Negli ultimi giorni il quotidiano La Repubblica ha lanciato un articolato dibattito sul woke, che ha raccolto un significativo interesse. Poiché i contributi online sono accessibili ai soli abbonati, non è facile farsene un’idea per la maggioranza delle persone. Proviamo a portarne allo scoperto le questioni principali.
La discussione ha preso spunto da alcune recenti dichiarazioni di Alexandra Ocasio-Cortez. Dopo aver rilanciato il tweet del consigliere newyorchese Chi Ossé (“woke 1.0 was crazy”), la deputata democratica si è dissociata da alcuni punti del programma nazionale dei Democratic Socialists of America (DSA).
In particolare, si è detta in disaccordo con le proposte di definanziamento del dipartimento della difesa e della polizia, di chiusura delle basi militari all’estero, di amnistia per tutti i migranti, di trasformazione degli Stati Uniti in una repubblica parlamentare monocamerale con elezioni su base proporzionale, di proprietà pubblica delle imprese più grandi e delle industrie essenziali.
Allo stesso tempo, ha affermato di volersi concentrare sulla sanità, l’aumento dei salari e i diritti sindacali. Così facendo, Ocasio-Cortez è venuta a patti con le regole non scritte della politica statunitense per accreditarsi come aspirante candidata presidenziale.
Quali sono i gravi misfatti del woke 1.0? Nei giorni scorsi, la stampa statunitense ha citato, a titolo di esempio, l’innocua richiesta di avere un presidente di consiglio comunale non maschio bianco etero, l’affermazione che Dio non è binario (in ritardo di oltre 40 anni rispetto a Papa Luciani), ma soprattutto, sacrilegio che ha fatto grande scalpore oltreoceano, la richiesta da parte della candidata DSA Francesca Huang di cancellare il Ringraziamento perché, fatto innegabile, questa festività celebra il colonialismo.
Il nuovo woke 2.0 sarebbe immune da questi pericolosi estremismi anticolonialisti, pacifisti, antisessisti, addirittura parlamentaristi, per concentrarsi finalmente sugli interessi materiali delle famiglie dei bravi lavoratori senza grilli per la testa, che vogliono mangiare spensierate il tacchino a novembre.
Storicamente, il termine woke, letteralmente “sveglio”, nasce nell’inglese afroamericano dall’espressione stay woke, “resta vigile”, usata già nella prima metà del Novecento per invitare la comunità a mantenere la consapevolezza (wokeness) dei pericoli del razzismo istituzionale negli Stati Uniti.
Il suo significato politico trova grande diffusione con Black Lives Matter nel 2013-2014, quando wokeness indica soprattutto la consapevolezza del carattere sistemico del razzismo. Negli anni successivi, il termine amplia il proprio significato, arrivando a comprendere la sensibilità verso un insieme più vasto di discriminazioni e disuguaglianze, legate al genere e all’orientamento sessuale. In questo modo, il termine si mescola con filoni preesistenti quali la identity politics, il multiculturalismo o la political correctness.
Parallelamente, woke comincia a essere usato ironicamente, anche a sinistra, per criticare forme di progressismo prevalentemente simbolico o ostentato, in analogia a quanto avveniva in precedenza con il politicamente corretto e, dalla seconda metà degli anni Dieci, viene appropriato dalla destra come termine polemico contro la sinistra in generale.
Nel dibattito contemporaneo woke è quindi diventato un termine-ombrello, che viene usato in modo impreciso e strumentale dalla destra, ma spesso anche dalla “sinistra” moderata, per attaccare le idee progressiste, pacifiste, socialiste, anticolonialiste e antimperialiste.
Ad esempio, secondo il politologo Carlo Galli il woke coincide “con l’esercizio della critica che mette in discussione quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili – per esempio, che i generi siano soltanto due...”, ma “non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo... la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili”.
Qui, passatemi la battuta, al poeta greco viene assegnata la parte del tacchino, così come a Cicerone perché, secondo l’ex primo ministro Giuseppe Conte, entrambi sarebbero stati trattati come suprematisti bianchi dai sostenitori del woke. Peccato che si tratti di una vecchia fake news a cui potrebbe dare credito un Salvini o un Vannacci.
Perché non citare casi politicamente molto più significativi di cosiddetta cancel culture, come la rimozione di denominazioni e simboli confederali, la ridenominazione di edifici dedicati a personaggi compromessi con la schiavitù e il colonialismo, la rimozione, talvolta solo tentata, di statue dedicate a Cristoforo Colombo, Cecil Rhodes, Edward Colston, Winston Churchill, tutti dimostrabilmente implicati nella schiavitù o nel colonialismo?
Probabilmente perché avrebbe reso il woke meno folkloristico agli occhi dei lettori, ma anche perché avrebbe costretto a parlare di temi più sostanziali, che restano eccessivamente scomodi per le élite occidentali.
Forse non è proprio un caso che il passato debba essere così intoccabile, quando è alla base dei privilegi economici di cui una larga parte delle popolazioni occidentali gode tutt’oggi.
Né è strano che a difenderlo da una tribuna al di sotto di ogni sospetto sia una pattuglia di nativi europei, uomini e donne maturi, mediamente benestanti e istruiti. Tanto più se si rafforza, anno dopo anno, la richiesta di riparazioni per i crimini e per i danni provocati dalla schiavitù e dal colonialismo, e se l’economista indiana Utsa Patnaik ha quantificato in 45 trilioni di dollari (17 volte il PIL odierno del Regno Unito) il furto di risorse perpetrato dall’impero britannico in India, mentre Jason Hickel ha calcolato che, dal 1960 al 2021, i paesi occidentali hanno drenato dal Sud globale l’equivalente di 152 trilioni di dollari, proprio grazie ai lasciti di quella storia che gli intellettuali di Repubblica vogliono difendere a tutti i costi e che è viva e vegeta ancora oggi nella politica militare estremamente aggressiva dell’Occidente.
Lascio giudicare ai lettori quanto possa essere credibile la “sinistra della ZTL” quando raccomanda maggiore attenzione ai diritti sociali, lavorativi e ai salari.
Il fortissimo sospetto è che la sinistra istituzionale nostrana, sempre alla ricerca di bussole oltre Atlantico, cerchi disperatamente di riportare negli argini un’opinione pubblica che, durante le mobilitazioni a supporto della Palestina, ha cominciato ad abbracciare idee pericolose, costringendo l’opposizione parlamentare a rincorrerla su un terreno anticolonialista e antimperialista che resta totalmente, e non casualmente, indigeribile per il mainstream e per l’opposizione stessa.
Al contrario, per chi vuole veramente cambiare le cose, la wokeness (coscienza) resta uno strumento insostituibile. Scordiamoci che possa esistere una strada per migliorare la condizione economica della maggioranza della popolazione italiana, senza continuare a sfruttare gli altri popoli, che non passi dalla decostruzione dei meccanismi materiali e simbolici alla base della società occidentale, includendo tra questi la persistente presa che le retoriche escludenti ed eurocentriche esercitano su una parte considerevole dell’opinione pubblica.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/08/2026
23/05/2026
Il povero di destra
Esiste un fenomeno che sembra assurdo, ma che il capitalismo ha perfezionato per decenni: il povero di destra.
Perché così tante persone povere finiscono per difendere un sistema che le mantiene in povertà? La risposta non risiede solo nell’economia, ma anche nell’ideologia. Perché al povero di destra non solo è stato tolto il denaro, gli hanno tolto qualcosa di più importante: la coscienza di classe.
Gli hanno insegnato a non vedersi come un lavoratore, a non vedersi come un essere umano, a non vedersi come un salariato, anche se vende la propria forza lavoro ogni giorno. Si auto percepisce come un futuro milionario temporaneamente intrappolato nella povertà. E, attenzione: la povertà non riguarda solo chi vive sotto un ponte; ma anche chi, se perde il lavoro oggi, non saprà come vivrà il mese prossimo.
Come un bravo servo ambizioso, gli hanno insegnato che un giorno raggiungerà la vetta, sempre a patto che non metta mai in discussione la vetta.
Ed è proprio qui che sta la chiave: i padroni del sistema hanno bisogno che l’oppresso non metta mai in discussione il sistema, ma che piuttosto incolpi il singolo individuo oppresso.
Ecco perché il povero di destra è così funzionale: perché protegge proprio il sistema che lo sfrutta; difende il meccanismo che sostiene coloro che si trovano al vertice della piramide.
E la cosa più tragica è che il povero è stato convinto del fatto che il suo nemico non sia chi concentra potere e ricchezza, ma un altro povero come lui: quello che protesta, quello che rivendica i propri diritti, quello che pensa, quello che si organizza, quello che si interroga.
Quindi ripetono frasi come “il povero è povero perché lo vuole” o dice che rivendicare la dignità è “invidia”. Ripete discorsi preconfezionati come un mantra, copioni scritti da chi detiene effettivamente il potere economico.
Perché il povero di destra vive proiettando se stesso nel ricco. Vive all’ombra del successo altrui, convinto che se chi è al vertice vince, un giorno vincerà pure lui, ignorando che il successo del capitalista è il prodotto dell’accumulazione del lavoro sfruttato (che sia ben pagato o mal pagato).
Ma il povero di destra ignora un aspetto fondamentale: il sistema non premia necessariamente chi lavora di più. Premia principalmente chi possiede capitale. Basta guardare il mondo per capirlo: chi lavora di più sono spesso proprio i più poveri (contadini, operai, mietitori, lavoratori informali), persone che lavorano 10 o 12 ore al giorno solo per sopravvivere.
La figura del povero di destra non è una barzelletta, non è una caricatura: è una tragedia ideologica moderna. È un essere umano privato del pensiero critico, addestrato a difendere un sistema che non lo vedrà mai un pari. E forse la più grande vittoria del capitalismo non è stata la produzione di ricchezza, ma l’aver spinto milioni di poveri a difendere con passione chi vive sfruttando il loro lavoro”.
Fonte
Perché così tante persone povere finiscono per difendere un sistema che le mantiene in povertà? La risposta non risiede solo nell’economia, ma anche nell’ideologia. Perché al povero di destra non solo è stato tolto il denaro, gli hanno tolto qualcosa di più importante: la coscienza di classe.
Gli hanno insegnato a non vedersi come un lavoratore, a non vedersi come un essere umano, a non vedersi come un salariato, anche se vende la propria forza lavoro ogni giorno. Si auto percepisce come un futuro milionario temporaneamente intrappolato nella povertà. E, attenzione: la povertà non riguarda solo chi vive sotto un ponte; ma anche chi, se perde il lavoro oggi, non saprà come vivrà il mese prossimo.
Come un bravo servo ambizioso, gli hanno insegnato che un giorno raggiungerà la vetta, sempre a patto che non metta mai in discussione la vetta.
Ed è proprio qui che sta la chiave: i padroni del sistema hanno bisogno che l’oppresso non metta mai in discussione il sistema, ma che piuttosto incolpi il singolo individuo oppresso.
Ecco perché il povero di destra è così funzionale: perché protegge proprio il sistema che lo sfrutta; difende il meccanismo che sostiene coloro che si trovano al vertice della piramide.
E la cosa più tragica è che il povero è stato convinto del fatto che il suo nemico non sia chi concentra potere e ricchezza, ma un altro povero come lui: quello che protesta, quello che rivendica i propri diritti, quello che pensa, quello che si organizza, quello che si interroga.
Quindi ripetono frasi come “il povero è povero perché lo vuole” o dice che rivendicare la dignità è “invidia”. Ripete discorsi preconfezionati come un mantra, copioni scritti da chi detiene effettivamente il potere economico.
Perché il povero di destra vive proiettando se stesso nel ricco. Vive all’ombra del successo altrui, convinto che se chi è al vertice vince, un giorno vincerà pure lui, ignorando che il successo del capitalista è il prodotto dell’accumulazione del lavoro sfruttato (che sia ben pagato o mal pagato).
Ma il povero di destra ignora un aspetto fondamentale: il sistema non premia necessariamente chi lavora di più. Premia principalmente chi possiede capitale. Basta guardare il mondo per capirlo: chi lavora di più sono spesso proprio i più poveri (contadini, operai, mietitori, lavoratori informali), persone che lavorano 10 o 12 ore al giorno solo per sopravvivere.
La figura del povero di destra non è una barzelletta, non è una caricatura: è una tragedia ideologica moderna. È un essere umano privato del pensiero critico, addestrato a difendere un sistema che non lo vedrà mai un pari. E forse la più grande vittoria del capitalismo non è stata la produzione di ricchezza, ma l’aver spinto milioni di poveri a difendere con passione chi vive sfruttando il loro lavoro”.
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11/06/2025
USB - Cosa ci insegna la sconfitta dei referendum
Senza troppi giri di parole, occorre prendere atto della sconfitta. Con poco meno del 30% di affluenza alle urne è stata affossata la speranza di vedere neutralizzate alcune parti del Jobs Act e di invertire la rotta alle leggi che hanno fatto dilagare la precarietà e abbassato il livello dei diritti.
Lo strumento del referendum non ha mai funzionato sui temi del lavoro e ancor meno funziona oggi, in un contesto dove una gran parte dei settori popolari ha perso la speranza di poter cambiare le cose a causa delle tante delusioni subite.
La Cgil, che ha promosso i 4 referendum sul lavoro, si è preoccupata di portare avanti una campagna identitaria, ha provato a rifarsi il maquillage, e non ha tenuto conto della enorme difficoltà di portare a votare più di 26 milioni di italiani. Con l’evidente conseguenza di trascinarci tutti a raccogliere l’ennesima sconfitta e di regalare al governo delle destre una boccata di ossigeno e un’occasione di rinsaldamento interno.
Le componenti politiche del campo largo hanno sostenuto i 5 quesiti referendari in un’ottica elettorale e con l’obiettivo di regolare i conti dentro il centrosinistra. Ora fanno il confronto tra chi ha votato ai referendum e l’elettorato di centrodestra e puntano a gestire i 14 milioni di persone che sono andate a votare, attribuendosele come loro elettorato.
A questo gioco l’USB ha provato a sottrarsi dando vita ad un Comitato referendario indipendente, sostenendo le ragioni dei 5 SI, ma tenendosi a debita distanza dalle logiche strumentali dei promotori. Questa scelta è stata giusta sia perché sarebbe un grave errore confondersi con chi porta sulle proprie spalle tante responsabilità dell’abbassamento delle tutele e dei diritti che soffriamo in questo paese, e sia perché sarebbe ancora più grave confidare nella Cgil e nei suoi alleati politici per una svolta nelle politiche del lavoro e contro lo sfruttamento.
Del resto, basta guardare alla stagione contrattuale appena conclusa o ancora aperta in diverse categorie per accorgersi che niente è cambiato nella logica delle grandi organizzazioni confederali, né in tema di salario, né in tema di diritti e di precarietà, né in tema di democrazia. Quella che è stata condotta sui referendum è stata solo una operazione di immagine che non trova alcun riscontro nelle piattaforme sindacali e nell’azione sui posti di lavoro.
E questo è probabilmente il vero motivo per cui milioni di lavoratori e lavoratrici non hanno creduto alla possibilità del cambiamento attraverso i referendum promossi dalla Cgil. La Cgil non ha più la credibilità per proporsi alla guida di un processo di trasformazione se le chiacchiere di Landini in tv vengono quotidianamente smentite dall’agire concreto di un sindacato abituato alla concertazione più che al conflitto. Stanchi di essere presi in giro, in tanti sono rimasti indifferenti alla proposta dei referendum.
Anche se questa sconfitta, volenti e nolenti coinvolge anche noi, per il clima certamente non positivo che produce tra i lavoratori, dobbiamo saperne raccogliere gli insegnamenti. Innanzitutto la necessità di rafforzare il percorso di organizzazione indipendente: se vogliamo ricostruire un movimento dei lavoratori che possa invertire la rotta dobbiamo sapere riconoscere e smascherare ogni tentativo di rifarsi l’immagine da parte dei sindacati concertativi e dei loro alleati politici. In secondo luogo, dobbiamo sapere che la partita si gioca sul campo, sui posti di lavoro, nelle piazze, sul territorio, ricostruendo tra le persone in carne ed ossa la speranza del cambiamento collettivo, senza affidarsi a scorciatoie che oggi sono impraticabili e controproducenti. Infine, che la lotta è oggi e non è procrastinabile perché stanno trascinando il paese dentro un’economia di guerra gravida di rischi e conseguenze imprevedibili e drammatiche.
Per questo già il 12 occorre sostenere l’iniziativa dei migranti in tante piazze d’Italia e poi il 20 lo sciopero generale e il 21 la manifestazione nazionale a Roma da piazza Vittorio. Per non dare tregua al governo Meloni. Per il salario e contro il riarmo.
Fonte
Lo strumento del referendum non ha mai funzionato sui temi del lavoro e ancor meno funziona oggi, in un contesto dove una gran parte dei settori popolari ha perso la speranza di poter cambiare le cose a causa delle tante delusioni subite.
La Cgil, che ha promosso i 4 referendum sul lavoro, si è preoccupata di portare avanti una campagna identitaria, ha provato a rifarsi il maquillage, e non ha tenuto conto della enorme difficoltà di portare a votare più di 26 milioni di italiani. Con l’evidente conseguenza di trascinarci tutti a raccogliere l’ennesima sconfitta e di regalare al governo delle destre una boccata di ossigeno e un’occasione di rinsaldamento interno.
Le componenti politiche del campo largo hanno sostenuto i 5 quesiti referendari in un’ottica elettorale e con l’obiettivo di regolare i conti dentro il centrosinistra. Ora fanno il confronto tra chi ha votato ai referendum e l’elettorato di centrodestra e puntano a gestire i 14 milioni di persone che sono andate a votare, attribuendosele come loro elettorato.
A questo gioco l’USB ha provato a sottrarsi dando vita ad un Comitato referendario indipendente, sostenendo le ragioni dei 5 SI, ma tenendosi a debita distanza dalle logiche strumentali dei promotori. Questa scelta è stata giusta sia perché sarebbe un grave errore confondersi con chi porta sulle proprie spalle tante responsabilità dell’abbassamento delle tutele e dei diritti che soffriamo in questo paese, e sia perché sarebbe ancora più grave confidare nella Cgil e nei suoi alleati politici per una svolta nelle politiche del lavoro e contro lo sfruttamento.
Del resto, basta guardare alla stagione contrattuale appena conclusa o ancora aperta in diverse categorie per accorgersi che niente è cambiato nella logica delle grandi organizzazioni confederali, né in tema di salario, né in tema di diritti e di precarietà, né in tema di democrazia. Quella che è stata condotta sui referendum è stata solo una operazione di immagine che non trova alcun riscontro nelle piattaforme sindacali e nell’azione sui posti di lavoro.
E questo è probabilmente il vero motivo per cui milioni di lavoratori e lavoratrici non hanno creduto alla possibilità del cambiamento attraverso i referendum promossi dalla Cgil. La Cgil non ha più la credibilità per proporsi alla guida di un processo di trasformazione se le chiacchiere di Landini in tv vengono quotidianamente smentite dall’agire concreto di un sindacato abituato alla concertazione più che al conflitto. Stanchi di essere presi in giro, in tanti sono rimasti indifferenti alla proposta dei referendum.
Anche se questa sconfitta, volenti e nolenti coinvolge anche noi, per il clima certamente non positivo che produce tra i lavoratori, dobbiamo saperne raccogliere gli insegnamenti. Innanzitutto la necessità di rafforzare il percorso di organizzazione indipendente: se vogliamo ricostruire un movimento dei lavoratori che possa invertire la rotta dobbiamo sapere riconoscere e smascherare ogni tentativo di rifarsi l’immagine da parte dei sindacati concertativi e dei loro alleati politici. In secondo luogo, dobbiamo sapere che la partita si gioca sul campo, sui posti di lavoro, nelle piazze, sul territorio, ricostruendo tra le persone in carne ed ossa la speranza del cambiamento collettivo, senza affidarsi a scorciatoie che oggi sono impraticabili e controproducenti. Infine, che la lotta è oggi e non è procrastinabile perché stanno trascinando il paese dentro un’economia di guerra gravida di rischi e conseguenze imprevedibili e drammatiche.
Per questo già il 12 occorre sostenere l’iniziativa dei migranti in tante piazze d’Italia e poi il 20 lo sciopero generale e il 21 la manifestazione nazionale a Roma da piazza Vittorio. Per non dare tregua al governo Meloni. Per il salario e contro il riarmo.
Fonte
17/12/2024
Quando l’unica giustizia è la vendetta
Un uomo è stato arrestato per aver presumibilmente ucciso, il 4 dicembre a New York, l’amministratore delegato della multinazionale statunitense UnitedHealthcare, Brian Thompson. Il sospettato, Luigi Mangione, è stato arrestato il 9 dicembre in Pennsylvania e la polizia ritiene che si sia trattato di un omicidio premeditato.
Al momento dell’arresto, Mangione aveva con sé un “manifesto” in cui si dice che abbia condannato l’impresa assicurativa sanitaria per aver ricavato i suoi enormi profitti speculando in vario modo sulle malattie dei pazienti. Nel “manifesto” si afferma a chiare lettere che «questi parassiti se l’erano cercata».
Sono molte le persone che, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, hanno espresso comprensione per la rabbia di Luigi Mangione nei confronti di questa multinazionale della sanità privata. Mangione, ingegnere di chiara origine italiana, sembra provenire da un ambiente privilegiato e ha espresso la sua rabbia in modo micidiale, riscuotendo però una viva simpatia, e perfino un’attiva solidarietà, da parte di milioni di lavoratori che soffrono quotidianamente per le azioni tanto vampiresche quanto vili di questa impresa multinazionale operante nel settore delle assicurazioni sanitarie.
UnitedHealthcare, presente anche in Italia, e imprese simili create non per soddisfare le esigenze delle persone in materia di assistenza sanitaria, ma per generare profitti osceni a beneficio della classe dei miliardari, sono giustamente odiate da grandi masse di lavoratori e da altri strati oppressi negli Stati Uniti, paese – va ricordato – in cui non esiste un servizio sanitario pubblico.
Nel 2023, UnitedHealthcare ha ricavato infatti 22 miliardi di dollari di profitti estorti a pazienti, dottori e infermieri, e trasferiti nelle tasche dei miliardari. I maggiori azionisti di UnitedHealth sono il gigante della gestione patrimoniale Vanguard, che detiene una quota del 9%, seguito da BlackRock (8%) e Fidelity (5,2%).
Va detto che il tema dell’eroe che vendica un sopruso, là dove la giustizia antica, quella feudale o quella borghese si rivelano impotenti ad impedirlo o addirittura ne sono complici, risale almeno all’Odissea, rivive in Robin Hood e nel conte di Montecristo, e giunge fino a noi nella forma della “propaganda armata” praticata dalle Brigate Rosse.
Il merito di Mangione è pertanto quello di aver riconosciuto un problema reale e di averlo portato all’attenzione dell’opinione pubblica americana e mondiale, anche se il metodo individualistico e terroristico che sta alla base della sua azione non può essere condiviso.
Esso testimonia, peraltro, che una conseguenza sempre più importante della degenerazione oligarchica e plutocratica della “democrazia americana” è la guerra civile strisciante in corso, ormai da anni, nel paese guida dell’Occidente capitalistico (si rammenti l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti avvenuto nel 2021).
La domanda, che anche l’attentato anarchico compiuto da Mangione sollecita, è allora la seguente: quale significato assume oggi la rivoluzione? Per rispondere a questa domanda conviene senz’altro richiamare le «Tesi di filosofia della storia» di Walter Benjamin, che è forse uno dei più grandi pensatori del Novecento.
Questo testo straordinariamente incisivo non è caratterizzato dalla condanna (scontata) del nazismo, ma dall’accusa, rivolta alla socialdemocrazia, di essere responsabile della rovina del proletariato, avendo distrutto la sua coscienza di classe e avendo tolto la volontà di combattere alla classe operaia.
Questo è un punto fondamentale, che va ribadito una volta per tutte sul piano storico, e la cui riaffermazione consente anche di rispondere, almeno in linea di principio, alla domanda sulle forme di lotta, precisando che la lotta di classe non esclude per nulla, come accade nelle posizioni controrivoluzionarie della socialdemocrazia, il rifiuto della violenza di massa, della lotta armata e del “terrorismo” (si pensi alle azioni dei GAP durante la Resistenza).
Un altro aspetto decisivo, affermato in modo giustamente provocatorio da Benjamin, consiste nel rilevare che il proletariato ha commesso un errore micidiale quando si è proposto di pensare alla felicità dei figli e dei nipoti, giacché il problema è, invece, la vendetta.
In altri termini, di fronte alla borghesia che non solo sfrutta il proletariato, ma nutre anche un’avversione profonda per esso e possiede una piena coscienza del proprio ruolo di classe dominante, è paradossale che la stragrande maggioranza dell’umanità sia rappresentata da proletari di fatto privi di coscienza di classe o, ancor peggio, da quei sottoproletari che sono definiti nel “Manifesto del partito comunista” come «infima putrescenza della società borghese».
Delle sofferenze patite dai padri e dagli avi, così come delle crescenti sofferenze patite dagli sfruttati odierni, occorre dunque ricordarsi, e assumersi la responsabilità di un’azione conseguente sul terreno politico, organizzativo, teorico e ideologico, senza confondere il contrasto tra poveri e ricchi con la vera scissione che divide oggettivamente la società in due grandi campi contrapposti: la scissione tra sfruttatori e sfruttati (laddove vale la pena di precisare, sgombrando il terreno dagli equivoci delle ideologie miserabilistiche, che si può essere sfruttatori ed essere poveri e si può essere sfruttati ed essere ricchi).
Fonte
Al momento dell’arresto, Mangione aveva con sé un “manifesto” in cui si dice che abbia condannato l’impresa assicurativa sanitaria per aver ricavato i suoi enormi profitti speculando in vario modo sulle malattie dei pazienti. Nel “manifesto” si afferma a chiare lettere che «questi parassiti se l’erano cercata».
Sono molte le persone che, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, hanno espresso comprensione per la rabbia di Luigi Mangione nei confronti di questa multinazionale della sanità privata. Mangione, ingegnere di chiara origine italiana, sembra provenire da un ambiente privilegiato e ha espresso la sua rabbia in modo micidiale, riscuotendo però una viva simpatia, e perfino un’attiva solidarietà, da parte di milioni di lavoratori che soffrono quotidianamente per le azioni tanto vampiresche quanto vili di questa impresa multinazionale operante nel settore delle assicurazioni sanitarie.
UnitedHealthcare, presente anche in Italia, e imprese simili create non per soddisfare le esigenze delle persone in materia di assistenza sanitaria, ma per generare profitti osceni a beneficio della classe dei miliardari, sono giustamente odiate da grandi masse di lavoratori e da altri strati oppressi negli Stati Uniti, paese – va ricordato – in cui non esiste un servizio sanitario pubblico.
Nel 2023, UnitedHealthcare ha ricavato infatti 22 miliardi di dollari di profitti estorti a pazienti, dottori e infermieri, e trasferiti nelle tasche dei miliardari. I maggiori azionisti di UnitedHealth sono il gigante della gestione patrimoniale Vanguard, che detiene una quota del 9%, seguito da BlackRock (8%) e Fidelity (5,2%).
Va detto che il tema dell’eroe che vendica un sopruso, là dove la giustizia antica, quella feudale o quella borghese si rivelano impotenti ad impedirlo o addirittura ne sono complici, risale almeno all’Odissea, rivive in Robin Hood e nel conte di Montecristo, e giunge fino a noi nella forma della “propaganda armata” praticata dalle Brigate Rosse.
Il merito di Mangione è pertanto quello di aver riconosciuto un problema reale e di averlo portato all’attenzione dell’opinione pubblica americana e mondiale, anche se il metodo individualistico e terroristico che sta alla base della sua azione non può essere condiviso.
Esso testimonia, peraltro, che una conseguenza sempre più importante della degenerazione oligarchica e plutocratica della “democrazia americana” è la guerra civile strisciante in corso, ormai da anni, nel paese guida dell’Occidente capitalistico (si rammenti l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti avvenuto nel 2021).
La domanda, che anche l’attentato anarchico compiuto da Mangione sollecita, è allora la seguente: quale significato assume oggi la rivoluzione? Per rispondere a questa domanda conviene senz’altro richiamare le «Tesi di filosofia della storia» di Walter Benjamin, che è forse uno dei più grandi pensatori del Novecento.
Questo testo straordinariamente incisivo non è caratterizzato dalla condanna (scontata) del nazismo, ma dall’accusa, rivolta alla socialdemocrazia, di essere responsabile della rovina del proletariato, avendo distrutto la sua coscienza di classe e avendo tolto la volontà di combattere alla classe operaia.
Questo è un punto fondamentale, che va ribadito una volta per tutte sul piano storico, e la cui riaffermazione consente anche di rispondere, almeno in linea di principio, alla domanda sulle forme di lotta, precisando che la lotta di classe non esclude per nulla, come accade nelle posizioni controrivoluzionarie della socialdemocrazia, il rifiuto della violenza di massa, della lotta armata e del “terrorismo” (si pensi alle azioni dei GAP durante la Resistenza).
Un altro aspetto decisivo, affermato in modo giustamente provocatorio da Benjamin, consiste nel rilevare che il proletariato ha commesso un errore micidiale quando si è proposto di pensare alla felicità dei figli e dei nipoti, giacché il problema è, invece, la vendetta.
In altri termini, di fronte alla borghesia che non solo sfrutta il proletariato, ma nutre anche un’avversione profonda per esso e possiede una piena coscienza del proprio ruolo di classe dominante, è paradossale che la stragrande maggioranza dell’umanità sia rappresentata da proletari di fatto privi di coscienza di classe o, ancor peggio, da quei sottoproletari che sono definiti nel “Manifesto del partito comunista” come «infima putrescenza della società borghese».
Delle sofferenze patite dai padri e dagli avi, così come delle crescenti sofferenze patite dagli sfruttati odierni, occorre dunque ricordarsi, e assumersi la responsabilità di un’azione conseguente sul terreno politico, organizzativo, teorico e ideologico, senza confondere il contrasto tra poveri e ricchi con la vera scissione che divide oggettivamente la società in due grandi campi contrapposti: la scissione tra sfruttatori e sfruttati (laddove vale la pena di precisare, sgombrando il terreno dagli equivoci delle ideologie miserabilistiche, che si può essere sfruttatori ed essere poveri e si può essere sfruttati ed essere ricchi).
Fonte
10/12/2024
Ai cancelli di Stellantis ancora operai e capitale
Nella giornata di domani, fissato da tempo, è previsto un incontro in cui si presenta il filmato sulla storia del collettivo operaio Nacchere Rosse dell’Alfa Sud di Pomigliano D’arco.
Un momento di storia e di memoria che, non potevano immaginarlo i promotori, si svolgerà mentre ai cancelli di Pomigliano sono assiepati, giorno e notte, gli operai di Trasnova in lotta per difendere il posto di lavoro e anche il futuro industriale del Paese e del meridione.
Circostanza insieme dolorosa ma anche illuminante di quanto non sia per nulla ozioso riunirsi a coltivare una memoria che i fatti di queste ore dicono è ancora carne viva e amara di una classe che non puo’ permettersi di distrarsi, di perdere la memoria.
Stampa e TV sono piene di analisi sulla crisi europea dell’auto, indotto compreso.
E in effetti i problemi ci sono. A partire dalla Germania, con l’Italia fra le economie maggiormente esposte in questo momento. Pare di capire che è tutta l’Europa ad essere nella bufera.
Da noi, insieme a moda, tessile e legno, è proprio tutto il comparto dell’auto che arranca. E preoccupa in maniera ormai persistente una Germania con alle porte una stagione di licenziamenti epocali.
Produzioni italiane sono presenti nelle catene del valore dell’industria tedesca. E ormai anche i solidi tedeschi fanno i conti con i guasti di una globalizzazione che non ha un indirizzo razionale e sociale.
Intanto fioccano i primi licenziamenti annunciati da Trasnova, azienda di logistica che, dopo che Stellantis gli ha revocato la commessa, mette fuori tra Mirafiori e Pomigliano circa 100 lavoratori.
Oggi si va a Roma per l’incontro previsto al Ministero. Mentre continua il presidio operaio ai cancelli, non so se con la forza di bloccare l’ingresso delle merci, ma a questo la loro presenza allude.
Difficile non tornare con la mente ai giorni duri ma esaltanti del blocco delle merci dei disoccupati organizzati. Con gruppi di operai che solidarizzavano e si univano ai disoccupati, con altri più critici si discuteva ma c’era – viva – la lotta.
E pur nella durezza dello scontro l’idea di stare costruendo qualcosa, un’altra prospettiva, un modello sociale solidale. E invece eccoci qui, con la storia che da cultura, ridiventa presenza, lotta, per il momento anche disperazione.
Intanto Tavares si è dileguato, Marchionne è morto da tempo e l’odierna Stellantis, specie nella sua parte italiana, rischia di diventare un guscio vuoto.
La Francia, sappiamo, nella fusione ha fatto la parte del leone – ce lo aveva spiegato in una bella intervista l’operaio di Pomigliano Nello Niglio – mentre più o meno quasi tutti magnificavano l’operazione.
Licenziamento trascina licenziamento. Sono tante le ditte in appalto che hanno a loro volta subappalti, posti che rischiano di perdersi irrimediabilmente.
Del resto proprio a partire dal giorno 11 dicembre Pomigliano si ferma per 23 giorni fino al 2 gennaio. Così come Mirafiori – i giorni di stop saranno 20 dal prossimo 19 fino al 7 gennaio – poi ancora per 16 giorni si fermano Cassino, dal 19 al 3 gennaio, e Melfi 17 giorni dal 21 al 7 gennaio.
Per tanti addetti va avanti da anni, ci sono operai che in un anno totalizzano – come ci ha spiegato tante volte Antonio di Luca, intelligente avanguardia di fabbrica del Vico – pochissime ore di lavoro passando mesi in cassa integrazione.
Quanto poteva e può durare questa situazione? Nessuno si è accorto di niente in questi anni?
Ora fanno la processione a quel presidio, meglio di niente certo. Però così non serve a molto. Si deve capire perché le cose hanno preso una direzione tanto difficile negli anni, per invertire la tendenza.
Il governo ora magari metterà qualche euro sul fondo a sostegno dell’industria dell’auto (lo aveva addirittura tagliato) e le opposizioni faranno richiesta di un fondo europeo alla UE.
In fondo a spingere in questa direzione sono anche organi di stampa i cui editori sono azionisti rilevanti di Stellantis, interessati a pompare nuove risorse pubbliche.
Ma cause vere stanno altrove, scelte dei produttori, investimenti, innovazione, politiche industriali e anche un approccio più ponderato con la svolta dell’elettrico che ha disorientato i consumatori.
Se guardiamo filmati come quello che sarà presentato l’11 capiamo che nei quartieri dai quali, come uno zampillo spontaneo, spuntò dopo l’esplosione la splendida e terribile nenia della Flobert, difficilmente sgorgherà oggi una “cantata di Trasnova”.
Eppure ve ne sarebbe tanto bisogno, nel dolore di queste ore che ripropone la devastante esplosione di Calenzano. Ci interessa capire se e come, nelle condizioni certo molto cambiate, si possa rimettere al centro il lavoro.
Il suo valore e il suo peso. Sapendo che ora non tutto si gioca solo a quei cancelli ma dentro un lavoro diffuso socialmente.
Negli anfratti di città dove “nuovi operai” privi di memoria di classe portano pacchi, pizze, riparano computer e fanno mille altri lavori spesso precari.
Schiavi di profitto, come morti di profitto sono i troppi che perdono la vita lavorando. Questo lavoro vivo calpestato può rifarsi sentire, divenire una classe e premere direttamente sul capitale?
Perché sta lì lo snodo e l’esito vero di ogni lotta, quale margine di profitto erodi al capitale, quanta forza hai di incidere e di contrattare sul plusvalore con cui il capitale si remunera.
E non vale solo per mansioni manuali, devi contendere al capitale anche la scienza, oggi completamente sussunta dentro di esso. Una scienza che si faccia classe, da cui può arrivare un pensiero nuovo sulle tecnologie e su tutto il resto.
Comprendendo che Musk non è solo il miliardario su cui irride demonizzandolo il politicismo nostrano. Ma il punto più alto cui è giunta la scienza del capitale e che è a quel livello che deve elevare il conflitto un rinnovato sapere operaio.
La riflessione, a partire dalla esperienza di lotta, anche culturale e musicale, degli ex contadini divenuti operai, e il presidio al gazebo, nel freddo di quei cancelli a Pomigliano, sono più connessi e vicini di quanto possa sembrare.
Fonte
Un momento di storia e di memoria che, non potevano immaginarlo i promotori, si svolgerà mentre ai cancelli di Pomigliano sono assiepati, giorno e notte, gli operai di Trasnova in lotta per difendere il posto di lavoro e anche il futuro industriale del Paese e del meridione.
Circostanza insieme dolorosa ma anche illuminante di quanto non sia per nulla ozioso riunirsi a coltivare una memoria che i fatti di queste ore dicono è ancora carne viva e amara di una classe che non puo’ permettersi di distrarsi, di perdere la memoria.
Stampa e TV sono piene di analisi sulla crisi europea dell’auto, indotto compreso.
E in effetti i problemi ci sono. A partire dalla Germania, con l’Italia fra le economie maggiormente esposte in questo momento. Pare di capire che è tutta l’Europa ad essere nella bufera.
Da noi, insieme a moda, tessile e legno, è proprio tutto il comparto dell’auto che arranca. E preoccupa in maniera ormai persistente una Germania con alle porte una stagione di licenziamenti epocali.
Produzioni italiane sono presenti nelle catene del valore dell’industria tedesca. E ormai anche i solidi tedeschi fanno i conti con i guasti di una globalizzazione che non ha un indirizzo razionale e sociale.
Intanto fioccano i primi licenziamenti annunciati da Trasnova, azienda di logistica che, dopo che Stellantis gli ha revocato la commessa, mette fuori tra Mirafiori e Pomigliano circa 100 lavoratori.
Oggi si va a Roma per l’incontro previsto al Ministero. Mentre continua il presidio operaio ai cancelli, non so se con la forza di bloccare l’ingresso delle merci, ma a questo la loro presenza allude.
Difficile non tornare con la mente ai giorni duri ma esaltanti del blocco delle merci dei disoccupati organizzati. Con gruppi di operai che solidarizzavano e si univano ai disoccupati, con altri più critici si discuteva ma c’era – viva – la lotta.
E pur nella durezza dello scontro l’idea di stare costruendo qualcosa, un’altra prospettiva, un modello sociale solidale. E invece eccoci qui, con la storia che da cultura, ridiventa presenza, lotta, per il momento anche disperazione.
Intanto Tavares si è dileguato, Marchionne è morto da tempo e l’odierna Stellantis, specie nella sua parte italiana, rischia di diventare un guscio vuoto.
La Francia, sappiamo, nella fusione ha fatto la parte del leone – ce lo aveva spiegato in una bella intervista l’operaio di Pomigliano Nello Niglio – mentre più o meno quasi tutti magnificavano l’operazione.
Licenziamento trascina licenziamento. Sono tante le ditte in appalto che hanno a loro volta subappalti, posti che rischiano di perdersi irrimediabilmente.
Del resto proprio a partire dal giorno 11 dicembre Pomigliano si ferma per 23 giorni fino al 2 gennaio. Così come Mirafiori – i giorni di stop saranno 20 dal prossimo 19 fino al 7 gennaio – poi ancora per 16 giorni si fermano Cassino, dal 19 al 3 gennaio, e Melfi 17 giorni dal 21 al 7 gennaio.
Per tanti addetti va avanti da anni, ci sono operai che in un anno totalizzano – come ci ha spiegato tante volte Antonio di Luca, intelligente avanguardia di fabbrica del Vico – pochissime ore di lavoro passando mesi in cassa integrazione.
Quanto poteva e può durare questa situazione? Nessuno si è accorto di niente in questi anni?
Ora fanno la processione a quel presidio, meglio di niente certo. Però così non serve a molto. Si deve capire perché le cose hanno preso una direzione tanto difficile negli anni, per invertire la tendenza.
Il governo ora magari metterà qualche euro sul fondo a sostegno dell’industria dell’auto (lo aveva addirittura tagliato) e le opposizioni faranno richiesta di un fondo europeo alla UE.
In fondo a spingere in questa direzione sono anche organi di stampa i cui editori sono azionisti rilevanti di Stellantis, interessati a pompare nuove risorse pubbliche.
Ma cause vere stanno altrove, scelte dei produttori, investimenti, innovazione, politiche industriali e anche un approccio più ponderato con la svolta dell’elettrico che ha disorientato i consumatori.
Se guardiamo filmati come quello che sarà presentato l’11 capiamo che nei quartieri dai quali, come uno zampillo spontaneo, spuntò dopo l’esplosione la splendida e terribile nenia della Flobert, difficilmente sgorgherà oggi una “cantata di Trasnova”.
Eppure ve ne sarebbe tanto bisogno, nel dolore di queste ore che ripropone la devastante esplosione di Calenzano. Ci interessa capire se e come, nelle condizioni certo molto cambiate, si possa rimettere al centro il lavoro.
Il suo valore e il suo peso. Sapendo che ora non tutto si gioca solo a quei cancelli ma dentro un lavoro diffuso socialmente.
Negli anfratti di città dove “nuovi operai” privi di memoria di classe portano pacchi, pizze, riparano computer e fanno mille altri lavori spesso precari.
Schiavi di profitto, come morti di profitto sono i troppi che perdono la vita lavorando. Questo lavoro vivo calpestato può rifarsi sentire, divenire una classe e premere direttamente sul capitale?
Perché sta lì lo snodo e l’esito vero di ogni lotta, quale margine di profitto erodi al capitale, quanta forza hai di incidere e di contrattare sul plusvalore con cui il capitale si remunera.
E non vale solo per mansioni manuali, devi contendere al capitale anche la scienza, oggi completamente sussunta dentro di esso. Una scienza che si faccia classe, da cui può arrivare un pensiero nuovo sulle tecnologie e su tutto il resto.
Comprendendo che Musk non è solo il miliardario su cui irride demonizzandolo il politicismo nostrano. Ma il punto più alto cui è giunta la scienza del capitale e che è a quel livello che deve elevare il conflitto un rinnovato sapere operaio.
La riflessione, a partire dalla esperienza di lotta, anche culturale e musicale, degli ex contadini divenuti operai, e il presidio al gazebo, nel freddo di quei cancelli a Pomigliano, sono più connessi e vicini di quanto possa sembrare.
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28/12/2019
Googlers in rivolta, tra delusione e sindacato
Ci sono episodi che, seppur di portata minore, indicano in maniera nitida la crisi di egemonia delle grandi borghesie imperialiste, in particolare quella americana che, sul piano esterno, subisce i colpi derivati dalla fine della globalizzazione e quindi del proprio dominio unipolare; mentre su quello interno essa stessa “divorzia” dal sistema di valori attraverso cui ha costruito l’ideologia (intesa come falsa coscienza) del proprio dominio.
Parliamo della crisi in corso da più di anno fra Google e quella che è l’intellighenzia liberale per eccellenza di tutto il mondo, ovvero i suoi ingegneri nella Silicon Valley.
Nell’ambito dell’ideologia della “fine della storia”, propinataci dai think tank d’oltreoceano dopo la caduta del muro di Berlino, la Silicon Valley è venuta assumendo un ruolo speciale come “fine per eccellenza”, verso cui dovrebbe tendere tutto il mondo.
È lì, infatti, che vigerebbero e sarebbero praticate la democrazia assoluta, la meritocrazia assoluta, l’uguaglianza e orizzontalità assolute fra razze, generi, tendenze sessuali e individuali e, soprattutto, la prosperità economica. Insomma, la summa della capacità del capitalismo di dipingersi come progressivo.
Per inciso, anche alcune frange dei “movimenti” sono state influenzate dall’onda lunga di questa ideologia, soprattutto nella concezione del web come spazio liscio, senza asperità, in cui è possibile praticare la democrazia orizzontale e, più in generale, nella fiducia nel potenziale di per sé emancipatorio delle tecnologie digitali, purché accompagnate da un reddito universale.
Estrema conseguenza di questa ideologia è il dipingere la suddetta “intellighenzia tecnica” come classe rivoluzionaria del futuro (do you remember il “cognitariato”), mentre in realtà si tratta, nella maggioranza dei casi, di imprenditori che “arrotondano” i propri già cospicui stipendi da lavoratori dipendenti con i profitti derivati da partecipazioni azionarie e startup.
Questa “Gerusalemme terrestre” del capitalismo, in cui i lavoratori partecipano ai profitti sarebbe, ovviamente, risultato non della “meritocrazia”, bensì della catena del valore del silicio e dei materiali che andranno a sostituirlo; la quale catena, spesso, semina guerre e povertà in giro per il mondo. Per citare solo l’ultima: è tra le concause del colpo di stato in Bolivia (per il litio e non solo).
Fatte queste dovute premesse, veniamo a Google. Da più di un anno è in corso uno scontro fra la dirigenza del colosso dei servizi su internet e i propri ingegneri. Definito “walkout”, che ha portato a varie manifestazioni di questi ultimi all’esterno delle sedi aziendali nella Baia di San Francisco e ad una raffica di licenziamenti, dimissioni di esponenti anche storici che vi lavoravano da più di 10 anni, quindi durante tutto il periodo del boom dell’azienda.
I motivi del dissenso sono emblematici:
a) l’insabbiamento di alcuni casi interni di violenza sessuale, in cui i colpevoli sono stati sono stati fatti uscire prima della “tempesta mediatica” dietro laute buonuscite;
b) l’intenzione dell’azienda di fornire dei servizi alle agenzie federali addette al controllo del confine col Messico (che dovrebbero servire a bloccare l’immigrazione);
c) l’accettazione delle politiche di funzionamento e ricerca imposte dal Governo Cinese per accedere al mercato della Repubblica Popolare, che vanno a rimpiazzare quelle che gli ingegneri stessi, “democraticamente”, in accordo con i dirigenti, hanno contribuito a formulare, e che restano valide per il resto del mondo (cosa che loro dipingono come “accettazione della censura operata dalla dittatura”).
I primi due, dunque, sono motivi che potremmo definire “di civiltà”, hanno a che fare con il regresso di valori dovuto alla stagnazione secolare in cui siamo immersi. Il terzo è invece inerente all’insofferenza rispetto alla scoperta che il mondo cambia e i “padroni del mondo” non sono più solo gli statunitensi, ma anche altri.
Entrambe le situazioni sono figlie, come detto, della fase discendente dell’imperialismo USA.
In ogni caso, dopo le dimostrazioni all’esterno delle sedi, i padroni di Google, con grande sorpresa dei manifestanti, hanno progressivamente dismesso i panni democratici per dimostrare una mentalità che si avvicina a quella dei padroni delle ferriere dell’Ottocento.
I consueti meeting per decidere democraticamente le politiche aziendali, che i fondatori Larry Page e Sergey Brin tenevano anche personalmente con gli ingegneri, sono stati cancellati. Sono cominciati i demansionamenti, i licenziamenti e tutte le ritorsioni che le aziende utilizzano ordinariamente contro i normali dipendenti “dissidenti”.
Ad esempio, Kathryn Spiers, incaricata di produrre per gli altri dipendenti dei popup testuali sul browser in cui si ricordano le politiche di sicurezza cui attenersi, è stata licenziata in 3 ore perché uno dei messaggi postati era il seguente: “I googlers [i dipendenti di Google] hanno il diritto di partecipare ad attività [sindacali] concertate protette”. La motivazione ufficiale riportata dall’azienda è che la dipendente avrebbe violato i suoi privilegi di accesso ai sistemi aziendali.
La diretta interessata, dal canto suo ha spiegato: ”Ho postato quel messaggio a seguito della notizia dell’ingaggio da parte di Google della società di consulenza anti-sindacale IRI, così come quella del licenziamento di quattro miei colleghi per essersi organizzati. Ho pensato che fosse un buon momento per ricordare ad alcuni dei miei colleghi i loro diritti”.
“La mia attitudine a lottare per ciò che è giusto mi è costata il lavoro dei miei sogni in Google, un posto in cui ho sognato di lavorare da quando ero in prima media. Ma il mio licenziamento non ha solo portato via il mio lavoro: mi ha anche portato l’amara consapevolezza che il dissenso – critiche fondamentali, non solo di tipo superficiale – non è il benvenuto in Google. Google ha affermato a lungo di essere aperta alle critiche, ma in realtà, la società teme di essere chiamata a rendere conto della sicurezza, la protezione e la privacy dei propri utenti e della propria forza lavoro”, ha proseguito.
Le due principali organizzatrici delle manifestazioni, Claire Stapleton e Meredith Witthaker, si sono dimesse volontariamente. La prima ha spiegato le sue ragioni in articolo, significativamente intitolato: “Google mi amava, finché non ho puntato il dito su ciò che faceva schifo”.
“Non ho semplicemente investito nel mito di Google, ho contribuito a scriverlo. Il mio primo lavoro era alle comunicazioni interne, e lì, essendo l’autrice delle mail che esaltavano la cultura e i valori di Google e modificavano il blog delle notizie interne, mi sentivo chiamato ad una funzione più alta: Google pullulava di specialità ed era mio solenne dovere riportare quella particolarità in tutti coloro che erano responsabili di essa – I Googlers”.
Questo è uno dei principali spunti ideologici offerti dalla Claire Stapleton, che spiega anche i motivi di merito delle sue dimissioni. “Il tono della direzione si è raffreddato. Sono state implementate nuove norme che sono state uno schiaffo in faccia alla cultura aperta di Google. Entro pochi mesi dal Walkout, c’erano nuove ‘linee guida della comunità’ intese a limitare le persone che discutevano di politica sui gruppi interni e accedevano a documenti ‘necessari per conoscere’ – come quelli che, nel 2018, hanno rivelato che Google stava facendo un’offerta per un contratto militare e sviluppando un motore di ricerca censurato per la Cina – è stato commesso un reato violento. (Il progetto del motore di ricerca cinese, nome in codice Project Dragonfly, da allora è stato terminato). E stava cominciando a venir fuori che il supporto formale dei dirigenti per il Walkout non fosse poi così genuino: la stampa ha riferito che a novembre, giorni dopo il Walkout, hanno silenziosamente presentato una petizione al National Labor Relations Board per limitare le tutele legali per i lavoratori attivisti”.
Per concludere: gli effetti della competizione globale colpiscono la graniticità degli apparati ideologici della borghesia imperialista ai più alti livelli. In questo caso anche un’intellighenzia tecnica, la quale, nei casi “peggiori” e minoritari è composta da esponenti dell’aristocrazia salariale più elevata al mondo – dal punto di vista economico e per il livello di identificazione nell’”ideologia dell’impresa” – è fatta oggetto di vessazioni degne delle piccole fabbriche di provincia ed è costretta a rispolverare un lessico di tipo sindacale e a far riferimento alla necessità di organizzarsi collettivamente in tal senso.
Questi risvolti e queste contraddizioni di classe nel campo della borghesia devono dar forza alla nostra battaglia affinché segmenti di lavoratori anche istruiti, ma con prospettive non corrispondenti alle loro ambizioni dirigenziali, vengano spogliati dall’ideologia dell’impresa che in maniera totalitaria cerca di informali di sé sin dalle scuole e dalle Università, pur non essendovene quasi più i presupposti materiali.
La via maestra sembra ancora, come sempre, sviluppare la coscienza di classe!
Fonte
Che dire, Clash with reality!
15/09/2019
Pizza e coscienza di classe
di Giovanni Iozzoli
Arriva Anastasia, con la sua sobria pacatezza di giovane madre di famiglia – un filo di accento moldavo che sguscia tra le consonanti, mentre ringrazia la platea – e prende il microfono. L’ha già fatto tante volte, in queste settimane, è diventata disinvolta nel parlare in pubblico – non l’avrebbe mai creduto possibile un po’ di tempo fa, come molte altre cose. In pochi minuti racconta alla cinquantina di persone presenti, della sua esperienza lavorativa dentro lo stabilimento di un rinomato marchio modenese del “food” – la pressione dei turni impossibili, la fatica del lavoro, i guadagni così striminziti da creare sospetti nel marito, che vedeva la sua busta paga e diceva: ma lavori davvero? Anastasia è un’addetta di linea alla preparazione delle decine di migliaia di pizze che, surgelate e confezionate, vengono esportate ogni giorno ai quattro angoli del globo dall’azienda, leader europea del settore. Non ha imparato i trucchi delle retoriche da assemblea, non ce n’è bisogno quando parli della tua vita, delle tue verità. Racconta di sé, della loro dura lotta, degli scioperi, dei licenziamenti, della repressione e conclude il suo intervento senza grandi proclami, dicendo semplicemente: “adesso hanno capito che io sono Anastasia!” Ed è palesemente soddisfatta, mentre rilascia all’assemblea questa affermazione apparentemente poco significativa.
Io sono io. Certo, chi altro volevi essere? Potrebbe suonare criptica, buffa o surreale.
Invece tutti applaudono. Tutti hanno capito perfettamente cosa voleva dire Anastasia.
Prima che cominciassero le lotte alla Italpizza, lei era un ingranaggio invisibile e anonimo di quella grande impresa, dipendente, tra l’altro, di una cooperativa in appalto interno, perennemente schiacciata tra le rigidità degli orari, le esigenze domestiche, il malessere di un lavoro malpagato e mal vissuto. Forse il caposquadra non ricordava neanche che si chiamasse così, Anastasia: la sua mansione, la sua busta paga, il suo contratto “multiservizi”, tutto serviva a ricordare alla signora (extracomunitaria) che lei era un elemento infimo, sostituibile, intercambiabile. Che come lei ce n’erano migliaia in attesa davanti ai portoni degli stabilimenti: siete fortunati se avete un lavoro – questa scritta in ferro battuto dovrebbe troneggiare sui cancelli elettronici delle ditte, promemoria perenne a cui educare la moderna classe operaia, senza neanche il bisogno di raccontare perverse bugie sul fatto che il lavoro rende liberi.
Poi succede qualcosa nelle vite delle persone e delle aziende – una vertenza aperta, alcuni mesi di scioperi, botte, denunce, sulfumigi quotidiani a base di lacrimogeni, interviste (chi aveva mai parlato con un giornalista??), analisi di contratti scaduti e ipotesi di accordi, tavoli e riunioni in prefettura: e così l’operaia delle pizze realizza una qualche verità ineffabile, sottile, circa se stessa e il suo stare al mondo. All’inizio le sfugge, questa consapevolezza, è solo una del gruppo di donne che ha deciso di rivendicare un contratto adeguato e qualche soldo in più. Ma poi capisce che c’è anche altro in gioco. E dopo settimane che valgono come anni, oggi riesce disinvoltamente a prendere la parola in un assemblea pubblica, davanti a gente che non conosce, per dire serenamente: “io sono Anastasia”. Rivendicazione altissima, quasi estrema.
“Sono Anastasia”. “Non sono quella della linea 2”. “Non sono lavoro morto, non sono neanche lavoro vivo”: manganellate e gas hanno realizzato la combinazione alchemica, l’illuminazione – “sono Anastasia, lo sono sempre stata, solo che me ne ero dimenticata, perché tra l’affitto, la rata dell’asilo, le minacce del capoteam, tutto il mondo mi aveva istruito da sempre alla sottomissione di classe, da quando ero piccola, giù al mio paese e avevo dimenticato l’essenziale”. Rivendica, più che un contratto da alimentarista, il dato semplice e nudo della sua irriducibile umanità, della sua singolarità. “Sono Anastasia, una persona, sono una cosa complessa, esplosiva, da maneggiare con cura ed estremamente preziosa: cioè l’esatto opposto di come mi vedete voi, una insignificante farcitrice incuffiata (matricola Inps 41346)”.
Quelle come Anastasia hanno doppiato il capo di Mala Speranza, nel giro di un paio di generazioni: i suoi genitori sono scappati dalla bancarotta del socialismo reale per approdare carichi di aspettative nel paradiso occidentale venduto dalle Tv commerciali; e qui i figli sbattono il grugno contro il capitalismo reale, chiedendosi dov’è l’errore, cos’è che non capiscono, perché l’Eden è pieno di buche, di trappole, di merda; e reimparano le parole-tabù del lessico rimosso dopo l’89, nei loro luoghi d’origine – i padroni, la giustizia sociale, lo sciopero – proprio come chi esce dal coma deve ricominciare a sillabare con pazienza.
Ai cancelli degli stabilimenti della logistica o dell’agroalimentare, nei picchetti e durante gli scioperi, capita spesso di sentire lavoratori egiziani, ghanesi o bengalesi, che scuotono la testa increduli e dicono: non pensavo che da voi fosse così. Vengono da realtà dure, socialmente difficili, eppure sono stupiti delle bastonate della polizia italiana, dall’uso spropositato dei lacrimogeni, dagli alambicchi truffaldini ai tavoli di trattativa, dalle denunce, dalle minacce sui rinnovi dei permessi di soggiorno, dalla facilità con cui si imbrogliano i dipendenti, si ruba il TFR, si elude il fisco. Sono meravigliati da quanto siano labili ed elastici i confini del presunto “primo mondo”: anzi, da come i sistemi siano intrecciati, connessi, sovrapponibili – e il terzo mondo dei diritti può cominciare nel reparto logistica o nel rione in fondo alla strada. Non nutrivano attese puerili o messianiche, sull’occidente, ma erano convinti che qui, in qualche modo, si giocasse pulito: che la polizia non fosse smaccatamente al servizio dei ricchi, che gli operai non fossero numeri e che il lavoro fosse mortificato o spremuto o sfruttato, solo nei paesi dagli assetti sociali primitivi o premoderni. C’è da interrogarsi sull’immagine che l’Occidente offre di sé, ai popoli del mondo, anche in relazione all’intensificarsi frenetico dei flussi migratori: le nostre pay tv, le nostre fiction, il nostro star system, raccontano di un mondo in cui è stata bandita la fatica, l’insuccesso, un regno delle pari opportunità in cui tutti possono competere e raggiungere la piena felicità materiale – oasi di progresso, libertà, uguaglianza. Praticamente, l’opposto di ciò che siamo realmente.
Perciò è così rivoluzionaria e solenne, quasi una dichiarazione d’indipendenza, quell’affermazione: “io sono Anastasia” – c’è tutto un disvelamento, una conquista per niente scontata, un approdo faticoso, dietro quelle parole. Non è ancora l’assimilazione di un’ideologia – cioè di una concezione compiuta del mondo. Ma è già un cambio di immaginario, uno scarto significativo del modo in cui una persona guarda se stessa, la sua relazione con gli altri e con quella cosa oscura e gelatinosa chiamata società.
Già, l’immaginario. Lo tiriamo in ballo in continuazione e lo diamo sempre per scontato – anche se, per la verità, ognuno lo definisce a suo modo. L’immaginario è “quella cosa là”, che sta “sotto” il cielo statico delle ideologie e sopra il flusso caotico e schizoide della connessione permanente – e interagisce con entrambe le dimensioni. È una regione misteriosa e lussureggiante, fatta di simboli, segni, codici, visioni, un non luogo dove si formano le griglie attraverso cui interpretiamo e ordiniamo la nostra esperienza del mondo.
Quando sei totalmente succube, ricettivo, ubbidiente e passivo rispetto ai valori odierni – al feroce esprit du temps – quella regione diventa un deserto di desideri frustrati, aspettative irrealistiche e fuorvianti, inadeguatezze, speranze, odio competitivo. Quando invece Anastasia comincia a interrogarsi sulle sue pizze, sul suo contratto, sulla sua condizione di madre lavoratrice, sulle sue ragioni e la sua rabbia, sull’assurdità di un sistema in cui devi farti bastonare per rivendicare un minimo di legalità, allora il suo immaginario comincia ad aprirsi, esce dalle ristrettezze del micro mondo familiare, dal solipsismo del consumatore povero: vede se stessa in un altro modo, comincia ad essere orgogliosa di quello che capisce e che fa, vorrebbe spiegarlo al figlio (ma è ancora piccolo), vorrebbe coinvolgere sempre più i colleghi – spesso le mancano le parole, per esprimere quella nuova ricchezza. Magari le torna in mente un vecchio film che parlava di scioperi, oppure i racconti di suo cugino che lavora in una fonderia nella Ruhr; opera connessioni in autonomia, formula domande sempre più complesse: abbozza a se stessa delle prime spiegazioni. Anche se farcisce le pizze e guadagna 750 euro al mese, adesso sente di non essere una sfigata, è consapevole della ricchezza di cui è portatrice – e soprattutto ha capito di non essere sola. Le viene in mente che la vita forse non è solo sfangare il fine mese, pagare le bollette, curare la famiglia e sperare in un po’ di salute: forse c’è altro, un respiro più ampio e ardito, la solidarietà degli sconosciuti che vengono a stringerti la mano ai presidi, c’è la soddisfazione di contare, pesare, spiegare anche al sindaco o ai politici che “sei Anastasia” e che da oggi bisognerà fare i conti anche con te – e c’è la coscienza che sembra allargarsi, espandersi, quasi affamata di conoscenza. Il mondo non è come te lo avevano raccontato. “Elevazione spirituale della classe operaia” – così recitavano i bignamini di formazione marxista. Si può aggiornare il vocabolario, ma ancora lì siamo, dentro quello sforzo necessario di educazione ed autoeducazione.
Quando Anastasia, e quelli come lei, ai cancelli dell’Italpizza o davanti a magazzini, centri commerciali, stabilimenti, prendono la parola – e lo fanno non solo con la voce, ma anche e soprattutto attraverso i loro corpi – stanno realizzando un piccolo miracolo laico. Un atto di fede in se stessi e nel futuro – e come ogni fede, comporta l’assunzione di doveri e rischi. Conquistare la responsabilità della scelta. Uscire dalle linee di produzione. Staccarsi dal nastro, rendersi autonomi dalla macchina e dal logaritmo, sottrarsi alla quantificazione della prestazione ma soprattutto alle retoriche minacciose dell’aziendalismo, ai suoi ricatti o alle sue lusinghe paternalistiche.
La cosa interessante è che, attraverso la voce di chi lotta, in qualche modo, prendono parola anche gli altri: i crumiri, i fidelizzati, i complici, i rassegnati, gli sconfitti, quelli che durante gli scioperi entrano a testa bassa da un cancello laterale. La voce di Anastasia qualifica e getta luce anche su quel silenzio triste – parla anche di loro, che non hanno il coraggio di negare la propria mortificante condizione di merce a buon mercato.
Cosa c’è adesso, dentro l’immaginario di Anastasia, dopo mesi di battaglia davanti a quei cancelli e una faticosa, contraddittoria vittoria sindacale? La lotta cosa cambia, quale chimica, quali meccanismi innesca dentro la biografia di un individuo? Scoprirsi corpo collettivo deve essere esaltante e pauroso. Forse inizia a germogliare un barlume di consapevolezza circa l’appartenenza a un movimento storico, lento, ineluttabile, di emancipazione dell’umano dal lavoro salariato: la tua piccola vita acquista un valore luminoso, diventa un microscopico episodio di quella prometeica lunghissima marcia.
La mobilitazione all’Italpizza non è finita, è solo entrata in una fase nuova. Qualche settimana fa l’azienda è stata piegata – dalla lotta, solo dalla lotta – alla firma di un accordo complesso, pieno di ombre e criticità: che però contiene la reinternalizzazione di massa di buona parte dei lavoratori degli appalti interni. Quindi: non era vero che la precarietà è inevitabile, che è modernità, è necessità oggettiva. Quando i padroni cominciano ad aver paura, il senso della storia diventa reversibile, si aprono mille scenari, i rapporti di potere forzano e ridisegnano i confini del possibile. Ogni progresso, in fin dei conti, si fonda sulla paura.
Intanto è necessario che le parole di Anastasia escano dalla linea 2 del reparto farcitura, arrivino al confezionamento, alle spedizioni, alle celle frigorifere: e poi via, fuori, negli stabilimenti scalcagnati e nelle vetrine prestigiose dell’industria 4.0, verso le ciurme precarie di ogni colore e di ogni risma; giungano alle orecchie scettiche e pacificate dei lavoratori diretti, degli pseudo garantiti; fino ad arrivare all’attenzione dei giovanottini in camicia bianca che entrano adesso nelle nuove fabbriche integrate, nelle nuove mansioni massificate del lavoro tecnico-intellettuale, più o meno disarmati di storia e diritti, come lo erano le farcitrici di pizza fino a pochi mesi fa.
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Arriva Anastasia, con la sua sobria pacatezza di giovane madre di famiglia – un filo di accento moldavo che sguscia tra le consonanti, mentre ringrazia la platea – e prende il microfono. L’ha già fatto tante volte, in queste settimane, è diventata disinvolta nel parlare in pubblico – non l’avrebbe mai creduto possibile un po’ di tempo fa, come molte altre cose. In pochi minuti racconta alla cinquantina di persone presenti, della sua esperienza lavorativa dentro lo stabilimento di un rinomato marchio modenese del “food” – la pressione dei turni impossibili, la fatica del lavoro, i guadagni così striminziti da creare sospetti nel marito, che vedeva la sua busta paga e diceva: ma lavori davvero? Anastasia è un’addetta di linea alla preparazione delle decine di migliaia di pizze che, surgelate e confezionate, vengono esportate ogni giorno ai quattro angoli del globo dall’azienda, leader europea del settore. Non ha imparato i trucchi delle retoriche da assemblea, non ce n’è bisogno quando parli della tua vita, delle tue verità. Racconta di sé, della loro dura lotta, degli scioperi, dei licenziamenti, della repressione e conclude il suo intervento senza grandi proclami, dicendo semplicemente: “adesso hanno capito che io sono Anastasia!” Ed è palesemente soddisfatta, mentre rilascia all’assemblea questa affermazione apparentemente poco significativa.
Io sono io. Certo, chi altro volevi essere? Potrebbe suonare criptica, buffa o surreale.
Invece tutti applaudono. Tutti hanno capito perfettamente cosa voleva dire Anastasia.
Prima che cominciassero le lotte alla Italpizza, lei era un ingranaggio invisibile e anonimo di quella grande impresa, dipendente, tra l’altro, di una cooperativa in appalto interno, perennemente schiacciata tra le rigidità degli orari, le esigenze domestiche, il malessere di un lavoro malpagato e mal vissuto. Forse il caposquadra non ricordava neanche che si chiamasse così, Anastasia: la sua mansione, la sua busta paga, il suo contratto “multiservizi”, tutto serviva a ricordare alla signora (extracomunitaria) che lei era un elemento infimo, sostituibile, intercambiabile. Che come lei ce n’erano migliaia in attesa davanti ai portoni degli stabilimenti: siete fortunati se avete un lavoro – questa scritta in ferro battuto dovrebbe troneggiare sui cancelli elettronici delle ditte, promemoria perenne a cui educare la moderna classe operaia, senza neanche il bisogno di raccontare perverse bugie sul fatto che il lavoro rende liberi.
Poi succede qualcosa nelle vite delle persone e delle aziende – una vertenza aperta, alcuni mesi di scioperi, botte, denunce, sulfumigi quotidiani a base di lacrimogeni, interviste (chi aveva mai parlato con un giornalista??), analisi di contratti scaduti e ipotesi di accordi, tavoli e riunioni in prefettura: e così l’operaia delle pizze realizza una qualche verità ineffabile, sottile, circa se stessa e il suo stare al mondo. All’inizio le sfugge, questa consapevolezza, è solo una del gruppo di donne che ha deciso di rivendicare un contratto adeguato e qualche soldo in più. Ma poi capisce che c’è anche altro in gioco. E dopo settimane che valgono come anni, oggi riesce disinvoltamente a prendere la parola in un assemblea pubblica, davanti a gente che non conosce, per dire serenamente: “io sono Anastasia”. Rivendicazione altissima, quasi estrema.
“Sono Anastasia”. “Non sono quella della linea 2”. “Non sono lavoro morto, non sono neanche lavoro vivo”: manganellate e gas hanno realizzato la combinazione alchemica, l’illuminazione – “sono Anastasia, lo sono sempre stata, solo che me ne ero dimenticata, perché tra l’affitto, la rata dell’asilo, le minacce del capoteam, tutto il mondo mi aveva istruito da sempre alla sottomissione di classe, da quando ero piccola, giù al mio paese e avevo dimenticato l’essenziale”. Rivendica, più che un contratto da alimentarista, il dato semplice e nudo della sua irriducibile umanità, della sua singolarità. “Sono Anastasia, una persona, sono una cosa complessa, esplosiva, da maneggiare con cura ed estremamente preziosa: cioè l’esatto opposto di come mi vedete voi, una insignificante farcitrice incuffiata (matricola Inps 41346)”.
Quelle come Anastasia hanno doppiato il capo di Mala Speranza, nel giro di un paio di generazioni: i suoi genitori sono scappati dalla bancarotta del socialismo reale per approdare carichi di aspettative nel paradiso occidentale venduto dalle Tv commerciali; e qui i figli sbattono il grugno contro il capitalismo reale, chiedendosi dov’è l’errore, cos’è che non capiscono, perché l’Eden è pieno di buche, di trappole, di merda; e reimparano le parole-tabù del lessico rimosso dopo l’89, nei loro luoghi d’origine – i padroni, la giustizia sociale, lo sciopero – proprio come chi esce dal coma deve ricominciare a sillabare con pazienza.
Ai cancelli degli stabilimenti della logistica o dell’agroalimentare, nei picchetti e durante gli scioperi, capita spesso di sentire lavoratori egiziani, ghanesi o bengalesi, che scuotono la testa increduli e dicono: non pensavo che da voi fosse così. Vengono da realtà dure, socialmente difficili, eppure sono stupiti delle bastonate della polizia italiana, dall’uso spropositato dei lacrimogeni, dagli alambicchi truffaldini ai tavoli di trattativa, dalle denunce, dalle minacce sui rinnovi dei permessi di soggiorno, dalla facilità con cui si imbrogliano i dipendenti, si ruba il TFR, si elude il fisco. Sono meravigliati da quanto siano labili ed elastici i confini del presunto “primo mondo”: anzi, da come i sistemi siano intrecciati, connessi, sovrapponibili – e il terzo mondo dei diritti può cominciare nel reparto logistica o nel rione in fondo alla strada. Non nutrivano attese puerili o messianiche, sull’occidente, ma erano convinti che qui, in qualche modo, si giocasse pulito: che la polizia non fosse smaccatamente al servizio dei ricchi, che gli operai non fossero numeri e che il lavoro fosse mortificato o spremuto o sfruttato, solo nei paesi dagli assetti sociali primitivi o premoderni. C’è da interrogarsi sull’immagine che l’Occidente offre di sé, ai popoli del mondo, anche in relazione all’intensificarsi frenetico dei flussi migratori: le nostre pay tv, le nostre fiction, il nostro star system, raccontano di un mondo in cui è stata bandita la fatica, l’insuccesso, un regno delle pari opportunità in cui tutti possono competere e raggiungere la piena felicità materiale – oasi di progresso, libertà, uguaglianza. Praticamente, l’opposto di ciò che siamo realmente.
Perciò è così rivoluzionaria e solenne, quasi una dichiarazione d’indipendenza, quell’affermazione: “io sono Anastasia” – c’è tutto un disvelamento, una conquista per niente scontata, un approdo faticoso, dietro quelle parole. Non è ancora l’assimilazione di un’ideologia – cioè di una concezione compiuta del mondo. Ma è già un cambio di immaginario, uno scarto significativo del modo in cui una persona guarda se stessa, la sua relazione con gli altri e con quella cosa oscura e gelatinosa chiamata società.
Già, l’immaginario. Lo tiriamo in ballo in continuazione e lo diamo sempre per scontato – anche se, per la verità, ognuno lo definisce a suo modo. L’immaginario è “quella cosa là”, che sta “sotto” il cielo statico delle ideologie e sopra il flusso caotico e schizoide della connessione permanente – e interagisce con entrambe le dimensioni. È una regione misteriosa e lussureggiante, fatta di simboli, segni, codici, visioni, un non luogo dove si formano le griglie attraverso cui interpretiamo e ordiniamo la nostra esperienza del mondo.
Quando sei totalmente succube, ricettivo, ubbidiente e passivo rispetto ai valori odierni – al feroce esprit du temps – quella regione diventa un deserto di desideri frustrati, aspettative irrealistiche e fuorvianti, inadeguatezze, speranze, odio competitivo. Quando invece Anastasia comincia a interrogarsi sulle sue pizze, sul suo contratto, sulla sua condizione di madre lavoratrice, sulle sue ragioni e la sua rabbia, sull’assurdità di un sistema in cui devi farti bastonare per rivendicare un minimo di legalità, allora il suo immaginario comincia ad aprirsi, esce dalle ristrettezze del micro mondo familiare, dal solipsismo del consumatore povero: vede se stessa in un altro modo, comincia ad essere orgogliosa di quello che capisce e che fa, vorrebbe spiegarlo al figlio (ma è ancora piccolo), vorrebbe coinvolgere sempre più i colleghi – spesso le mancano le parole, per esprimere quella nuova ricchezza. Magari le torna in mente un vecchio film che parlava di scioperi, oppure i racconti di suo cugino che lavora in una fonderia nella Ruhr; opera connessioni in autonomia, formula domande sempre più complesse: abbozza a se stessa delle prime spiegazioni. Anche se farcisce le pizze e guadagna 750 euro al mese, adesso sente di non essere una sfigata, è consapevole della ricchezza di cui è portatrice – e soprattutto ha capito di non essere sola. Le viene in mente che la vita forse non è solo sfangare il fine mese, pagare le bollette, curare la famiglia e sperare in un po’ di salute: forse c’è altro, un respiro più ampio e ardito, la solidarietà degli sconosciuti che vengono a stringerti la mano ai presidi, c’è la soddisfazione di contare, pesare, spiegare anche al sindaco o ai politici che “sei Anastasia” e che da oggi bisognerà fare i conti anche con te – e c’è la coscienza che sembra allargarsi, espandersi, quasi affamata di conoscenza. Il mondo non è come te lo avevano raccontato. “Elevazione spirituale della classe operaia” – così recitavano i bignamini di formazione marxista. Si può aggiornare il vocabolario, ma ancora lì siamo, dentro quello sforzo necessario di educazione ed autoeducazione.
Quando Anastasia, e quelli come lei, ai cancelli dell’Italpizza o davanti a magazzini, centri commerciali, stabilimenti, prendono la parola – e lo fanno non solo con la voce, ma anche e soprattutto attraverso i loro corpi – stanno realizzando un piccolo miracolo laico. Un atto di fede in se stessi e nel futuro – e come ogni fede, comporta l’assunzione di doveri e rischi. Conquistare la responsabilità della scelta. Uscire dalle linee di produzione. Staccarsi dal nastro, rendersi autonomi dalla macchina e dal logaritmo, sottrarsi alla quantificazione della prestazione ma soprattutto alle retoriche minacciose dell’aziendalismo, ai suoi ricatti o alle sue lusinghe paternalistiche.
La cosa interessante è che, attraverso la voce di chi lotta, in qualche modo, prendono parola anche gli altri: i crumiri, i fidelizzati, i complici, i rassegnati, gli sconfitti, quelli che durante gli scioperi entrano a testa bassa da un cancello laterale. La voce di Anastasia qualifica e getta luce anche su quel silenzio triste – parla anche di loro, che non hanno il coraggio di negare la propria mortificante condizione di merce a buon mercato.
Cosa c’è adesso, dentro l’immaginario di Anastasia, dopo mesi di battaglia davanti a quei cancelli e una faticosa, contraddittoria vittoria sindacale? La lotta cosa cambia, quale chimica, quali meccanismi innesca dentro la biografia di un individuo? Scoprirsi corpo collettivo deve essere esaltante e pauroso. Forse inizia a germogliare un barlume di consapevolezza circa l’appartenenza a un movimento storico, lento, ineluttabile, di emancipazione dell’umano dal lavoro salariato: la tua piccola vita acquista un valore luminoso, diventa un microscopico episodio di quella prometeica lunghissima marcia.
La mobilitazione all’Italpizza non è finita, è solo entrata in una fase nuova. Qualche settimana fa l’azienda è stata piegata – dalla lotta, solo dalla lotta – alla firma di un accordo complesso, pieno di ombre e criticità: che però contiene la reinternalizzazione di massa di buona parte dei lavoratori degli appalti interni. Quindi: non era vero che la precarietà è inevitabile, che è modernità, è necessità oggettiva. Quando i padroni cominciano ad aver paura, il senso della storia diventa reversibile, si aprono mille scenari, i rapporti di potere forzano e ridisegnano i confini del possibile. Ogni progresso, in fin dei conti, si fonda sulla paura.
Intanto è necessario che le parole di Anastasia escano dalla linea 2 del reparto farcitura, arrivino al confezionamento, alle spedizioni, alle celle frigorifere: e poi via, fuori, negli stabilimenti scalcagnati e nelle vetrine prestigiose dell’industria 4.0, verso le ciurme precarie di ogni colore e di ogni risma; giungano alle orecchie scettiche e pacificate dei lavoratori diretti, degli pseudo garantiti; fino ad arrivare all’attenzione dei giovanottini in camicia bianca che entrano adesso nelle nuove fabbriche integrate, nelle nuove mansioni massificate del lavoro tecnico-intellettuale, più o meno disarmati di storia e diritti, come lo erano le farcitrici di pizza fino a pochi mesi fa.
Fonte
24/04/2018
Una cultura di classe contro le stragi sul lavoro
Innanzitutto invito tutti a non parlare di infortuni mortali sul lavoro (come fanno invece i media e i social) solo quando l’infortunio provoca “morti multiple” oppure è “spettacolare” (esplosioni, incendi, spazi confinati, ecc.) e quindi fa “audience”.
Purtroppo occorre parlarne e indignarsi tutti i giorni, poiché tutti i giorni, in media, muoiono 4 lavoratori di infortunio sul lavoro. A tale proposito invito a visitare la pagina internet dell’Osservatorio indipendente sui morti sul lavoro di Bologna, curato da Carlo Soricelli, in cui vengono puntualmente e quotidianamente riportati gli infortuni mortali.
E 4 morti per infortunio sul lavoro ogni giorno (e altrettanti di malattie professionali), non sono certo emergenza, ma la triste normalità di una strage quotidiana.
Ho spiegato più volte le cause reali di questa mattanza, ma credo sia necessario ripetermi un’altra volta.
Le leggi sulla tutela della salute e della sicurezza ci sono, sono perfettibili, ma ci sono e, almeno nell’immediato, non ne servono di nuove.
Il Testo Unico (Decreto Legislativo 81 del 2008) è un corpo normativo completo, accompagnato e integrato da altra legislazione su salute e sicurezza di macchine, attrezzature e Dispositivi di Protezione Individuali (Direttiva Macchine, Direttiva Bassa Tensione, Direttiva DPI, ecc.) e da normativa tecnica numerosa ed esaustiva.
Come tecnico che da 20 anni si occupa di prevenzione della salute e della sicurezza dei lavoratori, mi sento di poter affermare che, se le leggi e le norme tecniche fossero applicate integralmente, il numero di infortuni (mortali e non) e di malattie professionali subirebbe una radicale diminuzione.
Il vero problema non è la mancanza di norme e leggi, ma il fatto che quelle esistenti non vengono applicate, se non in maniera del tutto formale, per avere le “carte in regola”.
Norme e leggi non vengono applicate dai padroni (quelli che eufemisticamente vengono definiti “datori di lavoro” o “imprenditori”) per la perversa logica del profitto a ogni costo (anche a costo della vita dei lavoratori) su cui è basata l’economia capitalista, dall’800 a oggi.
Applicare leggi e norme vuol dire affrontare dei costi (mettere a norma le macchine e i luoghi di lavoro, applicare procedure che possono rallentare la produzione, fare formazione e sorveglianza sanitaria, ecc.), costi che per i padroni sono improduttivi e che diminuiscono quindi il margine di profitto. E il profitto è l’unica cosa che conta nell’economia capitalista.
Ma i padroni possono permettersi di non rispettare le leggi e le norme, nonostante facendo questo commettano un reato penale sanzionabile, perché sanno che gli organi di vigilanza (ASL, Ispettorato del Lavoro, Vigili del Fuoco) non hanno risorse sufficienti per eseguire controlli e ispezioni in tutte le aziende (la media delle aziende controllate è del 3%). E questo per precisa scelta politica di depotenziare gli organi di vigilanza stessi. Non parliamo poi di ispezioni addomesticate e di ispettori collusi (vedi Thyssen Krupp).
Le sanzioni penali e amministrative sono poi del tutto irrisorie e sproporzionate rispetto alla gravità del mancato adempimento (morte o invalidità in moltissimi casi). E anche questo per decisa volontà politica, in virtù della drastica riduzione dell’apparato sanzionatorio del Testo Unico voluto nel 2009 dal Governo Berlusconi.
Quando poi da queste inadempienza ci scappa il morto, i padroni sono quasi sicuri di farla franca. O l’assoluzione o la prescrizione sono la conclusione dei processi per infortuni sul lavoro e malattie professionali. Insomma, per questi reati, in galera non ci va nessuno (salvo casi di rilevanza mediatica, come quello della Thyssen Krupp, anche per la mobilitazione di lavoratori e cittadini).
In definitiva c’è una precisa volontà, a livello nazionale e locale, da parte della classe politica e della magistratura asservite al potere economico capitalista, di creare bellissime leggi di “facciata”, per poi non farle rispettare.
La vera responsabilità delle morti sul lavoro, al di là dei soliti discorsi di circostanza, è della nostra classe politica.
Ma, pensiamoci bene. Siamo noi che eleggiamo questi politici che formano il Parlamento, che definiscono il Governo, che influenzano le scelte dei Magistrati!
Abbiamo perso completamente coscienza di classe, perché i valori di dignità, umanità solidarietà sono stati sostituiti ad arte da quelli effimeri del consumo ad ogni costo, anche a quello della propria vita.
Il nostro pensiero è poi completamente omologato e asservito a quello che ci dice la televisione di regime, i giornali di proprietà dei padroni, i media tramite notizie false.
E così si ripete all’infinito il tormentone del “produci, consuma, crepa”.
Per fermare la strage dei lavoratori occorre rendersi conto, prima di tutto, che quella in atto non è solo lotta di classe, ma una vera e propria guerra di classe, tra chi muore sul lavoro e chi si arricchisce del lavoro (cioè del plusvalore) e della vita altrui.
Occorre pertanto diffondere non solo la cultura della sicurezza, ma di nuovo la cultura di classe.
Occorre tornare nelle fabbriche e nei cantieri, non solo per spiegare ai lavoratori quali sono i loro diritti, ma anche cosa fare per farli rispettare.
Occorre parlare ai Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza e alle Organizzazioni Sindacali sincere e dare loro il massimo sostegno.
Occorre andare nelle scuole, perché gli studenti di oggi sono i lavoratori di domani (e l’aberrazione della alternanza scuola-lavoro ce lo sta insegnando).
Il resto, secondo me, sono soltanto discorsi... purtroppo.
Marco Spezia da “Medicina Democratica” Segnalazione de La Bottega del Barbieri
Fonte
Purtroppo occorre parlarne e indignarsi tutti i giorni, poiché tutti i giorni, in media, muoiono 4 lavoratori di infortunio sul lavoro. A tale proposito invito a visitare la pagina internet dell’Osservatorio indipendente sui morti sul lavoro di Bologna, curato da Carlo Soricelli, in cui vengono puntualmente e quotidianamente riportati gli infortuni mortali.
E 4 morti per infortunio sul lavoro ogni giorno (e altrettanti di malattie professionali), non sono certo emergenza, ma la triste normalità di una strage quotidiana.
Ho spiegato più volte le cause reali di questa mattanza, ma credo sia necessario ripetermi un’altra volta.
Le leggi sulla tutela della salute e della sicurezza ci sono, sono perfettibili, ma ci sono e, almeno nell’immediato, non ne servono di nuove.
Il Testo Unico (Decreto Legislativo 81 del 2008) è un corpo normativo completo, accompagnato e integrato da altra legislazione su salute e sicurezza di macchine, attrezzature e Dispositivi di Protezione Individuali (Direttiva Macchine, Direttiva Bassa Tensione, Direttiva DPI, ecc.) e da normativa tecnica numerosa ed esaustiva.
Come tecnico che da 20 anni si occupa di prevenzione della salute e della sicurezza dei lavoratori, mi sento di poter affermare che, se le leggi e le norme tecniche fossero applicate integralmente, il numero di infortuni (mortali e non) e di malattie professionali subirebbe una radicale diminuzione.
Il vero problema non è la mancanza di norme e leggi, ma il fatto che quelle esistenti non vengono applicate, se non in maniera del tutto formale, per avere le “carte in regola”.
Norme e leggi non vengono applicate dai padroni (quelli che eufemisticamente vengono definiti “datori di lavoro” o “imprenditori”) per la perversa logica del profitto a ogni costo (anche a costo della vita dei lavoratori) su cui è basata l’economia capitalista, dall’800 a oggi.
Applicare leggi e norme vuol dire affrontare dei costi (mettere a norma le macchine e i luoghi di lavoro, applicare procedure che possono rallentare la produzione, fare formazione e sorveglianza sanitaria, ecc.), costi che per i padroni sono improduttivi e che diminuiscono quindi il margine di profitto. E il profitto è l’unica cosa che conta nell’economia capitalista.
Ma i padroni possono permettersi di non rispettare le leggi e le norme, nonostante facendo questo commettano un reato penale sanzionabile, perché sanno che gli organi di vigilanza (ASL, Ispettorato del Lavoro, Vigili del Fuoco) non hanno risorse sufficienti per eseguire controlli e ispezioni in tutte le aziende (la media delle aziende controllate è del 3%). E questo per precisa scelta politica di depotenziare gli organi di vigilanza stessi. Non parliamo poi di ispezioni addomesticate e di ispettori collusi (vedi Thyssen Krupp).
Le sanzioni penali e amministrative sono poi del tutto irrisorie e sproporzionate rispetto alla gravità del mancato adempimento (morte o invalidità in moltissimi casi). E anche questo per decisa volontà politica, in virtù della drastica riduzione dell’apparato sanzionatorio del Testo Unico voluto nel 2009 dal Governo Berlusconi.
Quando poi da queste inadempienza ci scappa il morto, i padroni sono quasi sicuri di farla franca. O l’assoluzione o la prescrizione sono la conclusione dei processi per infortuni sul lavoro e malattie professionali. Insomma, per questi reati, in galera non ci va nessuno (salvo casi di rilevanza mediatica, come quello della Thyssen Krupp, anche per la mobilitazione di lavoratori e cittadini).
In definitiva c’è una precisa volontà, a livello nazionale e locale, da parte della classe politica e della magistratura asservite al potere economico capitalista, di creare bellissime leggi di “facciata”, per poi non farle rispettare.
La vera responsabilità delle morti sul lavoro, al di là dei soliti discorsi di circostanza, è della nostra classe politica.
Ma, pensiamoci bene. Siamo noi che eleggiamo questi politici che formano il Parlamento, che definiscono il Governo, che influenzano le scelte dei Magistrati!
Abbiamo perso completamente coscienza di classe, perché i valori di dignità, umanità solidarietà sono stati sostituiti ad arte da quelli effimeri del consumo ad ogni costo, anche a quello della propria vita.
Il nostro pensiero è poi completamente omologato e asservito a quello che ci dice la televisione di regime, i giornali di proprietà dei padroni, i media tramite notizie false.
E così si ripete all’infinito il tormentone del “produci, consuma, crepa”.
Per fermare la strage dei lavoratori occorre rendersi conto, prima di tutto, che quella in atto non è solo lotta di classe, ma una vera e propria guerra di classe, tra chi muore sul lavoro e chi si arricchisce del lavoro (cioè del plusvalore) e della vita altrui.
Occorre pertanto diffondere non solo la cultura della sicurezza, ma di nuovo la cultura di classe.
Occorre tornare nelle fabbriche e nei cantieri, non solo per spiegare ai lavoratori quali sono i loro diritti, ma anche cosa fare per farli rispettare.
Occorre parlare ai Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza e alle Organizzazioni Sindacali sincere e dare loro il massimo sostegno.
Occorre andare nelle scuole, perché gli studenti di oggi sono i lavoratori di domani (e l’aberrazione della alternanza scuola-lavoro ce lo sta insegnando).
Il resto, secondo me, sono soltanto discorsi... purtroppo.
Marco Spezia da “Medicina Democratica” Segnalazione de La Bottega del Barbieri
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