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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/10/2025

John Ternus, pronto a succedere a Cook: Apple mette l’industria al centro

Non sarà immediato ma il percorso per la successione alla guida di Apple appare tracciato e il vicepresidente John Ternus, classe 1975, sembra essere in pole per succedere nel ruolo di Chief executive officer a Tim Cook, che il 1° novembre compirà 65 anni, alla guida del colosso di Cupertino. Cook ha preso le redini di Apple ad agosto 2011, poco prima della morte del fondatore Steve Jobs che gli passò il testimone dimettendosi da amministratore delegato.

Chi è Ternus, in pole per il dopo-Cook

La candidatura di Ternus è decollata negli ultimi giorni come ipotesi oltre il caso di studio, sebbene da tempo il suo nome circolasse come tra i più caldi. E l’uscita delle indiscrezioni sul cambio della guardia a Apple non è solo un’importante notizia aziendale ma anche un segno dei tempi che cambiano.

Ternus è infatti responsabile della Hardware Engineering, ovvero delle procedure per lo sviluppo fisico dei prodotti che vanno sul mercato, dagli iPhone agli Air Pod. E questa sua posizione lo pone in prima fila come manager attento alle dinamiche industriali che, oggigiorno, toccano inevitabilmente le questioni di filiera e anche i rapporti “geopolitici” che colossi come Apple si trovano a dover gestire.

Avendo dovuto gestire l’ingegnerizzazione di prodotto di importanti linee e avendo dovuto implementare la graduale transizione che ha portato la Mela di Jobs a riconfigurare le proprie catene di fornitura transfrontaliere e interaziendali, Ternus ha toccato con mano molti dei problemi che l’azienda in cui lavora dal 2001, e in cui ha la carica di vicepresidente e l’attuale responsabilità dal 2013, si trova a dover affrontare.

Apple tra delocalizzazione e Trump

Sono principalmente tre le partite in cui Cupertino si deve muovere oggi. La prima riguarda il futuro della sua esternalizzazione manifatturiera, che Cook sta cercando di governare all’insegna del principio di de-risking riducendo i rapporti con le economie potenzialmente ostili agli Stati Uniti, a partire dalla Cina. Non a caso, Apple ha annunciato che l’iPhone 17 per il mercato americano sarà pressoché interamente realizzato in India, nuova frontiera della delocalizzazione.

Al contempo, seconda sfida, Apple deve però anche cavalcare le promesse fatte da Cook all’amministrazione di Donald Trump per importanti investimenti in conto capitale. L’unità di Ternus si trova profondamente coinvolta in questo processo: l’ingegnerizzazione dell’hardware è, ad oggi, un campo vitale del settore tecnologico e fornisce il vero valore aggiunto a ogni campione tecnologico, a cui la distribuzione della filiera produttiva deve aggiungere la dovuta dose di efficienza di costo. Apple ha promesso, per bocca di Cook, 600 miliardi di investimenti negli Usa ed è remoto pensare che possano essere fabbriche d’assemblaggio non competitive con l’Asia gli obiettivi di tale piano.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale

Il terzo punto a cui ciò potrebbe collegarsi è quello dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni. Di recente, Apple è riuscita a concludere una corsa lunga 15 anni per l’ottimizzazione del controllo sui suoi chip interni, arrivando a esplorare anche la rivoluzione dell’IA con il nuovo chip A19 Pro per l’iPhone.

“L’ultima generazione dell’A19 Pro ha una nuova architettura del chip che dà priorità ai carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale, aggiungendo acceleratori neurali ai core della GPU”, ricorda la CNBC. La nuova frontiera sarà integrare l’IA ovunque: telefoni, iPad, computer, in prospettiva smart glasses e altri prodotti avveniristici. Una rivoluzione in cui sarà la capacità di ottimizzare l’hardware il vero fattore di competitività. Lo stesso vale per i data center che dovranno immagazzinare i dati dei dispositivi del sistema chiuso di Apple.

Al centro di tutto, dunque, il team di Ternus. Il quale a 50 anni vede una strada spianata. E se dovesse succedere a Cook, avrebbe un lungo orizzonte per governare questa transizione che ha al centro l’hardware più del software, l’industrializzazione e la logistica prima ancora del branding che ha reso celebre e dominante sul piano globale Apple. Sono i tempi che cambiano della competizione globale sull’IA e della rivoluzione tecnologica, con tutte le sue ricadute industriali, a cui ogni azienda deve adattarsi per tempo. I manager dovranno essere sempre più industriali prima che finanziari. E tutti dovranno interiorizzare delle chiare logiche geopolitiche nelle loro azioni.

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27/04/2025

Effetto dazi: Apple vuole trasferire la produzione di iPhone per gli USA in India

Mentre, secondo Bloomberg, la Cina sta valutando di esentare dalle sue tariffe al 125% alcuni prodotti statunitensi (attrezzature mediche, sostanze chimiche, aerei in leasing, prodotti della filiera dei semiconduttori), e allo stesso tempo Pechino nega ogni tipo di contatto con la Casa Bianca, Apple corre ai ripari di fronte allo scenario di guerra commerciale.

Il Financial Times, infatti, ha riportato che alcune sue fonti confermano la volontà della compagnia con sede a Cupertino di rilocalizzare le attività di assemblaggio degli iPhone venduti negli States in India, già dalla fine del 2026. Una mossa che, se portata a termine, sarebbe un esempio enorme di reshoring delle filiere nella frammentazione del mercato mondiale.

Non è un fulmine a ciel sereno: da tempo la società sta portando avanti la diversificazione delle proprie forniture e cerca nuovi e vantaggiosi luoghi dove portare avanti l’assemblaggio dei suoi dispositivi. È chiaro che se ora si vuole accelerare questo processo con decisione, ciò sarebbe un segnale importante di come ci si aspetti che il braccio di ferro con la Cina sia destinato a peggiorare.

Apple ha già segnalato una perdita di capitalizzazione pari a 700 miliardi di dollari, a causa dell’esposizione delle sue filiere a questo tipo di turbolenze commerciali. E non a caso, tra fine marzo e i primi giorni di aprile, si era affrettata a far arrivare quanti più telefoni possibile dai siti indiani, e ora probabilmente vuole mettersi ai ripari prima di altre crisi.

Anche i dati economici confermano come questa decisione proverrebbe dalla poca fiducia in una risoluzione del contrasto commerciale con Pechino. I costi di produzione in India sono maggiori di quelli cinesi di circa il 5-8%, rivela Reuters, con picchi fino al 10%. E rimane il nodo per cui molti dei componenti assemblati sono ancora prodotti in Cina.

Ma se consideriamo i dazi reciproci, anche se gli iPhone sono stati momentaneamente esentati dalle pesanti tariffe statunitensi, rimangono quelli di base del 20% per tutti i prodotti cinesi. La tariffa imposta a Nuova Delhi è del 26%, ma anche questa è stata sospesa e, stando alle parole del vicepresidente statunitense Vance in visita in India, i due paesi sono a un buon punto di un accordo commerciale bilaterale.

Spostare la produzione dei telefoni Apple negli impianti indiani significherebbe fare in modo che da essi escano la maggior parte degli oltre 60 milioni di iPhone venduti annualmente negli USA. Ad oggi, l’80% di questi proviene dal Dragone, un risultato raggiunto in circa due decenni di rapporti economici che ora vorrebbe essere ridirezionato nel giro di pochi mesi.

L’impegno è di proporzioni enormi, se si considera che il Financial Times lo quantifica in un raddoppio della produzione attualmente realizzata in India, che è comunque diventata uno degli hub mondiali dell’assemblaggio di smartphone. Apple ha importanti contratti con attori centrali del settore come la taiwanese Foxconn e l’indiana Tata Electronics.

Alla richiesta di commenti sia Apple sia Foxconn non hanno ancora risposto, mentre Tata ha proprio rifiutato di rilasciare qualsiasi dichiarazione in merito. Va però segnalato che le due compagnie poste sotto contratto dall’azienda statunitense già dallo scorso anno hanno cominciato a importare set di componenti pre-assemblati dalla Cina.

Il fatto che Foxconn e Tata abbiano in costruzione due stabilimenti in India, oltre ai tre già esistenti, fa pensare che ci si stia effettivamente preparando a un salto industriale significativo. Il 28% degli oltre 232 milioni di iPhone spediti nel 2024 erano diretti verso gli States: è di quest’ordine di produzione che parliamo, che rappresenterebbe un profondo cambiamento delle filiere globali.

Anche Google, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe avviato trattative con la multinazionale indiana Dixon Technologies per spostare dal Vietnam (sottoposto a dazi al 46% e meta di una recente visita di Xi Jinping) la produzione del suo smartphone Pixel. Tutto dipende dalla buona riuscita delle trattative commerciali, cosa di cui Trump potrebbe approfittarne sul piano strategico.

Garantire a Nuova Delhi più accondiscendenza sulle tariffe, mentre le Big Tech spostano in India parte delle loro attività, con significativi ritorni economici per il paese, potrebbe diventare uno strumento del tycoon per indebolire la solidità dei BRICS che, come già accenatto per il dollaro, sono la principale minaccia alla decadente egemonia stelle-e-strisce.

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21/09/2024

Embargo tecnologico alla Cina, un fallimento annunciato

L’embargo tecnologico sul digitale nei confronti della Cina, promosso da USA e UE, si sta palesando come un fallimento clamoroso. Ne sono testimonianza, su tutte, le performance delle due aziende capofila per quanto riguarda l’hardware ed il software, ovvero Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) e Huawei.

Per inciso, si tratta di aziende capitalistiche di diritto privato, tuttavia la prima è riconducibile per il 100% allo Stato, tramite vari enti (ministeri, fondi, aziende di stato), mentre la seconda è di proprietà per l’1% circa del fondatore Ren Zhengfei e per il restante 99% circa dei lavoratori tramite la loro associazione Huawei Investment & Holding Company Trade Union Committee. La logica che regola la loro governance e la distribuzione degli utili, pertanto, è molto diversa dalle aziende capitalistiche occidentali.

“Diventeranno come mattoni” si diceva degli smartphone di Huawei, non molto nascostamente, fra le teste d’uovo delle big tech della California, allorquando l’amministrazione Trump ordinò di disconnetterne i dispositivi dagli app store di Google incorporato nel sistema operativo Android. Nel mentre, la Vicepresidente Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhenfei, era in arresto in Canada, su ordine degli USA e vi rimarrà per circa tre anni.

Ora quei tempi sembrano lontanissimi. Dopo qualche anno duro, infatti, Huawei si è rilanciata dapprima diversificando i propri settori d’intervento sia nell’hardware che nel software, poi rilanciando clamorosamente anche il settore degli smartphone.

L’azienda di Shenzen, infatti, è stata in grado di sviluppare un proprio sistema operativo, HarmonyOS, utilizzato non solo negli smartphone, ma anche, ad esempio, nell’automotive elettrico, dove ha siglato, con alcuni produttori, la Harmony Intelligent Mobility Alliance, un’alleanza industriale nell’ambito della quale fornisce supporto nel design delle automobili, nella catena di fornitura e nell’ecosistema dei software di bordo.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, Huwaei, oltre ad essere stata designata dallo stesso colosso nVidia come proprio competitore nel design di GPU e CPU ad essa dedicati, si sta distinguendo nel cosiddetto Internet of Things. Ad esempio, nel 2021 ha lanciato il progetto MineHarmony, che applica l’intelligenza artificiale nel settore minerario, contribuendo a minimizzare l’impatto ambientale e diminuire gli incidenti sul lavoro.

Tornando agli smartphone, è stato annunciato il lancio del nuovo modello Mate XT, il primo al mondo pieghevole a fisarmonica, dotato di tre schermi, che quando viene allungato totalmente ne formano uno solo, diventando simile ad un tablet.

Tale modello ha già 4 milioni di pre-ordini ed è stato annunciato in concomitanza con il lancio del nuovo modello di iPhone della Apple, destinato, secondo molti analisti, ad un flop inesorabile in Cina, in quanto le funzionalità d’intelligenza artificiale che mette a disposizione, oltre a non essere disponibili attualmente in lingua cinese, probabilmente non lo saranno mai, perché, essendo basati sui modelli di ChatGpt, difficilmente verranno autorizzati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese; sia per motivi intrinseci, sia come risposta all’embargo tecnologico da parte degli USA.

Così la Apple, che già è scesa al sesto posto nelle classifiche di vendita in Cina, sembra destinata a sprofondare ulteriormente in quello che costituisce circa il 20% del proprio mercato di sbocco, non molto sotto l’Europa (si ricorda che solo pochi anni fa, la commercializzazione dei nuovi iPhone scatenava nelle maggiori città cinesi le stesse file lunghissime agli store e le stesse reazioni isteriche che scatenava nei consumatori occidentali).

Allo stesso tempo, Huawei ha visto un aumento del 72% di vendite nei primi cinque mesi del 2024 e sembra destinata ad allargare la forbice con il colosso di Cupertino, con utili e ricavi che si dirigono verso la doppia cifra di miliardi di euro. Da redistribuire in parte fra gli azionisti, ovvero, per il 99%, ai lavoratori.

In fin dei conti, pertanto, l’embargo tecnologico nei confronti di Huawei ha finito per rafforzarla ai danni di Apple e, probabilmente, fra poco anche di nVidia. Classico caso di reazionari “che sollevano massi, che poi ricadranno sui propri piedi”.

Da sottolineare che tutti i successi tecnologici fin qui descritti sarebbero stati impossibili se il XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese del 2012 non avesse messo fra le priorità strategiche assolute la costruzione di un’infrastruttura internet “nazionale”, indipendente dalla Silicon Valley.

In poco più di un decennio, il web cinese è passato dall’essere una bruttissima copia di quello americano, all’avere server fisici, browser, motori di ricerca, social network e app per smartphone, big tech (rigorosamente regolamentate, chiedere a Jack Ma) tutti propri, alcuni dei quali spopolano anche in Occidente.

Passando a SMCI, azienda produttrice di chip a semiconduttori, che sono la base di tutti i dispositivi elettronici, a suonare il campanello d’allarme per USA, Giappone e UE è Hiroharu Shimizu, Amministratore Delegato di TechanaLye, società di ricerca sui semiconduttori che smonta 100 dispositivi elettronici all’anno e li esamina, dalle colonne del giornale Nikkei Asia.

Il dirigente d’azienda ha parlato del confronto effettuato fra un modello di smartphone di Huawei, il Pura 70 Pro, rilasciato nell’aprile 2021, prodotto con tecnologia Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), azienda taiwanese leader mondiale nella produzione di chip, con il più recente modello di Huawei messo in commercio, equipaggiato con cpu Kirin 9010, prodotto con tecnologia SMIC.

Sebbene a SMIC sia impedito dalle sanzioni USA l’accesso alle tecnologie per produrre chip a 5 nanometri, come quelli del Pura 70 Pro di 3 anni fa, e sia, pertanto ferma ai 7 nanometri del Kirin 9010, Shimizu ha concluso che le prestazioni fra i due processori siano comparabili; pertanto SMIC si trova a soli tre anni di divario da TSMC. Con la differenza sostanziale che l’86% di tutti i chip del Kirin 9010 sono prodotto in Cina, pertanto quasi tutta la filiera produttiva è internalizzata e messa al sicuro.

Invece, i modelli prodotti con tecnologia TSMC, ovvero praticamente tutti i modelli occidentali, hanno la filiera sparsa in giro per il mondo, con tutte le incertezze che ne conseguono dati gli scenari geopolitici attuali. Incertezze che potrebbero essere aumentate in maniera decisiva, specialmente quando si passa per Taiwan, dopo l’attentato terroristico messo in atto dal regime sionista contro Hezbollah nei giorni scorsi, con la complicità, appunto, di un’azienda tech dell’isola.

L’ultima mossa messa in atto dagli USA per fermare SMIC è la minaccia di sanzionare l’azienda olandese ASML, affinché non rispetti il contratto con la SMIC stessa, che le impone di riparare le macchine litografiche fornitele a suo tempo. A proposito di “ordine mondiale basato sulle regole”.

Le macchine litografiche sono i mezzi di produzione dei chip, che la Cina non sarebbe ancora in grado di produrre da se. In questo caso parliamo di una tecnica litografica risalente a 5 anni fa, poiché le ultimissime tecniche già sono interdette.

Il mezzo che gli USA stanno utilizzando nel loro ricatto è il Foreign Direct Product Rules (FDPR), legge del 1959 con la quale, in maniera arbitraria, il Dipartimento del Commercio si arroga il diritto di poter stoppare la vendita sul mercato internazionale di qualsiasi prodotto in cui anche un solo bullone sia made in USA. L’Amministrazione Trump provò ad utilizzare questa legge nel 2020 per bloccare del tutto la fornitura di chip a Huwei, ma in quel caso TSMC era troppo grande ed importante per soggiacere ad una tale imposizione.

Per ASML, aderire a queste limitazioni significherebbe suicidarsi, in quanto la Cina è il 50% del suo mercato. Tuttavia, mentre il precedente governo olandese sembrava voler provare ad opporre resistenza, quello attuale sembra invece orientato a ritirare le licenze ad ASML per effettuare le riparazioni che dovrebbe effettuare da contratto stipulato, minando per l’ennesima volta l’elemento fiduciario che c’è alla base delle catene del valore sparse in tutto il mondo.

Paradossalmente, tutte queste sanzioni ed imposizioni, oltre a rivelarsi, come visto, o del tutto fallimentari o solo un intralcio momentaneo, fanno il gioco di Pechino a più ampio spettro. Infatti, l’idea di globalizzazione basata sulla cooperazione win – win, su filiere produttive sicure e sulla fiducia reciproca basata sul regole vere, che incardina la Belt and Road Initiative guadagna veramente terreno e credibilità rispetto all’inaffidabilità, all’unilateralismo, all’attitudine all’interferenza negli affari altrui e, ultimamente, addirittura alla pericolosità dell’ordinamento monetario e produttivo mondiale forgiato dall’imperialismo.

La sfida, per Pechino, sarà gestire una lunga fase di disaccoppiamento tecnologico e di filiere produttive che l’imperialismo vuole imporle e nel corso del quale cercherà di minare l’ascesa cinese con ogni mezzo, guerra compresa.

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14/09/2024

La UE contro le Big Tech statunitensi: tasse arretrate e multe per Apple e Google

Ogni tanto ci sono degli avvenimenti che ricordano come – nonostante la filiera euroatlantica sia fermamente unita sotto l’ombrello della NATO, necessario per la guerra da muovere all’emergente mondo multipolare – dal lato prettamente economico Stati Uniti e UE siano in competizione serrata.

Lo ricordano continuamente politici e documenti di Bruxelles, che accanto alla Cina citano sempre l’alleato d'oltreoceano tra i soggetti contro cui bisogna sviluppare competitività e autonomia tecnologica e di risorse. E ci sono poi, appunto, anche eventi che lo mostrano in maniera netta.

La Corte di giustizia UE ha confermato da pochi giorni le decisioni prese dalla Commissione Europea alcuni anni fa, inferendo un duro colpo a due delle cinque grandi compagnie Big Tech a-stelle-e-strisce, Apple e Google.

Quest’ultima aveva fatto ricorso contro la multa di 2,4 miliardi comminata per aver abusato della posizione dominante nello Spazio economico europeo nel comparto delle ricerche generiche sul web. Google aveva presentato i risultati di ricerca del suo comparatore di prodotti in prima posizione.

Un primo ricorso era già stato respinto nel novembre 2021, e ora la decisione è stata confermata. Da Google hanno fatto sapere che sono delusi da come si sia conclusa la vicenda, considerato che hanno inoltre apportato modifiche per conformarsi alle indicazioni della Commissione Europea.

Per quanto riguarda Apple, alcune società appartenenti al suo gruppo nel 2016 erano finite sotto accusa per aver beneficiato, tra il 1991 e il 2014, di una serie di vantaggi fiscali in Irlanda, poi caratterizzati come un illecito aiuto di Stato da parte della Corte.

Nel 2020 il Tribunale dell’Unione Europea aveva annullato tale decisione, ritenendo non fosse stata adeguatamente dimostrata l’esistenza di un reale vantaggio per queste società. Ma a Margrethe Vestager, Commissaria UE alla Concorrenza, questa sentenza non era andata giù.

Il ricorso presentato dalla rappresentante di Bruxelles è arrivato infine a una conclusione: la Corte ha annullato la decisione del Tribunale e ha invece confermato quella della Commissione. L’Irlanda deve dunque recuperare 13 miliardi di tasse non versate da Apple.

In una nota della compagnia fondata da Steve Jobs si legge: “questo caso non ha mai riguardato la quantità di tasse che paghiamo, ma il governo a cui siamo tenuti a pagarle. Paghiamo sempre tutte le tasse che dobbiamo ovunque operiamo e non c’è mai stato un accordo speciale”.

Il testo continua con un attacco diretto a Bruxelles: “la Commissione Europea sta cercando di cambiare retroattivamente le regole ignorando che, come previsto dal diritto tributario internazionale, il nostro reddito era già soggetto a imposte negli Stati Uniti”.

Alla fine del marzo 2024, la Commissione Europea ha avviato anche altre indagini di non conformità alle norme sulla concorrenza nei confronti di Alphabet – la società madre di Google – Apple e Meta, ai sensi del Digital Markets Act (DMA).

In altre occasioni, la Commissione (che esprime l’orizzonte di una UE che vuole fare un salto di qualità nella competizione globale) ha dovuto cedere di fronte al tentativo di assestare un colpo alle Big Tech statunitensi. Senza considerare che, ad ogni modo, aziende del genere non esistono in Europa.

Alla fine del 2023 il Lussemburgo ha vinto un caso su tasse non pagate con la Commissione, relativo al rapporto del paese con Amazon. Per quello così come per altri procedimenti simili la Corte ha contestato – ed è interessante sottolinearlo – il metodo e i criteri adottati dalla Commissione.

Bruxelles ha infatti connesso in modo disordinato i nodi della concorrenza e del fisco per contestare un ipotetico aiuto di Stato illegittimo e costringere le multinazionali a pagare i tributi.

Come affermato dalla Corte riguardo a un processo che coinvolgeva Fiat Chrysler, per contestare l’alterazione delle regole di mercato mediante la leva fiscale, l’Antitrust deve dimostrare che un paese ha adottate misure in contrasto con la “sua propria legislazione fiscale”.

Insomma, la Vestager si è appellata spesso a un inesistente diritto fiscale dalle forme armonizzate in UE. Cosa che non esiste anche perché la sua mancanza è stata la fortuna di molte multinazionali continentali, che anche in virtù del dumping fiscale hanno avuto la possibilità di assumere un peso maggiore a livello internazionale.

Queste asimmetrie su cui è stato costruito il polo europeo non sempre fanno comodo a un organo politico che ora si pone il tema di diventare un soggetto che si muove in maniera meglio organizzata e coerente in uno scenario globale segnato da guerra e feroce competizione.

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01/04/2023

USA - Prove di reindustrializzazione con TSMC

Chris Miller, l’accademico autore di “Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology” (Simon & Schuster, 2022), ha definito Morris Chang uno degli imprenditori più influenti degli ultimi cento anni. Nato nel 1931 a Ningbo (sulla costa orientale della Cina), nel 1949 – l’anno in cui a Taiwan i nazionalisti del Kuomintang proclamano la “Repubblica di Cina” – Chang si trasferisce negli Stati Uniti, dove si laurea, in ingegneria meccanica, al Massachusetts Institute of Technology.

Nel 1958 inizia a lavorare alla Texas Instruments (dove rimarrà per 25 anni), nel 1964 consegue un dottorato in ingegneria elettronica presso la Stanford University. Nella seconda metà degli anni Ottanta, il premier Sun Yun-suan lo chiama a Taiwan, affidandogli la direzione dello Industrial Technology Research Institute.

Nel 1987 Morris Chang fonda la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), diventata una delle compagnie più importanti del mondo, avendo concentrato nei suoi stabilimenti sull’Isola la produzione del 90% dei microchip più avanzati, i “cervelli” della manifattura e della difesa moderne. Un monopolio che per lungo tempo ha garantito continui avanzamenti tecnologici e prezzi bassi, fattosi improvvisamente insostenibile, per il timore di una nuova crisi dello Stretto (dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1996) o, addirittura, di una guerra che coinvolga Taiwan.

Nel mutato contesto internazionale caratterizzato dalla competizione con la Cina, gli Stati Uniti hanno dunque persuaso TSMC a iniziare a investire massicciamente al di fuori dell’Isola, su lidi giudicati più sicuri, dagli stessi States, al Giappone, alla Germania.

A Phoenix, in Arizona, TSMC ha ultimato “Fab 21”, l’impianto nel quale, dal 2024, sfornerà chip con tecnologia a 4 nanometri, e sta costruendo un’altra fabbrica nella quale, dal 2026, partirà la produzione di chip a 3 nanometri (attualmente i più avanzati in commercio). La spesa complessiva della multinazionale taiwanese sarà di 40 miliardi di dollari, il maggiore investimento estero diretto mai realizzato negli Stati Uniti.

Quando entreranno in funzione entrambi i nuovi stabilimenti, TSMC impiegherà negli Usa 10 mila lavoratori specializzati del settore hi-tech.

Tim Cook, l’amministratore delegato di Apple, ha annunciato che la sua azienda sarà il maggior cliente della “Fab 21”, di «questi chip che possono essere orgogliosamente punzonati ‘made in America’», che finiranno negli iPhone e nei Mac. A partire dal 2026, le due fab taiwanesi in Arizona produrranno più di 600.000 microchip avanzati ogni anno, che dovrebbero soddisfare l’intera domanda statunitense.

A trarre vantaggio dalla loro vicinanza sarà anche il complesso militare-industriale Usa. Il deputato democratico Greg Stanton ha sottolineato che “Fab 21” assicurerà che componenti impiegati nel sistema militare statunitense non siano creati da una potenza straniera.

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28/03/2023

Cina - Concluso il Development Forum, tra tensioni internazionali e difficoltà di "disaccoppiamento"

Ieri si è concluso il China Development Forum, definito da molti come la «Davos cinese». Inaugurato nel 2000 e svoltosi quest’anno dal 25 al 27 marzo, rappresenta uno degli appuntamenti annuali più rilevante di dibattito economico e confronto sulle opportunità di investimento tra operatori di tutto il mondo e le alte sfere cinesi.

Sono stati più di 100 i partecipanti, tra studiosi stranieri e rappresentanti di organizzazioni internazionali, nonché dirigenti delle più importanti multinazionali del mondo. Questi colossi economici hanno avuto un canale diretto di confronto col governo di Pechino, che era presente con più di 30 ufficiali apicali di vari ministeri e più di 20 esponenti di aziende statali.

Già il titolo di questo evento rimandava a nodi che i vertici cinesi hanno mostrato di avere a cuore da tempo: “Ripresa economica: opportunità e cooperazione”. La conferenza si è infatti concentrata sulle occasioni che la prevista espansione del mercato domestico cinese oggi torna ad offrire, ma anche sulla stabilizzazione delle filiere industriali globali e sulla transizione verde.

Lo stesso Xi Jinping, all’apertura delle sessioni domenicali, ha sottolineato che il mondo oggi è in un periodo di turbolenze e cambiamenti. Di contro, la Cina continuerà con la sua politica di apertura istituzionale, consenso e cooperazione. Il presidente cinese ha direttamente citato la Global Development Initiative, da lui proposta nel 2021 all’ONU e ricevendo ampio supporto da vari paesi.

“La pace e lo sviluppo sono ancora le aspettative comuni delle persone di tutti i paesi” aveva detto alla conferenza stampa del 20 marzo Zhang Laiming, uno dei vicedirettori del centro di ricerca che organizza l’evento. Egli si era mostrato inoltre preoccupato anche dei tanti fenomeni che stanno segnando la fine dell’epoca della globalizzazione.

Quest’anno sono state anche le tante tensioni internazionali che hanno portato diversi sguardi a posarsi su questo appuntamento. Tensioni che derivano sia dal braccio di ferro di Washington su Taiwan come dalla competizione tecnologica sui semiconduttori, sia dalla fine della politica «zero-Covid», con effetti annessi.

In molti avevano previsto che i membri delle corporation statunitensi avrebbero tenuto un basso profilo. Eppure, la lista degli invitati (tra cui Kissinger) rendeva impossibile non aspettarsi qualche messaggio di portata internazionale: Ray Dailio, fondatore della Bridgewater Associates, gli amministratori delegati della Pfizer, della Johnson&Johnson e, soprattutto, quello della Apple.

Tim Cook è infatti comparso a sorpresa il 24 marzo all’Apple Store di Sanlitun, centro dello shopping di Pechino. Poi, proprio da Cook è arrivato un commento di certo significativo: “Apple e la Cina sono in un rapporto di simbiosi che ritengo apprezzato da entrambi”. Dopo le manovre per diversificare la produzione, non sono parole di poco conto.

Non bisogna scambiare queste dichiarazioni come un segno di distensione tra gli USA e il Dragone. Piuttosto, sono il segnale di come il processo di decoupling, cioè di rilocalizzazione delle produzioni, non possa portare, almeno non nel breve periodo, a una completa rottura dei legami tra Stati Uniti e Cina e alla formazione di blocchi contrapposti.

È vero che nella seconda metà del 2022 gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) statunitensi in Cina sono passati al minimo storico da 18 anni. Ma la deglobalizzazione procede più lentamente di quello che si potrebbe immaginare dalle dichiarazioni. E soprattutto, si sta producendo una frammentazione del mercato globale seguendo legami politici più che prettamente economici.

Interessante poi vedere quali settori ancora spingano con forza sul rapporto con Pechino. A co-presiedere il Forum è stato Oliver Bäte, CEO della tedesca Allianz, la più grande compagnia di assicurazioni e società di gestione patrimoniale del mondo. Egli ha detto “la comunità internazionale ha bisogno della Cina più che mai”.

La motivazione è presto spiegata. Bäte ha sottolineato che centinaia di milioni di cinesi sono usciti dalla povertà e sono diventati una classe media in crescita. In maniera nemmeno troppo velata, l’amministratore delegato ha posto gli occhi sui risparmi e sulle assicurazioni dei cinesi.

Il China Development Forum si è concluso segnando il fatto che lo scontro tra USA e Cina continua strisciante, con continue provocazioni della Casa Bianca, ma pur sempre senza poter ad ora sfociare in aperta battaglia. Questo perché la globalizzazione ha creato una configurazione che non si può rompere da un giorno all’altro.

Ma a forza di tirare la corda le cose possono sfuggire di mano...

Fonte

14/03/2023

Apple e Foxconn guardano all’India per sganciarsi dalla Cina

In un clima di scontro strategico aperto tra Washington e Pechino, la spinta alla rilocalizzazione delle filiere per ridurre la dipendenza dalla grande «fabbrica del mondo» cinese indirizza anche le scelte di Apple e Foxconn. I due colossi stanno infatti cercando di diversificare i siti di produzione; guardano al Vietnam e, soprattutto, all’India.

Tra le due aziende e la Cina c’è una sorta di triangolo di interdipendenza. Circa un quinto delle entrate di Apple proviene dal Dragone, dove inoltre è prodotto più del 90% degli iPhone. Sempre lì si trovano sei dei sette principali impianti di produzione e assemblaggio della multinazionale di Taiwan, che lavora su contratto per il marchio della mela morsicata.

Già con la pandemia i governi occidentali avevano espresso la necessità di rimodellare le filiere, in modo tale che fossero più facilmente controllabili dai propri centri imperialisti. La politica “Zero Covid” e poi il suo allentamento hanno creato rallentamenti nella distribuzione degli ultimi modelli di iPhone, causando tra ottobre e novembre perdite stimate per un miliardo a settimana.

La politica sanitaria del PCC, seppur abbia creato contraddizioni subito inutilmente cavalcate dai media occidentali, si è imposta sulle previsioni delle due aziende. Una condizione dettata proprio dalla concentrazione della produzione, figlia di un’epoca in cui “gli scambi commerciali liberi erano la norma e le cose erano molto prevedibili. Ora siamo entrati in un nuovo mondo”, ha affermato Alan Yeung, ex manager di Foxconn.

Il quadro internazionale tutto nuovo, che covava però da anni, è segnato da un’accesa competizione globale tra aree che vanno autonomizzandosi. Samsung produce tre quarti dei suoi cellulari in paesi che non sono la Cina, da cui se ne è andata nel 2019, e ora anche queste due multinazionali vogliono seguirne l’esempio, date anche le forti pressioni politiche.

Foxconn ha acquistato 45 ettari in Vietnam su cui far sorgere una nuova fabbrica di computer, che si affiancherà agli stabilimenti già presenti. Apple e la società di Taiwan, però, guardano soprattutto all’altro grande serbatoio di manodopera mondiale, l’unico che possa permettere di riprodurre il modello sperimentato in Cina: l’India.

All’inizio dell’anno si è segnato già un raddoppio degli iPhone prodotti nel subcontinente indiano, in cui si prevedono nuovi investimenti con qualche voce che ha parlato di metà di tutta la produzione trasferita nel paese entro il 2027. Ma l’arrivo di multinazionali porta con sé la loro tipica azione di lobbying per ottenere condizioni favorevoli.

Tre diverse fonti hanno confermato al Financial Times che è proprio su spinta dei due giganti dell’elettronica che le leggi sul lavoro dello stato di Karnataka, uno dei centri dell’industria tecnologica indiana, hanno appena subito una netta liberalizzazione e flessibilizzazione. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere l’India il prossimo grande hub manifatturiero.

I contenuti della riforma sono fortemente peggiorativi. I turni possono passare dalle 9 alle 12 ore ed è facilitato il lavoro notturno delle donne. L’orario di lavoro settimanale è fissato ad un massimo di 48 ore, ma le ore di straordinario possibili passano da 75 a 145 ogni tre mesi. Intanto, si moltiplicano gli incentivi per attirare gli investitori.

Una dinamica che in piccolo vediamo anche alle nostre latitudini. E ugualmente stiamo assistendo a una certa tendenza a localizzare i siti industriali in aree più vicine e sotto un più agevole controllo. È il caso del Messico, che vede aumentare da anni gli investimenti diretti statunitensi, fino al recente annuncio di Tesla di una spesa di cinque miliardi per un nuovo stabilimento nel nord del paese.

Allo stesso tempo, non bisogna dimenticare che il governo messicano ha nazionalizzato il litio del proprio sottosuolo. Un passo che certamente mostra una certa diffidenza verso le politiche predatorie delle multinazionali e le promesse dei governi occidentali. Una dinamica che palesa come l’egemonia euroatlantica sia ormai inficiata da pesanti debolezze.

Viviamo in una fase storica nuova, segnata dalla rottura del mercato globalizzato in cui la ridefinizione delle filiere passa su un filo delicato di relazioni. Si moltiplicano le opportunità di fare resistenza e di sganciarsi da Washington e da Bruxelles man mano che si rafforza un mondo multipolare.

Questi nodi saranno al centro del Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti il 18-19 marzo. Un’occasione di approfondimento analitico e di dibattito fondamentale per rilanciare l’orizzonte del Socialismo del XXI secolo nei prossimi anni.

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16/12/2020

Regresso musicale, nell’era digitale

Ho avuto la fortuna, essendo classe ‘60, di aver vissuto un epoca in cui anche chi faceva musica non commerciale guadagnava con i dischi.

La mia media era di 15.000/20.000 copie vendute ad album, per musica autoprodotta e senza nessuna ambizione popolare, commerciale, lenitiva. Non è che Te recuerdo Amanda, Victor Jara o Matteo Salvatore erano propriamente i La Bionda o Umberto Tozzi, e manco Vasco Rossi. Eppure a 2€ a copia, per difetto, fatevi voi i calcoli.

Guadagnavo l’equivalente di un buon avvocato o chirurgo di fama nazionale, se non europea. Forse no, loro avrebbero guadagnato di più... ma io, da figlio di gente comune, per non dire povera, a 45 anni poi ho comprato casa. E non è poco per chi viene da sotto.

Quando è uscito E-mule e le varie piattaforme P2P, sono stato tra i pochi musicisti a difendere, in interviste e sul mio blog, pubblicamente lo scambio di file musicali. Per me non era altro che come scambiarsi cd privatamente, mi presti quel disco?

Nessuno ci lucrava, e la musica girava.

Ma poi è arrivato Steve Jobs, l’idolo della “sinistra 2.0”, ed è arrivata la ricotta.

I magnaccia della musica.

Con lo streaming è arrivato lo stesso rapporto padrone/operaio che c’è in fabbrica: loro con i milioni e l’artista con i centesimi. E chi fa musica oggi è costretto a questo esercizio deprimente di rincorrere le visualizzazioni, la presenza social, le stronzate varie, per accalappiare un pubblico di “giovani” che in definitiva di musica capisce sempre meno.

Perché ne capisce sempre meno? E ve lo spiego. Sapete qual è l’ascolto medio di un brano su Spotify o su altre piattaforme? 18”. Diciotto secondi.

Siamo passati dal 1824, da Beethoven che dilata i tempi di una sinfonia fino a 74 minuti, più di un ora richiesta di attenzione ai 18 secondi del 2020.

E non ho portato l’esempio di Beethoven a caso: il presidente della Sony volle che la durata del Compact Disc fosse 74’, il tempo necessario a contenere una nona di Beethoven, che prima di allora era sempre stata divisa in 2 o 3 vinili.

Invece ora, 2020, abbiamo i 18 secondi e quelli che “il vinile è molto più caldo e avvolgente”.

‘O progresso? More ‘o fesso...

E comunque, in questa situazione del kaz, io, come un operaio anarchico che lavora in Fiat, devo chiedere a chi apprezza il mio lavoro di ascoltarmi anche su Spotify o Apple Music, perché l’alternativa è non produrre più nient’altro. Il silenzio totale.

Il completo annientamento.

E quindi aggiungetevi come follower, mi date l’opportunità di continuare a proporvi musica.

Ma resta un fatto: non è progresso, è regresso.

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19/07/2020

Apple esentasse, Tribunale dell’UE boccia Bruxelles


La Corte di Giustizia Europea ha inferto un duro colpo alla strategia della Commissione Europea contro la concorrenza fiscale sleale fra gli stati membri.

A seguito di un’indagine aperta nel 2014, nel 2016 la Commissione aveva rilevato come in Irlanda la multinazionale americana Apple avesse beneficiato di un regime di tassazione che l’aveva portata a pagare una tassa effettiva dello 0,005 per cento sui profitti riportati nel 2014 da Apple Sales International, una sussidiaria della compagnia registrata nel paese.

Bollando queste pratiche come aiuti di stato illegali secondo la legislazione Ue, la Commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager aveva dunque ordinato al governo irlandese di esigere i 13,1 miliardi di tasse (più interessi) che Apple avrebbe dovuto pagare fra il 2003 e il 2014.

Il governo irlandese ha però fatto ricorso contro la decisione insieme ad Apple, e ieri il Tribunale della Ue – organo di primo grado della Corte di Giustizia Europea – ha accolto il ricorso, annullando la decisione della Commissione per insufficienza di prove.

Soddisfatta, ovviamente, l’azienda di Cupertino, così come il governo irlandese, per il quale in caso di verdetto negativo si sarebbero prospettate scelte difficili.

Da un lato, la bassa tassazione sulle imprese è il caposaldo della politica di attrazione degli investimenti diretti esteri, su cui si basa da decenni il modello di crescita irlandese e che nessun governo ha mai messo in discussione.

Dall’altro, se il ricorso fosse stato respinto, sarebbe stato molto difficile giustificare il mancato utilizzo di una somma di denaro così ingente, specie a seguito della crisi causata dal Covid-19.

La portavoce all’economia dei Verdi, da qualche settimana partner di una coalizione di governo insieme ai due partiti di centro-destra Fianna Fáil e Fine Gael, aveva già messo in dubbio la liceità di un nuovo ricorso da parte di Dublino nel caso di una decisione sfavorevole della corte.

A fare ricorso sarà, invece, quasi certamente la Commissione Europea, per la quale la sentenza rappresenta una battuta d’arresto rispetto alla strategia contro i paradisi fiscali seguita finora dalla Vestager (riconfermata nel suo ruolo anche nella nuova Commissione), basata sulla legislazione sugli aiuti di stato.

Già nel 2019 il Tribunale dell’Unione Europea aveva annullato un’analoga decisione della Commissione nei confronti della catena di caffè Starbucks, accusata di beneficiare di un trattamento fiscale di favore da parte del governo olandese.

Non è probabilmente un caso che nella giornata di ieri la Commissione abbia lanciato anche un ‘pacchetto per una tassazione equa e semplice’, che prevede una serie di nuove iniziative atte a limitare la concorrenza sleale fra gli stati membri in materia di tassazione.

Molto difficile però che si arrivi ad un compromesso in tempi brevi, mentre la discussione a livello OCSE su una tassazione minima sulle corporation a livello globale procede stancamente dopo l’uscita degli Usa dai negoziati.

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28/11/2019

L’Italia è una “pacchia” per le multinazionali. Fanno miliardi, pagano spiccioli

Le filiali italiane delle grandi corporation del Web hanno versato al fisco italiano “solo” 64 milioni di euro nel 2018. Appena 5 in più rispetto ai 59 milioni versati nel 2017, e a seguito di accordi con le autorità fiscali italiane, hanno dovuto pagare sanzioni per un totale di 39 milioni (erano stati 73 mln nel 2017).

Lo rivela il rapporto dell’Area Studi Mediobanca sui giganti del Websoft (Software & Web companies). Occorre dire che il giro d’affari delle loro filiali in Italia ha un peso assai relativo rispetto al totale mondiale del settore: nel 2018 il fatturato dei giganti del web in Italia ha superato i 2,4 miliardi, occupando però solo oltre 9.840 unità ossia lo 0,5% dei dipendenti a livello internazionale. Ma il 2018 è stato un anno molto “generoso” per le imposte delle multinazionali.

A livello mondiale, quasi la metà dell’utile ante imposte delle WebSoft viene tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con un conseguente risparmio fiscale di oltre 49 miliardi nel periodo compreso tra il 2014 e il 2018.

Microsoft, Alphabet e Facebook hanno risparmiato rispettivamente 16,5, 11,6 e 6,3 miliardi di imposte nel periodo 2014-2018. La tassazione in paesi a fiscalità agevolata combinata alla riforma fiscale Usa, e ai crediti d’imposta sulle spese in ricerca, ha fatto sì che nel 2018 il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft risultasse pari al 14,1%, ben al di sotto di quello ufficiale del 22,5%.

In particolare, nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi.

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29/08/2019

Radiofrequenze oltre il limite. Negli Usa intentata causa contro Apple e Samsung

Negli Stati Uniti un gruppo di persone ha intentato un’azione legale contro Apple e Samsung in California, sostenendo che i telefoni cellulari di queste società violano i massimi standard di radiofrequenze e mettono a rischio la salute.

Secondo la denuncia, i telefoni cellulari di queste società espongono gli utenti alle emissioni in radiofrequenza “in alcuni casi del 500 percento” al di sopra dei limiti imposti dalla Federal Communications Commission (FCC).

Citando “numerose pubblicazioni scientifiche recenti”, i richiedenti sottolineano come queste emissioni causino “un aumentato rischio di cancro” e altri effetti avversi, tra cui danni genetici, alterazioni del sistema riproduttivo e disturbi neurologici.

Nessuno dei querelanti afferma di aver sofferto di alcuna malattia o conseguenza medica derivante dall’uso di questi telefoni, ma cerca invece un risarcimento da quelle società per crimini presumibilmente incorsi come negligenza, violazione della garanzia, frode del consumatore e arricchimento ingiusto.

La violazione citata nella causa giudiziaria deriva da una recente indagine di laboratorio commissionata dal Chicago Tribune, in cui è stato misurato un indicatore di radiazione chiamato “tasso di assorbimento specifico” e misurato in watt per chilogrammo (w / kg) su dispositivi appena acquistati di modelli come iPhone 8, iPhone X e Galaxy S8.

La Federal Communications Commission nota che nessun telefono venduto negli Stati Uniti può superare 1,6 w/kg, ma la sua regolazione consente di misurare questa velocità fino a 25 millimetri dal dispositivo. La nuova indagine ha incluso misurazioni a 10 millimetri, 5 millimetri e 2 millimetri, distanza che potrebbe essere tra la gamba di un utente e il telefono in tasca.

Tutti i modelli Samsung e Apple esaminati a 2 millimetri presentavano misurazioni superiori al limite consentito, tra cui diversi iPhone 7 testati che non erano conformi a 5 millimetri, la distanza alla quale quest’ultima azienda verifica le radiazioni dei suoi prodotti.



Commentando questi risultati, Apple ha affermato di utilizzare un metodo di misurazione diverso da quello utilizzato nell’inchiesta, e sia Apple che altre società sottolineano che finora nessuna organizzazione della sanità pubblica è stata in grado di collegare l’uso del telefono cellulare con il cancro o altri disturbi gravi. La FCC, tuttavia, ha dichiarato che effettuerà la propria verifica di questi telefoni nei prossimi due mesi.

Alcuni definiscono inadeguate le linee guida di 1,6 w/kg, stabilite nel 1997 quando i telefoni cellulari erano molto meno potenti di quelli attuali. Studi recenti suggeriscono che una radiazione 2.000 volte più bassa può indebolire il DNA dei ratti di laboratorio e ridurre il loro numero di spermatozoi, mentre dosi fino a quattro volte inferiori sono state collegate a una maggiore probabilità di tumori maligni nei ratti.

I ricercatori sottolineano inoltre che i bambini possono assorbire fino al 150% in più di radiazioni rispetto agli adulti, una preoccupazione che si aggiunge ai potenziali problemi che potrebbero presentare nuove e più potenti tecnologie di telecomunicazione, come il 5G.

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04/01/2019

L'”economia mista” vince sul liberismo. Krugman e la Cina lo dimostrano

L'americano Paul Krugman, Premio Nobel per l'economia, sostiene che per migliorare il capitalismo occorre che 1/3 dell’economia sia in mano pubblica perché più efficiente ed efficace.

In particolare istruzione, università e sanità dovrebbero essere in mano pubblica. In aggiunta tutti i settori regolamentati, dunque trasporti, energia e telecomunicazioni.

Krugman affossa (sul piano teorico) il modello americano e i social liberisti europei.

Non vi stupite: fino al 1992 l’Italia si reggeva su questi assetti. Visto la fine che ha fatto l’Urss, ma anche paesi come la Francia e l’Italia, oltre che l’economia americana, i cinesi ci penseranno due volte prima di affossare quel modello. Questo, non gli perdonano.

Quantitative easing della Fed e della Bce servono solo a rimandare il redde rationem del capitalismo occidentale, vale a dire il ritorno dell’intervento dello stato nell’economia.

Krugman ha aperto le danze negli Stati Uniti. In Europa non c’è quasi nessuno che lo dica.

Intanto Wall Street crolla a partire dal profit warning di Apple, che trascina con sé tutto il comparto tecnologico. I media italiani riferiscono – sbagliando o mentendo – che la causa sarebbe il “rallentamento della crescita cinese” (“solo” al +6,5%).

Ma leggendo il report di Tim Cook, alla fine si dice qual è il problema vero: il crollo delle vendita di iPhone (statunitensi) in Cina, surclassati dalle vendite di smartphone locali (Huawei, ecc). Non quindi una riduzione dei consumi cinesi, ma – come scrive IlSole24Ore on line – il crollo di Apple è dovuto “ai rivali cinesi e all’innovazione lenta”.

Il capitalismo occidentale si trova cioè ad un bivio: o cambia o perisce. O avvia il programma di istruzione di massa gratuito fino alla laurea o gli asiatici se li sbraneranno.

Oggi la Cina laurea 6 milioni di ingegneri l’anno, gli Usa li devono importare. In questi anni circa 500 mila scienziati cinesi sono rimpatriati e passati dagli Usa alla madrepatria.

Questo gennaio ricorre il 29° anno dalla Pantera, a cui partecipai. Volevamo ricerca pubblica, università gratuite, libero accesso ai dottorati, borsa di studio, studentati gratuiti per tutti, contro le privatizzazioni.

Fummo spazzati via in tre mesi. La loro è stata una vittoria di Pirro, la talpa della storia scava ancora. In attesa che si svegli del tutto l’India e poi è finita se non cambiamo.

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11/09/2016

Apple: mele marce e scontri nell’Unione Europea

La decisione della Commissione Europea di condannare la multinazionale statunitense Apple a versare alla Repubblica d’Irlanda 13 miliardi di euro di tasse non pagate ha giustamente avuto un risalto internazionale.

Si tratta di un pronunciamento quantitativamente e qualitativamente importante. Quantitativamente perché l’ammontare che l’azienda di Cupertino dovrebbe versare nella casse irlandesi supera di gran lunga la somma di tutte le “multe” richieste negli ultimi 5 anni a tutti i paesi europei messi insieme in casi simili.

Qualitativamente perché segna un possibile cambiamento nell’orientamento delle élite europee per quanto riguarda la competizione fiscale fra paesi e blocchi. Come scrivevamo in un precedente articolo, l’Unione Europea si è caratterizzata in questi anni per un particolare attivismo per quanto riguarda l’interferenza nelle leggi nazionali che regolano questioni di finanza pubblica e di lavoro, mentre poco o nulla ha fatto circa l’esistenza di veri e propri paradisi fiscali continentali come l’Olanda, il Lussemburgo e la stessa Irlanda.

La decisione presa contro Apple mostra però che almeno una frazione delle classi dirigenti europee (soprattutto quelle francesi e tedesche) potrebbe aver deciso di darci un taglio. Le motivazioni sono varie. Da un lato, come ha scritto il quotidiano online Politico, la decisione potrebbe accrescere un minimo la popolarità della Commissione, in un anno che ha visto il consenso nei confronti degli eurocrati ai minimi livelli fra Brexit, immigrazione e terrorismo. Difficile infatti provare simpatia per Tim Cook e i suoi, in un’era in cui le diseguaglianze sociali sono ai massimi livelli e un qualsiasi cittadino si trova a versare in tasse una quota significativa del proprio reddito senza spesso ricevere in cambio servizi e welfare appropriati.

Dall’altro la decisione (ad opera, si noti, non del dipartimento dell’UE che si occupa della tassazione ma di quello che si occupa di competitività) è l’ennesimo episodio non propriamente positivo all’interno delle relazioni fra USA e UE, dopo le dichiarazioni tedesche e francesi che hanno sancito la fine (almeno per ora) dell’accordo commerciale transatlantico TTIP. Infatti il Dipartimento del Tesoro americano ha reagito rabbiosamente alla decisione. Un suo portavoce ha dichiarato che “le decisioni fiscali fatte dalla Commissione Europea sono ingiuste, contrarie a principi legali ben stabiliti e mette in discussione i regolamenti fiscali dei singoli stati membri dell’UE”. Come nel caso del TTIP, anche la Brexit sembrerebbe avere influito sulla decisione della Commissione, visto che come ricorda Politico la Gran Bretagna era da sempre il più accanito difensore dell’autonomia degli stati sulle decisioni fiscali (la City di Londra è essa stessa un paradiso fiscale), nonché lo stato tradizionalmente più vicino agli Stati Uniti. E benché la Commissione abbia dichiarato che non ci sia nulla di politico in questa decisione, è del tutto evidente che si tratti di un pronunciamento non solo tecnico, creando un’ulteriore frattura all’esterno fra UE e USA, e riaprendo lo scontro interno fra gli stati membri riguardo alle pratiche di tassazione. Non è un caso che la precedente Commissaria alla Competitività Neelie Kroes (olandese) abbia sentenziato che la decisione presa da colei che ne ha preso il posto, la danese Margrethe Vestage, sia “sostanzialmente ingiusta”.

E in Irlanda, che succede?

La decisione della Commissione ha colpito duramente il governo di minoranza guidato da Enda Kenny. Infatti, l’ammontare della multa e il fatto che la Commissione abbia dichiarato che anche gli accordi con altre multinazionali con sede in Irlanda come Google o McDonald’s siano sotto inchiesta, sono segnali che ad essere messo in discussione è tutto il modello di sviluppo irlandese, basato essenzialmente sull’attrarre investimenti diretti esteri tramite lo status di paradiso fiscale. Il governo, che pure si era caratterizzato finora per un allineamento totale alle direttive UE, ha deciso di ricorrere contro la decisione presa dalla Commissione. Insomma, fin quando l’Unione Europea ha chiesto di tagliare salari e servizi pubblici il governo irlandese è stato ben contento di mostrarsi europeista, ma adesso la questione è diversa. Troppo importante l’autonomia fiscale e la tassazione sui profitti al 12.5 per cento (spesso ridotta a tassi addirittura inferiori grazie a complicate manovre di elusione) e troppo grande la paura che Apple e le altre multinazionali facciano le valigie, portandosi dietro parecchie migliaia di posti di lavoro ben pagati. Insieme al partito di governo Fine Gael si sono schierati a favore del ricorso anche il Fianna Fail, ossia l’altro partito conservatore, e il partito laburista (a cui evidentemente la batosta elettorale delle ultime elezioni non ha fatto passare la voglia di praticare politiche antipopolari). Contrari invece il Sinn Fein (che pure nell’Irlanda del Nord è a favore di una corporate tax più bassa) e la coalizione di sinistra Anti Austerity Alliance – People Before Profit.

Bisognerà vedere quanto questa decisione peserà sulla popolarità del governo. L’autunno si preannuncia vivace in Irlanda. Tre saranno i fronti di lotta. Il primo riguarda la vergognosa assenza di una legge che renda legale l’aborto: una coalizione di varie forze sociali ha lanciato una manifestazione per il 24 settembre con l’obiettivo di costringere il parlamento a cambiare l’ottavo emendamento della costituzione, che proibisce l’interruzione volontaria di gravidanza.

Il secondo fronte riguarda la campagna contro le tasse sull’acqua (water charges) imposte insieme ad altre misure adottate da Dublino in cambio del pacchetto di aiuti concessi dall’UE e dal Fmi. Se grazie ad un’ampia mobilitazione popolare queste tasse sono state già temporaneamente sospese ora il governo potrebbe rimettere in discussione tutto. Ironicamente l’esecutivo, per rimettere in discussione le water charges, si sta appellando ad un pronunciamento della Commissione Europea, a dimostrazione che il “ce lo chiede l’Europa” vale solo quando si tratta di colpire le classi popolari. Il 17 settembre è già prevista una manifestazione a Dublino.

Infine c’è l’enorme problema del diritto alla casa: gli affitti sono letteralmente esplosi (superando i già astronomici livelli pre-crisi), e i primi ad essere colpiti sono ovviamente i lavoratori a basso reddito e gli studenti. A ottobre sono previste mobilitazioni nei campus universitari e in diverse città dell’Irlanda.

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01/09/2016

Il capitale multinazionale, una potenza sempre in volo

Quando si parla di “governi asserviti al capitale multinazionale” il rischio è di venir tacciati di “oscurantismo”, “complottismo” o – vade retro! – di dietrologia. Tenendo conto di quanto abbiamo in odio dietrologi e complottisti, sempre schierati col regime facendo finta di fargli le pulci, c'è davvero da incazzarsi.

In ogni caso, il problema che resta aperto è quello di dimostrare che le cose stanno in questo modo; ovvero che i governi nazionali del pianeta – tutti, nessuno escluso – sono ormai in seria crisi di “sovranità” rispetto alle società multinazionali più grandi. Non riescono insomma a decidere autonomamente – come sarebbe logico per un “potere sovrano”, oltretutto legittimato democraticamente con elezioni popolari – le politiche più adatte a far progredire il paese che amministrano, ad allocare autonomamente le risorse di ricchezza prodotte, a incamerare le entrate fiscali dovute da queste società nemmeno quando hanno la maggior parte della propria infrastruttura produttiva nel territorio governato dal singolo Stato. Per i paesi più grandi e potenti si tratta di un intoppo, di un limite, o di un depotenziamento della "politica". Per quelli al di sotto di una certa soglia (quasi tutti) si tratta invece di una vera e propria colonizzazione senza invio di truppe militari.

Il problema è esploso sui giornali mainstream – non a caso – a cavallo dell'ufficializzazione del fallimento della trattativa sul negoziato Ttip (trattato transatlantico di libero scambio), e come conseguenza della decisione dell'Antitrust europeo di condannare Apple a risarcire l'Irlanda con 13 miliardi di tasse non pagate.

Le cronache hanno reso così nota la segretissima pratica del tax ruling, per cui un'azienda multinazionale concorda di pagare a uno Stato non l'aliquota fiscale normale per quel paese (solo il 12,5%, a Dublino), ma una molto inferiore. Soltanto l'1% nel caso di Apple, ai tempi dell'accordo (2003), ma progressivamente scontata fino al provocatorio 0,005% (il 5 per mille che ognuno di voi lascia a chi gli pare – da Emergency alla più sconosciuta onlus – come elemosina fiscale). Certo appare assolutamente evidente la “sproporzione” – diciamo così – con la tassazione sui redditi da lavoro dipendente, in qualsiasi paese, ed anche con quella delle piccole imprese. Ma la giustizia morale non ha mai trovato spazio nella realtà capitalistica (solo nello storytelling)...

La sentenza Ue su Apple ha fatto immediatamente attivare il ministero del Tesoro statunitense (la società di Tim Cook e del fu Steve Jobs ha negli Usa la propria base ingegneristica, mentre il “montaggio” avviene altrove e la commercializzazione è planetaria). Solo in parte per “difendere” una multinazionale stelle-e-strisce, molto di più per provare a recuperare parte dei versamenti fiscali che Apple dovrebbe pagare. Il ministro Jack Lew ha infatti proposto una riforma della tassazione sugli utili realizzati all'estero con questa questa esplicita motivazione: “L'ammontare delle imposte non versate che le autorità irlandesi devono recuperare verrebbe ridotto se le autorità degli Stati Uniti dovessero imporre ad Apple di versare per il periodo in oggetto (dal 2003 al 2014) importi maggiori alla società madre statunitense per il finanziamento delle attività di ricerca e sviluppo”. Cosa cambierebbe? Per Apple ben poco (quel che risparmierebbe di versare all'Irlanda dovrebbe comunque darlo al fisco Usa), per il governo statunitense parecchio: alcuni miliardi.

Ora il quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore, pubblica una serie di articoli di Angelo Mincuzzi che descrivono a grandi linee molte delle tecniche adottate dalle principali multinazionali del pianeta (basta scorrere la lista delle prime 500 stilata dalla rivista Fortune) per evitare quasi completamente il pagamento delle tasse a qualsiasi paese; sia quello dove i profitti vengono prodotti, sia quello dove c'è la sede legale, sia quello d'origine verso cui quei profitti tornano.

Così fan tutti? No, solo quelli abbastanza grandi e forti da poterlo fare impunemente. Solo i soggetti, insomma, che incarnano per dimensioni e logica la figura-tipo dei “mercati”, facendo il buono e cattivo tempo ad ogni latitudine. Bombardieri apolidi, con basi sicure in cui farla da padroni pagando un affitto limitato.

Ne vien fuori un quadro quasi disarmante, che dipinge i governi e gli Stati come nanerottoli dai movimenti goffi e lenti di fronte a “oggetti volanti” che alla velocità di un click spostano risorse inimmaginabili. Pensate cosa deve esser passato per la mente a quel premier irlandese che si è sentito proporre da Apple quell'accordo: (“l'1% di un fantastiliardo è comunque molto di più di quanto vado spremendo al 12,5 da aziende molto più piccole”). Ragionamento finanziariamente scontato, perché il governante di turno non è in possesso di alcuno strumento coercitivo nei confronti di multinazionali di quelle dimensioni.

Ma, appunto, ragionamento che giunge a certificare la “fine della sovranità popolare” come immaginata dal pensiero liberale degli ultimi tre secoli e in nome della quale l'Occidente continua a bombardare – con armi più convenzionali – i propri nemici di turno.

Un'ultima annotazione a beneficio dei cantori della “libertà nel web”. Proprio le tecnologie della comunicazione immediata e universale hanno reso possibili business altrimenti impensabili e profitti rapidissimi, teoricamente illimitati. Al punto che proprietari della sola infrastruttura informatica, senza alcun possedimento fisico investito nel business – vedi il caso di Airbnb o Facebook – possono diventare in pochissimi anni una potenza globale nei cui confronti molti Stati debbono “inchinarsi”, pena il bombardamento o – peggio – la delocalizzazione.

Come Renzi davanti a Zuckerberg, insomma.

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Airbnb, gli affari milionari passano per l’Irlanda. In Italia solo 46mila euro di tasse

Angelo Mincuzzi

Cosa c'entra un’Alfa Romeo Giulia da 44.500 euro con una web company valutata 30 miliardi di dollari? Per capirlo bisogna leggere il bilancio di Airbnb Italia, società a responsabilità limitata interamente controllata dalla Airbnb Holdings Llc domiciliata a Wilmington, nel Delaware, paradiso fiscale negli Stati Uniti. Spulciando tra le pagine del bilancio si scopre che, a dispetto di un giro d'affari milionario del gruppo, le tasse che Airbnb paga in Italia sono equivalenti al prezzo di un’Alfa Romeo. Perché il business, ufficialmente, è realizzato in Irlanda, anche se a Dublino nessuno ci mette piede. È lo stesso copione della Apple, che dovrà restituire a Dublino 13 miliardi di euro (più gli interessi) di tasse non pagate.

Un fenomeno globale

Airbnb Italia è la filiale del colosso statunitense fondato nel 2008 da tre ragazzi poco più che ventenni, Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, e diventato il leader mondiale nell'affitto online di case per le vacanze. Se cercate un alloggio per il weekend a Firenze o per una settimana a Parigi, la soluzione più economica è Airbnb. In pochi anni la società di San Francisco è diventata un gigante del web: attraverso il suo sito è possibile affittare case e appartamenti in 34mila città di 191 paesi. Una crescita vertiginosa. Finora i turisti che hanno usato Airbnb per organizzare una vacanza sono più di 60 milioni nel mondo e gli alloggi che si contano sul sito hanno superato i due milioni, cioè quanto le camere di hotel delle catene Marriot, Hilton e Wyndham messe insieme. Ecco perché gli analisti prevedono che il fatturato globale di Airbnb raggiungerà i 6,1 miliardi di dollari entro il 2019 e il valore della società continua a moltiplicarsi ogni giorno che passa.

I tre fondatori tra i più ricchi del mondo

Airbnb è una storia di successo, non c'è dubbio. Una storia nata quasi per caso. Nell'ottobre del 2007 la Industrial Designers Society of America aveva organizzato una conferenza a San Francisco e tutte le camere di hotel erano occupate. Chesky e Gebbia condividevano in quel periodo un appartamento nella città californiana. Non navigavano nell'oro e decisero di cogliere l'occasione per affittare la loro abitazione. Acquistarono tre materassi ad aria e propagandarono la loro iniziativa come “Airbed and Breakfast”. Quella che offrivano era una sistemazione un po' all'acqua di rose ma già la prima notte i due ragazzi avevano convinto tre ospiti. Airbnb nacque così.

Un anno dopo, insieme a Nathan Blecharczyk, Chesky e Gebbia fondarono formalmente la web company e oggi i tre imprenditori posseggono ciascuno una fortuna personale di 3,3 miliardi di dollari, secondo la classifica 2016 stilata da Forbes.

Gigante del web ma un nano per il fisco

Ma allora, cosa c'entra un’automobile con Airbnb? Ancora qualche cifra per comprendere la dimensione del fenomeno. L'anno scorso il sito è stato utilizzato da 3,6 milioni di persone per viaggiare in Italia mentre altri 1,34 milioni di italiani hanno affittato abitazioni per viaggiare all'estero. I quasi 83mila proprietari di alloggi (gli host) che si sono serviti di Airbnb hanno guadagnato complessivamente 394 milioni di euro affittando la loro casa. Ma non basta. Per Airbnb l'Italia è il terzo paese al mondo per offerta di abitazioni, dopo Stati Uniti e Francia.

Eppure, il gigante del web resta un piccolissimo contribuente per il fisco. Ecco cosa c'entra l’Alfa Romeo. Perché con le imposte pagate nel 2015 dalla filiale italiana del colosso americano ci si può comprare una Giulia da 180 cavalli del valore di 44.500 euro più qualche optional. Una bella auto, certo, ma comunque soltanto una vettura. L'anno scorso Airbnb Italy Srl ha versato al Fisco italiano 45.775 euro di imposte sugli utili. Un paradosso rispetto alla sua irresistibile ascesa, verrebbe da dire. Ma in realtà è tutto regolare, almeno fino a prova contraria.

Dietro le quinte della società

Airbnb infatti, come tutte le web company, è un'esperta nell'arte dell'ottimizzazione fiscale. E così, quando paghiamo un alloggio per la meta delle nostre vacanze, una fetta di quell'importo vola immediatamente in Irlanda, paese dove la tassazione sugli utili societari è del 12,5%, molto più bassa di quella applicata in Italia e in moltissimi altri paesi. Non sappiamo, poi, se con il Fisco di Dublino Airbnb abbia firmato accordi di tax ruling sul tipo di quelli della Apple per abbattere ancora di più la pressione fiscale. Airbnb incassa una commissione del 3% dai proprietari sul valore dell'affitto e una quota variabile dal 6 al 12% (inversamente proporzionale alla durata del soggiorno) dagli ospiti: sono questi i soldi che finiscono nel paradiso fiscale che fa parte dell’Unione europea.

Tutto trasparente, però. Ai suoi clienti Airbnb specifica che il contratto viene stipulato con la società Airbnb Ireland per l'utilizzazione del sito e con Airbnb Payments Uk per quando riguarda i pagamenti. «Gli host di Airbnb – confermano dalla società – incassano il 97% del prezzo chiesto per l’affitto e questo introito è soggetto alla tassazione locale. Noi rispettiamo le leggi fiscali e paghiamo le tasse che dobbiamo nei luoghi dove realizziamo il business». Tutte le transazioni internazionali al di fuori degli Stati Uniti, aggiunge Airbnb, «sono elaborate attraverso Airbnb Payments Uk e Airbnb Ireland».

Ma allora a cosa serve la società italiana? Airbnb Italy si occupa, secondo il suo statuto, di «marketing per annunci relativi a locali, appartamenti o strutture ricettive per soggiorni turistici». E di nient'altro. Il suo fatturato nel 2015 è stato di appena 1,5 milioni di euro e l'utile netto di 63.150 euro, dopo aver pagato imposte per 45.775 euro. Il capitale sociale della società è di 10mila euro. Insomma, una piccola realtà. E questo perché il giro d'affari legato agli affitti degli appartamenti non passa attraverso la Srl italiana ma attraverso quella irlandese. Non è un caso, forse, che l'amministratore unico di Airbnb Italy, l'irlandese Eoin Michael Hession, sia anche amministratore di Airbnb Ireland e Airbnb Uk Limited.

I bilanci non sono pubblici

Ma quanto è grande il giro d'affari di Airbnb in Italia? La dimensione non è possibile conoscerla, perché la società capogruppo non è quotata e non ha l'obbligo di pubblicare i bilanci. Bisogna affidarsi a un calcolo molto indicativo per ricavare il fatturato della web company nel nostro paese. Partendo dai 394 milioni di euro guadagnati dagli host (i proprietari delle abitazioni) e calcolando le percentuali del 3% e del 6-12% richieste ai possessori degli appartamenti e ai turisti, si può arrivare a una cifra vicina ai 50 milioni di euro.

Sulla rotta Delaware-Irlanda-Jersey

Per lo stesso motivo non è semplice ricostruire la struttura societaria di Airbnb. Nonostante sia stato fondato in California, la sede legale del gruppo è nel piccolo stato del Delaware, scelto dalla maggior parte delle grandi società statunitensi grazie alla legislazione fiscale particolarmente favorevole.

La capogruppo è la Airbnb Inc., fondata il 27 giugno 2008 e domiciliata presso la Corporation Service Company (Csc) a Wilmington. Csc è un cosiddetto “agente residente” che provvede alla domiciliazione di migliaia di società. In questo stesso edificio aveva la sede anche la Buconero Llc, società della galassia di Calisto Tanzi all'epoca dello scandalo Parmalat.

Sempre a Wilmington hanno sede altre società del gruppo: la Airbnb Holding, la Airbnb 2015 Series E, la Airbnb Action, la Airbnb Payments Holding, la Airbnb Payments Inc. e la Airbnb Rpg.

Da Airbnb Inc. e Airbnb Holdings si dipanano le traiettorie verso tutte le altre società sparse nel mondo, in primo luogo le irlandesi Airbnb Ireland, Airbnb International e Airbnb Payments International. E' proprio a Dublino che arrivano le percentuali richieste agli host e ai viaggiatori. Dall'Italia all'Australia, tutti i paesi con l'eccezione degli Stati Uniti convogliano qui tutti i pagamenti.

«Dublino è il nostro hub internazionale – specifica la società – e la nostra seconda sede più grande nel mondo. Vi è allocato uno staff di 500 persone, la maggior parte delle nostre funzioni di core business e alcuni senior executive. Nell’ultima decade – aggiunge Airbnb – l’Irlanda ha costruito una reputazione globale nel settore delle tecnologie ed è la sede di molte delle più grandi società tecnologiche del mondo».

Nella struttura societaria di Airbnb non è chiaro invece quale sia il ruolo di tre società domiciliate nel paradiso fiscale di Jersey, isola del Canale della Manica che costituisce il giardino di casa della City di Londra. A Saint Helier, capitale di Jersey, nel 2013 Airbnb ha registrato tre società: la Airbnb International Holdings Limited (controllata interamente dalla Airbnb Inc. del Delaware e con un capitale sociale di 89 milioni di dollari), la Airbnb 1 Unlimited e la Airbnb 2 Unlimited. E' possibile che le entità di Jersey abbiano un ruolo negli schemi fiscali per abbassare ulteriormente l'imposizione della società. Infine, nel registro delle Isole Cayman figura una società denominata Airbnb China Holdings. Impossibile sapere di cosa si occupi.

Alle domande inviate dal Sole 24 Ore ad Airbnb circa la struttura societaria nel Delaware, in Irlanda, a Jersey e nelle Cayman, la società ha preferito non rispondere motivando la decisione con problemi di riservatezza delle informazioni. Stessa risposta per quanto riguarda il giro d’affari in Italia: «Essendo una società privata, non comunichiamo i dati del fatturato», hanno risposto dal quartier generale di Airbnb. Silenzio totale, insomma, sulla presenza della web company nei paradisi fiscali di mezzo mondo e sulle vere cifre degli utili e del giro d’affari.

Una cosa, però, i manager della società tengono a specificare: «Airbnb ha raccolto e consegnato alle autorità fiscali più di 110 milioni di tasse di soggiorno per conto di più di 200 giurisdizioni nel mondo».

Valutazioni da record

Secondo il Wall Street Journal nel 2015 Airbnb non è ancora riuscita a fare utili. Lo sforzo finanziario per espandersi fa sì che la perdita operativa dovrebbe essersi attestata a 150 milioni di dollari. Eppure gli investitori scommettono con decisione sulla società. Ad agosto Airbnb ha comunicato allo stato del Delaware di avere intenzione di raccogliere 850 milioni di dollari di capitale, dopo avere già ottenuto un miliardo di dollari da un gruppo di banche composto da Jp Morgan, Citigroup, Bank of America e Morgan Stanley. La valutazione della società è così balzata a 30 miliardi di dollari sull'onda del successo della sharing economy che – secondo una ricerca di Pwc – raggiungerà nel 2025 una dimensione potenziale di 335 miliardi di dollari. Una fetta di quei soldi saranno di Airbnb e continueranno a fare lo slalom tra i paradisi fiscali di mezzo mondo. Passando, ovviamente, dalla solita Irlanda.

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Per cercare i paradisi fiscali basta andare al supermarket 

Angelo Mincuzzi

I paradisi fiscali? Pensiamo davvero che siano soltanto delle isolette sperdute in luoghi esotici lontani anni luce dalla nostra vita quotidiana? Siamo davvero convinti che la loro esistenza non ci riguardi? Niente di più sbagliato. È strano accorgersi che siamo noi stessi a ingigantire quel grande fiume di denaro che scompare dal nostro paese per riapparire tra le sabbie bianche delle Bermuda e delle Cayman o tra le colline del Lussemburgo e quelle del Liechtenstein. Sì, siamo complici anche noi dei grandi business dell’evasione e dell’elusione fiscale. Siamo coinvolti e non lo sappiamo. E vi partecipiamo perché, in fondo, non abbiamo alternative.

Da quando apriamo gli occhi la mattina e accendiamo il nostro smartphone fino a quando andiamo a dormire, ogni ora, ogni minuto della nostra giornata sono un piccolo contributo alla ricchezza dei paradisi fiscali. Cinquanta centesimi, un euro o dieci alla volta, i nostri soldi prendono anch’essi la strada di luoghi lontani, mescolandosi con quelli dei veri evasori fiscali. Volano verso paesi che non hanno nulla a che fare con noi. Almeno così immaginiamo. Ma ci sbagliamo. E di grosso.

Evasioni quotidiane

Prendiamo un sabato tra i tanti della nostra vita. Approfittiamo del bel tempo e decidiamo di fare una corsa nel parco più vicino o sul lungomare della nostra città. Indossiamo maglietta e pantaloncini e le nostre scarpe Nike appena acquistate. Sono le sette del mattino e siamo già entrati, nostro malgrado, nel grande tourbillon dei paradisi fiscali. I soldi spesi per le scarpe da jogging sono andati ad alimentare gli 8,3 miliardi di dollari di utili che il gigante dell’abbigliamento sportivo ha parcheggiato fuori dai confini degli Stati Uniti per non versare al fisco Usa 2,7 miliardi di imposte. Tutto regolare, per carità. Nessuna legge è stata violata e nessuno potrà mai contestare qualcosa alla società. Ma per evitare di pagare il 35% di imposte sugli utili previsti dalle leggi degli Stati Uniti, Nike ha trasferito la proprietà di alcuni dei suoi marchi a tre società domiciliate alle Bermuda e ha deciso di lasciare lì gran parte dei suoi profitti. Ecco cosa c’entrano i paradisi fiscali con un paio di semplici scarpe.

Le Bermuda sono una delle più vecchie e solide giurisdizioni segrete del mondo, utilizzate da decenni per pagare meno tasse. Ma non ci sono solo le isole dei Caraibi tra le mete preferite del brand statunitense. I soldi che abbiamo pagato per le scarpe, infatti, vengono risucchiati in un complicato giro di società che servono alla Nike per completare quella che gli esperti definiscono l’«ottimizzazione fiscale». Il gruppo Usa possiede numerose società controllate in altri paradisi fiscali: 14 nel Delaware, 8 a Hong Kong, 38 in Olanda, una a Panama, 3 a Singapore e una in Svizzera. Possiamo ancora pensare che i paradisi fiscali siano qualcosa di estraneo alla nostra vita?

Quanto le grandi multinazionali americane siano presenti nelle giurisdizioni segrete di tutto il mondo lo spiega un rapporto stilato dall’organizzazione non governativa Citizen for tax justice (Ctj) e da U.S. Pirg Educational Fund, dal titolo Offshore shell games 2015. Gli esperti delle due organizzazioni hanno calcolato che le società Usa che fanno parte della lista Fortune 500 (la classifica che raggruppa le 500 maggiori compagnie statunitensi) hanno parcheggiato nei paradisi fiscali più di 2,1 trilioni di dollari (pari a 2.100 miliardi di dollari) per evitare di pagare circa 90 miliardi di dollari di imposte federali. Delle 500 società, ben 358 possiedono in totale 7.622 filiali in paradisi fiscali dove non hanno impianti di produzione e dunque non avrebbero nessun motivo di essere presenti.

Quanti “paradisi” al supermarket

Ma torniamo al nostro sabato qualunque. Il supermercato dietro l’angolo di casa è un insospettabile avamposto dei più famosi paradisi fiscali del mondo. Acquistiamo una lattina di Coca Cola (33,3 miliardi di dollari parcheggiati offshore dal gruppo di Atlanta e filiali nelle Isole Cayman, Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Singapore) e per par condicio anche una di Pepsi (37,8 miliardi di dollari di utili nelle giurisdizioni segrete e filiali alle Bermuda, Barbados, Cayman, Gibilterra, Liechtenstein, Panama e altro ancora). Coca Cola e Pepsi Cola fanno parte anche delle oltre 350 società che hanno firmato accordi fiscali con il Lussemburgo per ridurre drasticamente, o annullare, le imposte da versare. Lo scandalo LuxLeaks è esploso alla fine del 2014 quando un dipendente della PriceWaterhouseCoopers (Pwc), Antoine Deltour, ha rivelato l’esistenza degli accordi segreti dopo aver prelevato migliaia di documenti, poi consegnati al Consorzio internazionale giornalisti investigativi (lo stesso dei Panama Papers).

Sebbene sia uno dei paesi fondatori dell’Unione europea e il suo ex primo ministro, Jean Claude Juncker, sia l’attuale presidente della Commissione Ue, il Lussemburgo è un vero paradiso per le società di tutto il mondo, proprio a causa della bassa imposizione e degli accordi di tax ruling che ne abbassano ulteriormente l’aliquota fiscale.

Nel carrello della spesa riponiamo anche una confezione di tonno Rio Mare, una scatola di detersivo Omino Bianco e un flacone di sapone liquido Neutro Roberts. Ottimi prodotti, tutti brand del gruppo Bolton, anch’esso coinvolto nell’affaire LuxLeaks in Lussemburgo.

Aggiungiamo un tubetto di dentrifricio AZ, dei rasoi Gillette, uno shampoo Pantene, una confezione di pile Duracell e delle patatine Pringles. Si tratta di prodotti della multinazionale americana Procter & Gamble, che al di fuori degli Stati Uniti ha momentaneamente parcheggiato 45 miliardi di dollari di profitti e possiede filiali a Panama, Singapore, Svizzera, Olanda, Lussemburgo, Hong Kong, Costa Rica e Irlanda. Si può fare il giro del mondo se ci si sposta tra i paradisi fiscali in cui la multinazionale è presente, ma del resto Procter & Gamble è una delle più grandi aziende del globo.

Alla cassa paghiamo con una carta di credito: Visa, Mastercard o American Express non fa nessuna differenza. Con tutte e tre possiamo sentirci parte del grande business dell’elusione fiscale che – è bene ricordarlo – è del tutto legale. Visa ha 5 miliardi di dollari offshore e una filiale a Singapore; Mastercard ha 3,3 miliardi all’estero e filiali in Olanda e Singapore; American Express possiede 9,7 miliardi offshore e filiali nelle Channel Islands, Antille Olandesi, Lussemburgo e Hong Kong.

Il web regno dell’elusione

Sprofondati nel divano di casa, utilizziamo adesso il nostro iPhone o iPad per navigare un po’ sul web. Siamo al top del nostro obolo regalato ai paradisi fiscali. Apple, che produce gli iPhone e gli iPad, ha parcheggiato in territori offshore ben 181,1 miliardi di dollari. È il quantitativo più alto tra le 500 società della classifica di Fortune. Se rimpatriasse negli Stati Uniti questi utili dovrebbe pagare circa 60 miliardi di dollari di imposte, invece del 2,3% che versa ai paesi nei quali ha domiciliato le società. Sanzionata dall’Unione europea per gli accordi fiscali con l’Irlanda, in Italia Apple ha raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate per porre fine a un contenzioso sul mancato versamento di 879 milioni di euro di imposte e ha pagato 318 milioni di euro alla fine dello scorso anno. Gli utili ottenuti dalle vendite in Italia finivano in Irlanda, dove l’imposizione fiscale è molto più bassa. Ma il Fisco e la procura di Milano hanno posto fine a questo stratagemma.

Proseguiamo la nostra navigazione su Internet e apriamo la pagina di Google per aiutarci nella ricerca. Se si utilizza il web è impossibile sfuggire alla rete dei paradisi fiscali. Tutte le grandi web companies utilizzano architetture societarie offshore per eludere le imposte. Google si serve di due meccanismi per pagare le tasse dove è più vantaggioso invece che nei paesi nei quali produce reddito. Gli schemi si chiamano “Double Irish” e “Dutch sandwich” e prevedono che i soldi incamerati in Italia (così come negli altri paesi extra-Usa) finiscano in Irlanda passando attraverso l’Olanda e terminino la corsa sulle spiagge delle Bermuda. In questo modo Google ha accumulato 47,7 miliardi di dollari che restano fermi nel paradiso fiscale dei Caraibi. È il motivo che ha spinto la procura di Milano a contestare alla società di Mountain View 227 milioni di euro di imposta evasa, tutti soldi finiti alle Bermuda e che invece dovevano rimanere in Italia, almeno secondo i magistrati e la Guardia di Finanza di Milano.

Decidiamo allora di ordinare un libro su Amazon, società che ha parcheggiato offshore “solo” 2,5 miliardi di dollari ma controlla due filiali in Lussemburgo verso le quali si dirigono i soldi pagati per l'acquisto del volume. Niente resta in Italia. I nostri soldi varcano in un lampo il confine nazionale e riaffiorano mille chilometri più a Nord. Con loro sfuma anche un lauto incasso per il Fisco italiano e, dunque, la possibilità di aumentare le risorse da impiegare per opere pubbliche e welfare, cioè per il nostro benessere.

I centri offshore sono entrati nella nostra vita

Sul sito di Ikea, invece, cerchiamo delle sedie per la nostra casa e senza saperlo ci addentriamo in un ginepraio di società sparse in svariati paradisi fiscali. In Belgio, nel comune fiammingo di Zaventem, c’è la sede sociale della società anonima Ikea Service Center, che nel 2013 ha ottenuto un tasso di imposizione degli utili solo del 4%. Ikea Service Center è la banca interna del gruppo, collegata alla Ingka Holding (la casa-madre di Ikea) e alla Inter Ikea Service (detentrice del marchio), entrambe domiciliate in Olanda, e alla Inter Ikea Holding (che distribuisce gli utili generati dal marchio alla famiglia del fondatore Ingvar Kamprad) impiantata nel granducato del Lussemburgo fino al 3 maggio 2016, quando si è trasferita in Svizzera, a Freienbach. Nel 2009 la Ikea Holding International era volata addirittura a Curacao, nelle ex Antille Olandesi.

I paradisi fiscali sono entrati di prepotenza nella nostra vita, anche se noi non ce ne siamo accorti. Le giurisdizioni offshore non sono un’anomalia del sistema ma ne costituiscono una parte fondamentale. Per questo non è per nulla certo che gli sforzi dei paesi del G20 e dell’Ocse per ridimensionare il fenomeno abbiano successo. Le giurisdizioni offshore, infatti, prosperano non solo grazie all’elusione fiscale ma anche e soprattutto all’evasione fiscale. Si calcola che nei centri offshore possano essere custodite ricchezze finanziarie per 32mila miliardi di dollari. Interessi enormi che hanno bisogno dei paradisi fiscali e che cercano sempre nuovi canali di sbocco. «I soldi sono come l’acqua – ha affermato l’ex ministro delle Finanze svizzero, Hans Rudolf Mertz – : trovano sempre una fessura in cui scorrere. Ecco perché l'evasione fiscale continuerà a esistere in futuro».

Decidiamo di chiudere la connessione con Internet e andiamo a dormire con un po’ di mal di testa per via del nostro slalom tra i paradisi fiscali di mezzo mondo. Una compressa di Efferalgan ci aiuterà ad assopirci tranquilli. Ne siamo certi? Sì, ma a patto che nessuno ci riveli che la Bristol-Myers Squibb, la società che produce il farmaco, possiede anche lei filiali alle Barbados, alle Bermuda, a Panama, in Irlanda, Olanda e Lussemburgo. E che offshore ha parcheggiato ben 24 miliardi di dollari. Neppure le medicine riescono a calmare la febbre dei paradisi fiscali.

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31/08/2016

Apple, non esistono multinazionali innocenti

Apple ha rubato 13 miliardi di tasse ai cittadini europei secondo la Commissione UE, ma è solo la punta dell'iceberg. Tutte le multinazionali hanno come ragione sociale l'elusione e l'evasione dalle leggi e dal rispetto dei diritti sociali e delle norme ambientali, esistono precisamente per questo scopo. E tutti i governi che praticano il libero mercato sono con esse complici.

Il governo irlandese è sotto accusa perché non faceva pagare tasse SOLO ad Apple. Se avesse esteso a tutte le aziende il trattamento di favore riservato alla Mela, e ricordiamo che le tasse sui profitti in quel paese sono già abbassate ad un ridicolo 12,5%, se tutte le imprese in Irlanda fossero state fisco esenti, la UE non avrebbe potuto dire nulla. Come non dice nulla sul trasferimento della sede FCA in Olanda e su tanti altri casi simili. Ogni paese UE può essere un paradiso fiscale per ricchi e multinazionali, purché non faccia favoritismi, il privilegio deve essere uguale per tutti.

Per questo il Lussemburgo dell'attuale presidente della Commissione, Juncker, è sotto accusa. A Fiat e Starbucks, sono stati fatti favoritismi eccessivi rispetto a tanti altri. Ma la concorrenza fiscale al ribasso tra i paesi della UE come tale è ammessa, anzi è nello spirito del trattato di Maastricht e dei suoi principi ultraliberisti. A questo serve la moneta unica, a mettere in concorrenza tra loro gli stati sulla svalutazione di tasse, salari e diritti. E le multinazionali conducono l'asta. Durante il confronto sulla Brexit l'europeismo irlandese è stato contrapposto allo scetticismo britannico. L'Irlanda è stata presentata come il solo paese, tra quelli "periferici", ad aver gestito virtuosamente crisi ed Euro. Altro che gli altri PIIGS. Ora sappiamo a quale prezzo e con quali risultati, ma niente ipocrisia.

Ad Apple è capitato su questa sponda dell'Atlantico ciò che è toccato a Volkswagen sull'altra. Sono rondini che non fanno primavera e stanno tutte dentro il cielo del TTIP. Oggi questo trattato è in crisi per il rifiuto dei popoli, e dobbiamo dire grazie alla Brexit, ma anche perché le multinazionali tra le due sponde dell'oceano hanno conti da regolare. In ogni caso però la linea di fondo che ispira la UE e tutti i suoi governi rimane sempre la stessa: attirare gli investimenti delle multinazionali con concessioni fiscali e sociali per rimpiazzare così i tagli alla spesa e agli investimenti pubblici.

Il governo italiano, non a caso il più ottusamente servile verso il TTIP, il suo regalo ad Apple lo ha già fatto. L'azienda doveva al fisco 880 milioni per Ires non pagata, e lo stato italiano ha transato accontentandosi di 330. Immaginatevi un cittadino normale che debba 880 semplici euro al fisco e che si rivolga all'Agenzia delle Entrate esigendo il trattamento Apple, verrebbe considerato matto. Invece, con Tim Cook Renzi fa i selfie sperando che porti lavoro. Le multinazionali sono al disopra delle leggi e delle regole di tutti noi e per i governi è un merito riconoscerglielo. Quello turco, anche per coprire la sporca guerra contro i curdi, ha subito offerto i suoi servigi ad Apple.

Non sappiamo se la vicenda Apple si concluderà come è iniziata, o, più probabilmente, con una transazione all'italiana o con altro ancora. Quello che è chiaro è che senza mettere in discussione i meccanismi del libero mercato e della globalizzazione liberista le multinazionali continueranno a ricattare il mondo, con l'aiuto dei governi complici. Ed è altrettanto chiaro che la UE e l'euro, che hanno fatto del libero mercato il principio costituzionale, non sono la soluzione, ma parte del problema

La nostra Costituzione, all'articolo 53, impone un fisco progressivo e sono incompatibili con essa i privilegi sulle tasse per chi ha più potere e ricchezza, a partire dalle multinazionali. Che non a caso, assieme a tutti i poteri UE, sostengono il SI alla controriforma costituzionale del governo e temono un vittoria del NO. Che è invece un passo necessario per restituire al popolo il diritto all'eguaglianza, cancellato oggi dai privilegi del mercato globalizzato. Solo un NO ci può salvare.

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30/08/2016

Maxi-condanna Ue per Apple. 13 miliardi da versare all’Irlanda

Non solo stop al Ttip. La decisione con cui la Commissione Europea ha condannato Apple a pagare 13 miliardi di tasse all'Irlanda, fin qui non versate grazie a un accordo “esclusivo” tra il colosso americano e il governo conservatore della piccola repubblica, è un esempio da manuale dei non facili rapporti economici tra le due sponde dell'Atlantico. La commissione europea «ha concluso – come si legge in un comunicato – che l'Irlanda ha garantito benefici fiscali illeciti fino a 13 miliardi di euro ad Apple» tra il 2003 e il 2014.

Dov'è l'illecito? L'Irlanda è il paese dell'Unione con la più bassa tassazione per le imprese (12,5%), e questo ne ha fatto la destinazione preferita di numerose multinazionali, anche di grandi dimensioni, che hanno contribuito ad elevarne il Pil nominale senza peraltro produrre granché all'interno di quel paese. Un paradiso fiscale comunque tollerato dalla Ue, visto che al momento non esiste alcun trattato europeo che imponga una tassazione minima a tutti i paesi membri e che favorisce dunque una insana “concorrenza” all'interno dell'Unione. Anche la Fiat-Fca marchionnesca ha approfittato, negli anni scorsi, di una simile condizione trasferendo in Olanda la propria residenza fiscale (senza peraltro avere alcuno stabilimento industriale nei dintorni di Amsterdam).

Ma l'Irlanda, con il gigante di Cupertino fondato da Steve Jobs, ha decisamente esagerato, accordando – soltanto ad Apple – una tassazione di favore molto particolare. Invece del 12,5% chiesto e ottenuto dalle altre aziende, il nuovo ceo Tim Cook avrebbe infatti spuntato un eccezionale… 1%. In teoria, peraltro, visto che tra l'inizio del periodo sotto inchiesta (il 2003) e la fine (2014) la gabella effettivamente versata si è ristretta ad appena lo 0,005% dei profitti dichiarati. Il cinque per mille, come si fa qui da noi per le onlus caritatevoli…

Non solo concorrenza sleale tra i diversi paesi, dunque, ma anche tra le diverse aziende. Si può facilmente comprendere l'atteggiamento irlandese – quella “mancia” è, in termini assoluti, comunque un'entrata fiscale rilevante, peraltro senza alcun costo per lo Stato (niente infrastrutture in favore di Apple, per esempio). Ma in questo modo Tim Cook ha potuto evitare di pagare quantità rilevanti di tasse in molti dei paesi dove ha comunque una rete commerciale (tutto il mondo, in pratica).

Vista da un'altra angolazione, questo “accordo” mostra anche quale potenza di fuoco posso mettere in campo una multinazionale rispetto ai singoli paesi; quindi come la “sovranità politica” (senza fisco non esiste autonomia finanziaria degli Stati) sia stata trasferita di fatto dai governi ai “mercati”.

In ogni caso, l'Unione Europea ha dovuto rilevare una disparità di trattamento tra i diversi capitali multinazionali e quindi intervenire condannando Dublino a recuperare quanto fin qui scontato, dopo tre anni di indagini.

Non sorprendentemente, sia Apple che l'Irlanda hanno annunciato ricorso contro la sentenza. L'azienda, ovviamente, per non versare neanche un euro, Dublino per non perdere un “cliente” comunque importantissimo. La stessa cosa era peraltro avvenuta con il Lussemburgo e l'Olanda, protagonisti di tax ruling magari meno rilevanti, ma egualmente truffaldini (cosa che aveva messo a rischio la permanenza di Jean-Claude Juncker – ex primo ministro lussemburghese nel periodo “incriminato” – alla presidenza della Commissione Europea).

Chissà come sarebbe stata spiegata questa prassi alla luce dei “valori di Ventotene”... E chissà come sarà stata discussa durante i negoziati del Ttip...

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