di Alessandro Volpi
A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte
volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti
come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente
in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una
panoramica dei titoli più colpiti.
Partiamo da Nvidia. Dopo
una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4%
a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip IA possa aver
raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è
presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.
Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti)
a causa di preoccupazioni interne alla divisione IA, acuite dalla partenza di
ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel
2024, che ha lasciato per Anthropic.
Tesla continua a soffrire per
il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini
di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei
progetti su robotica e guida autonoma.
SpaceX, nonostante il
debutto trionfale in Borsa
il 12 giugno 2026, ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale a causa
dell’annuncio di una massiccia emissione di obbligazioni da 20 miliardi di
dollari per finanziare l’infrastruttura IA e satellitare, alimentando timori sul
debito. Meta e Microsoft, sebbene più resilienti, hanno subito vendite legate
alla revisione delle spese in conto capitale.
Il mercato sta, di
fatto, punendo le aziende che spendono miliardi in IA senza mostrare ritorni
immediati e chiari.
Segue poi il “settore chip” (Micron, Samsung, SK
Hynix) che ha subito perdite pesantissime (Micron -13%, Samsung -12%) a causa di
una svendita globale che ha colpito l’intera catena di approvvigionamento
dell’hardware IA.
Il ribasso non è dovuto a un singolo fattore ma a
una “tempesta perfetta” di cause macroeconomiche e settoriali. Comincia a
emergere sempre più uno scetticismo sul Ritorno dell’investimento (Roi) nell’IA.
Dopo anni di euforia, gli investitori hanno iniziato a porsi una domanda
critica: i profitti derivanti dall’intelligenza artificiale giustificheranno le
centinaia di miliardi spesi in infrastrutture?
Pesa poi una politica
monetaria restrittiva. Nonostante le speranze di tagli, l’inflazione
persistente, soprattutto per effetto della guerra in Iran, ha spinto la Federal
reserve (Fed) di Kevin Warsh verso un atteggiamento aggressivo. Il mercato ora,
nonostante le dichiarazioni di Trump, scommette su ulteriori rialzi dei tassi di
interesse entro la fine del 2026, un fattore che penalizza tipicamente i titoli
tecnologici, a cui pare non bastare più la liquidità dei grandi fondi
finanziari.
Ci sono poi, inevitabilmente, le tensioni geopolitiche.
Il conflitto con l’Iran ha mantenuto alti i prezzi dell’energia (col petrolio
Brent ancora sopra i 75 dollari), alimentando i timori di un’inflazione
“appiccicosa” che frena i consumi e aumenta i costi operativi per le aziende
tech.
Incide, altrettanto inevitabilmente, l’eccessiva
concentrazione dei listini. Poiché solo sette aziende rappresentano circa il
30%-34% del valore totale dell’indice Standard & Poor (S&P) 500,
qualsiasi segnale di debolezza in una di esse (come la crisi dei chip in Asia)
provoca un effetto domino sull’intero mercato azionario globale.
Una
considerazione a parte meritano gli Etf (Exchange traded funds) i prodotti
finanziari venduti dai grandi fondi che replicano un indice e che giocano un
ruolo fondamentale e amplificatore nell’attuale correzione delle Big Tech. Se
una volta il “mercato” era guidato dalle scelte sui singoli titoli, oggi la
prevalenza dell’investimento passivo ha cambiato le regole del gioco,
trasformando gli Etf in una sorta di “benzina sul fuoco” durante i cali. Vale la
pena esaminare come e quanto pesano questi strumenti finanziari in questa fase
di mercato (a fine giugno 2026).
Un primo problema è costituito
dalla cosiddetta “trappola della concentrazione”. Gli indici principali, come
l’S&P 500 e il Nasdaq 100, sono pesati in base alla capitalizzazione di
mercato. Questo significa che i giganti (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet,
Amazon, Meta e ora SpaceX) pesano per circa il 33%-35% dell’intero mercato
azionario statunitense. Di conseguenza quando un investitore vende una quota di
un Etf sull’S&P 500, il fondo è costretto a cedere proporzionalmente tutti i
titoli sottostanti. Poiché le Big Tech pesano così tanto, una vendita
generalizzata dell’indice si traduce automaticamente in una pioggia di vendite
massicce proprio sui titoli tecnologici, a prescindere che l’azienda stia
andando bene o male.
Esiste un secondo effetto chiamato “Feedback
loop” (Circuito di retroazione). Gli Etf creano, infatti, un effetto domino
pericoloso. Ha inizio con una prima fase di ribasso con un evento negativo (ad
esempio i dubbi sul debito di SpaceX o i tassi alti della Fed) che fa scendere i
titoli tech. Segue un calo dell’Etf: poiché il tech pesa il 30%, l’Etf scende
visibilmente. Portando a un “Panic selling”: gli investitori retail e i fondi
pensione, vedendo l’Etf in rosso, riscattano le loro quote. Segue una fase di
vendite forzate: i gestori di questi prodotti finanziari (BlackRock, Vanguard,
State Street) devono vendere le azioni sottostanti per rimborsare gli
investitori, spingendo i prezzi ancora più in basso. Questo meccanismo è il
motivo per cui le perdite di fine giugno sembrano così violente e repentine.
A pesare è anche il ribilanciamento di metà anno, un periodo di
ribilanciamento dei portafogli. Molti Etf e fondi comuni hanno regole rigide che
impediscono a un singolo settore o titolo di superare una certa percentuale del
portafoglio. Dopo la corsa folle dell’IA nei primi mesi del 2026 il peso di
Nvidia e Microsoft nei portafogli era diventato eccessivo. In queste settimane,
i gestori stanno vendendo tech per comprare settori “rimasti indietro” (come
utility, beni di consumo o obbligazioni), portando a una pressione in vendita
tecnica che non dipende dai fondamentali delle aziende.
Un ruolo
fondamentale è giocato dagli Etf a leva e inversi. Esistono Etf che scommettono
al raddoppio o al triplo sull’andamento del Nasdaq o di singoli titoli come
Nvidia. Quando il mercato scende, questi strumenti forzano chi li detiene a
chiudere le posizioni rapidamente per evitare la liquidazione, accelerando la
caduta dei prezzi. Al contrario, gli Etf short (che guadagnano quando il mercato
scende) hanno visto afflussi record, attirando speculatori che scommettono
contro le Big Tech, aumentando la pressione ribassista.
Nel mentre
si scatena una fuga verso i “safe haven” (Etf obbligazionari). Con i tassi di
interesse previsti ancora alti e l’incertezza geopolitica in Iran, i capitali
stanno uscendo dagli Etf azionari tech per rifugiarsi in quelli monetari o
obbligazionari a breve termine. Questo spostamento di massa di liquidità
(migliaia di miliardi di dollari) svuota letteralmente i “serbatoi” che
sostenevano le quotazioni delle Big Tech.
In sintesi: quanto pesano gli Etf? Il peso è
determinante. Si stima che oltre il 60%-70% dei volumi di trading giornalieri
sui mercati Usa sia ormai riconducibile ad algoritmi e flussi legati agli Etf.
In questo momento, le Big Tech non stanno cadendo solo perché “l’IA non convince” ma perché il veicolo che le ha portate in alto (l’investimento
passivo in Etf) ora sta funzionando al contrario, smontando le posizioni con la
stessa velocità con cui le aveva create. Metaforicamente, l’Etf è l’ascensore:
quando tutti vogliono scendere contemporaneamente, la caduta è molto più rapida
rispetto a “scendere dalle scale” (attraverso la vendita di singoli titoli).
Il messaggio che emerge da tutto ciò dovrebbe essere chiaro:
affidare a questi meccanismi le sorti della formazione del reddito, le pensioni
e la sanità di fasce crescenti di popolazione è una colossale follia perché i
travolti dalle crisi saranno milioni di persone che non hanno, per le loro
condizioni di reddito, capacità di resistere mentre i super-ricchi, proprio per
le loro infinite risorse, sapranno cavalcare le bolle. E, soprattutto,
dovrebbero essere evidente a tutti non esiste alcuna oggettività della finanza
in grado di suffragare le tesi dei tecno-liberali.
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