Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/01/2025

La politica al tramonto (d’Occidente)

di Jack Orlando

Anton Jager; Iperpolitica. Politicizzazione senza politica; Nero Edizioni; Roma 2024; 15€ 158 pp.

Tre proiettili alle spalle e Brian Thompson, il CEO della United Healthcare, cade freddato a terra. Non si fa in tempo ad avere l’identità dell’attentatore che già inizia il vociare di internet.

Sui social si brinda alla morte del capo dell’assicurazione sanitaria, si moltiplicano le testimonianze di cure rifiutate per le politiche aziendali dell’assicurazione guidata da Thompson; rifiuti che hanno determinato morti evitabili e dolori inutili, che hanno stabilito il valore della vita di ciascuno sulla base della sua affidabilità economica.

L’empatia è un ingrediente che manca totalmente nella reazione generale e questo nonostante i canali mainstream si prodighino in avvisi allarmati e condoglianze contrite, nonostante soprattutto i megainfluencer politici, Musk tra tutti, che improvvisamente cambiano registro: da commentatori spietati e virulenti, aizzatori di folle, si riscoprono moderati e ragionevoli “epperò signora mia... uccidere qualcuno non è mica una bella cosa”. Rapidamente si allarga uno spazio dove le posizioni sono molto nette, al di là di qualsiasi posizionamento ideologico.

Spazio che si fa rapidamente abisso quando diventa pubblica l’identità dell’attentatore, Luigi Mangione: italoamericano, studente brillante di buona famiglia, fisico atletico e bel viso.

Non è incasellabile politicamente, non appartiene ad alcuna organizzazione, ha idee confuse e ha letto il manifesto di Unabomber (come lo hanno letto milioni di suoi coetanei d’altronde), soffriva di mal di schiena e odiava profondamente i parassiti delle compagnie assicurative. Non ci ha messo due ore a diventare un’icona internazionale. Il volto e il nome di Mangione invadono i social network replicandosi in una turbolenza di meme, fanart, cosplay che subissano qualsiasi critica. Con rapidità estrema assistiamo alla canonizzazione di un santo laico, dispensatore di giustizia sociale. La verticalizzazione dell’odio non necessita di spiegazioni scientifiche per darsi, né di successi politici o traduzioni pratiche prima di rifluire.

È la guerra di classe che torna senza mettere radici, è la politica del XXI secolo.

Ecco, nessuna immagine più di Mangione che spara in testa a Thompson (per poi assumere le fattezze memetiche del fratello di Super Mario) rappresenta meglio l’essenza del politico nell’Occidente al tramonto. Una modalità schizoide di interazione con la realtà, dove sono preponderanti immedesimazione e spinta emotiva più che l’appartenenza sociale, dove la consapevolezza esplicita è opzionale. È tutto un gran parlare di politica: sui social, al bar, in famiglia; ma latita la capacità di tradurre la parola in azione, la mobilitazione rimane uno strumento residuale che esplode in dati momenti per poi inabissarsi fino al ciclo seguente, senza mai sedimentare uno strumento collettivo reale. L’enigma dei nostri tempi: tutto è politica, ma la politica è nulla.

Questo paradosso sta alla base anche del lavoro del giovane filosofo Anton Jager: come è possibile avere allo stesso tempo una società che produce proteste come mai prima nella storia, ma rimane disgregata, incapace di porre in atto qualsivoglia forma di volontà collettiva?

In un denso pamphlet, Jager passa in rassegna l’evolvere della politica e della storia nell’ultimo mezzo secolo per trovare un punto d’appoggio da cui ricominciare a comprendere e dare una forma ai fenomeni che ci ruotano attorno a velocità vertiginosa.

1989, il funerale della politica di massa dopo il suo ultimo sussulto dei ’70. Crolla il muro e crolla l’idea di un futuro, di una Storia. Il secolo delle guerre civili si congeda con una festa edonistica e permanente dove l’individuo è centro e punto di fuga. Il funerale del ‘900 balla in una discoteca di Londra, canta di un mondo leggero, libero dalla disciplina delle ideologie, dai catenacci del pensiero forte. La Storia è finita, si è nel dopo, nell’era dei post; della postpolitica, appunto.

Un’illusione che dura finché le modalità del consumo di massa sono garantite a quell’ipertrofica classe media euroatlantica tutelata dalla stabilità economica e lo stato sociale venuti fuori dalla ristrutturazione del mondo successiva alla Seconda Guerra Mondiale (e di cui il resto del globo sotto sfruttamento coatto è stato maggior contribuente).

Lo smantellamento progressivo delle forme di organizzazione collettiva, quali partiti e sindacati, ha proceduto pari passo con lo smantellamento delle forme di tutela statale dei cittadini.

Un lento processo di impoverimento economico e disgregamento sociale era l’ospite silenzioso della festa del mondo liberale globalizzato. Non era la Storia ad essere morta, ma il futuro.

L’illusione dura almeno fino al 2008, alla crisi dei subprime che si schianta sui sogni di gloria della middle class. Qualcosa si rimette in moto, i primi nuovi passi della Storia dopo la fine di sé stessa, ma non siamo più in grado di riconoscerla.

Tornano a essere battute le strade dai cortei, tornano i picchetti che bloccano le merci e gli scontri con la polizia. Battono i tamburi le primavere arabe e piazza Syntagma.

Un sussulto che si voleva relegato al passato. Que se vayan todos.

È il rifiuto di un’intera classe dirigente vista come principale responsabile del disastro, il rifiuto di pagare i costi della crisi, rifiuto delle promesse fatte e tradite. È il momento dell’antipolitica: il ritorno sghembo di istanze collettive ancora troppo vaghe, di alleanze sociali incapaci di riconoscersi in qualche forma di classe.

Non è un caso che chi provi a capitalizzare il dissenso dirottandolo verso le urne finisca per accendere grandi aspettative e poi, rapidissimamente, spegnerle contro i dispositivi politici di Stati la cui sovranità è meramente formale. Il grande bluff dei cosiddetti populismi, sulla cui carcassa ha fermentato il ritorno dell’ultranazionalismo.

E così gli anni dieci volgono al tramonto con una pandemia globale, una radicalizzazione sociale senza sbocchi e alcuno strumento per interpretare ciò che gli sta arrivando davanti.

Gli anni venti del ‘900 furono un’epifania di ferro e fuoco, zenit dello scontro per decidere quale specie umana avesse diritto a determinare il mondo. Vinse il Capitale, grazie alla carneficina della guerra mondiale, ma i socialisti non se ne accorsero e si trovarono a fargli da garzoni di bottega.

Un lungo processo di sussunzione che ha fatto della sinistra un amministratore della miseria, reso antipatico da un’irrefrenabile cipiglio moralista, pallido residuo di quel che un tempo si definiva coscienza.

Ad un secolo di distanza, con un globo che brucia tra i fuochi del mutamento climatico e i missili ipersonici della guerra mondiale che viene, le condizioni per un nuovo slancio di rottura sarebbero ottimali. Ma a differire rispetto a quei ’20 furiosi è l’assenza sociale generalizzata.

Si è detto che non esistevano più le classi, ed in parte è stato vero; ma non in senso puramente tecnico-economico. Non esistono più le sue forme di potenza: il partito comunista, la chiesa, la parata delle camicie nere. Tutte le modalità con cui comunità umane hanno costruito propri mondi, portato avanti verità di parte e assunto un senso collettivo hanno ceduto sotto l’irresistibile ascesa del mercato.

La sconfitta di ogni forma di incompatibilità capitalistica, che aveva come presupposto la smobilitazione sociale e il ripiego nel privato più misero, ha privato gli umani delle loro armi di difesa e del loro senso di esistere e così ha compromesso la capacità di intere società di pensare sé stesse. È un mondo di bolle, sacche d’incomunicabilità che rasentano l’autismo, nessun istituto in grado di fare universo è rimasto in piedi.

La Storia ha ripreso il suo posto, anche gli idioti hanno dovuto riconoscerlo. E la politica, sua figlia stronza, è tornata con lei ma non ha trovato l’unica cosa in grado di farla germogliare: le collettività umane.

Eccola qui l’Iperpolitica di Jager, la necessità bruciante di rimettere mano a un presente insostenibile e ingiustificabile, ma senza la capacità di immaginarne uno alternativo o, quantomeno, nell’incapacità di tradurre il desiderio in pratica. E soprattutto senza un attore collettivo in grado di darsi come forza.

La politica di oggi è la scadente sottomarca di quel che era un tempo. Negazione senza costruzione, mobilitazione senza organizzazione, ideologismo senza prassi, moralismo senza norma.

È la politica individualistica che cavilla sulle identità, buona per esser consumata e spammata ma refrattaria a qualsiasi disciplinamento (congenito a qualsiasi progetto) e che proprio per questo necessita di essere continuamente esposta al pubblico per esistere.

Triste storia, ma è già qualcosa. Un segno che le crepe del dominio occidentale hanno dato ossigeno a spinte centrifughe rompendo l’illusione della pace perpetua neoliberale.

Ancora troppo poco per poter sperare in un’inversione di rotta: si festeggia Luigi Mangione che spara ma si rifiuta qualsiasi militanza reale; abitiamo un’umanità instupidita e depressa che si accontenta dei simulacri della politica più che della sua sostanza. Ma la rabbia fermenta, i fenomeni mutano e maturano, e quel che solo ieri era impensabile oggi è banale.

Se osserviamo i piccoli smottamenti del nostro tempo, nascosti sotto una coltre impressionante di macrofenomeni, possiamo iniziare a teorizzare la frana.

Non è detto che Iperpolitica sia una definizione in grado di cogliere davvero l’essenza del nostro tempo, ma di sicuro la genealogia che la sorregge permette di guardarsi alle spalle con meno nebbia attorno; si fa i conti con i limiti di schemi di pensiero, tanto radicali quanto liberali, che hanno ormai fatto il loro tempo e girano a vuoto.

Ma non si tratta di semplicistiche rottamazioni quanto di allargare maglie, aggiornare modelli, tagliar via inutili orpelli, riprendere la misura di quel che è.

È un modo per aprire una pista, via d’uscita dalla gabbia di un pensiero atrofizzato; e nei tempi cupi che viviamo nulla è più essenziale delle vie di fuga.

Fonte

17/12/2024

Quando l’unica giustizia è la vendetta

Un uomo è stato arrestato per aver presumibilmente ucciso, il 4 dicembre a New York, l’amministratore delegato della multinazionale statunitense UnitedHealthcare, Brian Thompson. Il sospettato, Luigi Mangione, è stato arrestato il 9 dicembre in Pennsylvania e la polizia ritiene che si sia trattato di un omicidio premeditato.

Al momento dell’arresto, Mangione aveva con sé un “manifesto” in cui si dice che abbia condannato l’impresa assicurativa sanitaria per aver ricavato i suoi enormi profitti speculando in vario modo sulle malattie dei pazienti. Nel “manifesto” si afferma a chiare lettere che «questi parassiti se l’erano cercata».

Sono molte le persone che, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, hanno espresso comprensione per la rabbia di Luigi Mangione nei confronti di questa multinazionale della sanità privata. Mangione, ingegnere di chiara origine italiana, sembra provenire da un ambiente privilegiato e ha espresso la sua rabbia in modo micidiale, riscuotendo però una viva simpatia, e perfino un’attiva solidarietà, da parte di milioni di lavoratori che soffrono quotidianamente per le azioni tanto vampiresche quanto vili di questa impresa multinazionale operante nel settore delle assicurazioni sanitarie.

UnitedHealthcare, presente anche in Italia, e imprese simili create non per soddisfare le esigenze delle persone in materia di assistenza sanitaria, ma per generare profitti osceni a beneficio della classe dei miliardari, sono giustamente odiate da grandi masse di lavoratori e da altri strati oppressi negli Stati Uniti, paese – va ricordato – in cui non esiste un servizio sanitario pubblico.

Nel 2023, UnitedHealthcare ha ricavato infatti 22 miliardi di dollari di profitti estorti a pazienti, dottori e infermieri, e trasferiti nelle tasche dei miliardari. I maggiori azionisti di UnitedHealth sono il gigante della gestione patrimoniale Vanguard, che detiene una quota del 9%, seguito da BlackRock (8%) e Fidelity (5,2%).

Va detto che il tema dell’eroe che vendica un sopruso, là dove la giustizia antica, quella feudale o quella borghese si rivelano impotenti ad impedirlo o addirittura ne sono complici, risale almeno all’Odissea, rivive in Robin Hood e nel conte di Montecristo, e giunge fino a noi nella forma della “propaganda armata” praticata dalle Brigate Rosse.

Il merito di Mangione è pertanto quello di aver riconosciuto un problema reale e di averlo portato all’attenzione dell’opinione pubblica americana e mondiale, anche se il metodo individualistico e terroristico che sta alla base della sua azione non può essere condiviso.

Esso testimonia, peraltro, che una conseguenza sempre più importante della degenerazione oligarchica e plutocratica della “democrazia americana” è la guerra civile strisciante in corso, ormai da anni, nel paese guida dell’Occidente capitalistico (si rammenti l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti avvenuto nel 2021).

La domanda, che anche l’attentato anarchico compiuto da Mangione sollecita, è allora la seguente: quale significato assume oggi la rivoluzione? Per rispondere a questa domanda conviene senz’altro richiamare le «Tesi di filosofia della storia» di Walter Benjamin, che è forse uno dei più grandi pensatori del Novecento.

Questo testo straordinariamente incisivo non è caratterizzato dalla condanna (scontata) del nazismo, ma dall’accusa, rivolta alla socialdemocrazia, di essere responsabile della rovina del proletariato, avendo distrutto la sua coscienza di classe e avendo tolto la volontà di combattere alla classe operaia.

Questo è un punto fondamentale, che va ribadito una volta per tutte sul piano storico, e la cui riaffermazione consente anche di rispondere, almeno in linea di principio, alla domanda sulle forme di lotta, precisando che la lotta di classe non esclude per nulla, come accade nelle posizioni controrivoluzionarie della socialdemocrazia, il rifiuto della violenza di massa, della lotta armata e del “terrorismo” (si pensi alle azioni dei GAP durante la Resistenza).

Un altro aspetto decisivo, affermato in modo giustamente provocatorio da Benjamin, consiste nel rilevare che il proletariato ha commesso un errore micidiale quando si è proposto di pensare alla felicità dei figli e dei nipoti, giacché il problema è, invece, la vendetta.

In altri termini, di fronte alla borghesia che non solo sfrutta il proletariato, ma nutre anche un’avversione profonda per esso e possiede una piena coscienza del proprio ruolo di classe dominante, è paradossale che la stragrande maggioranza dell’umanità sia rappresentata da proletari di fatto privi di coscienza di classe o, ancor peggio, da quei sottoproletari che sono definiti nel “Manifesto del partito comunista” come «infima putrescenza della società borghese».

Delle sofferenze patite dai padri e dagli avi, così come delle crescenti sofferenze patite dagli sfruttati odierni, occorre dunque ricordarsi, e assumersi la responsabilità di un’azione conseguente sul terreno politico, organizzativo, teorico e ideologico, senza confondere il contrasto tra poveri e ricchi con la vera scissione che divide oggettivamente la società in due grandi campi contrapposti: la scissione tra sfruttatori e sfruttati (laddove vale la pena di precisare, sgombrando il terreno dagli equivoci delle ideologie miserabilistiche, che si può essere sfruttatori ed essere poveri e si può essere sfruttati ed essere ricchi).

Fonte

11/12/2024

Dolore, speranza… e assicurazioni

L’omicidio di Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, la più grande compagnia di assicurazione sanitaria degli Stati Uniti, freddato a Mahnattan il 4 dicembre ha suscitato reazioni inattese.

Settantacinquemila faccine allegre 😄 sono apparse su Facebook sotto il comunicato di UnitedHealthcare che informava della perdita del suo dirigente. La giacchetta con cappuccio indossata da Luigi Mangione è andata a ruba nei grandi magazzini.

Una dozzina di giovani, infine, si sono incontrati sabato scorso a Times Square, tutti ingiacchettati e incappucciati: avevano messo su una competizione per premiare il più somigliante allo sparatore di mercoledì.

Alex Goldenberg, consulente presso il “Network Contagion Research Institute”, un organismo che si occupa di minacce in rete, segnala come questa volta il sostegno all’omicidio di Manhattan è diventato opinione comune. “L’uccisione di Thompson – aggiunge Goldenberg – viene spiegata come una specie di segnale d’inizio di una più ampia guerra di classe” (New York Times, 7/12/2024).

Che Luigi Mangione il 4 dicembre intendesse intervenire nel dibattito pubblico sull’assistenza sanitaria appare chiaro dalle parole incise sui bossoli trovati sulla scena del delitto: “delay, deny, depose” (ritardare, negare, deporre). Le prime due alludono a pratiche di uso comune fra le compagnie di assicurazione, prima rinviare e poi rifiutare del tutto il pagamento delle cure mediche. L’ultima – deporre – appare come metafora dell’omicidio stesso, la deposizione violenta, per via di eliminazione fisica, di un sovrano, in questo caso l’amministratore delegato di un’azienda.

La triplice allitterazione stabilisce anche un legame con Delay, Deny, Defend, un libro pubblicato nel 2020 da Jay M. Feinman, professore emerito di diritto a Rutgers. Per capire di cosa parli il suo libro basta leggere il sottotitolo: “Perché le compagnie di assicurazione non pagano e cosa si può fare al proposito”.

“Un torrente di odio verso le assicurazioni sanitarie dopo l’omicidio dell’amministratore delegato” è il titolo di un articolo uscito sul New York Times del 5 dicembre, dove si legge di come sarcasmo, giubilo e odio abbiano dominato i commenti apparsi in rete subito dopo la morte di Thompson. È un ottimo pezzo, ma più interessanti risultano i 1.460 commenti inviati in poche ore dai lettori.

Lì si può leggere dell’impatto devastante esercitato da UnitedHealthcare e da altre aziende del settore sulla vita delle persone:

– Mia figlia è nata con una deformità congenita a entrambi i piedi. A quattordici mesi è stata operata. L’assicurazione ha pagato solo per un piede, sostenendo che non copriva due operazioni praticate in contemporanea.

– UnitedHealthcare è la mia assicurazione. Negli ultimi due anni mi è costata 3.000 dollari. Loro ne hanno tirati fuori 100.

– Quest’anno mio zio è morto che era ancora giovane perché l’assicurazione ritardava, ritardava, ritardava (delayed, delayed, delayed).

– Un anno fa ho perso mio marito, suicida. Una delle ragioni per cui si è tolto la vita sono stati i debiti causati dalle cure mediche.

– Abbiamo un figlio che soffre di autismo. United Healthcare continua a negargli la copertura assicurativa per la terapia di cui ha bisogno.

– United Healthcare ha usato l’intelligenza artificiale per stabilire che la terapia per la mia recente e devastante infertilità non era necessaria dal punto di vista medico.

– Una mia parente ha avuto un aneurisma cerebrale, senza lacerazioni. Nessuna assicurazione avrebbe mai coperto un’operazione chirurgica “prima che l’aneurisma avesse raggiunto il livello 7”. La demenza vascolare era già iniziata. Adesso non siamo ancora al livello 7, ma mentalmente lei è andata. I suoi due figli (giovani) lavorano a tempo pieno per pagarle una badante a tempo pieno.

– Proprio mentre sto scrivendo aspetto che l’Assicurazione risponda al mio appello contro le loro decisioni a proposito delle radiazioni a cui sono stata sottoposta dopo un’operazione chirurgica per un cancro alla gola. Il trattamento mi ha causato una seria necrosi ossea a entrambe le mascelle. Non ho più denti e da un anno e mezzo non riesco a nutrirmi correttamente. Tutto questo sta compromettendo in maniera seria la mia salute, che è in declino. L’ospedale dove sono in cura, il mio medico di famiglia e altri due suoi colleghi hanno sottoposto quattro richieste di pagamento all’Assicurazione. Sono state tutte negate (denied).

Non odio, ma dolore. Senza fine. Ed estrazione. I risparmi personali con cui pagare i costi delle cure non sono altro che residui accumulati del salario. Provengono da quella parte di valore rimasta in mano alle salariate o ai salariati, dopo che il capitalista si era attribuito una parte di quello totale da loro prodotto e aveva destinato l’altra, appunto, ai salari.

L’estrazione via assicurazione sanitaria prolunga il furto del valore al di là dello sfruttamento in opera durante la giornata lavorativa. È una pratica distruttiva: ogni anno, negli Stati Uniti, sono in 600.000 ad andare in bancarotta perché non riescono a pagare le prestazioni sanitarie di cui hanno bisogno.

Ma soprattutto speranza. Non scriverebbero se non sperassero.

Fonte