Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/07/2026

La metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano

Erano i primi tempi della transizione negoziata quando la rivista Punto Final pubblicò un articolo di James Petras che suscitò indignazione negli ambienti intellettuali della Concertación. Intitolato “La metamorfosi degli intellettuali in America Latina”, il testo evidenziava un aspetto inquietante: in balia di influenze esterne – soprattutto finanziarie – questi intellettuali di centrosinistra riorientavano le proprie posizioni verso “una serie di formule che giustificavano l’accondiscendenza con le élite militari ed economiche, locali e straniere, come unica opzione praticabile e ‘possibile’, congelando così il processo di trasformazione”.

A trent’anni di distanza, la diagnosi di Petras rimane una delle chiavi di lettura più acute per comprendere la profonda mutazione del pensiero critico in America Latina. La scomparsa del sociologo greco-statunitense il 17 gennaio 2026 ci invita a rileggere la sua opera e a chiederci: come si è trasformato l’intellettuale rivoluzionario del XX secolo nell’operatore democratico della sinistra revisionista attuale?

L’intellettuale collettivo: dall’esilio alla trincea militante

Per Petras, l’esilio latinoamericano in Europa durante le dittature degli anni Settanta fu il crogiolo di una trasformazione paradossale. Lontani dai loro paesi, gli intellettuali in esilio si sono trasformati in un intellettuale collettivo: hanno abbandonato la torre d’avorio per organizzare la resistenza transnazionale, tessere reti di solidarietà e denunciare i crimini contro l’umanità.

Petras è stato protagonista di questo momento. Membro del Tribunale Russell sulla repressione in America Latina, insieme a Julio Cortázar e Gabriel García Márquez, partecipò alla documentazione delle violazioni dei diritti umani che avrebbero gettato le basi per la giustizia internazionale. Ma collaborò anche con il governo di Salvador Allende in Cile, incarnando la figura dell’intellettuale organico gramsciano: impegnato nella trasformazione sociale, legato ai movimenti popolari e ancorato a una concezione rivoluzionaria del cambiamento.

Questo intellettuale collettivo – marxista, antimperialista, classista – operava secondo una logica chiara: le lotte basate sull’identità potevano raggiungere una trasformazione solo se connesse a questioni di proprietà, lavoro e potere. Il suo soggetto politico era la classe operaia, i contadini e i movimenti popolari. Il suo orizzonte: la rivoluzione.

La Grande Metamorfosi: dal marxismo al postmarxismo

Il cambiamento ha consolidato il neoliberismo e la classe operaia è arretrata come soggetto storico. “Il postmarxismo divenne una posizione intellettuale di moda con il trionfo del neoliberismo e l’arretramento della classe operaia”, scrisse Petras. Lo spazio lasciato vacante dalla sinistra riformista fu occupato non solo da ideologi capitalisti, ma anche da una nuova generazione di intellettuali che, in molti casi, erano ex marxisti.

Petras ha individuato gli argomenti fondamentali del discorso post-marxista:

  • Il socialismo è stato un fallimento e le teorie generali di società sono destinate a ripeterlo.
  • L’enfasi marxista sulle classi sociali è riduzionista; il punto di partenza sono le identità culturali (razza, genere, etnia).
  • Lo Stato è nemico della democrazia; la società civile è il vero agente del cambiamento.
  • I mercati, con regolamentazioni limitate, sono più efficaci della pianificazione centralizzata.
  • La lotta per il potere statale è corruttrice; solo le lotte locali e le organizzazioni non governative sono democratiche.
  • Le rivoluzioni finiscono sempre male o sono impossibili.

Questo corpus ideologico non è emerso spontaneamente. È stato incoraggiato e, in molti casi, sovvenzionato dalle principali istituzioni finanziarie e agenzie governative promotrici del neoliberismo. Il risultato è stata una “domesticazione degli intellettuali” legata alla loro dipendenza da finanziamenti esterni.

Il ruolo delle ONG: dollari e smobilitazione

Il meccanismo centrale di questa metamorfosi è stato il finanziamento. Le ONG e i centri di ricerca indipendenti – che Petras descriveva come “organizzazioni la cui ideologia, i cui legami e le cui pratiche sono in diretta concorrenza con la teoria e la pratica marxista” – sono diventati il nuovo habitat dell’intellettuale critico.

Queste organizzazioni, finanziate da governi, dalla Banca Mondiale, dalla Banca Interamericana di Sviluppo e da fondazioni legate all’establishment, diffondevano un linguaggio di sinistra – “potere popolare”, “parità di genere”, “sviluppo dal basso” – ma svuotavano questi termini del loro contenuto trasformativo. Petras è stato categorico: molte ONG sono “bracci dei governi” e “arieti per smobilitare le lotte sociali e politiche radicate nella necessità di una trasformazione radicale”.

La conseguenza è stata la depoliticizzazione dell’intellettuale. Non si trattava più di costruire potere popolare per trasformare lo Stato, ma di gestire progetti, accedere a fondi e produrre rapporti. Uno stipendio in dollari ha sostituito l’impegno rivoluzionario. L’economia ha determinato i “vantaggi comparati” e, con essi, il soggetto politico nazionale.

Il revisionismo democratico come nuova ortodossia

L’attuale sinistra revisionista è il prodotto di questa metamorfosi. Il suo soggetto politico non è più la classe operaia organizzata, ma una costellazione di identità frammentate: genere, razza, ecologia, diversità sessuale. Il suo metodo non è la rivoluzione, ma l’attivismo, la partecipazione alle ONG e la pressione sulle autorità nazionali e internazionali. Il suo orizzonte non è il socialismo, ma una democrazia liberale dal volto umano.

Petras ha messo in discussione questa “transizione democratica” come una semplicistica dicotomia tra dittatura militare e democrazia. Per lui, ciò che è realmente emerso dopo le dittature sono stati i “regimi elettorali neoautoritari”: sistemi che mantenevano strutture di potere escludenti, mentre cooptavano al contempo le élite intellettuali mediante finanziamenti e istituzionalizzazione.

L’intellettuale organico è diventato così l’intellettuale istituzionalizzato. Il marxismo critico e diventato post-marxismo rampante. La rivoluzione è diventata gestione. La classe è  diventata identità.

Conclusione: l’eredità di Petras

James Petras è stato un critico scomodo: qualcuno che osava “criticare la sinistra dall’interno della sinistra”. La sua diagnosi della metamorfosi degli intellettuali latinoamericani non era un mero esercizio accademico, ma un monito. Abbandonando la lotta di classe come asse del cambiamento sociale, la sinistra revisionista non solo ha perso la sua bussola teorica, ma è diventata anche complice – volontaria o meno – dell’ordine neoliberista che diceva di combattere.

Oggi, in un’epoca in cui il pensiero critico sembra diluito tra rapporti di ONG, progetti finanziati e attivismo identitario, la domanda di Petras rimane attuale: è possibile recuperare la figura dell’intellettuale impegnato in una trasformazione radicale, o la metamorfosi è irreversibile? La risposta, forse, risiede nel tornare a leggere Petras e nel ricordare che l’intellettuale critico non è colui che amministra l’esistente, ma colui che osa immaginare ciò che ancora non esiste.

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23/05/2026

Il povero di destra

Esiste un fenomeno che sembra assurdo, ma che il capitalismo ha perfezionato per decenni: il povero di destra.

Perché così tante persone povere finiscono per difendere un sistema che le mantiene in povertà? La risposta non risiede solo nell’economia, ma anche nell’ideologia. Perché al povero di destra non solo è stato tolto il denaro, gli hanno tolto qualcosa di più importante: la coscienza di classe.

Gli hanno insegnato a non vedersi come un lavoratore, a non vedersi come un essere umano, a non vedersi come un salariato, anche se vende la propria forza lavoro ogni giorno. Si auto percepisce come un futuro milionario temporaneamente intrappolato nella povertà. E, attenzione: la povertà non riguarda solo chi vive sotto un ponte; ma anche chi, se perde il lavoro oggi, non saprà come vivrà il mese prossimo.

Come un bravo servo ambizioso, gli hanno insegnato che un giorno raggiungerà la vetta, sempre a patto che non metta mai in discussione la vetta.

Ed è proprio qui che sta la chiave: i padroni del sistema hanno bisogno che l’oppresso non metta mai in discussione il sistema, ma che piuttosto incolpi il singolo individuo oppresso.

Ecco perché il povero di destra è così funzionale: perché protegge proprio il sistema che lo sfrutta; difende il meccanismo che sostiene coloro che si trovano al vertice della piramide.

E la cosa più tragica è che il povero è stato convinto del fatto che il suo nemico non sia chi concentra potere e ricchezza, ma un altro povero come lui: quello che protesta, quello che rivendica i propri diritti, quello che pensa, quello che si organizza, quello che si interroga.

Quindi ripetono frasi come “il povero è povero perché lo vuole” o dice che rivendicare la dignità è “invidia”. Ripete discorsi preconfezionati come un mantra, copioni scritti da chi detiene effettivamente il potere economico.

Perché il povero di destra vive proiettando se stesso nel ricco. Vive all’ombra del successo altrui, convinto che se chi è al vertice vince, un giorno vincerà pure lui, ignorando che il successo del capitalista è il prodotto dell’accumulazione del lavoro sfruttato (che sia ben pagato o mal pagato).

Ma il povero di destra ignora un aspetto fondamentale: il sistema non premia necessariamente chi lavora di più. Premia principalmente chi possiede capitale. Basta guardare il mondo per capirlo: chi lavora di più sono spesso proprio i più poveri (contadini, operai, mietitori, lavoratori informali), persone che lavorano 10 o 12 ore al giorno solo per sopravvivere.

La figura del povero di destra non è una barzelletta, non è una caricatura: è una tragedia ideologica moderna. È un essere umano privato del pensiero critico, addestrato a difendere un sistema che non lo vedrà mai un pari. E forse la più grande vittoria del capitalismo non è stata la produzione di ricchezza, ma l’aver spinto milioni di poveri a difendere con passione chi vive sfruttando il loro lavoro”.

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17/02/2026

Il capitalismo e la cultura della banalità: un’analisi critica

Il capitalismo, in quanto sistema economico e sociale dominante in gran parte del mondo, ha lasciato un’impronta profonda nel modo in cui le società contemporanee percepiscono e valutano la realtà. Al di là del suo impatto sulla distribuzione della ricchezza e sullo sfruttamento delle risorse, questo sistema ha plasmato una cultura che privilegia il superficiale, l’effimero e lo spettacolare, relegando all’oblio la profondità del pensiero critico e la riflessione collettiva.

Negli ultimi decenni, siamo stati testimoni di come il capitalismo abbia configurato nelle grandi masse un senso della banalità. La pubblicità, i mass media e i social network sono stati strumenti chiave in questo processo, promuovendo un culto dell’immagine, del consumo smodato e della soddisfazione immediata dei desideri individuali.

Questo fenomeno non è casuale; risponde a una logica che mira a disattivare la capacità delle persone di analizzare e mettere in discussione le strutture di potere che sostengono il sistema.

L’ascesa al potere di figure che dominano l’arte della superficialità è una conseguenza diretta di questa cultura dell’egoismo. Leader che si presentano come prodotti di consumo, che fanno appello alle emozioni primarie e che evitano qualsiasi discussione seria sui problemi strutturali della società, trovano terreno fertile in una popolazione sempre più disconnessa dalla realtà.

Questi leader non solo riflettono, ma rafforzano anche la banalizzazione della politica e della vita pubblica, trasformando il dibattito in uno spettacolo e il processo decisionale in un esercizio di marketing.

Ma cosa si cela dietro questa cultura della banalità? In sostanza, è una strategia per mantenere lo status quo. Promuovendo l’individualismo e il disinteresse per il collettivo, il capitalismo fa sì che le grandi maggioranze non mettano in discussione le disuguaglianze e le ingiustizie che caratterizzano il suo funzionamento. La capacità di pensare criticamente, di analizzare la realtà e di proporre alternative, viene così neutralizzata, sostituita da una passività comoda e conformista.

Di fronte a questo panorama, è imperativo recuperare il valore del pensiero critico e dell’azione collettiva. La lotta contro la banalità non è solo una questione culturale, ma anche politica. Si tratta di costruire una società in cui la conoscenza, la riflessione e l’impegno per il bene comune siano pilastri fondamentali. Solo così potremo affrontare le sfide del nostro tempo e avanzare verso un futuro più giusto ed equo.

Come disse José Martí, «essere colti è l’unico modo per essere liberi». Oggi, più che mai, questa massima acquista validità.

La vera liberazione passa attraverso lo smantellamento delle strutture che ci hanno portato alla superficialità e il recupero della capacità di pensare, analizzare e trasformare la realtà. Il capitalismo ha cercato di rubarci questa capacità, sta a noi recuperarla.

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31/07/2021

Greenpass, nuovi confini e le frontiere della paura. Contributo per un ragionamento collettivo

di Deriva

Dall’inizio della pandemia non ho mai scritto su blog, né uso i social, né ero dell’idea che fosse utile l’allarmismo dell’emergenza securitaria iniziale quando non si sapeva cosa stava realmente accadendo. Sono una scienziata sociale, non un medico, quindi mi sono attenuta a ciò che so fare: osservare, non esprimere parole avventate, ma continuare a osservare e scrivere. E però ora, dopo 16 mesi dall’inizio di questa pandemia (non sono due anni, mi dispiace, ma solo 16 mesi. e la deformazione della percezione del tempo che noto attorno a me è un primo elemento che trovo allarmante), dopo 16 mesi dall’inizio della pandemia, ecco che ora sono preoccupata.

Sono preoccupata del silenzio, della totale assenza di dibattito, della mancanza totale di spazi di discussione cui ci siamo abituati e di cui non sembra vediamo più gli effetti deleteri. Sono preoccupata dell’amnesia totale che vedo attorno a me: non ci ricordiamo più cosa dicevamo solo 12 mesi fa, quando da tante e tante parti leggevo non vogliamo tornare a quello che c’era prima, perché quello che c’era prima era il problema. Sembra che non riusciamo a imparare dalla storia, e che non siamo in grado di vedere la differenza che c’è, oggi come nel 1969, nel 1980 o nel 2001, fra incidente e strage, tra incidente accidentale, e concorso in strage.

Certo, c’è un virus e questo non fa bene a nessuno e non va sottovalutato. Ma come dimenticare che il grosso numero di morti non lo ha provocato il virus da solo, bensì la gestione folle che già 16 mesi fa metteva l’economia davanti alla salute pubblica? Come dimenticare la Val Seriana e la Val Brembana nel bergamasco, sacrificate per il PIL della Lombardia che non doveva fermarsi? Come non vedere la differenza di responsabilità tra l’incidente (accidentale o meno che sia) del virus, e la strage provocata dei morti sul lavoro, o nelle RSA (Confindustria e Oms e governi vari tutti responsabili)?

I punti sono tanti, che non avendo più voluto/potuto discutere, andiamo perdendo. Proverò a nominarne alcuni (senza pretese di esaustività):

– La paura è al centro di tutte le reazioni e discorsi sul Covid, e l’incapacità di parlare e fare i conti con la paura (e con la morte, che è parte della vita e non sua eccezione) è certamente il punto Uno.

– Porre la questione in termini di vaccino si/no è porre malissimo la questione. La hubris umana ha un limite. Benissimo che i vaccini proteggano e tutelino al massimo le persone più fragili ed esposte agli effetti nefasti del Covid. Altra cosa è credere che il vaccino possa sconfiggere una pandemia che è globale, in cui i vaccini stanno toccando una porzione infinitesimale della popolazione globale, mentre corpi e soprattutto merci continuano a circolare e con essi i batteri, i virus e le varianti incrociate.

– Credo che un punto importante sia accettare che non siamo in una POST-pandemia, ahimè, ma che ci siamo ancora dentro fino al collo. La pandemia c’è e ci sarà ancora, fino a che la sua curva non raggiungerà il livello alto per poi scemare. Una pandemia globale ha dei tempi che sono al di sopra della hubris umana e della umana volontà di dominio su tutto il mondo che ci circonda.

– Il greenpass è uno strumento di controllo sociale, ieri il Ministro Speranza ha dichiarato che “Il green pass è la più grande opera di digitalizzazione mai fatta” (qui): dunque il punto è la digitalizzazione e il controllo a tappeto di tutte le azioni quotidiane, non la salute pubblica. Equiparare controllo e salute è davvero un binomio difficile da digerire. Il greenpass è un nuovo confine che stiamo vedendo erigere attorno a noi: non più alle frontiere degli Stati nazionali, ma alle frontiere dei nostri corpi. Si tratta sempre di mura, di confini che determineranno chi ha o meno dei privilegi. Ma in tante e tanti non urlavamo: La carta è solo carta la carta brucerà? Dov’è finita quella solidarietà verso i sans-papier e le persone che non possono e non potranno comunque accedere a questo pass? (E qui non è solo questione di procedure, si chiama paura anche quella).

– Il greenpass viene rilasciato dopo 1 sola dose di vaccino, che è ormai risaputo NON coprire né tutelare la persona dagli effetti nefasti del virus. Dunque nuovamente mi pare che lo Stato si voglia deresponsabilizzare per fare andare avanti l’economia senza dovere più provvedere a “ristori”. Ma dov’è la tutela della salute? Infine: il greenpass non è richiesto per entrare in Chiesa. Andare a Messa ancora una volta si rivela un assembramento consentito e tollerato beffando ulteriormente scuole, teatri e gli altri luoghi di socialità e cultura.

E alcune domande:

– Quanti soldi sono stati stanziati per implementare il sistema pubblico sanitario in Italia e in Europa in questi mesi? Perché pensiamo che la soluzione alla pandemia sia un vaccino e un nuovo passaporto digitale, invece che risorse a strutture, cultura della salute, del cibo, importanza dello sport e un attenuazione degli stress e della paura che sono invece fortissimi inibitori del sistema immunitario?

– Quale è l’intervento di salute pubblica che giustifica l’ipotesi di obbligo vaccinale per i giovani? Questo punto mi fa talmente male che non riesco neanche a commentarlo, ma è di una gravità immonda, e che non ci siano discorsi seri che prendano in conto i rischi che non conosciamo degli effetti negli anni di questo vaccino nei giovani (perché non c’è stato il tempo tecnico necessario) è l’ennesima testimonianza che viviamo in una violenta gerontocrazia patriarcale.

– Cosa ha provocato l’emergere del Covid? E cosa ha trasformato un virus in una pandemia globale? Come mai non si parla degli allevamenti industriali, dei combustibili fossili, delle centrali nucleari, e di tutte quelle miriadi di cose che producono e quotidianamente fabbricano le condizioni perché si sviluppino questo o altri virus?

– Infine: come possiamo illuderci che un vaccino risolva la pandemia (o tanto più un documento di controllo digitale), se non affrontiamo in nessun modo le cause strutturali che l’hanno provocata?

Sono cresciuta in un contesto in cui la cultura non erano nozioni da ingerire attraverso uno schermo, ma un quotidiano allenamento al pensiero critico, alla riflessione, all’osservazione e all’utilizzo del cervello che sento di avere sotto la corteccia cerebrale.

Sono caduta nello sconforto quando vedevo persone accorrere in fila allo spriz appena riapriva il bar, tanto quanto ora pensare che il vaccino “è l’unica soluzione che abbiamo”. Tanto più trovo razionalmente infondata ogni equiparazione tra vaccino e greenpass. Difenderò sempre l’importanza dei vaccini per difendere le persone a rischio e limitare la circolazione del virus. Ma nessuno può farmi credere che il vaccino a meno dell’1% della popolazione mondiale possa arginare un virus che la mal-gestione delle istituzioni che ci governano ha trasformato in pandemia. Mi rifiuto di dimenticare le responsabilità politiche che hanno portato alla strage del bergamasco e su cui – tra l’altro, per inciso – non si vuole indagare, nonostante le richieste dei familiari delle vittime.

Mi rifiuto di smettere di utilizzare il mio cervello, perché il fatto che funzioni me ne lascia una responsabilità enorme. Mi rifiuto di pensare che fare una passeggiata con o senza cane possa fare male a qualcuno, che stare chiusa in casa faccia bene alla salute (mentre le fabbriche erano sempre piene), che oggi mangiare al ristorante o bere il caffè senza essersi potuti vaccinare equivalga ad attentare alla salute pubblica. C’è una bella differenza tra egoismo neoliberale che vuole solo fare crescere il PIL o tornare a una brutta copia di quel che era prima, e un singolo corpo che cammina e respira. Le stragi le fanno i padroni, e come tanti anni fa, ancora adesso spesso si fanno aiutare dai fascisti per ottenere il risultato che vogliono.

Non smettiamo di usare la testa, non smettiamo di essere solidali, non smettiamo di cercare e condannare le responsabilità strutturali che hanno condotto al punto in cui ci troviamo.

Infine: impariamo ad ammettere che abbiamo paura, anzi che siamo terrorizzati pure. Che la morte ci spaventa, che la malattia ci fa paura. Non è un male avere paura, è parte della vita la morte, come è parte dell’amore la paura della sua fine. Eppure, impariamo a conviverci, perché l’amore è più forte.

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24/07/2021

Superbo rosso antico

“Rosso antico”. Fu questo l’appellativo che accompagnò Luca (Luigi) Castellano nella sua lunga militanza di intellettuale e artista comunista. Lo pseudonimo gli venne attribuito dal compagno Ferraiulo, a seguito di un intervento che Castellano tenne in una gremita biblioteca della federazione napoletana del partito comunista italiano, in via dei Fiorentini.

Era il mese di maggio del 1968. Partecipavano al dibattito il segretario della federazione e la maggioranza dei dirigenti e degli intellettuali comunisti, “organici” e non. Ma ciò che dava carattere di straordinarietà all’incontro era la presenza di alcuni rappresentanti della “Primavera di Praga” inviati da Dubcek. Il segretario del partito comunista cecoslovacco era infatti a caccia di consensi, in tutta Europa, a sostegno della sollevazione in atto nel suo paese.

Dubcek aveva bisogno di raccogliere adesioni intorno alla possibilità, da lui evocata, di edificare un socialismo che, rispetto a quello sovietico, garantisse maggiormente le libertà economiche e civili. Un “socialismo dal volto umano”, come Dubcek soleva definirlo, che sul piano economico avrebbe dovuto sottoporre a critica “il culto della pianificazione” e su quello geopolitico si sarebbe dovuto sganciare dall’orbita dell’Urss. L’allora segretario del Pci Longo esortava tutti a dare alla crisi uno sbocco pacifico, senza lasciarsi tentare da azioni di forza.

Fu in questo clima di attesa inquieta che si tenne l’affollatissima riunione nella biblioteca della federazione di Napoli. In verità, nessuno si attendeva particolari sorprese da quell’incontro. A Napoli, come nel resto d’Italia, il sovietismo del dopoguerra veniva da molti considerato il residuo di un’era politica ormai alle spalle. Al contrario, l’ipotesi di un “socialismo dal volto umano” faceva proseliti. Durante la riunione, molti dirigenti e intellettuali ricordarono l’occupazione sovietica dell’Ungheria avvenuta dodici anni prima, sottolineando con favore lo scarto tra la posizione di Togliatti dell’epoca e quella successiva di Longo. Tutti, in quel momento, volevano sentirsi “praghesi”. Ai rappresentanti cecoslovacchi presenti veniva dunque espressa una solidarietà convinta.

Nel mezzo di quel coro, unanime e speranzoso, si levò la voce dissonante di “Rosso antico”. Luca Castellano era già noto per il suo eloquio trascinante, ma in quella occasione andò oltre il consueto, cimentandosi in un ardito esercizio previsionale. Argomentò infatti che la “Primavera” rischiava di essere ricordata come il definitivo divorzio politico tra l’Unione sovietica e i partiti comunisti europei. Tale divorzio, secondo Castellano, non avrebbe posto le basi per un nuovo umanesimo socialista. Al contrario, avrebbe accelerato la crisi della grande ambizione costruttivista del Novecento: la messa in opera di un’intelligenza collettiva, di un piano cosciente per la costruzione di un modo di produzione sociale alternativo al capitalismo.

La chiarezza delle argomentazioni e la passione civile dell’oratore presero la sala, alimentarono la dialettica e divisero i compagni. Il livello di tensione raggiunse l’apice quando Luca, in modo sofferto, lanciò un avvertimento agli uomini di Dubcek: se il partito ceco non avesse attentamente contestualizzato i propri “desideri”, l’intervento armato dei paesi del Patto di Varsavia si sarebbe certamente verificato. Grande fu lo sconcerto dei dirigenti di fronte a quel monito. Eppure, di lì a poco gli eventi avrebbero confermato la tragica previsione dell’artista.

Va ricordato che Luca fu quanto di più lontano si potesse immaginare dall’archetipo del burocrate filo-sovietico. La sua militanza era aperta, illimitata, convessa, perennemente orientata all’obiettivo di spostare in avanti il perimetro delle possibilità politiche, in modi che spesso contraddicevano le logiche di apparato. Venne un momento, a Napoli, in cui non vi era università, scuola, operatori teatrali e di cinema, artisti o giornalisti che non fossero stati coinvolti in qualche sua iniziativa. Negli assembramenti di strada come nella promozione di riviste politico-culturali, quello che lasciava era un segno dinamico, ostile a qualsiasi tentativo di ossificazione.

Non è un caso che in ambito pittorico egli fu critico non soltanto verso il “realismo socialista” di stampo sovietico, ma anche nei confronti della celebrata produzione pittorica dell’amico Guttuso. Castellano non ravvisava, nell’opera di Guttuso, forze in grado di affrancarla dalla vecchia problematica della “rappresentazione del reale” e, in ultima istanza, di liberarla dalla remota ossessione del confezionamento dell’oggetto artistico per il mercato. La sua polemica si rivolgeva dunque soprattutto verso i simboli, senza risparmiare le stesse icone di partito.

Quest’ansia di distinguersi contro qualsiasi possibile ingabbiamento raggiungeva a volte livelli parossistici, al punto da rappresentare forse il suo principale limite. Basti ricordare che quando la sua polemica arrivava alle soglie del potere egli si fermava e preferiva defilarsi. Sarebbe tuttavia semplicistico spiegare il suo comportamento come un sintomo di individualismo. Dopotutto, il vero scopo che Luca perseguì sempre con ostinazione fu quello di scuotere per unificare. Ciò che più di tutto contava, per lui, era «aggregare uno in più che sia portatore di coscienza critica».

Castellano concepiva dunque la critica soprattutto nella sua dimensione costruttiva, un collante per la formazione di una forza collettiva capace al tempo stesso di rinnovare coesione e movimento. “Rosso moderno”, potremmo dire, oltre che “antico”. Del resto, fu proprio grazie a una declinazione moderna dell’esercizio critico che egli poté intravedere, nei fatti di Praga, i prodromi di una diaspora senza sbocco, che avrebbe aperto una crisi irreversibile nel movimento comunista internazionale. Solo alla luce di questa sua capacità di anticipazione si può comprendere il monito sorprendente dell’intellettuale iconoclasta ai protagonisti della “Primavera”.

C’era in fondo una traccia di peccaminosa “superbia”, nel pensiero dinamico di Castellano. “Superbia” non semplicemente nel senso della tavola di Bosch, quale mera vanità narcisistica. “Superbia”, piuttosto, nel senso faustiano di volontà suprema di conoscenza. Nel senso che Argan ha ravvisato nel Giudizio Universale di Michelangelo, dove il peccato rompe il sodalizio tra l’uomo e il resto del creato: «l’uomo è ormai solo nella sua impresa di riscatto; ma la causa della sua disgrazia, la superbia davanti a Dio (la ύβρις classica) è anche la sua grandezza». [1]

Al pari della vera lussuria, e contro le apparenze, oggi il peccato della vera “superbia” non è per nulla inflazionato. Al contrario esso è raro e per questo, forse, occorre rilanciarlo. Da dove partire per dare nuova linfa alla vera “superbia”? Proprio la critica del “culto della pianificazione”, che permeò la “Primavera” praghese, offre uno spunto decisivo. Infatti, benché originariamente liberatoria, quella critica è ormai divenuta uno degli innumerevoli feticci liberali del nostro tempo. Decenni di martellamento ideologico hanno espunto il “piano” da qualsiasi ordine linguistico, soprattutto da quello dei sedicenti rivoluzionari del nostro tempo.

Questi appaiono oggi sedotti da qualsiasi definizione possa allontanarli dalla scottante problematica costruttiva della “pianificazione”. Dai “beni comuni” al “comunismo dentro”, qualsiasi definizione sembra per questi andar bene, anche la più illusoria ed ambigua, purché consenta di eludere il nodo cruciale del piano. Il risultato è che si è giunti a considerare rivoluzionaria la mera rivendicazione di quel “reddito di esistenza” che già i liberali invocavano due secoli addietro. È un destino ironico dal quale, nel mezzo della più grave crisi capitalistica dal 1929, sarebbe ora di emanciparsi.

Si coltivi allora la “superbia”, per esercitare nuovamente memoria e intelligenza intorno al significato del termine “pianificazione”. Sarebbe un modo per scoprire che la parola “piano” ingloba riflessioni ed esperienze ben più ampie rispetto a quelle che maturarono al di là della cortina di ferro. Sulle combinazioni tra piano e mercato maggiormente in grado di garantire benessere economico diffuso ed equità distributiva si discusse ovunque, nel corso del Novecento, persino negli Stati Uniti.

La vera superbia, oggi, potrebbe allora consistere nel cogliere la congiuntura althusseriana della crisi per rilanciare la discussione sulla potenziale modernità del piano. A partire da un interrogativo cruciale. Da decenni ci viene ripetuto che la centralità del mercato capitalistico è sinonimo di libertà, e che dunque pianificazione e libertà sono inconciliabili. Ma in che misura abbiamo analizzato simili proposizioni, e quanto le abbiamo invece recepite in modo passivo, senza il necessario spirito critico e scientifico, senza il filtro di una intelligente “superbia” politica? Cosa, in altri termini, ci impedisce di ragionare sulla possibilità che esperimenti di pianificazione degli snodi principali della grande finanza e dell’industria, anziché costituire dei freni alla libertà dei singoli, si rivelino al contrario una condizione necessaria per liberare la potenza creativa di innumerevoli individualità sociali soffocate dal comando capitalistico?

Nel tempo catastrofico della “transretroguardia del capitale”, in cui il denaro è divenuto l’unica, vera forza creatrice, sarebbe ora che tornassimo tutti a interrogarci su questa rossa opzione rivoluzionaria.

BIBLIOGRAFIA

[1] Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte italiana, Sansoni, vol. 3, 2002.

[2] Emiliano Brancaccio, “Catastrofe o rivoluzione”, in E. Brancaccio, Non sarà un pranzo di gala, Meltemi 2020.

Fonte

07/05/2020

Il “governo della peste”: la retorica dell’unità nazionale e la sparizione della sinistra critica

di Alessandra Algostino e Tomaso Montanari

Padrona del dibattito politico oramai da quarant’anni, la logica binaria torna a farsi, in queste ore, particolarmente virulenta. È la nefasta logica schmittiana dell’amico/nemico, quella che di male minore in male minore, in un’interminabile sequenza di appelli al «voto utile», ci ha condotto al punto in cui siamo: ad avere le destre neofasciste sulla soglia dei pieni poteri. La pandemia ha ulteriormente drammatizzato la contrapposizione e, nel contempo, ha evocato la retorica dell’unità nazionale, per emarginare ed espellere ulteriormente (dopo i vari decreti sicurezza) le possibilità di espressione del dissenso, non di quello, strumentale, à la Salvini o à la Renzi, ma di quello che nasce ed esprime il conflitto sociale.

Da una parte si sono schierati alcuni intellettuali di sinistra, per i quali il governo, novello Gesù Cristo, è quotidianamente «messo in croce» da mestatori interessati con argomenti «volgari», «immotivati», «ipocriti» e «pretestuosi», quando, sebbene non sia «forse [forse!??] il governo più perfetto che si possa immaginare», è pur sempre guidato da un Presidente del Consiglio che agisce «con apprezzabile prudenza e buonsenso», un esponente politico che «anche a confronto con gli altri governi occidentali […] ha svolto più che onorabilmente la sua parte».

Dall’altra gli ultraliberisti per i quali il governo ha fatto della pandemia «un pretesto per l’autoritarismo», cogliendo l’occasione per disporre «misure che restringono indefinitamente le libertà e i diritti fondamentali»: «confinamento con minime eccezioni», «impossibilità di lavorare e produrre», «manipolazione delle informazioni». Misure che «neppure la più terribile delle dittature» avrebbe osato adottare. Come se non bastasse, sullo sfondo incombe il risorgere dello «statalismo, l’interventismo e il populismo con un impeto che fa pensare a un cambio di modello lontano dalla democrazia liberale e dall’economia di mercato». Sui nostri usci si staglia nientemeno – attenzione, bambini! – che l’ombra minacciosa di un «Orco Filantropico»: molto probabilmente, un parente stretto di quella Bestia che, affamata da decenni di neoliberismo, oggi non è nemmeno più in grado di prendersi decentemente cura dei malati.

Così, sovrastata dal clamore dello scontro tra difensori e assalitori del governo (anzi, del Presidente del Consiglio), a tacere è oggi una critica libera, radicale, argomentata. Una qualunque sinistra: la cui voce è, di fatto, irrintracciabile.

Qualsiasi persona di buon senso non può che sorridere di fronte all’isterica denuncia della destra, che grida al «golpe sanitario» in atto. E non può che guardare con enorme preoccupazione alle torbide, irresponsabili e interessate manovre esterne ed interne volte a rovesciare – in un momento come questo! – il governo in carica. E ciò benché quello insediato a Palazzo Chigi sia sicuramente un pessimo governo, incapace di una reale discontinuità con il passato (dalla patrimoniale alla sanatoria per gli immigrati al reddito di carattere universale ecc.) e guidato da un uomo disponibile a qualsiasi giravolta pur di mantenersi al potere (e non immune a un certo protagonismo venato di paternalismo, patriottismo a buon mercato e narcisismo).

Ma colpisce negativamente anche l’incondizionato sostegno da sinistra a Giuseppe Conte: che ha firmato, e poi mai ritirato i Decreti Sicurezza che gli stessi attuali sostenitori del Presidente del Consiglio definivano ‘fascisti’. E colpisce la radicale rimozione dell’infame provvedimento con cui questo governo ha chiuso i porti ai migranti: poche settimane fa, in piena pandemia.

Un governo che ha sicuramente commesso errori di processo democratico nella gestione della stessa emergenza sanitaria. Come inequivocabilmente dimostra la sua stessa decisione di abrograre il decreto-legge inizialmente adottato per inquadrare l’emergenza (il n. 6/2020) e di sostituirlo con un secondo decreto-legge diversamente impostato (il n. 19/2020). Se il primo, infatti, attribuiva al Presidente del Consiglio il potere di adottare, con dpcm, «ogni misura di contenimento e di gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica», prevedendo sanzioni penali per i violatori delle misure adottate, il secondo elenca puntualmente le misure adottabili dal Presidente del Consiglio con dpcm, così restringendone i poteri, e converte le sanzioni da penali ad amministrative. Un radicale cambio di rotta: inspiegabile se non a partire dal riconoscimento dell’errore pregresso.

Ora, non c’è dubbio che non siamo di fronte ad un colpo di Stato, né ad una patente violazione formale della Costituzione: ma non ci può essere nemmeno dubbio sull’evidente disprezzo del Parlamento, e sulla irritualità di un processo decisionale che rinnega qualsiasi collegialità, perfino quella dello stesso Consiglio dei Ministri (come dimostrano le surreali discussioni pubbliche tra Presidente del Consiglio e Ministro della Salute su come si debbano interpretare i dpcm), per accentrare tutto nelle mani di un uomo solo alla guida. È evidente che si considera la democrazia una stanca ritualità, da accantonare nel momento dell’emergenza: e si può essere certi che molte delle stesse personalità che ora accorrono in difesa dell’esecutivo, avrebbero invece indossato l’elmetto se lo stesso accentramento ‘presidenzalista’ fosse stato praticato da altri presidenti del Consiglio (da Salvini a Renzi). Ebbene, non rischiano di essere proprio loro a usare la sfilza di pessimi precedenti formali creati da questo governo?

E se anche gli intellettuali di ‘sinistra’ accettano di piegare i giudizi di merito alla logica amico-nemico, essi tolgono ogni spazio a una critica argomentata e serrata all’azione del governo. E questo è un errore davvero grave. Perché proprio perché questo è il ‘meno peggiore’ dei governi ora possibili, sarebbe necessario incalzarlo pubblicamente ogni giorno, perché si corregga e migliori la propria azione. Non c’è, infatti dubbio che altre correzioni saranno necessarie nel prossimo futuro (l’abuso dei dpcm è denunciato persino dai gruppi parlamentari del Pd, di certo non annoverabili tra le forze ostili all’esecutivo): dunque, ben vengano altre analisi e osservazioni critiche, tanto nel metodo, quanto nel merito delle politiche sociali, scolastiche, culturali, economiche, ecc. che, specie con il cambio di fase, sarà necessario mettere in atto. Errori molto seri sono, d’altra parte, evidenti anche nel merito: la cosiddetta fase 2 è presentata in modo confuso (e tale da lasciare, ancora una volta, un ruolo abnorme all’arbitrio delle forze di polizia), e non appare fondata su un reale accertamento delle dimensioni del contagio, ma invece innescata dalle pressioni delle forze produttive. La scarsissima attenzione dedicata alla scuola, e il primato riconosciuto da questo governo all’impresa rispetto alla centralità della persona umana, rendono evidente che il progetto della Costituzione non è la bussola politica del Governo Conte.

Norberto Bobbio ha scritto che «il primo compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità»: mai come in un momento in cui un governo è costretto a limitare così drammaticamente le libertà, quel governo deve essere sottoposto al vaglio costante e severo del pensiero critico. Mai come in un momento in cui i lavoratori rischiano di essere, letteralmente, carne da cannone c’è bisogno di una sinistra che non difenda il governo, ma i più fragili, i più esposti, i più poveri. C’è bisogno, insomma, di non lasciare proprio alla destra che vogliamo fermare il monopolio della necessaria critica.

È di questo che chi guida oggi l’Italia ha oggi più bisogno: di un pensiero critico – costruttivamente e disinteressatamente critico –, non di un pensiero strumentalmente amico.

(4 maggio 2020)

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08/12/2018

Rapporto Censis: il frutto delle disuguaglianze

Questo è il sunto del rapporto CENSIS sull’Italia 2018 reso pubblico ieri:
“Un’Italia sempre più disgregata, impaurita, incattivita, impoverita, e anagraficamente vecchia. Il 52° Rapporto Censis parla di “sovranismo psichico” e delinea il ritratto di un Paese in declino, in cerca di sicurezze che non trova, sempre più diviso tra un Sud che si spopola e un Centro-Nord che fa sempre più fatica a mantenere le promesse in materia di lavoro, stabilità, crescita, soprattutto futuro. “Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”, sintetizza il Censis”.
Quale risposta, quale spiegazione?

Si può accennare a un avvio di riflessione senza ritornare su di una – pur necessaria – elaborazione riguardante la storia d’Italia (e d’Europa e del Mondo) di questi ultimi vent’anni.

Secondo i dati diffusi dall’Ocse alla fine del 2014, l’1% della popolazione italiana possedeva il 14,3% della ricchezza nazionale, praticamente il triplo del 40% più povero che ne possiede solo il 4,9%. Il 20% più ricco possedeva il 61,6% della ricchezza, dunque al restante 80% della società ne rimane solo il 38,4%.

Quale significato si poteva attribuire a questi dati allora e ancora oggi con la situazione ulteriormente aggravata come denuncia il rapporto del CENSIS?

In primo luogo quei dati significavano e significano che lo sfruttamento capitalistico cresce continuamente e l’abisso tra la classe lavoratrice e l’area sempre più ristretta delle élite economiche diviene sempre più profondo.

La legge generale dell’accumulazione capitalistica genera costantemente concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sfruttatrice e accrescimento della miseria, sia relativa sia assoluta, dei lavoratori che sono la stragrande maggioranza della società.

L’ampliamento del fossato fra le classi è cresciuto senza soste e in questo fossato sono inghiottiti un’articolazione di settori sociali dalla composizione complessa e si afferma l’idea della disintermediazione da parte della rappresentanza sociale e della rappresentanza politica.

Fino a questo punto siamo alla classica fotografia dell’esistente, ma è necessario scavare più a fondo e interrogarci su alcuni punti assolutamente fondamentali per cercare di capire la realtà dentro la quale ci troviamo e identificare la capacità e la forza di avanzare una proposta che prima di tutto è necessario si collochi sul piano culturale.

La crescita delle disuguaglianze, così vistosa ed evidente, come si riflette sulla composizione e sulla stratificazione sociale?

Si tratta, prima di tutto, di capire come possa essere possibile ricostruire una coscienza di questo stato di cose a livello di massa, in una società così articolata e scomposta come l’attuale, in una sede di capitalismo avanzato.

Una società che si misura in maniera disordinata con “fratture” collocate ben diversamente da quelle tradizionali, attorno alle quali si erano mossi i partiti politici al momento dei successivi cicli di rivoluzione industriale tra ‘800 e ‘900.

Serve forse, sul piano teorico, uno sforzo pari a quello che fu compiuto negli anni ’60 con la lettura critica del secondo libro del Capitale di Marx, consentendo un’elaborazione più avanzata da quella derivante dall’analisi del solo libro primo della stessa opera.

E’ necessario riflettere, infatti, sull’esigenza di ripartire non semplicemente dal solo antagonismo sociale, ma da una ricostruzione di forma teorica che contempli una proposta di egemonia per una visione di alternativa nella società e nella politica.

Ci troviamo in una fase di arretramento storico e d’isolamento dell’autonomia del politico: una fase sulla quale pesa ancora l’esito fallimentare dei tentativi d’inveramento statuale dei fraintendimenti marxiani del ‘900 e la realtà di una pesantissima controffensiva reazionaria vincente fin dagli anni’80 del XX secolo e che oggi, secondo analisi elaborate all’interno degli stessi ambienti della politologia americana, punta a una secca riduzione del rapporto tra politica e società in senso schiettamente autoritario facendo prevalere la cosiddetta “democrazia esecutiva” su quella cosiddetta “deliberativa”.

Una “democrazia esecutiva” che assume la maschera e il volto di una desolante “democrazia recitativa” del tipo di quella delle cui pantomime assistiamo da molto tempo in Italia.

L’applicazione concreta, insomma, del programma elaborato da Huntington nel 1973 per la Trilateral che, rispetto al “caso italiano”, ha avuto ampio riflesso nel documento di Rinascita Nazionale elaborato nel 1975 dalla P2 e oggi in fase di avanzata realizzazione.

La sola risposta possibile, per quanto possa apparire difficile da realizzare in questo momento di vero e proprio “vuoto del pensiero politico”, com’è dimostrato molto bene dalla nuova qualità di governo emersa dal voto del 4 marzo scorso, è quella di un’espressione di soggettività che recuperi e riprenda un piano di cultura politica che non lascia alla sola spontaneità della reazione sociale il compito del contrasto, limitandosi ad agire nelle pieghe di una relazione marginale al riguardo del sistema.

E’ necessario che il terreno del conflitto sia occupato a pieno titolo dalla visione del cambiamento e dall’organizzazione operativa nell’immediato partendo dalla piena comprensione dell’estensione totale delle contraddizioni su di una società che ha bisogno di contrastare collettivamente il durissimo attacco cui è sottoposta nelle sue fondamenta di convivenza civile.

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11/05/2017

Lettera al mio professore di economia

In occasione dell’avvio del Panel finale del Critical Economics Summit tenutosi nei giorni scorsi a Bologna, una studentessa italiana ha pronunciato in inglese una “Lettera al mio professore di economia”, rivolta ad un generico professore di economia mainstream. Condividendone in contenuti, la Redazione di ROARS contribuisce a divulgarne il testo nella traduzione italiana. L’autrice della lettera è Cristina Re, coordinatrice locale di Rethinking Economics Bologna e studentessa magistrale di economia politica nell’Università di Bologna.

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Gentile professore*,

Le scrivo per provare a spiegarle lo scopo del Critical Economic Summit. Il motivo principale che ci ha portato a progettare questo evento è legato al fatto che otto persone detengono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale. Eppure lei ci continua a parlare di un trade-off tra efficienza ed equità. Al fatto che oggi in Italia la disoccupazione giovanile ha superato il 40%, ma lei continua ad insegnarci, utilizzando modelli di pieno impiego, che la disoccupazione è legata alle rigidità nominali o alla presenza di sindacati. Al fatto che siamo entrati nel decimo anno di crisi e lei continua a usare modelli di equilibrio economico generale. Al fatto che il cambiamento climatico sta distruggendo l’ambiente e lei continua ad utilizzare modelli di crescita infinita.

La lista potrebbe continuare all’infinito, ma fondamentalmente tutto ciò è riconducibile ad un problema: quando ci siamo iscritti alla facoltà di economia, ci aspettavamo un’educazione diversa. Riprendo qui la risposta che diede l’economista italiano Achille Loria. Quando gli chiesero: “cosa ti ha spinto a diventare un economista?” lui rispose “il dolore umano”. Proprio lo stesso dolore che ha spinto molti di noi ad intraprendere questi studi.

Quando è scoppiata la crisi economica, avevo 14 anni. Speravo che lo studio dell’economia mi avrebbe portato a comprendere maggiormente il mondo che mi circonda e ad aiutare la società in cui vivo e che vedo soffrire quotidianamente. E come me tanti altri ragazzi e ragazze avevano la stessa aspirazione.

Eppure più studiamo e più ci rendiamo conto del distacco che c’è tra ciò che ci viene insegnato dai libri di testo e ciò che avviene fuori dalle aule.

Gentile professore, sono passati 10 anni dallo scoppio della crisi economica e ancora non mi ha spiegato cosa è successo nel 2007. Non sarò così naif come la regina Elisabetta la quale chiese agli economisti della London School of Economics perché non erano riusciti a prevedere la crisi; so che non è così. Piuttosto vi chiedo di spiegarmi come è possibile che coloro che avevano detto che la situazione era fortemente instabile e che una crisi era in arrivo non sono stati ascoltati. Vi chiedo: perché gli economisti non abbandonano teorie che si sono rivelate e si rivelano così manifestamente incapaci di prevedere?

Gentile professore, le volevo chiedere: secondo lei, questa rigidità nel cambiamento e questa impermeabilità alle critiche sono forse legate a condizionamenti politici?
Sa, non posso non pensare a come l’università in generale abbia perso la capacità di sviluppare pensieri critici e svolga il ruolo di legittimare certe pratiche politiche.

E proprio questo è il punto centrale. Sin dal primo anno di studi viene rimandato ad un momento futuro ed incerto il tempo in cui poter esprimere un pensiero critico: prima alla magistrale, poi al dottorato. I pochi che ci arriveranno però si renderanno conto di non essere altro che degli ingegneri sociali stressati dall’ansia di dover pubblicare, in un ambiente sempre più competitivo, e con ben poco tempo ed energia per poter sviluppare una autonomia di pensiero.

Gentile professore, ora diciamo basta. Per questo abbiamo deciso di organizzare il Summit. È arrivato il momento in cui studenti e professori si confrontino per poter arrivare a definire un cambiamento che ormai è necessario e non si può più rimandare.

Noi, futuri economisti del 21esimo secolo, saremo chiamati a risolvere problematiche enormi e lei semplicemente non ci sta fornendo la giusta preparazione. È arrivato il momento di cambiare l’educazione economica.

Questo è il motivo per cui abbiamo organizzato il Critical Economics Summit.

Con la speranza che colga queste critiche come critiche costruttive, mi auguro che parteciperà in modo utile al dibattito e che ascolterà ciò che noi abbiamo da dire.

Cordiali saluti,

Cristina Re

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* la lettera è idealmente rivolta a un generico professore mainstream

Testo originariamente pubblicato da Link Coordinamento Universitario

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22/11/2016

Ai sovrani il popolo piace ignorante

Un'analisi e un appello di docenti universitari di economia, in Gran Bretagna, alle prese con il dominio del "pensiero unico" neoliberista nei dipartimenti della "scienza triste" e con le modalità stesse dell'insegnamento. Una situazione apparentemente paradossale dove da un lato si insegna – si propaganda, più precisamente – l'utilità dell'assoluta libertà d'intraprendenza economica e dall'altro si vieta qualsiasi incontro con linee di pensiero economico differenti.

E' la stessa contraddizione insanabile che regola il modo di produzione attuale e tutta l'ideologia del pensiero comune occidentale. La cosa interessante, e decisamente dialettica, è che l'insofferenza per questo modo di procedere nasca dall'interno del lavoro accademico. Ossia nel luogo in cui si formano e trasmettono le conoscenze; in cui, insomma, si può distinguere abbastanza bene quali teorie hanno un senso e quali no. E soprattutto le conseguenze di un totalitarismo ideologico che sta portando la scienza economica – mai troppo distante dagli interessi immediati del capitale reale, tanto da guadagnarsi la nomea di "scienza che prevede il passato" – verso l'impossibilità di comprendere davvero l'oggetto che dichiara di studiare.

L'altra conseguenza è davanti ai nostri occhi da oltre un quarto di secolo: lo strapotere del capitale multinazionale nella gestione di un sistema che sembra non avere alternative, in primo luogo perché le alternative sono state vietate, oscurate, derise. Salvo ripresentarsi, come la vecchia talpa di Marx, quando la crisi reale terremota l'establishment insieme all'economia.

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L’insegnamento dell’economia continua ad ignorare il pensiero critico

Ai sovrani il popolo piace ignorante. Decenni di “riforme” del settore educativo hanno distrutto la capacità di comprendere il mondo che ci circonda, ma soprattutto la voglia di sapere, “humus” di ogni individuo: e l’analfabetismo funzionale, dilaga in tutti i campi.

Gli studenti si trovano a concludere il proprio ciclo di laurea, senza che gli venga mai chiesto di esprimere un’opinione. Per fortuna, le cose stanno lentamente iniziando a cambiare.

The Rethinking Economics network, The Guardian, 17 Novembre 2016

Traduzione e cura di Francesco Spataro

La sterlina, il mese scorso, è stata la valuta che ha avuto la peggior performance nel mondo. Nello stesso periodo un tribunale del lavoro, si è pronunciato contro gli autisti della compagnia “Uber”, che sono stati riconosciuti lavoratori autonomi. Il mese di ottobre, ha portato con sé i primi dati sul GDP ( Gross domestic product, il PIL britannico), dal voto per la Brexit, dati che sono risultati essere migliori del previsto. Nel frattempo l’agenzia di rating Moody’s ha minacciato di declassare la stima del credito britannico, se il Regno Unito avesse abbandonato il mercato unico europeo.

Tutti dovremmo auspicarci che la futura generazione di economisti sia pronta, con una serie di strumenti ed una vasta gamma di modelli, ad analizzare e dare un senso a questi eventi. Ma i limiti dell’insegnamento delle discipline economiche di uno studente universitario “standard” sono tali che pochissimi possono affermare onestamente di essere preparati al compito.

Tanto per illustrare la situazione, uno studio basato su 172 questionari di materie economiche provenienti da sette diverse università britanniche ha dimostrato che soltanto il 22% delle prove d’esame richiedeva agli studenti di illustrare una qualche opinione critica, libera od autonoma; e questo risultato è sceso al 6.7% per i questionari obbligatori.

Non è un’esagerazione dire che gli studenti di economia possono tranquillamente concludere il loro ciclo, fino ad arrivare alla laurea, senza che, anche solo per una volta, gli venga chiesto di esprimere una propria opinione. Questa rinuncia al pensiero critico ed a un giudizio autonomo confligge con ciò di cui hanno bisogno i datori di lavoro di questi futuri economisti, e con quello che i cittadini si aspettano dagli esperti responsabili della salute della propria economia.

A segnalare il problema nei dipartimenti di economia delle università britanniche, è un nuovo testo, “The econocracy”, con la prefazione di Andy Haldane, capo economista della Banca d’Inghilterra.

Sono trascorsi già quattro anni da quando gli studenti di economia britannici hanno chiesto una riforma del loro sistema d’insegnamento. Siamo una generazione che è diventata adulta durante il caos della crisi finanziaria globale del 2008, e siamo scioccati da quanto poco i problemi del mondo reale, siano stati inseriti nel quadro astratto dell’economia descritta nelle nostre aule.

La nostra frustrazione ci ha portati a fondare associazioni con nomi come la “Associazione di Cambridge per il pluralismo nell’economia” e la “Associazione di Manchester di economia post-crollo”. Chiediamo una formazione con più pensiero critico, posta in un contesto mondiale più reale e storico, con più “pluralismo”: in poche parole che possa mettere in connessione gli studenti con contrastanti modelli economici (femminista, Austriaco, post-Keynesiano), e per dar loro una serie di strumenti che li aiutino a riflettere sull’economia e gli permettano di giudicare cosa è meglio, per poter rispondere alle differenti domande dei problemi legati all’economia stessa.

Noi abbiamo fondato la rete “Rethinking Economics” (Ripensare l’economia), che ora collega 45 gruppi nel mondo, di cui 16 nel Regno Unito.

La buona notizia, quindi, è che le università stanno iniziando a cambiare. La scuola di Manchester, ha introdotto nuovi modelli didattici per lo studio della politica economica e delle crisi finanziarie, quella di Cambridge, ha contribuito con un nuovo modello didattico per l’analisi della storia economica. Alcuni atenei, fra i quali Greenwich, Goldsmiths e Kingston, sono andati anche oltre, e stanno riformando completamente le loro offerte formative. Questi i risultati più importanti, che mostrano che esiste un punto di vista, molto diffuso, che aspira all’insegnamento di un’economia migliore.

Questo però non vuol dire che la nostra battaglia sia conclusa; solo che le faglie, le spaccature, si sono leggermente spostate. Ora, sostanzialmente, tutti sono d’accordo che una formazione in economia deve includere più storia, più pensiero critico, ed un coinvolgimento maggiore con il mondo reale. Ciononostante, la richiesta di maggior pluralismo – probabilmente l’aspetto più importante della nostra battaglia – è ancora rifiutata dal maggior numero di università. Attualmente la formazione in economia, include l’insegnamento di una sola prospettiva: la prospettiva economica neo-classica. Delle 172 tracce (dei questionari) dello studio da noi analizzate, solo 17 richiamavano prospettive alternative. Agli economisti di domani viene insegnato che gli economisti neoclassici forniscono l’unica, corretta ed universale spiegazione di come opera l’economia nel nostro mondo.

Aprirsi all’economia, dando alla prossima generazione di economisti, una formazione pluralista, fornirà in modo determinante gli strumenti necessari per far fronte alle sfide che noi incontriamo, via via, nella nostra società. Qualsiasi altra scienza, riconosce l’importanza del pluralismo; rifiutando di fare lo stesso, in economia, si restringerà sicuramente la nostra capacità di costruire società sane e fiorenti, e noi tutti risulteremo più poveri.

Firmato:

Gina Kolbe, Aberdeen Political Economy Group

Bruno Roberts, Real World Economics at Bristol

Jacob Gibbs, Cambridge Society for Economic Pluralism

Bartosz Radomski, Edinburgh University Society for Economic Pluralism

Iva Parvanova, Glasgow University Real World Economics Society

Samiah Anderson, New School Economics Goldsmiths

Liam Cordrey, Greenwich Pluralism in Economics

Shanice Lewis-Spencer, Kingston University Rethinking Economics

Carlo Corbani, Open Economics Leeds

Jack Hughes, Post-Crash Economics Society Manchester

Daniel Moseley, Newcastle Economics Society

Max Schroder, Rethinking Economics Oxford

Isaac Stovell, Alternative Economics Society Sheffield

Peter Andreas Nielsen, Open Economics Forum SOAS

Eva-Maria Egger, Pluralist Economics at Sussex

Joel Christoph, Better Economics UCL


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