

La via maestra sembra ancora, come sempre, sviluppare la coscienza di classe!

Fonte

Che dire, Clash with reality! 

18/12/2019

Né sardine, né pesci in barile

L’istantanea migliore, a livello di analisi delle “sardine”, l’ha fornita probabilmente “La Stampa”, lo scorso 11 dicembre, vale a dire il giorno dopo la manifestazione di Torino. Il quotidiano padronale, infatti, accomunava la piazza torinese alla contemporanea iniziativa di Milano, in cui seicento sindaci accompagnavano la senatrice a vita Liliana Segre in una passeggiata in Galleria, insieme a migliaia di milanesi, per protestare contro la campagna di offese di cui, incredibilmente, era stata fatta oggetto una sopravvissuta ad Auschwitz. Le due piazze, in effetti, erano assolutamente speculari: promossa dal basso (Torino) e suggerita dall’alto (Milano) si incontravano le due facce dell’Italia “civica e civile”, nella tappa intermedia di un percorso che, nato poco più di un mese fa, avrebbe visto molte città italiane aderire ai flash-mob delle “sardine”.

E la sinistra di classe, e quelli come noi? Infastiditi, inorriditi, incuriositi, indifferenti: abbiamo manifestato, da un mese a questa parte, una gamma di atteggiamenti così vari da confermare l’inossidabile difficoltà a incontrarsi, oggi, nelle idee, prima ancora che nelle lotte e nelle vertenze. Ne deriva che la posizione di chi manifesti una lontananza totale – difficilmente eccepibile, peraltro – dalle sardine finisca quasi per essere giudicata come ‘rozza’, ‘elementare’ e ‘superficiale’, lontana – quel che è peggio – dalla necessaria complessità che caratterizza oggi la politica post-ideologica. Sgomberiamo il campo dagli equivoci: nessuna struttura della sinistra radicale rivendica una piena adesione al neonato movimento, né paiono esserci entusiasti endorsement da parte di intellettuali e testimonial di riferimento, a eccezione del compagno Erri De Luca, che avrà avuto i suoi buoni motivi. Al netto di ciò, non manifestare quantomeno interesse verso le occasionali piazze animate da pesciolini di carta e di cartone era considerato pari a rinunciare a un approccio che mischia Machiavelli e realpolitik e che oltraggia quel tempismo, quella capacità di stare con gli occhi aperti, quella propensione a cogliere l’attimo che dovrebbe caratterizzare ogni militante politico.

Sarà, ma noi vi leggiamo solo il tentativo, quantomeno teorico, di sostituire le nostre attuali difficoltà con la promessa di successi altrui, adottando la tattica del cuculo (entro nel nido e metto le mie uova al posto di quelle di chi il nido lo ha costruito), ma correndo il rischio di svolgere il ruolo dell’ancella. Provocando, peraltro, un duplice imbarazzo: nella padrona di casa (cioè nella piazza) e nell’ancella stessa. Qui non si tratta, giusto per citare un recente documento, di rivendicarsi “un mondo militante più sicuro dei propri valori che della realtà su cui poggia i piedi”, né di indugiare su come farsi notare di più, se arrivare in ritardo alla festa o non arrivare proprio: qui ci limitiamo a segnalare come alla festa non siamo stati invitati e neanche cercheremo di imbucarci. Perché quella festa non ci appartiene, per quanto altri convenuti possano essere nostri potenziali compagni di strada. Rivendichiamo, quindi, il diritto di essere altro rispetto alle sardine, senza per questo considerarle la causa delle nostre sconfitte o delle nostre mancate vittorie. Per una volta, non sono la soluzione, ma neanche parte del problema: rappresentano, invece, l’epifenomeno più attuale di un blocco sociale che è sempre esistito, in questo Paese, per quanto ultimamente a scartamento ridotto.

Stiamo parlando di una borghesia progressista e riflessiva, dotata di un buon capitale, volenterosa e democratica, almeno secondo le linee della democrazia formale. Questo blocco sociale non da oggi ha difficoltà a dialogare con il suo riferimento politico, quel Partito democratico che ha ormai completato la transizione da compagine socialdemocratica a partito liberale, persino con tendenze autoritarie ed egotistiche in alcuni dei suoi esponenti, e continua a mandargli messaggi, nella vana speranza di un suo rinsavimento. I Girotondi, il Popolo viola, singoli iscritti o delegati – protagonisti negli ultimi anni di accorati interventi in assemblee o congressi (e per questo immediatamente celebrati con uno slot su Repubblicapuntoit) – rappresentano l’album di famiglia delle sardine, con un grado di vicinanza o di lontananza dal ceto politico piddino che dipendeva dal contesto e dalla fase storica, ma che non poteva certo configurare come ‘nuovo’ il fenomeno in questione.

Le caratteristiche iniziali delle piazze ittiofile, del resto, non mentivano: ceto medio studentesco e universitario, con buone capacità relazionali, impegnato in lavori cognitivi o prossimo a esserlo (o aspirante a esserlo in futuro), ben educato e multiculturalista, lontano tanto dal becerume fascistoide, quanto dalla materialità delle contraddizioni sociali. La spinta propulsiva, d’altronde, era etica, quasi pre-politica, e l’aggancio con il reale era rappresentato semplicemente dall’emergenzialità elettoralistica (esorcizzare il rischio che Salvini si prendesse anche l’Emilia-Romagna): le nuvole del Paradiso, quindi, e gli Inferi delle urne. Mancava, però, “il livello di mezzo”, vale a dire la terra della dialettica politica. Dato che Santori e gli altri “imprenditori di movimento” non sono, probabilmente, stupidi, le sardine conoscono nel (breve) tempo un’evoluzione e una progressiva raffinazione: il tema dell’inclusione dei migranti, ad esempio, assolve alla duplice funzione di portare un mattoncino construens a quello che fino a poco fa era solo un movimento di critica e di inserirsi con coerenza nello spazio politico che si mira ad occupare (e che è quello più sgombro di offerta, tra l’altro). Il cuore, però, batte altrove, tanto che il sesto dei famosi punti diffusi dopo il 14 dicembre romano rimane un po’ appeso, quasi esogeno rispetto al corpus del documento, che guarda invece alla comunicazione in tutta la sua piena vigenza sovrastrutturale. Un piano ben articolato, valido in entrata e in uscita, tutt’altro che disprezzabile, degno – anzi – di essere studiato e preso ad esempio. Segue, in ordine cronologico e di importanza, l’aspetto “vippaiolo”, rappresentato dalle adesioni e dagli endorsement importanti, che non possono certo essere usati come arma contundente per una critica politica: è responsabilità delle sardine, forse, se Casapound – ormai ossessiva nella sua dimensione del ‘vengo anch’io!?!’ – cerca attenzione come i bambini in crisi di affetto?

È vero, d’altro canto, che le entusiastiche partecipazioni ideali, anche quando non richieste (soprattutto quando non richieste), sono sempre traccia di una compatibilità di fondo. Prendiamo, ad esempio, il caso di Saviano, che non perde neanche questa occasione, dalle colonne di “Robinson la Repubblica”, per spiegare al mondo da che parte deve girare: l’ex ammiratore del Pmli sente l’odore dei riflettori e si precipita in piazza Duomo, esaltando “una piazza senza simboli e senza bandiere, (…) che non appartiene a nessuno, anzi, che appartiene a chi in quel momento c’è”. Da qui il collegamento, del tutto gratuito, tra l’assenza di insegne politiche dentro il flash-mob e l’esistenza di un soggetto politico “che non chiede voti e non promette nulla, ma solo chiami a raccolta perché cambi, prima di tutto, la comunicazione politica”. Agghiacciante, bisogna ammetterlo, soprattutto nell’equazione tra l’anonimato della piazza e il suo impegno “disinteressato”. Per cosa dovrebbe chiamare a raccolta una piazza senza identità? È sufficiente condividere un luogo per poche ore, al fine di avere un sistema di valori condiviso, per quanto declinato in maniera generica ed elementare? Qual è, quindi, la differenza tra il flash-mob sardiniano e il pubblico di un concerto (che pure avrà i suoi punti di riferimento valoriali, corrispondenti a quelli diffusi dal cantante di turno), gli spettatori di una squadra di calcio (che ha una storia, un percorso pregresso, un modo di presentarsi agli avversari) oppure i fedeli presenti all’udienza pubblica del papa, ogni mercoledì? Soprattutto, qual è la differenza tra un gruppo di manifestanti restio a riconoscersi in simboli politici (neanche in quelli più ecumenici e generalisti) e una folla, cioè un non-gruppo destrutturato e pronto a muoversi secondo stimoli imprevedibili ed estemporanei, come il contagio, l’emulazione, il conformismo?

Facile additare i modi di aggregazione salviniani (i proclami “di pancia” e le foto con la Nutella, per la serie ‘un pugno e una carezza’), ma quelli “sardiniani” sono poi così diversi? Certo, i contenuti dei secondi nascono per contrapporsi a quelli dei primi, ma quali sono i confini e quale ne è la profondità? Saviano conclude compiaciuto: “Così accade che scendi in piazza per metterci la faccia, non per nascondere la tua dietro quella di qualcun altro, ma perché il tuo volto, accanto a quello di chi ti è vicino, sia visibile”. Ma se non scendi in piazza dichiarando quale sia la tua appartenenza ideale e la tua identità politica ti limiti a fare una passeggiata stanziale: dato che non tutti hanno la visibilità di Saviano, fare un flash-mob senza insegne vuol dire scegliere un comodo anonimato, che è esattamente l’opposto di “metterci la faccia”. Oppure pensiamo che accostare due facce anonime (due come seimila o ventimila) produca politica di per sé, in una specie di autopoiesi? Qui non si tratta di auspicare una specie di appello scolastico di sigle di partiti e organizzazioni, meglio se comuniste: altre piazze e altre manifestazioni (su Contropiano si ricordava un’altra San Giovanni, esattamente nove anni prima del sabato pomeriggio romano delle sardine) hanno posposto bandiere e striscioni all’immanenza della pratica, ma si trattava di una scelta tattica, coerente con l’opzione della violenza come strumento politico.

Qui, invece, la proibizione di vessilli identitari sottintende come l’Italia “civica e civile” debba essere grigia e muta, magari desiderosa – come da narrazione corrente – di più politica e non di meno politica. Sicuramente intenta, però, a rimestare su quale tipo di politica da esprimere e implementare, con la tentazione dell’ultimo decennio che timidamente comincia ad affacciarsi anche nel banco (di pesci): “immettere nuovi contenuti nella sinistra”. Una frase imparentata con l’altra (“superare la distinzione destra/sinistra”), che puntualmente ha lasciato il paese in mano a Salvini, abile – lui sì – a capire che bisogna focalizzarsi sui contenuti, piuttosto che sugli appellativi. Tanto da aver fatto cose di destra e di estrema destra senza averle chiamate con il loro nome. Poi, però, andiamo a scrutare, tra il lastricato delle piazze delle sardine, e qualche bandiera spicca: è dell’Unione europea ed è ammessa perché non è partitica. “Legittima difesa costituzionale”? “Attivazione politica”? “Esigenza di riscatto”? Sarà, però emerge soprattutto il ruolo di agit-prop (anzi: ‘agit-pop’) mediaticamente spendibile di uno spirito europeista fiaccato dai fatti elettorali e sociali. Solo Saviano fa finta di non capirlo: “Essere un movimento di piazza non offre soluzioni alla diminuzione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, inferiori del 20 per cento rispetto agli impegni che l’Italia ha preso con l’Unione europea”. Quando, però, il suddetto movimento di piazza appoggia la predazione europea, ogni lamentela come quella suesposta diventa un semplice esercizio di stile oppure la conferma di come un certo salvinismo comunicativo (in base al quale ‘dico, mi contraddico, poi ti maledico’) abbia attecchito un po’ dappertutto. Quel che è certo, comunque, è che “la necessità di contendere l’esercizio del conflitto a Salvini” – come suggerito da Infoaut – non vedrà nelle sardine agguerriti concorrenti.

Fonte

27/08/2018

Gorilla ammaestrati nella fabbrica della conoscenza integrata

"In America la razionalizzazione del lavoro e il proibizionismo sono indubbiamente connessi: le inchieste degli industriali sulla vita intima degli operai, i servizi di ispezione creati da alcune aziende per controllare la «moralità» degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro.

Chi irridesse a queste iniziative (anche se andate fallite) e vedesse in esse solo una manifestazione ipocrita di «puritanismo», si negherebbe ogni possibilità di capire l’importanza, il significato e la portata obbiettiva del fenomeno americano, che è anche il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo. La espressione «coscienza del fine» può sembrare per lo meno spiritosa a chi ricorda la frase del Taylor sul «gorilla ammaestrato». Il Taylor infatti esprime con cinismo brutale il fine della società americana: sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione attiva dell’intelligenza, della fantasia, dell’iniziativa del lavoratore e ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico macchinale. Ma in realtà non si tratta di novità originali: si tratta solo della fase più recente di un lungo processo che si è iniziato col nascere dello stesso industrialismo, fase che è solo più intensa delle precedenti e si manifesta in forme più brutali, ma che essa pure verrà superata con la creazione di un nuovo nesso psico-fisico di un tipo differente da quelli precedenti e indubbiamente di un tipo superiore. Avverrà ineluttabilmente una selezione forzata, una parte della vecchia classe lavoratrice verrà spietatamente eliminata dal mondo del lavoro e forse dal mondo tout court"

(A. Gramsci, Quaderni del Carcere,
Q 22,11: Americanismo e fordismo)
Gorilla ammaestrati nella fabbrica della conoscenza integrata, edizioni Efesto

Prologo alla seconda edizione.

Tutto nasce da una riflessione politico-culturale di questi mesi nel collettivo del CESTES (centro studi dell'USB, Unione Sindacale di Base) e in particolare, insieme agli Autori, con Massimo Gabella e Lorenzo Giustolisi che vogliamo sentitamente ringraziare per la vicinanza umana, politica, professionale, per il fondamentale lavoro di ricerca e i preziosi suggerimenti che hanno permesso questa nuova elaborazione del testo.

In questi due decenni, dalla prima edizione, quelle che allora erano in parte tendenze sono diventate realtà conclamate.

Questo Prologo cerca, attraverso un percorso che riprende nostri precedenti studi del CESTES, e di altri studiosi marxisti molto vicini come metodo e impostazione di scuola alle nostre strutture politico-culturali, di mostrare come il “lavoro mentale” sia divenuto nei paesi a capitalismo maturo uno dei terreni, non certo l’unico o necessariamente il principale, di appropriazione di pluslavoro nella dinamica dello sfruttamento capitalista della fabbrica sociale diffusa e totalizzante della nuova catena del valore.

Lo sottolineiamo perché anche al tempo della sua prima pubblicazione, il 2000, il libro ebbe una buona accoglienza, suscitando una discussione che si inseriva all’interno di un dibattito che si stava già allora aprendo con molte ambiguità su nozioni come “capitale umano”, “società della conoscenza”, “capitalismo cognitivo” e sui “lavoratori della conoscenza”. Dibattito orientato prevalentemente su posizioni cosiddette negriane e post-operaiste, o meglio del postoperaismo di moda del dire e non fare, con le quali entravamo in discussione duramente polemica, non essendoci mai appartenute per storia e cultura politica.

Non crediamo si possa offendere o risentire nessuno se rivendichiamo che i fatti ci hanno dato ragione nel tempo: le mode passano ma la scienza resta, e il metodo e modello scientifico marxiano si conferma e consolida con il divenire storico della crisi sistemica capitalista, mentre quel dibattito scontava molti limiti in buona fede ma anche continui tentativi di affossamento del metodo scientifico marxiano – come tutte le mode culturali di un inesistente post-marxismo –. Pur cogliendo con acutezza un elemento di novità assolutamente reale, questo dibattito tendeva ad una acritica esaltazione del nuovo soggetto dello sfruttamento capitalistico, il presunto “cognitariato”, perdendosi totalmente il collegamento con gli altri pezzi della classe ormai spezzettata nella fabbrica sociale generalizzata, diffusa, come cercavamo di spiegare con metodo scientifico e allo stesso tempo divulgativo già in questa pubblicazione di circa venti anni fa e in molte altre precedenti e successive in una battaglia delle idee che spesso si è rivelata appunto fuori moda. Ma il tempo o meglio il divenire dei soggetti di classe nella crisi e le dinamiche del conflitto capitale-lavoro ci hanno dato ragione facendo giustizia del chiacchiericcio profondamente contrario, anzi nemico del materialismo dialettico.

Oggi quel processo di proletarizzazione del lavoro intellettuale si è tutt’altro che arrestato, e costringe a ripensare i luoghi classici dell’elaborazione marxiana, leniniana e gramsciana sul rapporto tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, sulla teoria dell’egemonia e sugli intellettuali.

La citazione scelta per aprire questa nuova edizione e inserita prima di questo Prologo è tratta dai Quaderni gramsciani, in particolare da quello su Americanismo e Fordismo in cui Gramsci coglie le caratteristiche di fondo della nuova fase di accumulazione capitalistica, basata sulla fabbrica fordista e la produzione di massa, di cui proprio negli Stati Uniti si stavano compiendo sperimentazioni destinate ad allargarsi a tutto l’Occidente.

In particolare, per quanto ci interessa qui, Gramsci analizza l’americanismo come progetto di costruzione di un nuovo soggetto lavoratore, e in definitiva di un nuovo tipo di uomo, adatto alla produzione di tipo tayloristico, fortemente parcellizzata e meccanizzata; gli sforzi della classe dominante sono allora diretti a controllare e limitare gli eccessi compiuti dal lavoratore fuori dall’orario di lavoro, affinché il suo rendimento in fabbrica sia massimo.

Si tratta quindi della formazione di un uomo e di un lavoratore, di un soggetto di classe, corrispondente a una certa fase storica del modo di produzione capitalistico. Con il corretto adattamento di contesto storico, sociale, politico, economico e produttivo, vi è un forte parallelismo con ciò che è in corso da circa 30 anni a questa parte nei cosiddetti paesi a capitalismo maturo, con processi e modelli di accumulazione capitalistica che si fondano maggiormente che in precedenza sull’utilizzo della conoscenza e sulla flessibilità e precarietà della forza-lavoro, e sulla messa diretta a produzione di conoscenza e comunicazione. Insomma, si attuano e sperimentano nuove modalità per “ammaestrare il gorilla” – per usare la terminologia di Gramsci, mutuata proprio da Taylor – ovvero per costruire un lavoratore produttivamente e ideologicamente subalterno agli interessi della ristrutturazione capitalistica nel tentativo di risolvere la crisi globale in una nuova e più feroce dimensione del conflitto di classe, nel dispiegarsi delle modalità della guerra capitalista, militare, economica, sociale, psicologica, massmediatica.

Le pagine che seguono provano a costruire un percorso che colleghi quella pubblicazione del 2000 al nostro oggi.

Per ricostruire compiutamente quello che potremmo definire un filone della teoria marxiana, si deve necessariamente fare un passo indietro.

Siamo in una nuova rivoluzione industriale, dove si generalizza l’applicazione dei progressi scientifici tecnologici, si cambia il modello di accumulazione capitalista, si massifica la sfera dei servizi e delle tecnologie dell’informazione e le comunicazioni raggiungono livelli mai conosciuti nella vita economica e sociale delle grandi nazioni capitaliste.

La fase di sviluppo capitalistico che così si apre si caratterizza per l’uso intensivo della scienza e della tecnologia nella produzione, a un livello qualitativamente e quantitativamente nuovo rispetto al passato, e per un’implementazione della conoscenza come fattore produttivo fondamentale, come elemento di vantaggio competitivo su cui si basa la posizione di dominio globale di multinazionali e poli imperialisti.

Oggi la nuova fase della mondializzazione capitalistica, caratterizzata dall’emergere di diversi soggetti imperialisti su scala globale, è caratterizzata dall’emergere di un nuovo livello che non tempera, ma anzi esacerba le contraddizioni dello sviluppo capitalistico; un livello che richiede e stimola uno sviluppo delle forze produttive, e della scienza e della tecnica applicata alla produzione, ancora maggiore che in passato. Al tempo stesso, i diversi capitalismi in lotta contraddicono sé stessi, non generalizzando questo maggiore sviluppo; la differenziazione nei gradi di accumulazione capitalista si eleva così a condizione necessaria e al tempo stesso dirompente contraddizione nello sviluppo capitalistico e nelle nuove dinamiche imperialistiche.

Questa sintetica scansione storica non deve però far pensare che l’uso della conoscenza sia un novum della fase attuale.

Va sottolineato che la conoscenza si è sempre applicata al sistema produttivo e di per sé essa non rappresenta una “novità epocale” della fase attuale. Tuttavia, la differenza è segnata dalla sua applicazione istantanea ora permessa dalla tecnologia, dalla sua portata globale, e dal fatto che le nuove conoscenze ora rappresentano il fattore determinante del vantaggio competitivo.

Questo provoca ovviamente una ridefinizione non solo dei sistemi produttivi ma anche di quelli formativi nei paesi che per la loro posizione nella competizione globale sono in grado di poter effettivamente puntare sulla conoscenza.

Ne risulta un'economia o società della conoscenza che, in ogni caso, non deve far dimenticare la permanenza e anzi la necessità strutturale di tutta una serie di lavori a basso o bassissimo valore aggiunto e più o meno alto tasso di sfruttamento che convivono a fianco delle nuove professioni molto qualificate, in un quadro di generale precarizzazione dei rapporti lavorativi e della vita stessa.

Questa compresenza è un dato caratterizzante della fase attuale, come ci siamo sforzati di mostrare in maniera più sistematica nel Trattato di economia applicata, in particolare in quelle parti volte alla verifica della vigenza delle leggi di funzionamento del Modo di produzione capitalistico (MPC) nell’economia applicata. Collegando paradigma postfordista e nuova rivoluzione industriale, è inevitabile imbattersi in quella che in quelle stesse pagine abbiamo chiamato “configurazione socio-produttiva dell’economia della conoscenza”.

L’idea, che alcuni hanno ventilato, di una società interamente terziarizzata, in cui la produzione vede venir meno la propria centralità, è un’assurdità, come appare chiaro se si considerano le centinaia di milioni di persone a oggi impiegate nell’industria o nell’agricoltura a livello globale. In tutta Europa, come negli Stati Uniti, il settore secondario è ancora oggi il core business della produzione capitalista.

Uno studioso marxista attento e di grandi capacità analitiche e coerenza di metodo come Mino Carchedi notava già nel 2004 in un saggio pubblicato sulla rivista Proteo che:
“Contrariamente a quanto proposto dai sostenitori di nozioni quali ‘La Nuova Economia’, o ‘La Società dell’Informazione’ o la ‘Società dei Servizi’, che presumibilmente sarebbero basate sul potere e sulla creatività del lavoro mentale, la stragrande maggioranza dei lavoratori mentali non sono produttori indipendenti, liberi di creare teorie, scienze, tecniche ecc. Piuttosto, essi sono soggetti al dominio del capitale. Più precisamente, sono i capitalisti che decidono quale creazioni mentali devono essere prodotte dai lavoratori mentali e i lavoratori mentali non solo devono produrre quanto loro richiesto ma sono anche assoggettati al controllo e alla sorveglianza dei capitalisti (o chi per loro) e quindi alle nuove e vecchie forme di dominazione menzionate più sopra. Per esempio, il lavoro mentale, come quello materiale, è assoggettato a continue ondate di innovazioni tecnologiche e ristrutturazioni che, tendenzialmente, dequalificano le mansioni dei lavoratori mentali. Ciò è molto distante dalla ‘realizzazione di se stessi attraverso il lavoro’, che sarebbe una prerogativa del lavoro mentale. La cosiddetta ‘Società dell’Informazione’, o meglio detto questa nuova fase del capitalismo, è ben lontana dall’aver reso obsolete le relazioni di produzione capitalistiche”.
Di fronte a tutto questo torna prepotentemente a imporsi la questione del ruolo degli intellettuali organici alla classe, che è quello di evidenziare le condizioni di ampia diffusione della conoscenza e della sua mercificazione, sviscerare le basi metodologiche e concettuali per le quali transita la creazione del valore.

Parlare di “società della conoscenza”, dunque, può essere accettabile solo nella misura in cui non si metta in secondo piano la permanenza dei rapporti capitalistici di produzione su cui si impianta la nuova centralità della conoscenza.

Come ha scritto un serio e attento intellettuale cubano, Jorge Nunez Jover,
“caratterizzando la società contemporanea come ‘società della conoscenza’ sembrano suggerirci che si tratta di una qualità planetaria, qualcosa che ci riguarda tutti, quasi per diritto di civiltà. È ovvio che la conoscenza non si spande per il mondo a macchia d’olio. Al contrario la conoscenza, collocata al centro della concorrenza economica e delle relazioni di potere, sperimenta una chiara tendenza alla sua appropriazione privata ed alla concentrazione in imprese, regioni e paesi. Soprattutto nel contesto del dominio neoliberale, la conoscenza è stata sommersa in un tessuto legale, istituzionale, economico, militare, che cancella la condizione di bene pubblico che le venne attribuita tradizionalmente... Perciò appare concettualmente più corretto parlare dell’esistenza di una società capitalista della conoscenza”.
Esistono, in ogni caso, alcuni elementi che possono definire sinteticamente le caratteristiche di una economia basata sulla conoscenza. Nel Trattato li schematizzavamo così:

- nascita di nuovi settori produttivi che coinvolgono produzione, distribuzione e utilizzo della conoscenza;

- la conoscenza stessa si trasforma in un fattore produttivo e in un prodotto, divenendo così elemento decisivo per l’occupazione, la creazione di valore e la crescita economica a lungo termine;

- l’investimento in conoscenza ha rendimenti crescenti e può controbilanciare il rendimento decrescente di altri fattori;

- necessità dell’apprendistato, della formazione continua e dell’innovazione;

- la conoscenza si trasforma nell’elemento centrale del miglioramento della produttività del lavoro e della competitività.

In una economia basata sulle risorse del capitale intangibile, la produttività totale non proviene essenzialmente dai fattori tradizionali, ma dalla conoscenza, mentre cresce l’importanza della produzione non materiale, intangibile.

È la stessa concorrenza spietata tra i capitali a rendere necessaria la ricerca di nuove tecniche di produzione, di meccanismi di ottimizzazione dell’organizzazione del processo lavorativo e in generale di innovazione tecnologica, in modo da aumentare la produttività del lavoro e abbassare i costi di produzione per potenziare le proprie abilità concorrenziali.

La novità della cosiddetta “società della conoscenza” consiste nel fatto che essa accelera la velocità della sua diffusione e la sua portata globale anche attraverso cultura, scuola, formazione, realizzando una espansione globale che comporta anche, in una nuova centralità della comunicazione a tutti i livelli della società, un ambito di dominio sociale complessivo e non limitato alla sola sfera della produzione. È qui che si pone, come si vedrà nel libro, la questione della comunicazione come risorsa strategica nella produzione ma allo stesso tempo proiettata nella totalità del corpo sociale, per l’imposizione di un modello di conformismo funzionale alle esigenze della cultura di impresa, e quindi “deviante”.

I paesi sviluppati, che rappresentano il 20% dell’umanità, sono responsabili di più del 90% della creazione dell’attuale conoscenza scientifica mondiale, mentre il restante 80% degli abitanti del pianeta dispone di una capacità di generazione di conoscenza inferiore al 10%.

È quanto osserviamo anche nella costruzione del polo imperialista europeo, che tende alla concentrazione della ricerca alta in alcune aree, in modo specifico la Germania e i paesi suoi satelliti, tendendo al sostanziale ridimensionamento da questo punto di vista di aree che diventano periferiche, si specializzano in prodotti o fasi del ciclo produttivo a basso valore aggiunto e diventano serbatoi di manodopera a basso costo; è quanto sta avvenendo ad esempio con tutta l’Europa meridionale, i cosiddetti paesi PIIGS.

Ci sembra utile ricordare qui che proprio con Comunicazione deviante iniziava una collaborazione intellettuale per noi di grande importanza, quella con Alessandro Mazzone, amico, compagno e maestro nostro e di tutta la nostra area politica per un decennio pieno, in cui l’elaborazione politica e teorica ha certamente fatto un salto di qualità. Insistiamo tanto su questo punto perché crediamo che il riconoscimento dei maestri sia un passaggio politico fondamentale per ogni generazione che si affaccia sulla scena della produzione teorica e dell’attività politica stessa. Scegliere in alto i propri maestri significa alzare il livello della asticella, forzare il limite, cercare di porsi obiettivi elevati, in poche parole avere un progetto e non vivere alla giornata.

Scrive Alessandro Mazzone nella Prefazione alla prima edizione di questo libro, che abbiamo scelto di ripresentare anche in questa seconda edizione:
“Ma allora, la “fabbrica sociale generalizzata”, come “impresa”, da un lato si estende: perché la tendenza è appunto quella di inglobare la produzione immediata di uomini. Produzione di uomini: non solo come consumatori (c’è anche questo: dall’allevamento e cura dei piccoli mediante merci e servizi vendibili, alla aziendalizzazione della scuola, etc.): ma anche come produttori. Infatti, il fine sia della scuola “aziendalizzata”, in realtà semplice addestramento al lavoro flessibile”, sia della “comunicazione esterna” e “sociale” deviante, è precisamente questo – “produrre” vendendo e condizionare comunicando, quel tipo di forza-lavoro che via via meglio “serve” alla ”accumulazione flessibile”. Per questo lato, dunque, la “impresa” sembra allargarsi nel “territorio” scilicet fisico e umano.

Dall’altro lato, l’impresa (singola) si restringe: perché questa forza-lavoro, così “prodotta” vendendo e condizionata “comunicando”, non è più una grandezza data in un intervallo di tempo più o meno grande  ma può essere ridotta secondo le esigenze della produzione flessibile, e lo sarà sempre di nuovo e meglio progredendo la flessibilizzazione e territorializzazione della ‘fabbrica sociale generalizzata’”.
Tutto ciò semplicemente evidenzia l’esplicitarsi dello stesso modo di produzione capitalistico nella sua attuale fase di sviluppo, considerata a livello globale, nella sua totalità, e così si pongono questioni centrali che le soggettività politiche impegnate nella ricostruzione di una prospettiva di ricomposizione di classe non possono in alcun modo eludere. Sono questioni che chiamano in causa nodi centrali della teoria marxista e che allo stesso tempo presentano decisive implicazioni politiche.

Molti sedicenti marxisti, o post-marxisti, nella foga di cercare “il” soggetto rivoluzionario, hanno assegnato questa posizione al “lavoratore cognitivo” del capitalismo maturo, in grado di costruire una conoscenza collettiva per definizione autonoma dal capitale.

Speculare è la posizione di chi considera obsoleta la divisione della società in classi perché l’operaio-massa non rappresenta più, almeno nei paesi imperialisti, la figura sociale di riferimento per quanto riguarda il proletariato. “In realtà – scrive Roberto Fineschi – Marx parla di ‘lavoratore complessivo’, che è appunto cooperazione, parcellizzazione ed automazione progressiva del lavoro necessario, sussunzione sotto uno scopo transindividuale; è questo il nuovo ‘contenuto materiale’ che si instaura grazie al modo di produzione capitalistico e come tale non è legato alla ‘fabbrica’ più di quanto non lo sia qualunque altro tipo di attività che rispetti le determinazioni formali indicate. Che invece di lavorare al tornio ci si trovi davanti ad un monitor con una cuffia alla bocca non fa differenza da questo punto di vista”.

È chiaro che il lavoro “mentale”, o intellettuale, quello ad alto contenuto di conoscenza, rappresenta oggi un elemento strategico per il processo di valorizzazione capitalistico, in misura nuova nel divenire storico di questo modo di produzione; è altrettanto chiaro che oggi il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale si presenta in forme diverse dai secoli o dai decenni passati e va analizzato con attenzione, anche per non cadere in errori e semplificazioni che potrebbero rivelarsi disastrosi per concepire strategie politiche adeguate alla fase storica.

A questo tema, Mazzone ha dedicato alcuni lavori fondamentali. Mazzone sottolinea il fatto che non esiste un'attività esclusivamente manuale in senso stretto, perché peculiarità fondamentale del lavoro umano è quella di porre uno scopo e di conseguenza dirigersi verso tale scopo. Se un’attività esclusivamente manuale non esiste, ne deriva per Mazzone che “la distinzione di ‘lavoro manuale’ e ‘intellettuale’ è di grado, non di qualità”, e dunque sempre storica.

Non si dà rapporto tra lavoro manuale e intellettuale in astratto, indipendentemente dal modo di produzione in cui si compie la Riproduzione sociale complessiva (RSC), ovvero il processo complessivo con cui una totalità sociale produce e riproduce i mezzi di sussistenza e dunque sé stessa, e all’interno di questa dal rapporto di produzione fondamentale che la contraddistingue.

È dunque all’interno del processo del capitale che le classi fondamentali producono e riproducono sé stesse, contribuendo alla riproduzione dello stesso moto generale del capitale; quello di “classe” è allora prima di tutto un concetto, al di fuori delle figure di movimento specifiche in cui si può incarnare nelle fasi storiche e nei contesti particolari.

Grano, macchine o programmi per computer, non importa: al livello della relazione fondamentale di classe, l’oggetto e i mezzi della produzione, materiali o immateriali, non contano. La relazione di classe prescinde dalla modalità del lavoro. È fondamentale porsi sempre al livello della comprensione della Riproduzione sociale complessiva, che avviene in forma capitalistica nella formazione economico-sociale contraddistinta dal modo di produzione capitalistico.

Abbiamo bisogno, prima di scendere verso il concreto, di un ulteriore passaggio teorico. Analizziamo infatti adesso un’altra questione centrale nell’analisi dei processi attuali di valorizzazione capitalistica, quella relativa alla distinzione elaborata da Marx tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Anche su questo rimandiamo al Trattato, in particolare al paragrafo su “La centralità del dibattito tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo”, perché i confini tra i due non sono scritti una volta per sempre nella tavola delle leggi.

Secondo la definizione di lavoro produttivo che Marx fornisce, il lavoro dell’impiegato pubblico, della polizia, dei soldati, dei sacerdoti non ha nulla a che vedere con il lavoro produttivo. Non perché questo lavoro sia “inutile” o perché non si materializzi in “cose” e in erogazione di servizi, bensì solo perché è organizzato su principi di diritto pubblico e non nella forma di imprese capitaliste private. La distinzione è infatti relativa al conseguimento del profitto e dunque la produttività del lavoro si misura con riferimento alla legge del valore.

Già l’economia classica aveva considerato l’attività economica come attività produttrice di merci. “Che tutto ciò che esiste nella società attuale abbia la sua ragione d’essere e quindi la sua utilità è ovvio, altrimenti non esisterebbe; ma che tutta la società debba materialmente vivere sul flusso dei beni materiali prodotti è pure un’altra affermazione indiscutibile. Perciò ben facevano i classici a studiare il prodotto, a vedere quello che essi chiamavano prodotto netto e studiare come esso si distribuiva nelle categorie sociali non produttive di merci: ben facevano a parlare di valore e a distinguere il lavoro produttivo di valore da quello che non produceva valore”.

Un impiegato delle poste non è un lavoratore produttivo, ma se la posta fosse organizzata nella forma di un’impresa capitalista privata che riscuotesse denaro per la consegna di lettere e pacchetti, i lavoratori salariati di quelle imprese sarebbero lavori produttivi. È chiaro che le attuali liberalizzazioni e privatizzazioni degli ex servizi pubblici nei paesi a capitalismo maturo, al di là della forma apparente disciplinata in molti casi ancora dal diritto pubblico, in termini reali concretizzano forme di lavoro il cui fine è l’estrazione di plusvalore, e pertanto vanno sicuramente identificate come la nuova frontiera di un lavoro comunque produttivo.

Quando Marx definisce il lavoro produttivo, lo astrae totalmente dal suo contenuto, dal carattere e dal risultato concreto ed utile del lavoro. Egli considera il lavoro solo dal punto di vista della sua forma sociale. Il lavoro organizzato in un’impresa capitalista è lavoro produttivo. Questo aspetto è della massima importanza per una corretta impostazione della questione lavoro manuale/lavoro intellettuale: i valori d’uso prodotti, infatti, non devono essere necessariamente “cose” materiali. La critica all’economia politica di Marx non è assimilabile al materialismo volgare. Ciò che conta sono i rapporti di produzione.

Da questa prospettiva non può considerarsi come produttivo solamente il lavoro utile alla soddisfazione di necessità materiali, escludendo ad esempio quelle culturali, etico-morali, spirituali.

La natura delle necessità non ha nessuna importanza. Allo stesso modo, Marx non assegnò un significato decisivo alla differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. In un passaggio del capitolo XIV del Capitale, egli suppone che i lavoratori intellettuali, o cosiddetti cognitivi, siano indispensabili per il processo di produzione e, quindi, che guadagnino retribuzioni derivate dai lavoratori materiali. Secondo Marx, essi creano valore e plusvalore, perché il capitalista si appropria di una eccedenza rispetto al tempo di lavoro necessario alla forza-lavoro per riprodursi.

Il lavoro intellettuale necessario per il processo di produzione materiale non differisce in nessun aspetto dal lavoro fisico. È produttivo se è organizzato su principi capitalisti. In questo caso, è assolutamente la stessa cosa che il lavoro intellettuale sia organizzato insieme al lavoro fisico in un’impresa, ufficio tecnico, laboratorio chimico o ufficio di contabilità, o che sia separato in un’impresa indipendente, un laboratorio chimico indipendente che abbia il compito di migliorare la produzione, ecc.

Il lavoro produttivo include dunque il lavoro che, benché non sia rappresentato in oggetti materiali, è organizzato su principi capitalisti. D’altra parte, il lavoro che produce ricchezza materiale ma non è organizzato nella forma della produzione capitalista non è lavoro produttivo dal punto di vista marxiano. La differenza dunque tra il lavoro che si concretizza in valori d’uso materiali e quello che produce valori d’uso immateriali è secondaria alla definizione di lavoro produttivo come lavoro che produce plusvalore.

Va ancora specificato che il lavoro produttivo, in Marx, si riferisce al lavoro utilizzato nella sfera della produzione, in opposizione a quello utilizzato nella sfera della circolazione. Produzione e circolazione sono trattate separatamente da Marx nel Capitale, benché contemporaneamente egli non perda di vista l’unità del processo complessivo di riproduzione del capitale.

La distinzione non ha nulla a che vedere, come si vede, con quella tra “lavoro che opera cambiamenti nei beni materiali” e lavoro che non possiede questa proprietà. È produttivo il lavoro utilizzato dal capitale produttivo, ovvero dal capitale nella fase della produzione. Il lavoro del venditore invece non è produttivo perché è contrattato dal capitale nella fase di circolazione (non apporta quindi trasformazioni al valore d’uso, né ne preserva l’integrità dal deterioramento).

Il lavoro dell’attore comico al servizio dell’impresario di teatro è produttivo, benché non provochi cambiamenti nei beni materiali e, dal punto di vista delle esigenze dell’economia sociale, sia meno utile che il lavoro del venditore. Il lavoro dell’attore è produttivo perché è usato dal capitale nella fase di produzione. Il risultato della produzione, in questo caso, non consiste in beni materiali, bensì in giochi, in barzellette, ma questo non modifica il problema. Le barzellette dell’attore hanno valore d’uso e valore di scambio. Il suo valore di scambio è maggiore del valore della riproduzione della forza lavoro dell’attore, cioè supera il suo salario e le spese in capitale costante. Quindi, l’impresario ottiene plusvalore. D’altra parte, il lavoro del bigliettaio di un teatro che vende l’ingresso per assistere allo spettacolo dell’attore è improduttivo, perché è contrattato dal capitale nella fase di circolazione, cioè aiuta solo a trasferire il diritto ad osservare lo spettacolo, il diritto di una persona a godere delle barzellette dell’attore (diritto acquistato con uno scambio di tipo mercantile, merce-denaro, contro merce-divertimento).

Riprendiamo per esteso un passaggio dei Quaderni di Gramsci che appare molto significativo per questi aspetti e per il ragionamento più generale che cerchiamo di fare in questo Prologo:
“Quando si distingue tra intellettuali e non-intellettuali in realtà ci si riferisce solo alla immediata funzione sociale della categoria professionale degli intellettuali, cioè si tiene conto della direzione in cui grava il peso maggiore della attività specifica professionale, se nell’elaborazione intellettuale o nello sforzo muscolare-nervoso. Ciò significa che se si può parlare di intellettuali, non si può parlare di non-intellettuali, perché non-intellettuali non esistono. Ma lo stesso rapporto tra sforzo di elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso non è sempre uguale, quindi si hanno diversi gradi di attività specifica intellettuale. Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare.”
Si può dunque, per Gramsci, parlare di “intellettuali” quando la “direzione in cui grava il peso maggiore dell’attività specifica professionale” è quella dell’elaborazione intellettuale; ma mai di “non-intellettuali”, perché “non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale”. Lo stesso rapporto tra “elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso” non è sempre uguale, ma presenta gradi diversi e, ciò che più conta, è storico, anch’esso in costante divenire.

Come sottolinea Carchedi:
“Ricordiamo che per Marx il lavoro è produttivo di plus-valore se impiegato dal capitale e se trasforma valori d’uso in nuovi valori d’uso. Dato che un processo lavorativo è diviso in sotto-processi lavorativi (la divisione tecnica del lavoro), lo stesso principio si applica a tutti questi sotto-processi. Se un sotto-processo è parte della trasformazione di valori d’uso, esso è produttivo di plus-valore. Per esempio, il trasporto delle merci è parte di tale trasformazione perché senza di esso il valore d’uso di tali merci non potrebbe essere tale (la merce non potrebbe essere consumata) nel luogo di destinazione. Per questa stessa ragione, il valore d’uso dell’acqua, ecc. non è pronto ad essere consumato, cioè non è stato completato, fino a quando non è stato fornito nel luogo di consumo. La fornitura di acqua, gas, elettricità, ecc. quindi è un esempio di produzione materiale e il lavoro necessario per la fornitura di tali servizi è produttivo di plus-valore, se fatto sotto relazioni di produzione capitalistiche.

Il lavoro per la fornitura dei servizi postali, del telefono, del telegrafo, ecc. è d’altra parte un esempio della trasmissione di conoscenza. Tale conoscenza deve essere trasmessa al fine di realizzare il suo valore d’uso. Questo è l’ultimo passo nella produzione mentale. Il lavoro necessario per trasmettere quella conoscenza (da non confondersi con la conoscenza stessa che deve essere trasmessa) produce plus-valore perché questo è l’ultimo passo nella trasformazione della conoscenza (come valore d’uso) se ciò accade sotto relazioni di produzione capitalistiche.

Il lavoro per la fornitura dei servizi sociali, per esempio la previdenza sociale, la sanità, pensioni di anzianità, ma anche spettacoli, avvenimenti culturali, ecc. questo lavoro è (parte della) produzione materiale per lo stesso motivo addotto da Marx per la manutenzione dei macchinari. La manutenzione previene il deterioramento dei valori d’uso ed è quindi equivalente alla loro produzione. La differenza è che in questo caso la merce il cui valore d’uso è preservato è la forza lavoro nel suo insieme. Di nuovo, la fornitura di tali servizi è produttrice di plus-valore se avviene sotto relazioni di produzione capitalistica”.
Il lavoratore salariato, dunque non deve essere necessariamente l’operaio classico della catena di montaggio – benché questi siano ancora largamente utilizzati, in quantità tutt’altro che trascurabili, anche nella fase attuale di sviluppo capitalistico–; la questione è la misura in cui il salariato deve vendere la propria forza-lavoro al capitalista, o in termini ancora più generici essere impiegato nel processo di valorizzazione. Il grado di “manualità” del lavoro compiuto non è il fattore decisivo ai fini di una individuazione dei soggetti sociali che compongono il proletariato in una fase data; ciò che conta sono i rapporti sociali antagonistici rispetto alla produzione.

Dobbiamo anche considerare che la ristrutturazione della catena del valore attualmente in corso segnala una chiara tendenza all’estrazione di plusvalore anche dalla sfera della circolazione, che in misura sempre maggiore diventa un settore decisivo nel processo di valorizzazione. Su questo con il Cestes abbiamo elaborato una prima parte di inchiesta sulla attuale composizione del lavoro operaio, dove per lavoro operaio non pensiamo certo alla riduttiva, rassicurante ed identitaria immagine delle tute blu.

La grande fabbrica. Dalla catena di montaggio alla catena del valore non è un’evidenza sociologica, anche se è verificabile sociologicamente, ma la traduzione di una serie di ragionamenti e di modelli che riescono a cogliere le dinamiche profonde e non solo quelle di superficie. Va sottolineato che le modalità concrete di estrazione del plusvalore sono costantemente ridefinite dal capitale, che ha nella sua essenza la necessità di rinnovarsi continuamente. Stare dietro a queste modifiche è un compito complesso che richiede una grande capacità di astrazione agli intellettuali e alle soggettività politiche che si propongono di contrastarlo, ed una capacità di gestire i livelli diversi ma correlati dall’astratto al concreto.

Nell’organizzazione della produzione, la centralità della conoscenza ha comportato il passaggio da modelli aziendali fortemente gerarchici ad altri basati sul progressivo decentramento delle funzioni e su nuove forme di lavoro precario, flessibile, a scarso contenuto di garanzie, ma a fortissima carica ideologica, in un’esaltazione della creatività, della libertà dai vincoli e dalle costrizioni, dell’orizzontalità e della condivisione. Tutti aspetti certamente in sé positivi ma inseriti organicamente in un quadro generale di flessibilizzazione e precarizzazione che ha drammaticamente impattato sulle condizioni di vita di decine di milioni di lavoratori.

Più in generale, si tratta di una falsa libertà spacciata come un mito dalla cultura di impresa che, tramite la comunicazione deviante, in tendenza ricopre l’intero corpo sociale e plasma la stessa sfera valoriale degli individui, che interiorizzano i valori di impresa, la flessibilità, il culto del successo individuale ecc. come propri e risultano così strutturalmente impossibilitati a perseguire forme di solidarietà e azione collettiva.

Questo, in fondo, era il grido d’allarme lanciato da Comunicazione deviante. Questo è il nuovo quadro che abbiamo cercato di descrivere, come area politica, nelle nostre analisi successive, al cui centro possiamo ricordare la raccolta Lavoro contro capitale. Precarietà, sfruttamento, delocalizzazione.

Nella prefazione, intitolata Le ragioni di una sfida in atto, provavamo a descrivere i mutamenti strutturali, produttivi e localizzativi dello sviluppo del sistema economico: «Si viene definendo un nuovo ciclo produttivo legato alla produzione immateriale che mostra come l’impresa e l’economia post-industriale e post-fordista siano fondate sul trattamento del capitale informazione [...] Non si tratta, allora, nei paesi a capitalismo maturo, di un semplice processo di deindustrializzazione, di una delle tante crisi, ma di una radicale trasformazione degli assetti economico-produttivi che investe l’intera società...»

Queste novità richiedono di riprendere e aggiornare alcune questioni classiche. Un contributo importante ai fini di una analisi marxista della conoscenza è dato dalla recente pubblicazione di Carchedi, Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia. Lo sforzo di Carchedi è quello di analizzare le trasformazioni produttive portate dalle nuove tecnologie, in particolare da Internet, alla luce della teoria marxiana del valore.

Secondo Carchedi, “così come la produzione delle merci oggettive è l’operato di lavoratori la cui attività determinante è la trasformazione di oggetti di trasformazione oggettiva con mezzi di trasformazione oggettiva appartenenti ai capitalisti, allo stesso modo la produzione di conoscenza è opera di lavoratori la cui attività determinante è la trasformazione di oggetti di trasformazione mentale con mezzi di trasformazione mentale”. Gli oggetti di trasformazione mentale sono appunto a base di conoscenza, sia materializzata in oggetti (computer, libri ecc.) che acquisita dai lavoratori e incorporata nella loro forza-lavoro (e dunque non integralmente appropriabile dai capitalisti).

A proposito di Internet, Carchedi ritiene fondamentale distinguere tra agenti mentali e lavoratori mentali. Agenti mentali sono tutti coloro che, non essendo per questo retribuiti, utilizzano Internet per i fini più disparati, generando così quelle informazioni e quei dati che in effetti poi diventeranno profittevoli per i capitalisti, in particolare le grandi corporation che ormai dominano integralmente il settore, ma solo grazie al lavoro svolto dai lavoratori mentali.

Gli agenti mentali, infatti, sono improduttivi, non perché essi non producano valori d’uso materiali ma perché essi non sono inseriti direttamente nel processo di valorizzazione. La conoscenza da essi prodotta con l’attività su Internet, secondo Carchedi, è gratuita nel senso che, una volta prodotta, chiunque se ne può in via teorica appropriare gratuitamente. Per Carchedi ciò è precisamente quello che fa il capitale per mezzo dei lavoratori mentali, ovvero coloro che trasformano la ‘materia grezza’ prodotta dagli agenti mentali in conoscenza profittevole. I lavoratori mentali, coloro che raccolgono, elaborano, trasformano quei dati generando profitto per il capitale, rappresentano dunque a pieno titolo una parte della classe antagonista al capitale, perché con il loro lavoro producono il plusvalore estratto dal capitale.

L’innovazione tecnologica, la scienza non è neutrale, ma ha un contenuto di classe in quanto essa va sempre ricondotta al quadro generale dei rapporti di forza tra le classi rispetto ai quali essa si trova a intervenire. Questo va ricordato anche a proposito delle retoriche cui tanto abbiamo assistito in questi anni a proposito di Internet e delle possibilità democratizzanti ed emancipatrici che esso aprirebbe in quanto tale, in un’ottica che anzi giunge ad assegnare all’innovazione tecnologica potenzialità di trasformazione sociale che essa non ha. Rispetto alla società essa va invece concepita dialetticamente: le trasformazioni potenziali che lo sviluppo tecnologico apporta si possono trovare in contraddizioni con i rapporti sociali di produzione che contraddistinguono una formazione economico-sociale.

L’analisi critica dello stesso termine “rivoluzione scientifico-tecnica” mostra che, da un punto di vista marxista, profondi cambiamenti sociali non possono prendere il via solo a partire dalle rivoluzioni tecnologiche; si rendono necessarie trasformazioni nell’ordine delle relazioni di proprietà perché si produca un cambiamento sociale che modifichi la qualità del sistema di relazioni di produzione oggi dominante. I cambiamenti tecnologici, insomma, di per sé non modificano le relazioni di proprietà e quindi le relazioni di una società.

Questa tendenza alla produzione attiva del consenso tramite una “sovrabbondanza” comunicazionale, una produzione massiccia di “cultura” che in realtà assume le forme di cultura di impresa, di culto dell’individualismo, del libero mercato, ecc. rappresenta null’altro che, da un lato, il corrispettivo ideologico-culturale della nuova modalità di accumulazione che fa della conoscenza e del capitale intangibile una risorsa strategica, dall’altro il punto di arrivo di un processo secolare che è connesso ai fondamenti della società moderna, della società borghese.

Da questo deriva l’importanza del fronte culturale della lotta di classe, della formazione, delle concezioni del mondo, terreno questo su cui l’avversario ha vinto una battaglia decisiva negli ultimi decenni.

Ecco allora che la comunicazione deviante che piega l’intero vivere sociale alla cultura d'impresa rappresenta una vera e propria nuova modalità dell’egemonia, coerente con una nuova fase di sviluppo capitalistico a lei congrua su tutta la società, come scrive Mazzone nella prefazione a questo libro. Non semplicemente imputabile a “escogitazioni manageriali, né a tecniche di dominio aziendale e sociale, che pur ci sono, né a miserie sicofantiche di intellettuali asserviti e o politici da spettacolo”; ma vera e propria forma culturale e politica (o meglio, che procede alla svalutazione della stessa politica) appropriata alla nuova fase storica dell’accumulazione flessibile e dell’applicazione massiccia della conoscenza alla produzione e al vivere sociale.

Non si può comprendere, insomma, se non in rapporto alla totalità del capitale come rapporto e come processo, una modalità e tendenza comunicazionale che crediamo essere stata confermata dalla realtà nei 18 anni trascorsi dalla pubblicazione di questo testo.

E c’è ancora un nodo da sciogliere. È infatti evidente che questa centralità della conoscenza come fattore produttivo modifichi il ruolo dei sistemi formativi, e non certo nella direzione di una diffusione generalizzata o di un aumento condiviso della qualità dell’insegnamento; tutt’altro. Ma nel senso di una riduzione degli spazi di formazione critica e di un assoggettamento totale dei percorsi di studio alle esigenze d’impresa. Come Rete dei Comunisti abbiamo dedicato a questo tema negli ultimi anni una attenzione via via crescente. Ne è prova il convegno di Bologna del 2016 che è poi diventato un numero importante di Contropiano, quello dedicato a Formazione, ricerca e controriforme.

È qui che abbiamo parlato della “fabbrica capitalistica della conoscenza integrata”, che ha molto a che fare con quanto detto finora.
“Tutto sembra indicare che la nuova fase di sviluppo del capitalismo, con tutte le sue contraddizioni crescenti, si caratterizzerà per approfittare della valorizzazione della conoscenza, della formazione: si configura, insomma, la fabbrica della cultura del capitale come principale forza produttiva. Ciò presuppone una nuova forma di produzione sociale, un nuovo ciclo industriale ed una nuova dinamica economica, all’interno della quale lo sfruttamento del lavoro ha nuovi profili.”
Questa modifica struttura il processo di produzione di conoscenza e formazione sempre più sotto forma di relazione mercantile. L’attività formativa e culturale, pianificata e gestita dalle istituzioni, dal Profit State e dall’impresa, deve far convivere l’aspetto produttivo di elementi immateriali atti a qualificare i beni e servizi offerti, aumentandone l’appetibilità da parte del mercato. Chi oggi parla di Alternanza Scuola-Lavoro senza avere in mente questo quadro, si perde il pezzo decisivo, quello che determina in ultima istanza la trasformazione dei sistemi formativi.

Che cosa possiamo opporre a questo processo che tutto ingloba e trasforma? È necessario attuare un processo di rinnovamento prima di tutto culturale e sociale, una conoscenza che si formi e si accumuli a partire dall'importanza data ai valori d’uso, al benessere collettivo, ai diritti dell’umanità, alla solidarietà, all’equità, alla condivisione, alla reciprocità, alla compartecipazione ed elabori fin da subito la società alternativa.

Il senso di questa battaglia è culturale nell'accezione gramsciana del termine, passa da uno scontro egemoniale durissimo nei luoghi di lavoro e nell’intera società, occupa il compito politico per una intera fase storica.

Oggi una generazione di giovani, nata dentro il contesto della comunicazione deviante e sussunti dal capitale come “gorilla ammaestrati”, osteggiata profondamente dal contesto culturale e in totale contrasto col senso comune, si apre alla politica, sentendo forte dentro di sé la necessità di un cambiamento radicale. Con molta determinazione si sta dotando di strumenti di pensiero e di critica della realtà.

E se i “gorilla addomesticati” assumessero nel conflitto la determinazione di non volersi rassegnare a vivere passivamente il dominio della società della comunicazione deviante e della conoscenza messa a valore, e si giocassero la partita nei percorsi del divenire storico della soggettività di classe come gorilla rivoluzionari?

E allora: attenti ai gorilla!

Fonte

24/10/2017

Da Carchedi a Formenti, una possibile ripartenza

Prima di procedere con i miei ragionamenti vorrei ringraziare il Professor Guglielmo Carchedi – il compagno Mino come lui stesso tiene ad essere chiamato – e i compagni della Rete dei Comunisti / Noi restiamo, che hanno reso possibile l’esposizione delle tematiche contenute nel saggio “Sulle orme di Marx, lavoro mentale e classe operaia”.

Come ho avuto il piacere di comunicare viso a viso ieri sera a Mino, in quel di Genova, pur facendo parte dei comunisti quasi completamente a digiuno di teoria marxista, le tesi contenute nel saggio in oggetto sono state per me un fulmine a ciel sereno, perché descrivono con aderenza pressoché completa le dinamiche dell’ambiente produttivo e sociale in cui mi trovo a vivere: quello della ricerca “capitalisticamente intesa”, per capirci il modello MIT/Stanford nel mondo anglosassone o quello della società Max Planck per quel che riguarda l’UE a trazione tedesca.

Per il sottoscritto è stata, quindi, una sorpresa notevolissima apprendere che Mino non ha desunto i suoi enunciati partendo da un ambiente di riferimento in cui si è trovato immerso, ma li ha costruiti attraverso la sola teorizzazione scientifica. Questo fatto a mio parere amplifica notevolmente la caratura, di per se già elevata, delle sue articolazioni e mi consente di abbozzare qualche punto di riflessione derivante dagli sviluppi dello stato di cose presenti.

Anzitutto – è ridondante ricordarlo ma visti i tempi è necessario battere il ferro finché è caldo – il lavoro di Mino credo possa considerarsi il punto di arrivo, al momento più elevato, di quel tormentato processo d’affrancamento del pensiero comunista occidentale dalle sirene incantatrici dell’operaismo prima e del negrismo poi.

Ora siamo finalmente dotati della conoscenza – per giunta espresso con linguaggio fruibile anche in un mondo completamente disabituato a qualsivoglia complessità di pensiero strutturale – utile a disarticolare scientificamente quelle tesi che da 40 anni hanno costantemente messo il “carro avanti ai buoi”, producendo un arretramento intellettuale e di percezione da parte della classe operaia che, nella storia moderna, trova pochi precedenti di simile portata.

Ciò non significa, ovviamente, che il “Medioevo” sia definitivamente alle nostre spalle, tuttavia una breccia è stata finalmente aperta nel grigiore del post-modernismo, non si può che rallegrarsi di un simile scenario e adoperarsi per ampliarla sempre di più.

Il saggio del compagno Mino, inoltre, analizzando la composizione di classe dei lavoratori mentali, si colloca all’avanguardia anche per quel che concerne l’analisi politica più contingente della società occidentale odierna, quella intorno a cui sono stati spesi fiumi d’inchiostro, tanto dal pensiero liberale quando da quello, più composito, di sinistra.

Mi riferisco in particolare a quel conglomerato di soggetti brillantemente identificato da Carlo Formenti con il termine “cognitariato”.

Proprio Formenti, nel corso delle sue elaborazioni è stato tra i primi a criticare frontalmente le teorie post-operaiste e la vulgata mutuata da Negri relativa al ruolo libertario ed affrancatrice rispetto alle catene del capitale insito nella rivoluzione digitale e nell’espansione delle mansioni mentali legate ai processi di informatizzazione della filiera manifatturiera, logistica e finanziaria del modo di produzione capitalista.

Lo stesso Formenti, pur avendo smascherato empiricamente la natura intimamente proletaria di quella schiera di lavoratori, sì è anche incaricato di sottolineare come l’atomizzazione dei processi produttivi capitalistici, unita alla diffusione a sinistra degli abbagli operaisti-negriani, abbia consegnato questa nuova generazione di sfruttati nelle mani del pensiero liberale, che ha potuto quindi concludere, a livello sociale, la costruzione di quell’ampio bacino di consenso che in Italia prese avvio con la famigerata “marcia dei 40 mila” di Torino del 1980.

Sostiene, dunque, Formenti che, stante l’attuale situazione di egemonia liberale sui “cognitari”, le energie di quella sinistra che si vuole rivoluzionaria debbano essere indirizzate verso le fasce di proletariato in cui lo sfruttamento morde ancora nel vivo la carne: operai della logistica, della grande distribuzione, migranti e, aggiungerei io viste le cronache più recenti, studenti messi gratuitamente a valore con la “storiella” dell’alternanza scuola-lavoro.

Personalmente concordo con Formenti, ma credo sia necessario fare alcune precisazioni determinate dall’intreccio tra le sue tesi e quelle di Mino alla luce dal rapido evolversi della competizione globale conseguente al tramonto dell’unipolarismo statunitense.

L’universo del lavoro mentale, infatti, con particolare riferimento alle multinazionali del digitale/alta tecnologia (Hp, Microsoft, Intel, Oracle, IBM, ecc.) ormai da un lustro abbondante è soggetto a dinamiche di accentramento e razionalizzazione che stanno espellendo dal circuito del lavoro fasce sempre più ampie di addetti ad alta qualificazione, che fino al ricevimento della lettera di licenziamento si percepivano come organici alle élite dominanti.

Data la composizione della conoscenza di cui sono portatori suddetti “esclusi”, e pur restando un punto fermo il fatto che parte dei “cognitari” rimarrà fisiologicamente organica al capitale – in fin dei conti la cosiddetta aristocrazia operaia non è novità dei nostri giorni – penso sia necessario tentare di innervarne almeno una parte, facendo leva sulla contraddizione, di questi tempi sempre più insanabile, tra aspettative di realizzazione personale/sociale e cruda realtà.

L’operazione penso sia importante non soltanto al mero fine statistico di allargare il fronte rivoluzionario, ma anche per sussumere agli interessi di classe almeno una parte di conoscenza dalla quale le masse lavoratrici sono sempre più espunte, ma che risulta comunque essenziale, nell’ottica sostenuta da Mino, di crearne di nuova ed antitetica al capitale.

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07/07/2017

“Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia”

E’ disponibile il quaderno di Guglielmo Carchedi dedicato a “Lavoro mentale e classe operaia”, per una analisi marxista di Internet. Pubblichiamo qui di seguito la prefazione di Mauro Casadio al volume curato dalla Rete dei Comunisti e da Noi restiamo. Per l’acquisto dell’opuscolo è richiesta una sottoscrizione di 5 euro scrivendo a: retedeicomunisti@gmail.com.

La prefazione di Mauro Casadio

Lo scontro di classe internazionale ha prodotto nel ‘900 una rivoluzione ed una trasformazione radicale delle classi e del capitalismo. Prima con le rivoluzioni, che hanno cambiato il mondo aprendo una prospettiva socialista in Russia, in Cina, e poi nelle “campagne” che hanno circondato le città ovvero Cuba, Vietnam e tutte le altre esperienze antimperialiste. Uno scontro vero dove una alternativa sociale è emersa e si è imposta anche se con i limiti di una trasformazione che doveva fare i conti con un’assenza di esperienze storiche precedenti.

A questo pericolo “mortale” per l’imperialismo vissuto come la “grande paura” del secondo novecento, perchè cosi era percepito e cosi era effettivamente, il capitalismo ha risposto sul piano politico, militare, ideologico. Solo però, di fronte alla crisi di sovrapproduzione degli anni ’70 si è cominciato a reagire anche sul piano di un cambiamento strutturale del modo di operare del capitale che ha avviato a sua volta una propria “rivoluzione” produttiva e sociale. E’ su questo piano che a fine secolo è stata sancita la vittoria dell’occidente e sono entrate in crisi le esperienze socialiste costruite nelle “periferie” dell’imperialismo, esperienze che non sono riuscite a determinare quel salto qualitativo che forse avrebbe potuto impedirne l’esito negativo.

Certamente questa vittoria sulle prime esperienze di socialismo è stata prodotta da una capacità soggettiva delle classi dirigenti dell’occidente che già con la “Trilateral”, fondata nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller, di Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, lavorava per individuare una risposta strategica al movimento comunista ed alla cocente sconfitta che si profilava in Vietnam.

Ma le cause profonde del ribaltamento stanno in quella condizione, descritta da Marx, in cui una formazione sociale non può perire fino a quando non ha sviluppato tutte le proprie forze produttive. Ecco perché, di fronte alla profonda crisi nella seconda parte del secolo scorso del Modo di Produzione Capitalista, la borghesia internazionale, all’epoca a guida unipolare USA, è stata costretta a fare la sua “rivoluzione” e l’ha potuta fare.

Le strategie adottate per contenere le realtà statuali, politiche e sociali del movimento operaio e contadino che si andavano affermando ad Oriente e nello stesso Occidente, partivano dai paesi imperialisti con ristrutturazioni produttive e finanziarie che si riflettevano nei rapporti di forza internazionali già negli anni ’80 ma che puntavano soprattutto sullo sviluppo delle forze produttive. Che la scienza e la tecnologia fossero un nuovo terreno di scontro internazionale si era visto a partire dagli anni ’50 soprattutto con l’avvio della “corsa allo spazio” che aveva all’epoca una finalità essenzialmente militare.

Se tale finalità rimase per i sovietici quella principale, ad occidente la stretta economica, politica e strategica degli anni ’70 spinse verso l’uso intensivo della scienza e della tecnologia per rivoluzionare il cuore stesso della produzione capitalista. Insomma la lotta di classe condotta dal proletariato internazionale nel secolo scorso, con le sue differenze e contraddizioni interne, ha prodotto un esito inaspettato per il movimento comunista ovvero ha costretto il capitalismo a fare quel balzo in avanti che, da solo, non avrebbe nemmeno considerato se avesse potuto continuare a sfruttare una forza lavoro attenta solo alla dimensione “tradunionista”.

La scelta vincente è stata incubata per tutti gli anni ’80 ed ha portato al crollo dell’URSS, sorprendendo lo stesso occidente imperialista, che successivamente ha dispiegato tutte le proprie potenzialità producendo quella “globalizzazione” che ha connesso produzione e circolazione del capitale a livello internazionale. Il processo sviluppatosi negli anni ’90 ha dunque modificato il modo di produrre e di consumare rimodellando le classi sociali nelle stesse dimensioni nazionali, trasformando centinaia di milioni di contadini in operai e agendo nei paesi imperialisti, cambiando anche qui le modalità della produzione e le caratteristiche produttive della stessa forza lavoro.

Su tutto ciò è stato scritto ed abbiamo scritto molto come Rete dei Comunisti, ma la trasformazione avuta nel nostro paese è oggi sotto gli occhi di tutti: si sono trasformate le produzioni – dalla produzione fordista a quella decentrata e delocalizzata – e la qualità delle produzioni che si sono orientate verso prodotti tecnologicamente avanzati. Ma è cresciuto, soprattutto, il settore dei servizi che si è articolato e diversificato su settori legati alla produzione ma anche alla circolazione di capitali e di merci ed alla loro vendita. Questo oggi è nei paesi imperialisti il settore che produce la parte più consistente del PIL. Questo tipo di sviluppo si è basato sulla diffusione delle tecnologie moderne della comunicazione, dell’informatica e della robotica che hanno cambiato completamente mansioni lavorative, qualifiche e percezione di se della stessa classe lavoratrice.

Quello che era stato da noi il “blocco storico” della rivoluzione, e certamente non solo nel nostro paese, composto dagli operai e dai contadini, si è espanso a livello mondiale lasciando nella nostra dimensione nazionale le figure produttive legate alle mansioni più mentali che manuali, impiegate più nel terziario che nella produzione industriale, anche se il lavoro manuale non è certo scomparso e l’immigrazione va a coprire esattamente questa perdurante necessità produttiva.

La modifica radicale ed oggettiva della divisione internazionale del lavoro è anche stata utilizzata ideologicamente in modo martellante per dimostrare che la “classe operaia” era scomparsa ed assieme a questa la lotta di classe ed ogni prospettiva socialista. Su questa posizione intere legioni di intellettuali e del cosiddetto popolo della sinistra hanno rapidamente gettato a terra armi e bagagli affrettandosi a salire sul carro dei vincitori senza riflettere abbastanza sui caratteri del passaggio che si andava producendo che era anche il risultato della “nostra” lotta di classe.

Un tale risultato va invece ancora oggi rivendicato ed evidenziato, contro tutti quelli che hanno parlato della fine della spinta propulsiva, poiché è stata l’azione e l’organizzazione del proletariato del ‘900, nelle sue diverse forme, che ha spinto verso uno sviluppo complessivo della società umana, certo ancora sotto il segno del capitale ma comunque verso un avanzamento generale dimostrando cosi quella funzione storica della classe sempre rivendicata dal marxismo.

Questa incapacità di storicizzare gli eventi non solo ha prodotto il disarmo ideologico, culturale e politico ma ci lascia oggi impreparati di fronte al nuovo passaggio che si sta producendo dopo il riemergere palese delle contraddizioni più intime del capitale. Contraddizioni che nella crisi attuale fanno riemergere il carattere proletario, ovvero subordinato e subalterno, del lavoro nelle relazioni sociali e produttive anche per chi svolge un lavoro mentale.

La prima parte dello scritto di Carchedi mette proprio “i piedi nel piatto” di questa realtà usando il metodo scientifico dell’analisi marxista che mantiene tutta la sua validità anche se, certamente, oggi può risultare di difficile comprensione anche per gli ambiti comunisti in quanto disabituati a questo tipo di elaborazioni. Non di meno è questo il percorso teorico da seguire per evidenziare nuovamente le relazioni capitalistiche di sfruttamento valide non solo per il lavoro manuale ma anche per quello mentale.

Nella trasformazione della produzione in Italia ed in Europa si è pensato e mistificato sul fatto che le classi fossero scomparse e che il famigerato “ceto medio” fosse la nuova e agiata condizione permanente dei lavoratori. La crisi si è incaricata di sfatare questo mito borghese ed ha riportato a galla la vera natura dei rapporti sociali nella società del capitale. Cosa che oggi lascia ampi settori del mondo del lavoro, soprattutto giovanile, a misurarsi drammaticamente con la distanza che si è creata tra aspettative, ideologicamente propagandate dalla cultura dei padroni, e realtà lavorativa e sociale regressiva che si va affermando in modo sempre meno mistificabile. Giovani generazioni che pagano, cosi, sulla propria pelle questo effetto diretto della principale contraddizione del capitale tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione.

E’ esattamente in questa condizione che si colloca il lavoro prodotto da Guglielmo Carchedi e che ci offre un importante strumento di lettura chiaramente marxista delle moderne relazioni sociali, in un’epoca in cui il cosiddetto “postmoderno” viene spacciato come oggettivo e come conferma del superamento di tutte le categorie teoriche e analitiche del ‘900. Il lavoro “intellettuale” come espressione delle magnifiche sorti che ci aspettano in un processo di continua crescita economica e sociale, la flessibilità del lavoro come opportunità, libertà di fare le scelte sulla propria vita, individualismo e competizione come mezzo per far emergere i meritevoli, etc. Questi sono i miti che hanno spacciato, esattamente come avviene per le droghe, tra i lavoratori, i giovani, le classi subalterne promettendo un futuro che non poteva esistere. Bene fa Carchedi ad usare il termine di lavoro “mentale” che implica la base fisiologica della forza lavoro e non il termine “intellettuale” che viene usato in modo idealistico per caricarlo di una diversa qualità rispetto al lavoro manuale, nascondendo ideologicamente la natura comune delle due attività complementari dell’essere umano.

Particolarmente interessante ed utile è il sesto capitolo dove si svolge una analisi particolareggiata di Internet, in cui ci si misura per la prima volta con la funzione di questo decisivo strumento di lavoro, informazione e conoscenza in chiave strettamente marxista recuperando e adeguando le categorie usate per l’analisi della produzione capitalista con un mezzo di lavoro ammantato di ideologia e di apologia. E’ una sfida che non riguarda solo l’autore del testo ma anche chi milita e fa intervento nei settori sociali che sono in larga parte coinvolti e condizionati in questo tipo di comunicazione e di formazione delle coscienze.

L’analisi avanzata nel testo invece ci dimostra come il lavoro mentale sia collocato esattamente nel modo di produzione capitalista come quello manuale, pur nelle relative differenze, ovvero forza lavoro sottoposta ai processi di sfruttamento e di appropriazione di pluslavoro. Ciò in un contesto dove il capitale fisso assume dimensioni mai date in epoche storiche precedenti e dove il lavoro mentale trova la sua collocazione nella produzione di profitto. L’uso intensivo della scienza e della tecnologia nella produzione di profitto è la condizione che viviamo oggi nei centri imperialisti ed è importante ridare vigenza alle categorie marxiste che ci permettono di avere una corretta interpretazione teorica, ma anche di trasformare queste interpretazioni in possibilità di intervento politico, di conflitto e di organizzazione della classe antagonista. Questa operazione analitica e teorica ci permette di promuovere una nuova visione del conflitto di classe nelle condizioni oggi date.

Tuttavia c’è un punto nel testo su cui mi sembra necessario andare ad un approfondimento e questo punto riguarda quella che è stata storicamente definita la “teoria del riflesso”. E’ una questione caduta nel dimenticatoio del bagaglio ideologico dei comunisti, come d’altra parte molte altre questioni storiche e teoriche, posta da Lenin sia in “Materialismo ed Empiriocriticismo” che nei “Quaderni Filosofici”. Questa riguarda direttamente una teoria della conoscenza che ha ricadute politiche che non sono indifferenti nella pratica dei comunisti. Mi ero proposto di sviluppare assieme alla presente introduzione un allegato su cui approfondire tale questione per continuare un dibattito che è importante, purtroppo per motivi pratici per ora non è stato possibile, ma questo è anche un incentivo per tornarci in modo più approfondito ed appropriato nel prossimo futuro.

La necessità dell’approfondimento nasce da vari fattori che qui mi limito ad accennare. Uno ha uno spessore filosofico, inteso come lettura del mondo, ed è relativo alla questione della conoscenza e dei processi che la producono. Non è un fatto secondario nell’azione strategica in quanto il nesso tra il contesto oggettivo in evoluzione e le soggettività che si muovono in quel determinato contesto ci mette in condizione di collocare la nostra stessa azione politica, e questo non è certo un dettaglio “culturale”.

Ma la “teoria del riflesso” pone anche un problema metodologico legato alle capacità di analisi e di interpretazione dei fenomeni sociali e politici visti nella loro organicità e non nello specifico in cui questi volta per volta si manifestano. E’ conseguentemente anche un problema di formazione politica dei militanti politici che hanno deciso di misurarsi con la complessità dell’attuale formazione sociale, complessità mai vista in precedenza. Naturalmente qui non possiamo che limitarci a fare un accenno con l’impegno a tornarci in modo più sistematico e “scientifico”, se possiamo così dire, tenendo ovviamente conto dei nostri limiti.

Intanto tali analisi ci dicono che se il lavoro mentale è sottoposto allo sfruttamento capitalistico, la lotta di classe può rompere il recinto che gli si è voluto costruire attorno concependola solo come mezzo di lotta del lavoro manuale e degli esclusi. In realtà l’ambito del lavoro mentale si aggiunge nel conflitto di classe al resto dei soggetti sottoposti a sfruttamento. Certo questa ricongiunzione non può essere il prodotto solo di un’analisi per quanto corretta e di una generica presa di coscienza, ma ci mette in condizione di cominciare a ragionare su come si possano costruire le alleanze sociali per rilanciare il conflitto e l’organizzazione di classe qui ed ora.

In questo modo ci mostra anche quali possono essere alcuni possibili terreni di conflitto reale. Se nello sviluppo attuale e nella competizione globale il dato che si impone è l’incremento della composizione organica di capitale, ovvero l’aumento esponenziale del capitale fisso, la retorica che viene fatta sulla questione della disoccupazione/precariato legandola alla questione degli investimenti, e dunque su un incrudimento della competizione internazionale, non può essere che smentita. Infatti più investimenti non possono che significare aumento della composizione organica di capitale in funzione competitiva, aumento della produttività e dunque riduzione della forza lavoro.

Emerge in tal modo che oggi, e sempre più in prospettiva, la disoccupazione è un effetto dello sviluppo tecnologico e dunque gli investimenti non possono cambiare nulla se non si procede alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. E’ un terreno di lotta appena accennato dalle forze di classe e spesso relegato al conflitto degli anni ’70, ma questo ha un ruolo centrale di fronte all’incremento della contraddizione che lega disoccupazione/precarietà alla riduzione del reddito destinato ai lavoratori, cioè quota di reddito inteso in senso sociale complessivo, che spinge verso un ulteriore incremento delle disuguaglianze sociali. Se la richiesta del “reddito sociale minimo” ha un carattere immediato, riformistico e di possibile organizzazione del conflitto pratico e di sedimentazione delle forze, la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro ha un segno ideologico di tipo rivoluzionario che nasce dalle dinamiche di crescita della società attuale.

Un’altra indicazione di lotta per una forza comunista è quella di tipo ideologico sulla neutralità della scienza. Se la scienza assurge oggi ad uno degli elementi principali dello sviluppo umano, non possiamo sottrarci ad un’opera di chiarimento sul ruolo della scienza per non lasciare in mano all’avversario di classe un nuovo feticcio ideologico che viene usato per rafforzare la propria egemonia. In ogni società la conoscenza è il prodotto, il riflesso, degli interessi della classe dominante e dunque anche i “prodotti” di questa attività rispecchiano questa matrice, vedi le ricerche fatte dalle multinazionali dell’agricoltura o sulle medicine finalizzate solo ai profitti. Queste nel capitalismo sono le ricerche che si affermano e producono scienza anche a discapito degli interessi sociali generali. Come pure è evidente la prevalenza delle finalità militari in molti campi degli investimenti e della ricerca scientifica. La Rete dei Comunisti da tempo segue questo filone di analisi e di elaborazione perchè la scienza e la tecnologia sono forze produttive che hanno le potenzialità per aprire una prospettiva verso la trasformazione sociale. Su questi terreni abbiamo promosso nel 2008 e 2009 diversi incontri e forum, a Roma con “Pianeta Merce” ed a Pisa con “Crisi e Alternative”, dove le questioni della scienza, dell’ambiente e della tecnologia sono stati affrontati evidenziando contraddizioni e possibilità alla luce comunque del carattere di classe delle conoscenze da queste prodotte.

D’altra parte lo sviluppo complessivo attuale sta portando alla devastazione ambientale nelle molteplici forme in cui ci viene rappresentata, non solo ma sta divenendo terreno di lotta tra le stesse frazioni della borghesia come dimostra la politica di Trump che, chiamandosi fuori dal patto di Parigi sul clima del 2015, contesta le teorie sul peggioramento dell’inquinamento atmosferico a livello mondiale. Dunque è anche questo un terreno di lotta di classe che non può limitarsi alle mobilitazioni locali e specifiche, che definiamo spesso come “lotte a km 0”, ma deve partire dal punto alto dello sviluppo e li trovare il suo possibile punto di sintesi antagonista. Per questo è indispensabile ritrovare gli strumenti di lettura del marxismo che ci permettono di fare i conti con l’attuale livello di sviluppo raggiunto dal capitale e con i processi sociali contraddittori che ora si riverberano anche nei centri imperialisti.

Se questo insieme di processi e contraddizioni è vero, è anche vero che si pone in termini potenziali la possibilità del cambiamento sociale a partire dal presente sviluppo complessivo incluso quello della forza lavoro, forza produttiva determinante. Nelle fasi in cui c’è coerenza tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione, cosa avvenuta in altre fasi storiche ed in modo parziale anche negli anni ’90, è difficile concepire il rivoluzionamento delle relazioni sociali. Oggi invece la crisi di sistema che si sta manifestando, tramite gli effetti concreti della caduta tendenziale del saggio di profitto e dunque tramite la riproposizione della competizione interimperialistica, sta rompendo quella coerenza che garantisce l’egemonia del capitale; dunque parlare di cambiamento non rimanda necessariamente ad una visione utopistica di nostalgici del comunismo novecentesco ma ci spinge a riconcepire un socialismo ed un comunismo che deve apprendere dalle sconfitte storiche ma che non può che ripartire, criticamente, dalla base creata dalla “rivoluzione” borghese della fine del ‘900.

In sintesi se il lavoro proposto da Guglielmo Carchedi prende le mosse da un livello teorico complesso e spesso fuori della portata della cultura media degli stessi comunisti, questo testo ci spinge a riprendere in mano l’arma della teoria ed a lavorare per trasformare questa in un’arma utile al conflitto di classe ed all’organizzazione dei soggetti antagonisti al capitale.

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10/05/2017

Macron presidente dei giovani? Falso!

Un leitmotiv ricorrente, nei peana che i media europei di regime (cioè tutti) hanno tributato alla vittoria di Macron, si riferisce alla sua età: il presidente giovane che, come il primo Obama e Renzi, promette di “rottamare” la vecchia politica e avviare radicali riforme in linea con i dettami del pensiero unico liberista, spazzando via le resistenze “corporative” dei sindacati e quel che resta del welfare, oltre a completare la trasformazione dello Stato in agente degli interessi della finanza globale.

Indubbiamente Macron è giovane, giovanissimo in quanto Presidente della Repubblica. Ma è davvero il presidente dei giovani? Sono davvero loro che ne hanno decretato la vittoria? In realtà, come ammette un articolo di Federico Fubini sul Corriere del 9 maggio, egli ha avuto la sua vera base elettorale negli ultrasettantenni, che lo hanno premiato con percentuali bulgare. Né la cosa deve stupire, ove si consideri che, dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso a oggi, la popolazione francese ha subito un rapido invecchiamento (l’età media è aumentata di cinque/sei anni), con una conseguente crescita del numero dei pensionati, categoria “europeista” per eccellenza, in quanto terrorizzata dall’idea che un’eventuale uscita dall’euro rischierebbe di falcidiarne i redditi.

E i giovani? Calcolare il loro tasso di adesione alle sirene liberiste del glaucopide Macron non è agevole in quanto, oltre ad analizzare come si sono distribuiti fra il vincitore e Marine Le Pen, occorrerebbe valutarne il contributo all’alta percentuale di astenuti e all’impressionante marea di schede bianche (12%). Ciò detto, è possibile ipotizzare che si siano divisi quasi a metà, in base a una netta discriminante di classe. Possibile che una quota così alta di giovani francesi abbia potuto riconoscersi in questo figlio delle élite, ex banchiere, beniamino di Hollande e dei media, in questo arrogante enfant gaté che esalta la meritocrazia proclamando che occorre riconoscere che ci sono quelli che hanno talento e quelli che ne sono privi, che occorre costruire “l’autorità di quelli che sanno”?

Possibile, perché come spiega in un’intervista a un sito spagnolo lo storico francese Emmanuel Todd, un’altra categoria cresciuta di numero, oltre ai vecchi, sono i cittadini con studi superiori (oggi al 25%) che, dice Todd, rappresentano una vera e propria “oligarchia di massa”, la quale si identifica, per usare le parole di Aldo Cazzullo in un articolo sul Corriere dell’8 maggio, con una Francia “giovane, digitalizzata, colta, fiera dei suoi primati”, ed è convinta che la globalizzazione sia “propizia alla terra della cultura e del lusso, delle start up e della moda, dell’industria aerospaziale e del saper vivere”.

E gli altri, quelli che hanno votato Mélenchon al primo turno e si sono astenuti o hanno votato scheda bianca al secondo, e quelli che hanno votato Marine Le Pen sia al primo che al secondo pur non essendo “fascisti” (se davvero un terzo dei francesi fossero tali, se non avessero compiuto quella scelta solo per esprimere la propria rabbia contro l’establishment liberista, ci sarebbe da rabbrividire)? Beh, è proprio quando si tratta di analizzare e descrivere questa metà che gli intellettuali – in particolare quelli di sinistra, ai quali spetterebbe più che ad altri il compito – si fanno afasici, balbettano, parlano genericamente di “esclusi”, di “perdenti della globalizzazione” (l’analisi delle classi subordinate e della loro composizione è arte che si perde nelle nebbie del tempo).

Ma soprattutto è qui che si rivela l’imbarazzo dell’intellettuale di sinistra “politicamente corretto” di fronte alla sfida populista (non solo quella di destra, ma anche le sue varianti di sinistra), ai suoi linguaggi “rozzi”, “semplificatori”, “demagogici”. Così, quando viene loro richiesto di spiegare le ragioni della vittoria della Brexit e di Trump, o dei più di dieci milioni di voti comunque raccolti dalla Le Pen, parlano di “vendetta” operaia contro un sinistra che non ha saputo rappresentarne gli interessi. È la parola che hanno usato, fra gli altri, Marco Revelli in una trasmissione televisiva condotta da Corrado Augias, e Bifo in alcuni suoi articoli. Parlare di vendetta implica un certo fastidio nei confronti di un atteggiamento considerato “reattivo”, “impolitico”, incapace di immaginare reali alternative. Eppure, senza ripartire da quel “grado zero” della rabbia polare, senza riconoscerne la forza e la potenzialità, queste sinistre “illuministe” non avranno altro futuro che continuare a celebrare la propria sostanziale – ancorché tormentata – accettazione dell’esistente.

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